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28 maggio 2026

"NOTTINGHAM FOREST. SIAMO TUTTI FIGLI DI BRIAN CLOUGH" di Fabrizio Miccio

Ognuno di noi ha una diversa esperienza attraverso la quale ha scoperto, vissuto, gustato ed oserei dire caratterizzato la parte ludica della propria esistenza con questa splendida passione che e' il calcio britannico in tutte le sue molteplici sfaccettature. episodi, memorie, flashbacks, memorabilia e quant'altro si fondono in un bagaglio personale ed il voltarsi indietro aiuta a capire il nostro presente.
Per quanto riguarda la mia esperienza, e spero e credo anche quella di molti che come me ormai guardano in faccia i quaranta, il fenomeno NOTTINGHAM FOREST stagione 1977/78 e' stato basilare quale grimaldello per la scoperta di un mondo affascinante perché ai tempi semisconosciuto e difficile da compenetrare (i risultati li conoscevo al lunedì sera passando alla mitica edicola di via Veneto ...altro che tele+ ed internet!!). Ricordo che il fatto che una squadra neopromossa nella First Division potesse come poi ha fatto il Forest vincere il titolo lo consideravo splendidamente e piacevolmente destabilizzante, nel senso che poteva accadere tutto ed il contrario di tutto, nessun risultato era scontato e scritto in partenza, come invece faceva da tristissimo contraltare la Serie A di quel tempo. Io mi sento un po' figlio di Brian Clough, il manager che creò quel team straordinario insieme al suo fidatissimo ed inseparabile vice Peter Taylor, perché quella filosofia, quel compenetrarsi visceralmente con il club che si dirige ha creato un modello che rappresenta il mio calcio inglese vero, autentico, moderno ma antico, sano e, perché no? provinciale. Io sono un Gooner, badate bene, cioè agli antipodi ma non c'e' contraddizione perché la scelta per l'Arsenal è cuore, cieco, senza logica.
Il mitico Clough ha incarnato alla perfezione l'uomo-simbolo del calcio britannico che ho amato ( e che cerco tuttora tra i vari Manchester etc.) dove era possibile costruire con poche sterline, tanta saggezza , pazienza ed un briciolo di fortuna un team due volte Campione d'Europa (che gioia quei goals decisivi di Trevor Francis e John Robertson) e tre volte vincitore della Coppa di Lega. Quanti campioni devono la loro carriera a Clough!
Tra i tanti mi piace citare un mio idolo di allora: Garry (si, con due erre) Birtles. Clough ne scoprì il grezzo ma eccezionale talento realizzativo mentre Garry si dilettava a segnare valanghe di reti con la maglia del Long Eaton Utd. nella Midland League mentre a tempo perso faceva il parchettista e lo portò in riva al Trent per poche sterline. La crescita di Birtles fu enorme ed in pochi anni divenne uno degli attaccanti più prolifici della First Division. Tanti sono gli esempi in questo senso: da Tony Woodcock a Martin O'Neill (attuale tecnico del Celtic in cui netta si riconosce la mano del suo mentore),da Viv Anderson al più recente Stuart Pearce.

Al Nottingham Forest è legato un grande ricordo personale: dal mio primo viaggio in Inghilterra nel Luglio 78' riportai un poster a colori in cui vi era immortalata la squadra al completo seduta tra le prime fila del City Ground con la splendida Coppa di Lega a far bella mostra di se ed il geniale Brian Clough in tuta che sorride compiaciuto. Questo poster lo custodisco ancora gelosamente tra le tante memorabilia di calcio inglese a testimonianza di un mito per me intramontabile. Oggi leggo Brian tra le pagine di Four-Four-Two dove tiene una rubrica fissa "Over the top" e le sue osservazioni sul calcio inglese attuale sono sempre lucide e taglienti, mai banali e scontate. Si,lo confesso: mi manca molto, e credo manchi a tutto il movimento calcistico inglese. Ormai non tornerà più ad allenare, ma forse mentre leggerete queste righe il suo Forest starà dando battaglia per ritornare nella Premier League. Se soltanto lo facesse utilizzando in minima pare lo spirito indomito del suo vecchio condottiero, beh, ci sarebbe di sicuro calcio d'elite la prossima stagione a Nottingham.
E voi, anche voi sentite che la vostra passione è figlia di qualcuno o qualcosa?
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (maggio 2003)

21 maggio 2026

1980/81. CHE ASTON VILLA..

Per chi come me ha iniziato ad appassionarsi al football britannico verso la seconda metà degli anni settanta, il titolo di League Champions conquistato dall' Aston Villa FC nella stagione 1980/81 rappresentò una splendida emozione, il cui ricordo e' tuttora piacevolmente vivo a distanza di molto tempo I ragazzi in "claret & blue" riportarono il bel trofeo della First Division al Villa Park dopo ben 71 anni dall'ultimo trionfo, anni nei quali il club era sceso fino alla Third Division soltanto nove anni prima .Ma ciò che ancor di più rese per me memorabile quella vittoria, arrivata al termine di un acceso testa a testa con l'Ipswich Town, fu il fatto inedito per allora di poter seguire quasi settimanalmente in tv le vicende di quell'appassionante stagione calcistica. Ciò fu possibile grazie ad una trasmissione ormai divenuta un "cult" leggendario tra gli appassionati: "Football Please" (ma guarda che combinazione...) trasmessa da Teleroma 56 ed ideata da Michele Plastino. Egli aveva acquisito dalla ITV, con grande lungimiranza, i diritti per l'Italia della First Division e commentava gli highlights lasciando in sottofondo l'inconfondibile voce di Brian Moore. Benché già tifosissimo dell'Arsenal, presi a cuore le vicende del Villa nella lotta al titolo, ed ancora oggi ricordo bene l'undici titolare(non erano infatti tempi di rose extra large e giocatori provenienti da ogni parte del globo...)autore di quella storica impresa. I goals del possente centravanti Peter Withe arrivato dopo la dolorosa dipartita dell' idolo Andy Gray, e del giovanissimo Gary Shaw, unico local-boy della squadra, furono decisivi (38 tra i due!) insieme al fatto che il manager Ron Saunders utilizzò soltanto 14 giocatori (di cui 7 sempre presenti !) nel corso delle 42 gare di campionato. Tra i pali stazionava l'esperto 'keeper Jimmy Rimmer, protetto dai rocciosi centrali ,entrambi scozzesi Alan Evans e Ken McNaught;ai lati difensivi Kenny Swain e Gary Williams; in mezzo al campo il capitano Dennis Mortimer ed il giovane talento ,con accanto due ali diversissime tra loro.Il guizzante e veloce Tony Morley, tipica wing inglese, ed il più arretrato Des Bremner, chiave di volta tattica dello schieramento di Saunders. Ne uscì una formazione votata, come nella migliore tradizione inglese ,al football più puramente offensivo,grazie alla fantasia di Cowans, alla incredibile velocità di Morley ed alla perfetta integrazione dei due stikers, così diversi per caratteristiche fisiche (Shaw era un brevilineo dalla tecnica sopraffina e dalla grande agilità nell'area piccola) ma splendidamente integrati a misura quali implacabili finalizzatori. Probabilmente l'Ipswich di quell'anno era forse più forte dei Villains di Saunders (non a caso Mariner e compagni vinsero la Coppa Uefa, oltre a disputare una semifinale di Fa Cup in quella stagione) come in effetti i tre scontri diretti dimostrarono in modo netto. Infatti, oltre ad uscire sconfitti dalle due gare di campionato, l'Aston Villa fu eliminato al primo ostacolo in Fa Cup dagli uomini del non ancora sir Bobby Robson. Ma furono proprio i tanti impegni a fiaccare l'Ipswich nel finale(con alla fine ben 66 gare ufficiali disputate nelle quattro competizioni!) ed infatti i tractor boys persero ben sette delle loro ultime dieci gare in campionato. 

A testimonianza della sorpresa che rappresentò quella squadra, che non era certo tra le favorite della vigilia, va notato che "Match of the Day" scelse di portare le sue telecamere alle gesta dell' Aston Villa soltanto ad ottobre inoltrato per la demolizione (4-0) del Sunderland al Villa Park. Nella corsa al titolo spiccano nella mia memoria anche un bellissimo 1-3 al Goodison Park siglato da Morley, Mortimer e Cowans ed un 3-0 al Middlesbrough verso fine aprile che rappresentò di fatto la vittoria che tagliò le gambe alle speranze nel Suffolk. L'ultima giornata del 2 maggio fu l'apoteosi: il Villa aveva quattro punti di vantaggio, ma l'Ipswich aveva una gara da recuperare dopo quel weekend. L'Arsenal era quanto di peggio potesse capitare al Villa per quell'ultima giornata e per giunta nella fossa di Highbury. Ma l'Ipswich non diede segnali di ripresa ed uscì sconfitto anche dal vecchio Ayresome Park di Middlesbrough:i ventimila che invasero l'intera clock end di Highbury esultarono anche se i loro beniamini cedettero 2-0 ai Gunners. L'Aston Villa era campione d'Inghilterra !!! La M1 sulla via del ritorno a Birmingham si colorò di celeste ed amaranto. La favola di quella squadra 27 tuttavia non si esaurì con quell'epilogo storico. Ve ne sarebbe stato un altro di li a dodici mesi , a Rotterdam....
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (marzo 2003)

20 aprile 2026

"EVERTON EUROPEO" di Massimiliano Morganella

Rotterdam. Everton e Rapid Vienna approdano alla loro prima finale europea. I blues puntano al trionfo continentale a coronamento di una stagione che li ha visti protagonisti su tre fronti: campionato, coppa d’Inghilterra e Coppa delle Coppe. Il match di Rotterdam rappresenta così per l’Everton un’altra impegnativa tappa di una lunga stagione, intermezzo internazionale tra le partite della League e le ambizioni nella F.A. Cup. 

