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4 maggio 2026

[MISTER FOOTBALL] "DON ROBINSON e lo Scarborough." di Roberto Gotta

Personaggio al tempo stesso notissimo e sconosciuto: come sempre, dipende dai gradi di interesse, più ancora che competenza, perché non si può sapere tutto e neanche il 50% di tutto. Diciamo, riassumendo a fatica, che Robinson nel calcio è stato due volte presidente dello
Scarborough, club della sua città, tra i più antichi d’Inghilterra (1879), salito in Football League per la prima volta nel 1987 sotto la gestione di Neil Warnock, poi fallito nel 2007 e rinato, con gestione interamente affidata ai tifosi, con nome simile (Scarborough Athletic) subito dopo, e ora iscritto alla National League North, il sesto livello del calcio inglese.

Lo Scarborough di Robinson negli anni Settanta fece davvero la storia, seppur minore, del calcio inglese: arrivò due volte al terzo turno di FA Cup, nel 1973, 1976 e 1977 vinse a Wembley l’FA Trophy, ovvero la FA Cup per club dalla quinta serie in giù, partecipò due volte alla Coppa Anglo-Italiana per semiprofessionisti, 1976 e 1977, e in occasione della primissima partita di quella 1976, contro il Monza, in porta ci fu la presenza straordinaria di Gordon Banks, l’ex portiere della nazionale fermo dal 1972 per i postumi del tremendo incidente stradale che aveva fermato la sua carriera a grandi livelli. 
Nel 1976 lo Scarborough giocò anche l’Anglo-Italian Semiprofessional Cup, andata e ritorno con la vincitrice della Coppa Italia semiprofessionistica, il Lecce, che perse 1-0 in Inghilterra vincendo però 4-0 in casa. 

Robinson nel 1982 però lasciò la proprietà del club e scese di un’ottantina di chilometri lungo la costa nordorientale inglese, portando con sé l’allenatore Colin Appleton (che aveva portato sulle sue spalle per il giro d’onore dopo la vittoria dell’FA Trophy 1977, foto a lato) e prendendo in gestione lo Hull City, anzi salvandolo dalla chiusura: tempo tre anni e lo Hull passò dalla quarta alla seconda serie (l’attuale Championship). Uomo di contatti e intraprendenza, aveva fatto i soldi affittando trampolini elastici sulla spiaggia di Scarborough, era stato organizzatore di riunioni di wrestling (ed era persino salito sul ring come Dr.Death), co-organizzatore del concerto Live Aid, proprietario di zoo, promulgatore di radio private (e pirata) e tante altre cose, tra cui voli per portare centinaia di persone a Las Vegas per giocare nei casinò.

30 aprile 2026

CHELSEA. "BRIDGE OVER TROUBLED WATER" di Simone Galeotti


Donne, un affare di cuore. C’è chi afferma che ogni tanto gli zoccoli del cavallo di Re Carlo II riecheggiano solenni lungo King’s Road, la strada dell’elegante quartiere di Chelsea a cui lui ha dato il nome perché l’attraversava spedito per andare a raggiungere la sua amante in un rifugio segreto. Nel XVII secolo era solo una modesta strada di campagna con un piccolo villaggio di pescatori che nei secoli si è trasformato diventando il quartiere simbolo dell'aristocrazia londinese. Poco più di due chilometri che separano il massimo della raffinatezza, da lunghe teorie di case popolari. 
Per anni punto di riferimento di artisti, intellettuali e scrittori che trasformarono Chelsea in uno dei primi centri bohémienne europei. La lista dei residenti illustri è incredibilmente lunga e citare ogni singolo nome sarebbe follia, però senza dubbio vale la pena ricordare personaggi come Oscar Wilde, George e T.S. Eliot, Agatha Christie, Jonathan Swift e Mary Shelley. 

Qui, Mary Quant lanciò dal suo negozietto tutt'ora in loco la moda della minigonna. Qui, dove se volete iniziare una passeggiata vi conviene partire da Sloan Square e scivolare accompagnati in sincronica sequenza dalla cortina di palazzi in mattoni rossi e stucco bianco fra boutique, caffè, ristoranti e negozi di antiquariato. Alla fine, troverete il vecchio Bridge, che tanto vecchio non è più e nemmeno lo stesso di tanti anni fa. Oggi è uno stadio moderno, rivoluzionato, anche strutturalmente da quello degli anni Settanta territorio di caccia dei temibili “Headhunters” sgusciati fuori dal loro covo naturale di gradoni denominato “Shed”
Ovviamente non è nemmeno quello delle origini, quando rischiò addirittura di scomparire quando per poco l’impianto rischiò di finire alla Great Western Railway, la quale, necessitava di uno spazio per costruire un deposito da utilizzare come rimessa di carbone. 
Nel 1970, il Chelsea non aveva ancora vinto la FA Cup. Era diventato campione d’Inghilterra, è vero, sotto la guida di Ted Drake ma la coppa era sempre sfuggita come tre anni addietro, nel 1967 quando nella “Cockney Cup Final” il Tottenham si era imposto sui blues per 2-1. 
La finale del 1970 il Chelsea se l’era guadagnata proprio in casa degli Spurs, il 14 marzo, travolgendo per 5-1 il Watford con una doppietta di Peter Houseman, i centri di un purissimo “east enders" come David Webb, poi Peter Osgood e Ian Hutchinson. Quella era la squadra di Dave Sexton (nella foto sopra), il Chelsea di quel quasi commovente blu privo di strane marchette e orpelli vari recante solo il leone rampante del Conte di Cadogan, con le due stelline di contorno, il Chelsea dei primi "seventie's" da associare per mutualità e situazionismo a "Bridge over Troubled Water" di Simon & Garfunkel, il Chelsea fatto di capelli al vento, aria sbarazzina e qualche bagordo di troppo. 
Sexton nativo di Islington ed ex manager dell’Orient, figlio di un pugile e cresciuto secondo educazione gesuita era subentrato a Tommy Docherty all’inizio della stagione 1967/68 (dopo la breve parentesi di Ron Stuart) e si ritrovò fra le mani la patata bollente, vale a dire il George Best di Windsor, Peter Leslie Osgood: “The King of Stamford Bridge”. Un predestinato, visto che a 17 anni firmerà per la squadra giovanile del Chelsea e al suo debutto in Coppa di Lega, sarà subito decisivo realizzando una doppietta. Calciatore dalle basette inconfondibili, geniale e imprevedibile tanto in campo e nella vita quotidiana, quando per esempio pensò bene di fare scalpore infilandosi una t-shirt indossata all’epoca dalla star del cinema Raquel Welch con la scritta “I scored with Osgood”, a conferma che il buon vecchio “Wizard of Os” non ci sapeva fare solamente con il pallone.
Quello con il manager fu un rapporto complicato, ma è certo che non era l’unico problemino per Sexton che doveva tenere a bada anche gli amichetti di Ossie, gente come Alan Hudson e Charlie Cook, assoluti maestri del controllo della sfera, oltre a ragguardevoli scorribande notturne. Ma alla fine, bevute, donne e auto veloci non riuscirono a rovinare del tutto lo stile di gioco di quella squadra, talvolta indolente, anzi l'odore caprino in qualche modo aiuterà le manovre offensive. A difendere le “capienti” porte di Stamford Bridge, c’era Peter “The Cat” Bonetti, vent’anni al servizio alla causa con 729 presenze totali. Approdò ai blues nel 1958 dopo che la madre inviò una lettera alla dirigenza del club chiedendo di valutare attentamente le qualità del proprio figlio e di concedergli almeno una chance. Di lui disse una volta Pelè: “I tre migliori portieri che abbia mai visto sono Gordon Banks, Lev Yaschin e Peter Bonetti”
Davanti la spina dorsale, formata dal difensore Ron "Chopper" Harris, uno rimasto sempre all'altezza del suo nome negli interventi con in mezzo al campo Terry Venebles e John Hollins a creare geometrie offensive per quelli là davanti. Ci sarebbe da aggiungere che l’avversario di quel Chelsea nella finale di FA Cup di quella stagione era il Leeds United di Don Revie, altro gruppo di raccomandabili elementi da Cayenna che in semifinale avevano avuto bisogno di tre partite per avere la meglio sul Manchester United. Per pura nota di cronaca nessuno dei due club aveva mai vinto il trofeo, il cui atto conclusivo a causa del mondiale messicano alle porte, la federazione decise di giocarlo in largo anticipo rispetto alle date classiche fissando l’appuntamento per l’11 aprile. Fatto sta che il dolce manto erboso sotto le due torri si presentò in pessime condizioni a causa della presenza fino a qualche giorno prima della Horse of the Year Show - noto anche come HOYS ossia la manifestazione culmine degli eventi equestri britannici che aveva reso il terreno una distesa sabbiosa, non certo usuale per l’evento più atteso della stagione calcistica inglese. "Jack" Charlton portò in vantaggio il Leeds con un colpo di testa, sul quale McCradie e Harris non riuscirono a intervenire sorpresi dal mancato rimbalzo della palla. Il pari del Chelsea avvenne in maniera altrettanto strampalata, allorché un tiro da fuori aerea di Houseman non venne trattenuto dal portiere Gary Sprake che si lasciò sfuggire la sfera per l’1-1. Finale incandescente con gli Yorkshiremen in vantaggio a sei dal termine grazie a Mick Jones, e definitivo pareggio di Hutchinson due minuti dopo. 
Un Wembley così disastrato non si era mai visto. Giocare la ripetizione poteva veramente creare grossi problemi, e così per la prima volta dal 1923 si decise che la finale di FA Cup si sarebbe dovuta disputare in uno stadio diverso. La scelta ricadde sull’Old Trafford di Manchester. E furono 26,49 i milioni di spettatori seduti davanti alla televisione il 29 aprile 1970 per assistere al replay tra Chelsea e Leeds, un risultato che ha fatto entrare l’evento nella top ten dei programmi più seguiti nella storia della BBC, dietro solamente alla finale di coppa del mondo del 1966. Ad arbitrare l’incontro, il quarantasettenne Eric Jennings da Stourbridge che anni dopo dichiarò che, se quella partita si fosse giocata in tempi più moderni non sarebbero bastati sei cartellini rossi e venti gialli per arginare "l'animus pugnandi" profuso dalle due formazioni. Di quell’incontro al di là delle scintille in campo, del calcione di Ron Harris all’ ala scozzese Eddie Gray, di un rapido scambio di pugni fra Norman Hunter e Ian Hutchinson, si ricorda la serata buia di Manchester e le calze gialle che il Chelsea decise di indossare in quell’occasione. Il club decise infatti di giocare la replica con i calzettoni gialli della divisa da trasferta. E, dato il prestigio dell'occasione, si decise anche che, per completare il look che sarebbe stato visto da milioni di spettatori televisivi in ​​diretta, i giocatori avrebbero indossato anche maglie con lo stemma giallo del club e pantaloncini con una striscia sempre gialla completata dai relativi numeri. Non è noto se l'ispirazione per queste modifiche relativamente piccole ma di grande importanza alla divisa del Chelsea sia venuta dall'interno del club o dal produttore di divise Umbro. Tuttavia, senz'altro è stata una scelta ispirata ed il risultato fu una delle divise più iconiche che la squadra abbia mai indossato.

