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6 ottobre 2025

"CYRILLE REGIS. The Human face of football" di Alessandro Nobili

Siamo negli anni 70. In Inghilterra. Un periodo segnato da crisi economica, tensioni sociali, disillusione e la salita all'estrema destra del National Front Party. Questo quadro sociale fece verificare una recrudescenza del sentimento razzista anche grazie alla presenza massiccia di immigrati, che occuparono interi quartieri nelle città inglesi. 
L’aria era pesante e tutto questo malcontento veniva spesso riversato all’interno degli stadi. Bersaglio facile erano quei pochi “colored” che giocavano nella allora First Division. Tra questi ce n’era uno che a modo suo fece epoca: Cyrille Regis. Come ebbe a ricordare anche lo stesso calciatore - A quei tempi se eri un “colored” eri un facile bersaglio per i tanti idioti che frequentavano gli stadi inglesi alla fine degli anni ’70. Insulti di ogni tipo, dal verso ripetuto della scimmia fino al lancio di noccioline o banane. Allora era di moda urlare il proprio odio nei nostri confronti e quasi vantarsi della stupidità razzista –

Cyrille Regis nacque a Maripasoula, nella Guyana Francese, il 9 febbraio 1958. Durante la sua carriera, si dimostrerà un professionista esemplare, persona umile, riflessiva e di grande spessore umano. Un calciatore dalle qualità straordinarie la cui storia tramandata non gli dà assolutamente giustizia. Ma andiamo con ordine. Regis inizia a dare i primi calci nella modesta squadra del Molesey per poi passare nella più prestigiosa FC Hayes (squadra scomparsa nel 2007) dove, inoltre, passò prima una leggenda come Robin Friday e successivamente un’altra icona come Les Ferdinand. Nello Hayes, Cyrille si fa subito notare per la sua prestanza fisica e le doti atletiche fino a che un osservatore del WBA non lo segnala e cercherà di portarlo via. Non fu facile. 
Così dopo un intervento economico personale del capo dello scouting del West Bromwich Albion, Regis approda finalmente in una squadra blasonata e professionista della First Division. È l’estate del 1977 e sulla panchina del WBA dopo l’esonero dell’allenatore scelto dalla dirigenza, a sorpresa, siede proprio il suo scopritore Ronnie Allen e da quel momento in poi Regis inizierà la sua scalata verso la gloria. Il suo esordio avviene con una doppietta in una partita di coppa contro il Rotherham e il suo debutto in campionato contro il Middlesbrough dove segnerà la sua prima rete. Da quel momento in poi, Regis prende in mano l’attacco del WBA e segnerà 10 gol, conclusa con un sesto posto e la qualificazione per la Coppa Uefa. D’altronde in quella squadra c’erano dei giovani talenti come Cunningham e quel Brian Robson che poi fu colonna portante del Manchester United. 
Negli anni successivi tenne fede alla fama che si stava creando come calciatore eccellente, attaccante prolifico e pesante tanto che, con Ron Atkinson in panchina, arriva un terzo posto e soprattutto il WBA diventa la squadra più spettacolare della First Division. Ma nelle Midlands non hanno i soldi che hanno dalle parti di Nottingham o Manchester così, loro malgrado, si vedono costretti a cedere i loro Big. Nel giro di pochi anni parte Cunningham al Real Madrid e Robson che andrà con Atkinson al Manchester United. Nelle Midlands rimane Regis che continua a fare gol e a mantenere il WBA nell’eccellenza del calcio inglese ma Arsenal e Tottenham faranno carte false per portarlo via. Solo che, queste squadre non hanno fatto i conti con la riconoscenza che Regis deve al WBA e al suo mentore che nel frattempo è tornato sulla panchina dei The Baggies. Seguirà una salvezza tribolata in gran parte raggiunta grazie ai 17 gol di Regis che in quella stagione stabilirà il suo record personale. Quello stesso anno Regis siglerà anche 8 reti fino alle due sfortunate semifinali di FA CUP e Coppa di coppa di Lega contro il QPR e il Tottenham Hotspur. Ormai la sua carriera sembra destinata ad essere solo di un colore il bianco e blu quello degli WBA e questo succederà fino al 1984 quando verrà ceduto al Coventry City. Sembrerebbe la fine di un bel sogno e invece proprio al Coventry vinse il suo unico titolo della carriera la FA CUP 1986/87, vinta in una delle più rocambolesche finali viste a Wembley e che vide trionfare il Coventry per 3 reti a 2 nei confronti del Tottenham Hotspurs. Regis fece la sua parte anche questa volta fino alla scadenza del contratto quando l’età anagrafica segnerà 33 primavere fino a che un’altra squadra del Midland lo chiama: l’Aston Villa dove ritroverà Ron Atkinson. Non è più il giocatore esplosivo di qualche tempo fa ma fa il suo e soprattutto è un punto di riferimento. Se gioca spalle alla porta e si piazza tra palla e difensore non c’è verso di spostarlo. 

Trentanove presenze e 11. Ma quella stagione sarà il suo canto del cigno. Finirà la carriera al Chester in quarta divisione. Dopo una collaborazione nella dirigenza del WBA si perdono un po' le sue tracce. La sua vita si fa anche difficile soprattutto quando perde il suo amico e collega Cunningham. Baratro, luce, baratro si riprende e poi nel gennaio del 2018 un infarto se l’è portato via. Durante gli anni i tributi ricevuti in parte spiegano l’importanza che ha avuto questo calciatore nella storia del calcio inglese. Per esempio, nel centro di West Bromwich c’è una statua in bronzo che ricorda il trio Regis-Cunningham-Batson, i tre colored della squadra definiti -The three Degrees – dal mitico Ron Atkinson. 