E’ anche una sfida indiretta stracittadina con i cugini del Liverpool di Fagan, da anni leader in Inghilterra e in Europa. Il Rapid, forse pago già di essere giunto alla finale, affronta l’impegno puntando sull’esperienza dei suoi “vecchi” (Krankl, Panenka, Garger) e cercando di resistere il più possibile al ciclone Everton. Nel primo tempo la profezia di Baric si avvera e i Blues di Kendall vedono infrangersi i loro arrembanti attacchi sulle scogliere difensive austriache. 
Ma, dopo l’intervallo, l’iceberg costruito dal Rapid si scioglie inesorabilmente ai lampi e ai fulmini dell’attacco inglese. Greame Sharp, giovane attaccante scozzese, mostra di meritare ampiamente il posto fra i primi cinque del “Bravo 85” e manda in gol prima il connazionale Andy Gray e poi Sheedy. Steven per i Blues e Krankl per il Rapid regalano altre due emozioni agli oltre 40.000 spettatori del Feyenoord Stadium, infiammato da un tifo caldo e spumeggiante. Poi tutti a casa: l’Everton con la Coppa, il Rapid con l’onore delle armi.

La finale di Rotterdam vede opposti il Rapid Vienna e l’Everton. Entrambe le squadre non hanno mai raggiunto una finale di Coppa Europea. Nella squadra inglese, neo campione della League, spiccano il centravanti scozzese Andy Gray, il suo connazionale Greame Sharp, l’ala destra Trevor Steven, l’esperto mediano Peter Reid e il portiere Neville Southall, titolare della nazionale del Galles. 
La finale di Coppa delle Coppe si svolge a Rotterdam, città dal clima ideale per entrambe le formazioni. Tra di esse c’è un divario tecnico abissale e i pronostici si sprecano a favore della squadra inglese. Ma, nel primo tempo, gli uomini di Baric riescono ad imbrigliare le convulse azioni offensive dei Blues e chiudono i primi 45 minuti sullo 0-0, creando anche pericolosi contropiede. Nella ripresa, l’Everton si scatena e dopo una pressione continua passa tre volte con Gray, Steven e Sheedy. Il Rapid ha un’impennata d’orgoglio e segna il gol della bandiera con il vecchio Krankl. I ventimila tifosi inglesi giunti a Rotterdam sono in delirio: l’Everton ha vinto il suo primo alloro continentale.

-RHYTHM AND BLUES-

Rotterdam ha incoronato gli inglesi di Liverpool, giustizieri di un Rapid Vienna inconsistente. Vittoria scaturita da novanta minuti di incessante attacco. Nell’anno in cui il Liverpool ha perso tutto, l’Everton, seconda squadra della Merseyside, ha vissuto la più bella stagione vincendo campionato, Coppa delle Coppe e Charity Shield (il trofeo che è in palio ad inizio di stagione tra la squadra campione d’Inghilterra e la detentrice della F.A. Cup) e finendo seconda nella successiva Coppa d’Inghilterra solo per il gol, “inventato” da Whiteside che ha dato la vittoria al Manchester United. Per i Blues, quindi, il 1985 potrebbe segnare l’inizio di un’epoca.
Nel collage dei numeri 21, 23 e 27 del Guerin Sportivo dei tempi.. mai condizionale si rivelò provvidenziale e, per certi versi, profetico. Infatti, dopo la tragedia dell’Heysel del 29 maggio 1985, la prima decisione dell’UEFA è stata l’esclusione a tempo indeterminato delle squadre inglesi dalle competizioni europee. 
Considerazioni? Diverse e variegate, senz’altro ad iniziare, naturalmente, dal comune dolore per la strage. Sul piano squisitamente calcistico un club, l’Everton, non ha potuto partecipare alla Coppa dei Campioni 1985/86 guadagnata meritatamente sul campo. E considerando che le formazioni inglesi nei dieci anni precedenti (dal 1975 al 1984) si erano aggiudicate la competizione in ben sette occasioni (4 Liverpool, 2 Nottingham, 1 Aston Villa) da quella stagione indiscutibilmente, ragionevolmente, fatalmente ed inevitabilmente la massima competizione europea è stata falsata nei valori e nei riferimenti sportivi. 
Irrimediabilmente. Per sempre.
di Massimiliano Morganella, da "UK Football Please"

2 febbraio 2026

"STAN BOWLES. UN DIAMANTE ALLO STATO GREZZO"

Se avete sempre pensato che George Best simboleggi più di altri il prototipo del calciatore britannico tutto genio (in campo) e sregolatezza (fuori) degli anni ’60, la figura opaca di Stanley Bowles, seppur traslata in epoca leggermente successiva, vi apparirà per molti versi sorprendente, permeata da qualche lato poco chiaro e, globalmente, molto meno appariscente dell’alone misto di sacro e profano che circonda tutt’ora l’eterno ragazzo irlandese. Le vicende meno note, ma di certo non meno clamorose e burrascose, che hanno caratterizzato la carriera e la vita di Bowles sono frutto di un’indole votata alla contrapposizione con il mondo intero, che sfociava in atteggiamenti costantemente sopra le righe e profondamente irriverenti. Indubbio fu il suo genio calcistico, che ne ha fatto uno degli idoli più famosi del calcio albionico nel cuore dei fantastici anni ’70. Un genio naturalmente a corrente alternata, come vuole la tradizione e come si conviene alle teste matte. Un inglese atipico in campo, dotato di grande tecnica sopraffina e di un talento straordinario, seppur mai completamente espresso appieno. Il suo gioco era fatto da dribbling ubriacanti e finte micidiali. Bowles amava irridere più volte i difensori malcapitati dalle sue parti di campo e questo elettrizzava il pubblico. Quando era in giornata, risultava decisivo e devastante.

Nato la vigilia di Natale del 1948 a Collyhurst, sobborgo della grande Manchester, il giovane Stan cresce nei ranghi giovanili del Manchester City di Joe Mercer, nelle cui fila debutta giovanissimo nel Settembre ’67 rifilando due reti al Leicester City in Coppa di Lega. In quella stagione il City vincerà il titolo inglese, ma non ci fu posto per la pur brillante promessa , chiuso da campioni del calibro di Summerbee e Bell. La cessione fu inevitabile, ma ne’ al Bury ne’ al Crewe il giovane Bowles ritrova lo smalto mostrato in precedenza. Sarà il passaggio al Carlisle per £12.000 e l’incontro con Ian Mc Farlane, manager del club rossoblu, a rappresentare il definitivo lancio di Bowles nella Lega inglese. Mc Farlane ne forgia la tecnica e lavora a livello psicologico sul ragazzo, intuendo che va lasciato libero di esprimersi se lo si vuole mettere a proprio 29 agio. Il periodo al Carlisle lo impone come un grande campione in prospettiva, e di conseguenza molti clubs di First Division ne fanno un loro obiettivo. Jim Gregory, presidente del QPR, più di altri crede nel talento cristallino di Bowles ed arriva a sborsare ben £112,000 (una gran bella cifra per i tempi) nel settembre ‘72 per la sua firma. L’approdo a Loftus Road e’ la svolta della carriera: Stan veste la famosa casacca a cerchi blu in campo bianco, e trova la sua dimensione ideale come giocatore.Un “friendly” club, un presidente che stravede per lui, tifosi in visibilio per le sue gesta. Il QPR passera’ da modesta squadra di seconda divisione ad uno dei team piu’ forti d’Inghilterra,che pratica un calcio particolarmente spettacolare. Bowles vi sarebbe rimasto per cinque anni, collezionando 255 presenze in Lega e 70 reti. Ma Londra propone a Bowles orizzonti nuovi anche fuori dal campo:il vizio per le scommesse assume in questo periodo proporzioni preoccupanti ancorché grotteschi. Non era insolita infatti ai tifosi del QPR in fila per entrare a Loftus Road la scena di Bowles, in tenuta da gioco,che sgaiattolava di nascosto fuori dagli spogliatoi a pochi minuti dal fischio d’inizio per andare a piazzare al più vicino allibratore la puntata dell’ultimo momento! Bowles era di conseguenza assiduo frequentatore anche dell’ufficio del presidente Gregory, a cui sempre più spesso si rivolgeva per avere congrui anticipi su premi e stipendi, atti a far fronte ai debiti che aveva con mezza Londra per il suo vizio del gioco. Nell’aprile del ’74 arriva per Bowles anche la maglia dei tre leoni. Il debutto avviene a Lisbona,con Sir Ramsey ,ma il rapporto con la nazionale sarà breve, a causa del solito carattere ribelle. La sua miglior stagione coincise con il leggendario 2° posto del QPR al termine della stagione 75-76, dove gli uomini di Dave Sexton contesero al grande Liverpool di Paisley e Keegan il titolo fino all’ultima partita e forse avrebbero meritato quel riconoscimento per il gioco altamente spettacolare espresso in campo.Con DaveThomas e Gerry Francis , Bowles componeva un trio assolutamente fantastico,incastonato all’interno di una squadra perfetta, geniale e quindi poco costante. Tanti gli episodi della carriera di Bowles che ne hanno fatto un personaggio del calcio inglese. Su tutti, l’episodio di Sunderland, rimasto tra leggenda e realta’ nel folklore dei tifosi britannici.

Un Sunderland-QPR, ultima di campionato stagione 72/73.I londinesi sono già promossi in First Division da più di un mese, i padroni di casa sono freschissimi 30 vincitori della FA Cup, impresa storica per il club dei black cats, che mostrano orgogliosi il trofeo, conquistato battendo il fortissimo Leeds di quel periodo. Ben 43.265 persone stipano il vecchio Roker Park all’inverosimile: l’occasione di vedere la FA Cup a casa propria e’ irrinunciabile. Bowles, annoiato ed evidentemente seccato da tanto giubilo, colpisce(deliberatamente? chissà..) con un violento tiro proprio il sacro trofeo, facendolo cadere dal piedistallo ove era stato posto in prossimità della linea laterale. Fu il finimondo. Invasione di campo e caccia all’uomo; partita sospesa per circa 20 minuti prima che la polizia riuscisse a sedare i furiosi tifosi del Sunderland. Nel gesto dissacrante e provocatorio di Bowles c’e’ un po’ tutto lui stesso.Come anche nell’episodio che ha chiuso di fatto la sua carriera da professionista di un certo livello.
Il Forest gli aveva dato la possibilita’ di ritornare il giocatore che era stato al QPR, quando nel 1980 Stan ne combina un'altra delle sue. Alla vigilia della finale della Coppa dei Campioni, dove i reds di Clough affronteranno l’Amburgo, Bowles litiga ferocemente con il tecnico e capisce che non sarà schierato tra i titolari, ma si accomoderà in panchina. Senza avvertire nessuno Bowles non si presenterà alla partenza per Madrid ed il Nottingham ebbe solo quattro riserve invece di cinque, per la prima volta (ad oggi anche unica..) nella storia della Coppa dei Campioni. Il nostro eroe avrebbe potuto coronare il sogno di una carriera con una medaglia da campione d’Europa, magari con qualche minuto giocato nella serata del Bernabeu, ma a lui non interessavano questo tipo di riconoscimenti. Voleva giocare, far divertire i suoi fans, far ammattire i difensori…poi magari passare da Ladbrokes per una puntatina! Si e’ ritirato nel 1984 a 36 anni …non ha mai vinto nulla, ma è entrato nella storia dei “mavericks” del calcio inglese.
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (dicembre 2003)