Oh, attenzione i bianchi di Leeds andarono in vantaggio per primi con Mick Jones nel primo tempo ma a poco meno di dieci dal termine un cross di Cooke imbeccò la testa di Osgood che in tuffo pareggiò il risultato della gara. Tempi supplementari, quindi, dove spunterà il personaggio che non ti aspetti, quel David Webb che talvolta appariva per caratteristiche caratteriali elemento fuori luogo nello spogliatoio dei blues. A innescarlo una rimessa laterale di Hutchinson al minuto 104 che la “giraffa” John (Jack) Charlton prolungò maldestramente anticipando l’uscita di David Harvey con la palla che colpita in qualche maniera dall’accorrente Webb finirà in rete regalando così la prima coppa d’Inghilterra al Chelsea, alzata al cielo da capitan Harris nella gremitissima tribuna del Trafford. Mi fermo qui tuttavia a dirla tutta l’anno seguente la squadra di Dave Sexton conquisterà anche l’alloro europeo vincendo la Coppa delle Coppe ad Atene contro il Real Madrid che sicuramente non era più quello di Alfredo De Stefano e del Colonello Puskas in ogni caso restava pur sempre la squadra più importante del continente. Anche in quell’occasione ci vollero due partite, anche in quell’occasione gli avversari in campo erano in bianco, anche in quell’occasione segnerà Peter Osgood. Ma quella non era certo una novità...
Blue is the colour.

14 aprile 2026

"LONDON CALLING. La controcultura a Londra dal '45 a oggi" di Barry Miles (Editore EDT), 2012


La Londra di Barry Miles è quella della cultura underground che nasce fra le macerie della Seconda guerra mondiale ed esplode nel corso degli anni Sessanta e Settanta, concentrandosi sul West End e su Soho, le zone in cui era confluita un'eterogenea popolazione di personaggi creativi e fuori dalle righe, intolleranti nei confronti delle costrizioni della cultura e del costume ufficiale: scrittori, poeti, registi, musicisti, artisti, pubblicitari, architetti, stilisti, e una miriade di più anonimi personaggi decisi a fare della propria vita un'arte. È la storia di una rivoluzione culturale determinata a ottenere una "totale confusione dei sensi", che si sviluppa fra le vie di una metropoli artisticamente onnivora, fatta di locali, librerie, club, pub, teatri, piazze, vicoli, scantinati, case occupate o case borghesi. Una storia di sconvolgente energia vitale e al tempo stesso autodistruttiva, raccontata sul filo di quell'ironia che solo un testimone diretto può comunicare. 
Mettere in fila i nomi che si incontrano fra queste pagine fa tremare l'idea stessa di 'controcultura', poiché vi si ritrova molta della creatività che animerà per ibridazione la cultura ufficiale del Novecento: Dylan Thomas, Francis Bacon, i Situazionisti, il cool jazz, il rock 'n' roll, Mary Quant, Kingsley Amis, J.G. Ballard, i Rolling Stones, i Beatles, William Burroughs, Jimi Hendrix, i Pink Floyd, Allen Ginsberg, Pete Townshend, Yoko Ono, Derek Jarman e moltissimi altri.

2 aprile 2026

"L'AVVENTURA DI ELTON JOHN AL WATFORD" di Luca Manes

Uno squadra mediocre, uno stadio decrepito, solo tre impiegati full time che si dovevano occupare dei compiti più disparati, dall'ufficio stampa alla cura del terreno di gioco, passando per le incombenze amministrative e il calcolo dei salari dei calciatori.