Ma ci sono anche le testimonianze degli addetti ai lavori dell’epoca che lo definiscono come un punto di riferimento contro la lotta al razzismo. Basti pensare alle parole spese dallo scrittore, opinionista Kenan Malik, indiano cresciuto in Inghilterra che ricorda come Regis fu un punto di riferimento. Il coro più frequente che sentiva ad Anfield, stadio che frequentava, era - There ain’t no black in the Union Jack, all the Pakis can fuck off back – Poi gli bastava vedere Regis giocare e sopportare e pensava che avrebbe potuto farcela anche lui in tribuna. Ma le lodi verso Regis arrivarono anche da campioni che non ti aspetti come Johann Cruyff che avrebbe voluto portarlo all’Ajax nel suo momento di maggior splendore. Oppure le dolci parole di Andy Cole - era il mio idolo da bambino ed è la principale ragione per cui volessi a tutti i costi diventare un calciatore. Era veramente una persona speciale. Tutti noi gli dobbiamo qualcosa –. O ancora il suo mister Ron Atkinson che non lo ha mai abbandonato che esprime in queste frasi rilasciate tutta la sua ammirazione verso Cyrille - Il più forte attaccante che io abbia mai allenato. In campo era una belva assatanata, che lottava come un indemoniato su ogni pallone. Fuori dal terreno di gioco era una delle persone più gentili, disponibili e riflessive che io abbia mai conosciuto. Ricordo come gli insulti e gli abusi che riceveva lo caricassero come una molla. Durante una partita a Leeds fu fischiato e insultato ad ogni tocco di palla. Cyrille segnò due reti fantastiche. A fine partita il pubblico di Elland Road era tutto in piedi ad applaudirlo -

Ma a renderlo leggenda, oltre ai ricordi di un cinquantenne che si crede ancora adolescente e i suoi 158 gol in 600 partite, c’è questa sua battaglia, silenziosa e sorridente, contro il razzismo. I ricordi dei muri del quartiere imbrattati con la scritta - Vota Labourista, se vuoi un nero nel quartiere -. Lui, nel frattempo, ha votato il silenzio e la volontà di far ricredere tutti. Lavoro e abnegazione. Corsa, fisico, determinazione. Più veniva insultato più diventava forte. Nella sua carriera ha reso il razzismo fuorilegge in un’epoca dove l’insulto non era notizia. L’ha fatto con i gol, con la forza fisica e mettendoci sempre la faccia, la faccia umana del calcio. Lui ha fatto da apripista. Ha combattuto per i giocatori della sua epoca e tutelato quelli futuri. Lui, Cunningham, Batson, Viv Anderson (il primo nero nella nazionale inglese).
Lui era Cyrille Regis The Human Face Of Football.
di Alessandro Nobili
https://www.youtube.com/watch?v=eaCVze6H9B4

15 dicembre 2024

"ROY MAURICE KEANE" di Alessandro Nobili



























“Ai miei tempi, non esistevano guanti, sciarpe e tutte queste altre cose. È un'abitudine moderna che ha reso il calcio più "soft". Il calcio si è ammorbidito

Bastano forse queste semplici parole per farsi un’idea di Roy Maurice Keane. Un uomo duro, un giocatore duro, un pilastro granitico dello United più forte di tutti i tempi. Keane è un’irlandese, uno che sa come farsi rispettare. Roy è uno che in campo dà tutto uno che non leva mai la gamba anzi, al contrario, è uno che la gamba te la fa sentire spesso sugli stinchi anche dopo averti strappato il pallone dai piedi. Si dice che il suo cognome abbia origine da una parola gaelica che significa battaglia. E infatti, Keane è la battaglia fatta persona. Chi ama il calcio ama sì la tecnica ma ama anche l’orgoglio che ti sfinisce sul campo. A certe latitudini la grinta e il sudore sono più apprezzati del tocco di classe del calciatore incipriato e pieno di profumo. Ad ogni partita, il tacchetto di Keane colpisce duro. Interrompe le azioni avversarie facendo una diga a centrocampo, per poi ripartire di forza puntando la porta nemica. Lui non ha paura. Non toglie la gamba. Lui è Roy spaccatutto!
L’ho sempre ammirato era l’incarnazione del giocatore fedele alla maglia. Usciva sempre sporco di fango, lavorava ai fianchi l’avversario, portava a termine il suo impegno con il giusto ardore e la sua fedina penale era sporca come quella di un criminale.
Vederlo giocare era adrenalina pura.
A Manchester lo chiamano ancora KEANO. Un uomo che è visto come un Dio. Vorrei un Keane nella mia squadra perché la mia concezione del football, prevede necessariamente uno come lui. Un lottatore che ha fegato.




















Keano era fatto così, uno che randellava in campo e che lo faceva anche in privato. 
Nel suo modo di fare c’è l’amore per questo sport ma c’è spazio anche per l’odio, quello genuino, viscerale, quello delle battaglie senza sconti, duelli all’ultimo sangue che iniziavano sotto il tunnel proseguivano in campo e finivano dentro gli spogliatoi. Celebre è rimasto lo scontro con Haaland ma, nella storia di Keane, ci sono state tante altre antipatie. Patrick Vieira fu l’ultimo nemico. Nove anni di furiose battaglie divise tra Highbury, Emirates Stadium poi e Old Trafford. 
Si trattava di una rivalità fondata da un senso di competitività intensa. Un desiderio assoluto di dominazione fisica e, forse, anche odio. Le immagini e l’urlo di sfida di Keane che inveisce contro Vieira è da leggenda: “I’ll see you out there”.
Come si fa a non amare questo giocatore. Svolgeva il suo dovere a meraviglia impedendo che la palla filtrasse dal centrocampo. Il suo lavoro si esauriva lanciando le punte: un lavoro senza fronzoli ma, fatto con un atteggiamento feroce. Un vero uomo da spogliatoio, un leader assoluto. 
Si racconta che quando fu allenatore del Sunderland venne a sapere che un membro dello staff, prima di una partita, caricò la squadra con “Dancing Queen” degli ABBA. 
La reazione di Keane è tutta concentrata in queste poche frasi:
"Spero che qualcuno si alzi e gli dia un cazzotto. Su avanti, leva quella merda! Stavano uscendo per giocare una partita, uomini contro uomini, i livelli di testosterone erano alti. Devi affrontare uno scontro corpo a corpo. Dancing Queen del cazzo! Ero preoccupato"

Ecco chi era Roy Keane. Un calciatore che vestiva come un moderno Braveheart, un allenatore comprensivo ma duro. Ma il football avrà sempre bisogno di gente di questo calibro, avrà sempre bisogno dell’agonismo, di gente che vive sull’esaltazione della battaglia.
God Save KEANO!
Lui, era solo per chi aveva fegato.
di Alessandro Nobili

