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18 giugno 2026

"WE CAN STILL RISE NOW: La Scozia torna ai Mondiali dopo 28 anni" di Antonello Cattani, 2026


Ci sono passioni che non si spiegano:si vivono, si inseguono, si sopportano.
Dopo “Ti amerei anche se vincessi” Antonello Cattani riprende il filo del suo amore per la nazionale scozzese, raccontando gli anni che vanno dal 2018 alla tanto attesa qualificazione ai
Mondiali del 2026, ventotto anni dopo l’ultima volta.
Tra stadi vuoti, rigori benedetti, viaggi, nuove amicizie nate grazie al primo libro e una fedeltà
rimasta intatta nelle sconfitte e nelle rinascite, “We Can Still Rise Now“ è il racconto di una passione che attraversa il calcio e diventa memoria, identità, condivisione.
Perché la Scozia, per chi la ama davvero, non è mai stata soltanto una nazionale.

9 aprile 2026

SCOTLAND. "THE AULD ENEMY" di Simone Galeotti

Inghilterra- Scozia? Partiamo con la signora MacLeod. 
La donna sarebbe dovuta apparire in primo piano, sorridente e vestita con semplicità. Avrebbe dovuto dire che era la moglie di Ally, l'allenatore di quella invincibile armata del calcio e a quel punto tutte le casalinghe di Scozia, secondo i piani, si sarebbero precipitate a fare acquisti al supermercato. Non si conosce con esattezza la cifra spesa per l’iniziativa pubblicitaria, si sa solamente che quel contratto, dopo il crollo della nazionale ai campionati del Mondo, fu invalidato e la catena di grandi magazzini in questione si rivolse immediatamente ad altri mezzi di seduzione del consumatore. 

Nel giorno della partita contro l'Olanda valida per i mondiali del 1978 (ossia la resa dei conti del girone), i parsimoniosi scozzesi oltre ai calcoli sulla qualificazione si misero a fare anche un altro tipo di conti, quantificando quello che sarebbe costato l'eventuale mesto ritorno a casa della loro squadra. Secondo un computo che teneva presente diversi aspetti, il mancato passaggio del turno (nonostante l’epigrafe allucinogena del “Non mi sentivo così da quando Archie Gemmill segnò all'Olanda nel '78”) avrebbe comportato una perdita economica di oltre un milione di sterline. 
Dentro la bolla speculativa c’erano gli accordi con la casa automobilistica Chrysler (300 mila sterline per pubblicizzare un nuovo modello attraverso i 22 nazionali), con l'industria discografica capeggiata da Rod Stewart e Andy Cameron (lancio di dischi commemorativi inneggianti al successo nella Coppa del Mondo), e con il settore tessile per via di magliette, camicie e bandiere incensate di vittoria. Qualcuno, probabilmente in malafede, dirà che la privazione finanziaria superò perfino la delusione dei tifosi. Insomma parve che la sconfitta sul campo dovesse passare in secondo piano davanti alla quantità enorme di soldi che velocemente scivolarono via come un ruscello nelle Highlands
Una vignetta di fine ottocento mostra un ministro della Chiesa di Scozia che incontra un compaesano mentre si prende cura del camposanto: “Mi fa piacere che lavori nel giardino del Signore, Jock.” - “Grazie Reverendo ma avreste dovuto vedere in che stato lui lo aveva lasciato.” Irrispettosi dei ranghi, dissacranti, disincantati. Poco inclini ad andare d’accordo fra di loro, figuriamoci con quelli del piano di sotto. 
A sanare le divergenze non ci riuscì nemmeno Giacomo VI, primo sovrano a regnare su tutte le isole britanniche, successore di Elisabetta I. Il rapporto con il cosiddetto “Auld Enemy” (il vecchio nemico) è rimasto burrascoso, e se si vuole aprire perbene il pomo della discordia, va fatto a nord, sia di Edimburgo, sia di Glasgow, coinvolgendo un arco immaginario la cui estremità flessibile parte da Greenock, tocca nell'impugnatura Inverness e scende fino all'altro vertice di Dundee. E' in questo comprensorio, dove si allungano enormi laghi silenti e l’orizzonte si serra davanti a aspre vette cariche di erica, che il sentimento del “Tartan”, del “Bonnie Scotland”, caro all' orgogliosa rivolta Stuart, resiste, piegandosi senza spezzarsi come il cardo selvaggio di Stirling, sotto le raffiche di ovatta soffiate dal goffo conformismo contemporaneo.