Questa era la realtà del Watford a metà degli anni Settanta, quando a tirar fuori gli Hornets dall'aurea mediocritas della Quarta Divisione si presentò mister Reg Dwight. Forse vi sarà più familiare il suo nome d'arte: Elton John.
Si narra che per trovare un manager di buon livello il buon Reg chiese consiglio a Don Revie. “Prendi Graham Taylor, ha fatto miracoli con il Lincoln”. La risposta del grande fautore dei successi del Leeds United di quell'epoca.
Anche Elton John si era accorto che con gli Imps Taylor aveva svolto un lavoro eccellente: nel 1975-76 avevano dato una bella ripassata al suo Watford: 1-3 in casa e 1-5 in trasferta.
“Entro 10 anni voglio che questo club giochi in Europa”, la richiesta di Elton John al suo manager. Per far ciò servivano considerevoli migliorie al vetusto Vicarage Road. Per prima cosa si eliminò la pista per le corse dei levrieri. Così facendo si permise ai tifosi di essere fisicamente più vicini alla squadra, che ne aveva bisogno. Ma il rapporto con l'intera comunità del gradevole sobborgo di Londra fu rafforzato “invitando” i giocatori a partecipare alle varie attività che il club promosse a Watford.

Taylor diede al team un'impronta molto offensiva e, anche grazie ai consistenti assegni staccati da Elton John, arrivarono due promozioni consecutive nel 1978 nel 1979. Uno splendido bis a cui si aggiunse una semifinale in Coppa di Lega persa contro il Nottingham Forest, poi laureatosi campione d'Europa.
Nel 1978-79 la coppia composta da Ross Jenkins e da un giovane Luther Blissett (sì, proprio lui...) mise a segno ben 65 goal tra coppe e campionato, roba da leccarsi i baffi. Dopo un paio di stagioni di consolidamento in Seconda Divisione, ecco l'ennesimo salto di qualità, con lo storico primo approdo in First Division. Gli investimenti nel settore giovanile stavano dando i loro frutti. Sulle ali c'erano due giocatori di grande qualità come Nigel Callaghan e John Barnes, arrivato dal Sudbury Court e promosso rapidamente dalla squadra riserve. Nel magico 1981-82 della promozione nella massima serie, il Watford esordì allo Stamford Bridge. Barnes, appena diciassettenne, si beccò gli odiosi “versi della scimmia” per 90 minuti. Non si scompose, trafiggendo la difesa dei Blues e contribuendo in maniera decisiva al 3-1 finale. Era l'inizio di nove mesi che entreranno per sempre nei cuori dei supporter giallo-rosso-neri. La notizia della conquista di un posto in First Division raggiunse Elton John in Norvegia, dove si trovava per un concerto. Successivamente chiamò tutti i giocatori, per complimentarsi con loro. Il sogno si stava avverando.
L'ascesa degli Hornets sembrava veramente inarrestabile.

Nel 1982-83 la matricola terribile si arrese solo al grande Liverpool. Secondi davanti al Manchester United e al Tottenham. Ma soprattutto, prima, fantastica qualificazione alle coppe europee, quattro anni in anticipo rispetto alla tabella di marcia fissata all'arrivo di Taylor. Ciliegina sulla torta, Luther Blissett capocannoniere con 27 reti. Un risultato che gli fruttò il passaggio al Milan, dove sappiamo tutti come andò a finire (male).
Nel 1983-84 le Hornets sfiorarono la FA Cup. Dopo una cavalcata trionfale, nell'atto conclusivo dovettero ammainare bandiera bianca al cospetto dell'Everton. Elton John era in tribuna a trepidare per i suoi giocatori e a fine partita pianse lacrime amare, quasi sapesse che la bella favola del Watford era terminata senza il tanto atteso lieto fine. Il 1987 fu l'anno degli addii: Taylor si trasferì al Villa Park, Barnes al Liverpool, Elton John vendette la società (poi ricomprata nel 1997, prima di un ulteriore passo indietro dal ruolo di presidente nel 2002).
Ora il celebre cantante si fa vedere di rado dalle parti del Vicarage Road, ma siamo abbastanza certi che, qualora Gianfranco Zola riuscirà a riportare le Hornets in Premier, sarà il primo a festeggiare, casomai ricordando con un sorriso quando si presentava agli allenamenti della squadra agghindato in maniera improbabile e Taylor lo cacciava via. “Questa è una squadra di calcio, qui ci sono degli standard da mantenere, un dress code da rispettare”, tuonava il futuro manager dei Tre Leoni.
E guai a contraddirlo!
di Luca Manes

2 marzo 2026

"MAESTRI DI CALCIO. BRIAN CLOUGH" di Christian Giordano

«I wouldn’t say I was the best manager in the business. But I was in the top one.» – Brian Clough

OBE. Officer of the British Empire, ufficiale (dell’Ordine) dell’Impero Britannico (quartultima fra le cinque classi dell’onorificenza istituita da re Giorgio V nel 1917), per i suoi fan più accaniti; Old Big ’Ead, vecchio testone, per i suoi – altrettanto irriducibili – detrattori.
Comunque si voglia interpretare, la sigla identifica un manager che ha scritto la storia del calcio (non solo) britannico degli anni Settanta-Ottanta. E l’ha fatto in realtà pressoché amatoriali che, dopo il suo trionfale passaggio, sono ripiombate nell’anonimato.
Mai avute mezze misure: adorato o detestato come capita a chiunque provi (e magari riesca) ad affrancarsi dalla mediocrità. Anche se mediocre, Cloughie, nelle sue molteplici reincarnazioni, non lo è stato mai. Fenomenale goleador a cavallo fra gli anni Cinquanta-Sessanta con Middlesbrough e Sunderland (251 reti in 274 partite di massima divisione), in campo è stato fra i pochi ex campioni diventati poi grandi allenatori; e fuori, nella pionieristica e ingessata tv dell’epoca, un José Mourinho con quarant’anni di anticipo sull’originale. Il primo Special One. Anche lui con il suo Pep, il nemico fierissimo Don Revie.

Quinto degli otto figli (in realtà sesto di nove, la primogenita Elizabeth morì a 4 anni di sepsi, nda) di Joseph e Sara, Brian Howard Clough nasce a Valley Road (Middlesbrough), Inghilterra, il 21 marzo 1935. Lasciata presto la scuola, trova un impiego alla ICI (Imperial Chemicals Industries, la maggiore azienda chimica britannica, nda) e gioca centravanti in club di non league, il Billingham Synthonia e il Great Broughton.
Nel novembre del 1951 entra nei Ragazzi del Middlesbrough, la squadra per cui tifava da bambino, sulle gradinate di Ayresome Park, sognando di emulare le gesta di Wilf Mannion e di George Hardwick. Il primo contratto professionistico lo firma nel maggio 1952, poi parte per la leva, nel National Service. Il debutto fra i titolari (fortissimi) arriva solo il 17 settembre 1955, in casa con il Barnsley, in seguito alla serie d’infortuni che hanno falcidiato l’attacco. Una volta in prima squadra non ne esce più e, superata la concorrenza di Charlie Wayman e Lindy Delapenha, è capocannoniere per tre stagioni consecutive senza però riuscire a portare il Boro in Second Division.

Già allora il lato polemico della sua natura comincia a emergere, perché il club non vuole cederlo nonostante il gran numero di acquirenti e la volontà di andarsene del giocatore, invero espressa sin troppe volte (la prima dopo nove partite).
Nel novembre 1959 la maggior parte della squadra (il portiere Peter Taylor escluso) firma una petizione affinché a Clough, sempre più arrogante e presuntuoso, siano tolti i gradi di capitano. Si scoprirà poi che al ragazzo non andava giù che i compagni scommettessero illegalmente contro la propria squadra, e incassando volutamente quei gol che, una stagione dopo l’altra, erano costati al club la promozione. O perlomeno la chance di giocarsela fino in fondo. Finalmente, nel luglio 1961, dopo aver segnato 204 gol in 222 partite fra campionato (197 in 213 gare) e coppa, può andarsene. E lui che ti combina? Passa agli odiati cugini, il Sunderland, per 42.000 sterline.

