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21 maggio 2025

[FOOTBALL AID] FELICI ALLO STAMFORD BRIDGE

Ebbene sì, per un giorno sono stato “traditore“, “traditore“ dei colori che ogni giorno, dal 1977 mi fanno pulsare il cuore, un cuore bianconero, che tifa Juventus.


Ma “galeotta “ è stata la amata fanzine “UK Football, please“, la stessa che circa un anno fa mi ha accompagnato in treno fino a Roma, sede del raduno degli amanti del calcio anglosassone. Il viaggio da Ancona, la mia città, non è molto lungo, per ingannare il tempo mi sono dilettato a leggere gli articoli di amici che parlavano di esperienze vissute “made in Britain“.. Devo ammetterlo, quella mattina il racconto più interessante era stato quello di Roberto Gotta, che come tutti saprete, è una delle penne forti del “Guerin Sportivo“. Già il titolo era premonitore: “Da una vita“….
Chi di voi, compreso me e Roberto, non ha avuto, almeno una volta nella propria vita, il desiderio di calcare i manti erbosi di un campo di calcio famoso e sognare di essere un calciatore miliardario, sì, come quelli che vediamo ogni giorno in tv ??!! 
Roberto ce l’ha fatta, vestendo per un giorno la maglia del Fulham e provando una sensazione unica, irripetibile. “Football Aid“ gli ha permesso tutto questo, un’Associazione creata da Simon Craig, colpito dalla sfortuna di avere un figlio gravemente diabetico, ha creato una società che raccoglie offerte da tutto il mondo e in cambio permette ai donatori di giocare una partita di calcio ufficiale negli stadi più noti del Regno Unito. E’ possibile giocare per il tempo desiderato in impianti più o meno famosi, con tanto di arbitri, cameramen, fotografi, pubblico, celebrità calcistiche e contemporaneamente donare una quota in sterline che andrà ad aiutare tutti i bimbi affetti da questa patologia. 

Quale migliore occasione quindi, anche se onerosa, per realizzare uno dei sogni più sognati della mia vita e nello stesso tempo aiutare chi è in difficoltà ?! A maggior ragione, svolgendo una professione a carattere sanitario, essendo farmacista, mi sono sentito legato fortemente ai destini di queste anime sofferenti: i bambini. Ho iniziato a leggere le parole di Gotta alla stazione ferroviaria di Falconara Marittima..  Beh…a quella di Jesi ero già fortemente convinto di tuffarmi in questa avventura ! Non feci in tempo a rientrare ad Ancona, dopo quella piacevole giornata trascorsa nella Capitale, che subito mi misi davanti al computer e navigai nel sito di “Football Aid“. Pensai che queste sono avventure in cui ci si imbatte una sola volta nella vita, perché non è facile progettare un viaggio all’estero a distanza di un anno, conciliare gli impegni di lavoro, concordare le ferie coi colleghi e investire uno stipendio mensile per concretizzare questa realtà… Ma col cuore tutto si può e ce ne ho messo tanto, sin dall’inizio. Mi sono posto l’obbiettivo di arrivare al 22/5/2007 sostenendo tre allenamenti a settimana tra calcio, calcetto e nuoto, recuperando una forma psicofisica precaria, intaccata da tre anni di inattività causati da infortuni alle caviglie e alla schiena. Non sono più un ragazzino, ho 36 anni, ma la grinta di Gotta, più anziano di me di qualche anno mi aveva incoraggiato. 