19 novembre 2024

"PETER SHILTON. Superbia e mano de Dios" di Alessandro Nobili



Ogni volta che proviamo a pensare alla vita di un portiere, almeno tra i pali, la immaginiamo solitaria, concentrata estroversa e condita, a tratti, da quella schizofrenia che li rende affascinanti. Sono gli eroi silenziosi, quelli che fanno poco rumore rispetto agli attaccanti o ai giocatori più tecnici che rubano la scena e strappano gli applausi al pubblico.
Nella realtà alcuni di loro, con un pizzico di delusione, potrebbero anche risultare timidi, taciturni e vergognosi.
Nel caso di Peter Shilton siamo invece di fronte ad un personaggio devastante sia in campo che fuori anzi nella vita privata di casini ne ha combinati parecchi. 
Shilton, detiene un record ancora imbattuto quello dell’unico calciatore che abbia superato le 1000 presenze nei campionati inglesi perché praticamente ha calcato tutti i campi di categoria dal momento che si è ritirato a 48 anni. Pazzesco! Questo dà l’idea di un uomo senza mezze misure. Infatti i record andavano di pari passo con quello che combinava nella vita privata costellata di scelte dubbie, come quella di dilapidare le Sterline guadagnate regalandole agli allibratori delle corse di Cavalli oppure, alle frizioni familiari che sopraggiungevano ogni volta che c’era una relazione extraconiugale. Da buon inglese non si fece mancare nemmeno il problema con l’alcool tanto che fu arrestato per guida in stato di ubriachezza. 
Ma Shilton era comunque un grande, un leader assoluto che seppe dettare la sua legge tra i pali e che fu capace di vincere trofei passati alla storia come le due Coppe dei Campioni vinte con quel Nottingham Forest di Brian Clough. L’allenatore se ne rese conto subito che tipo di uomo era e con saggezza lasciò spazio e fiducia al suo portiere che poi lo ripagò diventando il dominante per quell’irripetibile cavalcata vincente. Fin dagli albori della sua carriera, il suo obiettivo dichiarato era sempre stato quello di essere il migliore e diede subito un assaggio di sé quando scoperto da Gordon Banks poi lo fece fuori, calcisticamente intendiamoci. Continuò ad essere il migliore anche quando ci fu un dualismo generazionale, vinto peraltro, con un altro grande portiere molto diverso da lui, Ray Clemence del Liverpool. E così nel pieno della sua maturità Peter Shilton si tolse la soddisfazione di togliere il posto al suo rivale e di farsi tre mondiali di fila 1982-1986-1990

Ma, con calma, proviamo a ripartire dall’inizio: Shilton crebbe nel Leicester squadra della sua città natale e di cui era tifoso. Militò nelle Foxies per otto stagioni conoscendo anche una retrocessione per poi risalire in premier league. Cambiò aria e decise di accettare la sfida dello Stoke City. Gli anni che passò a Stoke non furono memorabili anzi conobbe di nuovo l’amarezza della retrocessione e quindi decise di trovare una squadra che avesse ambizione e il suo destino si incrociò con una neopromossa dal futuro inimmaginabile: il Nottingham Forest. Scelta non fu mai più azzeccata perché coincise con l’apice della sua carriera. Shilton aveva un fisico pazzesco per la media di quegli anni: massiccio, non altissimo ma molto agile. La sua prerogativa era quella delle uscite alte, le prese volanti soprattutto dai corner. Non nelle respinte di pugno che furono il suo tallone d’Achille. Fu l’uomo che cambiò la concezione solitaria di quel ruolo. Il portiere, che era l’unico baluardo a difesa degli avversari, si trasformò in una sorta di coach che dava indicazioni di come difendersi infischiandosene dei dettami del mister. Clough al Forest ne capì l’innovazione e infatti vinse un campionato, quattro coppe di lega, una super coppa europea e due coppe dei campioni consecutivamente: l’unica squadra ad aver vinto più Coppe Campioni che Campionati.

Dopo qualche problema extraconiugale di troppo, Shilton decise di cambiare di nuovo aria e molti, in primis la feroce critica dei tabloid inglesi, pensava che fosse ad un passo dal declino. Invece il buon Peter si reinventò ultimo baluardo a difesa dei pali del Southampton nel 1982 dove militava anche un certo Keegan. E come resuscitato a nuova vita, nel 1984 la sua leadership riuscì a portare i Saints al secondo posto. Saints che erano una squadra che alla metà degli anni ’70 viaggiava tra una retrocessione in Second ed una promozione in
First Division. Chiusa la parentesi nel Sud dell’Inghilterra, Shilton si trasferì nel Derbyshire accasandosi al Derby County fino al 1991 quando retrocesse in Second Division. Ormai la sua parabola discendente era iniziata confermata anche dal fatto che divenne prima player manager al Plymouth e poi manager a tempo pieno fino ad uno spareggio perso per la promozione. Di nuovo però, ad un passo dall’addio al calcio giocato, si convinse di poter dare ancora qualcosa. 
Nel 1995 venne ingaggiato dal Wimbledon FC e successivamente dal Bolton, con il quale giocò poco e poi dal West Ham. Ma ora, c’era un record da battere. Shilton aveva partecipato a 998 partite ufficiali. Era obbligatorio raggiungere la cifra tonda. Lo fece con il Leyton Orient in Terza Divisione il 22 dicembre 1996. Alla fine le sue presenze ufficiali furono 1005 e si ritirò dai campi di calcio all'età di quasi 48 anni.
Con la nazionale invece ebbe un rapporto altalenante così come è stato il destino di quella Nazionale nonostante fosse la migliore mai vista per talento messo in campo con giocatori del calibro di Lineker, Gascoigne, Waddle, Pearce, Butcher, Hoddle, Robson, Platt, Beardsley. Il suo debutto fu con l’Italia in una partita di qualificazione agli europei persa 1 a 0, per poi prendere parte ai campionati del mondo di Spagna 1982, Messico 1986 e Italia 1990, ai campionati d'Europa di Italia 1980 e Germania Ovest 1988. La sua ultima esibizione con la nazionale fu sempre con l’Italia in occasione della finale del terzo quarto posto del mondiale del 1990. Quel quarto posto fu il miglior risultato con la Nazionale inglese.
Ma è proprio la nazionale che farà in modo che l’immagine di Peter Shilton rimarrà indimenticabile. Un episodio che lui odierà con tutto sé stesso e che la storia del calcio ce lo lascerà lì indelebile tra i ricordi più rocamboleschi e falsi della storia dei mondiali. Città del Messico giugno 1986 quarti di finale Argentina - Inghilterra, la famosa mano de Dios di Diego Armando Maradona. Il vecchio Peter a distanza di anni non ha ancora mandato giù quella che lui stesso definisce la più grande beffa subita. E possiamo immaginarlo.

