Nel Wearside diventa subito una leggenda segnando 63 volte in 74 partite (46 in 61 di campionato) in neanche una stagione e mezza. L’incredibile media realizzativa (quaranta gol a stagione per quattro annate consecutive dal 1956-57, e cinquina nel 9-0 al Brighton) non basta però a convincere appieno il Ct inglese Walter Winterbottom, che gli concede appena due chance, entrambe nel 1959: con il Galles (1-1) al Ninian Park di Cardiff e con la Svezia (2-3) a Wembley. Il sogno di una carriera da predestinato gli si spezza nel 1962 insieme con il ginocchio destro nel Boxing Day, come oltremanica chiamano il giorno di Santo Stefano, nello scontro in area con il portiere del Bury, Chris Harker. Il sordo rumore dell’impatto ammutolisce il Roker Park. Brian non tornerà in campo per il resto della stagione (e il Sunderland fallirà la promozione) né in quella successiva, quando l’approdo in First Division diventa finalmente realtà. Da neopromosso, il Sunderland parte malissimo. Il manager Alan Brown, passato allo Sheffield Wednesday in estate, non era stato rimpiazzato. I tifosi sono in fermento, così Clough si rimette le scarpette in tre occasioni. Pur clinicamente guarito, non è però più il giocatore che in 296 partite era andato a segno 267 volte. Torna anche al gol, al Roker Park il 5 settembre 1964, un colpo di testa ravvicinato nel 3-3 con il Leeds United di (eh sì) Don Revie, ma è ormai l’ombra dell’attaccante di un tempo e sia lui sia il Sunderland devono arrendersi: a 29 anni Clough è – alla lettera – un calciatore finito.

Chiusa la carriera agonistica, entra nello staff tecnico dei Black Cats come allenatore della squadra giovanile e centra subito la finale della FA Youth Cup, la Coppa d’Inghilterra di categoria. Pochi mesi dopo, nell’ottobre 1965, diventa il più giovane manager (trent’anni) della Football League accettando la panchina dell’Hartlepool United, in quarta divisione, che guiderà assieme all’amico Peter Taylor, suo compagno ai tempi del Boro. Quello che nel novembre 1959 la lettera non l’aveva firmata, e che adesso, per raggiungerlo, lascia il Burton Albion. Comincia lì un sodalizio tecnico che segnerà vent’anni di football albionico ed europeo. E che porterà, ma altrove, successi inimmaginabili. I due setacciano i pub della città per raccogliere fondi per il club.
Il 21 maggio 1966 fanno esordire un 16-enne, John McGovern, che poi seguirà Clough ovunque. In maggio però la strana coppia Brian & Peter lascia (per il Derby County) il club del Victoria Park dopo aver portato la squadra dal diciottesimo all’ottavo posto e prima di vedere coronato il loro lavoro: la promozione, infatti, i Pools la centreranno nella stagione successiva, la 1967-68, con in panchina Angus “Gus” McLean. Grazie anche ai loro acquisti in difesa – Dave Mackay e Roy McFarland – la sin lì non ancora premiata ditta Clough & Taylor si rifà vincendo con i Rams la Division Two 1968-69; e tre stagioni più tardi, dopo il sorprendente quarto posto del primo anno, addirittura la Division One. Come non bastasse, l’anno successivo arrivano il settimo posto in campionato e la semifinale di Coppa dei Campioni persa contro la Juventus (3-1 al Comunale, 0-0 al Pride Park), poi finalista battuta a Belgrado dall’Ajax (gol di Johnny Rep). La favola però finisce lì perché, nell’ottobre 1973, dopo una serie di contrasti (eufemismo) con il presidente Sam Longson, la adesso sì premiata ditta saluta il club del Baseball Ground.

A Derby quasi scoppia la rivoluzione. I giocatori minacciano lo sciopero, ma è tutto inutile: il dinamico duo non tornerà. Neanche un mese ed eccolo ridiscendere in Third Division, al Brighton & Hove Albion, che termina il torneo al 19° posto. La stagione seguente il sodalizio si separa. Clough va – udite udite – addirittura al Leeds United per rimpiazzare Don Revie, appena nominato Ct della nazionale inglese. Taylor resta al BHA.
Cloughie al club dell’Elland Road dura 44 giorni, quelli de Il Maledetto United di David Peace diventato letteratura da film per Tom Hooper. Se ne va sbattendo la porta per l’eccessivo potere che i giocatori (specie i veterani, in testa il capitano Bremner, fedelissimo di Revie) esercitano sulla società. Dopo quattro mesi senza calcio, e una buonuscita di 100 mila sterline, l’8 gennaio 1975 Clough torna nelle Midlands: con un lungo lavoro ai fianchi, il presidente del club, Stuart Dryden, lo convince ad allenare il Nottingham Forest.

Nel luglio 1976 la strana coppia Clough-Taylor si ricompone e il terzo posto dei Reds, che schierano giovani di qualità come Peter Withe in attacco e Larry Lloyd al centro della difesa, vale la promozione in First Division. L’anno successivo il neopromosso Forest vince il campionato e la Coppa di Lega (0-0 dopo i tempi supplementari con il Liverpool a Wembley, rigore di Robertson nel replay all’Old Trafford).

Fra il 1979 e il 1980, l’apoteosi: due Coppe dei Campioni consecutive.

La prima a Monaco, 1-0 al Malmö (guidato dall’inglese Bob Houghton) con zuccata del centravanti Trevor Francis, futuro sampdoriano e primo giocatore inglese acquistato per un milione di sterline (inutile lo stratagemma antipressioni cloughiano di firmarlo a 999.999, comunque poi salite a 1,1 milioni, considerando le tasse). La seconda a Madrid, punteggio minimo sull’Amburgo con invenzione della funambolica ala sinistra ribelle John Robertson che, incurante degli urlacci di Clough e Taylor di rientrare, taglia verso il centro, scambia con Birtles e in diagonale buca Kargus sul palo più lontano. Due brutte finali (in quella del “Bernabéu” l’assenza dell’infortunato Francis si aggiunse agli acciacchi di Horst Hrubesch, entrato al 46’, e alla giornata-no della star Kevin Keegan) chiudono un’impresa unica. Mai una matricola, che sino a un paio d’anni prima era ancora in cadetteria, aveva conquistato due volte il trofeo in altrettante partecipazioni. Sarà la più grande sorpresa nella storia del calcio britannico, e forse europeo, fino alla storica Premier League 2016 vinta dal Leicester City allenato da Claudio Ranieri. In campionato il Forest deve invece accontentarsi della seconda piazza dietro altri reds, l’imprendibile Liverpool di Clemence, Neal, Kennedy, Dalglish, Case e Hansen: 30 vittorie, 4 sconfitte, 85 gol fatti e 16 subiti. Eppure in Coppa dei Campioni i detentori erano riusciti a eliminarlo: 2-0 al City Ground, 0-0 all’Anfield. Nel magico 1979 arrivano pure la seconda Coppa di Lega (a Wembley, 3-2 con doppietta di Gary Birtles al Southampton) e la Supercoppa Europea (1-0 al Barcellona in casa, 1-1 fuori; nel 1980 il trofeo continentale va invece al Valencia: 2-1 al City Ground, 0-1 al Mestalla). L’Intercontinentale no. Perché, dopo la rinuncia pro-Malmö nel 1979, nel 1980 (ma si giocò l’11 febbraio 1981) il Forest cede a Tokyo contro il Nacional Montevideo per un gol della futura meteora cagliaritana Waldemar Barreto Victorino. Di lì a due anni la rosa, fra trasferimenti e ritiri, è smantellata. Ingaggi onerosi quali il 19-enne Justin Fashanu (primo calciatore nero costato quanto Francis, e senza lo stratagmma della sterlina in meno), Ian Wallace e Peter Ward non producono i risultati attesi, e il Forest va a fondo. In classifica e nel mare di debiti.

