15 giugno 2026

"IL VILLAGGIO CHE ANDO' IN EUROPA. Llansanttfraid FC, la Welsh Cup 1996 e il viaggio fino a Chorzów" di Marco Parmigiani, 2026


Un villaggio del Mid Wales, una squadra part-time, un campo troppo piccolo per l'Europa e una Welsh Cup capace di cambiare tutto. Nel 1996 il Llansantffraid FC, club di paese di poche centinaia di abitanti al confine tra Galles e Inghilterra, compie una delle imprese più sorprendenti del calcio gallese: batte il Barry Town nella finale di Welsh Cup e si guadagna un posto nella Coppa delle Coppe contro il Ruch Chorzów. Questo libro racconta quella stagione attraverso gli occhi di Gaz, voce narrativa immaginaria ma radicata nei fatti reali: Il Recreation Ground, il Lion, le trasferte, i giornali locali, la finale di Cardiff, la notte europea di Wrexham e il viaggio in Polonia. Non è una favola perfetta. E' una storia di calcio minore, memoria, pub, lavoro, pioggia, rigori, sconfitte e orgoglio di paese.
Prima che il Llsantffraid diventasse The New Saints, ci fu un momento breve e irripetibile in cui un villaggio entrò nel calcio europeo.
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"Quando Marco mi ha chiamato per chiedermi una prefazione non ci ho pensato due volte, primo perchè Marco è un amico ormai da tanti anni, ed è uno che conosce a menadito il calcio britannico, soprattutto quello minore, ha vissuto e lavorato a Londra, faceva il groundhopper da ben prima che scoppiasse la moda e i suoi reportage sul blog di Rule Britannia erano sempre molto attesi perchè sapevamo curasse ogni particolare. E poi ricordare la squadra di calcio di questo villaggio gallese dal nome per noi impronunciabile "Llansantffraid" significa ricordare quella vittoria poco pronosticabile in Welsh Cup nel 1996 contro il Barry Town, un successo che scaraventò un gruppo di emeriti sconosciuti nel tabellone della Coppa della Coppe per un viaggio lunghissimo fino a Chorzów in Polonia. Non è solo una storia di pallone. È una storia di paese, di pub, di trasferte, di lavoro, di memoria e orgoglio. Il Llansantffraid FC oggi non esiste più, è stato inglobato dalla fusione con Oswestry che ha partorito i New Saints ma senza dubbio ebbe in quella stagione il suo momento irripetibile. 
Una prefazione era obbligatoria. Potete trovarla all'interno del libro, insieme al racconto e a una succosa postfazione di Matteo Della Vite, all'epoca inviato del Guerino per gli Europei inglesi". Simone Galeotti

31 maggio 2026

FIRST Division. Football & cultura britannica. Dove la storia del calcio inglese si scrive tra una pinta al pub, l'odore del Bovril e il brivido delle vecchie terraces.

FIRST Division🇬🇧, il calcio inglese di una volta..

Il fascino dei vecchi piccoli stadi, le pinte al pub con gli amici, il match programme della partita, le ends che si muovevano ondeggiando ai goals della propria squadra, il pallone 18 panels rigorosamente bianco, il portiere con la maglia verde ed i pantaloncini come quelli dei compagni, il profumo forte degli hot dog con cipolla nei dintorni dello stadio oppure l'amarissimo Bovril, per i più "vecchi" i rumorosissimi turnstiles oppure.. i totalisator a lato dei campi di gioco? atmosfera unica, irripetibile..

Ecco FIRST Division, un punto di riferimento di chi ha vissuto tutto questo e chi lo sogna..


28 maggio 2026

"NOTTINGHAM FOREST. SIAMO TUTTI FIGLI DI BRIAN CLOUGH" di Fabrizio Miccio

Ognuno di noi ha una diversa esperienza attraverso la quale ha scoperto, vissuto, gustato ed oserei dire caratterizzato la parte ludica della propria esistenza con questa splendida passione che e' il calcio britannico in tutte le sue molteplici sfaccettature. episodi, memorie, flashbacks, memorabilia e quant'altro si fondono in un bagaglio personale ed il voltarsi indietro aiuta a capire il nostro presente.
Per quanto riguarda la mia esperienza, e spero e credo anche quella di molti che come me ormai guardano in faccia i quaranta, il fenomeno NOTTINGHAM FOREST stagione 1977/78 e' stato basilare quale grimaldello per la scoperta di un mondo affascinante perché ai tempi semisconosciuto e difficile da compenetrare (i risultati li conoscevo al lunedì sera passando alla mitica edicola di via Veneto ...altro che tele+ ed internet!!). Ricordo che il fatto che una squadra neopromossa nella First Division potesse come poi ha fatto il Forest vincere il titolo lo consideravo splendidamente e piacevolmente destabilizzante, nel senso che poteva accadere tutto ed il contrario di tutto, nessun risultato era scontato e scritto in partenza, come invece faceva da tristissimo contraltare la Serie A di quel tempo. Io mi sento un po' figlio di Brian Clough, il manager che creò quel team straordinario insieme al suo fidatissimo ed inseparabile vice Peter Taylor, perché quella filosofia, quel compenetrarsi visceralmente con il club che si dirige ha creato un modello che rappresenta il mio calcio inglese vero, autentico, moderno ma antico, sano e, perché no? provinciale. Io sono un Gooner, badate bene, cioè agli antipodi ma non c'e' contraddizione perché la scelta per l'Arsenal è cuore, cieco, senza logica.
Il mitico Clough ha incarnato alla perfezione l'uomo-simbolo del calcio britannico che ho amato ( e che cerco tuttora tra i vari Manchester etc.) dove era possibile costruire con poche sterline, tanta saggezza , pazienza ed un briciolo di fortuna un team due volte Campione d'Europa (che gioia quei goals decisivi di Trevor Francis e John Robertson) e tre volte vincitore della Coppa di Lega. Quanti campioni devono la loro carriera a Clough!
Tra i tanti mi piace citare un mio idolo di allora: Garry (si, con due erre) Birtles. Clough ne scoprì il grezzo ma eccezionale talento realizzativo mentre Garry si dilettava a segnare valanghe di reti con la maglia del Long Eaton Utd. nella Midland League mentre a tempo perso faceva il parchettista e lo portò in riva al Trent per poche sterline. La crescita di Birtles fu enorme ed in pochi anni divenne uno degli attaccanti più prolifici della First Division. Tanti sono gli esempi in questo senso: da Tony Woodcock a Martin O'Neill (attuale tecnico del Celtic in cui netta si riconosce la mano del suo mentore),da Viv Anderson al più recente Stuart Pearce.

Al Nottingham Forest è legato un grande ricordo personale: dal mio primo viaggio in Inghilterra nel Luglio 78' riportai un poster a colori in cui vi era immortalata la squadra al completo seduta tra le prime fila del City Ground con la splendida Coppa di Lega a far bella mostra di se ed il geniale Brian Clough in tuta che sorride compiaciuto. Questo poster lo custodisco ancora gelosamente tra le tante memorabilia di calcio inglese a testimonianza di un mito per me intramontabile. Oggi leggo Brian tra le pagine di Four-Four-Two dove tiene una rubrica fissa "Over the top" e le sue osservazioni sul calcio inglese attuale sono sempre lucide e taglienti, mai banali e scontate. Si,lo confesso: mi manca molto, e credo manchi a tutto il movimento calcistico inglese. Ormai non tornerà più ad allenare, ma forse mentre leggerete queste righe il suo Forest starà dando battaglia per ritornare nella Premier League. Se soltanto lo facesse utilizzando in minima pare lo spirito indomito del suo vecchio condottiero, beh, ci sarebbe di sicuro calcio d'elite la prossima stagione a Nottingham.
E voi, anche voi sentite che la vostra passione è figlia di qualcuno o qualcosa?
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (maggio 2003)

26 maggio 2026

"LEEDS CAMPIONE - Il racconto di una stagione di gloria" di Remo Gandolfi (Urbone), 2017