L’indole scozzese plasmata dal clima duro, da vigorosi sorsi di whisky e dall’etica presbiteriana ha potuto trovare ampie sacche di separazione da Londra attraverso una sostanziale separazione di poteri nel diritto pubblico e privato. In Scozia sin dai disordini del 1706 è sorto un sistema d’istruzione di alto livello accessibile da tutte le fasce sociali. Questo approccio verso la scuola, finanziato con i proventi del sistema fiscale, ha permesso alla popolazione di essere fra le più colte d’Europa, facendo sbocciare illustri scienziati nonché noti letterati. Esiste, è vero, un rovescio della medaglia dato dal ricordo di essere stati gli impavidi coraggiosi ma anche i fatalmente perdenti e oppressi. Questo corto circuito fa strisciare un ancestrale senso di sfiducia e una tendenza a sminuirsi, degna del miglior Freud in "Al di là dei principi di piacere", macerata nel continuo risentimento del predominio politico e culturale inglese. 
Nel calcio si comincia a darsele di santa ragione il 30 novembre del 1872 all’Hamilton Crescent di Glasgow in una empirica, trasandata, partita conclusasi 0-0. La Scozia, completamente formata da giocatori del Queen's Park, ebbe in prestito dalla nazionale di Rugby le divise blu e da allora blu resteranno. La carica del “Flower of Scotland” invece arriverà tardi, circa un secolo dopo. Nel frattempo incomincia a scatenarsi la furia dell’Old Firm e sulle placide sponde del Loch Ness, il 20 aprile 1934, Robert Kenneth Wilson scatterà una foto fatale che il giorno dopo farà impazzire il mondo stampata sulle pagine del Daily Mail: il mostro, nemmeno poi così mostro, esisteva davvero? Oh, fu un grandioso falso, ma il buon scozzese deve credere nel dogma di "Nessie" a qualunque costo (altrimenti mettiamo in cattiva luce San Colombano e allora come si dice: scherza con i fanti ma lascia stare i santi..). 
Tornando in musica la canzone, divenuta inno, fu composta da Roy Williamson, componente del gruppo musicale folk "The Corries" nel 1967 e adottata negli anni settanta. Buckingham Palace ne permise l'uso nonostante fosse una canzone deliberatamente e profondamente anti-inglese ispirata alla battaglia di Bannockburn del 1314. 
Nel 1993 sostituì Scotland the Brave che nel 1980, vivaddio, a sua volta aveva preso il posto del fischiatissimo God Save The Queen, e qualcuno, dai finestroni rigati di pioggia del palazzo di Holyroodhouse, giurò di aver visto il fantasma della povera Regina Mary. 
Poche soddisfazioni e molte delusioni a dire il vero per il Leone rosso di Robert the Bruce. Nel 1961 la Scozia sprofondò a Londra sotto un clamoroso 9-3, il risultato peggiore nei confronti diretti con i bianchi di sua Maestà. Uno strepitoso Jimmy Greaves segnò una tripletta con l’imbarazzante difesa scozzese che riuscì nell’impresa di concedere 5 goal in 10 minuti. Il portiere della Scozia, Frank Haffey, per la vergogna, decise addirittura di abbandonare il paese ed emigrò in Australia.
La rivincita, per fortuna, arrivò sei anni dopo quando il gruppo di Bobby Brown espugnò Wembley per 3-2 battendo i neo campioni del mondo in serie positiva da 19 incontri. La rete d'apertura la segnerà il leggendario Denis Law, Pallone d’Oro 1964, eccezionale attaccante che ha scritto pagine di storia del Manchester United, ma che a Manchester giocò anche con il City e proprio una sua marcatura, durante il drammatico derby del 1974 disputato a Old Trafford, paradossalmente condannerà alla retrocessione i red devils. 
Ripercorrendo Scozia- Inghilterra o Inghilterra- Scozia ci sarebbe da menzionare tutta la trafila del cosiddetto Home British Championship, ossia il più antico torneo per nazionali e conseguentemente l'epopea dei vari Jimmy Johnstone, Sandy Jardine, Greame Souness, Joe Jordan e Kenny Dalglish, e ogni altra vecchia gloria, oblio di una manifestazione sicuramente importante purtroppo calata nel fetido, aspro, respiro condominiale con gli inglesi naturlamnete avanti nei conteggio dei successi. Alla partita di Londra del 1977 pare ci fossero 70.000 tartaners sui 98.000 spettatori presenti. L'atmosfera, quando le squadre uscirono dal tunnel di Wembley era indescrivibile; le reti di Gordon McQueen e Dalglish scatenarono l’invasione di campo più celebre della storia. Per vincere di nuovo a Wembley servì una rigore di John Robertson nel 1981 ma in quel caso, nonostante l’ennesima massiccia presenza scozzese, le nuove balaustre dello stadio bloccarono sul nascere ogni festeggiamento alimentato da un trip troppo esuberante. 
Invece tornando alle sfide a tenore internazionale si giunge a quella del giugno 1996, valevole per i campionati europei organizzati dall’ Inghilterra del “Football Coming Home”. Finì 2-0 per gli inglesi con le firme di Alan Shearer e Paul Gascoigne e con il portiere David Seaman sugli scudi per aver parato un tiro dal dischetto al capitano Gary McAllister a dodici minuti dal termine sul punteggio di 1-0. Resta famosa la frase rivolta da McAllister al suo compagno John Collins allorché gli sussurrò: “If I score, we win the game”. E invece non solo ci sarà l’errore dal dischetto ma pochi attimi dopo pure la beffa attraverso il pallonetto show di Gazza sopra la testa di Colin “Braveheart” Hendry, seguito dal colpo al volo di sinistro spedito alle spalle di Andy Goram. Un pomeriggio amarissimo quello e mai digerito, neppure vendicato nel play off del 1999 valido per la qualificazione agli Europei del 2000 in Belgio e Olanda. Uno spareggio sanguinoso che premiò ancora gli inglesi. Il primo dei due match si disputò il 13 novembre all’Hampden Park di Glasgow e la squadra allenata da Kevin Keegan si portò via il successo grazie ad una doppietta di Paul Scholes. Al ritorno, a Wembley, nonostante le minime possibilità di rimonta in mano agli scozzesi, ci fu la solita battaglia. La Scozia vincerà 1-0, (centro di Don Hutchison) sfiorando più volte il il raddoppio che le avrebbe consentito di disputare i tempi supplementari. Anche stavolta David Seaman sbarrò le porte della gloria ai blu parando un calcio di rigore, ironia della sorte, proprio all'autore della rete del vantaggio. Gli ultimi faccia a faccia sono stati quello dell’11 novembre 2017, Inghilterra- Scozia 3-0 e quei sei minuti di follia allo stato puro nella gara di Glasgow: la Scozia, sotto di una rete riversa in campo tutto il cuore e una magnifica doppietta di Griffiths ribalterà lo contesa mandando in visibilio l'intero paese. A riportare la partita sul definitivo 2-2 ci penserà Harry Kane. “It feels like a defeat” dirà dopo la partita Leigh Griffiths, l’unico nel girone ad essere riuscito ad abbattere il muro difensivo inglese: già, un pari amaro come una sconfitta perché per la nazionale allenata da Gordon Strachan i tre punti avrebbero significato sperare ancora nella qualificazione al Mondiale. Sebbene i risultati negativi spesso siano stati meno netti di quelli mostrati dai referti, è oggettivo che per sperare di sconfiggere fra un paio di settimane gli inglesi a casa loro servirebbe una Scozia almeno parente di quella degli anni settanta. Servirebbe una sorta di ultima chiamata, un suono di cornamusa, (ah, attenti, quelle a tre bocche mi raccomando, poichè a due sono strumenti irlandesi e fanno un suono più dolce..) come accadde prima dello scontro sulla terra brulla di Culloden Moor, e fra i mattoni rossastri di Hampden lo sanno bene: “Everyone needs stroke luck sometimes”, disse, ferito gravemente e attorniato dai suoi uomini, il buon Principe Charles.

16 marzo 2026

"A PRANZO CON JOE JORDAN" di Gianfranco Giordano


Ė lunedì, mi arriva un messaggio sullo smartphone,
“Questa settimana sono a Milano, se ti fa piacere venerdì possiamo pranzare insieme.” Impossibile rifiutare un invito del genere.

L’appuntamento è davanti a un ristorante in zona centrale, arriviamo allo stesso momento, con cinque minuti di anticipo. Ci salutiamo e, una volta entrati nel locale, si avvicina un cameriere e lui dice “Ho prenotato per due, il nome è Jordan”

Il cameriere lo guarda ed esclama sorridendo “Joe Jordan, il giocatore del Milan”, a quel punto non resisto e replico “Lui è Jordan, io sono Giordano”.