Lo Shilton sbruffone, arrogante, la superbia con cui tolse il posto a Gordon Banks, le Coppe dei Campioni vinte con il Forest, le 125 presenze in nazionale, liquefatte di fronte a quell’affronto che fu vergogna ovunque lui andasse. Il ricordo che brucia. 
La vendetta che arde, la rabbia che sale possono essere riassunte in queste poche ma evidenti parole:

“…Ho sempre saputo che sarebbe arrivato un giorno in cui avrei pagato tutto, un giorno in cui qualcuno mi avrebbe fatto scontare il mio lato oscuro. Quel giorno venne, e decise di punirmi con la mano di Diego Maradona. La sola cosa che mi infastidisce è non avere mai avuto le sue scuse. A fine partita, quando succede qualcosa tra noi giocatori, se ne parla. Se c'è da dirsi qualcosa, ce la diciamo. Tutto finisce lì, nel campo. Lui no, Maradona non venne a parlarmene. Fui l'unico a non accorgermi di niente, non ebbi neppure la soddisfazione di protestare. Le uscite con i pugni erano da sempre il mio punto debole, nonostante le esercitazioni continue, sul pallone andavo come se fossi stato un pugile, caricavo e pam, un cazzotto alla palla. Diego diede un cazzotto prima di me e io non lo vidi. Lui correva, esultava e io pensavo che mi aveva battuto, non sapevo che mi aveva fregato…”

Ad ogni modo, il nostro caro Shilton, per noi ragazzi di allora che giocavamo a rifare il verso a quei miti che ammiravamo in tv in quelle sporadiche occasioni in cui arrivavano immagini dall’Inghilterra, rimarrà uno dei portieri migliori, iconici, quelli che indossavano maglie strette e pantaloncini attillati. Un classico di quel calcio fatto di fisici asciutti, anche se lui era una bestia, gambe tozze e magliette sporche di fango e sangue. E poi come non dare credito a Sir Robert William Robson detto Bobby che disse:
“Shilton? He was the very best goalkeeper for long long time. A very special guy”
Come On Guys
di Alessandro Nobili

4 novembre 2024

"FRANK STAPLETON. The Grumpy Player" di Alessandro Nobili






































Amo il football vecchio stile. Se è football britannico meglio ancora. Mi affascinano i vecchi stadi, dove si respira l’odore dell’erba e l’umidità dell’inverno ti entra nelle ossa come il caldo che ti soffoca in estate. Stravedo per le maglie di passata concezione, semplici e caratterizzanti della storia del club. Una semplice divisa bianca è molto più romantica di una che sia super tecnica e scarabocchiata. Sono nostalgico di quel modo di vivere il calcio senza i miliardi delle tv o con proprietà senza faccia che si nascondono dietro fondi sovrani o nei meandri di misteriose società finanziarie. Quel calcio con esultanze istintive, vere. Non con scenette preconfezionate, senza balletti, senza coreografie. Il calcio delle partite che si giocavano tutte lo stesso giorno. Ma capisco che quel tempo è preistoria. Capisco che quello che mi fece innamorare non esiste più e allora non mi rimane che ancorarmi ai ricordi e rispolverare qualche giocatore che mi apra una porta spazio-temporale che possa riportarmi a quegli anni crudi, duri ma terribilmente romantici. 
Benvenuti negli anni Settanta o forse anche Ottanta. Il calcio inglese era lotta e machismo e le squadre sacre erano il Leeds United, il Liverpool, il Derby County. Erano gli anni dei calciatori baffuti, del capello lungo, dei calzettoni tirati giù. Dei campi fangosi e degli spalti troppo affollati. In questo contesto, alla metà degli anni Settanta, comincia a ritagliarsi un posto nella Hall of fame del football d’oltre manica un certo Francis Anthony Stapleton. Irlandese, orgoglioso, nato a Dublino il 10 luglio del 1956. Come il suo segno zodiacale lo contraddistingue, Frank era cupo, polemico, musone e spesso scontroso con i compagni, gli allenatori e i dirigenti. Un po' grezzo ma con una speciale forza d’animo e un talento sopraffino. Attaccante. Striker. Uno dal tackle duro. Grandissima abilità nel colpire di testa il pallone. 
Un uomo, così raccontavano - che faceva l’unico sorriso della sua giornata alla mattina davanti allo specchio appena alzato così da togliersi il pensiero per tutto il resto del giorno –

Stapleton era un ragazzo ostinato, coriaceo, uno che voleva arrivare a tutti i costi dove poi effettivamente è arrivato. L’inizio della sua storia è emblematico. Si racconta che un osservatore irlandese dell’Arsenal segnalò quattro ragazzi appena adolescenti presentandoli come futuri campioni. Liam Brady e David O’Leary lo diventarono davvero. Il terzo opterà per il rugby e il quarto poco prima ebbe un brutto infortunio. È qui che si inserisce il fato, che spesso ha un ruolo fondamentale, così quell’osservatore irlandese si ricorda di un altro ragazzo con i capelli lunghi. Gli rimane impresso il talento nel gioco aereo, il coraggio e la determinazione. Ma i piedi non esattamente raffinati. Il piccolo Franky quando arriva all’Arsenal ad Highbury mette in atto tutta la sua volontà per arrivare al traguardo. Si allena. Troppo. È la sua unica preoccupazione. Lavora duro. Tiri in porta, controllo di palla, palleggi e tanto, tanto “muretto”. Questa straordinaria costanza lo porterà in pochi anni a diventare il numero “nove” dei Gunners. Da non credere! Come in una favola fa il suo esordio contro lo Stoke City. Bastano pochi matches a far capire alla North Bank che questo ragazzo entrerà nella storia dell’Arsenal. Fece prima da spalla a Malcolm MacDonald per poi diventare il vero diamante dell’attacco. Il “re di coppa”. 
I due attaccanti trovarono un collante eccezionale, un’intesa superlativa e diventeranno irresistibili realizzando 46 gol nella stagione 1976/77. Nelle successive stagioni Stapleton confermò i suoi progressi attestandosi gradualmente come uno dei migliori realizzatori dei Gunners. Dal 1978 al 1980 sempre con l'Arsenal fu protagonista di tre FA Cup consecutive. In quella del 1979 contro il Manchester United, Stapleton segnò il secondo gol contribuendo alla vittoria per 3-2 avvenuta negli ultimi istanti dell'incontro. Poi, come tutte le belle favole la fine arriva e non è sempre dolce. Anzi diciamolo pure, fu una fine amara, soprattutto per i tifosi che lo videro passare ai rivali del Manchester United. Lascia Highbury dopo aver segnato 108 gol in 300 apparizioni. 