Le mie conquiste, i miei traguardi più importanti, nel lavoro, nello studio, nei rapporti interpersonali, nelle passioni, me li sono sempre conquistati con coraggio: anche questa volta ce l’avrei fatta. Ma c’era un problema….: Il “tradimento“, quel tradimento che da un lato mi avrebbe reso entusiasta, dall’altro avrebbe offeso la “Vecchia Signora“ anche solo per un giorno…! E’ chiaro che mi sono sempre visto con la casacca bianconera cucita addosso…Ma qui in Italia, vuoi per ignoranza e violenza calcistica, vuoi per insensibilità verso il “patrimonio tifosi” è impensabile giocare per una volta al “Delle Alpi“ e raccontarlo ai nipotini.. E’ questa la barriera che ci separa dagli anglosassoni: la cultura del calcio in Italia e’ mediocre. Da noi gli stadi sono inviolabili, per visitarne uno e fare il giro del museo ( dove presente…) devi metterti in coda e se ci riesci non puoi fermarti più di due secondi nei vari tratti del percorso. Devi perfino scongiurare i tuoi idoli (se si degnano di calcolarti) di farti uno scarabocchio su di un pezzo di carta.. Allora, visto che “occhio non vede e cuore non duole“ ho deciso di essere per un solo giorno calciatore del Chelsea! Perché, Beh…Dovevo soddisfare alcuni requisti…Prima di tutto, se bisogna fare una follia facciamola alla grande e anche se la squadra del magnate russo Abramovich è diventata famosa solo recentemente, gioca in uno stadio moderno, maestoso e ricco di fascino, fascino da Champions League. In più aggiungeteci che in questa squadra hanno militato Gianluca Vialli, Pierluigi Casiraghi e quindi capirete perché la mia scelta si è indirizzata lì….!! Ovviamente, oltre a motivi passionali si sono aggiunti quelli razionali: la necessità di giocare in una città raggiungibile direttamente da Ancona in aereo e soprattutto rapidamente, quindi Londra e Chelsea, il team dell’insopportabile Jose Mourinho, del disadattato Andrej Shevchenko, dell’altezzoso Michael Ballack, ma anche del lottatore Joe Cole, del monumentale Peter Cech e del tenace Terry Lampard. Per un anno ho sognato di appoggiare i piedi sulle stesse zolle di terreno testate da quei giocatori e ovviamente segnare.. Sono da sempre un attaccante, alla Filippo Inzaghi tanto per intenderci e con la grinta di Vialli (con le dovute proporzioni ovviamente !).. Quante notti ho sognato quel goal, uno almeno, ma il goal della vita. Non mi importava come l’avrei potuto realizzare: di testa, di tacco, di sedere, di schiena.. Ma un goal.. L’ho immaginato per un lungo anno e me lo sono costruito giorno dopo giorno, con gli infortuni dolorosi alle caviglie, coi problemi personali, coi minuti trascorsi sott’acqua in piscina, coi primi allenamenti con una squadra di calcetto per riprendere il ritmo, con le corse in palestra, con l’amore di chi mi vuole bene. 
I mesi sono trascorsi, la forma è progressivamente migliorata e finalmente a Maggio, ero pronto…Ma ecco l’intoppo sbagliato nel momento sbagliato…
Una settimana prima del volo per Londra mi infortunio seriamente, con la Nazionale Italiana Farmacisti (www.nazionaleitalianfarmacisti.com) e mi procuro un versamento alla caviglia destra con interessamento tendineo…Sono colto dallo sconforto più profondo…Ma non c’è stato un attimo, uno solo in cui ho pensato di non farcela. Troppi sacrifici ! Ho stretto i denti, ho accellerrato le terapie e via ! Il giorno del match è soleggiato, bellissimo, una stranezza per Londra…! Appena davanti allo stadio rimango a bocca aperta.. Una struttura eccezionale. All’entrata campeggia il simbolo sociale dei “Blues” e i muri circostanti sono ricoperti da manifesti che ritraggono i fans intenti ad incitare i loro beniamini. Accanto allo stadio, delimitato da un alto muro di cinta, è impossibile non notare subito l’imponente hotel a cinque stelle in cui risiedono giocatori e relative famiglie durante la vigilia delle partite, il ristorante bar, il fans shop, gli uffici amministrativi. Il tutto condito da una pulizia, un ordine e una disciplina impeccabili. La partita è fissata per le ore 15:00, quindi mi fiondo nel negozio ufficiale del Club e lo visito in lungo e largo. Si tratta di un magnifico magazzino a due piani in cui si può trovare dalle pantofole di Didier Drogba ai completini per bimbi !
La varietà degli articoli è così disparata che stento ancora oggi a ricordarmi tutto quello che diamine c’era là dentro ! Tralascio per ritegno la somma in sterline che ho sperperato in quel paradiso…!! Terminata la visita prenoto il tour del museo e dello stadio, con tanto di guida che rende attivi i partecipanti in ogni punto del tragitto, con un’accoglienza veramente gioviale. 
Il manto verde è un campo da biliardo e la prima cosa che lascia allibiti è il fatto che non manchi un seggiolino sugli spalti. Le scritte “Chelsea“ e “Adidas“ impresse nei settori hanno dell’imponente. La guida ci illustra le varie fasi di costruzione di uno stadio che anticamente aveva un aspetto ben più misero rispetto all’attuale. La parte più suggestiva è il muro che delimita l’entrata nelle “terraces” dei tifosi locali, lasciato volutamente intatto dai tempi dei primissimi lavori. Dopo la visita ai bar dello stadio, alla suite d’onore in cui viene offerto champagne agli ospiti, alla sala stampa e agli spogliatoi, eccoci al museo interno: una sorta di eden per tutti gli appassionati di memorabilia calcistiche. Pannelli illustrativi, vetrine colme di sciarpe, programmes, coppe, spille, squadre di subbuteo, postal covers, francobolli. E poi maglie autografate, statue di cera.. 