(Prefazione Stefano Agresti)
C’è stato un altro “LEICESTER” nella storia recente del calcio inglese.
… anche se dobbiamo tornare indietro più o meno un quarto di secolo.
Questa squadra è il LEEDS UNITED.
E’ il 1991-1992.
L’ultima stagione della “vecchia” First Division.
Dalla stagione successiva nel calcio inglese cambierà tutto.
Arriveranno i soldi di SKY, arriveranno grandi giocatori da tutte le parti del mondo, gloriosi stadi verranno abbattuti per far posto a nuove cattedrali.
Il campionato inglese diventerà in pochi anni “il più bello (e più ricco) del mondo”.
In quest’ultima stagione dal sapore antico il Leeds United, che solo due stagioni prima era in Seconda Divisione, si scopre forte e agguerrito.
Nelle proprie fila ci sono calciatori di assoluto valore quali Gordon Strachan, Gary Mc Allister, Lee Chapman, David Batty e Gary Speed.
A metà stagione arriverà anche un francese, talentuoso, carismatico e un po’ matto.
Il suo nome è Eric Cantona.
Il loro condottiero è Howard Wilkinson, allenatore visionario e determinato che quando prese in mano il Leeds due anni e mezzo prima promise che in 5 anni avrebbe portato il Leeds ai vertici del calcio inglese. 
In effetti si sbagliò. Ce ne mise solo 4.
Il Leeds in quella stagione è però considerato niente di più che un semplice outsider nella lotta per il titolo.
Nessuno ritiene il team dello Yorkshire in grado di competere con Manchester United, Arsenal o Liverpool.
Le cose però andranno diversamente.

22 maggio 2026

"INGLESI. Ritratto di una non cosi perfida albione" di Beppe Severgnini (BUR), 1987


Inglesi non potevo toccarlo. E' il mio primo libro, e gli sono affezionato. Concordato durante l'estate 1987 in Rizzoli (col battagliero Edmondo Aroldi), scritto tra il 1988 e il 1989, uscì all'inizio del 1990. E' stato aggiornato una volta sola, nel 1992, dopo l'edizione Hodder & Stoughton dell'anno precedente. Il libro racconta, in sostanza la Gran Bretagna di Margaret Thatcher, intenta a scuotersi dal torpore post-imperiale. Dieci anni dopo, mi sento di dire che ne avevo intuito la solidità di fondo - a quei tempi tutti parlavano di "British disease", la malattia inglese - e ne avevo pronosticato il futuro brillante (non dovrei ricordare queste cose, ma quante volte uno scrittore può dire d'aver imbroccato una previsione?).In Gran Bretagna, dopo l'uscita del libro, sono tornato spesso.Continuo a bazzicare Notting Hill e il Reform Club, frequento la televisione e le radio britanniche, e sono in grado di movimentare una cena parlando della moneta unica europea. Nel 1993, mentre ero distaccato presso la redazione di "The Economist" (per il quale dal 1996 sono il corrispondente in Italia), ho ripreso possesso della casetta di Kensington Church Walk (Londra, W8). Insomma: gli inglesi mi affascinano, anche quando fatico a capirli. Non riesco, e non voglio, staccarmene.Ho anche scritto di loro, in questi dieci anni. Ho pensato perciò di raccogliere una selezione di pezzi, per spiegare le cose che sono cambiate (è arrivato Blair e se n'è andata Diana, le Spice Girls sposano i calciatori, il sistema di classi finalmente scricchiola, a Londra si trova lavoro e si mangia decisamente meglio). Ho diviso questo post-scriptum in due parti. Nella prima parte, ho raccolto alcune opinioni sui "nuovi inglesi", comprese quelle pubblicate/trasmesse dai media britannici, che mi hanno consentito di litigare allegramente con gli amici lassù. Nella seconda parte, ho riunito quattro descrizioni di Londra, che spero possano fornire spunti per una visita o un viaggio.Per tutto il resto - per l'Inghilterra eterna, quella che scoprirà il bidet intorno al 2220 (forse) - rimando al testo originale. Certi "inglesi", per fortuna, non cambiano mai.

21 maggio 2026

1980/81. CHE ASTON VILLA..

Per chi come me ha iniziato ad appassionarsi al football britannico verso la seconda metà degli anni settanta, il titolo di League Champions conquistato dall' Aston Villa FC nella stagione 1980/81 rappresentò una splendida emozione, il cui ricordo e' tuttora piacevolmente vivo a distanza di molto tempo I ragazzi in "claret & blue" riportarono il bel trofeo della First Division al Villa Park dopo ben 71 anni dall'ultimo trionfo, anni nei quali il club era sceso fino alla Third Division soltanto nove anni prima .Ma ciò che ancor di più rese per me memorabile quella vittoria, arrivata al termine di un acceso testa a testa con l'Ipswich Town, fu il fatto inedito per allora di poter seguire quasi settimanalmente in tv le vicende di quell'appassionante stagione calcistica. Ciò fu possibile grazie ad una trasmissione ormai divenuta un "cult" leggendario tra gli appassionati: "Football Please" (ma guarda che combinazione...) trasmessa da Teleroma 56 ed ideata da Michele Plastino. Egli aveva acquisito dalla ITV, con grande lungimiranza, i diritti per l'Italia della First Division e commentava gli highlights lasciando in sottofondo l'inconfondibile voce di Brian Moore. Benché già tifosissimo dell'Arsenal, presi a cuore le vicende del Villa nella lotta al titolo, ed ancora oggi ricordo bene l'undici titolare(non erano infatti tempi di rose extra large e giocatori provenienti da ogni parte del globo...)autore di quella storica impresa. I goals del possente centravanti Peter Withe arrivato dopo la dolorosa dipartita dell' idolo Andy Gray, e del giovanissimo Gary Shaw, unico local-boy della squadra, furono decisivi (38 tra i due!) insieme al fatto che il manager Ron Saunders utilizzò soltanto 14 giocatori (di cui 7 sempre presenti !) nel corso delle 42 gare di campionato. Tra i pali stazionava l'esperto 'keeper Jimmy Rimmer, protetto dai rocciosi centrali ,entrambi scozzesi Alan Evans e Ken McNaught;ai lati difensivi Kenny Swain e Gary Williams; in mezzo al campo il capitano Dennis Mortimer ed il giovane talento ,con accanto due ali diversissime tra loro.Il guizzante e veloce Tony Morley, tipica wing inglese, ed il più arretrato Des Bremner, chiave di volta tattica dello schieramento di Saunders. Ne uscì una formazione votata, come nella migliore tradizione inglese ,al football più puramente offensivo,grazie alla fantasia di Cowans, alla incredibile velocità di Morley ed alla perfetta integrazione dei due stikers, così diversi per caratteristiche fisiche (Shaw era un brevilineo dalla tecnica sopraffina e dalla grande agilità nell'area piccola) ma splendidamente integrati a misura quali implacabili finalizzatori. Probabilmente l'Ipswich di quell'anno era forse più forte dei Villains di Saunders (non a caso Mariner e compagni vinsero la Coppa Uefa, oltre a disputare una semifinale di Fa Cup in quella stagione) come in effetti i tre scontri diretti dimostrarono in modo netto. Infatti, oltre ad uscire sconfitti dalle due gare di campionato, l'Aston Villa fu eliminato al primo ostacolo in Fa Cup dagli uomini del non ancora sir Bobby Robson. Ma furono proprio i tanti impegni a fiaccare l'Ipswich nel finale(con alla fine ben 66 gare ufficiali disputate nelle quattro competizioni!) ed infatti i tractor boys persero ben sette delle loro ultime dieci gare in campionato. 