Taylor si ritira nel 1982 per motivi di salute (e forse per i mancati risultati a fronte dei grandi nomi arrivati), ma un anno più tardi diventa manager del Derby County e si porta dietro, sembra all’insaputa di Clough, l’ultima stella del Forest, John Robertson. I due vecchi amici, uno dei più riusciti binomi nella storia del calcio tout court, non si parleranno più. Anche se Brian sarà presente al funerale di Peter, deceduto a Mallorca il 4 ottobre 1990.
Dopo il terzo posto in First Division e la semifinale UEFA del 1984 (2-0 casalingo all’Anderlecht, 3-0 al ritorno con un assurdo rigore concesso dallo spagnolo, e forse non integerrimo, Guruceto Muro e gol decisivo di Erwin Vandenbergh all’88’), il Forest raccoglie due vittorie in quattro finali di Coppa di Lega e due Full-Members Cup. Non realizza però il sogno di Clough, la FA Cup, sfiorata nel 1991 perdendo 1-2 la finale contro il Tottenham Hotspur. La stagione 1992-93 si chiude in disarmo. Il 22° posto significa retrocessione e Clough, che a quattro turni dalla fine si era dimesso perché un membro del CDA, Chris Wooton, ne aveva rivelato l’alcolismo nell’edizione domenicale di un quotidiano nazionale, dice stop.

L’ultima gara al City Ground, contro lo Sheffield United, termina con Brian portato in trionfo da migliaia di tifosi “retrocessi” eppure adoranti. Sposato con Barbara, tre figli (Nigel, anch’egli buon centravanti ma poi solo discreto allenatore, Simon ed Elizabeth detta Libby), nei suoi ultimi anni Clough si è goduto i nipoti e il giardino, è stato columnist del mensile Four Four Two e ha evitato, per quanto gli fosse possibile, gli eccessi.

Il 20 gennaio 2003 un trapianto di fegato durato dieci ore gli aveva salvato la vita, che altrimenti si sarebbe interrotta entro un paio di mesi. In carriera gli è mancata soltanto l’agognata panchina dell’Inghilterra, incarico che solo l’indole rissosa, la carenza d’istruzione e l’essere politicamente scorretto (vergognoso il suo mobbing, per non dire bullying, sul compianto Justin Fashanu, primo gay dichiarato del calcio inglese) gli hanno negato. Mai noto come grande stratega (l’italo-svizzero Raimondo Ponte rivelò poi che al Forest le partite nemmeno si preparavano) o fine psicologo, Clough è stato soprattutto un eccezionale motivatore. Ma per quanto compiuto a Nottingham e a Derby, comuni di cui è diventato cittadino onorario, al Vecchio Testone si perdonava tutto. Comprese le accuse (mai provate) di fare la cresta in campagna acquisti.
Più difficile dimenticare la mancata riconciliazione con l’amico di sempre. Quella no. Quella, OBE non se l’è mai perdonata.
di Christian Giordano, da https://sportspoetssociety.blogspot.com

26 febbraio 2026

"1977. ACCADDE IN INGHILTERRA" di Christian Cesarini

La First Division venne vinta dal Liverpool di Bob Paisley, che si aggiudicò il titolo con appena un punto di vantaggio (57) sul Manchester City (56). Reds capaci di trionfare anche in Coppa dei Campioni, nella finale vinta all'Olimpico di Roma sui tedeschi del Borussia Moenchengladbach. Ultimo posto per gli Spurs, capaci di perdere 21 delle 42 gare di campionato. Grandi polemiche durante l'ultima giornata di campionato quando Coventry City e Bristol City, venute a conoscenza dello svantaggio del Sunderland al Goodison Park, accomodarono il gioco sul risultato di 2 a 2 con il pareggio utile alla salvezza di entrambi i club. Al fischio finale Coventry e Bristol rimasero in First Division, il Sunderland retrocesse insieme allo Stoke City e al Tottenham.



Marcatori: Andy Gray (Aston Villa) e Malcolm MacDonald (Arsenal), entrambi con 24 reti. In Second Division vennero promossi Wolverhampton Wanderers, Chelsea e il Nottingham Forest di Brian Clough. Scesero in Third Division Carlisle United, Plymouth Argyle e Hereford United, con quest'ultimi che diventarono il primo club assoluto a giungere ultimo in Second Division dopo aver vinto la Third Division l'anno precedente. Promozione in Second Division per Mansfield Town, Brighton & Hove Albion e il Crystal Palace guidato da Terry Venables alla sua prima stagione da manager. Reading, Northampton Town, Grimsby Town e York City scesero in Fourth Division, sostituiti in Third Division da Cambridge United, Exeter City, Colchester United e Bradford City. Il 21 maggio, davanti a centomila fans, si giocò un'emozionante finale di Fa Cup; a trionfare fu il Manchester United sul Liverpool per 2 a 1, risultato che infranse il sogno dei Reds di Paisley di realizzare uno storico e clamoroso “treble”. La League Cup venne invece sollevata dall'Aston Villa che superò l'Everton per 3 a 2 al secondo replay, mentre il British Home Championship, il tradizionale torneo delle nazionali britanniche, vide l'affermazione della Scozia con 5 punti.

Riconoscimenti: Andy Gray dell'Aston Villa venne nominato miglior giovane e miglior giocatore dell'anno dalla PFA (Professional Footballer Association), mentre la FWA (Football Writers Association) elesse come best player Emlyn Hughes, capitano del Liverpool.

Curiosità: la stagione 1976/77 fu la prima in cui vennero usati ufficialmente i cartellini gialli e rossi per le sanzioni disciplinari. Fu inoltre introdotta una nuova competizione: la Debenhams Cup. A disputarla, secondo il regolamento stabilito dalla Football League, i due clubs non appartenenti alle prime due divisioni della piramide calcistica inglese, capaci di superare il maggior numero di turni in Fa Cup. Chester e Port Vale raggiunsero entrambi il quinto turno della coppa prima di esser eliminate rispettivamente da Wolverhampton ed Aston Villa. La finale della Debenhams Cup fu giocata in doppia partita: l'andata finì 2 a 0 per il Port Vale ma nel ritorno giocato al Sealand Road il Chester s'impose con una gara memorabile per 4 a 1 aggiudicandosi il trofeo. Il manager scozzese Tommy Docherty vinse l'Fa Cup con il Manchester United, primo trofeo conquistato dai red devils dopo l'era Busby. Dopo la finale (precisamente il 4 luglio) venne licenziato quando confessò in un'intervista la relazione amorosa con la moglie del fisioterapista del club. Kevin Keegan fu ceduto per 500.000£ all'Amburgo e con i soldi della cessione il Liverpool acquistò dal Celtic il promettente Kenny Dalglish pagandolo 440.000£, cifra record all'epoca che in Inghilterra fece scalpore. Molto risalto mediatico ebbe anche l'acquisto del Watford FC da parte di Elton John, famosa pop-star inglese. Durante la prima conferenza stampa il cantante dichiarò di aver realizzato un vero e proprio sogno in quanto tifoso del Watford sin da bambino. Il 20 marzo 1977 morì in un incidente stradale Peter Houseman, ala del Chelsea dal 1963 al 1975. Nel terribile schianto sulla A40 nei pressi di Oxford persero la vita anche la moglie del giocatore Sally e due loro amici, Allan e Janice Gillham. In quella stagione “Nobby” Houseman, all'epoca 31enne, giocava per l'Oxford United ma dopo l'incidente fu organizzata una gara amichevole tra giocatori del Chelsea 1970 (squadra con il quale Houseman vinse l'Fa Cup) e il Chelsea 1977. Al testimonial match parteciparono 17mila persone e l'intero incasso della gara fu devoluto ai figli delle vittime, tre dei quali erano figli dello sfortunato Houseman.

