Visualizzazione post con etichetta Simone Galeotti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Simone Galeotti. Mostra tutti i post

30 aprile 2026

CHELSEA. "BRIDGE OVER TROUBLED WATER" di Simone Galeotti


Donne, un affare di cuore. C’è chi afferma che ogni tanto gli zoccoli del cavallo di Re Carlo II riecheggiano solenni lungo King’s Road, la strada dell’elegante quartiere di Chelsea a cui lui ha dato il nome perché l’attraversava spedito per andare a raggiungere la sua amante in un rifugio segreto. Nel XVII secolo era solo una modesta strada di campagna con un piccolo villaggio di pescatori che nei secoli si è trasformato diventando il quartiere simbolo dell'aristocrazia londinese. Poco più di due chilometri che separano il massimo della raffinatezza, da lunghe teorie di case popolari. 
Per anni punto di riferimento di artisti, intellettuali e scrittori che trasformarono Chelsea in uno dei primi centri bohémienne europei. La lista dei residenti illustri è incredibilmente lunga e citare ogni singolo nome sarebbe follia, però senza dubbio vale la pena ricordare personaggi come Oscar Wilde, George e T.S. Eliot, Agatha Christie, Jonathan Swift e Mary Shelley. 

Qui, Mary Quant lanciò dal suo negozietto tutt'ora in loco la moda della minigonna. Qui, dove se volete iniziare una passeggiata vi conviene partire da Sloan Square e scivolare accompagnati in sincronica sequenza dalla cortina di palazzi in mattoni rossi e stucco bianco fra boutique, caffè, ristoranti e negozi di antiquariato. Alla fine, troverete il vecchio Bridge, che tanto vecchio non è più e nemmeno lo stesso di tanti anni fa. Oggi è uno stadio moderno, rivoluzionato, anche strutturalmente da quello degli anni Settanta territorio di caccia dei temibili “Headhunters” sgusciati fuori dal loro covo naturale di gradoni denominato “Shed”
Ovviamente non è nemmeno quello delle origini, quando rischiò addirittura di scomparire quando per poco l’impianto rischiò di finire alla Great Western Railway, la quale, necessitava di uno spazio per costruire un deposito da utilizzare come rimessa di carbone. 
Nel 1970, il Chelsea non aveva ancora vinto la FA Cup. Era diventato campione d’Inghilterra, è vero, sotto la guida di Ted Drake ma la coppa era sempre sfuggita come tre anni addietro, nel 1967 quando nella “Cockney Cup Final” il Tottenham si era imposto sui blues per 2-1. 
La finale del 1970 il Chelsea se l’era guadagnata proprio in casa degli Spurs, il 14 marzo, travolgendo per 5-1 il Watford con una doppietta di Peter Houseman, i centri di un purissimo “east enders" come David Webb, poi Peter Osgood e Ian Hutchinson. Quella era la squadra di Dave Sexton (nella foto sopra), il Chelsea di quel quasi commovente blu privo di strane marchette e orpelli vari recante solo il leone rampante del Conte di Cadogan, con le due stelline di contorno, il Chelsea dei primi "seventie's" da associare per mutualità e situazionismo a "Bridge over Troubled Water" di Simon & Garfunkel, il Chelsea fatto di capelli al vento, aria sbarazzina e qualche bagordo di troppo. 
Sexton nativo di Islington ed ex manager dell’Orient, figlio di un pugile e cresciuto secondo educazione gesuita era subentrato a Tommy Docherty all’inizio della stagione 1967/68 (dopo la breve parentesi di Ron Stuart) e si ritrovò fra le mani la patata bollente, vale a dire il George Best di Windsor, Peter Leslie Osgood: “The King of Stamford Bridge”. Un predestinato, visto che a 17 anni firmerà per la squadra giovanile del Chelsea e al suo debutto in Coppa di Lega, sarà subito decisivo realizzando una doppietta. Calciatore dalle basette inconfondibili, geniale e imprevedibile tanto in campo e nella vita quotidiana, quando per esempio pensò bene di fare scalpore infilandosi una t-shirt indossata all’epoca dalla star del cinema Raquel Welch con la scritta “I scored with Osgood”, a conferma che il buon vecchio “Wizard of Os” non ci sapeva fare solamente con il pallone.
Quello con il manager fu un rapporto complicato, ma è certo che non era l’unico problemino per Sexton che doveva tenere a bada anche gli amichetti di Ossie, gente come Alan Hudson e Charlie Cook, assoluti maestri del controllo della sfera, oltre a ragguardevoli scorribande notturne. Ma alla fine, bevute, donne e auto veloci non riuscirono a rovinare del tutto lo stile di gioco di quella squadra, talvolta indolente, anzi l'odore caprino in qualche modo aiuterà le manovre offensive. A difendere le “capienti” porte di Stamford Bridge, c’era Peter “The Cat” Bonetti, vent’anni al servizio alla causa con 729 presenze totali. Approdò ai blues nel 1958 dopo che la madre inviò una lettera alla dirigenza del club chiedendo di valutare attentamente le qualità del proprio figlio e di concedergli almeno una chance. Di lui disse una volta Pelè: “I tre migliori portieri che abbia mai visto sono Gordon Banks, Lev Yaschin e Peter Bonetti”
Davanti la spina dorsale, formata dal difensore Ron "Chopper" Harris, uno rimasto sempre all'altezza del suo nome negli interventi con in mezzo al campo Terry Venebles e John Hollins a creare geometrie offensive per quelli là davanti. Ci sarebbe da aggiungere che l’avversario di quel Chelsea nella finale di FA Cup di quella stagione era il Leeds United di Don Revie, altro gruppo di raccomandabili elementi da Cayenna che in semifinale avevano avuto bisogno di tre partite per avere la meglio sul Manchester United. Per pura nota di cronaca nessuno dei due club aveva mai vinto il trofeo, il cui atto conclusivo a causa del mondiale messicano alle porte, la federazione decise di giocarlo in largo anticipo rispetto alle date classiche fissando l’appuntamento per l’11 aprile. Fatto sta che il dolce manto erboso sotto le due torri si presentò in pessime condizioni a causa della presenza fino a qualche giorno prima della Horse of the Year Show - noto anche come HOYS ossia la manifestazione culmine degli eventi equestri britannici che aveva reso il terreno una distesa sabbiosa, non certo usuale per l’evento più atteso della stagione calcistica inglese. "Jack" Charlton portò in vantaggio il Leeds con un colpo di testa, sul quale McCradie e Harris non riuscirono a intervenire sorpresi dal mancato rimbalzo della palla. Il pari del Chelsea avvenne in maniera altrettanto strampalata, allorché un tiro da fuori aerea di Houseman non venne trattenuto dal portiere Gary Sprake che si lasciò sfuggire la sfera per l’1-1. Finale incandescente con gli Yorkshiremen in vantaggio a sei dal termine grazie a Mick Jones, e definitivo pareggio di Hutchinson due minuti dopo. 
Un Wembley così disastrato non si era mai visto. Giocare la ripetizione poteva veramente creare grossi problemi, e così per la prima volta dal 1923 si decise che la finale di FA Cup si sarebbe dovuta disputare in uno stadio diverso. La scelta ricadde sull’Old Trafford di Manchester. E furono 26,49 i milioni di spettatori seduti davanti alla televisione il 29 aprile 1970 per assistere al replay tra Chelsea e Leeds, un risultato che ha fatto entrare l’evento nella top ten dei programmi più seguiti nella storia della BBC, dietro solamente alla finale di coppa del mondo del 1966. Ad arbitrare l’incontro, il quarantasettenne Eric Jennings da Stourbridge che anni dopo dichiarò che, se quella partita si fosse giocata in tempi più moderni non sarebbero bastati sei cartellini rossi e venti gialli per arginare "l'animus pugnandi" profuso dalle due formazioni. Di quell’incontro al di là delle scintille in campo, del calcione di Ron Harris all’ ala scozzese Eddie Gray, di un rapido scambio di pugni fra Norman Hunter e Ian Hutchinson, si ricorda la serata buia di Manchester e le calze gialle che il Chelsea decise di indossare in quell’occasione. Il club decise infatti di giocare la replica con i calzettoni gialli della divisa da trasferta. E, dato il prestigio dell'occasione, si decise anche che, per completare il look che sarebbe stato visto da milioni di spettatori televisivi in ​​diretta, i giocatori avrebbero indossato anche maglie con lo stemma giallo del club e pantaloncini con una striscia sempre gialla completata dai relativi numeri. Non è noto se l'ispirazione per queste modifiche relativamente piccole ma di grande importanza alla divisa del Chelsea sia venuta dall'interno del club o dal produttore di divise Umbro. Tuttavia, senz'altro è stata una scelta ispirata ed il risultato fu una delle divise più iconiche che la squadra abbia mai indossato.