Una volta a tavola un po’ di convenevoli, lui si informa su cosa faccio adesso che sono in pensione e io gli chiedo cosa ha portato sua figlia a vivere a Milano. Finalmente arrivano i piatti, un bel misto pesce per Joe mentre io accetto la proposta del cameriere, brasato con polenta. A questo punto, tra una forchettata e l’altra, comincia una lunga conversazione tra amici, non un’intervista. Ovviamente si parla principalmente di calcio in ordine sparso senza filo logico e senza ordine cronologico.

Per prima cosa mi chiede cosa penso della stagione del Milan e se abbiamo possibilità di vincere lo scudetto. Mettiamo subito in chiaro che l’esperto di calcio sono io. A seguire alcuni dei punti più interessanti con le riflessioni di Joe, i miei, pochi, pensieri sono tra parentesi nel testo.

Radice.
Quando ho firmato per il Milan l’allenatore era Giacomini, le cose sono cambiate quando sono arrivato a Milano per la preparazione precampionato, il nuovo allenatore era Radice. Con lui non c’è mai stato feeling, il problema non era mio, io mi sono messo a completa disposizione dell’allenatore, il mio approccio è stato dimmi cosa devo fare e io lo faccio. In realtà il problema era tra l’allenatore è quasi tutta la squadra, non siamo mai riusciti a creare un rapporto con lui. Successivamente la panchina è passata a Galbiati ma ormai era tardi.
(Parlando qualche tempo fa con un vecchio giocatore del Torino, mi aveva detto che, durante i ritiri precampionato e prepartita, Radice non dormiva nell’albergo della squadra ma stava per i fatti suoi.)

Clough.
Brian Clough è stato un grande allenatore, ha vinto tutto con il Nottingham Forest, purtroppo era l’uomo sbagliato per il Leeds United. Nella prima metà degli anni 70 le squadre più forti in First Division eravamo noi del Leeds United, il Liverpool e il Derby County. Ogni partita tra noi e il Derby era una dura battaglia, in campo e fuori, Clough non perdeva occasione per attaccarci. Quando la società ha scelto di ingaggiarlo e lui ha deciso di accettare eravamo tutti sorpresi, in definitiva hanno sbagliato tutti, Clough e la dirigenza del Leeds United.

Milan.
Il secondo anno che ero al Milan, campionato di Serie B, la società ha deciso di puntare sui giovani. Scelta dettata solo in parte da considerazioni economiche, si voleva creare un gruppo di giovani legati al club per creare un rapporto di identità tra giocatori e club. Secondo me è stata un’ottima scelta, i ragazzi che crescono nelle giovanili e poi arrivano in prima squadra si sentono tutt’uno con società e tifosi. In quella squadra c’erano degli ottimi giocatori. Baresi era un leader, tra l’altro quando vengo a Milano e voglio vedere il Milan mi rivolgo a lui per avere un biglietto, Romano era bravissimo e poi ha vinto lo scudetto a Napoli, Tassotti un bravo giocatore e un ragazzo fantastico, con Serena eravamo un’ottima coppia di attaccanti. Io abitavo in un paese fuori Milano, Buriani e Antonelli passavano a prendermi con la macchina e mi portavano a Milanello oppure in città. Un ricordo particolare anche del dottor Monti.

Verona.
Il Verona era una squadra molto forte, c’erano grandi giocatori e grandi uomini, gente come Tricella, Volpati, Garella, Galderisi, poi c’era un ottimo allenatore. Bagnoli era bravissimo, ascoltava e rispettava tutti i giocatori, però metteva subito in chiaro che era lui a comandare e a decidere. Ho scelto di andare via perché il titolare era Galderisi e io volevo giocare di più.

Esultanza.
Secondo me l’esultanza dopo una rete è una cosa istintiva, qualcosa che ti esplode dentro. Non capisco i giocatori di adesso che studiano le esultanze la sera prima, come se fossero coreografie oppure balletti. Non capisco neanche i giocatori che non esultano perché segnano contro una ex squadra.

Bristol.
Bristol è una grande città, ma al tempo stesso è un posto tranquillo dove si vive bene. In città come Liverpool, Manchester e Newcastle c’è molta pressione per un calciatore, i tifosi si fanno sentire troppo. A Bristol ci sono due squadre professionistiche e il calcio è molto seguito, ma allo stesso tempo i tifosi ti lasciano vivere in pace.

Scozia.
Nel 1974 avevamo una squadra forte, avremmo potuto passare il turno. Nella prima partita io ho giocato in attacco insieme a Denis Law, lui è stato un grande giocatore, fortissimo, ma in Germania era ormai a fine carriera. Contro lo Zaire all’esordio abbiamo sbagliato, dopo il 2-0 abbiamo pensato di aver raggiunto il nostro obiettivo e abbiamo smesso di giocare. Siamo stati sfortunati a giocare subito con lo Zaire, li avessimo incontrati nella seconda oppure nella terza partita le cose sarebbero andate diversamente.
Quattro anni dopo eravamo ancora una squadra forte, ma l’allenatore non aveva esperienza ad alto livello. Quando scendevi in campo era importante conoscere gli avversari, sapere chi erano quelli più veloci e quelli più lenti, i giocatori più aggressivi e i giocatori più timidi. Abbiamo giocato la prima partita senza sapere nulla del Perù e abbiamo perso, poi abbiamo pareggiato con l’Iran, ormai eravamo fuori. Dovevamo vincere l’ultima partita con tre reti di scarto, ma l’Olanda era una squadra fortissima, impensabile vincere contro di loro con quello scarto, ci abbiamo provato ma dopo la rete di Rep abbiamo capito che la partita era chiusa.

Da Leeds a Manchester.
Quando sono passato dal .Leeds United al Manchester United i tifosi non hanno gradito la mia decisione. Poco dopo anche il mio amico Gordon McQueen è passato al Manchester United e i tifosi hanno pensato che fosse colpa mia, ma non era vero, si trattava di due trattative separate. Con il tempo il rancore dei tifosi del Leeds nei miei confronti è svanito, adesso quando vado a Elland Road vengo accolto bene da tutti.

Nipote.
Ho sette nipoti, secondo me uno ha delle qualità per poter diventare un calciatore. So benissimo che ogni papà e ogni nonno è convinto di avere in famiglia un futuro campione, ma io vedo in lui la volontà e la determinazione di fare il calciatore professionista da grande. Adesso ha 15 anni e gioca nelle giovanili dell’Exeter, è un buon club per un giovane perché ti da lo spazio per crescere con calma.

Stranieri.
Quando vedo giocare squadre come il Liverpool, il Manchester United oppure gli Spurs, in squadra ci sono solo uno oppure due giocatori inglesi. Questo, secondo me, è un aspetto negativo perché vengono a mancare l’identità e l’anima del club.
(In pratica la stessa cosa che succede in Italia)

Coppa delle Fiere a Torino.
La prima volta che sono venuto in Italia è stato a Torino, nel 1971. Abbiamo giocato la finale di Coppa delle Fiere contro la Juve, partita di andata. Io non ho giocato. Abbiamo vinto la coppa per la differenza reti.