Varie: Nel 1977 il primo ministro era il laburista James Callaghan.

Sgt.Pepper's Lonely Hearts Club Band dei Beatles venne eletto miglior album e Bohemian Rhapsody dei Queen fu uno dei singoli di maggior successo.

Il 7/07/77 fu proiettata a Londra la premiere del film 007 La spia che mi amava; il GP di Formula 1 di Silverstone venne vinto dall'inglese James Hunt su McLaren; a Wimbledon trionfò lo svedese Bjorn Borg, che sconfisse l'americano Jimmy Connors al quinto set. Il 25 dicembre si spense in Svizzera il grande attore londinese Charlie Chaplin.
di Christian Cesarini

16 febbraio 2026

RONNIE LAWSON. "The Burscough Roar” di Gianluca Ottone

Nationwide era un programma televisivo della BBC che andò in onda tra il 1969 ed il 1983.

Programma di intrattenimento leggero si direbbe oggi, veniva trasmesso nel tardo pomeriggio, orario che per molte case inglesi corrispondeva con l’ora della cena, tipicamente piuttosto anticipata rispetto alle latitudini latine. Nationwide offriva servizi legati a notizie regionali, sport, un panorama di informazione nazionale, storie eccentriche. Proprio queste ultime incontravano molto favore tra i telespettatori e sovente regalavano un quarto d’ora di gloria al personaggio o all’evento di turno. E così fu per una puntata dell’ottobre 1975 quando la squadra esterna della BBC1 si recò nel Lancashire, ad  Ashton Under Lyne, praticamente periferia nord est di Manchester presso Hurst Cross, lo storico stadio dell’Ashton United Football Club ai tempi partecipante alla Cheshire League, campionato “non-league” che coinvolgeva squadre del Cheshire e del Lancashire. E’ giusto ricordare che Hurst Cross è dal 1884 casa dei biancorossi e risulta essere uno degli impianti più vecchi al mondo ad avere ospitato ininterrottamente le gesta della squadra locale. Ma l’obiettivo dell’inviato e della sua crew non era nessuno che avesse relazione con la squadra di casa ma bensì un tifoso ospite del Burscough Football Club, tale Ronnie Lawson

Lawson, al tempo 46 anni, anche se ne dimostra almeno una dozzina in più, di professione camionista, alto, struttura fisica possente con ventre da consumatore di pinte che ingurgita in pochi secondi, pressione sanguigna alta,  è salito alle cronache perché, nonostante si sia ad inizio stagione, ha già ricevuto due “banning orders” da altrettanti club ovvero dal Barrow e dal Lancaster City per i quali risulta essere ospite indesiderato.

Quindi un violento? Un tifoso aggressivo? Ha causato incidenti?

No, nulla di tutto ciò, Lawson è semplicemente conosciuto nel Lancashire e dintorni per essere un super tifoso del suo local club che segue in casa ed in trasferta ma grazie ad un fiato infinito, ad una voce baritonale ed una costanza invidiabile urla per 90 minuti incitamenti per i suoi colori ma soprattutto perseguita arbitro e guardalinee, oltre a mettere pressione agli avversari pur senza mai offendere o insultare. Tutto ciò gli ha conferito il soprannome di “the Burscough Roar, “ il ruggito di Burscough. Il giornalista della BBC1 lo attende all’ingresso di Hurst Cross il delizioso stadio dell’Ashton United dove il Burscough disputerà l’incontro di campionato. Arriva alla testa del gruppo di tifosi ospiti, un mix di giovani e meno giovani, alcuni con le sciarpe biancoverdi i colori del club della cittadina posta grosso modo a metà strada tra Liverpool e Preston. Lawson svetta fisicamente sui suoi compagni di trasferta, indossa un classico sheepskin coat, un cardigan, camicia e la cravatta ufficiale del suo club. Una volta all’interno dello stadio si posiziona nell’enclosure sotto al main stand, posti in piedi e da qui inizia a urlare, senza un attimo di pausa, incitamenti ai suoi beniamini caricandoli con continui inviti a non mollare, a stare addosso agli avversari, a calciare in porta, a sminuire le azioni della squadra di casa, rimproverando l’arbitro, beccando il guardalinee…

Tra i fans di casa reazioni contrapposte, chi sogghigna, chi gli urla senza mezzi termini “shut up!!!”, in particolare una anziana tifosa che lo rimprovera diverse volte. Ma lui non molla un attimo e per il secondo tempo guida i suoi compagni di tifo a posizionarsi dietro la porta difesa dal portiere di casa, uno zelante poliziotto lo segue e si sistema dietro a lui, non si sa mai, magari qualche esasperato fan dell’Ashton potrebbe perdere la pazienza e da qui nascere qualche problema di ordine pubblico. Sarà la presenza di Lawson, sarà che il Burscough gioca meglio ma proprio sotto gli occhi dei fans in trasferta i bianco verdi ospiti segnano il goal della vittoria scatenando ulteriori urla, di gioia in questo caso, del nostro Ronnie. Terminato il match, Lawson viene ammesso negli spogliatoi per congratularsi con la squadra che si trova già immersa nella vasca per il bagno, il tradizionalissimo “communal bath” che fino agli anni 80 ed oltre era il rito che si praticava nei più piccoli e vetusti spogliatoi della Non League come a Wembley dopo una finale di F.A. Cup…

Immediatamente dopo la crew della BBC1 lo segue nel pub dove i tifosi del Burscough celebrano la vittoria esterna e qui Lawson dà piena dimostrazione della sua abilità nel tracannare una pinta in una manciata di secondi. Tutta la settimana Lawson viaggia su e giù per l’Inghilterra con il suo camion, ma il pensiero costante è rivolto al sabato quando potrà recarsi a Victoria Park o in trasferta per non perdersi nemmeno una partita dei suoi idoli. Ronnie Lawson se ne andrà nel 2012 ad 84 anni, notevole come abbia potuto vivere così a lungo nonostante un fisico e una patologia che potevano tranquillamente causare problemi di cuore oltre ad un’attività estremamente sedentaria, il consumo di pinte e suppongo una dieta non propriamente bilanciata. Se un giorno doveste passare per Burscough o assistere ad una partita dei bianco verdi chiedete in giro se qualcuno conosceva Ronnie Lawson e chiunque vi risponderà affermativamente.

Sotto il video https://www.youtube.com/watch?v=frUqq4Q8gsg

13 gennaio 2026

"LA TRAVERSA SPEZZATA" di Antonello Cattani (Urbone), 2020

Le ballate non sono solo una espressione romantica, ma rappresentano la memoria tenace della storia di una Nazione.
Questa ballata celebra quello che accadde a Wembley nel 1977. 
Nel tempio del football inglese ogni scozzese si sente più scozzese che altrove. La “Tartan Army”, la tifoseria scozzese che in kilt e maglia blu segue in tutto il mondo l’amata nazionale, quando scende a Londra va nel cuore del nemico. Esce dal sottosuolo delle stazioni, passa accanto a Buckingham Palace, occupa festosamente Trafalgar Square e infine entra gonfio d’orgoglio nel tempio sacro dell’avversario.
Sotto il sole o sotto la pioggia, maglie bianche contro maglie blu. Il gigante sassone contro il piccolo guerriero gaelico. Secoli di storia emergono dalla memoria: le battaglie trionfali di Stirling e di Bannockburn, ma anche la disfatta di Culloden, la tragedia delle pulizie etniche, e altro ancora. La disfida non è più su un campo di battaglia, ma su un terreno di gioco. Ma in palio c’è molto di più. Così può capitare che una traversa si spezzi. Per quale motivo?
Il lettore lo scoprirà leggendo le pagine di questo romanzo, che intreccia realtà e fantasia, personaggi realmente esistiti ed altri immaginari. Una storia scozzese, raccontata con tutta la passione possibile da parte non di un semplice appassionato, ma di un vero innamorato della Scozia.