Il passaggio ai Red Devils fruttò ai gunners 900.000 sterline e sotto la guida di Ron Atkinson, Stapleton continuò a vincere trofei conquistando ancora due FA Cup nel 1983 e nel 1985. Ma la vittoria in campionato non arriverà mai. La sfiorò soltanto nella stagione 1985/86, quando i Red Devils vinsero le prime dieci partite per poi e finire al quarto posto. Con l’avvento di Sir Alex Ferguson, Lo stellone di Frank Stapleton comincia a sbiadirsi a favore di un altro grande attaccante, scozzese stavolta, Brian McClair. Questo è il punto che segna il declino della sua carriera. Lascia lo United con 78 gol in 286 partite e si trasferisce all’Ajax dove non incide minimamente. Viene ceduto all’Anderlecht dove non giocò nemmeno una partita. Nel corso della sua carriera Stapleton è stato convocato 71 volte per la Repubblica d'Irlanda, andando a segno in 20 occasioni un record che durò fino a quando non fu superato da Niall Quinn. Di Stapleton ci rimangono in eredità i suoi gol, le sue capocciate memorabili ad anticipare gli avversari in quelle aree di rigore intasate e frequentate da gente poco raccomandabile. Ci rimangono i tap-in sotto porta in scivolata o le cavalcate palla al piede verso la porta per poi scaricare la palla in rete sotto la traversa. L’aggressività nel puntare l’aerea, gli anticipi vincenti sul primo palo. Roba forte. Roba che non se ne vede più. Frank Stapleton, signori. The grumpy player. Buona visione…
https://www.youtube.com/watch?v=DjFcwJrh25w
https://www.youtube.com/watch?v=wc-58_zto2k
di Alessandro Nobili

21 ottobre 2024

"GLENN HODDLE. The playmaker" di Alessandro Nobili

























È un po' di tempo che non guardo più volentieri le partite di calcio in Tv. Sembrano tutte uguali, scontate, prive di fantasia e piene di gabbie tattiche. Per chi è nato e cresciuto con il calcio romantico, con le giocate sopraffine, con la qualità come eccellenza e garanzia di spettacolo, sono davvero tempi duri. Era affascinante il calcio di una volta. Era bello inglese quello degli anni Ottanta. Quel calcio che magari non brillava in tecnica ma che era un continuo duello rusticano, una coperta romantica per le fredde serate invernali. Così ogni tanto colto dalla nostalgia, vado a curiosare su internet e mi vado a leggere qualche articolo sul calcio inglese. A volte mi affido a YouTube e vado a cercare qualche match remoto che mi porti felicemente indietro nel tempo. Ogni volta ne esco sbalordito. 

Impressionato nel constatare che esistevano una sfilza di fantastici giocatori, tutti quasi sullo stesso livello: elevatissimo. Parliamo di giganti. Di calciatori sopraffini, fantasiosi, istintivi. Dei veri giocolieri. Atleti che avevano spesso una caratteristica comune; danzavano con il pallone tra i piedi senza dare mai l’impressione di forzare le cose. La “toccavano piano”. Accarezzavano la sfera di cuoio e con pochi tocchi o con un lancio calibrato, innescavano un contropiede vincente che poteva cambiare totalmente l’inerzia di una gara. Glenn Hoddle era sicuramente uno di quei tanti giganti. Collocazione Inghilterra. Londra. Tottenham. mezzala, regista, trequartista, a volte attaccante aggiunto? E chi lo sà. Questa era la vera difficoltà. Come collocarlo in mezzo al campo. Che posizione assegnarle. A me è sempre piaciuto immaginarlo come un Playmaker da dove tutto partiva e spesso tutto finiva. Come quel gol fatto al Watford dove in mezzo all’area tocca il pallone con il tacco e con una piroetta si libera per poi effettuare un tocco delicato sotto il sette a scavalcare l’incolpevole portiere Sherwood.

Glenn Hoddle ci appare come una cometa. Squarcia il cielo come un bolide. Esplode nel nulla. Diverso. Distante. Niente a che vedere con lo stereotipo del calciatore inglese fine anni Settanta. Catapultato in un calcio che era griffato brutalmente a quei tempi dal maledetto United. Il marchio a pelle, rovente, delle gomitate, degli interventi killler, dall’enfasi dei titoli dei tabloid locali

– the most brutal game ever played –

Lui era un lampo alieno sui campi di calcio. Irradiava luce in quelle latitudini piovose e spesso usciva vincitore dalle mischie fangose con giocate difficili che il suo genio rendeva semplici, ovvie. Alto, capello lungo, fisico asciutto, Glenn danzava in campo esibendo tutta la sua classe senza avere paura, con quello spirito sbarazzino e ingenuo che possiede chi proviene dai bassifondi. Era nativo di Hayes, una cittadina periferica di Londra e come letto su un articolo on line, sembrava essere nato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Già da piccolo sviluppa un talento incredibile per il calcio e sembrerebbe che mentre frequenta le scuole s’innamora degli Spurs e che due ex-glorie del Tottenham ammirando il suo talento lo misero sotto contratto come “apprendista”.