Tifoso Celtic.
In famiglia siamo tifosi del Celtic, i primi contatti con il calcio italiano li ho avuti da tifoso. Ero andato a vedere il Celtic contro Milan e Inter, due partite di Coppa Campioni.
(1968/69 vs Milan e 1971/72 vs Inter)

Arbitri.
Ai miei tempi, in Inghilterra, gli arbitri lasciavano i giocatori liberi di prendere confidenza con gli avversari e con la gara nei primi venti minuti. Ti lasciavano giocare liberamente, poi diventavano più fiscali, era una regola non scritta.

Pressione pubblico.
Il pubblico lo senti solo quando entri in campo, ti rendi conto del tifo e del calore dei tifosi, poi l’arbitro fischia l’inizio e conta solo la partita, niente altro.

Rivera Mazzola Riva.
Rivera era un giocatore fantastico, ho giocato contro di lui nella finale di Salonicco, di giocatori italiani di quel periodo mi ricordo anche Mazzola e Riva, fortissimi.

Sardegna.
Mia moglie e io andiamo in Sardegna per le vacanze, un posto che adoriamo, spesso si aggiungono figli e nipoti.
(Adesso capisco perché ha scelto un ristorante con cucina sarda e cimeli del Cagliari alle pareti.)

Stereotipi scozzesi.
Il pranzo finisce, Joe infrange due classici stereotipi sugli scozzesi. In primo luogo beve con moderazione, un bicchiere di vino rosso in tutto il pranzo, poi ha pagato il conto.

Alla fine, mi fa la dedica sui libri “Joe Jordan lo squalo del Milan” e “Blu di Scozia” e gli prometto che passerò da Bristol a trovarlo.

13 gennaio 2026

"LA TRAVERSA SPEZZATA" di Antonello Cattani (Urbone), 2020

Le ballate non sono solo una espressione romantica, ma rappresentano la memoria tenace della storia di una Nazione.
Questa ballata celebra quello che accadde a Wembley nel 1977. 
Nel tempio del football inglese ogni scozzese si sente più scozzese che altrove. La “Tartan Army”, la tifoseria scozzese che in kilt e maglia blu segue in tutto il mondo l’amata nazionale, quando scende a Londra va nel cuore del nemico. Esce dal sottosuolo delle stazioni, passa accanto a Buckingham Palace, occupa festosamente Trafalgar Square e infine entra gonfio d’orgoglio nel tempio sacro dell’avversario.
Sotto il sole o sotto la pioggia, maglie bianche contro maglie blu. Il gigante sassone contro il piccolo guerriero gaelico. Secoli di storia emergono dalla memoria: le battaglie trionfali di Stirling e di Bannockburn, ma anche la disfatta di Culloden, la tragedia delle pulizie etniche, e altro ancora. La disfida non è più su un campo di battaglia, ma su un terreno di gioco. Ma in palio c’è molto di più. Così può capitare che una traversa si spezzi. Per quale motivo?
Il lettore lo scoprirà leggendo le pagine di questo romanzo, che intreccia realtà e fantasia, personaggi realmente esistiti ed altri immaginari. Una storia scozzese, raccontata con tutta la passione possibile da parte non di un semplice appassionato, ma di un vero innamorato della Scozia.

30 settembre 2025

"BLU DI SCOZIA. La Nazionale scozzese e le sue maglie" di Antonello Cattani & Gianfranco Giordano (Urbone), 2025

In questo libro ripercorriamo la storia della Nazionale scozzese di calcio, attraverso i profili dei suoi giocatori più importanti e l’evoluzione delle sue divise.
Perché la Scozia? Perché questa squadra ha avuto negli anni tanti giocatori con indiscusso talento e grande temperamento, perché molti tifosi eccellenti hanno tifato per lei, perché la maglia blu notte con collo bianco è bellissima.
La Scozia è stata l’unica nazionale a rifiutare la partecipazione a un mondiale, secondo loro non la meritavano. La prima nazionale a conquistare sul campo la qualificazione ai mondiali per cinque volte di fila e l’unica nazionale, dopo essersi qualificata per cinque volte consecutive alla fase finale, a non aver passato la prima fase. Una Nazionale che nel corso degli anni ha visto indossare il blu notte da tantissimi campioni.
In poche parole la Scozia ha il fascino indiscusso del perdente di successo.

18 settembre 2025

"I MONDIALI DELLA SCOZIA" di Gianfranco Giordano

La Scozia non ha partecipato alle qualificazioni per le prime tre edizioni della Coppa del Mondo di calcio in quanto non era ancora membro della FIFA.
La Scozia partecipa per la prima volta alle qualificazioni per il Mondiale nel 1950, al tempo il Torneo Interbritannico valeva come girone di qualificazione. Gli Scozzesi si qualificarono arrivando secondi nel Torneo, dietro l’Inghilterra, ma poi rinunciarono al viaggio perché ritenuto troppo difficile da organizzare.


Nel 1954 il Torneo Interbritannico vale ancora come girone di qualificazione ai Mondiali, la Scozia si piazza nuovamente seconda dietro l’Inghilterra e si qualifica per la sua prima Coppa del Mondo. In Svizzera la Scozia gioca due partite, contro l’Austria ed i campioni uscenti dell’Uruguay, scusate se è poco, incassa otto reti senza segnarne alcuna e torna a casa senza lasciare traccia. Del girone faceva parte anche la Cecoslovacchia ma il regolamento del torneo contemplava solamente due partite per squadra nel girone.
Nel 1958 la Scozia si qualifica superando nel girone Spagna e Svizzera. L’allenatore doveva essere Matt Busby, ma aveva dovuto rinunciare all’incarico a causa delle ferite subite nella tragedia di Monaco, il suo posto venne preso da Dawson Walker. All’esordio contro la Yugoslavia arrivano il primo punto e la prima rete nel torneo, poi due sconfitte di misura contro Paraguay e Francia che finirà al terzo posto.
Nel 1974 la Scozia, guidata da Willie Ormond, si qualifica superando nel girone Cecoslovacchia e Danimarca. Gli Scozzesi sono l’unica compagine britannica a staccare il biglietto per la fase finale della Coppa del Mondo. In Germania gli Scozzesi sono attesi da un girone di ferro con Brasile e Yugoslavia oltre allo Zaire, al tempo gli africani non facevano paura a nessuno. Esordio morbido contro lo Zaire, la Scozia fa l’errore di accontentarsi di due sole reti, poi due pareggi contro Brasile, squadra tutto sommato modesta, e Yugoslavia. Scozia eliminata per la differenza reti, il Brasile aveva segnato una rete in più allo Zaire. Per gli Scozzesi, il poco invidiabile record di essere eliminati dalla fase finale senza essere mai sconfitti.