4 gennaio 2026

[UK CINEMA] "THE LOVERS. Due cuori e una sciarpa dei Red Devils"

The Lovers è una sitcom britannica prodotta da Granada Television e trasmessa tra il 1970 e il 1971, diventata un cult della televisione inglese. La serie, scritta dal celebre sceneggiatore Jack Rosenthal, racconta le peripezie sentimentali di una giovane coppia di Manchester, Geoffrey Scrimshaw e Beryl Battersby. I due rappresentano il contrasto generazionale dell'epoca: Beryl è una ragazza romantica e vecchio stampo che sogna il matrimonio, mentre Geoffrey tenta goffamente di abbracciare la "rivoluzione sessuale" e le nuove libertà dei primi anni '70.

Il punto di forza dello show risiede nella chimica tra i protagonisti, Richard Beckinsale e Paula Wilcox, che grazie a questi ruoli divennero icone del piccolo schermo. Celebre è l'uso che Beryl fa di soprannomi stucchevoli come "Geoffrey Bubbles Bonbon", che contrastano con i tentativi di Geoffrey di modernizzare la loro relazione. Attraverso dialoghi brillanti e situazioni imbarazzanti, la serie esplora con ironia il divario tra le aspettative idealizzate dell'amore e la realtà quotidiana. Composta da due stagioni per un totale di 13 episodi, la sitcom riscosse un successo tale da generare un lungometraggio cinematografico nel 1973, confermandosi come un ritratto fedele e divertente dei costumi sociali della Gran Bretagna di quel periodo.

Il personaggio di Geoffrey è un accanito tifoso del Manchester United, un dettaglio che emerge in diversi episodi e nel film. Nel lungometraggio del 1973, in particolare, include riprese dello stadio di Old Trafford e del campo di cricket, oltre che della boutique di George Best. La sua passione per la squadra è spesso in competizione con il suo interesse per Beryl, portando a gag e situazioni imbarazzanti.

L'elemento che rende The Lovers un documento storico prezioso è l'ampio utilizzo di immagini reali e riprese esterne effettuate nella Manchester del primo decennio degli anni '70. A differenza di molte sitcom dell'epoca girate interamente in studio, questa produzione uscì in strada per catturare l'autentica atmosfera urbana della città

Per gli amanti del genere il telefilm è trasmesso interamente su Netflix e ne vale sicuramente la pena.
di Max Troiani

23 dicembre 2025

[MISTER FOOTBALL ] "WILLIE YOUNG. Red Scotsman" di Roberto Gotta

Uno dei giocatori più caratteristici di un’epoca, una colonna della difesa dell’Arsenal tra anni Settanta e anni Ottanta, dopo gli inizi all’Aberdeen e il passaggio al Tottenham, due stagioni per poi raggiungere ai Gunners il suo ex allenatore Terry Neil. 
‘Jennings-Rice-Nelson-Talbot-O’Leary-Young-Brady-Sunderland-Stapleton-Price-Rix’, in ordine di numero di maglia che all’epoca aveva un senso, la potrei recitare anche nel sonno, ed era la formazione dell’Arsenal finalista di FA Cup nel 1979, la famosa ‘finale dei cinque minuti’ contro il Manchester United, 3-2, la seconda delle tre consecutive che Young giocò. Difensore centrale deciso e coraggioso, con una statura imponente che utilizzava per intimorire gli avversari, fu protagonista di una lunga serie di episodi tipici della sua epoca, fatta di avventatezza e sregolatezza. Uno, purtroppo, gli costò la nazionale scozzese: era il 3 settembre 1975 si era appena giocata Danimarca-Scozia per le qualificazioni agli Europei 1976, vinta dagli ospiti 1-0 con gol di Joe Harper, e la squadra era tornata a cenare in hotel, a Vedbaek, località 22 chilometri a nord di Copenhagen. I giocatori avevano poi avuto il permesso di uscire, a patto di tornare non oltre l’1 di notte. Così fecero tutti, e lo staff tecnico, guidato dall’allenatore Willie Ormond, se ne andò a dormire. Cinque furbetti, però, uscirono dalle loro stanze e andarono al bar dell’hotel: erano Harper, il leader Billy Bremner e tre membri della Under 23 vittoriosa la sera prima, appunto Young, Pat McCluskey e Arthur Graham, a cui il Ct Jimmy Bonthrone la sera prima aveva inizialmente dato, poi tolto, il permesso di uscire. Young a dire il vero era un po’ incerto, perché Bonthrone era anche il suo allenatore di club, all’Aberdeen, e dunque lo avrebbe rivisto neanche 24 ore dopo il rientro, ma Bremner lo rassicurò dicendo «tranquillo, io qui conto più di lui» (ed era vero). 
I cinque versarono un bicchiere di liquore addosso ad una cameriera, Anne Simonsen, che subito (e giustamente) si lamentò con il gestore. La ragazza peraltro aveva commesso due errori fatali, ovviamente del tutto slegati dalla cafonata dei cinque: aveva chiesto di lavorare quella notte, pur non essendo di turno, perché sperava in mance consistenti e di fare pratica con l’inglese, obiettivi utopistici - entrambi - per chi ha a che fare con degli scozzesi (…). 

Dopo una mezza rissa con il DJ del locale, che a quanto pare aveva allontanato Graham autore di una richiesta musicale sgradita, era arrivata addirittura la Polizia, che però aveva creduto alle promesse dei cinque di un comportamento migliore. Sì, come no. Tempo mezz’ora e i ‘Copenhagen Five’, come vennero poi chiamati dalla stampa, erano al Bonaparte, la discoteca danese più in voga al momento, dove presto la loro esuberanza (…) cominciò a infastidire alcuni avventori. La situazione peggiorò quando Young, nel tentativo (così disse) di coprire con la manona un faretto che gli impediva di vedere il bancone, lo ruppe: il proprietario gli presentò un conto da 800 sterline e Young rispose «voglio solo pagare la lampadina, non comprare il locale». Poco dopo venne chiamata di nuovo la polizia, che portò fuori un McCluskey ormai malfermo sulle gambe, e rispedì tutti a casa. O meglio in hotel, dove però Bremner decise che si poteva fare nottata mettendo a soqquadro una stanza a caso. Peccato che fosse quella di un certo Jock McDonald, dirigente federale: i racconti di quella notte, che sono arrivati da almeno quattro fonti diverse, qui a mio avviso mancano di qualcosa, perché se in stanza non c’era nessuno non si capisce dove McDonald fosse, alle 4 del mattino, ma quel che pare certo è che quando scoprì l’accaduto diede un pugno in faccia a Bremner. Sei giorni dopo la commissione disciplinare federale escluse i cinque dalla nazionale a tempo indeterminato. La punizione venne successivamente cancellata e Harper e Graham (tra l’altro apparentemente incolpevole per le vicende al Bonaparte) vestirono la maglia della Scozia, mentre Bremner era ormai avanti con gli anni (33), McCluskey subì un calo di forma e Young fu scavalcato da difensori più completi. 

