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4 maggio 2026

[MISTER FOOTBALL] "DON ROBINSON e lo Scarborough." di Roberto Gotta

Personaggio al tempo stesso notissimo e sconosciuto: come sempre, dipende dai gradi di interesse, più ancora che competenza, perché non si può sapere tutto e neanche il 50% di tutto. Diciamo, riassumendo a fatica, che Robinson nel calcio è stato due volte presidente dello
Scarborough, club della sua città, tra i più antichi d’Inghilterra (1879), salito in Football League per la prima volta nel 1987 sotto la gestione di Neil Warnock, poi fallito nel 2007 e rinato, con gestione interamente affidata ai tifosi, con nome simile (Scarborough Athletic) subito dopo, e ora iscritto alla National League North, il sesto livello del calcio inglese.

Lo Scarborough di Robinson negli anni Settanta fece davvero la storia, seppur minore, del calcio inglese: arrivò due volte al terzo turno di FA Cup, nel 1973, 1976 e 1977 vinse a Wembley l’FA Trophy, ovvero la FA Cup per club dalla quinta serie in giù, partecipò due volte alla Coppa Anglo-Italiana per semiprofessionisti, 1976 e 1977, e in occasione della primissima partita di quella 1976, contro il Monza, in porta ci fu la presenza straordinaria di Gordon Banks, l’ex portiere della nazionale fermo dal 1972 per i postumi del tremendo incidente stradale che aveva fermato la sua carriera a grandi livelli. 
Nel 1976 lo Scarborough giocò anche l’Anglo-Italian Semiprofessional Cup, andata e ritorno con la vincitrice della Coppa Italia semiprofessionistica, il Lecce, che perse 1-0 in Inghilterra vincendo però 4-0 in casa. 

Robinson nel 1982 però lasciò la proprietà del club e scese di un’ottantina di chilometri lungo la costa nordorientale inglese, portando con sé l’allenatore Colin Appleton (che aveva portato sulle sue spalle per il giro d’onore dopo la vittoria dell’FA Trophy 1977, foto a lato) e prendendo in gestione lo Hull City, anzi salvandolo dalla chiusura: tempo tre anni e lo Hull passò dalla quarta alla seconda serie (l’attuale Championship). Uomo di contatti e intraprendenza, aveva fatto i soldi affittando trampolini elastici sulla spiaggia di Scarborough, era stato organizzatore di riunioni di wrestling (ed era persino salito sul ring come Dr.Death), co-organizzatore del concerto Live Aid, proprietario di zoo, promulgatore di radio private (e pirata) e tante altre cose, tra cui voli per portare centinaia di persone a Las Vegas per giocare nei casinò.

13 aprile 2026

[MISTER FOOTBALL] "ADDIO AL THE WINSLOW HOTEL" di Roberto Gotta

Può far specie che lo dica un astemio che anni fa declinò l’opportunità di vedere una partita in un pub per timore che eventuali esultanze risultassero in gocce volanti di birra, ma la chiusura imminente del Winslow Hotel di Goodison Park, l’ex stadio dell’Everton, è una notizia deprimente e al tempo stesso prevedibile. Situato letteralmente di fronte all’ingresso della tribuna su Goodison Road, quindi raggiungibile con non più di 6-7 passi, nacque nel 1886, quindi sei anni prima dello stadio stesso, e fino alla Seconda Guerra Mondiale fu anche albergo, come si comprende dal nome, per poi diventare esclusivamente locale per bevute e restare aperto solo nei giorni delle partite e in alcune altre occasioni, per eventi particolari o serate a tema. 
Poche, ma sufficienti ad ottenere un introito dignitoso. Quello che ora non è più garantito dalle partite della Under 21 e della squadra femminile, che portano una frazione degli spettatori e dell’interesse che c’è invece per la prima squadra, né sono bastati pomeriggi di apertura speciale per alcuni gruppi di tifosi stranieri le cui squadre dovevano giocare in serata contro il Liverpool ad Anfield. E allora il gestore, l’irlandese Dave Bond, ha deciso di chiudere e trasferirsi in un nuovo locale più vicino al nuovo stadio, locale che verrà chiamato Dixie’s, in onore ovviamente di Dixie Dean, il formidabile attaccante degli anni Venti-Trenta che era un frequentatore del pub quando abitava vicino allo stadio. Bond anni fa aveva parlato con l’amministratrice delegata dell’Everton, Denise Barrett-Baxendale, suggerendole una collaborazione in base alla quale il club avrebbe facilitato il trasferimento al nuovo stadio di alcuni negozi e ristorantini locali, ma non se ne fece nulla ed ecco allora la chiusura del pub, con ultima, grande festa sabato 24 gennaio alla presenza di un grande numero di personalità, del presente e del passato del club, legato al pub anche dal fatto che due giocatori, James Borthwick e Norman Greenhalgh, lo presero anche in gestione. Bond, parlando ad alcuni giornalisti, ha ricordato come nella prima immagine di Goodison Park, un disegno effettuato da un artista locale nel 1892, in occasione della prima partita dell’Everton, si vedano le tre torrette tipiche del pub, sulla destra, a testimonianza di come il Winslow Hotel abbia sempre fatto parte del panorama.

19 marzo 2026

[MISTER FOOTBALL] "PAT NEVIN. Non solo football" di Roberto Gotta

Pat Nevin, ex attaccante di Chelsea e nazionale scozzese (), noto per il suo interesse per arte, letteratura e musica, ha raccontato al
Daily Telegraph un curioso episodio del 1984, quando il Chelsea grazie ai suoi 14 gol e assist alla coppia di attaccanti Kerry Dixon e David Speedie ottenne la promozione nella massima serie. 

Eletto Player of the Year, Nevin per via del passaggio di categoria doveva ridiscutere il contratto con il presidente Ken Bates, uno dei grandi personaggi del calcio inglese degli anni Settanta-Ottanta-Novanta, presidente dell’Oldham Athletic e del Wigan Athletic prima di acquistare il Chelsea per… una sterlina (ma accollandosi i corposi debiti), poi proprietario del Partick Thistle e del Leeds United. 

«Ero un ragazzino magro magro al primo anno e Bates probabilmente non si aspettava minimamente che diventassi un giocatore e vincessi pure quel premio. Per lui erano guai, perché doveva farmi un nuovo contratto. Io però pensai anche di tornarmene all’università per prendere la laurea, e quando glielo dissi lui rispose ‘non lo farei, vero?’. 
Ci rivedemmo il giorno dopo e vidi che lui aveva alzato l’altezza della sua sedia e abbassato la mia, giochetto psicologico del cavolo. Gli diedi un foglio su cui avevo scritto la mia richiesta economica, lui lo prese, lo lesse, lo accartocciò e lo buttò via, poi si alzò, uscì sbattendo la porta e salì sulla sua Rolls-Royce senza dire una parola. Avevo 19 anni e stava cercando di spaventarmi, ma aveva commesso un errore: pensava che io fossi solo questo ragazzino dai modi gentili, istruito e abituato a usare parole plurisillabiche, ma dimenticava che io venivo da Easterhouse, Glasgow [zona dove si sopravviveva con astuzia e tenacia]. E allora, dato che la segretaria quel giorno non c’era, aprii tutti i cassetti, trovai i contratti degli altri giocatori e feci i conti dei più alti, dei più bassi e dunque della media. Tornai il giorno dopo e gli dissi ‘ho cambiato idea, questa è la cifra’. Lui la vide e disse ‘ma è più alta di quella di ieri! Nessuno prende quei soldi al Chelsea’. No, ribattei io, quella in realtà è la media. ‘E tu come fai a saperlo?’. Gli dissi che avevo aperto i cassetti e immaginai che stesse per esplodere… invece disse ‘ fantastico, ecco il contratto’».