Nel 1978 la Scozia si qualifica superando nel girone Cecoslovacchia e Galles. La Scozia era davvero una bella squadra, quasi lo stesso organico di quattro anni prima ma con più esperienza, un mix di grinta e talento. Nel girone c’erano l’Olanda, grande favorita, il Perù, squadra di buone individualità, Cubillas su tutti e l’Iran. All’esordio la Scozia viene strapazzata dal Perù, dopo essere passata in vantaggio con Jordan ed aver fallito un rigore con Masson. Nella seconda partita l’Iran si rivela avversario ostico ma gli Scozzesi riescono a passare in vantaggio nei minuti finali del primo tempo grazie ad un’autorete, nel secondo tempo però subiscono il pari degli Iraniani. Nell’ultima partita la Scozia tira fuori tutto il cuore e tutta la grinta che possiede, batte l’Olanda ma ancora una volta viene eliminata per la differenza reti.
Nel 1982 la Scozia si qualifica superando nel girone Irlanda del Nord, Svezia, Portogallo ed Israele, primo posto finale con una sola sconfitta. La grande Scozia è ormai in declino, i suoi eroi stanchi e segnati da mille battaglie. Questa volta la Scozia non stecca la partita d’esordio contro la Nuova Zelanda, cenerentola del girone. La partita con il Brasile comincia bene, rete di Narey dopo diciotto minuti, poi la Scozia deve inchinarsi ad un maestoso Brasile. Nell’ultima partita scontro diretto con l’Unione Sovietica che vanta una migliore differenza reti, la Scozia passa in vantaggio con Jordan, a segno nel terzo mondiale consecutivo, subisce la rimonta sovietica poi pareggia nei minuti finali. Ancora una volta la Scozia torna a casa per la peggior differenza reti.

Nel 1986 la Scozia si qualifica arrivando seconda dietro la Spagna, le altre squadre erano Galles ed Islanda. Nel corso della partita giocata a Cardiff il 10 settembre 1985, l’allenatore Jock Stein venne colpito da un infarto che ne causò la morte. Dopo il girone di qualificazione europeo, gli Scozzesi sconfissero l’Australia nello spareggio. Ormai è un’altra squadra, il ricambio generazionale è completo. Le speranze di passare il turno aumentano, in questa edizione passano anche le quattro migliori terze, ma per la Scozia non c’è niente da fare, nonostante sir Alex Ferguson in panchina. Dopo due sconfitte di misura con Danimarca e Germania Ovest, la Scozia era ancora in corsa per la qualificazione, ma un pareggio a reti bianche con l’Uruguay la condanna ad un mesto ritorno a casa.
Nel 1990 La Scozia si qualifica arrivando seconda dietro la Yugoslavia, le altre squadre erano Francia, Norvegia e Cipro. Quinta partecipazione consecutiva ottenuta sul campo, un record all’epoca, per gli Scozzesi. Il girone sembra abbordabile ma comincia subito male con una imbarazzante sconfitta all’esordio contro la Costa Rica, sempre brutte figure contro gli sconosciuti. Dopo un pronto riscatto contro la Svezia arriva la partita decisiva contro il Brasile, un pareggio potrebbe garantire il passaggio del turno, ma un gol di Muller ad otto minuti dalla fine spegne i sogni scozzesi. Ancora tutti a casa dopo il primo turno.
Nel 1998 la Scozia si qualifica arrivando seconda dietro l’Austria, le altre squadre erano Svezia, Lettonia, Estonia e Bielorussia. Ultima presenza scozzese alla fase finale della Coppa del Mondo. Tanto per cambiare nel girone c’è il Brasile, i Verdeoro battono la Scozia nella prima partita del girone grazie ad un’autorete nel secondo tempo. Il pareggio in rimonta contro la Norvegia riaccende le speranze, poi arriva il tracollo contro il Marocco nell’ultima partita.

In totale otto partecipazioni per la Scozia alla fase finale della Coppa del Mondo, in tutte le occasioni scozzesi eliminati al primo turno, spesso con merito ma in almeno due occasioni con grande sfortuna. Negli anni 70 la Scozia era davvero una squadra forte ed avrebbe meritato un posto di prestigio sul palcoscenico mondiale.
di Gianfranco Giordano

5 giugno 2025

"CAMPIONI del MONDO. Romanzo ucronico ambientato ai tempi di Italia 90" di Antonello Cattani (Urbone), 2025


"Nei secondi finali ho sbagliato un gol facilissimo. Ho calciato forte la palla che ha sfiorato la spalla di Taffarel, si è alzata, ha colpito la traversa ed è finita fuori. Avrei potuto metterla ovunque. Nove volte su dieci l’avrei fatto. Dopo sono rimasto lì, sdraiato sull’erba, pensando: “Il nostro mondiale è finito” Ci penso sempre, quel ricordo non se ne va mai" .. Mo Johnston, attaccante della Scozia a Italia 90.

Se quella palla fosse entrata, al novantesimo minuto di Brasile-Scozia, forse la storia di quei mondiali sarebbe cambiata. La Scozia avrebbe passato il primo turno e agli ottavi di finale tutto sarebbe potuto accadere. Perfino che arrivasse a disputare la finalissima contro l’Argentina di Maradona e magari vincere. Certo ce ne vuole di fantasia per pensare ad un simile epilogo, ma il cuore di un giovane tifoso innamorato di quella maglia può arrivare ad immaginare che questo potesse davvero accadere. Sogno e realtà in questo romanzo si rincorrono in un susseguirsi di emozioni.

28 maggio 2025

COME NASCE LA MIA PASSIONE PER LA SCOZIA

Nel 1974 avevo 7 anni, tifavo per il Milan dopo la delusione di Verona di un anno prima, ma a livello internazionale non avevo le idee molto chiare. La mia prima raccolta di figurine fu quella del campionato 1973-74 che completai proprio in quel periodo. Così, quando verso la fine della scuola tornai a casa con l’album nero di München 74, abilmente distribuito gratis con un’ottima campagna di marketing proprio davanti all’uscita con bustina allegata, mia mamma mi guardò con aria severa: «Non vorrai fare anche questa?» mi ammonì. Erano i miei primi mondiali, e così riuscii a convincerla e inizia anche quella collezione, senza portarla a termine. La pagina della Scozia aveva su di me un effetto ipnotico, ne avevo sentito parlare perché una mia compagna di classe, cosa inusuale all’epoca, era nata a Edimburgo da madre scozzese, e questo mi aveva colpito, così come i suoi capelli biondi e occhi azzurri. L’associazione con le magnifiche divise dark-blue sia delle maglie che delle tute dei giocatori, unita ai volti, tipicamente anni ’70, completò l’imprinting: l’amore era sbocciato quasi per caso e da lì in poi la Scozia sarebbe stata la squadra del mio cuore. Ricordo la prima partita vista in diretta: Brasile-Scozia 0-0 con la telecronaca di Nando Martellini, che sottolineava la potenza del tiro di Peter Lorimer.