A testimonianza della sorpresa che rappresentò quella squadra, che non era certo tra le favorite della vigilia, va notato che "Match of the Day" scelse di portare le sue telecamere alle gesta dell' Aston Villa soltanto ad ottobre inoltrato per la demolizione (4-0) del Sunderland al Villa Park. Nella corsa al titolo spiccano nella mia memoria anche un bellissimo 1-3 al Goodison Park siglato da Morley, Mortimer e Cowans ed un 3-0 al Middlesbrough verso fine aprile che rappresentò di fatto la vittoria che tagliò le gambe alle speranze nel Suffolk. L'ultima giornata del 2 maggio fu l'apoteosi: il Villa aveva quattro punti di vantaggio, ma l'Ipswich aveva una gara da recuperare dopo quel weekend. L'Arsenal era quanto di peggio potesse capitare al Villa per quell'ultima giornata e per giunta nella fossa di Highbury. Ma l'Ipswich non diede segnali di ripresa ed uscì sconfitto anche dal vecchio Ayresome Park di Middlesbrough:i ventimila che invasero l'intera clock end di Highbury esultarono anche se i loro beniamini cedettero 2-0 ai Gunners. L'Aston Villa era campione d'Inghilterra !!! La M1 sulla via del ritorno a Birmingham si colorò di celeste ed amaranto. La favola di quella squadra 27 tuttavia non si esaurì con quell'epilogo storico. Ve ne sarebbe stato un altro di li a dodici mesi , a Rotterdam....
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (marzo 2003)

5 maggio 2026

"L'USO DEGLI STADI DA PARTE DEL CALCIO PROFESSIONISTA INGLESE" di Thomas Leblatier (Edizioni Sapienza), 2025


I veri e propri luoghi di culto, che accendono la passione dei tifosi, ma che sono anche gestiti dai club per generare entrate, gli stadi inglesi sono al centro dell'attenzione. Dopo alcuni tragici eventi, gli stadi, a cavallo degli anni '90, sono diventati arene a posti fissi dove si giocano le partite di Premier League e Championship che vedono opposte squadre più ricche, sempre più piene di giocatori stranieri di alto livello, e vengono trasmesse in diretta in tutto il mondo. Grazie agli introiti record dei diritti televisivi, i club stanno investendo molto sui trasferimenti e sugli stipendi dei giocatori, e le partite stanno registrando record di presenze e di utilizzo degli stadi. Parallelamente, anche i prezzi dei biglietti sono aumentati, raggiungendo livelli record, diventando un vero problema per i tifosi che sostengono di essere stati esclusi dal gioco a causa dei prezzi. La seguente dissertazione analizzerà come, in questo contesto, alcuni club della Premier League (Arsenal FC, Liverpool FC) e del campionato (Brighton & Hove Albion, Charlton Athletic FC e Reading FC) stiano incrementando le entrate dei loro stadi e quali conclusioni generali si possano trarre da tali esempi per i club che stanno lottando con il flusso di entrate dei giorni di partita.

4 maggio 2026

[MISTER FOOTBALL] "DON ROBINSON e lo Scarborough." di Roberto Gotta

Personaggio al tempo stesso notissimo e sconosciuto: come sempre, dipende dai gradi di interesse, più ancora che competenza, perché non si può sapere tutto e neanche il 50% di tutto. Diciamo, riassumendo a fatica, che Robinson nel calcio è stato due volte presidente dello
Scarborough, club della sua città, tra i più antichi d’Inghilterra (1879), salito in Football League per la prima volta nel 1987 sotto la gestione di Neil Warnock, poi fallito nel 2007 e rinato, con gestione interamente affidata ai tifosi, con nome simile (Scarborough Athletic) subito dopo, e ora iscritto alla National League North, il sesto livello del calcio inglese.

Lo Scarborough di Robinson negli anni Settanta fece davvero la storia, seppur minore, del calcio inglese: arrivò due volte al terzo turno di FA Cup, nel 1973, 1976 e 1977 vinse a Wembley l’FA Trophy, ovvero la FA Cup per club dalla quinta serie in giù, partecipò due volte alla Coppa Anglo-Italiana per semiprofessionisti, 1976 e 1977, e in occasione della primissima partita di quella 1976, contro il Monza, in porta ci fu la presenza straordinaria di Gordon Banks, l’ex portiere della nazionale fermo dal 1972 per i postumi del tremendo incidente stradale che aveva fermato la sua carriera a grandi livelli. 
Nel 1976 lo Scarborough giocò anche l’Anglo-Italian Semiprofessional Cup, andata e ritorno con la vincitrice della Coppa Italia semiprofessionistica, il Lecce, che perse 1-0 in Inghilterra vincendo però 4-0 in casa. 

Robinson nel 1982 però lasciò la proprietà del club e scese di un’ottantina di chilometri lungo la costa nordorientale inglese, portando con sé l’allenatore Colin Appleton (che aveva portato sulle sue spalle per il giro d’onore dopo la vittoria dell’FA Trophy 1977, foto a lato) e prendendo in gestione lo Hull City, anzi salvandolo dalla chiusura: tempo tre anni e lo Hull passò dalla quarta alla seconda serie (l’attuale Championship). Uomo di contatti e intraprendenza, aveva fatto i soldi affittando trampolini elastici sulla spiaggia di Scarborough, era stato organizzatore di riunioni di wrestling (ed era persino salito sul ring come Dr.Death), co-organizzatore del concerto Live Aid, proprietario di zoo, promulgatore di radio private (e pirata) e tante altre cose, tra cui voli per portare centinaia di persone a Las Vegas per giocare nei casinò.

30 aprile 2026

CHELSEA. "BRIDGE OVER TROUBLED WATER" di Simone Galeotti


Donne, un affare di cuore. C’è chi afferma che ogni tanto gli zoccoli del cavallo di Re Carlo II riecheggiano solenni lungo King’s Road, la strada dell’elegante quartiere di Chelsea a cui lui ha dato il nome perché l’attraversava spedito per andare a raggiungere la sua amante in un rifugio segreto. Nel XVII secolo era solo una modesta strada di campagna con un piccolo villaggio di pescatori che nei secoli si è trasformato diventando il quartiere simbolo dell'aristocrazia londinese. Poco più di due chilometri che separano il massimo della raffinatezza, da lunghe teorie di case popolari. 
Per anni punto di riferimento di artisti, intellettuali e scrittori che trasformarono Chelsea in uno dei primi centri bohémienne europei. La lista dei residenti illustri è incredibilmente lunga e citare ogni singolo nome sarebbe follia, però senza dubbio vale la pena ricordare personaggi come Oscar Wilde, George e T.S. Eliot, Agatha Christie, Jonathan Swift e Mary Shelley. 