18 febbraio 2026

[MISTER FOOTBALL] "GARY ROWELL ed il suo Sunderland" di Roberto Gotta

Una delle prime immagini che ricordo dal settimanale Shoot, quella di Rowell. Con la maestosa, semplice divisa del Sunderland fine anni Settanta, soprattutto con il bellissimo stemma con la petroliera, grande omaggio alla locale tradizione di cantieri e armatori. Rowell, nato a Sunderland e cresciuto a
Seaham, pochi chilometri più a sud, è morto di leucemia, a 68 anni, sabato 13 dicembre, esattamente 50 anni dopo il suo debutto con i Rokermen, con cui giocò tra campionato e coppe 293 partite segnando 103 gol, da attaccante puro ma anche da centrocampista offensivo. 


Solo il grande Len Shackleton - tra l’altro ex Newcastle, il personaggio che nella sua autobiografia dedicò una pagina a ‘quello che i dirigenti di club sanno di calcio’, lasciandola… vuota - e Kevin Phillips hanno segnato più di Rowell, con la maglia del Sunderland, l’unica da lui indossata con continuità. Frenato presto dai postumi di un infortunio al ginocchio, dopo cinque stagioni, nel 1984, fu lasciato partire nell’ambito di un rivoluzionamento della rosa che fallì miseramente, tanto che il club retrocesse prima in seconda poi in terza serie, poi solo una sessantina di partite in sei stagioni, tra Norwich City, Middlesbrough, Brighton, Dundee e Burnley. Ma è ovviamente a Sunderland che il suo ricordo è vivissimo, anche nel canto «We all live in a Gary Rowell world», ripetuto - su guida dell’altoparlante - prima del derby di domenica. Proprio in un derby, ma al St.James’ Park, Rowell aveva avuto la sua giornata più bella, il 24 febbraio 1979: tripletta e assist in un 4-1 che a lungo dominò i racconti locali. E del resto del Sunderland era anche tifoso: da ragazzo delle giovanili, nel 1973, un giorno si diede malato a scuola per poter partire presto e seguire la squadra, in treno, in una delle trasferte di FA Cup di quell’anno straordinario in cui i Rokermen vinsero il trofeo da squadra di seconda divisione.
di Roberto Gotta, da https://misterfootball.substack.com

Qui sotto Rowell, dal web, in azione nel 4-1 a Newcastle. Sullo sfondo, il celebre complesso edilizio della Leazes Terrace, ora coperto dalla grande tribuna che comprende il settore ospiti di St.James’ Park.

15 gennaio 2026

[MISTER FOOTBALL] "HIGHBURY e la battaglia.." di Roberto Gotta

«Poiché il conto in cui viene tenuta l’Italia non è molto alto, i maestri si degnano di collaudarci ma non ritengono di aprire Wembley per dei povericristi come noi». 
Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, 1975.

Il riferimento di Brera è alla celeberrima Inghilterra-Italia del 14 novembre 1934, la partita poi passata alla storia come ‘La battaglia di Highbury’. Highbury, appunto, non Wembley, che aveva aperto le sue porte 11 anni prima con la finale di FA Cup. L’annotazione di Brera (1919-1992) riprendeva considerazioni simili antecedenti alla sua carriera professionale, ripetute poi fino allo sfinimento da molti che hanno analizzato, a dire il vero con scarsissima varietà, la partita. 
Ma c’è un errore di base, quello della mancata contestualizzazione: lo stadio di Wembley, nel 1934, era famoso per la finale di coppa, per le sue dimensioni fuori dal comune, per la sua collocazione in una zona lontana dal cuore della città ma ancor più per le corse dei cani e gli eventi di ogni tipo che i proprietari organizzarono per scongiurarne la chiusura, però non aveva minimamente il prestigio nazionale e internazionale raccolto in seguito, e soprattutto aveva ospitato l’Inghilterra SOLO per la sfida biennale contro la Scozia, scelta (solo in minima parte, peraltro) dovuta al generoso contributo economico che molti appassionati scozzesi avevano dato per la costruzione, per motivi che lo stesso Simon Inglis, maestro di chiunque ambisca a raccontare stadi, non è mai riuscito a spiegare. Highbury, invece, aveva una notorietà enorme: era lo stadio dell’Arsenal, il club forse più famoso al mondo grazie al sistema di gioco portato dall’allenatore Herbert Chapman (morto a gennaio 1934) e ai due titoli (e tre coppe) vinte nelle stagioni precedenti, dal 1932 aveva una tribuna, la West Stand, ritenuta la più bella di tutta l’Inghilterra, nel 1923 era stato il primo stadio inglese ad ospitare una partita ufficiale contro una squadra non britannica (Belgio), era vicino alla sede della BBC ad Alexandra Palace e godeva di ottimi collegamenti con i mezzi pubblici grazie alla fermata della metropolitana Arsenal (che per opera di Chapman aveva cambiato nome giusto due anni prima, 5 novembre, dal precedente Gillespie Road). 
Dunque si può tranquillamente affermare che per gli inglesi ospitare l’Italia ad Highbury e non a Wembley voleva dire onorarla, altro che snobbarla. Del resto, tra il 1874 e il 1914 la nazionale giocò 56 partite in 14 stadi di 17 diverse città, il 34% delle quali a Londra, mentre tra il 1920 e il 1951 le partite furono 55 in 21 stadi, 26 delle quali (47%) a Londra. E 11 furono ad Highbury, compresa quella del 26 ottobre 1938 contro Il Resto d’Europa, che aveva alto valore simbolico in quanto celebrava i 75 anni della fondazione della Football Association, la federazione, e dunque fece ulteriormente capire come quello fosse lo stadio delle grandi partite internazionali. Tutto cambiò solo con la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale Wembley ospitò parecchie partite non ufficiali di club (le varie FA o Football League War Cup Finals) e della nazionale, più sfide di vario tipo tra cui un Belgio-Olanda con squadre composte da sfollati dei due paesi, e con le Olimpiadi 1948: fu il momento in cui lo stadio divenne famoso in tutto il mondo per il calcio, e in patria si accorsero che ci si poteva giocare non solo la finale di coppa ma pure, e quasi sempre, la nazionale. È questa notorietà, tardiva rispetto all’inaugurazione ma fresca alla mente di chi valutava, che ha condizionato erroneamente molti giudizi sulla sede di quell’Inghilterra-Italia.

Qui sopra due curiosità legate alla partita e (dalla mia collezione) una pagina del programma ufficiale di Arsenal-Chelsea del 10 dicembre 1932 con l’inaugurazione della West Stand ad opera del Principe di Galles Edward, che nel 1936 sarebbe asceso al trono come Edoardo VIII salvo abdicare pochi mesi dopo per l’impossibilità di conciliare la figura del Re con il matrimonio con un’americana non nobile e perdipiù due volte divorziata, Wallis Simpson. Edoardo lasciò il trono al fratello minore Albert, padre di Elisabetta: entrambi re e regina, dunque, solo per la rinuncia di Edward.