8 gennaio 2026

LA STORIA DELLA FA Cup (part 1) - Dalla prima edizione al 1900






















La FA Cup.
Un vero mito per qualsiasi bambino inglese, che sogna un giorno di poter alzare il trofeo tra il giubilo dei tifosi della sua squadra, forse il primo legame con il calcio d’oltre manica per gli appassionati stranieri, inebriati dalla storia e dalla tradizione di questa competizione. E sì, perché quello che colpisce è proprio l’elemento storico della FA Cup, il più antico torneo calcistico sulla faccia della terra, istituito dagli inventori del calcio moderno, gli inglesi. Le tante finali appassionanti, gli eroi per un giorno sul palcoscenico indimenticabile di Wembley, ma anche le squadre dilettantistiche che fanno soffrire, ed alcune volte battono, le grandi, gli infiniti turni preliminari, i replays, che una volta potevano essere pure quattro o cinque, i tutto esaurito negli stadi di ogni dimensione e categoria. E’ anche questo mischiarsi senza criterio tra squadroni come Arsenal o Manchester United e piccoli team di provincia come Yeovil Town o Altrincham che alimenta il fascino della Coppa: sorteggio secco, niente teste di serie ed altre alchimie da calcio moderno. E poi la soddisfazione non è solo vincerla, ma pure giocare le semifinali in campo neutro e soprattutto arrivare alla finale a Wembley (beh, una volta era così, ma tra poco tornerà ad esserlo, non più però all’ombra delle mitiche torri). L’Imperial Stadium gremito all’inverosimile, perfettamente diviso a metà tra le due tifoserie, che quasi ti arrabbi se non hanno colori in forte contrasto tra loro, così da poterti godere l’effetto cromatico della bandiere e delle sciarpe al vento, il delirio dei festeggiamenti e la delusione cocente degli sconfitti. 

Ma come e quando nasce tutto ciò? Dall’intuizione di Charles Alcock (nella foto a destra), uno dei fondatori nel 1863 della Football Association, che nel 1871 lanciò l’idea di creare un torneo ad eliminazione diretta sulla falsariga di un gioco che lo stesso Alcock aveva praticato per anni nella sua scuola di Harrow, nel nord di Londra. Alla prima Coppa d’Inghilterra, che si tenne nel 1872, parteciparono 15 squadre, tra cui gli scozzesi del Queens Park di Glasgow, poi protagonisti sfortunati negli anni a venire. Il pareggio dava il passaggio del turno ad entrambe le squadre, e dal momento che gli abbandoni non erano infrequenti, il tabellone riusciva sempre ad essere uniformato alle forze rimaste. Al Queens Park fu dato diretto accesso alle semifinali – i calciatori di allora erano tutti dilettanti ed il biglietto per Londra costava abbastanza – ma il pareggio con i Wanderers, la squadra di Alcock, prima sorpresa nella storia della FA Cup, costrinse gli 18 scozzesi, a corto di fondi, a ritirarsi dalla competizione. Fu così che Wanderers e Royal Engineers si disputarono la prima finale, davanti a 2.000 persone, al Kennington Oval di Londra, oggi come allora un campo di cricket. Era il 16 marzo 1872, ben 131 anni fa. Le pesanti maglie di cotone dei Wanderers contrapponevano i colori nero,viola e rosa ad un più sobrio rosso e blu dei Royal Engineers, sconfitti da un gol di Betts al quindicesimo minuto e costretti a giocare in dieci per un infortunio quasi tutto il match. Il trofeo fu consegnato solo tre settimane dopo in una serata di gala tenutasi a Pall Mall. L’anno successivo i Wanderers si ripetono contro l’Oxford University, al Lillie Bridge. Il 1873 è anche l’unico caso di edizione giocata con la qualificazione automatica alla finale della detentrice del trofeo, esperimento che non verrà più ripreso. Per un altro po’ di anni si contendono la vittoria finale squadre di universitari, oltre ai Wanderers, vincitori per ben cinque volte, due i successi degli Old Etonians, uno dell’Oxford University, dei Royal Engineers (nel 1875, per 3-0 nel replay, prima finale ripetuta della storia) e degli Old Carthusians. La finale è sempre al Kennington Oval, senza mai superare i 7-8.000 spettatori, mentre nei turni preliminari non sono rare le rinunce o i problemi logistici. Ma il numero delle squadre partecipanti inizia a salire, team del nord o di quartieri londinesi cominciano a dire la loro. Già nel 1880 i Clapham Rovers si impongono in finale, e devono passare solo tre anni per vedere la vittoria di una squadra del nord, il Blackburn Olympic. Le squadre del nord erano quasi professionistiche, a testimonianza che, come oggi, tanta era la passione nelle regioni più settentrionali dell’Inghilterra. Dopo la tripletta dal 1884 al 1886 dei Blackburn Rovers, le prime due vittorie in finale con il Queens Park, unica squadra scozzese a raggiungere la finale della FA Cup, si capisce che il football sta attirando sempre più l’attenzione delle masse. Nei primi anni ’80 si supera la soglia delle 100 squadre iscritte, nel 1886 i primi club dilettantistici affermatisi agli albori della competizione iniziano a sparire a causa dell’emergente professionismo, dichiarato legale. Le finali vedono la presenza di più di 10.000 tifosi sempre più appassionati. 
Nel 1887, anno della prima vittoria dell’Aston Villa, giocano l’FA Cup squadre di tutto il Regno Unito. La squadra sconfitta è il WBA, e per questo derby si muoveranno da Birmingham e da West Bromwich più di 8.000 persone. Il WBA si rifarà l’anno dopo, mentre nel 1889 si impone il Preston, siglando il primo double, dopo essersi aggiudicato l’edizione d’esordio del campionato inglese e finendo anche la stagione imbattuto in assoluto. E’ evidente che le squadre fondatrici della Football League quegli anni la fanno da padrone, sempre con una netta predominanza delle formazioni del nord, che vincono, oltre che con i Rovers anche nel 1890 e nel 1891, con il WBA nel 1892, ultima finale al Kennington Oval, con i Wolves l’anno successivo, prima finale giocata fuori Londra, a Manchester al Fellowfield per continuare con Notts County (finale a Liverpool, al Goodison Park), Aston Villa, Sheffield Wedsnesday, ancora Aston Villa, Nottingham Forest, Sheffield United e Bury, impostosi nella prima edizione del nuovo millennio, nel 1900. Dal 1895, fino al 1914, la finale si disputerà al Crystal Palace Stadium a Londra. Tra queste la finale più appassionante è quella del 1897, tra Aston Villa ed Everton, conclusasi con un 3-2 molto lottato, mentre nel 1890 il 6-1 inflitto dai Blackburn Rovers ai malcapitati Sheffield Wednesday è il risultati più netto avutosi in un atto conclusivo tra le edizioni fino al 1900. Intanto già negli ultimi anni del diciannovesimo secolo le squadre più forti vengono 19 esentate dai primissimi turni, le iscrizioni aumentano in modo vertiginoso mentre il calcio inizia a far concorrenza sul serio a cricket, corse dei cavalli e canottaggio. Se si pensa che la finale del 1873 fu giocata al Lillie Stadium, vicino al Tamigi, proprio per attirare il numeroso pubblico accorso ad assistere alla concomitante classica del remo tra le università di Cambridge ed Oxford, allora l’evento con la e maiuscola, e si esamina la situazione alcuni decenni dopo, si capisce come quello che diventerà il Beautiful Game appassioni sempre più il pubblico inglese.
di Luca Manes, da "UK Football please"

LEGGI la prossima puntata.
LA STORIA DELLA FA Cup (part 2) - Dal 1900 alla seconda guerra mondiale.

16 ottobre 2025

"HARD SIXTIES. Storie tese dalla periferia scozzese" di Giacomo Mallano

A metà degli anni ’60 il calcio scozzese piombò in una crisi economica e di interesse che sarebbe sfociata (dopo anni di dibattiti) nella ridefinizione della piramide professionistica. 
Una crisi solo mascherata dagli exploit continentali di Celtic (1967) e Rangers (1968): dietro l’Old Firm si stava aprendo infatti un divario destinato a durare ancora oggi, un duopolio cui il pubblico scozzese non era preparato, e a cui reagì voltando le spalle allo spettacolo calcistico. A dicembre del 1964 le presenze totali facevano registrare un calo di 298.000 spettatori rispetto ad un anno prima, a fine stagione il calo arrivò a 435.000 unità. Troppe per non convincere la Football League a intervenire.