- Questo è il club in cui sono entrato quando avevo otto anni, ho firmato all’età di 12 anni e non l’ho lasciato fino a 28 anni. Gli Spurs sono il mio sangue -

Infatti, è solo questione di tempo. Il piccolo Hoddle brucia le tappe e a soli diciotto anni, fa il suo esordio dal primo minuto in First Division, contro lo Stoke City. Un esordio col botto dato che con un bolide da 25 metri sfonda la porta dello Stoke registrando così il primo di tanti meravigliosi gol. L’anno successivo gli Spurs retrocederanno dalla massima serie ma lui resterà fedele alla squadra. Scelta azzeccatissima perché in seguito, con la stessa maglia bianca, conquisterà vittorie e trofei. Saranno anni d’oro per il Tottenham che conquisterà due FA CUP consecutive nel 1981 e nel 1982 e la Coppa Uefa della stagione 1983-1984. Passa il tempo e acquista fiducia ed esperienza diventando il principe degli Spurs. Sembra muoversi con disinvoltura sul campo anche in modo sofisticato, virtuoso. Un enigma per chi lo deve marcare e anche per chi deve schierarlo in campo. Soprattutto per certi tipi di allenatori. Infatti, questa sua dote fu anche un limite nell’esperienza con la nazionale dei tre Leoni. Nella formazione inglese a centrocampo sembrava non esserci posto. Glenn veniva considerato un lusso che la nazionale inglese non poteva permettersi. 























Era ancora giovane e forse anche per questo, gli si preferivano Bryan Robson e Ray Wilkins del Manchester United oppure l’esperto Trevor Brooking del West Ham. Bisogna aspettare qualche anno, i mondiali messicani e finalmente Glenn sale in cattedra entra in pianta stabile nella formazione e da lì alla fine sarà anche menzionato nell’11 di sempre della nazionale inglese. Giocherà 12 anni per il Tottenham Hotspur, poi emigra in Francia al Monaco dove qualche suo collega lo paragonerà ad un dio del calcio per poi fare ritorno in patria allo Swindon Town e infine al Chelsea. Ecco io di lui vorrei ricordare quelle giocate sublimi, quelle carezze infinite alla palla. Leggero e leggiadro e poi all’improvviso le verticalizzazioni in profondità o in campo aperto. Lo voglio ricordare per i passaggi e la visione di gioco senza rivali e quella capacità di tiro straordinaria. L’eleganza dei movimenti dentro quelle divise splendide degli anni 80 -90 e con quei calzoncini aderenti che corre e disegna traiettorie raffinate come farebbe un architetto. La visione panoramica, la bellezza delle idee, l’ingegno istintivo di sapere dove fosse il suo compagno mentre lui ancora era impegnato a scartare un avversario. Ci sono delle giocate di una fattura superiore, quasi brasiliane, lanci millimetrici di 30 o 40 metri diritti sul piede del compagno o là nello spazio preciso dove l’attaccante poteva attaccava la palla e faceva gol. Un’elegante precisione che ho rivisto solo una decina di anni dopo gustandomi Juan Sebastian Veron. Ecco forse l’unico vero rimorso è quello di non averlo mai visto dal vivo. Ma datemi retta, perdete 15 minuti della vostra vita per rivedervi che razza di giocatore era Glenn Hoddle. Fatevi questo regalo e poi vi sarà più chiaro che bello che era il calcio di quell’epoca. Un calcio di una tecnica oramai inarrivabile perché oggi c’è tutto, ricchezza, spettacolo, business, velocità, fisico ma l’istinto, la fantasia di quegli uomini che amavano fare i calciatori e che erano fatti della stessa pasta di chi gremiva le tribune e le curve degli stadi, non esiste più. 
Datemi retta. Fatevi un regalo. Glenn Hoddle. One of the best. Buona visione e buon Football a tutti.
https://www.youtube.com/watch?v=r-BeVbsmZkY
di Alessandro Nobili

9 ottobre 2024

"NORMAN WHITESIDE. Quel ragazzo di Belfast…" di Alessandro Nobili



Quando ci eravamo in mezzo, gli anni ottanta sembravano essere un’epoca d’oro, avevano tutta l’aria di essere anni spensierati e di grande ricchezza.  Erano i tempi di Rambo, Rocky, Shining, Ghostbuster. 
Erano i Tempi dell’Italia, quell’Italia calcistica che, con la riapertura delle frontiere, si accaparrava i migliori giocatori stranieri del globo. Nomi indimenticabili come Rummenigge, Falcao, Junior, Boniek, Platini, Maradona, Zico, Careca, Tardelli, rendevano il nostro campionato il migliore del mondo. Ma c’erano anche altri idoli che accendevano le fantasie dei ragazzini che per strada prendevamo a calci un pallone colorato o qualsiasi cosa avesse una sagoma rotonda. C’ero anche io tra quei ragazzini che organizzavamo campi di calcio dovunque capitava, nel cortile del proprio palazzo, in mezzo alla strada o in un fazzoletto di verde nella piazzetta del rione. Siamo cresciuti così, nella semplicità delle azioni quotidiane sognando di fare i calciatori tra le vie del nostro quartiere.
C’era anche un manipolo di ragazzini che era rimasto folgorato dal calcio che si giocava nella terra di Albione. Vedevamo in quel football l’essenza della lealtà, del romanticismo, della sportività. Un calcio fatto di sudore e fango, agonismo esasperato, lotta e maglie bagnate. In Inghilterra, non c’erano calciatori altisonanti e strapagati, non c’era Maradona, non c’era Zico, ma esistevano giocatori onesti, grandi lottatori che non mollavano mai. 
C’erano Dalglish, Rush, Quinn, Rocastle, c’era stato Best, c’era Keegan ma soprattutto, per me, c’era Norman Whiteside. Non sono mai riuscito a capire il vero motivo del mio innamoramento per questo giocatore. Forse per il fascino che emanava il suo cognome, forse perché fu il calciatore più giovane a partecipare ad un mondiale di calcio o, forse, perché giocava in quel Manchester United che ancora non era l’armata invincibile che poi divenne un decennio dopo. 
Fatto sta che Norman Whiteside entrò nel mio mondo immaginario e quando giocavo a pallone nella mia stanza prendendo a calci una palla di spugna, sognavo di essere lui. Sognavo di segnare un gol nella finale di FA Cup.

Nella sua breve carriera, Whiteside si farà apprezzare per la tecnica e per la sua grande potenza fisica. Irlandese di Belfast, Whiteside è stato una colonna del Manchester United quando le maglie erano ancora attillate e lo sponsor era la “Sharp”. Un Manchester che veniva da anni bui e non vinceva nulla da parecchi anni e che solo alla fine degli anni ottanta cominciò a conoscere le vittorie con Sir Alex Ferguson. Whiteside era soprannominato “Shankill Skinhead” nomignolo che prendeva origine dalla prestanza fisica che amava mettere in campo contro i difensori avversari. I suoi interventi erano sempre duri, mai sporchi tanto che Ferguson in una partita contro l’Arsenal del 1986 disse che Norman aveva colpito tutti su e giù per il campo per novanta minuti senza mai essere stato ammonito!.





