23 dicembre 2025

[MISTER FOOTBALL ] "WILLIE YOUNG. Red Scotsman" di Roberto Gotta

Uno dei giocatori più caratteristici di un’epoca, una colonna della difesa dell’Arsenal tra anni Settanta e anni Ottanta, dopo gli inizi all’Aberdeen e il passaggio al Tottenham, due stagioni per poi raggiungere ai Gunners il suo ex allenatore Terry Neil. 
‘Jennings-Rice-Nelson-Talbot-O’Leary-Young-Brady-Sunderland-Stapleton-Price-Rix’, in ordine di numero di maglia che all’epoca aveva un senso, la potrei recitare anche nel sonno, ed era la formazione dell’Arsenal finalista di FA Cup nel 1979, la famosa ‘finale dei cinque minuti’ contro il Manchester United, 3-2, la seconda delle tre consecutive che Young giocò. Difensore centrale deciso e coraggioso, con una statura imponente che utilizzava per intimorire gli avversari, fu protagonista di una lunga serie di episodi tipici della sua epoca, fatta di avventatezza e sregolatezza. Uno, purtroppo, gli costò la nazionale scozzese: era il 3 settembre 1975 si era appena giocata Danimarca-Scozia per le qualificazioni agli Europei 1976, vinta dagli ospiti 1-0 con gol di Joe Harper, e la squadra era tornata a cenare in hotel, a Vedbaek, località 22 chilometri a nord di Copenhagen. I giocatori avevano poi avuto il permesso di uscire, a patto di tornare non oltre l’1 di notte. Così fecero tutti, e lo staff tecnico, guidato dall’allenatore Willie Ormond, se ne andò a dormire. Cinque furbetti, però, uscirono dalle loro stanze e andarono al bar dell’hotel: erano Harper, il leader Billy Bremner e tre membri della Under 23 vittoriosa la sera prima, appunto Young, Pat McCluskey e Arthur Graham, a cui il Ct Jimmy Bonthrone la sera prima aveva inizialmente dato, poi tolto, il permesso di uscire. Young a dire il vero era un po’ incerto, perché Bonthrone era anche il suo allenatore di club, all’Aberdeen, e dunque lo avrebbe rivisto neanche 24 ore dopo il rientro, ma Bremner lo rassicurò dicendo «tranquillo, io qui conto più di lui» (ed era vero). 
I cinque versarono un bicchiere di liquore addosso ad una cameriera, Anne Simonsen, che subito (e giustamente) si lamentò con il gestore. La ragazza peraltro aveva commesso due errori fatali, ovviamente del tutto slegati dalla cafonata dei cinque: aveva chiesto di lavorare quella notte, pur non essendo di turno, perché sperava in mance consistenti e di fare pratica con l’inglese, obiettivi utopistici - entrambi - per chi ha a che fare con degli scozzesi (…). 

Dopo una mezza rissa con il DJ del locale, che a quanto pare aveva allontanato Graham autore di una richiesta musicale sgradita, era arrivata addirittura la Polizia, che però aveva creduto alle promesse dei cinque di un comportamento migliore. Sì, come no. Tempo mezz’ora e i ‘Copenhagen Five’, come vennero poi chiamati dalla stampa, erano al Bonaparte, la discoteca danese più in voga al momento, dove presto la loro esuberanza (…) cominciò a infastidire alcuni avventori. La situazione peggiorò quando Young, nel tentativo (così disse) di coprire con la manona un faretto che gli impediva di vedere il bancone, lo ruppe: il proprietario gli presentò un conto da 800 sterline e Young rispose «voglio solo pagare la lampadina, non comprare il locale». Poco dopo venne chiamata di nuovo la polizia, che portò fuori un McCluskey ormai malfermo sulle gambe, e rispedì tutti a casa. O meglio in hotel, dove però Bremner decise che si poteva fare nottata mettendo a soqquadro una stanza a caso. Peccato che fosse quella di un certo Jock McDonald, dirigente federale: i racconti di quella notte, che sono arrivati da almeno quattro fonti diverse, qui a mio avviso mancano di qualcosa, perché se in stanza non c’era nessuno non si capisce dove McDonald fosse, alle 4 del mattino, ma quel che pare certo è che quando scoprì l’accaduto diede un pugno in faccia a Bremner. Sei giorni dopo la commissione disciplinare federale escluse i cinque dalla nazionale a tempo indeterminato. La punizione venne successivamente cancellata e Harper e Graham (tra l’altro apparentemente incolpevole per le vicende al Bonaparte) vestirono la maglia della Scozia, mentre Bremner era ormai avanti con gli anni (33), McCluskey subì un calo di forma e Young fu scavalcato da difensori più completi. 

C’è poi il celebre episodio della finale di FA Cup 1980: a 3’ dalla fine Paul Allen, centrocampista del West Ham, schivò Graham Rix e si avviò palla al piede verso la porta difesa da Pat Jennings, ma Young con un intervento in scivolata da dietro, senza alcuna speranza di prendere la palla, lo sgambettò. Allen, 17 anni e 256 giorni, era il più giovane giocatore di una finale a Wembley e l’opinione pubblica inorridì nel vedergli negata in quel modo l’opportunità di scrivere un’altra pagina di storia. L’arbitro George Courtney poté solo ammonire Young, considerando che a suo avviso il fallo non era grave (e a quell’epoca per ricevere un cartellino rosso diretto dovevi praticamente ammazzare qualcuno), ma lo sdegno per l’accaduto portò alla ideazione del ‘professional foul’, più o meno fallo da ultimo uomo, che venne adottato due anni dopo, sulla base di raccomandazioni di un comitato di saggi. 
Fu poi abolito nel 1985 per essere ripreso e ampliato a livello internazionale nel 1990. 
Ma Young è stato tanto altro, tanto. Per chi è abbonato a Sky, ne ho parlato, segnalo però l’episodio in cui affrontò con durezza un attaccante del Falkirk che aveva pestato la mano del portiere dell’Aberdeen, dopo un intervento in scivolata, nel tentativo di fargli perdere la palla. Quell’attaccante reagì con un calcio e fu squalificato per 53 giorni. Quell’attaccante era Alex Ferguson. La sua personalità esuberante, parziamente visibile anche negli ultimi anni danneggiati dalla demenza senile (causata, secondo i medici, dai traumi ripetuti), lo mise spesso nel mirino dei tifosi: diceva, divertito, di essere stato il primo giocatore ad essere contestato sia dai tifosi del Tottenham (per essere passato all’Arsenal) sia, inizialmente, da quelli dell’Arsenal stesso (per un fallaccio sull’attaccante dei Gunners Frank Stapleton). 
Facile, banale, scontato dire che la sua scomparsa porta via un pezzo di quel calcio tempestoso e bellissimo a chi ha avuto la fortuna di viverlo, ma lo dico lo stesso. 

Nella foto sopra, Young a terra, dopo aver subito un fallo da Steve Archibald del Tottenham. Foto che ho scattato il 30 agosto 1980. Gli altri sono, da sinistra, il terzino sinistro dei Gunners Kenny Sansom, il terzino destro (ma finì poi per giocare più spesso a sinistra, coerentemente con il numero 3) Spurs Chris Hughton, Stapleton, il centrocampista Spurs Glenn Hoddle e, semicoperto, Rix. Quel giorno ad Highbury c’erano 54.045 spettatori, un ricordo per me straordinario. Indelebile. Willie Young (1951-2025).

24 novembre 2025

[MISTER FOOTBALL] "Gerry Harrison, il commentatore instancabile di ITV" di Roberto Gotta

Qualche mese fa è scomparso Gerry Harrison, 89 anni, telecronista di vastissima esperienza, attivo soprattutto, nel periodo della maturità, con Anglia Television, la rete locale di Norwich City e Ipswich Town, ma anche commentatore di cinque edizioni dei Mondiali di calcio per la ITV, l’alternativa alla BBC nata nel 1955.

Anche la sua vita, come quelle di tantissime persone che hanno vissuto anni meno comodi e logisticamente meno facili di quelli attuali, è piena di aneddoti e fatti curiosi, che qui riporto proprio come lettura leggera e significativa di un periodo in cui, appunto, ci si doveva arrangiare molto di più e i risvolti curiosi erano dietro l’angolo. Ad esempio, un giorno gli venne chiesto di scrivere l’articolo su una partita della Oxford University, cosa che fece con una certa ansia perché… quella partita la doveva anche giocare, come terzino sinistro, ruolo che ebbe anche nella tradizionale sfida contro Cambridge, giocata a Wembley. Nel periodo di passaggio tra un lavoro e l’altro fu inviato anche dal quotidiano Daily Express a seguire la guerra in… Vietnam , esperienza che - disse - gli fu utile quando per fare telecronache dovette salire scalette a precipizio in mezzo a tifosi ostili.