Ma il tempo stringe.. Sono le 14:00 e l’appuntamento con lo staff di “Football Aid“ davanti l’entrata della tribuna centrale è prossimo. Sono accolto da persone gentilissime che ci convogliano in una sala dello stadio riservata appositamente ai giocatori, parenti e amici. Dopo una breve introduzione gli
stewards ci conducono negli spogliatoi. Ho già il “fiato corto” ! Mi avvolge un colosso di 42.500 posti che non oso pensare quale effetto possa destare quando è al completo ! Negli spogliatoi ci aspettano le nostre divise appese agli attaccapanni con tanto di numeri e nomi e forse quella sarà l’immagine che più di altre mi rimarrà impressa nella memoria. Ogni giocatore dispone del suo kit. Ci vestiamo. E’ in questo momento che socializzo coi miei compagni e mi accorgo di essere l’unico italiano (anche fra gli avversari) fra inglesi, scozzesi, israeliani, indiani e greci, ecc.. 
Sembrerà stupido, ma in quel momento mi sono sentito davvero orgoglioso di rappresentare il mio paese. Pipì di rito nei bellissimi bagni e ironia della sorta incrocio lì Scott Minto, la celebrità calcistica che giocherà col mio team (in maglia bianca, seconda divisa del Chelsea ) e subito mi saluta molto cordialmente. Quello che mi stupisce è che nota subito la mia tensione per l’infortunio e il rischio di non giocare…Mi accompagna subito dallo staff medico e concorda quale fasciatura devono applicarmi per riuscire a farmi correre. Mi pare di vivere un sogno e mentre sono steso sul lettino Scott racconta delle sue esperienze. Appena ultimato il bendaggio mi convince a riscaldarmi sul manto erboso ma subito noto che ho grandi problemi.. Non faccio in tempo a finire il riscaldamento che Scott mi si avvicina e mi dice : “Senti, guardati intorno.. Questo è uno dei giorni più belli della tua vita… Non puoi tirarti indietro ! Ho avuto infortuni ben più seri dei tuoi e se ogni volta che mi fossi tirato indietro avrei giocato 10 partite su 100 !! Adesso tu giochi, non pensi al dolore e dopo 10 minuti ti faccio un cenno con la mano per chiederti come stai…” 
In quel momento fui pervaso da una carica indescrivibile. Rientrato negli spogliatoi mi sono fatto spruzzare una bomboletta intera di ghiaccio secco sulla caviglia ! E il cenno dopo dieci minuti..? Non contemplato.. Come per incanto ho pensato solo e unicamente alla partita e il dolore non l’ho affatto sentito !!! Per la cronaca abbiamo perso 4 a 5, ma durante quella partita il tempo sembrava dilatato.. Ho corso, preso e dato botte, finito svariate volte in fuorigioco e poi…Poi….Il mio goal…Il mio piccolo, insignificante goal.. Quello che ho cercato sempre, sfiorato a cinque minuti dall’inizio e sbattuto dentro di destro su di un cross radente a centro area, da destra verso sinistra, a dieci minuti scarsi dalla fine..!! Non resterà certamente alla onori della cronaca, ma mi ha fatto toccare il cielo con un dito e piangere dalla gioia. Un goal inseguito da 365 giorni e benedetto dall’abbraccio di Scott Minto, il primissimo compagno che mi ha afferrato per le gambe e ha scaraventato a terra per festeggiare. Ad oggi non riesco a ricollegare precisamente i momenti, le emozioni, il profumo dell’erba, gli echi dei pochi spettatori presenti (tra cui un mio amico inglese, tifoso del Fulham e un rappresentante del Juventus Club Londra), i tacchetti del mio marcatore, il tunnel d’entrata.. 
In 90 minuti ho concluso che nulla è impossibile e i limiti sono fatti per essere superati, con tutto quello che hai dentro: sempre!
di Vincenzo Felici da "UK Football please" (Settembre 2007)
da non perdere il libro dove Vincenzo racconta la sua avventura allo Stamford Bridge, "Traditore per un giorno".