Oh, attenzione i bianchi di Leeds andarono in vantaggio per primi con Mick Jones nel primo tempo ma a poco meno di dieci dal termine un cross di Cooke imbeccò la testa di Osgood che in tuffo pareggiò il risultato della gara. Tempi supplementari, quindi, dove spunterà il personaggio che non ti aspetti, quel David Webb che talvolta appariva per caratteristiche caratteriali elemento fuori luogo nello spogliatoio dei blues. A innescarlo una rimessa laterale di Hutchinson al minuto 104 che la “giraffa” John (Jack) Charlton prolungò maldestramente anticipando l’uscita di David Harvey con la palla che colpita in qualche maniera dall’accorrente Webb finirà in rete regalando così la prima coppa d’Inghilterra al Chelsea, alzata al cielo da capitan Harris nella gremitissima tribuna del Trafford. Mi fermo qui tuttavia a dirla tutta l’anno seguente la squadra di Dave Sexton conquisterà anche l’alloro europeo vincendo la Coppa delle Coppe ad Atene contro il Real Madrid che sicuramente non era più quello di Alfredo De Stefano e del Colonello Puskas in ogni caso restava pur sempre la squadra più importante del continente. Anche in quell’occasione ci vollero due partite, anche in quell’occasione gli avversari in campo erano in bianco, anche in quell’occasione segnerà Peter Osgood. Ma quella non era certo una novità...
Blue is the colour.

15 aprile 2026

"HILLSBOROUGH 1989" di Simone Galeotti

Prima di parlare dell'inizio credo sia giusto partire dalla fine. 
Dal momento in cui 97 tifosi hanno lasciato questa terra avvolti dai colori di quella bandiera che tante volte ha sventolato per loro a scrivere idealmente nel vento l'orgoglio del popolo che rappresenta. 
La bandiera con il “Livebird”, uccello mitologico metà cormorano e metà aquila. Per tutti la fenice della Mersey. Quella fenice che sembrò chiudere le sue ali e posarsi leggera sulle bare di tutte quelle vittime innocenti, come a fermare in un caldo abbraccio la passione di una vita. Ma il legame con la squadra non si spezza neppure nel culto della sepoltura. Chi resta, fissa simboli e momenti come tributo alla memoria per gli sfortunati che non ci sono più. Come elemento identificativo del loro passaggio sulla terra: l'onore di essere appartenuti con intensità al cuore di un club, e un merito terreno che richiede tutta la visibilità possibile, ben oltre la dimensione temporale. Verso l'eternità. Come eterna sarà l'immagine struggente del terreno di gioco dell' Hillsborough completamente ricoperto da un placido mare di mazzi di fiori, di messaggi di dolore. Come i cancelli d' ingresso della maledetta Leppings Lane, su cui saranno addossati cappellini, sciarpe, gagliardetti. 
Non solo del Liverpool. Ci saranno tutti, proprio tutti. Edera multicolore sulle rovine del calcio. Santuario improvvisato di un pellegrinaggio continuo. Pellegrinaggio popolare, autenticamente popolare. Dolore, lacrime e rimpianti.