La proposta per rilanciare l’interesse popolare fu la creazione di una Terza Divisione, con riallocazione dei 37 club professionistici (all’epoca divisi in sole due Divisioni) secondo uno schema 14-12-12, con ammissione di un nuovo membro per arrivare al totale di 38. La (condivisibile) considerazione da cui partiva la SFL era che il movimento scozzese non fosse in grado di proporre diciotto formazioni competitive (in First Division). 
Questo faceva si che il campionato perdesse rapidamente interesse, ‘ucciso’ da un divario sempre più ampio fra le poche grandi e le altre, con troppe partite inutili (le promozioni e retrocessioni erano su base elettiva) e dunque poco attraenti per il pubblico. Creare tre divisioni più piccole e più omogenee poteva essere uno stimolo alla competizione. 
Da parte loro i club si arroccarono in una difesa abbastanza miope dei diciassette incassi casalinghi stagionali: una divisione di 14 club sarebbe ‘costata’ quattro partite casalinghe in meno, e in un’epoca in cui gli incassi al botteghino erano l’unica fonte di sostentamento si trattava di una prospettiva malvista. Era questa una remora cui la SFL aveva pensato nel redigere la propria idea, proponendo il varo di una nuova Coppa nazionale con cui ‘riempire’ il calendario in primavera…ma non ci fu niente da fare, l’incontro convocato a Glasgow il 22 marzo del 1965 andò quasi deserto e questo primo tentativo di riforma si arenò ancor prima di partire.
Nelle more di questo delicato momento di trasformazione dell’intero calcio scozzese, alcuni club attraversarono vicende singolari e tumultuose, poco note perché non erano ‘grandi’, ma non per questo meno suggestive e affascinanti.
Nella proposta della SFL, ad esempio, in Second Division avrebbe militato l’E.S. Clydebank, dove E.S. stava per East Stirlingshire. Accoppiamento curioso, visto che Clydebank è sulla costa ovest e l’East Stirlinghsire dalla parte opposta. Tutto era iniziato nel 1957, quando i fratelli Steedman avevano acquisito il controllo dell’East Stirlinghsire per 1.000 sterline. 
Il secondo club di Falkirk militava all’epoca in Second Division, ma l’entusiasmo e l’impegno dei nuovi proprietari lo portò nel giro di cinque stagioni in First Division, per la prima volta in trent’anni. Il 1963/64 fu una stagione memorabile, con affluenze di oltre 7.000 persone, ma la sfida a Celtic & co. si rivelò improba, e con soli 12 punti in 34 partite l’East Stirlinghshire tornò in Second Division. Una delusione che convinse i fratelli Steedman a cercare strade alternative al successo, e a trovarle (secondo loro) nel trasferimento del club (e del suo titolo sportivo) a Clydebank, per fonderlo con la locale squadra semi-pro (e chiamare la ‘creatura’ E.S. Clydebank). La decisione, assunta in una riunione ‘informale’ (eufemismo) del Board, incontrò da subito una imprevista resistenza della comunità locale. In un ambiente in cui il calcio aveva suscitato entusiasmi solo intermittenti e mai a livello di epidemia, le manifestazioni popolari di protesta sorpresero forse gli stessi promotori dello Shareholders Protection Association, l’organismo varato per tutelare gli interessi dei piccoli azionisti. 
In una prima fase non ci fu però niente da fare, la ‘piazza’ perse la battaglia e nell’agosto del 1964 l’E.S. Stirlingshire fece il suo esordio ufficiale in campionato. Storia finita? Nemmeno per sogno, gli ‘ultras’ del vecchio club affidarono il caso a Robert Turpie, un avvocato di Glasgow che aveva già assistito piccoli club negli anni precedenti, maturando un’esperienza specifica nel settore. Imprevedibilmente l’intervento del ‘principe del foro’ ribaltò la situazione: appellandosi ad un cavillo nel trasferimento di azioni ai fratelli Steedman, Turpie ottenne dal Giudice l’annullamento di tutte le decisioni successive, incluso il trasferimento a Clydebank. Fu così che nell’agosto del 1965 oltre 3.000 spettatori si accalcarono nel piccolo Firs Park per applaudire il ri-esordio dell’East Stirlingshire, e ai fratelli Steedman non restò che ripartire da un nuovo club, il Clydebank, che esordì in Second Division nel 1966/67.

Per una storia dal finale lieto e romantico, negli stessi anni se ne consumò una (calcisticamente) tragica, quella del Third Lanark. Membro fondatore della SFL, il club di Glasgow non aveva mai avuto timore di sfidare gli scomodi e ingombranti ‘vicini’ di Celtic e Rangers.

A cavallo degli anni ’60 aveva anzi vissuto una stagione felice, con il 3° posto nella First Division 1960/61 e la finale di Coppa di Lega nel 1959. La linea offensiva formata da Hilley, Goodfellow, Harley, Gray e McInnes (nel classico 2-3-5 dell’epoca) rivaleggiava quelle leggendarie rei Rangers o del Dundee (con i vari Gilzean, Cousin, Smith, Penman, Robertson).
La sventura del club non fu quindi di origini sportive, ma fu invece frutto dell’avidità speculativa del suo Chairman, William Hiddleston, il quale a un certo punto si convinse che l’area del Cathkin Park era troppo appetibile a livello commerciale per lasciarla al calcio. Dopo aver rastrellato fra il pubblico un numero sufficiente di azioni, avviò una subdola strategia di impoverimento del club: venduti i giocatori migliori a prezzi ridicoli, non pagati o pagati tardi gli altri, abbandonate a sé stesso le strutture dello stadio, ‘trascurate’ le regole basilari di buona e trasparente amministrazione, il Third Lanark finì in breve nell’occhio del ciclone. Il Board of Trade aprì un’inchiesta ufficiale e riscontrò un numero infinito di irregolarità e frodi, perpetrate da Hiddleston e dal suo staff.
Ineffabile, il boss dello storico club di Glasgow andò avanti per la sua strada, cedendo ad un’impresa di costruzioni l’intera area su cui sorgeva il Cathkin Park (incluso lo stadio). Nonostante gli sforzi delle autorità locali e le proteste dei tifosi, il Third Lanark non si iscrisse al campionato 1967/68, privando la First Division di una delle storiche protagoniste del calcio scozzese. Mentre tutto sembrava perduto due colpi di scena degni di Ken Follett riaprirono i giochi: il Comune negò il permesso di costruire sull’area del Cathkin Park, vanificando di fatto la speculazione edilizia di Hiddleston, ma soprattutto lo stesso Chairman morì improvvisamente, salvandosi di fatto dai numerosi procedimenti penali già avviati a suo carico, e lasciando tutti con il fiato sospeso. Sebbene estirpata la causa del male, però, la malattia era andata troppo avanti, e ogni sforzo di salvare in extremis il club fu vano. Glasgow perse una squadra storica e importante, e di fatto iniziò in quel momento il processo di polarizzazione del calcio cittadino (e di tutta la Scozia) intorno ai due giganti Celtic e Rangers. Partick Thistle, Queen’s Park (il primo club scozzese), Clyde, faranno sempre più fatica a tenere il passo delle rivali cittadine, e perfino a restare nelle divisioni d’elite della SFL. 

Mentre l’Old Firm diventava sempre più forte, insomma, le altre si indebolivano a vista d’occhio. Gli ‘anni europei’ di Celtic e Rangers non furono quindi frutto di una crescita complessiva del movimento scozzese, quanto della concentrazione delle risorse (poche) tecniche ed economiche dove c’era qualche possibilità di vincere, lasciando agli altri solo la nostalgia del ‘grande Dundee’, dei ‘grandi Hibs’, del ‘grande Kilmarnock’…
di Giacomo Mallano, da "UK Football Please"

2 ottobre 2025

"SIR STEVE PERRYMAN. L'anima di N17" di Sergio Capozzi

Lunedì 30 aprile 1979, con un Testimonial match contro il West Ham a White Hart Lane, gli Spurs onorarono uno dei loro più costanti ed affidabili giocatori della storia, quello Stephen John Perryman , nato a Ealing, West London, il 21/12/1951, che, dopo essersi unito alla squadra giovanile nel 1967, aveva firmato il suo primo contratto professionistico coi Bill Nicholson boys nel giugno '69, esattamente un mese dopo aver fatto il suo vittorioso debutto (4-3) in prima squadra per il Tottenham nella Toronto Cup, a Baltimore, sempre contro gli stessi Hammers .  Nel settembre 1969 debuttò in casa, a soli 17 anni, contro il Sunderland di Colin Todd, Dennis Tueart, Joe Baker, che vinse la gara 1-0, ma Leslie Yates, commentando la gara, affermò che "la nostra unica soddisfazione deriva dal piacevole debutto di Steve Perryman. Non è mai facile per un giovane debuttante brillare in una squadra che arranca, ma Steve tenne attraverso il suo battesimo nella Football League con considerevole credito"
Parole profetiche. 

Il giovane, che era tifoso del QPR e che non si perdeva mai un incontro in trasferta degli Hoops ai tempi della scuola, conquistò il cuore dello scrivente con una meravigliosa gara di andata nella semifinale di Coppa UEFA nel settembre 1972, quando prima annullò il precoce vantaggio milanista, poi nella ripresa segnò il goal della vittoria con un tiro spettacolare; non pago di ciò, il nostro nel ritorno a S.Siro, 1-1, fu il provider, con un preciso rasoterra, del passaggio-goal ad Alan Mullery. Per la cronaca, all' intervallo i giornalisti ebbero una degustazione di vini!

Meraviglioso, tra i goals segnati da Perryman, il terzo di un 4-0 casalingo inflitto al Burnley al termine di una manovra di otto uomini, che Steve concluse con un uno-due con Jimmy Pearce al vertice dell' area per poi segnare: il goal fu mostrato diverse volte in TV. Al partire di Martin Peters nel '75, Perryman - fino ad allora vicecapitano - divenne capitano degli Spurs, il che contribuì non poco a fargli perdere quel volto da ragazzo del coro per conferirgli quella grinta e determinazione che divennero il suo marchio di fabbrica. Con gli Spurs, di cui detiene il record per più apparizioni nella Football League (655), FA Cup (69), League Cup (66) e competizioni europee (64) nonchè per più presenze in prima squadra ad ogni livello (1021) , comprese le amichevoli e le tournèes, vinse 2 FA Cups (81 e 82), 2 Coppe di Lega (71,73), 2 Coppe Uefa (72 e 84) , venendo votato PFA "Calciatore dell' Anno" nel 1982, l' anno in cui si guadagnò l' unico gettone di presenza nella nazionale inglese, contro l' Islanda.

Dimostrò la sua duttilità nel 77/78, accettando di essere spostato dal centrocampo al back four difensivo, in cui agiva da centrale. Nel marzo '86 lascio W.H.Lane per l' Oxford Utd, dove fu nominato giocatore-allenatore. 7 mesi più tardi si accasò al Brentford come giocatore- assistente allenatore e fu giocatore-allenatore dal gennaio '87 all' agosto '90. 
Altre parentesi al Watford come team manager per 3 anni, poi fino al novembre '94 a W.H. Lane come assistente allenatore.