Qui, Mary Quant lanciò dal suo negozietto tutt'ora in loco la moda della minigonna. Qui, dove se volete iniziare una passeggiata vi conviene partire da Sloan Square e scivolare accompagnati in sincronica sequenza dalla cortina di palazzi in mattoni rossi e stucco bianco fra boutique, caffè, ristoranti e negozi di antiquariato. Alla fine, troverete il vecchio Bridge, che tanto vecchio non è più e nemmeno lo stesso di tanti anni fa. Oggi è uno stadio moderno, rivoluzionato, anche strutturalmente da quello degli anni Settanta territorio di caccia dei temibili “Headhunters” sgusciati fuori dal loro covo naturale di gradoni denominato “Shed”
Ovviamente non è nemmeno quello delle origini, quando rischiò addirittura di scomparire quando per poco l’impianto rischiò di finire alla Great Western Railway, la quale, necessitava di uno spazio per costruire un deposito da utilizzare come rimessa di carbone. 
Nel 1970, il Chelsea non aveva ancora vinto la FA Cup. Era diventato campione d’Inghilterra, è vero, sotto la guida di Ted Drake ma la coppa era sempre sfuggita come tre anni addietro, nel 1967 quando nella “Cockney Cup Final” il Tottenham si era imposto sui blues per 2-1. 
La finale del 1970 il Chelsea se l’era guadagnata proprio in casa degli Spurs, il 14 marzo, travolgendo per 5-1 il Watford con una doppietta di Peter Houseman, i centri di un purissimo “east enders" come David Webb, poi Peter Osgood e Ian Hutchinson. Quella era la squadra di Dave Sexton (nella foto sopra), il Chelsea di quel quasi commovente blu privo di strane marchette e orpelli vari recante solo il leone rampante del Conte di Cadogan, con le due stelline di contorno, il Chelsea dei primi "seventie's" da associare per mutualità e situazionismo a "Bridge over Troubled Water" di Simon & Garfunkel, il Chelsea fatto di capelli al vento, aria sbarazzina e qualche bagordo di troppo. 
Sexton nativo di Islington ed ex manager dell’Orient, figlio di un pugile e cresciuto secondo educazione gesuita era subentrato a Tommy Docherty all’inizio della stagione 1967/68 (dopo la breve parentesi di Ron Stuart) e si ritrovò fra le mani la patata bollente, vale a dire il George Best di Windsor, Peter Leslie Osgood: “The King of Stamford Bridge”. Un predestinato, visto che a 17 anni firmerà per la squadra giovanile del Chelsea e al suo debutto in Coppa di Lega, sarà subito decisivo realizzando una doppietta. Calciatore dalle basette inconfondibili, geniale e imprevedibile tanto in campo e nella vita quotidiana, quando per esempio pensò bene di fare scalpore infilandosi una t-shirt indossata all’epoca dalla star del cinema Raquel Welch con la scritta “I scored with Osgood”, a conferma che il buon vecchio “Wizard of Os” non ci sapeva fare solamente con il pallone.
Quello con il manager fu un rapporto complicato, ma è certo che non era l’unico problemino per Sexton che doveva tenere a bada anche gli amichetti di Ossie, gente come Alan Hudson e Charlie Cook, assoluti maestri del controllo della sfera, oltre a ragguardevoli scorribande notturne. Ma alla fine, bevute, donne e auto veloci non riuscirono a rovinare del tutto lo stile di gioco di quella squadra, talvolta indolente, anzi l'odore caprino in qualche modo aiuterà le manovre offensive. A difendere le “capienti” porte di Stamford Bridge, c’era Peter “The Cat” Bonetti, vent’anni al servizio alla causa con 729 presenze totali. Approdò ai blues nel 1958 dopo che la madre inviò una lettera alla dirigenza del club chiedendo di valutare attentamente le qualità del proprio figlio e di concedergli almeno una chance. Di lui disse una volta Pelè: “I tre migliori portieri che abbia mai visto sono Gordon Banks, Lev Yaschin e Peter Bonetti”
Davanti la spina dorsale, formata dal difensore Ron "Chopper" Harris, uno rimasto sempre all'altezza del suo nome negli interventi con in mezzo al campo Terry Venebles e John Hollins a creare geometrie offensive per quelli là davanti. Ci sarebbe da aggiungere che l’avversario di quel Chelsea nella finale di FA Cup di quella stagione era il Leeds United di Don Revie, altro gruppo di raccomandabili elementi da Cayenna che in semifinale avevano avuto bisogno di tre partite per avere la meglio sul Manchester United. Per pura nota di cronaca nessuno dei due club aveva mai vinto il trofeo, il cui atto conclusivo a causa del mondiale messicano alle porte, la federazione decise di giocarlo in largo anticipo rispetto alle date classiche fissando l’appuntamento per l’11 aprile. Fatto sta che il dolce manto erboso sotto le due torri si presentò in pessime condizioni a causa della presenza fino a qualche giorno prima della Horse of the Year Show - noto anche come HOYS ossia la manifestazione culmine degli eventi equestri britannici che aveva reso il terreno una distesa sabbiosa, non certo usuale per l’evento più atteso della stagione calcistica inglese. "Jack" Charlton portò in vantaggio il Leeds con un colpo di testa, sul quale McCradie e Harris non riuscirono a intervenire sorpresi dal mancato rimbalzo della palla. Il pari del Chelsea avvenne in maniera altrettanto strampalata, allorché un tiro da fuori aerea di Houseman non venne trattenuto dal portiere Gary Sprake che si lasciò sfuggire la sfera per l’1-1. Finale incandescente con gli Yorkshiremen in vantaggio a sei dal termine grazie a Mick Jones, e definitivo pareggio di Hutchinson due minuti dopo. 
Un Wembley così disastrato non si era mai visto. Giocare la ripetizione poteva veramente creare grossi problemi, e così per la prima volta dal 1923 si decise che la finale di FA Cup si sarebbe dovuta disputare in uno stadio diverso. La scelta ricadde sull’Old Trafford di Manchester. E furono 26,49 i milioni di spettatori seduti davanti alla televisione il 29 aprile 1970 per assistere al replay tra Chelsea e Leeds, un risultato che ha fatto entrare l’evento nella top ten dei programmi più seguiti nella storia della BBC, dietro solamente alla finale di coppa del mondo del 1966. Ad arbitrare l’incontro, il quarantasettenne Eric Jennings da Stourbridge che anni dopo dichiarò che, se quella partita si fosse giocata in tempi più moderni non sarebbero bastati sei cartellini rossi e venti gialli per arginare "l'animus pugnandi" profuso dalle due formazioni. Di quell’incontro al di là delle scintille in campo, del calcione di Ron Harris all’ ala scozzese Eddie Gray, di un rapido scambio di pugni fra Norman Hunter e Ian Hutchinson, si ricorda la serata buia di Manchester e le calze gialle che il Chelsea decise di indossare in quell’occasione. Il club decise infatti di giocare la replica con i calzettoni gialli della divisa da trasferta. E, dato il prestigio dell'occasione, si decise anche che, per completare il look che sarebbe stato visto da milioni di spettatori televisivi in ​​diretta, i giocatori avrebbero indossato anche maglie con lo stemma giallo del club e pantaloncini con una striscia sempre gialla completata dai relativi numeri. Non è noto se l'ispirazione per queste modifiche relativamente piccole ma di grande importanza alla divisa del Chelsea sia venuta dall'interno del club o dal produttore di divise Umbro. Tuttavia, senz'altro è stata una scelta ispirata ed il risultato fu una delle divise più iconiche che la squadra abbia mai indossato.

Oh, attenzione i bianchi di Leeds andarono in vantaggio per primi con Mick Jones nel primo tempo ma a poco meno di dieci dal termine un cross di Cooke imbeccò la testa di Osgood che in tuffo pareggiò il risultato della gara. Tempi supplementari, quindi, dove spunterà il personaggio che non ti aspetti, quel David Webb che talvolta appariva per caratteristiche caratteriali elemento fuori luogo nello spogliatoio dei blues. A innescarlo una rimessa laterale di Hutchinson al minuto 104 che la “giraffa” John (Jack) Charlton prolungò maldestramente anticipando l’uscita di David Harvey con la palla che colpita in qualche maniera dall’accorrente Webb finirà in rete regalando così la prima coppa d’Inghilterra al Chelsea, alzata al cielo da capitan Harris nella gremitissima tribuna del Trafford. Mi fermo qui tuttavia a dirla tutta l’anno seguente la squadra di Dave Sexton conquisterà anche l’alloro europeo vincendo la Coppa delle Coppe ad Atene contro il Real Madrid che sicuramente non era più quello di Alfredo De Stefano e del Colonello Puskas in ogni caso restava pur sempre la squadra più importante del continente. Anche in quell’occasione ci vollero due partite, anche in quell’occasione gli avversari in campo erano in bianco, anche in quell’occasione segnerà Peter Osgood. Ma quella non era certo una novità...
Blue is the colour.

28 aprile 2026

"UNA TESTA MOZZATA" di Irvine Welsh (TEA), 2019


A Cowdenbeath, un'anonima cittadina di una popolosa regione a nord di Edimburgo, Jason King, fantino mancato di ventisei anni, si barcamena in un presente da sottoccupato cronico e stella locale del subbuteo. Tra una partita e l'altra e lavoretti più o meno leciti, Jason inganna la monotonia ascoltando Cat Stevens, tracannando Guinness e tampinando quasi ogni ragazza gli capiti a tiro. Da un po', però, a dare materia alle sue fantasie sono le morbide forme di Jenni Cahill, la figlia di un discusso imprenditore della zona. Cavallerizza di scarso talento, con una passione per Marilyn Manson e vaghe aspirazioni suicide, lei non sembra ricambiare le attenzioni di quel "nanerottolo schifoso" di Jason. Ma si sa, le apparenze possono ingannare, e saranno prima il caso e poi un tragico incidente a far scoprire ai due ragazzi di poter condividere qualcosa: il sogno di una nuova vita, lontana dal grigiore di ogni Cowdenbeath del mondo.