3 marzo 2025

[FOOTBALL AID] Da una vita..



Da una vita? Non proprio.
Per era dalla metà degli anni Settanta che desideravo giocare in uno stadio inglese. Non possedendo le doti per poterlo fare da professionista, perchè non basta avere un buon piede sinistro per giocare a calcio, ma bisogna anche mettere il piedino nei contrasti e saper correre per più di cinque metri senza perderne tre rispetto al tuo diretto avversario, volevo trovare la maniera di farlo da amatore, forse non ricambiato, del calcio, e ancor più di quello inglese. Inutile stare a rievocare le occasioni che avevano originato tale passione, perchè è impossibile scegliere un solo elemento tra l'oscurità ammaliante delle tribune di Wembley durante i Mercoledi Sport invernali, il sole luminoso del prato dello stesso stadio per le finali di FA Cup o la massa brulicante sugli spalti di qualunque stadio si potesse scorgere nelle rapide, brevi, troppo brevi immagini che la Tv Svizzera, ma alcune volte incredibilmente persino la RAI caciarona e provinciale, ci mostravano. 
Non conta l'origine, conta l'effetto, che mi porta in occasione del primo viaggio lassù, estate 1979, appositamente in agosto e non in luglio, a cercare in un negozio di periferia un completo dell'Arsenal della Umbro - i calzoncini ahimè mi vanno ancora bene perchè non sono più cresciuto, i calzettoni di qualità strepitosa hanno resistito a 27 anni di lavaggi - e, trovato il coraggio di uscire di casa in un quartiere orientato più verso gli Spurs che non i Gunners, recarmi al più vicino parco di quelli che mi avevano commosso, con i campi di calcio accennati dalla segnatura delle righe e le porte, portandomi appresso un pallone Mitre bianco bianco senza neppure una scritta se non quella discreta della ditta. Tiravo da solo verso la porta, sperando che nessuno mi vedesse, che nessuno mi facesse domande, che nessuno mi picchiasse.