Ha avuto un discreto successo come manager anche in Norvegia, con lo Start, e in Giappone. 
Fu meritatamente fatto baronetto nel compleanno della Regina nel 1986. Dal 1976 al 1982, ebbe 5 stagioni su 6 in cui partì sempre nell' undici iniziale, un monumento alla sua durabilità che lo ha reso leggendario tra i tifosi di N17
Un mito ancora oggi non scalfito dall' inesorabile trascorrere del tempo.
di Sergio Capozzi, da "UK Football Please"(settembre 2004)

11 settembre 2025

"E' ACCADUTO TUTTO UNA DOMENICA MATTINA" di Francesco Caremani

È accaduto tutto una domenica mattina. Di quelle domeniche un po’ stanche, nell’attesa di andare a pranzo dai nonni e pronto per tifare, nel primo pomeriggio, la squadra del paese dove allora abitavo.
All’epoca i canali televisivi erano pochi, Sky era ancora nelle stelle e il calcio era soprattutto “90° minuto” e la “Domenica Sprint”, per la “Domenica Sportiva” avrei dovuto attendere ancora qualche anno, la davano troppo tardi e il lunedì mattina c’era la scuola.
Non so quanti se lo ricordano, ma è stata Tele 37, emittente toscana, a dare le prime gare di calcio inglese, intorno alle 11.30-12 della domenica mattina. Quella domenica in particolare ero riuscito a sgattaiolare nella sala di mia madre, terreno protetto, dove c’era il televisore a colori grande. Mi sistemai e feci il classico giro con il telecomando.
Quando m’imbattei in una partita di calcio. Non ricordo chi giocava e nemmeno il risultato, ma restai colpito da alcune cose in particolare. Innanzi tutto il pallone completamente bianco, eccezionale. Poi le maglie della Umbro. Lo stadio. L’ululato dei tifosi a ogni azione d’attacco. Il gioco semplice ma continuamente aggressivo dei giocatori in campo.
Per certi versi fu un colpo di fulmine, quel pallone bianco diventò un totem, tanto che in palestra, a scuola, adoravo giocare con i palloni della pallavolo, bianchi, di cuoio, un po’ più leggeri, ma così inglesi, almeno nel mio immaginario.
Da allora il calcio inglese è rimasto un amore forte, a volte nascosto dentro di me, per quel modo di fare football e di viverlo, fors’anche con quell’atteggiamento ossequioso per chi il calcio lo ha inventato prima degli altri.
A maggior ragione, però, le sfide Italia-Inghilterra, un po’ come Italia-Germania, le sentivo particolarmente e battere una squadra inglese era per me motivo di grande vanto e orgoglio. Ricordo ancora la vittoria del Genoa di Bagnoli all’Anfield Road di Liverpool con doppietta di Aguilera, anche se quel Liverpool era decisamente più scarso di quello di oggi e di quello degli anni Ottanta.
Ma c’è stato un momento che non scorderò mai. Tifoso della Juventus, un tempo sfegatato, seguivo con grande emozione la cavalcata dei bianconeri nella Coppa dei Campioni 1982-83. C’era aria di vittoria finale, la sensazione che quella Juventus spettacolo potesse vincere una coppa, per i colori bianconeri, maledetta. Il sorteggio per i quarti di finale mise di fronte Platini & compagni ai campioni d’Europa in carica, l’Aston Villa.
Prima di allora non conoscevo Birmingham e non sapevo com’erano le maglie di quella squadra. Ricordo la sera dell’andata in Inghilterra, la partita doveva essere trasmessa da Tmc, ma nel ritardo dell’eurovisione il Tg1 dette in anteprima il vantaggio della Juve, colpo di tacco di Bettega, crosso di Cabrini, Rossi di testa gol. Erano i giocatori campioni del mondo, era l’Italia che batteva l’Inghilterra sul proprio terreno, incredibile.
Quella che ricordo è una delle più belle partite mai viste in televisione, alla fine vinsero i bianconeri per 2-1, con uno strepitoso gol di Boniek in classico contropiede, all’italiana. 
Nel ritorno il 3-1 della Juventus fu addirittura schiacciante. Ma da allora non ho mai dimenticato Gary Shaw, vincitore anche di un Bravo, il premio indetto dal “Guerin Sportivo” per il migliore Under 21 delle coppe europee. Nemmeno la maglia ho dimenticato e me la sono anche comprata, una Umbro, così come quella del Newcastle United, bellissima.
Se c’è una squadra che mi fa vibrare quando guardo il calcio inglese, da allora, è sempre l’Aston Villa e quello stadio catino di Birmingham del quale non ho mai ricordato il nome.
E i colori di quella maglia, celeste e granata, un’accoppiata che ancora mi affascina nel mio lavoro di giornalista, in particolar modo quando si tratta di magazine patinati.
Poi ci fu l’Heysel… Ma questa è un’altra storia, una storia che ho raccontato in un libro importante.
Francesco Caremani, da "UK Football please" (dicembre 2005)

1 settembre 2025

"MILLWALL. I LEONI DELL'ISOLA DEI CANI" di Fabrizio Miccio

Le origini del Millwall FC risalgono all’estate del lontanissimo 1885, quando un gruppo di giovani operai della fabbrica Morton’s, produttrice di marmellate e confetture varie, diede vita al Millwall Rovers FC.
La fabbrica si trovava su una piccola isola, adagiata nel tortuoso tratto del Tamigi londinese,proprio dove vi erano i vecchi docks

Quell’isola era ed è denominata tutt’oggi the Isle of Dogs. Gli operai provenivano in gran parte dalla Scozia e fu quindi adottato il “navy blue” quale colore sociale ed il leone rampante quale simbolo. Erano nati i “Lions”. Il primissimo campo di gioco è Glengall Road, ma dopo pochi anni c’è già bisogno di uno spazio più ampio. Viene individuato un grande spiazzo nel retro del popolarissimo pub Lord Nelson’s e ciò renderà molto conosciuto il nuovo club a livello locale. Nel 1887 il primo trofeo: la East End Senior Cup. Nel 1890 c’è bisogno di un campo da gioco migliore e,grazie al fattivo interesse di politici ed amministratori locali, nonché a varie cospicue donazioni di qualche benefattore, si trasloca di nuovo. East Ferry Road, di fronte alla stazione di Millwall Dock, è la nuova casa dei Lions. 
Il club è ormai popolarissimo nella zona, e ben 14.000 persone assistono alla prestigiosa amichevole con il “gigante” Sunderland. Cresce costantemente anche la forte integrazione sociale del club con la zona di origine: molti giocatori 29 vengono invitati a vestire la casacca blue con la promessa di un lavoro nei docks, all’epoca molto attivi e laboriosi. Nel 1893 arriva la prima vittoria contro un club professionista il West Bromwich ,e nello stesso anno il Millwall abbraccia a sua volta la nuova dimensione del movimento calcistico inglese. Grazie all’accordo con altri club “pro” della zona di Londra, il Millwall è tra i club che fondano la Southern League e nel 1900 compie l’impresa di arrivare fino alla semifinale di FA Cup, sconfiggendo addirittura l’Aston Villa, ma sarà sconfitta dal Southampton. 
Il 1910 segnò le sorti del club. Per la prima volta i Lions abbandonano l’isola d’origine e si trasferiscono in quella che sarà la loro temutissima tana per tanti anni: Cold Blow Lane, South East 14. Fu il famoso architetto Leitch a progettare l’impianto, inaugurato il 22 ottobre di quel anno alla presenza dell’allora presidente della FA Lord Kinnair. La scelta, seppur sofferta a livello emotivo, si rese necessaria date le oggettive difficoltà di trasporto dei numerosi appassionati, che ormai in massa venivano da ogni parte di Londra sud alle partite, e non più dalla sola isola. L’afflusso di spettatori raddoppiò, il club ne trasse benefici economici e tecnici e nel 1920 il Millwall entrò nella Football League. Da subito “The Den”, questo il nome dell’impianto (letteralmente: la fossa), si rivelò la collocazione ideale per il club e i suoi focosi supporters. L’acustica ed il posizionamento conferivano alle urla di incitamento una eco particolare e le squadre avversarie ne sembravano intimorite.
Non a caso il Millwall ha detenuto per tanti anni e per tutte le varie divisioni in cui ha militato il record di gare casalinghe senza sconfitte. Purtroppo a volte l’eccessiva esuberanza dei tifosi ha costretto la FA a chiudere l’impianto. Nel 1950 The Den era già stato chiuso ben quattro volte per disordini…e la notoria fama dei supporters era già nata. 
L’apice arriverà con le incredibili scene di violenza sul terreno del Luton, nel corso di un triste e famoso quarto di finale di FA Cup nel 1985. I Lions diventano il primo club di Third Division a raggiungere la semifinale di FA Cup nel 1925 e soltanto nel recente passato (1988) riusciranno a militare per la prima volta nella loro storia nella massima divisione calcistica inglese. A livello personale ho avuto la fortuna di poter assistere dal vivo ad una gara del Millwall al vecchio The Den. Fu un terzo turno di FA Cup nel gennaio del 1989 contro il Luton Town (3-2 con reti di Cascarono, Carter e Sheringham) e l’atmosfera fu realmente elettrizzante, come mai avevo avuto modo di percepire nelle pur molteplici precedenti occasioni di partite di calcio in Inghilterra. La carica che i quei tifosi riescono a trasmettere ai loro (a volte non proprio fenomenali) footballers e’ qualcosa di unico. 
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (giugno 2004)