27 aprile 2026

“TANTO DI CAPPELLO” di Vincenzo Felici

Poco tempo fa, prima del fischio di inizio dell’amichevole San Marino-Andorra, ho assistito ad una toccante premiazione che ha avuto come protagonista il giocatore biancoceleste Matteo Vitaioli, che ha potuto annoverare ben cento presenze nella sua simpatica Nazionale.  
Gli é stato donato un bellissimo cappello celebrativo, che tanto mi ha fatto pensare a quelli che vengono utilizzati, per lo stesso motivo, nel calcio anglosassone. 
Riscopriamone le origini.. La tradizione del berretto, ( in inglese “cap” ) per le presenze collezionate coi “Three Lions” ha origini risalenti alla fine del XIX secolo, precisamente al 1886. La “Football Association” ( FA ) decise, appunto, di premiare i calciatori che raggiungono tale record con un pregevole cappellino di velluto.

“I calciatori che faranno parte della nazionale per le partite internazionali riceveranno come simbolo e premio un cappellino di seta bianca con una rosa rossa ricamata sul fronte”

L'idea fu promossa da N.L. "Pa" Jackson, fondatore del Club Old Corinthians, ispirato dal cricket. Inizialmente veniva consegnato un copricapo blu, ( poi bianco) per ogni singola partita internazionale disputata. A quei tempi, i giocatori non indossavano divise “uniformi”, quindi i cappellini a spicchi servivano a distinguere le squadre in campo. Da questa usanza nasce l'uso comune nel calcio britannico di definire "cap" ogni singola presenza in Nazionale. Raggiungere le cento presenze ( o "caps" ) è un obiettivo assai ambito. In occasioni speciali, come nei casi di Harry Kane ( 2024 ) o Wayne Rooney ( 2014 ), la Federazione in questione consegna un cappello speciale, spesso d'oro o celebrativo, per onorare il traguardo. 
Dal 2020, la FA ha introdotto il "legacy cap", un cappello numerato assegnato a ogni esordiente in Nazionale, per esaltare la storia dei "Tre Leoni". 
Quelli ufficiali sono realizzati dalla “Toye, Kenning & Spencer”, azienda del Warwickshire e presentano lo stemma della FA con la data del match. A dir poco regali le frange decorative di questi tradizionali capi di abbigliamento sportivo, impreziositi dal ricamo riportante la partita oggetto del presente, dai cordoncini e dalle nappe stilose. Dall’originario blu, col tempo si è passato ad uno sgargiante rosso. Per la ricorrenza delle mille partite disputate dalla rappresentativa nazionale, ogni calciatore porta un proprio numero identificativo sul copricapo ( il cosiddetto “legacy number” ), un privilegio riservato a pochi eletti.. Dalla primavera del 2025, la FA ha stabilito che pure i familiari dei giocatori scomparsi ad avere raggiunto il numero di presenze tanto ambito, debbano ricevere l’oggetto incarnante i significati di bravura e fedeltà alla maglia in un colpo solo. Alcuni esempi sono costituiti dalle famiglie di Tommy Lawton e di Duncan Edwards, quest’ultimo deceduto nella terribile tragedia di Monaco di Baviera del 1958. Il primo a raggiungere l’obiettivo fu Robert Barker, portiere inglese, durante la prima partita internazionale della sua squadra, nel 1872. 
Non riusciamo assolutamente ad interpretarne il senso, ma ultimamente la distribuzione dei cappelli é stata estesa anche alle personalità del mondo musicale, facendo perdere, dal punto di vista di chi scrive, quel tocco di esclusività assoluta che detiene solo il british foootball.. 
Il cappello ( si dice che le più antiche tracce risalgono addirittura al terzo millennio a.C, epoca in cui il feltro era utilizzato sia dai romani che dai greci, ma i ritrovamenti più antichi sono stati rinvenuti in Siberia ) costituito da un intreccio di fibre naturali, si pensa sia stato utilizzato ancor prima della lana ed incorpora da sempre un simbolo pittoresco nel calcio d’oltremanica, soprattutto nell’immaginario legato ai “nicknames” delle formazioni.. 


Esempi lampanti di “cappellai” sono quelli legati allo Stockport County ed al Luton Town. I primi per la forte tradizione della industria tessile radicata in quelle zone ( dove sorge perfino un Museo-cappellificio” ! ), i secondi perché per quasi due secoli, a partire dall'Ottocento, Luton è stata il centro principale della produzione di cappelli in Inghilterra, prettamente di quelli femminili. Il soprannome è un riferimento diretto alla industria locale che ha definito l'economia e la storia della città per intere generazioni. L'attività era così nota che è legata all'espressione

"matto come un cappellaio"

( richiamata dallo scrittore e poeta di Daresbury, Lewis Carroll ), derivante dall'uso di nitrato di mercurio nella lavorazione dei copricapi, pratica comune nelle fabbriche di Luton. 
Tornando a Stockport, l’ “Hat Works” è un museo nella Greater Manchester, aperto dal 2000, in un mulino restaurato ed è l’unico del Regno Unito dedicato a questo singolare tipo di produzione: offre due piani di mostre interattive, accompagnate dalla esposizione di ben venti macchine vittoriane completamente restaurate e una collezione di oltre 400 cappelli provenienti da tutto il mondo. Spazio elegante e ben progettato, merita una visita guidata che richiede il tempo di circa novanta minuti, guarda caso esattamente lo stesso periodo necessario a gustarsi una partita di calcio.

24 aprile 2026

"PREMIER LEAGUE La magia del calcio inglese" di Nicola Roggero (Rizzoli), 2019

Chiunque ami il calcio e vada ad assistere a una partita di Premier League in Inghilterra resta senza fiato. Perché lì il gioco più bello del mondo è ancor più bello: è il campionato più ricco, gli stadi sono i più spettacolari, le squadre sono al massimo livello. Ma non solo: perché quei luoghi ormai mitici - da Stamford Bridge a Wembley, da Old Trafford a Highbury - preservano una tradizione unica di vittorie e campioni, ma anche il segreto di un rapporto diretto con il pubblico che non esiste altrove. 
Per tutti gli appassionati italiani che da anni seguono il football britannico in tv (in passato sulla televisione svizzera e Tele+, oggi su Sky), Nicola Roggero racconta per la prima volta tutta l'epopea di questo fenomeno, dal lontano 1888 quando il gentiluomo William McGregor diede origine al primo campionato inglese per arrivare alla finale della Champions League 2019 in cui, sbaragliate le altre rivali del resto d'Europa, si sono fronteggiate Liverpool e Tottenham. È una cavalcata entusiasmante che passa dalle prodezze di Dixie Dean che negli anni Venti segnò 349 gol solo con la maglia dell'Everton alla tragedia del Manchester United nel '58 (una Superga inglese), dal dominio pluridecennale in patria e in Europa del Liverpool alla parentesi oscura degli hooligans. Il tutto per approdare alla fase attuale con il passaggio dalla Football alla Premier League nel 1992, gli anni di fatica e gloria di Alex Ferguson, e la carrellata dei massimi interpreti (anche italiani) del football contemporaneo: Beckham, Shearer, Drogba e poi Vialli, Mourinho, Conte, Ancelotti, Pep Guardiola… 
A dimostrazione che lo stile inglese è inimitabile. Perciò scoprirne le storie e i segreti è un modo per godere più appieno della magia del calcio.

23 aprile 2026

"I RAGAZZI DI BROMLEY" di Stefano Conca


Se nasci a Londra, calcisticamente parlando, hai l’imbarazzo della scelta: Chelsea, Tottenham, Arsenal, West Ham… Se sei adolescente, intorno alla fine degli anni ’60, all’indomani della vittoria della nazionale inglese contro la Germania Ovest sul suolo sacro di Wembley, beh è impossibile che tu non abbia ancora scelto per quale squadra tifare. Blues, Spurs, Gunners, Hammers, sono soprannomi così accattivanti, con i quali pensi che sarebbe anche più facile farti accettare dai tuoi compagni. Ma tu sei nato a
Bromley, nell’estrema periferia a sud-est e tuo padre non ha la minima intenzione di portarti ogni sabato pomeriggio dall’altra parte della città per veder giocare Bobby Moore, Geoff Hurst e Martin Peters.