Seguì la delusione per un’eliminazione al primo turno causata da un solo gol di differenza reti proprio a favore del Brasile, campione del mondo in carica, con il quale giocammo alla pari.
Non sapevo che questa sarebbe stata la prima di una lunga tradizione negativa: sempre fuori al primo turno! In tutte le fasi finali, che si trattasse di un mondiale o di un europeo. Dall’altra parte la soddisfazione di vedere un paese di pochi milioni di abitanti, partecipare per sei volte su sette alla fase finale dei mondiali dell’ultimo quarto di secolo del 1900. Anche quando le squadre ammesse erano solamente sedici!

Nel 2018, dopo l’ennesima delusione per la mancata qualificazione ai mondiali di quell’anno (come l’Italia del resto) decisi di scrivere un libro dove raccontavo la mia bizzarra passione, partendo da uno striscione notato nella curva della Reggiana, la squadra della mia città. TI AMEREI ANCHE SE VINCESSI può valere per molte squadre non abituate a vincere, ma per la Scozia lo trovavo perfetto. A questo è seguita la creazione del gruppo ITALY TARTAN ARMY, più virtuale che reale, anche eravamo presenti a Monaco durante gli ultimi europei, seppur non allo stadio.

Visto il buon successo, seppur di nicchia, del primo libro, ho perseverato con LA TRAVERSA SPEZZATA che racconta in modo romanzato tra realtà e fantasia una delle più grandi imprese scozzesi: la vittoria a Wembley nel 1977 con invasione di campo e rottura della traversa, crollata sotto il peso dei tifosi appesantiti dall’alcol. Dopo alcune divagazioni su alcuni vuoti che ho voluto colmare, visto che nessuno aveva mai scritto di loro, riguardo personaggi non scozzesi ai quali sono legato come Pippo Marchioro, Villiam Vecchi e Nico Facciolo, recentemente ho voluto completare la trilogia scozzese con un romanzo più che ucronico direi folle, dove la Scozia arriva a trionfare ai mondiali di Italia ’90. CAMPIONI DEL MONDO è un viaggio durante l’estate del 1990 tra sogno, realtà, fantasia. Difficile distinguerli in questo racconto, che posso definire appassionante, anche se sono di parte. E non è finita qui, entro l’anno uscirà un qualcosa che stupirà tutti gli amanti del calcio britannico, un’opera piena di immagini, imperdibile per i collezionisti, sulla quale per il momento non posso aggiungere altro.
di Antonello Cattani

13 febbraio 2025

"IL RUGGITO DI HAMPDEN. Storia culturale della tifoseria scozzese dai Wembley Warriors alla Tartan Army" di Mauro Bonvicini (Eclettica), 2021

Nella mente di molti appassionati di calcio si è radicata l'immagine del tifoso scozzese come di un campione di bonomia con una smodata propensione alcolica, la cui incrollabile fede nella squadra e lo smisurato orgoglio patriottico si declinano invariabilmente in un carnevale di kilt, tartan e cornamuse. 
Ma è davvero questa la realtà? La storia del seguito della Nazionale scozzese è invece tutt'altro che lineare e attraversa una serie di fasi che ne fanno un insieme ricco di sfaccettature a volte in evidente contrasto tra loro. Dai pellegrinaggi londinesi dell'immediato dopoguerra passando per le scomposte trasferte degli anni Settanta fino ai premi per il fair play del più recente passato, la tifoseria ha via via cambiato il proprio modo di porsi nei confronti del mondo esterno rimanendo pur sempre un elemento centrale negli equilibri del calcio oltre il Vallo di Adriano. Il libro descrive minuziosamente la varie tappe di un percorso che, partito con i primi pionieri negli anni Quaranta, si è definitivamente imposto all'attenzione dell'opinione pubblica mezzo secolo dopo grazie all'esplosione della tartan army.

26 settembre 2024

LA FARSA DI ALLY e L'EPICA DI ARCHIE. Una rievocazione della Scozia al Mondiale del ‘78.

























Il calcio può essere epica, poesia, commedia, tragedia oppure farsa. Generi diversi che in alcuni rari casi riescono a mescolarsi così profondamente da formare un tutt’uno difficile da scindere, e ancora meno da dimenticare. La prima volta della nazionale scozzese alla fase finale di un mondiale di calcio rappresenta uno degli esempi più eclatanti. 
Tutto iniziò da una frase pronunciata all’Hampden Park di Glasgow il 25 maggio del 1978: “Mi chiamo Ally MacLeod, e sono un vincente”.
Poi, tanto per aggiungere la classica ciliegina su una torta che tutti non vedevano l’ora di gustare, ecco una Promessa di quelle con la P maiuscola. “La Scozia vincerà la coppa del mondo”. 
E il tripudio fu totale. Quella sera si celebrava la partenza della Tartan Army verso l’Argentina, e nulla era stato lasciato al caso; almeno 20mila erano le persone accorse per applaudire i giocatori in parata a bordo di un bus a due piani dal tetto scoperto, pronti a salire a bordo del DC10 che li avrebbe condotti verso la Grande Impresa. Orgoglio era la parola chiave; orgoglio di rappresentare non solo la propria nazione ma anche l’intero Regno Unito, dal momento che Galles, Irlanda del Nord e Inghilterra si erano perse per strada lungo le qualificazioni. Gli inglesi avevano dovuto arrendersi alla differenza reti lasciando primo posto del girone, e il conseguente biglietto per l’Argentina, all’Italia, mentre gli irlandesi non avevano avuto scampo contro l’Olanda di Cruijff. A lasciare a casa il Galles ci avevano invece pensato direttamente gli uomini di MacLeod in un tiratissimo incontro disputato ad Anfield il 17 ottobre 1977.
La Federcalcio gallese aveva scelto Liverpool a scapito di Wrexham per fini puramente economici (Anfield poteva contenere 51mila spettatori, l’impianto della capitale gallese solo poco più di 15mila), azzerando così il fattore campo per quello che era una sorta di spareggio per il definitivo primato del girone (che come terza e ultima squadra comprendeva i campioni d’Europa in carica della Cecoslovacchia). Gli scozzesi ringraziarono e passarono all’incasso, anche se con più difficoltà del previsto, dal momento che ci volle un rigore molto dubbio (mani in area di Joey Jones, ostacolato però irregolarmente da Joe “Squalo” Jordan) fischiato a undici minuti dalla fine per spezzare l’equilibrio. Don Masson, centrocampista del Derby County, centrò il bersaglio, imitato una manciata di minuti dopo da Kenny Daglish con un bel colpo di testa in tuffo. Il sogno poteva avere inizio.