4 agosto 2025

"OH AH PAUL McGRATH" di Charlie Del Buono

Ci sono vari tipi di calciatori: quelli che segnano valanghe di gol, quelli che costano paccate di soldi e spesso non li valgono, quelli a cui la vita ha dato tutto, felicità, fama, soddisfazioni e non ha chiesto nulla in cambio. Ci sono poi calciatori che non sono mai stati sulle prima pagine dei giornali, non hanno vinto palloni d’oro (magari perché giocano in difesa, e si sa che per molti pennivendoli sportivi se non segni sei trasparente), non hanno avuto storie d’amore con veline e vedettes, ma che tuttavia sono stati un esempio di lotta e sacrificio, facendo spesso diventare grandi squadre tutt’al più mediocri. Un esempio su tutti: Paul McGrath, la Perla Nera di Ichicore, venerato tutt’ora dai tifosi del Villa e dai seguaci della nazionale Irlandese, ricordato con affetto dai fans Man Utd, Derby County e Sheffield Utd. Paul il campione, l’uomo dai molteplici infortuni alle sue martoriate ginocchia, l’uomo con la schiena fragile e dispettosa, l’uomo con la faccia da pugile e il coraggio da leone; il coraggio di chi dalla vita spesso ha ricevuto schiaffi. Questa è la sua storia. Paul nasce a Ealing, sobborgo di Londra, nel 1959 da Betty McGrath, ragazza irlandese immigrata per lavoro, e da uno studente di medicina nigeriano che mollerà moglie e figlio subito dopo tornandosene in Nigeria. Betty quindi fa ritorno nella bigotta Eire degli anni sessanta con il piccolo Paul, ma non è ben voluta in quanto ragazza madre e per di più di un bambino di colore.
Presto iniziano le difficoltà economiche e la donna per lavorare è costretta a tornarsene in Inghilterra, lasciando il piccolo Paul in un orfanotrofio di Dun Laoghaire (sobborgo di Dublino).
Sotto la supervisione della direttrice dell’istituto orfanotrofio mrs. Donnelly, il piccolo Paul si avvicina al calcio, affascinato dalla mitica ala del Chelsea Charlie Cooke che sarà il suo idolo calcistico d’infanzia. Diventato troppo grande per l’orfanotrofio, Paul viene mandato in un istituto per ragazzi in difficoltà e vi rimane per qualche anno, continuando ad avere saltuarie visite dalla madre che in Inghilterra non se la passa troppo bene e che quindi non può riprenderselo con sé.
Il piccolo McGrath inizia a giocare a calcio prima con il Pearce Rovers e poi con il Dalkey Utd, povero in canna e con la madre lontana il ragazzo lavora inoltre prima come guardiano in un ospedale e poi come installatore di cancelli. Con il Dalkey Utd il ragazzo ha il suo primo serio infortunio che lo costringe in ospedale per qualche settimana e che gli causa una forte depressione, tale che i dottori rintracciano la madre, che decide di tornare in Irlanda e di riprendersi il ragazzo con sé. Paul inizia la sua carriera semipro con il St Patrich’s Athletic, e da lì viene notato dai talent scout del Man Utd. Dopo aver ricevuto l’offerta per un mese di prova, il ragazzo viene tesserato dai red devils e firma il suo primo contratto da professionista (200£ a settimana), sotto l’occhio amorevole del suo primo mentore Big Ron Atkinson. La vita cominciava a restituire a Paul quello che gli aveva tolto, ma non saranno tutte rose e fiori.
Il suo debutto in campionato è datato 13/11/82 contro gli Spurs, giocando da centrale difensivo con l’irlandese Kevin Moran. 
Nel 1985 vince la FA Cup, ma dall’anno seguente con l’avvento di Ferguson cominciano per Paul i problemi; lo Utd è rinomata come squadra di bevitori e il life style dei giocatori (soprattutto irlandesi) che vedono nella pinta di birra la meritata ricompensa alla fine di una giornata di duro lavoro, non è condivisa da Ferguson che accusa Paul e Norman Whiteside di tradire la sua fiducia. Complice un infortunio alle ginocchia Paul esce dalle grazie dell’allenatore, che spesso lo accusa di essere un ubriacone vagabondo, tutto ciò risulta comico considerando che Ferguson non è uno che pasteggia con l’acqua di Lourdes.
L’epilogo nel 1989: Ferguson propone a McGrath per la rescissione del contratto una buona uscita di 100.000£ e un testimonial match, Paul rifiuta; è guerra e alla fine il giocatore viene ceduto nell’agosto del 1989 all’Aston Villa per 450.000£. Tutti diedero del pazzo al Manager dei Villans Graham Taylor per aver speso tutti quei soldi per un giocatore con le ginocchia ballerine, ma da quella stagione per Paul inizia la vera gloria con il Villa e con la nazionale verde smeraldo.
Esordio da Villans il 19/08/89 a Nottingham contro il Forest: 1-1; nella difesa a tre del Villa Paul gioca alla grande vicino a Kent Nielsen e Derek Mountfield ed è subito secondo posto nella lega per i Claret & Blue subito dietro al grande Liverpool. Stagione successiva: Graham Taylor se ne va a far danno sulla panca della nazionale inglese e sulla panca del Villa arriva il ceko Venglos; sono dolori, la squadra si salva a stento ma Paul è uno dei migliori.
Stagione 91/92: sulla panca del Villa si siede Big Ron Atkinson e McGrath con il suo nuovo compagno Shaun Teale (tipo buffo che assomigliava a uno dei Monty Payton) fa scintille. Grande centrale difensivo, quando serve intelligente mediano, Paul gioca alla grande ed il Villa arriva secondo nel 92/93 dietro al Man Utd, e sempre contro i Red Devils di Cantona nel 1994 vince la Coppa di Lega per 3 a 1.
Nel 1995 ad allenare i Claret & Blue arriva la vecchia gloria Brian Little e la squadra si salva a malapena, ma l’anno successivo Paul fa da chioccia a due promettenti giovani Southgate ed Ehiogu ed è ancora Coppa di Lega, 3 a 1 al Leeds Utd.
Paul oltre ai problemi alle ginocchia accusa guai alla schiena, si allena solo in palestra ma il sabato è sempre in campo e se pur sofferente è sempre tra i migliori. La leggenda dice che è come una Rolls Royce che va usata con parsimonia, sta in garage tutta la settimana ed il sabato sfreccia in strada.
Dopo 315 gare in Claret & Blue il Villa lo cede non senza rimpianti al Derby County nell’ottobre del ’96 per 200.000£. Il nostro eroe contribuisce alla salvezza dei bianconeri e l’anno seguente chiude la carriera con lo Sheffield Utd, dove l’ennesimo infortunio e l’ennesima operazione lo fanno optare per l’abbandono del calcio giocato.
Fantastica fu la carriera di McGrath nella nazionale irlandese; sotto la guida di Jack Charlton, che lo utilizza come centrocampista difensivo, Paul partecipò ad Euro 88 in Germania e ai mondiali di Italia 90 e Usa 94. Euro 88 fu uno spasso: i verdi si tolsero lo sfizio di mandare a casa l’Inghilterra con le pive nel sacco (1 a 0 con gol di Ray Houghton).
Memorabile fu la campagna di Italia 90 dove i verdi furono battuti ai quarti di finale dall’Italia ma furono protagonisti di un buon debutto mondiale. Al ritorno a Dublino dopo la spedizione italiana c’erano migliaia di persone festanti ad accogliere la squadra all’aeroporto; quel giorno arrivava nella capitale in visita Nelson Mandela che stupito chiese il perché di tutta quella folla festante e soprattutto chiese come mai quella folla urlava una canzone a lui incomprensibile: “Oh Ah Paul McGrath”
Per chi scrive il top Paul lo diede a Usa 94 quando durante la gara inaugurale del girone i verdi batterono l’Italia di psycho Sacchi e il vecchio Paul bloccò l’allora più forte giocatore del mondo, Roberto Baggio. 1 a 0 per i verdi (Ray Houghton once again) con un tiro dalla distanza si realizza il sogno della folta comunità irlandese degli stati uniti.
Dopo il ritiro dell’allenatore Charlton il suo sostituto McCarthy decise di accantonare, non senza qualche colpo basso (leggetevi cosa dice al riguardo Roy Keane), il mitico Paul per favorire il ricambio generazionale. Peccato però che poi i verdi l’europeo del 96 e il mondiale del 98 lo videro in televisione. Chi conosce il mondo del calcio britannico sa quale sia l’amore ed il rispetto che i tifosi nutrono verso questo giocatore. Mi trovavo a Dublino qualche mese prima del suo addio al calcio, da giocarsi nella capitale tra la nazionale in verde ed una selezione di giocatori scelti da Jack Charlton, ed alcune persone mi dissero che da tempo era impossibile trovare un biglietto per la gara. L’Irlanda voleva tributare la giusta dose di affetto ad un figlio illustre rinnegato per stupidi motivi molti anni prima.
Oggi Paul è un signore di 47 anni, sposato in seconde nozze con Caroline, padre di 4 figli maschi (Cristopher, Mitchell, Jordan e Paul Jr.) che passa il suo tempo tra la famiglia e la scuola di calcio che ha creato con Frank Stapleton per dare una opportunità a tutti i piccoli potenziali McGrath irlandesi. In qualità di villans, sull’orlo di una crisi di nervi, mi auguro di vedere al più presto in claret & blue un nuovo Paul McGrath che magicamente scenda in campo al posto dello stordito Laursen e ci impedisca di fare le figure barbine che troppo spesso facciamo.
Un saluto a tutti gli estimatori del calcio che fu ed un saluto a questo campione, rassicurante come una pinta di Guinness, arguto come un elfo e combattivo come una canzone dei Pogues. Slainte Paul!
di Charlie Del Buono, da UK Football Please (dicembre 2004)

26 maggio 2025

1989 LIVERPOOL-ARSENAL= 0-2. Quel minuto che fece la storia.






















A volte mi sono fatto (ovviamente da solo…chi vuoi che mi faccia una domanda simile fra amici e parenti?) a bruciapelo questa domanda: quali sono i tre momenti che ti hanno fatto innamorare del calcio inglese?