Ma di cosa stiamo parlando? E' giusto fare un piccolo ma doveroso passo indietro per chi non ha ancora capito, per i più giovani o per chi in ogni caso non mastica tutti i giorni pane e football.
E' il 15 aprile 1989. Sheffield. 
La città dell'acciaio, costruita su 7 colline nei pressi del fiume Sheaf che a Sheffield ha regalato il nome. La città della squadra di calcio più antica del mondo, lo Sheffield F.C.. Data di fondazione 1857. Notte dei tempi. Dopo, solo dopo, arriveranno lo Wednesday e lo United. 
Civette e lame. Hillsbourogh e Bramall lane.
E' un pomeriggio insolitamente soleggiato nel South Yorkshire. In aprile generalmente la pioggia non fa mistero di essere particolarmente generosa in quelle terre. Nel sobborgo di Owlerton, pochi km a nord ovest dal centro cittadino c'è la casa dello Sheffield Wednesday. Hillsbourogh appunto. Ad essere esatti la seconda casa delle civette, inaugurata il 2 settembre 1899 dopo l'abbandono dell' Olive Grove.
C'è da giocare la semifinale di F.A. Cup, la celeberrima coppa d'Inghilterra che nel periodo dell'isolamento continentale, dovuto ai fatti dell'Heysel ha assunto un importanza e un valore ancora maggiore. E ciò è tutto dire....
Come da tradizione la partita deve svolgersi in campo neutro e a giocarsi l'accesso ai fasti di Wembley arrivano due club che se non sono formalmente acerrimi rivali sicuramente non nutrono l'un per l'altro grandi simpatie. Liverpool e Nottingham Forest. 
Per il Liverpool in quegli anni è diventata una piacevole abitudine arrivare alle fasi finali della manifestazione, e spesso anche di aggiudicarsi l'ambito trofeo. I tricky trees del City Ground invece non salgono i 39 gradini del royal box per ricevere la “coppa” dal 1959. Trenta anni esatti.
Ho accennato prima all' Heysel. Finale della coppa dei campioni 1985 a Bruxelles, di fronte Liverpool e Juventus. Trentanove morti. Una tragedia in proporzioni umane. Una mazzata in provvedimenti disciplinari. Il movimento calcistico inglese è escluso dalle competizioni europee per cinque anni.
Le ripercussioni interne sono altrettanto pesanti. In quello stesso anno la Lady di Ferro al secolo Margareth Thatcher approva lo “Sporting Event Act” dove si ratifica l'abolizione della vendita di alcolici negli stadi e nei parcheggi limitrofi. Nel 1986 arriva un'altra ingiunzione. Si tratta del “Public order act”, ovvero, guai a comportarsi in maniera non consona anche se non violenta. Ai tribunali viene conferita ampia autonomia in merito. Non sarà sufficiente. Non perché si tratti di prescrizioni inutili, ma perché se per prime vengono a mancare le capacità organizzative tutto il resto sono solo inutili dettagli.
Quel 15 aprile incomincia male sin dalle prime ore del mattino. Lavori in corso sulla M62 ostruiscono e ritardano l'afflusso del pubblico, segnatamente quello proveniente da Liverpool. Ma la contingenza viaria del traffico che scorre a rilento non è niente di fronte alla leggerezza con cui viene deciso di distribuire i settori dello stadio alle due squadre e ai rispettivi tifosi. Non ci scordiamo che otto anni prima sempre a Hillsborough, e sempre per una semifinale di coppa d'Inghilterra avvennero incidenti in occasione di Tottenham-Wolverhampton. Fortunatamente non gravi nel bilancio, ma che comunque obbligarono il club tenutario dell'impianto ad intervenire sulla struttura.
Ma tutto sembrava dimenticato. Tutto pareva rimosso dalla memoria. Chi non guarda agli errori del passato è destinato a ripeterli in futuro. E “Cassandra” aveva già lanciato la sua profezia. Derisa. Inascoltata.





















La capiente “Spion Kop End” che conteneva all'incirca 21.000 spettatori viene assegnata alla “Travelling Kop” del Nottingham Forest, squadra che notoriamente ha un seguito di pubblico meno numeroso del Liverpool, mentre al club di Anfield Road sarebbe spettata la dirimpettaia “Leppings Lane” con i suoi 14000 posti. Piccola e angusta. 
Basti pensare poi che in totale gli ingressi riservati ai tifosi dei reds saranno solo sei, contro i sessanta dei supporters del Forest. A poco più di mezz'ora dall'inizio del match la situazione in curva appare relativamente tranquilla. Ci sono famiglie intere con bambini molti dei quali alla loro prima trasferta. Si parla di come farà giocare la squadra Dalglish, di come si comporterà il “redento” Ian Rush reduce dalla penosa esperienza italiana. 
Qualcuno discute se ci sarà intesa fra Ronnie Whelan e John Barnes. Altri scommettono che il goal decisivo lo segnerà Aldrige. Tutti sognano di andare a Wembley.
I problemi iniziano a manifestarsi quando cessa l'intasamento stradale e la M62 riversa sullo stadio tutti i sostenitori del Liverpool, e improvvisamente ci si rese conto della marea umana che stazionava all'esterno della Leppings Lane. Si presume approssimativamente 5000 persone. Iniziò a salire la tensione. 
All'interno dello stadio nel frattempo si incominciano a scandire cori, a cantare “You'll never walk alone”. Fuori montava l'impazienza, c'era chi iniziava a spingere, chi a lamentarsi della calca eccessiva. Una pressione enorme. La polizia andò letteralmente in corto circuito non aspettandosi di dover gestire una situazione così complicata. E qui scattò una decisione. Terribile e fatale. Per smaltire la congestione le forze dell'ordine decidono di aprire un grosso cancello d'acciaio posto nei pressi di un tunnel che conduce all'interno della curva. Il “Gate C”. Sarà come aprire le porte dell'inferno. In genere, in questi casi, ufficiali di polizia a cavallo si sistemano all'ingresso con la funzione di avvisare ed evitare pericolosi sovraccarichi. Per motivi ancora ignoti ciò non successe quel pomeriggio. Entrano tutti. Con e senza biglietto Il gate scarica una quantità di tifosi di gran lunga superiore alla capienza, e in breve non avendo nessuna via di fuga gli spettatori a ridosso del terreno di gioco vengono spinti verso le recinzioni. Le famigerate “Fences”. Fu un massacro. 
Calpestati, spinti, soffocati. Un olocausto di ferro e corpi. Di morte. E altra morte colpisce gli sventurati rimasti schiacciati nel tunnel. Il tutto mentre l'incontro è già cominciato da sei minuti. Lunghi, interminabili, paradossali. Perché nessuno si era accorto delle dimensioni di quello che stava accadendo a pochi passi dal rettangolo verde, se non purtroppo i diretti interessati. Poi un funzionario di polizia capisce che c'è qualcosa che non va e richiama l'attenzione dell'arbitro. Per la cronoca il signor Ray Lewis. E arriva un fischio anomalo. Tanto insolito da sembrare quasi triste. Stridulo complemento sonoro in mezzo a urla e invocazioni. La partita viene interrotta. Ma la polizia commette uno sbaglio. Un altro. Non si renderà immediatamente conto del problema, ma anzi tenterà goffamente di respingere coloro che reputa invasori e non sopravvissuti. Intanto i più fortunati troveranno scampo sulla West Stand tratti in salvo da mani misericordiose. Chi perdeva l'equilibrio o cedeva alla paura era perduto. Quando ci si rende conto del disastro la tragedia si è già consumata. I morti in totale a fine giornata saranno 93 e oltre 200 i feriti. Fra scene di panico e pianto c'è anche chi con abnegazione e grande coraggio cerca di aiutare e rincuorare i contusi. I cartelloni pubblicitari verranno usati come barelle di fortuna, mentre le sirene delle ambulanze urlano nel limpido sabato di Sheffield. Fra le vittime anche John Paul Gilhooley 10 anni, cugino del futuro capitano Steven Gerrard. E' crudele il destino. Sarah e Victoria Hicks sono due sorelle di Pinner sobborgo londinese, entrambe fanatiche del Liverpool. Per Sarah 19 anni il tagliando della semifinale era il regalo di compleanno. Travolta e uccisa. Victoria invece spirerà fra le braccia del padre che inutilmente cercherà di rianimarla. Tony Bland 22 anni rimarrà in stato di coma vegetativo fino al 1993. Fino a quando i genitori Allan e Barbara non decideranno di farlo morire con “dignità” interrompendo la terapia. “Non è cosciente non soffrirà”, dissero i medici. I familiari delle vittime si costituiranno parte civile. 
Ci sarà un processo che avrebbe dovuto essere esemplare ma che in sostanza non ha mai fatto piena luce sull'attribuzione delle colpe. 
Ci sarà un giornale, il “Sun” che getterà sporcizia spacciandola per verità. 
Ci sarà un orologio ad Anfield che segnerà per sempre le 15:06 del 15 aprile 1989. Lest we forget.