Dave ha quattordici anni quando un pomeriggio d’estate del 1969 accade un evento che prima di allora poteva solo immaginare nella sua fantasia, giocando a Subbuteo magari: il West Ham, uno dei club più prestigiosi di prima divisione arriva ad Hayes Lane per disputare un incontro amichevole pre-campionato contro il Bromley, squadra dilettantistica che milita nella Isthmian League, campionato che corrisponde al settimo livello della piramide calcistica inglese, e che comprende alcune squadre della periferia di Londra più alcune delle contee del sud-est. Il ragazzo però ha ormai fatto la sua scelta, dopo aver visto, all’età di undici anni, i Lillywhites (soprannome non proprio accattivante) battere per 3-2 i Wycombe Wanderers. Ma oggi ci sono i campioni del West Ham, tra cui spiccano alcuni degli eroi di Wembley sopra citati. Poco dopo mezzogiorno Dave è già ad Hayes Lane perché anche se il calcio d’inizio è programmato alle 19.30 Dave non vuole certo perdere l’occasione di farsi firmare qualche autografo. Tuttavia, deve attendere fin dopo le 18.00 perché qualcuno si faccia vivo. Il primo è l’inserviente che lo guarda incuriosito. Dopodiché iniziano ad arrivare i beniamini di casa che lui saluta ad uno ad uno augurandogli buona fortuna per l’incontro. Li conosce tutti, li chiama per nome e per ognuno di loro ha già trovato un soprannome: c’è Pat “Postman” Brown che durante la settimana fa il portalettere, c’è il portiere Alan Soper (Sope), c’è Jeff “Tower” Bridge, c’è Phil Amato (Tomato Face) e infine c’è l’idolo di Hayes Lane, Alan Stonebridge (Stoney), il miglior marcatore della scorsa stagione e probabilmente il più grande calciatore che abbia ma indossato la casacca del Bromley. Dave ha con sé anche un paio di scarpini da calcio, per farsi trovare pronto nel caso in cui qualche giocatore del Bromley dovesse rimanere coinvolto in qualche incidente stradale, senza danni seri ovviamente, ma abbastanza da non poter arrivare in tempo per il calcio di inizio, qualora lo speaker dovesse annunciare la necessità di far giocare qualcuno dei presenti tra il pubblico.

Poi finalmente arriva il bus del West Ham ma a scendere non sono gli eroi di Wembley, bensì una squadra di riserve che Ron Greenwood, manager degli Hammers, ha deciso di testare in vista dell’imminente avvio di stagione.

Poco importa, l’attesa è finita, dopo un’estate senza football la stagione sta per ricominciare e con entusiasmo Dave si precipita ai tornelli. Vuole essere il primo ad andare a sedersi nella Main Stand (l’unica a dire la verità) per assistere all’incontro del secolo.

Al termine dei primi quarantacinque minuti il punteggio è ancora bloccato sullo 0-0. Ciò significa che se il Bromley riesce a tenere testa al West Ham per un tempo probabilmente ci sono buone probabilità di terminare il campionato nella parte alta della classifica. Poi dopo quasi un’ora di gioco succede l’incredibile: un lungo cross di Johnny Mears viene intercettato dal grande Alan Stonebridge che la mette dentro. È 1-0 per il Bromley!

L’illusione si interrompe quando il West Ham fa entrare in campo il nuovo astro nascente delle Bermuda Clyde Best che si prende letteralmente gioco dei difensori del Bromley e in pochi minuti ribalta il punteggio. Finisce 1-3 ma Dave è carico di ottimismo, soprattutto dopo aver visto i suoi beniamini tenere testa al West Ham per un’ora abbondante. Non sa che la stagione che sta per arrivare sarà una delle peggiori di sempre nella storia del Bromley che infatti finirà ultima in classifica con soli dieci punti, tre vittorie, quattro pareggi e ben trentuno sconfitte; ventotto gol realizzati contro centoundici subiti, sconfitti anche dai Corinthian Casuals.

Poco importa, dalla Isthmian League non si retrocede, come a dire che oltre al fondo non si può scavare, ci sarà un’altra stagione da guardare come sempre con ottimismo, nel frattempo Dave si è fatto nuovi amici, c’è Dave grande tifoso dell’Arsenal, con cui condivide la passione sfegatata per tutto ciò che riguarda il football (statistiche, ritagli di giornale, trasferimenti, figurine ecc…) e poi c’è la sorella di Dave, bellissima e per la quale Dave ha un debole ma a cui non si dichiarerà mai per paura di subire una delusione. Ci sono i compagni dell’Hayesford Park Reserve, squadra ultima in classifica della Orpington and Bromley Disctrict Sunday League, con zero vittorie e un pareggio su diciotto incontri. E poi ci sono gli amici di Hayes Lane, i Bromley Boys: Derek, Roy e Peter con cui Dave condivide speranze, illusioni, gioie (poche) e frustrazione (tanta), e tanti freddi pomeriggi sugli spalti sferzati da vento e pioggia, le trasferte in pullman e le partite di coppa giocate in notturna. E proprio al ritorno da un match di coppa la società, essendo il bus pieno, gli organizza il viaggio di ritorno sulla macchina di Alan Stonebridge. Si, proprio il formidabile attaccante. Dave è incredulo e quella serata rimarrà per sempre nella sua memoria come il momento più alto del suo amore per il Bromley. Dave non si accontenta di essere un tifoso qualunque, vuole entrare a fare parte della squadra ed è così che per premiare la sua fedeltà il board decide di farlo lavorare nel chiosco del the da cui può godersi la partita da una posizione privilegiata e coi soldi della prima paga si compra il singolo Space Oddity di David Bowie, anche lui di Bromley.

Pagina dopo pagina il libro ti conquista nella sua semplicità, certo, c’è anche tanta nostalgia per quel tempo in cui le tribune perdevano i pezzi, i campi erano delle distese di fango e i calciatori erano degli eroi.

Oggi il Bromley ha già conquistato la matematica promozione alla League One per la prima volta nei suoi oltre 130 anni di storia e ha anche buone probabilità di conquistare il titolo di Campioni della League Two.

Ho cercato di contattare Dave attraverso i social per fargli qualche domanda ma senza successo. Purtroppo, ho appreso che Dave è venuto a mancare nel novembre 2021 per le complicazioni di una malattia che lo aveva colpito durante quello stesso anno, mentre il mondo stava uscendo dall’incubo della pandemia. Oggi sarebbe più che mai orgoglioso del suo Bromley. I suoi amici, Roy, Derek e Peter, I Bromley Boys, ancora gli scrivono messaggi sulla sua pagina Facebook come se lui fosse ancora tra noi, mentre il suo libro è nel frattempo diventato anche un film.

Il Bromley, nel frattempo, ha anche cambiato soprannome: The Ravens (i Corvi), soprannome decisamente più accattivante, e pare incredibile che la prossima stagione potrà giocare in League One contro squadre come Luton Town, Plymouth, Wimbledon, Barnsley, Blackpool e con molta probabilità anche Sheffield Wednesday e Leicester. Sono ben lontani i tempi in cui i Lillywhites lottavano per evitare l’ultima posizione in classifica della Isthmian League contro i rivali del Corinthian Casuals. Una cosa è sicura però, grazie al racconto di Dave i ragazzi di Bromley sapranno sempre da dove vengono.

21 aprile 2026

"PENNY LANE. Guida ai luoghi leggendari dei Beatles a Londra e Liverpool" di Alfredo Marziano & Mark Worden (Giunti), 2010


Dopo il successo di Floydspotting, esce ora questa guida geografica ai luoghi della vita e della musica dei Beatles.120 schede raggruppate per aree geografiche e corredate da fotografie inedite e mappe stradali divise in due sezioni. Da Liverpool a Londra il tour parte dalle case di nascita e di residenza dei Quattro e di altri protagonisti chiave della vicenda e prosegue con i locali e i luoghi della memoria: Penny Lane e Strawberry Field, che hanno ispirato canzoni leggendarie. E poi i luoghi che furono teatro di famose sequenze cinematografiche o di scatti per le copertine dei dischi o che i Beatles frequentarono per impegni professionali.