La sua carriera di telecronista ai Mondiali si aprì nel 1970 in maniera casuale, e le circostanze fanno davvero sorridere. Nel 1969 infatti la BBC aveva organizzato un concorso chiamato ‘Find a commentator’, in pratica un’audizione aperta a chiunque volesse diventare telecronista. L’idea fu di un nome noto, David Coleman, e il testo del bando, pubblicato dal settimanale Radio Times, diceva «pub e circoli sportivi sono pieni di gente che pensa realmente di essere migliore del telecronisti attuali, ma in realtà pochi capiscono il livello di specializzazione richiesto. Ora possono scoprirlo», frase che peraltro sostituendo ‘i social media’ a ‘pub e circoli sportivi’ varrebbe tuttora. 

I quasi 10.000 aspiranti furono sottoposti a una estenuante serie di provini in diverse città (Cardiff, Bristol, Leeds, Birmingham, Newcastle, Belfast, Londra, Manchester) che produssero 30 selezionati, chiamati a fare la telecronaca (fuori onda) di Irlanda del Nord-Inghilterra dell’indimenticabile Torneo Interbritannico, giocata pochi giorni prima. I migliori 12 furono poi portati a Wembley a commentare Inghilterra-Galles: sei fecero il primo tempo e sei il secondo, e i sei finalisti furono presentati la sera del 22 maggio durante un’edizione speciale del programma Sportsnight, condotto proprio da Coleman. Tra i membri della giuria c’era Alf Ramsey, Ct della nazionale, e pensate se accadesse oggi in Italia, con Gennaro Gattuso (o Luciano Spalletti o chiunque sia stato Ct) a giudicare l’operato di un telecronista. 

Pare tra l’altro che Ramsey non gradisse per nulla la presenza tra i sei finalisti di Ian St.John, attaccante scozzese (ahia) del Liverpool e già avviato ad una carriera radio-tv: fu convinto a fatica ad accettarla, dopo aver addirittura minacciato di rinunciare a farsi intervistare dalla BBC ai Mondiali dell’anno successivo. Il vincitore fu un gallese, Idwal Robling, ex nazionale dilettanti, che fu poi parte della squadra BBC a Messico 1970 ed ebbe una bella carriera con la BBC in Galles. E Harrison, da cui è partito questo racconto in attesa del tè? Arrivò terzo, ma presto, grazie alle immagini dello spezzone di partita che aveva commentato, venne chiamato da Anglia Television, branca locale di ITV. E pochi mesi dopo ai Mondiali andò pure lui, perché ITV ottenne i diritti in parallelo alla BBC e lo assegnò alle partite dell’Italia nel girone. 
In Messico, però, rischiò di essere travolto dalla folla, ma non per le sue cronache: un giorno infatti un addetto dell’hotel in cui Harrison soggiornava vide che una stanza era prenotata da ITV a nome di ‘G.Harrison’, pensò che si trattasse di GEORGE Harrison, il batterista dei Beatles invitato speciale dalla rete, lo disse ad alcuni amici e tempo poche ore davanti all’albergo si radunò una folla di fan del gruppo inglese.

Ma non finisce qui, la storia di Harrison, che ha a che fare anche con un cane e un taxi. Ne riparliamo la prossima volta, sempre davanti a un tè.

9 novembre 2025

🇬🇧UK in ITALY. MISTER FOOTBALL. Il mensile di calcio inglese del Guerin Sportivo (2007-2009)

"Che cosa vorrebbe essere Mister Football? Un mensile che del calcio britannico vuole raccontare quel che di solito non c'è spazio di narrare ma che ha lassù un importanza notevole, che va conosciuta". 
Cosi Roberto Gotta presentava la nuova rivista del Guerin Sportivo (Direttore di allora Matteo Marani) interamente dedicata al calcio britannico.
Il primo numero è uscito nel febbraio del 2007 fino al marzo 2009 per un totale di 26 uscite mensili. Per chi non lo conosceva, cosa vi siete persi..



30 ottobre 2025

[MISTER FOOTBALL]. "TESTIMONIAL MATCH O GAME" di Roberto Gotta

Testimonial (match o game): abbreviato comunemente in ‘testimonial’, è la partita che onora un calciatore che abbia compiuto i dieci anni di militanza nella stessa squadra. Generalmente, con intero incasso, esentasse, devoluto al giocatore stesso, una forma di trattamento di fine rapporto anche quando fine rapporto non c’era e la carriera continuasse. 

Non si premiava solo la fedeltà ma anche il fatto che, come conseguenza della fedeltà stessa, i calciatori avevano in genere rinunciato a trasferimenti a club in cui di norma lo stipendio sarebbe stato superiore, e parliamo comunque di tempi in cui i compensi erano solo moderatamente superiori a quelli di un impiegato. Poi, come ovvio, ci sono mille distinguo: fino al 1963 i club potevano di fatto trattenere i giocatori anche contro la volontà di questi ultimi (ma è un tema complesso su cui bisogna tornare) e dunque era abbastanza facile che si arrivasse a 10 anni di militanza, in più restare a lungo nello stesso posto poteva voler dire creare legami commerciali e pubblicitari con imprese locali in grado di garantire introiti supplementari. In passato, alcuni club hanno organizzato testimonial per raccogliere fondi per calciatori del passato che fossero in difficoltà mentre oggi, come ovvio, la motivazione economica almeno per le prime due categorie del calcio inglese non ha più senso, visti i guadagni. E allora l’incasso può essere donato in beneficenza e la partita essere solo un modo di salutare un giocatore. Nel 2006 furono in 69.591 a Old Trafford per salutare Roy Keane, che era passato al Celtic un anno prima e con il Celtic giocò il primo tempo prima di indossare la maglia del Manchester United nel secondo. E il fatto che fosse il Celtic l’avversaria era sì dovuto alla presenza del centrocampista irlandese, ma era anche un involontario richiamo alla tradizione dei club inglesi di avere le due principali squadre di Glasgow come ospiti in occasione di testimonial significativi. I motivi erano due: la garanzia di partite vere, e ce ne furono tante, e la presenza di migliaia di tifosi che calavano da nord per una sfida contro il tradizionale nemico. Non sempre con intenzioni benevole: nel 1976, però per un’amichevole normale e non un testimonial, Aston Villa-Rangers era stata interrotta al 53’ per scontri e invasione di campo, causate in buona parte dallo stato di alterazione alcolica dei tifosi ospiti, i cui 50 pullman erano arrivati a Birmingham così presto (circa nove ore prima della partita, in violazione della richiesta della Polizia di un anticipo non superiore ai 60 minuti) che ai loro occupanti non era rimasto altro che passare il tempo a bere, una volta che i pub avevano aperto le porte.

Il 25 novembre 1980, sui 20.000 di Highbury per Arsenal-Celtic, testimonial del terzino sinistro Sammy Nelson, ben 5.000 erano di Glasgow, supportati da un migliaio di biancoverdi ‘londinesi’ che però si comportarono benissimo e furono elogiati dalla Polizia, e la partita fu così reale che in quella occasione, così si disse, il 19enne attaccante scozzese Charlie Nicholas, entrato a partita in corso, fece ai dirigenti dei Gunners la bella impressione che li portò poi a seguirlo e ad acquistarlo nell’estate 1983. 
Va da sé che la formula era libera: amichevoli all’acqua di rose, amichevoli vere, squadra del giocatore omaggiato contro selezione di ‘amici’ o di umanità varia, e in questo minestrone poteva esserci di tutto. Anche un calciatore in… incognito. 
Accadde nel 1972, quando ad Anfield, nonostante una pioggia costante, furono in 55.214, con altre migliaia rimaste fuori per la chiusura dei cancelli, a presenziare al testimonial del grande Roger Hunt (attaccante, 1938-2021, tuttora il maggior realizzatore del Liverpool in campionato, con 244 gol), che si era ritirato pochi mesi prima. Hunt era stato al Liverpool dal 1959 al 1970 ed era poi passato al Bolton, ma il testimonial, secondo le regole del club, poteva solo andare in scena dopo il ritiro dall’attività. Insomma, quel giorno di aprile si giocò una sfida tra i reduci del Liverpool 1965, che aveva vinto la Coppa d’Inghilterra, e della nazionale campione del mondo 1966, di cui aveva fatto parte lo stesso Hunt, e il fatto curioso è che ad un certo punto nella ‘nazionale’ entrò in campo e fece pure gran figura un giocatore indicato nella lista come A.N. Other (=another, un altro, nel senso di uno qualunque) che come riferisce Daniel Abrahams nel suo eccellente ‘71-72, football’s greatest season?’ «assomigliava in maniera sospetta a Tony Kay», cioé il centrocampista dell’Everton che era stato squalificato a vita nel 1965 per aver scommesso con due compagni di squadra, quando era allo Sheffield Wednesday, sulla sconfitta della propria squadra.
di Roberto Gotta, da https://misterfootball.substack.com 