9 aprile 2026

SCOTLAND. "THE AULD ENEMY" di Simone Galeotti

Inghilterra- Scozia? Partiamo con la signora MacLeod. 
La donna sarebbe dovuta apparire in primo piano, sorridente e vestita con semplicità. Avrebbe dovuto dire che era la moglie di Ally, l'allenatore di quella invincibile armata del calcio e a quel punto tutte le casalinghe di Scozia, secondo i piani, si sarebbero precipitate a fare acquisti al supermercato. Non si conosce con esattezza la cifra spesa per l’iniziativa pubblicitaria, si sa solamente che quel contratto, dopo il crollo della nazionale ai campionati del Mondo, fu invalidato e la catena di grandi magazzini in questione si rivolse immediatamente ad altri mezzi di seduzione del consumatore. 

Nel giorno della partita contro l'Olanda valida per i mondiali del 1978 (ossia la resa dei conti del girone), i parsimoniosi scozzesi oltre ai calcoli sulla qualificazione si misero a fare anche un altro tipo di conti, quantificando quello che sarebbe costato l'eventuale mesto ritorno a casa della loro squadra. Secondo un computo che teneva presente diversi aspetti, il mancato passaggio del turno (nonostante l’epigrafe allucinogena del “Non mi sentivo così da quando Archie Gemmill segnò all'Olanda nel '78”) avrebbe comportato una perdita economica di oltre un milione di sterline. 
Dentro la bolla speculativa c’erano gli accordi con la casa automobilistica Chrysler (300 mila sterline per pubblicizzare un nuovo modello attraverso i 22 nazionali), con l'industria discografica capeggiata da Rod Stewart e Andy Cameron (lancio di dischi commemorativi inneggianti al successo nella Coppa del Mondo), e con il settore tessile per via di magliette, camicie e bandiere incensate di vittoria. Qualcuno, probabilmente in malafede, dirà che la privazione finanziaria superò perfino la delusione dei tifosi. Insomma parve che la sconfitta sul campo dovesse passare in secondo piano davanti alla quantità enorme di soldi che velocemente scivolarono via come un ruscello nelle Highlands
Una vignetta di fine ottocento mostra un ministro della Chiesa di Scozia che incontra un compaesano mentre si prende cura del camposanto: “Mi fa piacere che lavori nel giardino del Signore, Jock.” - “Grazie Reverendo ma avreste dovuto vedere in che stato lui lo aveva lasciato.” Irrispettosi dei ranghi, dissacranti, disincantati. Poco inclini ad andare d’accordo fra di loro, figuriamoci con quelli del piano di sotto. 
A sanare le divergenze non ci riuscì nemmeno Giacomo VI, primo sovrano a regnare su tutte le isole britanniche, successore di Elisabetta I. Il rapporto con il cosiddetto “Auld Enemy” (il vecchio nemico) è rimasto burrascoso, e se si vuole aprire perbene il pomo della discordia, va fatto a nord, sia di Edimburgo, sia di Glasgow, coinvolgendo un arco immaginario la cui estremità flessibile parte da Greenock, tocca nell'impugnatura Inverness e scende fino all'altro vertice di Dundee. E' in questo comprensorio, dove si allungano enormi laghi silenti e l’orizzonte si serra davanti a aspre vette cariche di erica, che il sentimento del “Tartan”, del “Bonnie Scotland”, caro all' orgogliosa rivolta Stuart, resiste, piegandosi senza spezzarsi come il cardo selvaggio di Stirling, sotto le raffiche di ovatta soffiate dal goffo conformismo contemporaneo.