Sempre rimasta, la voglia di provare la sensazione di giocare sul serio in uno stadio vero. 
Nel 2000 avevo mostrato ai miei colleghi un depliant di Wembley che in occasione della chiusura dello stadio concedeva l'uso del prato a chiunque lo volesse, al prezzo non modico - tradotto al cambio attuale - di 14.000 euro per le due squadre, con tanto di arbitro FA e sosia della Regina Elisabetta a consegnare una finta FA Cup saliti i 39 gradini.
Per €14.000 chi li aveva, anche se distribuiti su 22 persone, e soprattutto come trovare 22 persone e reperire voli? Esaurite le idee per racimolare denari, e avendo un'attitudine del tutto inadatta al reperimento di sponsor (finirei per dargli dei soldi io...), avevo abbandonato.
Poi nel mio delirio da mai cresciuto, ho scoperto che il sito footballaid.com racchiudeva quel che desideravo: per beneficienza, dunque una bella maniera di scaricare i sensi di colpa, alcuni club inglesi mettevano a disposizione il loro stadio per un pomeriggio, e l'organizzazione dietro a Football Aid vi organizzava una partita tra due squadre vestite una con la divisa di casa ed una con quella da trasferta. 
Ogni maglietta veniva assegnata all'asta, appunto per beneficienza, con uno schema prestabilito secondo il quale alcuni giocatori stanno in campo per tutta la gara ed altri subentrano al 46', pagando ovviamente meno così come coloro che sostituiscono. O povero me! Prima scelta sarebbe stata l'Upton Park, ma c'era un problema: le poche maglie per le quali avrei potuto evitare la figuraccia, ovvero tutte quelle dal centrocampo in su, evitando per le fasce perchè certamente i compagni di squadra inglesi si sarebbero aspettati un velocista-crossatore in corsa, costavano troppo, roba da non meno di 500 euro. Insomma, niente da fare. Aspettare un altro anno? Si, ma passati i 40 non è che uno possa prevedere che la propria forma fisica migliori di stagione in stagione, meglio dunque non perdere tempo e passare ad altro stadio ed altra squadra: colpo di fortuna, la combinazione perfetta tra stadio letteralmente leggendario come il Craven Cottage e squadra di seguito non strepitoso, dunque con maggiori possibilità di acciuffare una maglia decente a prezzo decente. Per farla breve: alla fine spunto con un 300 euro - versione per la futura moglie: 200. Ovviamente... - la numero 15, che consente di entrare dal 46' come seconda punta. 
L'ideale perché nelle mie fantasie doveva andare così: non saranno tutti atleti strepitosi, per cui li faccio stancare nel primo tempo, e subentro quando qualcuno magari ha le gambe molli, e non si sa mai...