5 settembre 2025

"ADDIO WEST HAM: Il nostro ultimo anno ad Upton Park" di Roberto Gotta (Indiscreto), 2016

L'ultima stagione del West Ham nel suo storico Boleyn Ground, raccontata da un giornalista che l'ha vissuta nel modo migliore possibile. Quindi non dalla tribuna stampa o intervistando i calciatori, come in oltre trent'anni di lavoro, ma da fedele spettatore con tanto di abbonamento 2015-16 (Bobby Moore Stand Upper, fila S, posto 34). L’esplorazione dell’East End e del mondo claret&blue per spiegare l'evoluzione del calcio inglese: sospeso fra nostalgia ed esigenze di marketing, localismo ed internazionalizzazione, valori umani e showbusiness. Il tutto con il filtro della nostalgia per un mondo che in alcuni anni ha raggiunto la perfezione. Un passato di stadi costruiti fra le case, un passato impresso in modo quasi fisico nella memoria e nella pelle, un passato che rappresenta l'essenza più vera e indimenticabile del calcio inglese: le maglie senza sponsor, i calciatori e gli spettatori quasi tutti britannici, l'assenza di protagonismo sugli spalti. Passato ma anche tanto presente, il West Ham e la Premier League di oggi, con uno sguardo preoccupato al futuro dell’Inghilterra non soltanto calcistica. Più tante storie riguardanti una Londra popolare e poco conosciuta, lontana dalle rotte turistiche: città impossibile da spiegare in maniera definitiva, da cui però tutti sono inesorabilmente attratti. Non soltanto le migliaia di tifosi italiani degli Hammers, che in questo libro ritroveranno però le sensazioni e la passione di tante trasferte.
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Scrivere questo libro è stato molto semplice e al tempo stesso infinitamente difficile. La semplicità deriva dalla sua natura di racconto di viaggio, la complicazione viene invece dalla necessità, per me assoluta e totalizzante, di lasciare qualcosa di concreto, di leggibile anche a distanza di tempo e soprattutto di non banale o scontato.
Da quando esiste il web chiunque può scrivere libri e chiunque pubblica libri, spesso senza neanche accertarne il valore. Con una cospicua serie di copia-incolla si possono mettere assieme la biografia di un calciatore o il ritratto di una squadra senza mai aver messo piede nel loro stadio, aggiungendo poi qualche luogo comune e cialtroneggiando. Se dunque già prima del web il mio atteggiamento di base era quello di vedere e riferire, togliendo di mezzo le mediazioni altrui quando possibile, da metà anni Novanta in poi tutto si è accentuato al punto che ormai, fosse per me, parlerei solo di ciò che ho visto con i miei occhi dal vivo.
Le necessità e le modalità del lavoro ufficiale però spesso penalizzano questa mentalità. E alla fine bisogna arrangiarsi da soli, nei propri spazi e momenti. È quello che ho fatto, abbonandomi al West Ham per la stagione 2015-16 e seguendo dal vivo tutte le sue partite di Premier League, tranne una. Una stagione particolare, ovviamente: l’ultima al Boleyn Ground, o Upton Park, 111 anni dopo la prima, iniziata l’1 settembre 1904 in occasione di una gara contro il Millwall che stava già diventando la grande rivale locale. In tutto l’anno calcistico ho saltato appunto soltanto la partita del 14 settembre, contro il Newcastle United, per motivi di lavoro. Dunque ho visto 18 delle 19 partite in casa degli Irons: esperienza totalizzante e indimenticabile, frenetica e al tempo stesso rilassante. Delirio e poesia, anche se una poesia graffiata con il punteruolo sui mattoni, sul cemento, sullo sbrecciato delle strade dell’East End che ho cercato di percorrere come non ho mai fatto con alcun altro ambiente in vita mia, nemmeno nel quartiere in cui sono cresciuto.
Perché il racconto non è quello di ogni partita ma quello di ogni trasferta. Ho provato ad avvicinarmi al Boleyn Ground da tutte le direzioni possibili annusando in mattinata, o in serata, luoghi collegati alla storia del club quando ancora si chiamava Thames Ironworks e aveva tutt’altro scopo nella vita. Scherzando, ho voluto riproporre quell’antica e orrenda espressione usata da cronisti poveri di fantasia: sono arrivato o mi sono avvicinato allo stadio con ogni mezzo, comprese funivie e barche. Ho toccato con mano – letteralmente – monumenti e abbracciato cancelli, ho indossato maglie che giacevano da anni in un cassetto e ho quasi perso l’equilibrio quando al terzo gol di Andy Carroll contro l’Arsenal il signore seduto dietro di me si è sporto in avanti per festeggiare.
È un libro, questo, scritto non da giornalista: quello che ho fatto e i posti che ho visitato erano alla portata di tutti. Esempio: non ho cercato di parlare con giocatori del West Ham perché avrei avuto le facilitazioni e la corsia preferenziale del cronista. Ma è anche un libro scritto da un non-tifoso: da ormai parecchi anni ho messo in un angolo la preferenza emotiva per questo o quello. Avendo un ruolo da commentatore non posso permettermi di tifare, ma non è solo per questo che non tifo. Sul calcio inglese e sullo sport americano mi riservo infatti il diritto di godermi quello che vedo senza farmi condizionare da gelosie, antipatie o ripicche. L’ho già scritto molte volte e mi ripeto: se vado a Bramall Lane e rimango ammaliato dall’ambiente dello Sheffield United, perché non provare le stesse sensazioni a Hillsborough a vedere il Wednesday? Perché devo odiare gli uni se mi piacciono gli altri, scimmiottando – da persona nata e cresciuta a migliaia di chilometri di distanza, in ambienti totalmente diversi – rivalità locali che nascono da età, sensazioni, ambiti a noi sconosciuti? Libertà di pensiero a chiunque, ma spesso mi sembra che ci sia molto di prefabbricato nelle diatribe tra tifosi di club di altre nazioni, quasi che si dovesse seguire un manuale di comportamento e non ciò che si prova realmente. Fare poi il tifoso per dovere, in questo anno, sarebbe stato anche offensivo verso i tifosi veri, quelli cresciuti lì intorno, dediti da sempre alla causa, gente che magari si rovina la serata – spero non oltre, altrimenti diventa ossessione – se la propria squadra perde.