L’indole scozzese plasmata dal clima duro, da vigorosi sorsi di whisky e dall’etica presbiteriana ha potuto trovare ampie sacche di separazione da Londra attraverso una sostanziale separazione di poteri nel diritto pubblico e privato. In Scozia sin dai disordini del 1706 è sorto un sistema d’istruzione di alto livello accessibile da tutte le fasce sociali. Questo approccio verso la scuola, finanziato con i proventi del sistema fiscale, ha permesso alla popolazione di essere fra le più colte d’Europa, facendo sbocciare illustri scienziati nonché noti letterati. Esiste, è vero, un rovescio della medaglia dato dal ricordo di essere stati gli impavidi coraggiosi ma anche i fatalmente perdenti e oppressi. Questo corto circuito fa strisciare un ancestrale senso di sfiducia e una tendenza a sminuirsi, degna del miglior Freud in "Al di là dei principi di piacere", macerata nel continuo risentimento del predominio politico e culturale inglese. 
Nel calcio si comincia a darsele di santa ragione il 30 novembre del 1872 all’Hamilton Crescent di Glasgow in una empirica, trasandata, partita conclusasi 0-0. La Scozia, completamente formata da giocatori del Queen's Park, ebbe in prestito dalla nazionale di Rugby le divise blu e da allora blu resteranno. La carica del “Flower of Scotland” invece arriverà tardi, circa un secolo dopo. Nel frattempo incomincia a scatenarsi la furia dell’Old Firm e sulle placide sponde del Loch Ness, il 20 aprile 1934, Robert Kenneth Wilson scatterà una foto fatale che il giorno dopo farà impazzire il mondo stampata sulle pagine del Daily Mail: il mostro, nemmeno poi così mostro, esisteva davvero? Oh, fu un grandioso falso, ma il buon scozzese deve credere nel dogma di "Nessie" a qualunque costo (altrimenti mettiamo in cattiva luce San Colombano e allora come si dice: scherza con i fanti ma lascia stare i santi..). 
Tornando in musica la canzone, divenuta inno, fu composta da Roy Williamson, componente del gruppo musicale folk "The Corries" nel 1967 e adottata negli anni settanta. Buckingham Palace ne permise l'uso nonostante fosse una canzone deliberatamente e profondamente anti-inglese ispirata alla battaglia di Bannockburn del 1314. 
Nel 1993 sostituì Scotland the Brave che nel 1980, vivaddio, a sua volta aveva preso il posto del fischiatissimo God Save The Queen, e qualcuno, dai finestroni rigati di pioggia del palazzo di Holyroodhouse, giurò di aver visto il fantasma della povera Regina Mary. 
Poche soddisfazioni e molte delusioni a dire il vero per il Leone rosso di Robert the Bruce. Nel 1961 la Scozia sprofondò a Londra sotto un clamoroso 9-3, il risultato peggiore nei confronti diretti con i bianchi di sua Maestà. Uno strepitoso Jimmy Greaves segnò una tripletta con l’imbarazzante difesa scozzese che riuscì nell’impresa di concedere 5 goal in 10 minuti. Il portiere della Scozia, Frank Haffey, per la vergogna, decise addirittura di abbandonare il paese ed emigrò in Australia.
La rivincita, per fortuna, arrivò sei anni dopo quando il gruppo di Bobby Brown espugnò Wembley per 3-2 battendo i neo campioni del mondo in serie positiva da 19 incontri. La rete d'apertura la segnerà il leggendario Denis Law, Pallone d’Oro 1964, eccezionale attaccante che ha scritto pagine di storia del Manchester United, ma che a Manchester giocò anche con il City e proprio una sua marcatura, durante il drammatico derby del 1974 disputato a Old Trafford, paradossalmente condannerà alla retrocessione i red devils. 
Ripercorrendo Scozia- Inghilterra o Inghilterra- Scozia ci sarebbe da menzionare tutta la trafila del cosiddetto Home British Championship, ossia il più antico torneo per nazionali e conseguentemente l'epopea dei vari Jimmy Johnstone, Sandy Jardine, Greame Souness, Joe Jordan e Kenny Dalglish, e ogni altra vecchia gloria, oblio di una manifestazione sicuramente importante purtroppo calata nel fetido, aspro, respiro condominiale con gli inglesi naturlamnete avanti nei conteggio dei successi. Alla partita di Londra del 1977 pare ci fossero 70.000 tartaners sui 98.000 spettatori presenti. L'atmosfera, quando le squadre uscirono dal tunnel di Wembley era indescrivibile; le reti di Gordon McQueen e Dalglish scatenarono l’invasione di campo più celebre della storia. Per vincere di nuovo a Wembley servì una rigore di John Robertson nel 1981 ma in quel caso, nonostante l’ennesima massiccia presenza scozzese, le nuove balaustre dello stadio bloccarono sul nascere ogni festeggiamento alimentato da un trip troppo esuberante. 
Invece tornando alle sfide a tenore internazionale si giunge a quella del giugno 1996, valevole per i campionati europei organizzati dall’ Inghilterra del “Football Coming Home”. Finì 2-0 per gli inglesi con le firme di Alan Shearer e Paul Gascoigne e con il portiere David Seaman sugli scudi per aver parato un tiro dal dischetto al capitano Gary McAllister a dodici minuti dal termine sul punteggio di 1-0. Resta famosa la frase rivolta da McAllister al suo compagno John Collins allorché gli sussurrò: “If I score, we win the game”. E invece non solo ci sarà l’errore dal dischetto ma pochi attimi dopo pure la beffa attraverso il pallonetto show di Gazza sopra la testa di Colin “Braveheart” Hendry, seguito dal colpo al volo di sinistro spedito alle spalle di Andy Goram. Un pomeriggio amarissimo quello e mai digerito, neppure vendicato nel play off del 1999 valido per la qualificazione agli Europei del 2000 in Belgio e Olanda. Uno spareggio sanguinoso che premiò ancora gli inglesi. Il primo dei due match si disputò il 13 novembre all’Hampden Park di Glasgow e la squadra allenata da Kevin Keegan si portò via il successo grazie ad una doppietta di Paul Scholes. Al ritorno, a Wembley, nonostante le minime possibilità di rimonta in mano agli scozzesi, ci fu la solita battaglia. La Scozia vincerà 1-0, (centro di Don Hutchison) sfiorando più volte il il raddoppio che le avrebbe consentito di disputare i tempi supplementari. Anche stavolta David Seaman sbarrò le porte della gloria ai blu parando un calcio di rigore, ironia della sorte, proprio all'autore della rete del vantaggio. Gli ultimi faccia a faccia sono stati quello dell’11 novembre 2017, Inghilterra- Scozia 3-0 e quei sei minuti di follia allo stato puro nella gara di Glasgow: la Scozia, sotto di una rete riversa in campo tutto il cuore e una magnifica doppietta di Griffiths ribalterà lo contesa mandando in visibilio l'intero paese. A riportare la partita sul definitivo 2-2 ci penserà Harry Kane. “It feels like a defeat” dirà dopo la partita Leigh Griffiths, l’unico nel girone ad essere riuscito ad abbattere il muro difensivo inglese: già, un pari amaro come una sconfitta perché per la nazionale allenata da Gordon Strachan i tre punti avrebbero significato sperare ancora nella qualificazione al Mondiale. Sebbene i risultati negativi spesso siano stati meno netti di quelli mostrati dai referti, è oggettivo che per sperare di sconfiggere fra un paio di settimane gli inglesi a casa loro servirebbe una Scozia almeno parente di quella degli anni settanta. Servirebbe una sorta di ultima chiamata, un suono di cornamusa, (ah, attenti, quelle a tre bocche mi raccomando, poichè a due sono strumenti irlandesi e fanno un suono più dolce..) come accadde prima dello scontro sulla terra brulla di Culloden Moor, e fra i mattoni rossastri di Hampden lo sanno bene: “Everyone needs stroke luck sometimes”, disse, ferito gravemente e attorniato dai suoi uomini, il buon Principe Charles.

20 marzo 2026

"LA STRADA DI BRIAN - Appunti sul Forest" di Simone Galeotti (Urbone), 2016


Il Nottingham Forest è stato il sovvertimento del sistema, il capovolgimento dei pronostici, la rivalsa dei più piccoli contro i più grandi.
Il Nottingham Forest è stato carne e sangue che hanno riscaldato Nottingham più del suo carbone. Il Nottingham Forest è stato il genio e la sregolatezza di Brian Clough, il nuovo Robin Hood, con una nuova banda di eroi, che invece dei boschi di Sherwood scelsero il City Ground. Il Nottingham Forest è stato Peter Taylor seduto in una panchina rivestita di mattoni scuri intento a fumare il suo sigaro.
Il Nottingham Forest è stato un colpo di testa di Trevor Francis, una rasoiata di John Robertson, e una bandiera rossa issata sopra le tende di un picchetto di minatori allo stremo.
Il Nottingham Forest è stato un mito.