Come per una storia d’amore, ricordare i brividi e le emozioni degli inizi è un tributo alla nostalgia che ogni tanto bisogna pagare…e ogni volta, prima di rispondere, parto per un viaggio nella memoria, fra momenti ‘vissuti’ e altri solo ‘tramandati’ da libri, video, programmi…la ‘classifica’ finale risente degli umori del momento, ma la hit che non manca mai è ‘quel’ minuto di Anfield Road, quando l’Arsenal conquistò il titolo all’ultimo respiro dell’ultima partita di campionato, strappandolo dal petto dei Reds che già lo celebravano cullati dalla Kop e dal suo ‘You’ll never walk alone’ da brividi…me lo ricordo bene quel dolcissimo pomeriggio di tarda primavera, con la scuola ormai agli sgoccioli e le ore divise fra lunghe maratone di sport in tv e interminabili partite di calcio o tennis…quel 26 maggio 1989, però, non c’erano stati svaghi…il perché lo capivo solo io, ma fra l’incredulità dei miei amici mi chiamai fuori perché ‘c’era la partita’…’ma quale partita?’, chiedevano increduli…era venerdì, quindi niente serie A né coppe europee…alzata di spalle, sorriso di ‘compassione’ e poi via a riprendere il ‘calcio giocato’…più o meno la stessa sospettosa diffidenza con cui i miei mi vedevano armeggiare con l’antenna TV per essere sicuro di sintonizzare in maniera decente TMC…eppure era dal 1952 che un titolo inglese non si assegnava nello scontro diretto all’ultima giornata (allora l’Arsenal ne prese sei (a uno) dallo United, un precedente non proprio incoraggiante per i Gunners)…ma la ‘relatività’ l’avrei metabolizzata solo anni dopo, in quel momento la loro indifferenza mi sembrava folle almeno quanto a loro la mia tensione…una tensione che sul piano calcistico trovo peraltro assolutamente giustificata ancora oggi…si arrivava da una stagione straordinaria in tutti i sensi…la mia Inter aveva appena vinto lo ‘scudetto dei record’ (ahimè anche l’ultimo da allora…), un mese prima c’era stato Hillsborough…momenti ugualmente indimenticabili, per ragioni opposte, che sembravano trovare la loro composizione nell’ultimo atto che si andava preparando ad Anfield Road…tardi, rispetto al calendario inglese, proprio a causa dello stop decretato per onorare le vittime dell’assurda tragedia di Sheffield e cercare di capire ancora una volta come si possa morire per una partita di calcio…nel frattempo il Liverpool aveva onorato a modo suo la memoria dei suoi tifosi, vincendo la FA Cup a spese dell’Everton e continuando l’incredibile striscia positiva di 23 partite senza sconfitta (20 vittorie e 3 pareggi) a partire da Capodanno…una forma che aveva permesso ai Reds di rimontare ben 14 punti di distacco nel giro di tre mesi e prendersi la testa della classifica…a questo punto, dopo aver demolito per 5-1 il West Ham nell’ultimo recupero, il Liverpool aveva tre punti di vantaggio sui Gunners ed una migliore differenza-reti…la squadra di George Graham avrebbe dovuto vincere con almeno due gol di scarto, cosa che nelle ultime quattro stagioni era successa ad Anfield solo una volta (per mano dell’Everton)…peraltro l’Arsenal era in piena crisi, dopo aver dilapidato un vantaggio che in primavera pareva rassicurante e aver fatto solo un punto nelle ultime due gare casalinghe contro Derby (1-2) e Wimbledon (2-2, e pensare che alla prima giornata i Gunners avevano demolito per 5-1 la Crazy Gang fresca vincitrice della FA Cup…)…la stampa non attribuiva alcun credito alle speranze dei londinesi, e per molti il Double sarebbe stato quasi un ‘risarcimento’ alla memoria delle vittime di Hillsborough…in giro c’era quasi ‘simpatia’ per il Liverpool, un po’ come nel 1953 tutti tifavano Blackpool nella finale di FA Cup, spingendo Matthews verso quella medaglia che pareva inafferrabile…provano a pensarla diversamente i Gunners, e O’Leary dichiara: ‘i miracoli accadono.


Una cosa è certa, daremo tutto per rendere loro la vita difficile’…già, un miracolo calcistico è proprio quello che ci vorrebbe…eppure i precedenti stagionali sarebbero anche incoraggianti…in Coppa l’Arsenal si è piegato solo al 2° replay, mentre in campionato è finita 1-1…nel frattempo però sono cambiate molte cose, e le due squadre hanno condizione e morale diametralmente opposti…finalmente ci siamo, Caputi e Bulgarelli da Anfield Road (o almeno così credevo ai tempi…) leggono e commentano le formazioni, inquadrano la gara e cercano di riportare l’atmosfera a dir poco elettrica che rimbalza da Liverpool…ma proprio quando ripenso al contrasto fra l’adrenalina che colava dal piccolo schermo e l’indifferenza del mio ambiente domestico mi abbatto un po’…sarebbe stato bello respirare la stessa attesa anche da questa parte del video, commentare le possibilità dei Gunners e le scelte tattiche di Graham, i titoli dei giornali e l’esodo speranzoso dei tanti partiti in mattinata da Islington alla volta di Anfield…sarebbe stato bello insomma vederla con un appassionato, magari un tifoso…tipo Nick Hornby, per esempio, uno che sulla sua ossessione per l’Arsenal ha scritto addirittura un libro, Fever Pitch…un libro meraviglioso, in cui qualifica questa serata come ‘il più grande momento in assoluto’…ne fa un racconto emozionato e coinvolgente…come piacerebbe a me, che mi abbandono alla fantasia e mi vedo seduto di fianco a lui, teso ma disincantato, in attesa del fischio d’inizio…

Io: ‘allora Nick, come hai passato la giornata?’ gli chiedo fra l’ironico e il provocatorio.
Lui: ‘la verità? stamattina sono andato ad Highbury a comprare questa maglia nuova, così tanto per fare qualcosa…capisco che indossarla davanti al televisore non aiuterà molto i ragazzi, ma almeno mi ha fatto sentire meglio…a mezzogiorno, intorno ad highbury c’erano già decine di pullman e macchine, e tornando a casa ne ho incrociati parecchi assurdamente ottimisti…sono stato male per loro, davvero…erano solo uomini e donne che andavano ad Anfield a perdere al massimo un campionato, ma a me sembravano soldati in partenza per una guerra senza ritorno…’
Io: ‘insomma non ci credi proprio…però hai comprato una maglia nuova per l’occasione…’ lo martello adocchiando la replica shirt nuova di zecca.
Lui: ‘Che vuoi che ti dica, dopo tanti anni ho smesso di crederci davvero…Dal 1971 non siamo mai stati davvero in corsa per il titolo, anche se un paio di anni fa restammo in testa per qualche giornata…in questi anni ho visto decine di partite, moltissime di campionato, e quasi tutte senza alcun risvolto di classifica…è chiaro che alla fine ti abitui, e anche se un tifoso dovrebbe sempre covare l’illusione della vittoria, io avevo ormai abdicato ogni speranza di lottare per il titolo…quest’anno, poi…con una squadra così giovane, l’unico innesto di Steve Bould dallo Stoke e i bookmakers che in estate ci pagavano 16-1 per la vittoria finale, non avrei mai pensato di dover tornare a soffrire così per un campionato prima sfiorato e poi regalato per così poco…’
Io: ‘Quest’anno solare però lo avete iniziato in testa e ci siete rimasti quasi fino a oggi, quindi un po’ ti sarai fatto coinvolgere…’.
Lui: ‘Un po’? Faccio fatica ad ammetterlo anche a me stesso, ma dentro ho un vulcano in eruzione…anche se non è così dall’inizio…ricordi la prima di campionato, in casa del Wimbledon? Fashanu in gol dopo sette minuti…non proprio l’inizio che ogni tifoso sogna…poi per fortuna il loro portiere finì dentro la porta con un pallone innocuo fra le braccia e ci regalò il pareggio…poi si scatenò Alan Smith e finì 5-1 per noi…alla fine quasi non capivo cosa fosse successo…’
Mi faccio trasportare nel ‘film’ della stagione che si conclude stasera e lo stimolo sui momenti salienti: ‘Rimonta-episodi fortunati-Alan Smith…tre costanti di tutta la stagione’
Lui: ‘Già, hai proprio ragione…Alan è stato straordinario, secondo me il migliore e spesso decisivo…di testa le ha prese tutte, ma ha inventato anche di piede alcuni gol fra il memorabile e il fortunato’.
Io, che non voglio perdere l’occasione di poter finalmente parlare con qualcuno che mi capisca: ‘Tipo il pareggio a Nottingham, quando Lukic aveva regalato il pallone dell’1-0 a Clough e lui indovinò un lob dal limite dell’area mettendo il piede in una mischia selvaggia…’
Lui: ‘Giusto, vedo che il campionato l’hai seguito…comunque di gol così ne ha fatti tanti, dei 22 totali segnati fino a stasera molti sono stati cruciali…tipo il pareggio di testa in pieno recupero contro il Southampton, dopo essere stati sotto 2-0 a sette minuti dal termine, oppure quello di testa al Villa Park, saltando più in alto del portiere in uscita…in quella partita Smith fu gigantesco, completando l’opera con un’altra torre da cui scaturì il 2-0 finale sul Villa’.
Io: ‘E pensare che proprio il Villa nella gara d’andata aveva freddato gli entusiasmi del dopo-Wimbledon…’
Lui: ‘Già, quella sconfitta alla 2° di campionato, in casa, ci fece tornare subito sulla terra…per fortuna i ragazzi risposero subito alla grandissima nel derby con gli Spurs…’
Io: ‘Quella fu mitica, una delle migliori partite dell’anno…l’esordio assoluto di Gazza con la maglia degli Spurs, in casa, nel derby…le aspettative erano altissime, poi Winterburn inventò quel gol d’esterno dal limite dell’area e gelò White Hart Lane…’
Lui, rapito dal ricordo estatico di quel giorno: ‘…loro pareggiarono, ma era il nostro giorno…alla fine celebrammo il 3-2 cantando a squarciagola sulle nostre tribune, urlando ancor più forte quanto più le loro facce intorno erano scure…’
Io: ‘La rincorsa vera partì proprio da quel giorno…nonostante la sconfitta per 2-1 contro lo Sheffield Wednesday qualche settimana dopo, fino a febbraio fu un crescendo irresistibile…’
Lui: ‘Infatti fu allora che cominciai timidamente a crederci…vincemmo ad Upton Park, in casa del QPR rimontando da 0-1 a 2-1 nei minuti finali, a Coventry, a Goodison Park con l’Everton, dove uscimmo addirittura fra gli applausi…’
Io: ‘Nel frattempo ci fu anche l’andata con il Liverpool, ad Highbury, altra rimonta…’
Lui: ‘Era inizio dicembre, noi inseguivamo il Norwich capolista ed avevamo da affrontare di seguito Liverpool, Norwich e Manchester United…con i Reds fu soffertissimo…ad inizio ripresa Barnes segnò per loro…lo fece dopo uno slalom fantastico, eppure a vederlo da fermo in quei giorni pareva addirittura soprappeso…per fortuna ci pensò ancora Smith a rimettere le cose a posto, ma nel finale Barnes colpì una traversa clamorosa su punizione e poi Aldridge sbagliò un gol di testa da solo davanti a Lukic…che sospiro di sollievo, se oggi siamo ancora in corsa lo dobbiamo anche a quella partita…’
Io: ‘Però non vi è andato sempre tutto per il verso giusto…dopo l’1-1 con il Liverpool giocaste in casa della capolista Norwich e finì 0-0 dopo che l’arbitro vi fece ripetere un rigore che Marwood aveva segnato al primo tentativo…’
Lui: ‘…e che poi al secondo sbagliò…certo, qualche beffa l’abbiamo incassata anche noi…all’Old Trafford, per esempio, Adams ci portò in vantaggio, sembrava tutto fantastico, poi a una manciata di minuti dal termine sempre lui realizzò un autogol che deve aver fatto ridere tutta l’Inghilterra, noi esclusi…’
Io: ‘A quel punto eravate stati in testa per quattro mesi ma il Liverpool vi agganciò proprio quel giorno…’
Lui: ‘Precisamente…conquistammo la vetta a fine anno, dopo il successo al Villa Park, e la celebrammo nel derby di ritorno con gli Spurs…si giocò nel giorno in cui fu scoperto il nuovo orologio nella Clock End…altra giornata da ricordare, con un Merson sontuoso che realizzò l’1-0 e poi giocò un contropiede fantastico prima di servire a Thomas la palla del raddoppio…in quel momento eravamo inarrestabili…il 18 febbraio avevamo 15 punti in più del liverpool, anche se con una gara in più…15 punti, capisci?’
Io: ‘Mi ricordo bene, i Reds erano completamente fuori dai giochi, al 6° posto…e nonostante la prima mini-crisi di febbraio, dove vinceste solo 2 partite su 5 (di cui 4 in casa), i bookmakers vi davano quasi alla pari per il titolo, con il Liverpool (nel frattempo risalito a –8) pagato 16-1’.
Lui: ‘E’ lì che abbiamo cominciato a dilapidare tutto…a fine marzo andammo a vincere 3-1 a Southampton…di quel giorno mi ricordo soprattutto lo slalom fantastico di Rocastle per il 3-1 e le urla razziste dei tifosi di casa all’indirizzo dei nostri giocatori di colore…purtroppo fu una ‘sveglia’ breve, perché due settimane dopo i Reds ci affiancarono in testa…e da allora ce la giochiamo testa a testa…’
Una volta rotti gli argini, mentre giungono le prime immagini da Anfield, spostiamo l’attenzione sulle formazioni, in quel momento in sovrimpressione.
Io: ‘Graham insiste anche stasera sulla difesa a 3…va bene che ha tenuto in piedi la baracca negli ultimi due mesi, ma non è un po’ troppo difensiva visto che si deve vincere con due gol di scarto?’
Lui: ‘Credo che voglia sfruttare al massimo la nostra arma numero 1, i colpi di testa…con Adams, Bould e O’Leary contemporaneamente in campo e Smith davanti, quelli del Liverpool non la prenderanno mai…almeno spero che il motivo sia questo, e non la voglia di finire ‘con onore’ magari uscendo imbattuti da Anfield…’
La formazione del Liverpool è impressionante…in campo Nicol, Hansen, McMahon, Whelan, Barnes, Aldridge, Rush…in panchina addirittura il lusso di Peter Beardsley…mentre la leggo mi lascio sfuggire un’occhiata di ‘compassione’ verso Nick…ci vorrebbe davvero un miracolo…anche perché l’ambiente è assolutamente ‘aggressivo’…la Kop canta altissimo, sembra un urlo di battaglia che ti fa tremare dentro…Dalglish si guarda intorno come spesso fa, e sorride…sembra sicuro, e d’altra parte come potrebbe non esserlo, con 40.000 scatenati tifosi a sostenerne l’ultimo sforzo?