20 aprile 2026

"EVERTON EUROPEO" di Massimiliano Morganella

Rotterdam. Everton e Rapid Vienna approdano alla loro prima finale europea. I blues puntano al trionfo continentale a coronamento di una stagione che li ha visti protagonisti su tre fronti: campionato, coppa d’Inghilterra e Coppa delle Coppe. Il match di Rotterdam rappresenta così per l’Everton un’altra impegnativa tappa di una lunga stagione, intermezzo internazionale tra le partite della League e le ambizioni nella F.A. Cup. 

E’ anche una sfida indiretta stracittadina con i cugini del Liverpool di Fagan, da anni leader in Inghilterra e in Europa. Il Rapid, forse pago già di essere giunto alla finale, affronta l’impegno puntando sull’esperienza dei suoi “vecchi” (Krankl, Panenka, Garger) e cercando di resistere il più possibile al ciclone Everton. Nel primo tempo la profezia di Baric si avvera e i Blues di Kendall vedono infrangersi i loro arrembanti attacchi sulle scogliere difensive austriache. 
Ma, dopo l’intervallo, l’iceberg costruito dal Rapid si scioglie inesorabilmente ai lampi e ai fulmini dell’attacco inglese. Greame Sharp, giovane attaccante scozzese, mostra di meritare ampiamente il posto fra i primi cinque del “Bravo 85” e manda in gol prima il connazionale Andy Gray e poi Sheedy. Steven per i Blues e Krankl per il Rapid regalano altre due emozioni agli oltre 40.000 spettatori del Feyenoord Stadium, infiammato da un tifo caldo e spumeggiante. Poi tutti a casa: l’Everton con la Coppa, il Rapid con l’onore delle armi.

La finale di Rotterdam vede opposti il Rapid Vienna e l’Everton. Entrambe le squadre non hanno mai raggiunto una finale di Coppa Europea. Nella squadra inglese, neo campione della League, spiccano il centravanti scozzese Andy Gray, il suo connazionale Greame Sharp, l’ala destra Trevor Steven, l’esperto mediano Peter Reid e il portiere Neville Southall, titolare della nazionale del Galles. 
La finale di Coppa delle Coppe si svolge a Rotterdam, città dal clima ideale per entrambe le formazioni. Tra di esse c’è un divario tecnico abissale e i pronostici si sprecano a favore della squadra inglese. Ma, nel primo tempo, gli uomini di Baric riescono ad imbrigliare le convulse azioni offensive dei Blues e chiudono i primi 45 minuti sullo 0-0, creando anche pericolosi contropiede. Nella ripresa, l’Everton si scatena e dopo una pressione continua passa tre volte con Gray, Steven e Sheedy. Il Rapid ha un’impennata d’orgoglio e segna il gol della bandiera con il vecchio Krankl. I ventimila tifosi inglesi giunti a Rotterdam sono in delirio: l’Everton ha vinto il suo primo alloro continentale.

-RHYTHM AND BLUES-

Rotterdam ha incoronato gli inglesi di Liverpool, giustizieri di un Rapid Vienna inconsistente. Vittoria scaturita da novanta minuti di incessante attacco. Nell’anno in cui il Liverpool ha perso tutto, l’Everton, seconda squadra della Merseyside, ha vissuto la più bella stagione vincendo campionato, Coppa delle Coppe e Charity Shield (il trofeo che è in palio ad inizio di stagione tra la squadra campione d’Inghilterra e la detentrice della F.A. Cup) e finendo seconda nella successiva Coppa d’Inghilterra solo per il gol, “inventato” da Whiteside che ha dato la vittoria al Manchester United. Per i Blues, quindi, il 1985 potrebbe segnare l’inizio di un’epoca.
Nel collage dei numeri 21, 23 e 27 del Guerin Sportivo dei tempi.. mai condizionale si rivelò provvidenziale e, per certi versi, profetico. Infatti, dopo la tragedia dell’Heysel del 29 maggio 1985, la prima decisione dell’UEFA è stata l’esclusione a tempo indeterminato delle squadre inglesi dalle competizioni europee. 
Considerazioni? Diverse e variegate, senz’altro ad iniziare, naturalmente, dal comune dolore per la strage. Sul piano squisitamente calcistico un club, l’Everton, non ha potuto partecipare alla Coppa dei Campioni 1985/86 guadagnata meritatamente sul campo. E considerando che le formazioni inglesi nei dieci anni precedenti (dal 1975 al 1984) si erano aggiudicate la competizione in ben sette occasioni (4 Liverpool, 2 Nottingham, 1 Aston Villa) da quella stagione indiscutibilmente, ragionevolmente, fatalmente ed inevitabilmente la massima competizione europea è stata falsata nei valori e nei riferimenti sportivi. 
Irrimediabilmente. Per sempre.
di Massimiliano Morganella, da "UK Football Please"

17 aprile 2026

"STRIKERS - Viaggio in Irlanda del Nord tra George Best e Bobby Sands" di Alessandro Colombini (Urbone), 2015


Ogni singola foglia caduta da un qualsiasi albero a nord di Aughnacloy è riconducibile ai missili SAM dell'IRA o alle bombe dell'UVF. Da tutto questo ovviamente non poteva esimersi il calcio. Liam Coyle, leggendario calciatore del Derry nella stagione del treble, durante Irlanda del Nord-Cile viene accusato di essere un Provo, mentre George Best, il più grande giocatore di tutti i tempi e nativo di Belfast, viene minacciato dall'IRA.
Per parlare di calcio in Irlanda del Nord viene naturale sì parlare di Coyle e Best, ma è anche necessario spiegare chi fossero i Provos e cosa è l'IRA.

15 aprile 2026

"HILLSBOROUGH 1989" di Simone Galeotti

Prima di parlare dell'inizio credo sia giusto partire dalla fine. 
Dal momento in cui 97 tifosi hanno lasciato questa terra avvolti dai colori di quella bandiera che tante volte ha sventolato per loro a scrivere idealmente nel vento l'orgoglio del popolo che rappresenta. 
La bandiera con il “Livebird”, uccello mitologico metà cormorano e metà aquila. Per tutti la fenice della Mersey. Quella fenice che sembrò chiudere le sue ali e posarsi leggera sulle bare di tutte quelle vittime innocenti, come a fermare in un caldo abbraccio la passione di una vita. Ma il legame con la squadra non si spezza neppure nel culto della sepoltura. Chi resta, fissa simboli e momenti come tributo alla memoria per gli sfortunati che non ci sono più. Come elemento identificativo del loro passaggio sulla terra: l'onore di essere appartenuti con intensità al cuore di un club, e un merito terreno che richiede tutta la visibilità possibile, ben oltre la dimensione temporale. Verso l'eternità. Come eterna sarà l'immagine struggente del terreno di gioco dell' Hillsborough completamente ricoperto da un placido mare di mazzi di fiori, di messaggi di dolore. Come i cancelli d' ingresso della maledetta Leppings Lane, su cui saranno addossati cappellini, sciarpe, gagliardetti. 
Non solo del Liverpool. Ci saranno tutti, proprio tutti. Edera multicolore sulle rovine del calcio. Santuario improvvisato di un pellegrinaggio continuo. Pellegrinaggio popolare, autenticamente popolare. Dolore, lacrime e rimpianti.