La parata dell’Hampden Park (con tanto di canzone scritta appositamente da un Rod Stewart per nulla timoroso di sprofondare nel ridicolo cantando versi quali “Ole ola, ole ola / we’re gonna bring that World Cup back from over tha”) fu fonte di lazzi e scherni da parte della stampa inglese, che accusarono i colleghi di essere semplici tifosi dotati di macchina da scrivere. Critiche senza dubbio dettate dalla gelosia di gente con la bile grossa come un melone in quanto costretti a guardarsi la competizione dal divano di casa propria; critiche che però nascondevano un fondo di verità ben evidenziato da quel tifoso che, in mezzo al tripudio di Croci di Sant’Andrea, si chiese se non era meglio imbastire celebrazioni dopo aver vinto il trofeo, e non prima. 
Il gruppo in cui era stata sorteggiata incitava però all’ottimismo; c’era l’Olanda del Calcio Totale ormai sul viale del tramonto, per di più senza Cruijff e Van Hanegem, c’era un Perù “accozzaglia di veterani e vecchie glorie” (così disse un membro dello staff tecnico di Ally MacLeod), e infine c’era un Iran già inopinatamente ribattezzato squadra materasso. Alla fase successiva si qualificano le prime due, ragion per cui l’agenzia di scommesse Ladbrokes azzardò una quota 8-1 per la Scozia campione del mondo.




















Il Sierras Hotel, piccolo complesso nella cittadina di Alta Gracia, fu l’alloggio scelto per gli scozzesi. Non era certo un Movenpick a cinque stelle, quanto piuttosto un tugurio con le camere da letto più simili a dormitori per homeless e una piscina in cui sguazzavano beatamente decina di blatte, il tutto condito dall’onnipresente presenza, al di fuori del perimetro dell’hotel, dei militari della giunta di Videla, grilletto facile e simpatia direttamente proporzionale al tasso di democrazia che regnava nel paese, e da una scossa tellurica che aveva interessato le colline circostanti, “la più forte registrata negli ultimi cinquant’anni”, almeno così scrisse la stampa locale. Circostanze malaugurati a parte, Macleod era già proiettato alla partita d’esordio contro il Perù, ma si rifiutò di andare a visionare un loro allenamento dal vivo in quanto, a suo dire, li conosceva già bene grazie a una mezza dozzina di videocassette recentemente visionate. E poi cosa c’era da temere da una squadra che molti giornali europei definivano alla stregua di un’armata brancaleone un po’ in avanti con gli anni? La risposta arrivò sabato 3 luglio 1978 allo stadio Chateau Carreras di Cordoba davanti a 37792 spettatori. La Scozia doveva rinunciare a buona parte della difesa titolare, con i due terzini Willie Donachie e Danny McGrain più il centrale Gordon McQueen fuori causa per infortunio. La scelta di Macleod cadde rispettivamente su Stuart Kennedy, Martin Buchan e Kenny Burns, con i primi due posizionati in un ruolo di fascia che non era il loro. In più lasciò in panchina il talento di Graeme Souness a favore dei polmoni dell’ormai stagionato Masson, l’eroe di Liverpool, escludendo anche il bomber dei Rangers Glasgow Derek Johnstone, che aveva appena chiuso la stagione con un bottino di 41 reti, per lasciar posto a Jordan. Una mossa quest’ultima che lasciò perplessi parecchi osservatori ma che, almeno inizialmente, diede i suoi frutti quando al minuto 19 proprio lo Squalo raccolse una respinta difettosa del portiere peruviano Ramon Quiroga su tiro di Bruce Rioch e portò in vantaggio la Tartan Army. Ma il Perù non era quella banda di sprovveduti che molti credevano; a centrocampo dettava legge Teofilo Cubillas, uno dei reduci del Mexico 70 ma tutt’altro che un talento in pensione (del resto aveva poi 29 anni), mentre sulle fasce Kennedy e Buchan arrancavano dietro i tacchetti di Oblitas e Munante, ali piccole e leggere tutte dribbling e scatti. Prima dell’intervallo Cueto aveva pareggiato la rete di Jordan, ma ciò che preoccupava di più i tifosi scozzesi sugli spalti era l’incapacità dei propri beniamini di prendere le misure agli scatenati peruviani. Un bandolo delle matassa che Macleod non aveva la minima idea di come sbrogliare, e infatti una volta rientrato negli spogliatoi le uniche parole che disse ai suoi esterrefatti giocatori fu di “calciare la palla più lontano e più forte possibile”. Al rientro in campo la Tartan Army tentò con una reazione d’orgoglio di invertire l’inerzia della partita, ma quel giorno la dea bendata aveva deciso di non accettare la corte degli uomini di Macleod, per cui il colpo di testa di Jordan finì sul palo e Masson si vide respingere un calcio di rigore da “El Loco” Quiroga. Poi iniziò il Cubillas show e per gli scozzesi fu notte fonda; doppietta del mago peruviano per il 3-1 finale e giocatori in maglia blu fuori dal campo a testa bassa, morale sotto i tacchi e il ricordo dei festeggiamenti dell’Hampden Park evaporato come se fosse lontano intere decadi piuttosto che poche settimane.
L’indomani Macleod ordinò alle proprie truppe di serrare le fila e di pensare esclusivamente alla prossima partita, avversario l’Iran. Pura illusione; subito dopo il fischio finale l’ala del West Bromwich Albion Willie Johnstone, uno dei pochi elementi positivi nella disfatta peruviana, venne sottoposto a un controllo antidoping a sorpresa risultando positivo a uno stimolante. Il giocatore ammise di aver preso il Reactivian, farmaco permesso dalla Federcalcio inglese ma vietato dalla Fifa. Scoppiò un polverone, che andò a sommarsi alle già copiose critiche provenienti da una stampa inglese che se la rideva sotto i baffi e a non meglio precisate accuse di sbronze e sesso a go-go nelle notti antecedenti la partita. Johnstone, ingenuo più che imbroglione, venne dato in pasto all’opinione pubblica dal segretario della Federcalcio scozzese Ernie Walker, che lo rispedì a casa su due piedi. Poi fu di nuovo calcio, e nuovamente di pessima fattura. Anche contro l’Iran gli scozzesi palesarono gravi carenze tattico-organizzative, trovando la rete del vantaggio solo grazie a una comica autorete del difensore Eskandarian. Nel secondo tempo arrivò però la rete del pareggio degli asiatici, triste anticipazione del coro di fischi e urla (“ridateci i nostri soldi” il refrain più gettonato) che piombarono dalle gradinate occupate dai tifosi della Tartan Army. Si era decisamente lontani dal concetto di cavalcata verso la coppa espresso alla vigilia. Il giorno seguente alla conferenza stampa ad Alta Gracia l'atmosfera era plumbea, anche se Macleod tentò di rasserenarla avvicinandosi a un cane e cominciando ad accarezzarlo. "Almeno è rimasto questo cane a volermi bene", disse. La bestia si girò di scatto e gli morse il dito.
Il terzo e ultimo atto del girone eliminatorio prevedeva l'Olanda, che aveva vinto contro l'Iran e pareggiato con il Perù portandosi il testa al gruppo. Per qualificarsi alla fase successiva gli scozzesi dovevano battere i tulipani con almeno tre reti di scarto. Il teatro non era più il Chateau Carreras di Cordoba bensì il San Martin di Mendoza, città ai piedi delle Ande. Macleod, ai minimi storici in termini di popolarità, scese un ulteriore scalino verso il fondo accettando un'offerta di 25mila sterline da parte dello Scottish Daily Express (giornale che al termine del pareggio con l'Iran, tanto per dare le giuste proporzioni al disastro, era uscito con il titolo “The end of the world”) per un'intervista esclusiva, quando fino al giorno prima la linea adottata era quella di parlare con tutti i giornalisti senza favoritismi di sorta. Il tecnico decise però di cambiare le proprie abitudini anche riguardo l’undici titolare, schierando in campo Greame Souness fin dal primo minuto. Con un stadio per due terzi dalla propria parte (i neutrali erano tutti per gli scozzesi) Souness e compagni cominciarono ad attaccare a testa bassa; se fallimento doveva essere, almeno sarebbe arrivato senza perdere la dignità. Ma la prima rete a gonfiarsi fu proprio quella difesa da Alan Rough, battuto al minuto 34 da un calcio di rigore di Rob Rensenbrink per quello che era il gol numero 1000 nella storia della Coppa del Mondo. Sotto il cumulo di cenere dove si trovavano sepolti i sogni di gloria della Scozia ardevano però ancora diversi tizzoni, i cui nomi rispondevano a quelli di Greame Souness, Kenny Daglish (fino a quel momento deludente) e Archie Gemmill. L'1-1 partì proprio dai piedi del primo, il cui cross venne girato di testa da Jordan verso Daglish, che con una terrificante botta al volo ristabilì la parità. A inizio ripresa Willy van der Kerkhoff stese l'incontenibile Souness in area, e Gemmil trasformò il penalty del vantaggio. Gli olandesi, perso per infortunio il proprio motore di centrocampo, Johan Neeskens, tentennavano e arretravano di fronte alla ritrovata carica scozzese, con un Macleod risorto a vita nuova in panchina che si sbracciava incitando costantemente i suoi uomini. Al minuto 68, con la Scozia di nuovo in attacco, tre difensori olandesi accerchiarono Daglish sottraendogli la palla, che però finì sui piedi di Gemmill al limite dell'area. Fu l’inizio dell’Archie show; un primo dribbling su Wim Jansen, un secondo su Ruud Krol e un terzo su Jan Poortvliet prima di scagliare un rasoterra all’angolino imprendibile per il numero uno degli oranje Jan Jongbloed. Un gol fantastico, eletto poco tempo dopo il più bello di tutto il Mondiale, sicuramente uno dei migliori nella storia della Tartan Army. La Scozia cominciò a intravedere la luce alla fina del tunnel, dopotutto alla grande impresa mancava solo una rete. Che arrivò 4 minuti più tardi, ma nella porta sbagliata. Fu ancora una volta un gran gol, ma lo segnò Johnny Rep con una bordata dalla trequarti che non lasciò scampo a Rough. Fine del sogno, per la vittoria della coppa del mondo si prega di ripassare prossimamente.
Sull’avventura scozzese al Mondiale del 1978 sono stati versati fiumi di inchiostro, ma non solo; a distanza di vent’anni il Fringe Festival di Edimburgo è stato aperto con due film dedicati all’evento, il primo, The Game, incentrato sui tifosi che avevano sofferto da casa per i propri beniamini impegnati oltreoceano, il secondo, Argentina 78 – The Director’s Cut, maggiormente focalizzato sugli eventi calcistici, senza dimenticare una buona dose di ironia (non poté quindi mancare la più gettonata barzelletta scozzese post-Mondiale su Micky Mouse che girava per le strade di Glasgow con al polso un orologio raffigurante Macleod). Il momento mai dimenticato è però quello della rete di Gemmill, citata dal film Trainspotting (nella scena della camera da letto) ma soprattutto al centro di una ballata scritta dal poeta Alastair Mackie dal titolo The Nutmeg Suite. Versi che meritano di essere riproposti:
di Alec Cordolcini, da UKFP (dicembre 2007)