5 marzo 2026

"AND IT'S BARNSLEY" di Simone Galeotti


“Ho iniziato a guardare il Barnsley nel 1988, quando avevo 8 anni, ai tempi di Alan Clarke e dell'iconica divisa sponsorizzata dall’ industria dolciaria Lyon Cakes. Oakwell in quel periodo era uno stadio molto diverso da oggi, senza posti a sedere e quindi per riuscire a vedere qualcosa oltre il muro della folla dovevo salire su una cassa di birra che mio padre comprava per ogni partita, finché non fui abbastanza grande da poterla vedere senza questo tipo di aiuto” - 
William Evans.

Barnsley è Inghilterra purissima, (attualmente in via di estinzione) cittadina eclissata del South Yorkshire indurita dalle tramontane di inverni che giurano sempre di essere più freddi dei precedenti, inerpicata da lunghe teorie di casette coi pennacchi di fumo su per amene colline verdi dove il tempo scorre col puntiglio di un conducente in ritardo e nei legnosi pub sono le freccette a sancire chi dovrà pagare il giro di “Timothy”, ossia la Pale Ale di riferimento dai sentori di luppolo e agrumi abbracciati al malto. 
Negli anni '80 e '90 Barnsley incassò, come fosse un pugile messo all’angolo, ogni colpo inferto dalle conseguenze della controversa chiusura dell'industria carbonifera nazionale lasciando dietro di sé povertà, miseri sussidi di disoccupazione e Uflebili speranze. Per molti abitanti di Barnsley, la promozione ai vertici del calcio inglese nel 1997 fu probabilmente il primo evento a rinfondere orgoglio nella zona. Tutto era cominciato nel 1887 quando il reverendo Tiverton Preedy, nella visione di pasque infantili, fondò un gruppo sportivo inizialmente conosciuto con il nome di Barnsley St. Peter's, nato per offrire opportunità ricreative e promuovere lo spirito di comunità, in un'area all'epoca dedita quasi totalmente alla palla ovale. Si diceva che il Barnsley, ogni volta che voleva un nuovo giocatore, si recasse in una miniera di carbone del distretto e gridasse verso il pozzo. Forse fu per questo che vennero chiamati anche "Colliers", e lo stemma del club è un inno alla classe operaia: un minatore con la lampada appesa al collo, che regge un piccone, e dall'altro lato un soffiatore di vetro che regge una canna da soffio. 
Esordio al Queens Ground, in Old Mill Lane, poi finalmente arriverà Oakwell, perimetro di muri stretti, tornelli ferrosi e tettucci rossi coricato in Groove Street, in cui si festeggerà la vittoria di una memorabile FA Cup nel 1912, fra cicatrici, lampi al magnesio, voluminosi cerotti e rammendi di aghi sapienti. L’anno di grazia fu, lo abbiamo detto, il 1996/97, quando sulla panchina c’era Danny Wilson: "Me la sono cavata bene per essere un ragazzino di Wigan", è la frase di chiusura, meravigliosamente modesta, della sua autobiografia intitolata, "I Get Knocked Down, But I Get Up Again", tratta dal successo di “Tubthumping” della rock band "Chumbawamba", le cui radici spirituali si arrotolano con la pigrizia di una serpe nella bruma dello Yorkshire. 

La squadra venne rinforzata in maniera adeguata, all’esperienza del capitano Neil Redfearn furono aggiunti Paul Wilkinson e Neil Thompson così come Matty Appleby sbocciato nelle giovanili del Newcastle e poi mandato a farsi le ossa a Darlington. A questi si aggiunsero la scommessa del giovane serbo Jovo Bosančić e Clint Marcelle, autentica spina d’agave, nativo di Trinidad e Tobago, reclutato dai misteriosi portoghesi del Felgueiras dove pareva fosse andato a lenire l’uggia della vita. Quei Reds erano dati per retrocessi da qualunque addetto ai lavori, un corteo d’usignoli stregati e salaci sulle qualità del gruppo e questo increspò le fronti, provocando un cruccio, una goccia di risentimento ostinato, senza nome, nella fessura, viceversa, di un abbraccio di primavera felice. E Marcelle ebbe un impatto immediato, aiutando il Barnsley a ottenere cinque vittorie consecutive, eguagliando il suo miglior inizio di sempre stabilendosi in testa alla classifica con 15 punti. "Sentivamo l'odore della Premier League", -dissero, "e ci siamo concentrati per arrivarci"
In autunno però la forma fisica calò, ma l'ingaggio dell'attaccante John Hendrie riaccese la fiamma. Hendrie scozzesino sulfureo dai capelli dritti venuto al mondo a Lennoxtown, bivacco di nuvole e cardo; promessa buttata nella spazzatura da Bobby Gould al Coventry che ebbe la forza e il carattere di rimettersi in gioco. A Barnsley giunse al crepuscolo della carriera, aveva 33 anni quando indosserà la casacca rossa del Barnsley e in molti ebbero il sospetto o l’impressione che fosse lì per rimediare l'ultimo stipendio. Hendrie sarà autore del goal della vittoria contro lo Sheffield United a Bramall Lane a fine dicembre e assicurò ai Reds la vetta della classifica prima di Natale nell'ultima partita del 1996, mettendo a segno una doppietta contro il Manchester City a Oakwell davanti a 17.000 tifosi, ponendosi obolo di soccorso per tutti coloro che avevano ormai iniziato a non credere nell’impresa. Il Bolton, onestamente fuori portata, era ormai scappato e ci furono dei momenti di tensione nella parte finale della stagione. Le sconfitte contro Birmingham City e Portsmouth, un pareggio al Selhurst Park con il Crystal Palace e la seria minaccia degli inseguitori del Wolverhampton Wanderers significavano che il momento di determinare il secondo posto, valido per la promozione in Premier, forse sarebbe andato per le lunghe. Beh, quasi. In fondo il 26 aprile 1997 tutto ciò che il Barnsley doveva fare era battere in casa i rivali locali del Bradford City, non ancora salvi, sotto una pioggerellina incessante. "Clint Marcelle, punta alla gloria e la ottiene!". Furono queste le parole di John Helm, commentatore per BBC Radio 5 Live, quel pomeriggio, otto parole perfette. 