Sono un non-tifoso che ha però sempre avuto simpatia per i colori claret&blue, anche per la loro assenza in altri campionati, e per lo stadio, al punto da poter dire che non avrei fatto altrettanto per un’ultima stagione al Selhurst Park – non di sicuro da quando il Palace ha tifosi che scimmiottano tristemente quelli europei – o a Stamford Bridge. Un non-tifoso che è rimasto affascinato in modo definitivo dall’estetica di alcune maglie, avvolte nel cuore prima ancora di essere state avvolte dalla memoria. Quelle dal 1976 al 1981, ad esempio. Compresa la migliore di tutte, almeno per il mio gusto estetico: la maglia del West Ham per la finale di FA Cup del 1980, vinta 1-0 contro l’Arsenal, è la più bella mai indossata da una squadra di calcio.Tra i primi posti di questa classifica, che in realtà non è tale dato che detesto graduatorie basate su sensazioni, c’è quella proprio dell’Arsenal nella medesima partita e dunque si capisce come mai il mio cervello vada in cortocircuito e trasmetta messaggi disturbati quando vedo foto o immagini di quella partita. Così come quando capito davanti a foto di stadi inglesi degli anni Sessanta o Settanta: basta un particolare per capire se si è a Portman Road o a Goodison Park, un particolare che può anche essere architettonicamente non esaltante ma che rendeva comunque unico quel luogo. Inutile dire che su entrambi i piani rimpiango il passato, nel quale cerco spesso un disperato rifugio dal ribrezzo del presente. Un ribrezzo che parte da basi molto diverse, anzi opposte a quelle di chi solitamente protesta contro il calcio moderno: non ho nulla contro il calcio delle televisioni in sé, ma ho molto contro il calcio aperto tutto l’anno, contro le ossessioni del mercato e chi le alimenta, contro la globalizzazione del tifo che rende tutto indistinto e fa entrare nella famiglia gli ignoranti e i cafoni.
È un paradosso, questo, e lo sento al cento per cento: lo stadio inglese ideale, nella mia visione, è quello al cui interno siedono solo inglesi, anzi solo tifosi della città o del circondario in cui ha sede la squadra, magari provenienti da altre zone in cui si siano trasferiti. Ma nessun altro, dunque nemmeno io. Secondo me nessuno di noi, per quanto si atteggi, può comprendere in fondo le sensazioni, la mentalità, i giochi di parole, i sentimenti di chi intorno a una squadra o a uno stadio è cresciuto. Per questo motivo durante la stagione 2015-16 ho contribuito a rendere peggiore il Boleyn Ground, sedendo al posto di un residente locale – o para-locale – che magari avrebbe cantato di più, avrebbe assorbito, rielaborato e trasferito le sensazioni e le battute degli spettatori circostanti, avrebbe costituito una cellula di passaggio e trasmissione più immediati di cosa voglia dire tifare West Ham. Ed è vero che in realtà intorno a me, dal 15 agosto al 10 maggio, solo in 6 o 7 hanno fatto partire cori o si sono fatti realmente sentire durante la partita, per cui alla fine un East Ender (londinese dell’East End) silenzioso equivale a uno straniero silenzioso, ma pur avendola voluta e adorata ho sentito in questa mia partecipazione di nove mesi (toh!) alle sorti di uno stadio, più che di una squadra, quasi una contaminazione. Teoria, lo so, non comune e forse esagerata, ma lasciando perdere il tragico discorso hooligan, rimpianti a quanto pare soprattutto da chi idealizza la violenza e non ci è mai stato immerso – io sì, e non li rimpiango proprio -, quando vedo le masse omogenee ed ondeggianti sugli spalti degli anni Settanta vedo un mondo che ho amato, che ha dato un segno alla mia esistenza più che al mio lavoro e che però ora è sparito, così come i palloni bianchi Mitre o Minerva, i gol festeggiati con una semplice stretta di mano, le lettere dell’alfabeto sulla recinzione, i cartelloni pubblicitari Everard Ovenden Papers ed Esso, le musichette anche ingenue prima del calcio d’inizio.
In questa stagione al Boleyn Ground sono andato a rendere omaggio allo stadio ma anche, dunque, a cercare una sorta di immersione nel passato, cercando di coglierne elementi che altrove sono già scomparsi e ora scompariranno anche al West Ham United. Club che diventa altro, pur restando se stesso. È avanzamento e progresso, non è un delitto anche se è ovviamente un’imposizione. Ma è solo una delle tante, nella vita delle persone.
P.S. L’ultima parte di questa introduzione l’ho scritta nella stanza 312 del West Ham United Hotel, l’albergo ospitato dentro il Boleyn Ground. C’ero già stato in passato e ho voluto tornare per un ultimo saluto. Molti di voi lo sanno già: le stanze dell’hotel nei giorni di partita devono – dovevano… – essere sgomberate entro le 8, perché lo staff del club le trasformava in meno di un’ora nei salottini di lusso dai quali aziende e vip paganti potevano assistere alla partita. La porta-finestra, con vista sul campo, si apre direttamente sui seggiolini imbottiti con prospettiva perfetta sul prato, non troppo alti né troppo bassi. È mio compito e dovere dare corpo fisico alle sensazioni che si provano, ma quella di poter leggere la sera tardi grazie alle luci dello stadio accese fino a mezzanotte, insieme a quella di alzarsi al mattino e vedere come prima cosa il campo, faccio davvero fatica a raccontarle
                                                              RECENSIONI
LA GAZZETTA DELLO SPORT – L’East End londinese, l’Aunt Sally’s Caffè e la sua monumentale colazione, il venditore di programmi, il Nathan’s e la sua ‘pie’ all’anguilla, il Boleyn Pub, il Queen’s market, gli odori di fritto e poi, tra le case, piano piano, i primi squarci dello stadio, il Boleyn Ground. In ‘Addio West Ham’ (ed. Indiscreto, pag. 324, euro 18,90) Roberto Gotta ci accompagna per una stagione intera a Upton Park, lo stadio degli Hammers che dopo 112 anni di onorato servizio ha chiuso i battenti. Giornalista di Fox Sports, già autore di un libro di culto per gli amanti del calcio inglese, ‘Le reti di Wembley’, purtroppo mai più ristampato, Gotta ha pensato bene di abbonarsi al West Ham per l’ultima stagione nel mitico impianto. Ha visto tutte le partite in casa della squadra, tranne quella col Newcastle, e ce le ha raccontate in un diario che è un tuffo nelle tradizioni e nella storia del calcio d’Oltremanica. Ma non di solo calcio si parla, perché il libro è un viaggio nel quartiere del club, ogni partita un itinerario diverso, ogni tappa un percorso a caccia dei luoghi della memoria, girovagando in una Londra che meno turistica non si può. E ogni volta inseguendo il fiume di maglie ‘claret&blue’, quell’accoppiata unica di colori. marchio di fabbrica della squadra che fu di Bobby Moore. Qui a parlare non sono le star, ma il 65enne vicino di posto dell’autore con la faccia di uno che “deve averne viste parecchie”, il gestore del pub e lo storico venditore di una fanzine che chiuderà con la morte di Upton Park. Domina su tutto una quasi commovente nostalgia per il calcio inglese che fu. (Articolo di Paolo Avanti, pubblicato sulla Gazzetta dello Sport di martedì 20 dicembre 2016)