21 luglio 2024

"TI AMEREI ANCHE SE VINCESSI" di Antonello Cattani (Urbone), 2018

CONFESSIONI DI UN TIFOSO SCOZZESE
“Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”.
Se vi ritrovate in questa frase, non leggete questo libro, anzi non sfogliatelo neppure, rimarreste delusi. Continuate a vedere il Barcellona, il Real Madrid,il PSG sui canali a pagamento, e ricordatevi di segnare l’ennesimo trofeo vinto sull’almanacco.
In questo libro si parla di altro.
Ci sono poche vittorie e molte sconfitte, poche gioie e tante delusioni.
Certamente non mancano le emozioni.
E’ la storia di una squadra che non partecipa alla fase finale di un campionato mondiale di calcio dal 1998, e quando l’ha fatto è sempre stata eliminata al primo turno. Spesso per poco, a volte rimanendo imbattuta, come nel 1974, a volte giocando veramente male.
E’ la storia di una squadra unica, per orgoglio, per senso di appartenenza dei propri giocatori, per attaccamento dei suoi tifosi, la Tartan Army. E’ la storia della nazionale di calcio della Scozia. Un Paese che chi lo visita non lo dimentica, un Paese che rimane nel cuore.
Non è il primo libro di questo genere, in inglese se trovano parecchi. Questo è diverso perché è raccontato da un tifoso un po’ particolare, perché è italiano e non ha nulla contro il proprio paese, ma il suo cuore batte per la Scozia, da quando era bambino. La storia della squadra è la storia della sua vita e il racconto delle partite è fatto con l’occhio del tifoso, forse in modo ingenuo e con qualche imprecisione, certamente con tanto affetto.
Non succederà mai, ma se un giorno la Scozia, dopo tante delusioni, dovesse diventare campione del mondo, come reagirebbero i suoi tifosi? Beh certamente, dopo un momento di smarrimento, non ci sono dubbi: l’amerebbero anche se vincesse!
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