La promozione in Premier League del Barnsley fu esattamente questo: Gloria. Non una questione di ricompense economiche o coppe da mettere in vetrina. Il Barnsley era stato il club in cui Danny Blanchflower si era fatto un nome nel calcio inglese e in quella stagione i reds avevano praticamente espresso l'essenza di una sua celebre citazione:
"Il gioco è questione di gloria, di stile, di scendere in campo e battere gli altri, non di aspettare che il pubblico perisca di noia"
Quarantacinque giornate di campionato su quarantasei per aspettare soltanto quella partita contro il Bradford City alle 14 orario di Westminster. Chi non trovò il biglietto d’ingresso si dovette accontentare di tv e radio. Pelle d'oca. Ovunque. Il programma sportivo di Radio 5 BBC fu praticamente un tripudio di auguri per il Barnsley. La resistenza del Bradford fu piegata al minuto ventuno da un colpo di testa di Paul Wilkinson che sciolse molte tensioni portando in vantaggio il Barnsley. Secondo tempo insopportabilmente teso ma tutto si distese quando Clint Marcelle praticamente in chiusura di match infilò la porta difesa dal portiere del Bradford Aidan Davison. Ventimila persone, tutte con riflessioni molto personali e individuali, molti con gli occhi pieni di lacrime, invasero il campo, un'ondata di emozioni represse che andavano ben oltre il calcio. Il successo del Barnsley, al di là della rivincita sui pronostici rappresentava molto più di una semplice vittoria, significava l’abbordaggio alla Premier League da parte di una ciurma proveniente da una città un pochino malmessa e abbastanza malfamata che a sorpresa si intrufolava nel glamour della Premier League. 
L’ora che seguì il fischio di chiusura fu un continuo abbraccio dei tifosi ai ragazzi allenati da Danny Wilson, mentre intanto lo schermo del Ticket Office metteva in onda la pagina della parte alta della classifica della Nationwide Division One, riportando in verde Bolton 98 e Barnsley 80, seguite, in un bianco smunto, da Wolverhampton 76, Ipswich 74 Sheffield U 73 Crystal P 71 che si sarebbero dovute accontentare dei play off.

22 gennaio 2026

"WEST BROMWICH ALBION TILL I DIE" di Simone Galeotti

Le luci dell’espresso proveniente da Londra squarciano l’oscurità della sera.

Sei vagoni di prima e seconda classe marchiati dallo stemma della casa reale. È il treno della regina Vittoria diretto verso la Scozia. I finestrini rigidamente chiusi. Vittoria, discendente Hannover, pare non gradisse troppo gli odori di questa zona d’Inghilterra, a causa della fuliggine che ricopriva l’area. Il luogo? la Black Country
, divisa fra l'area di Birmingham e Wolverhampton. Orgoglio e vanto dell'industria britannica con le sue miniere di carbone e i centri siderurgici. Oggi dell'Inghilterra Vittoriana resta solo un concetto artistico-letterario ma con un particolare invariato da allora, ovvero il senso di comunità presente fra la popolazione e si nota nel carattere un pochino rude e affilato. Insomma il
West Bromwich Albion non poteva che nascere dove il verbo del calcio si fa duro come in pochi altri posti al mondo. Immaginiamola allora la West Bromwich di fine Ottocento, quella radunata nel dopolavoro, impegnata in scommesse poco raffinate dietro ai pub, in fangose arene improvvisate. Qualche pound in palio per la vittoria del proprio gallo da combattimento, fra pinte gocciolanti e urlacci sdentati. Inutile storcere il naso, le leggi che vietavano questo tipo di pratiche da queste parti non funzionavano. Tempacci direbbe qualcuno e bisognava trovare dei passatempi. 
Poi finalmente si incomincerà a parlare di “football” durante le pause mensa, all’uscita dal lavoro, in animati capannelli; berretti in testa e giacche sporche, sotto lampioni morenti, battuti da un vento insolente. 
I più giovani avevano visto un paio di partite e ciò bastava, pare mancasse solo la cosa principale: il pallone. A West Bromwich non esistevano negozi di articoli sportivi, ce n’era uno a Wednesbury, pugno di case annerite a qualche miglio di distanza. Fu così che un gruppo di lavoratori della George Saleter’s Spring Work, fabbrica specializzata nella costruzione di utensili da cucina, il 20 settembre 1878 non solo acquisteranno una sfera fatta con veschiche di maiale e rivestita in cuoio ma fondano l'embrione del West Bromwich Albion dove il suffisso richiamava al distretto in cui abitavano la maggior parte degli operai della George Salter’s
A quel punto occorreva trovare un posto adatto e soprattutto definitivo per continuare a giocare. Dartmouth Park, Coopers Hill, Bunn’s Feld, Stoney Lane (soprattutto) i primi luoghi scelti per ospitare le partite, ma anche parchi e piazzole contrassegnati da divise con tonalità diverse, almeno fino al 1885 quando si deciderà di indossare le strisce verticali biancoblù. Intanto il WBA si trasferirà sul campo di Stoney Lane, dove diventerà un club professionistico raggiungendo tre finali di FA Cup consecutive. Nel 1900 l’impianto di Stoney Lane però era uno dei peggiori della massima divisione, tanto che le presenze si erano drasticamente ridotte ponendo il club di fronte a una possibile crisi finanziaria. Occorreva trovare una soluzione alternativa a maggior ragione considerando che il contratto di locazione stava scadendo. La scelta migliore risultò essere un terreno di dieci acri leggermente fuori città in un’area ricoperta da cespugli di biancospino. Traduzione letterale, The Hawthorns. Il primo impianto inaugurato dall’inizio dell’secolo, diventando nel corso degli anni The Shrine (il Santuario), che aprì i battenti ufficialmente lunedì 3 settembre 1900, quando l’Albion pareggiò 1-1 con il Derby County di fronte a una folla di 20.104 presenti. Reti di Steve Bloomer per il Derby, e Chippy Simmons per i padroni di casa. 
Quello del biancospino è un aspetto peculiare anche per il crest societario. Si racconta che la squadra frequentasse un locale dove era tenuto in gabbia un tordo, un uccello canoro di piccole dimensioni. Fu scelto come stemma della squadra e ovviamente fu fatto poggiare su un ramo del suddetto arbusto. “Baggies” quindi (o Throstles) ma se vogliamo aggrapparci alle teorie mettiamole un paio sul tavolo. Una è legata al fatto che il termine prendesse spunto dai larghi pantaloni (baggy trouser) usati dai lavoratori delle fonderie per proteggersi dai lapilli di ferro incandescenti, oppure sussistono la possibilità che l’etimo sia legata ai custodi dei due ingressi originari di The Hawthorns, che al termine delle partite, scortati da due poliziotti, trasportavano agli uffici del club l’incasso del match dentro sacchetti di tela di grandi dimensioni. 
Divergenze: il dibattito resta aperto. È il periodo di Jessie Pennington detto Peerless, un ragazzone che giocava terzino sinistro e che è entrato di diritto nella storia dell’WBA per aver raccolto quasi 500 presenze fra il 1903 e il 1922. A dirla tutta sventò anche una truffa organizzata da un certo William Bioletti (toh, di origine italiana) di mestiere “scommettitore” che provò a corrompere Pennington per cercare di far vincere l’Everton nella partita del 29 settembre 1913. Sette anni dopo Jessie si sarebbe anche laureato campione d’Inghilterra con i Baggies, evento finora unico, contrassegnato dai 37 centri di Fred Morris.