Sistemata la logistica grazie ad un provvidenziale volo Ryanair decisamente affrontabile come spesa - peccato poi per l'hotel, una catapecchia con temperature tropicali – è arrivato a fine maggio il giorno della gara. Accusando spesso una paradossale sindrome di auto-esclusione da straniero (in soldoni: sono convinto che gli inglesi non amino gli italiani e ne abbiano buoni motivi, per cui non cerco mai di fare troppo l'amicone), mi presento ai cancelli, effettuata la lunga passeggiata attraverso il Bishops Park. quasi con timore: presento il pass-giocatore, vengo indirizzato al corridoio che passa sotto la Putney End e arrivo in uno dei bar dietro la tribuna sul Tamigi, insomma la Riverside Stand, dove ancora un addetto con forte accento scozzese - Football Aid nasce lì - mi accoglie e invita ad entrare. 
Ci sono i miei futuri compagni di squadra e i miei futuri avversari, quasi tutte con famiglia, impegnati a sorseggiare qualcosa. Cerco speranzoso di cogliere volti e fisici di persone oltre i 35 e male allenate, così che la mia forma precaria, allenata per mancanza di tempo solo su campi di calcio a 7, non mi faccia sfigurare troppo, ma vedo anche alcuni elementi che sembrano calciatori veri. Ahimè. Ovviamente - ovviamente per come sono di carattere - non parlo con nessuno e non mi avvicino a nessuno, e l'indicazione di andare verso gli spogliatoi è quasi un sollievo da quella situazione di imbarazzo. Altro che sollievo: diventa esaltazione quando ci fanno entrare nel nostro spogliatoio - io ho "comprato" la maglia azzurrina da trasferta, costava meno... - e tre posti dalla porta, sulla destra, vedo appena una maglia con il mio cognome. Porca miseria...
Per educazione vado poi a presentarmi a tutti gli altri, i quali o non ritengono che ci sia nulla di male o di strano ad avere un italiano in squadra o se ne strafregano, sta di fatto che nessuno dice nulla o commenta sulla mia provenienza. Scopro presto che il mio futuro partner d'attacco, Gary, inglesissimo di aspetto, statura e pure pancetta da birra, viene apposta da Los Angeles dove gestisce un paio di pub e dunque per fortuna non sono io il più esotico. Scruto ancora: due tizi piuttosto corpulenti, uno spilungone di gamba lunghissima, altri due tizi ben piantati e molto sicuri di sè, un armadio ambulante dal fisico scultoreo, quasi sovrappeso ma certamente non eccessivo, un ragazzo di chiare origini mediorientali. Rivestito in un mezzo secondo per la voglia di andare in campo, non riesco però ad evitare un batticuore quando metto piede per la prima volta sul prato, uscendo dal Cottage: erba soffice, splendida, di quelle in cui ci si vorrebbe rotolare, da cui non si vorrebbe mai uscire. Passo metà del riscaldamento a guardarmi intorno, cercando ogni tanto di impressionare i miei compagni di squadra con qualche tiro al volo, anche perchè non mi arrischio a fare controlli volanti, poi è il momento di tornare dentro, e dell'ispezione degli scarpini e dei parastinchi da parte dei due segnalinee, anzi di uno, perchè l'altro è un ragazzino preso probabilmente tra i parenti di qualcuno per defezione improvvisa dell'altro uomo in nero. Un mio collega, quello di apparenti origini mediorientali (scopro poi dal foglietto delle formazioni che si chiama Umar), per l'ingresso in campo dietro la terna arbitrale, con tanto di fotografo che riprende la scena, indossa una parrucca afro che lo innalza di almeno 15 centimetri, e più che altro non si capisce perchè lo faccia. Mi manca il fiato dall'emozione giù a correre verso il centro del campo, figuriamoci cosa potrà accadere dal 46' in poi. 