Ma di cosa stiamo parlando? E' giusto fare un piccolo ma doveroso passo indietro per chi non ha ancora capito, per i più giovani o per chi in ogni caso non mastica tutti i giorni pane e football.
E' il 15 aprile 1989. Sheffield. 
La città dell'acciaio, costruita su 7 colline nei pressi del fiume Sheaf che a Sheffield ha regalato il nome. La città della squadra di calcio più antica del mondo, lo Sheffield F.C.. Data di fondazione 1857. Notte dei tempi. Dopo, solo dopo, arriveranno lo Wednesday e lo United. 
Civette e lame. Hillsbourogh e Bramall lane.
E' un pomeriggio insolitamente soleggiato nel South Yorkshire. In aprile generalmente la pioggia non fa mistero di essere particolarmente generosa in quelle terre. Nel sobborgo di Owlerton, pochi km a nord ovest dal centro cittadino c'è la casa dello Sheffield Wednesday. Hillsbourogh appunto. Ad essere esatti la seconda casa delle civette, inaugurata il 2 settembre 1899 dopo l'abbandono dell' Olive Grove.
C'è da giocare la semifinale di F.A. Cup, la celeberrima coppa d'Inghilterra che nel periodo dell'isolamento continentale, dovuto ai fatti dell'Heysel ha assunto un importanza e un valore ancora maggiore. E ciò è tutto dire....
Come da tradizione la partita deve svolgersi in campo neutro e a giocarsi l'accesso ai fasti di Wembley arrivano due club che se non sono formalmente acerrimi rivali sicuramente non nutrono l'un per l'altro grandi simpatie. Liverpool e Nottingham Forest. 
Per il Liverpool in quegli anni è diventata una piacevole abitudine arrivare alle fasi finali della manifestazione, e spesso anche di aggiudicarsi l'ambito trofeo. I tricky trees del City Ground invece non salgono i 39 gradini del royal box per ricevere la “coppa” dal 1959. Trenta anni esatti.
Ho accennato prima all' Heysel. Finale della coppa dei campioni 1985 a Bruxelles, di fronte Liverpool e Juventus. Trentanove morti. Una tragedia in proporzioni umane. Una mazzata in provvedimenti disciplinari. Il movimento calcistico inglese è escluso dalle competizioni europee per cinque anni.
Le ripercussioni interne sono altrettanto pesanti. In quello stesso anno la Lady di Ferro al secolo Margareth Thatcher approva lo “Sporting Event Act” dove si ratifica l'abolizione della vendita di alcolici negli stadi e nei parcheggi limitrofi. Nel 1986 arriva un'altra ingiunzione. Si tratta del “Public order act”, ovvero, guai a comportarsi in maniera non consona anche se non violenta. Ai tribunali viene conferita ampia autonomia in merito. Non sarà sufficiente. Non perché si tratti di prescrizioni inutili, ma perché se per prime vengono a mancare le capacità organizzative tutto il resto sono solo inutili dettagli.
Quel 15 aprile incomincia male sin dalle prime ore del mattino. Lavori in corso sulla M62 ostruiscono e ritardano l'afflusso del pubblico, segnatamente quello proveniente da Liverpool. Ma la contingenza viaria del traffico che scorre a rilento non è niente di fronte alla leggerezza con cui viene deciso di distribuire i settori dello stadio alle due squadre e ai rispettivi tifosi. Non ci scordiamo che otto anni prima sempre a Hillsborough, e sempre per una semifinale di coppa d'Inghilterra avvennero incidenti in occasione di Tottenham-Wolverhampton. Fortunatamente non gravi nel bilancio, ma che comunque obbligarono il club tenutario dell'impianto ad intervenire sulla struttura.
Ma tutto sembrava dimenticato. Tutto pareva rimosso dalla memoria. Chi non guarda agli errori del passato è destinato a ripeterli in futuro. E “Cassandra” aveva già lanciato la sua profezia. Derisa. Inascoltata.





















La capiente “Spion Kop End” che conteneva all'incirca 21.000 spettatori viene assegnata alla “Travelling Kop” del Nottingham Forest, squadra che notoriamente ha un seguito di pubblico meno numeroso del Liverpool, mentre al club di Anfield Road sarebbe spettata la dirimpettaia “Leppings Lane” con i suoi 14000 posti. Piccola e angusta. 
Basti pensare poi che in totale gli ingressi riservati ai tifosi dei reds saranno solo sei, contro i sessanta dei supporters del Forest. A poco più di mezz'ora dall'inizio del match la situazione in curva appare relativamente tranquilla. Ci sono famiglie intere con bambini molti dei quali alla loro prima trasferta. Si parla di come farà giocare la squadra Dalglish, di come si comporterà il “redento” Ian Rush reduce dalla penosa esperienza italiana. 
Qualcuno discute se ci sarà intesa fra Ronnie Whelan e John Barnes. Altri scommettono che il goal decisivo lo segnerà Aldrige. Tutti sognano di andare a Wembley.
I problemi iniziano a manifestarsi quando cessa l'intasamento stradale e la M62 riversa sullo stadio tutti i sostenitori del Liverpool, e improvvisamente ci si rese conto della marea umana che stazionava all'esterno della Leppings Lane. Si presume approssimativamente 5000 persone. Iniziò a salire la tensione. 
All'interno dello stadio nel frattempo si incominciano a scandire cori, a cantare “You'll never walk alone”. Fuori montava l'impazienza, c'era chi iniziava a spingere, chi a lamentarsi della calca eccessiva. Una pressione enorme. La polizia andò letteralmente in corto circuito non aspettandosi di dover gestire una situazione così complicata. E qui scattò una decisione. Terribile e fatale. Per smaltire la congestione le forze dell'ordine decidono di aprire un grosso cancello d'acciaio posto nei pressi di un tunnel che conduce all'interno della curva. Il “Gate C”. Sarà come aprire le porte dell'inferno. In genere, in questi casi, ufficiali di polizia a cavallo si sistemano all'ingresso con la funzione di avvisare ed evitare pericolosi sovraccarichi. Per motivi ancora ignoti ciò non successe quel pomeriggio. Entrano tutti. Con e senza biglietto Il gate scarica una quantità di tifosi di gran lunga superiore alla capienza, e in breve non avendo nessuna via di fuga gli spettatori a ridosso del terreno di gioco vengono spinti verso le recinzioni. Le famigerate “Fences”. Fu un massacro. 
Calpestati, spinti, soffocati. Un olocausto di ferro e corpi. Di morte. E altra morte colpisce gli sventurati rimasti schiacciati nel tunnel. Il tutto mentre l'incontro è già cominciato da sei minuti. Lunghi, interminabili, paradossali. Perché nessuno si era accorto delle dimensioni di quello che stava accadendo a pochi passi dal rettangolo verde, se non purtroppo i diretti interessati. Poi un funzionario di polizia capisce che c'è qualcosa che non va e richiama l'attenzione dell'arbitro. Per la cronoca il signor Ray Lewis. E arriva un fischio anomalo. Tanto insolito da sembrare quasi triste. Stridulo complemento sonoro in mezzo a urla e invocazioni. La partita viene interrotta. Ma la polizia commette uno sbaglio. Un altro. Non si renderà immediatamente conto del problema, ma anzi tenterà goffamente di respingere coloro che reputa invasori e non sopravvissuti. Intanto i più fortunati troveranno scampo sulla West Stand tratti in salvo da mani misericordiose. Chi perdeva l'equilibrio o cedeva alla paura era perduto. Quando ci si rende conto del disastro la tragedia si è già consumata. I morti in totale a fine giornata saranno 93 e oltre 200 i feriti. Fra scene di panico e pianto c'è anche chi con abnegazione e grande coraggio cerca di aiutare e rincuorare i contusi. I cartelloni pubblicitari verranno usati come barelle di fortuna, mentre le sirene delle ambulanze urlano nel limpido sabato di Sheffield. Fra le vittime anche John Paul Gilhooley 10 anni, cugino del futuro capitano Steven Gerrard. E' crudele il destino. Sarah e Victoria Hicks sono due sorelle di Pinner sobborgo londinese, entrambe fanatiche del Liverpool. Per Sarah 19 anni il tagliando della semifinale era il regalo di compleanno. Travolta e uccisa. Victoria invece spirerà fra le braccia del padre che inutilmente cercherà di rianimarla. Tony Bland 22 anni rimarrà in stato di coma vegetativo fino al 1993. Fino a quando i genitori Allan e Barbara non decideranno di farlo morire con “dignità” interrompendo la terapia. “Non è cosciente non soffrirà”, dissero i medici. I familiari delle vittime si costituiranno parte civile. 
Ci sarà un processo che avrebbe dovuto essere esemplare ma che in sostanza non ha mai fatto piena luce sull'attribuzione delle colpe. 
Ci sarà un giornale, il “Sun” che getterà sporcizia spacciandola per verità. 
Ci sarà un orologio ad Anfield che segnerà per sempre le 15:06 del 15 aprile 1989. Lest we forget.
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