8 agosto 2025

Torna "Mister Football" di Roberto Gotta in formato newsletter.

Da appassionati di calcio inglese, la nuova newsletter di Roberto Gotta non può mancare tra i vostri bookmarks, MISTER FOOTBALL.

Un semplice diario pubblico che Roberto aggiorna con la sua solita passione e conoscenza sul football "made in british".

3 marzo 2025

[FOOTBALL AID] Da una vita..



Da una vita? Non proprio.
Per era dalla metà degli anni Settanta che desideravo giocare in uno stadio inglese. Non possedendo le doti per poterlo fare da professionista, perchè non basta avere un buon piede sinistro per giocare a calcio, ma bisogna anche mettere il piedino nei contrasti e saper correre per più di cinque metri senza perderne tre rispetto al tuo diretto avversario, volevo trovare la maniera di farlo da amatore, forse non ricambiato, del calcio, e ancor più di quello inglese. Inutile stare a rievocare le occasioni che avevano originato tale passione, perchè è impossibile scegliere un solo elemento tra l'oscurità ammaliante delle tribune di Wembley durante i Mercoledi Sport invernali, il sole luminoso del prato dello stesso stadio per le finali di FA Cup o la massa brulicante sugli spalti di qualunque stadio si potesse scorgere nelle rapide, brevi, troppo brevi immagini che la Tv Svizzera, ma alcune volte incredibilmente persino la RAI caciarona e provinciale, ci mostravano. 
Non conta l'origine, conta l'effetto, che mi porta in occasione del primo viaggio lassù, estate 1979, appositamente in agosto e non in luglio, a cercare in un negozio di periferia un completo dell'Arsenal della Umbro - i calzoncini ahimè mi vanno ancora bene perchè non sono più cresciuto, i calzettoni di qualità strepitosa hanno resistito a 27 anni di lavaggi - e, trovato il coraggio di uscire di casa in un quartiere orientato più verso gli Spurs che non i Gunners, recarmi al più vicino parco di quelli che mi avevano commosso, con i campi di calcio accennati dalla segnatura delle righe e le porte, portandomi appresso un pallone Mitre bianco bianco senza neppure una scritta se non quella discreta della ditta. Tiravo da solo verso la porta, sperando che nessuno mi vedesse, che nessuno mi facesse domande, che nessuno mi picchiasse.

Sempre rimasta, la voglia di provare la sensazione di giocare sul serio in uno stadio vero. 
Nel 2000 avevo mostrato ai miei colleghi un depliant di Wembley che in occasione della chiusura dello stadio concedeva l'uso del prato a chiunque lo volesse, al prezzo non modico - tradotto al cambio attuale - di 14.000 euro per le due squadre, con tanto di arbitro FA e sosia della Regina Elisabetta a consegnare una finta FA Cup saliti i 39 gradini.
Per €14.000 chi li aveva, anche se distribuiti su 22 persone, e soprattutto come trovare 22 persone e reperire voli? Esaurite le idee per racimolare denari, e avendo un'attitudine del tutto inadatta al reperimento di sponsor (finirei per dargli dei soldi io...), avevo abbandonato.
Poi nel mio delirio da mai cresciuto, ho scoperto che il sito footballaid.com racchiudeva quel che desideravo: per beneficienza, dunque una bella maniera di scaricare i sensi di colpa, alcuni club inglesi mettevano a disposizione il loro stadio per un pomeriggio, e l'organizzazione dietro a Football Aid vi organizzava una partita tra due squadre vestite una con la divisa di casa ed una con quella da trasferta. 
Ogni maglietta veniva assegnata all'asta, appunto per beneficienza, con uno schema prestabilito secondo il quale alcuni giocatori stanno in campo per tutta la gara ed altri subentrano al 46', pagando ovviamente meno così come coloro che sostituiscono. O povero me! Prima scelta sarebbe stata l'Upton Park, ma c'era un problema: le poche maglie per le quali avrei potuto evitare la figuraccia, ovvero tutte quelle dal centrocampo in su, evitando per le fasce perchè certamente i compagni di squadra inglesi si sarebbero aspettati un velocista-crossatore in corsa, costavano troppo, roba da non meno di 500 euro. Insomma, niente da fare. Aspettare un altro anno? Si, ma passati i 40 non è che uno possa prevedere che la propria forma fisica migliori di stagione in stagione, meglio dunque non perdere tempo e passare ad altro stadio ed altra squadra: colpo di fortuna, la combinazione perfetta tra stadio letteralmente leggendario come il Craven Cottage e squadra di seguito non strepitoso, dunque con maggiori possibilità di acciuffare una maglia decente a prezzo decente. Per farla breve: alla fine spunto con un 300 euro - versione per la futura moglie: 200. Ovviamente... - la numero 15, che consente di entrare dal 46' come seconda punta. 
L'ideale perché nelle mie fantasie doveva andare così: non saranno tutti atleti strepitosi, per cui li faccio stancare nel primo tempo, e subentro quando qualcuno magari ha le gambe molli, e non si sa mai...

Sistemata la logistica grazie ad un provvidenziale volo Ryanair decisamente affrontabile come spesa - peccato poi per l'hotel, una catapecchia con temperature tropicali – è arrivato a fine maggio il giorno della gara. Accusando spesso una paradossale sindrome di auto-esclusione da straniero (in soldoni: sono convinto che gli inglesi non amino gli italiani e ne abbiano buoni motivi, per cui non cerco mai di fare troppo l'amicone), mi presento ai cancelli, effettuata la lunga passeggiata attraverso il Bishops Park. quasi con timore: presento il pass-giocatore, vengo indirizzato al corridoio che passa sotto la Putney End e arrivo in uno dei bar dietro la tribuna sul Tamigi, insomma la Riverside Stand, dove ancora un addetto con forte accento scozzese - Football Aid nasce lì - mi accoglie e invita ad entrare. 
Ci sono i miei futuri compagni di squadra e i miei futuri avversari, quasi tutte con famiglia, impegnati a sorseggiare qualcosa. Cerco speranzoso di cogliere volti e fisici di persone oltre i 35 e male allenate, così che la mia forma precaria, allenata per mancanza di tempo solo su campi di calcio a 7, non mi faccia sfigurare troppo, ma vedo anche alcuni elementi che sembrano calciatori veri. Ahimè. Ovviamente - ovviamente per come sono di carattere - non parlo con nessuno e non mi avvicino a nessuno, e l'indicazione di andare verso gli spogliatoi è quasi un sollievo da quella situazione di imbarazzo. Altro che sollievo: diventa esaltazione quando ci fanno entrare nel nostro spogliatoio - io ho "comprato" la maglia azzurrina da trasferta, costava meno... - e tre posti dalla porta, sulla destra, vedo appena una maglia con il mio cognome. Porca miseria...
Per educazione vado poi a presentarmi a tutti gli altri, i quali o non ritengono che ci sia nulla di male o di strano ad avere un italiano in squadra o se ne strafregano, sta di fatto che nessuno dice nulla o commenta sulla mia provenienza. Scopro presto che il mio futuro partner d'attacco, Gary, inglesissimo di aspetto, statura e pure pancetta da birra, viene apposta da Los Angeles dove gestisce un paio di pub e dunque per fortuna non sono io il più esotico. Scruto ancora: due tizi piuttosto corpulenti, uno spilungone di gamba lunghissima, altri due tizi ben piantati e molto sicuri di sè, un armadio ambulante dal fisico scultoreo, quasi sovrappeso ma certamente non eccessivo, un ragazzo di chiare origini mediorientali. Rivestito in un mezzo secondo per la voglia di andare in campo, non riesco però ad evitare un batticuore quando metto piede per la prima volta sul prato, uscendo dal Cottage: erba soffice, splendida, di quelle in cui ci si vorrebbe rotolare, da cui non si vorrebbe mai uscire. Passo metà del riscaldamento a guardarmi intorno, cercando ogni tanto di impressionare i miei compagni di squadra con qualche tiro al volo, anche perchè non mi arrischio a fare controlli volanti, poi è il momento di tornare dentro, e dell'ispezione degli scarpini e dei parastinchi da parte dei due segnalinee, anzi di uno, perchè l'altro è un ragazzino preso probabilmente tra i parenti di qualcuno per defezione improvvisa dell'altro uomo in nero. Un mio collega, quello di apparenti origini mediorientali (scopro poi dal foglietto delle formazioni che si chiama Umar), per l'ingresso in campo dietro la terna arbitrale, con tanto di fotografo che riprende la scena, indossa una parrucca afro che lo innalza di almeno 15 centimetri, e più che altro non si capisce perchè lo faccia. Mi manca il fiato dall'emozione giù a correre verso il centro del campo, figuriamoci cosa potrà accadere dal 46' in poi. 