Squadre schierate in linea, e... saluto al pubblico. Pubblico? Una settantina di persone: del resto, con quindici per squadra, se ognuno porta due amici/parenti/figuranti si fa presto a raggiungere quel numero. Uno di noi, l'ala destra Matt, simpatico skinhead - ma pure bello stempiato - ha addirittura una piccola claque in uno dei box privati, anche se non si capisce come possano esserci entrati, visto che si poteva sedere solo nella Riverside Stand.
Mi rilasso, perchè il mio turno arriverà solo dal 46'. Ma subito il mio mondo cambia: dopo al massimo tre minuti Umar in un contrasto duro si fa male alla caviglia, e nemmeno il fisico da culturista lo aiuta. Fuori, non ce la fa. L'allenatore, o meglio il responsabile di Football Aid addetto alla squadra "ospite", si volta verso noi tre panchinari e mi fa cenno di entrare. Io non so cosa fare: rigido nel seguire le istruzioni come sono sempre, gli faccio notare che mi spetta giocare solo nel secondo tempo, ma non c'è verso, ed entro in campo, ben contento e ben emozionato, cercando di mascherare entrambe le condizioni. Robbie Herrera, ex giocatore del Fulham chiamato - è un classico, per le partite di Football Aid - a dare una mano ad una delle due squadre, mi chiede se posso sostituire Umar nello stesso ruolo, ovvero ala sinistra, ma gli dico che ad occhio e croce è meglio se lo spilungone, Ian, si allarga sulla fascia, ed io passo in mezzo come seconda punta. Ma avrei potuto essere anche prima, o terza, che il risultato non sarebbe stato diverso: per i primi quindici minuti ho le gambe di marmo dall'emozione, e la palla viaggia sempre lontanissima, la vedo a malapena, mi passa sopra, a destra, a sinistra, mai vicino, e per non fare figure meschine mi dedico almeno alla marcatura a uomo. Finalmente tocco il pallone con un anticipo di testa su una rimessa laterale, ma non ricordo ora neppure dove sia finita. Herrera ad un certo punto mi dà palla in area sulla sinistra, io vado incontro a 5-6 metri dalla linea di fondo, controllo ma il difensore centrale, correttamente, mi spinge e io non riesco a girarla in mezzo. Però mi sento meglio, le gambe progressivamente pesano meno, ed avrei persino voglia di ricevere il pallone tra i piedi. Succede dopo una ventina di minuti: passaggio al limite dell'area al centravanti Gary, che me la tocca indietro leggermente alta. Riesco in qualche maniera a controllarla di esterno sinistro, in pratica un mezzo tacco, e quando ricade la faccio rimbalzare e... insomma, nella mia testa si svolge in rapida sequenza un ragionamento che fa così: Qui è già tanto se toccherai un altro pallone, dunque tira ora, sennò quando lo farai? È. Tiro di controbalzo... male eseguito, la palla rotola molle verso il portiere, mentre Ian, sulla sinistra, mi fa notare che un semplice passaggio filtrante lo avrebbe messo solo davanti al portiere. Ian? Portiere? Visto niente. 
In quel momento ho visto solo la porta e l'enormità vacua della Hammersmith End dietro di essa. Passiamo in svantaggio 1-0 su gran tiro dal limite di un avversario, e lì il nostro regista, il corpulento Simon, fisico che sarebbe eccessivo perfino per un difensore centrale, si scatena, aumentando il ritmo (ahimè), portando palla, cercando triangoli. Sulla destra Matt corre molto, in mezzo al campo Neil, non molto alto, con una bella pancia ma efficace, copre molto ed effettua anche un tiro che sarebbe finito certamente nello specchio della porta - ah, che sano luogo comune - se non fosse stato per una deviazione. 
A pochi minuti dall'intervallo Matt effettua un cross, un difensore respinge sempre in quella direzione, altro cross, la palla mi sembra proprio arrivare tra i due difensori centrali, proprio verso di me... ma mi rendo conto che sono circa sul disco del rigore, e mi sembra troppo lontano per indirizzarla bene. Salto, la colpisco con la fronte (ricordati, non chiudere gli occhi È mi dico saltando) cercando perlomeno di mandarla verso la porta, poi ricado. Mi alzo e vedo che è calcio d'angolo.
Ma che è successo? Lo saprò solo dopo, guardando sul sito web (www.mattnuttallphotography.co.uk, partita Fulham 2005, pagina 24, foto 513 e 514, per chi non ci crede...) del fotografo, che pure nello scatto della mia inzuccata non ha inquadrato bene e mi ha... tagliato la testa: il mio colpo di testa, seppur lento, era abbastanza angolato, e il portiere ci è arrivato proprio per un pelo, toccandolo in angolo. Stavo per segnare senza accorgermene... Sul corner altra situazione a rischio, nel senso che la palla mi passa davanti rimbalzando, ma ad altezza impervia, e credo che il bello sia finito lì: arriva l'intervallo, ho giocato i miei 45' pagati, tornerò a sedere.