C’è poi il celebre episodio della finale di FA Cup 1980: a 3’ dalla fine Paul Allen, centrocampista del West Ham, schivò Graham Rix e si avviò palla al piede verso la porta difesa da Pat Jennings, ma Young con un intervento in scivolata da dietro, senza alcuna speranza di prendere la palla, lo sgambettò. Allen, 17 anni e 256 giorni, era il più giovane giocatore di una finale a Wembley e l’opinione pubblica inorridì nel vedergli negata in quel modo l’opportunità di scrivere un’altra pagina di storia. L’arbitro George Courtney poté solo ammonire Young, considerando che a suo avviso il fallo non era grave (e a quell’epoca per ricevere un cartellino rosso diretto dovevi praticamente ammazzare qualcuno), ma lo sdegno per l’accaduto portò alla ideazione del ‘professional foul’, più o meno fallo da ultimo uomo, che venne adottato due anni dopo, sulla base di raccomandazioni di un comitato di saggi. 
Fu poi abolito nel 1985 per essere ripreso e ampliato a livello internazionale nel 1990. 
Ma Young è stato tanto altro, tanto. Per chi è abbonato a Sky, ne ho parlato, segnalo però l’episodio in cui affrontò con durezza un attaccante del Falkirk che aveva pestato la mano del portiere dell’Aberdeen, dopo un intervento in scivolata, nel tentativo di fargli perdere la palla. Quell’attaccante reagì con un calcio e fu squalificato per 53 giorni. Quell’attaccante era Alex Ferguson. La sua personalità esuberante, parziamente visibile anche negli ultimi anni danneggiati dalla demenza senile (causata, secondo i medici, dai traumi ripetuti), lo mise spesso nel mirino dei tifosi: diceva, divertito, di essere stato il primo giocatore ad essere contestato sia dai tifosi del Tottenham (per essere passato all’Arsenal) sia, inizialmente, da quelli dell’Arsenal stesso (per un fallaccio sull’attaccante dei Gunners Frank Stapleton). 
Facile, banale, scontato dire che la sua scomparsa porta via un pezzo di quel calcio tempestoso e bellissimo a chi ha avuto la fortuna di viverlo, ma lo dico lo stesso. 

Nella foto sopra, Young a terra, dopo aver subito un fallo da Steve Archibald del Tottenham. Foto che ho scattato il 30 agosto 1980. Gli altri sono, da sinistra, il terzino sinistro dei Gunners Kenny Sansom, il terzino destro (ma finì poi per giocare più spesso a sinistra, coerentemente con il numero 3) Spurs Chris Hughton, Stapleton, il centrocampista Spurs Glenn Hoddle e, semicoperto, Rix. Quel giorno ad Highbury c’erano 54.045 spettatori, un ricordo per me straordinario. Indelebile. Willie Young (1951-2025).

12 dicembre 2025

"BRIAN GLENVILLE. Il giornalista inglese che sfidò il sistema" di Max Troiani

Brian Glanville (1931-2025) è stato un giornalista sportivo, romanziere e storico inglese. 
È considerato uno dei più influenti scrittori di calcio del XX e XXI secolo, un vero pioniere che ha elevato il giornalismo calcistico con uno stile letterario unico.

Per quasi trent'anni, Glanville è stato il rispettato corrispondente di calcio del Sunday Times e ha contribuito per oltre mezzo secolo alla rivista World Soccer
La sua esperienza non si limitava al Regno Unito: ha vissuto in Italia, collaborando con testate come il Corriere dello Sport e il Guerin Sportivo, e parlava fluentemente l'italiano.
Autore prolifico di circa 50 libri, le sue opere includono The Story of the World Cup, considerata la storia definitiva del torneo, e il romanzo The Rise of Gerry Logan (L'ascesa di Gerry Logan), spesso definito il miglior romanzo sul calcio mai scritto.

Era noto per la sua schiettezza e per le critiche severe al calcio moderno, che definiva la "Lega dell'avidità" a causa del denaro. Glanville ha lasciato un segno indelebile nel mondo del giornalismo sportivo, fornendo analisi profonde e una prospettiva critica che hanno plasmato il modo in cui il bel gioco viene raccontato.

A proposito del nostro Guerino, ci fu una lite tra il giornalista italiano Gianni Brera e l'inglese Brian Glanville negli anni '70, perché Glanville accusò Brera di non voler denunciare gli scandali nel calcio italiano. Glanville aveva scoperto e pubblicato prove di corruzione che coinvolgevano la Juventus e un arbitro straniero in una partita europea (Juventus-Derby County del 1973). 
Lo stesso si aspettava che Brera facesse lo stesso. Invece, secondo Glanville, Brera e il Guerin Sportivo scelsero la strada del silenzio. 
Lo scontro verbale che ne seguì fu aspro anche attraverso le pagine dei giornali e i due non fecero mai pace, nonostante questo Brian Glanville scrisse per il Guerin Sportivo in diverse occasioni, anche in anni successivi allo scontro.
di Max Troiani

5 dicembre 2025

"ROTHMANS FOOTBALL YEARBOOK". La Bibbia Statistica del Calcio Britannico (1970-2003) di Max Troiani


Il
"Rothmans Football Yearbook" è stato per decenni il libro di riferimento fondamentale per chiunque amasse il calcio nel Regno Unito. 
Lanciato nel 1970, era un'enciclopedia annuale che raccoglieva meticolosamente ogni singola statistica della stagione precedente.
Immaginatelo come un "mattone" di libro, pieno zeppo di numeri, date e nomi. Era famoso per essere incredibilmente accurato e completo, tanto da essere usato come fonte ufficiale da giornalisti e commentatori, guadagnandosi il soprannome di "Wisden del calcio" (come l'autorevole annuario di cricket).
"Rothmans" era il nome dallo sponsor originale, la famosa marca di sigarette. Questa sponsorizzazione è durata fino al 2003. Con il cambio delle leggi sulla pubblicità, il libro ha dovuto cambiare sponsor e nome nel corso degli anni: è stato "Sky Sports Football Yearbook" e ora si chiama "The Utilita Football Yearbook".

Nonostante il nome sia cambiato, il contenuto è rimasto lo stesso: un archivio dettagliato. Dentro ci trovavi (e ci trovi ancora oggi, nelle edizioni moderne) tutte le classifiche finali, i risultati di ogni partita, chi ha segnato i gol, chi è stato espulso e tutti i trasferimenti dei giocatori, dalla Premier League fino alle categorie minori.
Per i veri appassionati, le vecchie copie con il marchio "Rothmans" sono diventate veri e propri oggetti da collezione. La versione moderna continua la tradizione, rimanendo un punto fermo per chi vuole conoscere a fondo i dettagli del calcio britannico.

Gli appassionati lo chiamavano affettuosamente "The Doorstop" (il fermaporta) o "The Brick" (il mattone) per il suo peso e le sue dimensioni. Un collezionista ha scherzato dicendo che, per fare spazio alla sua collezione completa, avrebbe dovuto "costruire un'estensione di casa o buttare via dei mobili". Il peso era un problema reale anche per le spedizioni postali, rendendo i costi proibitivi per i collezionisti internazionali.

Molti lettori che oggi hanno superato i 40 o 50 anni (eccomi) ricordano di aver ricevuto l'annuario per il compleanno o a Natale e di averlo letto dalla prima all'ultima pagina, più volte. Non si limitavano a consultarlo per la loro squadra del cuore, ma memorizzavano l'intera lista dei marcatori della Quarta Divisione, i nomi dei giocatori di riserva di squadre sconosciute e i risultati completi di ogni partita.

Molti collezionisti hanno accumulato decine di volumi nel corso degli anni. Un lettore ha descritto la sua collezione come un "elefante nella stanza", un insieme di 54 libri che pesavano complessivamente quanto il bagaglio consentito per due valigie in aereo! Alla fine, con l'avvento di internet, la consultazione digitale è diventata più pratica, portando alcuni a separarsi con dolore dai loro "mattoni" blu, anche se non li avevano aperti per vent'anni.
di Max Troiani
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