Squadre schierate in linea, e... saluto al pubblico. Pubblico? Una settantina di persone: del resto, con quindici per squadra, se ognuno porta due amici/parenti/figuranti si fa presto a raggiungere quel numero. Uno di noi, l'ala destra Matt, simpatico skinhead - ma pure bello stempiato - ha addirittura una piccola claque in uno dei box privati, anche se non si capisce come possano esserci entrati, visto che si poteva sedere solo nella Riverside Stand.
Mi rilasso, perchè il mio turno arriverà solo dal 46'. Ma subito il mio mondo cambia: dopo al massimo tre minuti Umar in un contrasto duro si fa male alla caviglia, e nemmeno il fisico da culturista lo aiuta. Fuori, non ce la fa. L'allenatore, o meglio il responsabile di Football Aid addetto alla squadra "ospite", si volta verso noi tre panchinari e mi fa cenno di entrare. Io non so cosa fare: rigido nel seguire le istruzioni come sono sempre, gli faccio notare che mi spetta giocare solo nel secondo tempo, ma non c'è verso, ed entro in campo, ben contento e ben emozionato, cercando di mascherare entrambe le condizioni. Robbie Herrera, ex giocatore del Fulham chiamato - è un classico, per le partite di Football Aid - a dare una mano ad una delle due squadre, mi chiede se posso sostituire Umar nello stesso ruolo, ovvero ala sinistra, ma gli dico che ad occhio e croce è meglio se lo spilungone, Ian, si allarga sulla fascia, ed io passo in mezzo come seconda punta. Ma avrei potuto essere anche prima, o terza, che il risultato non sarebbe stato diverso: per i primi quindici minuti ho le gambe di marmo dall'emozione, e la palla viaggia sempre lontanissima, la vedo a malapena, mi passa sopra, a destra, a sinistra, mai vicino, e per non fare figure meschine mi dedico almeno alla marcatura a uomo. Finalmente tocco il pallone con un anticipo di testa su una rimessa laterale, ma non ricordo ora neppure dove sia finita. Herrera ad un certo punto mi dà palla in area sulla sinistra, io vado incontro a 5-6 metri dalla linea di fondo, controllo ma il difensore centrale, correttamente, mi spinge e io non riesco a girarla in mezzo. Però mi sento meglio, le gambe progressivamente pesano meno, ed avrei persino voglia di ricevere il pallone tra i piedi. Succede dopo una ventina di minuti: passaggio al limite dell'area al centravanti Gary, che me la tocca indietro leggermente alta. Riesco in qualche maniera a controllarla di esterno sinistro, in pratica un mezzo tacco, e quando ricade la faccio rimbalzare e... insomma, nella mia testa si svolge in rapida sequenza un ragionamento che fa così: Qui è già tanto se toccherai un altro pallone, dunque tira ora, sennò quando lo farai? È. Tiro di controbalzo... male eseguito, la palla rotola molle verso il portiere, mentre Ian, sulla sinistra, mi fa notare che un semplice passaggio filtrante lo avrebbe messo solo davanti al portiere. Ian? Portiere? Visto niente. 
In quel momento ho visto solo la porta e l'enormità vacua della Hammersmith End dietro di essa. Passiamo in svantaggio 1-0 su gran tiro dal limite di un avversario, e lì il nostro regista, il corpulento Simon, fisico che sarebbe eccessivo perfino per un difensore centrale, si scatena, aumentando il ritmo (ahimè), portando palla, cercando triangoli. Sulla destra Matt corre molto, in mezzo al campo Neil, non molto alto, con una bella pancia ma efficace, copre molto ed effettua anche un tiro che sarebbe finito certamente nello specchio della porta - ah, che sano luogo comune - se non fosse stato per una deviazione. 
A pochi minuti dall'intervallo Matt effettua un cross, un difensore respinge sempre in quella direzione, altro cross, la palla mi sembra proprio arrivare tra i due difensori centrali, proprio verso di me... ma mi rendo conto che sono circa sul disco del rigore, e mi sembra troppo lontano per indirizzarla bene. Salto, la colpisco con la fronte (ricordati, non chiudere gli occhi È mi dico saltando) cercando perlomeno di mandarla verso la porta, poi ricado. Mi alzo e vedo che è calcio d'angolo.
Ma che è successo? Lo saprò solo dopo, guardando sul sito web (www.mattnuttallphotography.co.uk, partita Fulham 2005, pagina 24, foto 513 e 514, per chi non ci crede...) del fotografo, che pure nello scatto della mia inzuccata non ha inquadrato bene e mi ha... tagliato la testa: il mio colpo di testa, seppur lento, era abbastanza angolato, e il portiere ci è arrivato proprio per un pelo, toccandolo in angolo. Stavo per segnare senza accorgermene... Sul corner altra situazione a rischio, nel senso che la palla mi passa davanti rimbalzando, ma ad altezza impervia, e credo che il bello sia finito lì: arriva l'intervallo, ho giocato i miei 45' pagati, tornerò a sedere.

Ma al ritorno dagli spogliatoi l'allenatore mi chiama e mi chiede perchè non sono in campo: ho pagato per un tempo ed ho giocato un tempo. E’ gli dico. Ma ti ho fatto entrare io, dunque vai dentro ora, è questo il periodo per cui hai pagato!. Sinceramente, non me lo faccio dire due volte, perchè quel quasi-gol mi ha messo appetito: Ian si siede - era lui che dovevo sostituire - e Umar, rimessosi a nuovo, rientra, non perché dovesse "riprendersi" i 45' pagati, ma perché aveva pagato sia per la maglia numero 8 sia per quella numero 14 (!), da centrocampista difensivo, mentre il suo posto sulla fascia viene preso dal numero 17 Nigel, uno a cui a prima vista non avrei dato un penny: magrolino, pelatino, l'aria buona. Si, buonanotte: è invece bravissimo, rapido, tocchi di prima e buoni movimenti, per cui dopo qualche minuto capisco che è meglio se lui si accentra come seconda punta, mentre io retrocedo a fianco di Simon, che non perde un colpo, e giochiamo con una formazione sbilanciata ma efficace. Per fortuna mi riescono alcuni passaggi, tra cui uno che taglia la difesa e lancia - per modo di dire, non è il suo mestiere dato il fisico - Gary che però non se la sente di fare contropiede, e andiamo in gol tre volte: tiro da fuori di Simon, tocco di Nigel di sinistro incrociato, tocco di Nigel di esterno sinistro, pallonetto da appena fuori area, su uscita del portiere. Chiude Gary con un destro ravvicinato, qualche minuto dopo quella che mi era parsa una grande occasione: palla dalla destra che taglia il campo, la mancano in tre e dietro arrivo io controllandola in corsa, o in quello che corsa si può definire considerando il mio stato. In teoria davanti - a 30 metri, però - c'è solo il portiere, giù penso se è il caso di colpire con un pallonetto quando sento il fischio. Fuorigioco. Vabbè che nessuno che sia in fuorigioco pensa mai realmente di esserlo, ma ero partito da dietro e c'era stato il tempo per tre persone per "bucare" la palla e poi la bandierina l'ha alzata il ragazzino-sostituto, insomma non ero in fuorigioco e mi hanno impedito di segnare (o di fare una figuraccia uno contro uno...). Scherzi a parte, la nostra vittoria 4-1 è meritata e infatti il "loro" portiere, Steve, viene votato Man of the match per i "bianchi", mentre Nigel è giustamente premiato da noi.
Avrei voluto fare di più, avrei voluto rigiocare immediatamente per correggere gli errori, ma intanto mi sembrava surreale essere lì a bordo campo con i calzettoni abbassati sui parastinchi, ad applaudire ringraziando il pubblico, a dare la mano ad avversari e compagni di squadra, a fare tutto quel che può fare un quarantenne che ha 350 euro da spendere per vivere fantasie allevate fin da quand'era bambino, ed un po' se ne vergogna, un po' no, così come è stato abbastanza imbarazzante utilizzare 16.000 battute di testo e varie pagine di questa fanzine per descrivere una partita di valore tecnico inferiore a quello di tante che vedete la domenica mattina passando in auto lungo le strade di periferia.
Ma lo rifarei, allora? Certo. Domani. Anzi, oggi.
di Roberto Gotta, da UKFP (maggio 2006)
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