La sua potenza fisica gli permetteva di rubare quel metro in più ai difensori e spesso era capace di fare dei gol che solo i migliori calciatori sapevano realizzare. Indimenticabile, per i supporter dello United, fu quello della finale di FA Cup contro l’Everton, quando Norman nei tempi supplementari e con la squadra ridotta in dieci, tirò fuori dal cilindro un gol straordinario. Era bello a vedersi Whiteside, un ragazzetto che alternava la potenza a giocate di classe figlie di una tecnica sopraffina. L’unica pecca era la sua mancanza di ritmo come spesso veniva sottolineato sia dai suoi allenatori che dalla stampa sportiva. 
Ma chi non l’avrebbe perdonato? Non era certamente un problema per chi assiepava gli spalti dell’Old Trafford. Il vero problema di Norman Whiteside invece, furono gli infortuni che minarono terribilmente la sua carriera tanto che a soli 26 anni lasciò le scene del calcio giocato. Subì una prima operazione al ginocchio destro già nel 1981 che lo costrinse a giocare adattando la sua postura al danno che aveva subito al ginocchio. Si portò dietro questo problema per qualche anno ma riuscì a sopperire al danno con la potenza fisica e la tecnica. Nemmeno l’infortunio al ginocchio gli tolse la convocazione al mondiale di Spagna e proprio le sue prestazioni in nazionale convinsero il manager del Manchester United a portarlo in prima squadra formando così una coppia d’attacco davvero affascinante insieme all’altro irlandese Frank Stapleton. In quello stesso anno divenne il calciatore più giovane a segnare in una finale di FA Cup a 18 anni e 18 giorni. L’anno successivo anche il calcio italiano cominciò ad accorgersi del suo grande talento, tanto che il Milan cercò di acquistarlo ma, l’offerta faraonica che fu fatta fu rifiutata dallo stesso calciatore, mentre il team l’aveva accettata. Sarebbe stato bellissimo vederlo danzare nella scala del calcio a Milano e confrontarsi con i campioni che pullulavano in Italia. Rimase un sogno, ma l’ascesa di Whiteside nei Red Devil’s continuò nell’annata successiva quando fu scalato a centrocampo in compagnia di Brian Robson formando così una coppia formidabile che supportava un attacco devastante composto da Hughes e Stapleton. 
Fu questo l’anno dell’unica doppietta che mise a segno nella sua carriera e malauguratamente fu proprio contro il “mio” West Ham in una partita di quarto di finale di FA Cup il 9 marzo del 1985. Nell’anno successivo la consacrazione sembrava ormai essere alle porte per Norman Whiteside tanto che l’inizio del campionato per lo United fu devastante: 13 vittorie nelle prime 15 partite giocate! Sembrava che fosse destinato a vincere il tanto sospirato titolo di First Division. Invece nelle ultime 18 partite ci fu un declino inesorabile della squadra che la stampa aggravò avallando la tesi della cultura del bere che era di moda nei giocatori e soprattutto nella lassità di disciplina nei metodi del manager Ron Atkinson. Quindi, quello che poteva essere l’anno della possibile consacrazione, si tramutò in un lento declino che toccò il massimo apice quando all’Old Trafford arrivò Alex Ferguson. 
Di fatto Ferguson non accettava le “drinking session” di Norman e spesso lo metteva fuori squadra. Norman chiese un adeguamento del suo contratto facendo presagire anche una richiesta di cessione se non fosse stato accettato l’adeguamento. I problemi continuarono per tutto l’anno e nonostante tutto realizzò 10 gol in 37 partite giocate mentre lo United si classificò solo undicesimo. L’anno successivo forse fu la sua migliore stagione. Anno 1987/88 quando in coppia con Brian Mc Clair fece 10 gol e lo United si piazzò secondo in classifica alle spalle del Liverpool. Poi ricominciarono gli infortuni che lo perseguitavano in maniera folle. Si ruppe il tendine di Achille e fu costretto a star fuori per la metà delle partite del campionato successivo. Rientrato dall’infortunio, ricevette qualche offerta importante da alcune squadre straniere ma Ferguson non lo mollò finchè si fece sotto l’Everton nel luglio del 1989 e così Norman Whiteside fu costretto a svestire la maglia dei Red Devil’s per vestire la maglia blue dei Toffes. 
Il suo nuovo stadio dove si chiamava Goodison Park da li avrebbe ricominciato a meravigliare la gente con le sue giocate. Purtroppo fece solo due anni in quello stadio lasciando comunque il segno e la sensazione che la sfortuna ci stava portando via un campione vero che a soli 26 anni fu costretto al ritiro. Fece in tempo però a regalarsi un’ottima stagione fungendo da play-maker in coppia con Stuart McCall segnando 13 gol in 35 partite, l’Everton arrivò sesto. Furono le sue ultime gioie calcistiche perché nell’anno successivo nel settembre del 1989 durante una partita amichevole il suo ginocchio destro si ruppe di nuovo. Venne operato e dopo molte cure fisioterapiche non mollò e ritornò ad allenarsi. Il manager dell’Everton Howard Kendall volle concedergli ancora qualche partita ma fu solo questione di tempo e Norman Whiteside fu costretto ad arrendersi e lasciare il calcio definitivamente. Di lui ci rimangono le vecchie foto sbiadite che troviamo su internet, i video dedicati a lui e alle partite storiche dello United. Il consiglio per chi non ha avuto la fortuna di vederlo giocare è quello di andare a visionare i video e le foto di questo calciatore straordinario che comunque è e rimarrà una leggenda del calcio inglese. 
Gli anni ottanta ci ha regalato grandi calciatori e grandi uomini, che con la loro schiettezza ci regalavano un calcio semplice, romantico e nostalgico che ne esce e ne uscirà sempre vincente rispetto al calcio glamour e ipertelevisivo dei nostri giorni. 
Dio ci salvi nella memoria i giocatori come Whiteside dio ci salvi il vecchio calcio made in England!
di Alessandro Nobili