Ma al ritorno dagli spogliatoi l'allenatore mi chiama e mi chiede perchè non sono in campo: ho pagato per un tempo ed ho giocato un tempo. E’ gli dico. Ma ti ho fatto entrare io, dunque vai dentro ora, è questo il periodo per cui hai pagato!. Sinceramente, non me lo faccio dire due volte, perchè quel quasi-gol mi ha messo appetito: Ian si siede - era lui che dovevo sostituire - e Umar, rimessosi a nuovo, rientra, non perché dovesse "riprendersi" i 45' pagati, ma perché aveva pagato sia per la maglia numero 8 sia per quella numero 14 (!), da centrocampista difensivo, mentre il suo posto sulla fascia viene preso dal numero 17 Nigel, uno a cui a prima vista non avrei dato un penny: magrolino, pelatino, l'aria buona. Si, buonanotte: è invece bravissimo, rapido, tocchi di prima e buoni movimenti, per cui dopo qualche minuto capisco che è meglio se lui si accentra come seconda punta, mentre io retrocedo a fianco di Simon, che non perde un colpo, e giochiamo con una formazione sbilanciata ma efficace. Per fortuna mi riescono alcuni passaggi, tra cui uno che taglia la difesa e lancia - per modo di dire, non è il suo mestiere dato il fisico - Gary che però non se la sente di fare contropiede, e andiamo in gol tre volte: tiro da fuori di Simon, tocco di Nigel di sinistro incrociato, tocco di Nigel di esterno sinistro, pallonetto da appena fuori area, su uscita del portiere. Chiude Gary con un destro ravvicinato, qualche minuto dopo quella che mi era parsa una grande occasione: palla dalla destra che taglia il campo, la mancano in tre e dietro arrivo io controllandola in corsa, o in quello che corsa si può definire considerando il mio stato. In teoria davanti - a 30 metri, però - c'è solo il portiere, giù penso se è il caso di colpire con un pallonetto quando sento il fischio. Fuorigioco. Vabbè che nessuno che sia in fuorigioco pensa mai realmente di esserlo, ma ero partito da dietro e c'era stato il tempo per tre persone per "bucare" la palla e poi la bandierina l'ha alzata il ragazzino-sostituto, insomma non ero in fuorigioco e mi hanno impedito di segnare (o di fare una figuraccia uno contro uno...). Scherzi a parte, la nostra vittoria 4-1 è meritata e infatti il "loro" portiere, Steve, viene votato Man of the match per i "bianchi", mentre Nigel è giustamente premiato da noi.
Avrei voluto fare di più, avrei voluto rigiocare immediatamente per correggere gli errori, ma intanto mi sembrava surreale essere lì a bordo campo con i calzettoni abbassati sui parastinchi, ad applaudire ringraziando il pubblico, a dare la mano ad avversari e compagni di squadra, a fare tutto quel che può fare un quarantenne che ha 350 euro da spendere per vivere fantasie allevate fin da quand'era bambino, ed un po' se ne vergogna, un po' no, così come è stato abbastanza imbarazzante utilizzare 16.000 battute di testo e varie pagine di questa fanzine per descrivere una partita di valore tecnico inferiore a quello di tante che vedete la domenica mattina passando in auto lungo le strade di periferia.
Ma lo rifarei, allora? Certo. Domani. Anzi, oggi.
di Roberto Gotta, da UKFP (maggio 2006)

28 luglio 2024

"TRADITORE PER UN GIORNO. La mia avventura a Stamford Bridge" di Vincenzo Felici (Italic), 2013


Il sogno nel cassetto, frutto di una passione coltivata fin da piccoli, può essere realizzato a partire da un episodio fortuito ma perseguito con tenacia. Felici racconta i primi episodi legati all'amore per il calcio in generale e in particolare per la Juventus, dalle partite in spiaggia con gli amici a quelle a Subbuteo, fino alle collezioni degli elementi più disparati della storia delle diverse squadre.
Accanto al calcio nostrano assume un posto di rilievo quello anglosassone che lo lega alla fanzine "UK Football, please" e lo porta a conoscere l'associazione Football Aid che, per scopi benefici, permette ad appassionati di provare per un giorno l'esperienza di essere un calciatore professionista.
In "Traditore per un giorno" Felici racconta la realizzazione di questo sogno, la preparazione atletica, l'infortunio durante la partita con la Nazionale Farmacisti e la determinazione che lo ha portato comunque a Londra a indossare la maglia del Chelsea nello Stamford Bridge accanto a Scott Minto e segnare il proprio gol. Una storia fatta non solo per appassionati, che in questi episodi rivedranno in parte se stessi, rivivendo piacevoli ricordi, e potranno approfondire alcuni settori della storia del calcio, ma anche per i profani per i quali questa sarà la testimonianza che il calcio è altro da ciò che la cronaca ci ha abituati a sentire, fatto di storie di grande umanità, solidarietà, amicizia, fratellanza e passione.
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