Si parte, la prima palla è dell’Arsenal, in una non indimenticabile divisa giallo-nera da trasferta…il contrasto con il rosso fuoco del Liverpool è quasi presagio di quello che sembra prospettarsi sul campo…la prima vera occasione è però dell’Arsenal, con Bould che a Grobbelaar battuto si vede respinto sulla linea il colpo di testa…è però l’unica vera fiammata del primo tempo, i padroni di casa provano qualche tiro da fuori ma Lukic è attento…la tensione è alta, la posta altissima, ma è chiaro che il passare dei minuti giova solo al Liverpool.
Nell’intervallo Nick è ancora più sconsolato di prima: ‘Dai Nick, lo ha detto anche Graham che lo 0-0 all’intervallo non sarebbe stato catastrofico…ci vuole un episodio, e tutto si riapre…anche loro sono uomini e sentono la tensione…’
Lui annuisce ma non ci crede…poi si riparte e l’adrenalina può scaricarsi sul campo…al minuto 52 Rocastle finisce a terra nei pressi del vertice sinistro dell’area del Liverpool…si accende quasi una mischia con Whelan che ha commesso il fallo, poi finalmente Winterburn può battere…è un attimo, la difesa si ferma e Smith è fulmineo nell’avventarsi sulla palla e sfiorarla quel tanto che basta a ingannare Grobbelaar…il tocco è così leggero che i Reds protestano con l’arbitro perché il calcio di punizione era di seconda e ritengono non l’abbia toccato nessuno…l’arbitro si consulta con il guardalinee mentre milioni di persone trattengono il fiato davanti alla TV, noi inclusi…poi punta il dito verso la metà campo e convalida…1-0, i fedelissimi giunti da Londra, stretti in un angolo dietro la porta del Liverpool fanno festa e cominciano a sperare…e anche Nick si scioglie un po’, in fondo ora serve solo un gol, e il Liverpool non sembra in grandissima serata…Ablett salva due attacchi dell’Arsenal, ma è al minuto 73 che il destino sembra compiersi…Richardson riesce a toccare verso lo smarcatissimo Michael Thomas in piena area…Thomas si gira, deve superare solo il portiere ma gli tira addosso, e tutto sembra finito…i minuti passano veloci, Nick sembra aver ‘esalato’ l’ultimo respiro di speranza sul tiro di Thomas, e così i giocatori in campo…il Liverpool cresce, quasi sollevato dall’occasione clamorosa buttata al vento dai Gunners…a un certo punto compare nell’angolo della TV perfino l’orologio, a rincarare la sofferenza di chi è davanti al video…segna 88.00, proprio mentre Beardsley si invola solo in contropiede…sembra la conclusione perfetta, la palla arriva a Aldridge che però incespica, si incarta e sciupa tutto…nell’azione è rimasto a terra a metà campo Richardson, valoroso centrocampista dell’Arsenal…i secondi scorrono mentre gli si prestano le cure…cono minuti interminabili, tutto sembra sospeso come in un fotogramma…Nick è pietrificato, mormora quasi fra se e sé ‘Buttarlo via così, incredibile…’

Io: ‘Hai ragione, se finisse così sarebbe davvero una beffa…per un gol, credo non sia mai successo…’
Lui, mentre i secondi passano e Richardson non accenna a rialzarsi: ‘Non è questione di un gol…anche dopo esserci fatti riprendere ad aprile, dopo la pausa per Hillsborough, abbiamo battuto il Norwich, era di nuovo tutto in mano nostra…poi quelle due maledette partite in casa…’
Io: ‘Derby e Wimbledon…hai ragione, un solo punto in quelle due gare è stata la fine…soprattutto il 2-2 con il Wimbledon…’
Lui: ‘Come si fa a farsi riprendere due volte, in casa, da una squadra che all’andata avevamo demolito? Winterburn aveva inventato un altro super-gol, Merson ci aveva riportato avanti dopo il pareggio di Cork…e poi, quell’esordiente, McGee, con quel tiro assurdo che non ripeterà mai più…’ conclude quasi disperato mentre Richardson finalmente si rialza.

La telecamera si sposta sui protagonisti.. Dalglish è tirato ma misurato, Graham continua ad urlare suggerimenti, come se fosse ancora tutto in ballo…Barnes incita i suoi, McMahon urla che manca un minuto, uno solo…l’orologio supera i 90.45, poi scompare…ormai solo sgoccioli, la palla torna verso la porta di Lukic, è proprio un contrasto di Richardson a recuperarla…il portiere allunga a Dixon, che lancia lungo su Alan Smith…per la millesima volta in stagione il bomber dei Gunners vince il contrasto, difende la palla e poi la tocca…un tocco magico, verso il centro, dove arriva Thomas…ancora lui, che aveva sbagliato l’occasionissima qualche minuto prima…il centrocampista dei Gunners cerca di superare Nicol, tocca male ma la palla incoccia lo stinco del difensore e gli torna davanti…ora Thomas è solo, in un attimo che sembra durare un secolo si invola verso Grobbelaar, aspetta la mossa del portiere e finalmente piazza il destro alle sue spalle, in fondo alla rete, per l’incredibile 2-0…a quel punto succede di tutto, le capriole ‘elettriche’ di Thomas mentre i compagni lo raggiungono le avremmo viste solo dopo, in quel momento è come essere in un’altra dimensione, senza tempo né gravità…saltiamo tutti, increduli ma come alleggeriti d’improvviso di tutto il peso di otto mesi di passione, fatica, illusione…la partita riprende, ma non c’è più tempo, l’arbitro fischia e lo spicchio di Anfield che ospita i tifosi Gunners esplode senza argini in una felicità irripetibile…dietro la porta di Lukic qualcuno dalla Kop si sente male, viene trasportato fuori a braccia…ma vincono anche loro, che dopo qualche istante di sbigottimento per un titolo perso all’ultimo minuto dell’ultima partita intonano il più bel ‘You’ll never walk alone’ mai sentito…

Il coronamento più toccante ad una giornata irripetibile, mentre le telecamere fissano per sempre la disperazione di Dalglish e dei suoi, Adams che va da Aldridge ad accarezzargli i capelli (avremmo scoperto dopo che era solo una presa in giro per contrappasso a quanto Aldridge aveva fatto con Steve Chettle del Forest dopo il suo autogol nella semifinale di FA Cup…), Graham che chiama i suoi a raccolta, e infine il capitano che alza la Coppa ad Anfield…e Nick? Lui tutto questo non l’ha visto, al fischio finale si è fiondato fuori in strada gridando a piena voce, alla ricerca di una bottiglia di spumante con cui festeggiare…o forse sono io che mi sono svegliato dal mio ‘sogno’, ritrovandomi solo nella mia casa a metabolizzare l’emozione di una serata di sport che nessuna fantasia avrebbe potuto partorire…anche se non ero ad Anfield, infatti, né a Londra a guardare la partita con Nick Hornby, questa partita non la dimenticherò tanto facilmente, anche perché nulla di quello che è seguito (calcisticamente) negli anni mi ha regalato brividi così forti.
di Giacomo Mallano, da "UK Football please"
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