30 settembre 2024

"MATT LE TISSIER. The Football Genius" di Alessandro Nobili






















Southampton, contea dell'Hampshire nella parte Sud Est dell’Inghilterra. 
Il suo porto è uno dei maggiori della costa meridionale. Da lì salpò il Titanic. 
Il suo nome viene citato in una delle tracce del disco The Final Cut dei Pink Floyd che si intitola appunto, Southampton Dock. 
Ma, per me, Southampton significa “Matthew Le Tissier”. Nato sull’isola sperduta di Guernsey a 50 km dalla costa Francese, questo ragazzotto ancora sconosciuto si trasferisce nell’Hampshire e nel 1985 entra nelle giovanili dei The Saints. 
Da quel momento in poi cominciò un amore viscerale tra Matt e i colori biancorossi. Un amore lungo sedici anni che lo consacrò “One Man Club”
Fu l’icona di Southampton, la bandiera, il grande condottiero che faceva eccitare i suoi tifosi con le sue giocate. A guardarlo bene, non gli davi nemmeno un briciolo di fiducia. Le Tissier era un omone di 185 centimetri con un fardello di 80 kg che portava a spasso per il campo. In apparenza poca agilità, poca velocità. Ma quando lo vedevi con la palla al piede cambiavi idea. Vederlo giocare con quella maglia larga, sporca di fango era semplicemente stupendo. Era un inglese con i piedi brasiliani, un centrocampista diverso da tutti gli altri, un giocatore che si affidava esclusivamente all’estro, alla giocata, al colpo sensazionale che quasi mai ti deludeva. 
Al The Dell, le generazioni passate in quei sedici anni, ancora si stropicciano gli occhi al ricordo delle sue magie. Perché Le Tissier non viene ricordato per un gol o per una giocata, Letissier viene ricordato per tutto. Per tutti i suoi 196 palloni in fondo alla rete, mai banali, sempre eccezionali per classe e astuzia. Capolavori che avevano il sapore della divinità.
Non a caso veniva chiamato “LE GOD” un onorificenza ampiamente meritata da chi sapeva trasformare una semplice partita di calcio piovigginoso in un eccitante e caldo pomeriggio d’emozioni. Xavi, il campione catalano e capitano del Barcellona, per lui ha speso queste parole: “Uno dei giocatori più eccitanti che io abbia mai visto Il suo talento era fuori dalla norma. Poteva dribblare sette o otto giocatori, ma senza velocità, camminava davanti a loro e li irrideva. Per me era sensazionale. Era sicuramente un idolo.” Basterebbe ciò per collocare Matthew Le Tissier nell’olimpo dei più grandi. Le God è per pochi, per palati fini, per chi ama il football non per i risultati ma per le sensazioni e gli amplessi che produce una semplice giocata. La gente forse non lo ricorda perché è stato uno dei più grandi talenti ad non aver vinto nulla. Non ci interessa la scarsa considerazione che molti non gli riconoscono. A noi basta l’amore smisurato di chi lo ha vissuto che ne fa di Le Tissier una parabola dal percorso magnifico, come le sue traiettorie balistiche, geniali, immortali. Era quello il suo marchio di fabbrica, la traiettoria. La sua dote migliore: il tiro. Ce n’era per tutte le salse. Stop, controllo e tiro: Gol! Lancio lungo di qualche difensore, stop di Le Tissier, lenta ma inesorabile progressione, dribbling e che era di contro balzo, al volo o dopo un triangolo volante, il risultato era sempre lo stesso, siluro verso la porta e palla in fondo al sacco. Dal dischetto poi era un cecchino infallibile 48 rigori su 49, l’unico sbagliato fu parato dal portiere del Nottingham Mark Cossley, ma stiamo parlando di sciocchezze. Bastava guardarlo mentre prendeva palla e con il suo modo dinoccolato superava gli avversari come birilli, irridendoli. “Matt Le Tiss, Matt Le Tiss, Le Matt, Matt Le Tiss, he gets the ball and takes him for a ride, The Matt, Matt Le Tiss” era il coro che i tifosi dei The Saints gli dedicavano.


Matthew l’ho amato, l’ho venerato, le sue giocate me le sognavo la notte, le provavo sui campi di calcio quando ancora ne avevo la forza. Matthew era uno di noi, uno che la vita l’ha vissuta senza atteggiarsi ad eroe. Un uomo che quando ha smesso con il calcio è rimasto nel suo angolo, nella sua nicchia dove di tanto in tanto chi lo ama e chi non lo ha dimenticato, lo va a trovare sempre con la stessa passione. Il suo piede che disegna traiettorie divine non può essere dimenticato. E, i tifosi dei The Saint non lo hanno dimenticato, perché quella con la maglia biancorossa è stata davvero una storia pazzesca, di quel romanticismo di cui spesso ci commoviamo. La fedeltà a quei colori, l’amore per la sua gente, si differenziava con la vita privata che invece veniva spesso spesa non seguendo il protocollo dell’atleta perfetto. Ma questo si era già intuito dal suo fisico che con il passare delle stagioni diveniva sempre più macilento. Ma le giocate sul campo continuavano a mischiarsi perfettamente con i litri di birra che buttava giù. Qualche allenamento saltato ma, c’era un amore che non finiva mai fino al giorno in cui siglò l’ultima rete con la maglia biancorossa.
Anno 2001, stadio The Dell. 
Dopo più di un secolo di vita lo stadio sta per essere abbattuto. Southampton-Arsenal, risultato sul 2 a 2. Il ragazzo di Guernsey decide di salutare la sua gente e lo stadio a modo suo. Come nei migliori finali, all’ultimo minuto sigla il gol della vittoria. Il punto più alto di una storia d’amore senza precedenti e poi cala il sipario sul più talentuoso giocatore d’oltremanica e, stranezza del destino, subito dopo il suo ritiro il Southampton retrocede. In un'epoca che designa le vittorie come unico metro di giudizio calcistico, la sua storia risplenderà sempre nell’animo di ogni romantico calciofilo. Le Tissier, , il Dio che giocava con i Saints. 
Un numero uno, il lungagnone con il sette appicciato su quella maglia a strisce.
Un genio, semplicemente un genio! VIVA LE GOD!
di Alessandro Nobili
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