Facendo uno scomodo salto temporale sarà il decennio degli anni Sessanta il periodo più fertile del club, quello del Re:
Jeff Astle. Meglio conosciuto come Jeff “the King” Astle. Nato a Eastwood, nel Nottinghamshire, nel bel mezzo delle Midlands. Nella stessa strada nativa di un grande personaggio della cultura inglese, il poeta DH Lawrence, un romanziere vigoroso e originale che rispecchiò efficacemente la rivolta della sua generazione contro l'epoca vittoriana e non a torto considerato profeta e mistico del sesso con quasi mezzo secolo di anticipo sui figli dei fiori. In ogni caso Astle diventerà il primo giocatore a segnare un goal in ciascun turno di FA Cup. Dentatura da castoro e aplomb da personaggio da commedia, diventò un calciatore professionista nel 1959, all’età di 17 anni, quando firmerà un contratto con il Notts County. Un classico centravanti dei suoi tempi che apprenderà molto da quello che in molti reputavano la sua musa d’ispirazione ovvero Tommy Lawton. Nel 1964 Astle passerà per 25,000 sterline al West Bromwich Albion. Ed è certo che quella rete segnata all’Everton dopo tre minuti dal fischio d'inizio del primo supplementare nella finale di FA Cup del 1968 è stato senza dubbio il più importante della sua carriera. Un colpo da biliardo dopo una prima ribattuta, che indirizzò la palla color ocra nell’angolino alto della porta difesa dall’estremo difensore dei Toffes. 

Poche ore dopo il trionfo di Wembley sul ponte che attraversa un canale a Netherton, su Cradley Road, nel cuore della Black Country compare la scritta a caratteri cubitali ASTLE IS THE KING. Il ponte perde per volontà popolare il suo tradizionale nome, Primrose Bridge, per divenire per tutti Astle Bridge. Nemmeno le ferree autorità locali riuscirono a ristabilire l’ordine toponomastico del luogo perché, quando decisero di cancellare la scritta, questa torno a far bella mostra nel giro di poche ore. Probabilmente ad Astle è mancato solo il titolo della First Division, della quale comunque è stato capocannoniere nella stagione 1969-70 con 25 reti segnate. Nel programma Football Fantasy League, il 19 gennaio del 2002 Jeff Astle ebbe un malore mentre si trovava a casa della figlia. Il rapido trasporto al vicino ospedale di Burton on Trent fu vano e così a soli 59 anni “Il Re” lasciava questo mondo per salire le scale dell’Olimpo dei grandi. Il giorno dopo la sua scomparsa a The Hawthorns era il pomeriggio del derby contro il Walsall, deciso da una rete di Jason Roberts, (nipote di Cyrille Regis un’altra leggenda dei Baggies) che sollevandosi la maglia bianco-blu, mostrò al suo pubblico una t-shirt con l’immagine di Astle. Anche nella morte Jeff Astle ha segnato un record, purtroppo meno invidiabile degli altri. A lui fu riconosciuta la morte “per causa di servizio”, in inglese "death by industrial injury". In pratica il coroner disse che Astle aveva subito dei microtraumi al cervello, dovuti ai frequenti impatti della testa con la palla. Una disgrazia quasi paradossale. "Astle is the king, Astle is the king, the Brummie Roaders sing this song, Astle is the king"

E' l’11 luglio 2003, e a The Hawthorns dedicarono al loro grande eroe l’ingresso del nuovo East Stand, una lunga cancellata ricoperta di sciarpe e fiori denominata Astle Gate. I cancelli della memoria. Negli anni settanta durante il regno di Don Howe il WBA retrocesse mestamente in seconda divisione, tornando fra i grandi solo nel 1976 guidati in panchina dal player manager Johnny Giles. E se in questo periodo esiste un giocatore che ha incarnato benissimo lo spirito di questa terra, il perfetto assioma fra Black Country e calcio inglese, quello è senza dubbio Tony Brown. Antony all’anagrafe di Oldham, dove nasce nell’ottobre del 1942. Introverso e gran lavoratore, deve convivere con una particolare forma d’asma. Non il massimo per chi è costretto a respirare nella cintura urbana, grigia e umida di Manchester. Ma a quattordici anni, quando ancora non ha sviluppato i suoi baffi da pirata dei sette mari, i consulti medici lo incoraggiano e lo indirizzano verso l’attività sportiva. E il problema tende rapidamente a scomparire. Nelle formazioni giovanili scolastiche si guadagna l’attenzione dei maggiori club del circondario, prima di tutti quelle del Manchester City. Ma lui a differenza di Jimmy Grimble, tifa per l’altra squadra della città, lo United, e decide di prendere la strada verso Old Trafford. Il palcoscenico dell’immenso teatro che gli si para innanzi, è calcato da troppe stelle, Tony non riuscirà a inserirsi bene, e allora arriva il provino con il WBA. Un incontro fortunato e decisivo per entrambi. Nascerà un amore assolutamente ricambiato a livello umano, mentre dal lato prettamente tecnico nascerà una mezzala agile ed estremamente prolifica, che dal dischetto si dimostra un’autentica sentenza. Spettacolare il goal messo a segno in una partita persa contro lo Sheffield Wednesday in FA Cup, quando da 35 metri gira al volo alle spalle del portiere della nazionale inglese Ron Springett. Meno bello ma sicuramente più pesante quello infilato alla squadra della sua città, l’Oldham, che varrà la promozione dei Baggies in First Division nel 1976. 

Impossibile non ricordare anche nel 1974 farà il suo esordio nel WBA Bryan Robson, “Captain Marvel”, con molta probabilità il miglior giocatore inglese degli anni '80. Leader carismatico, grande trascinatore, un giocatore di impareggiabile impegno e determinazione dotato di buona tecnica. Devastante quando portava il pressing, così come, quando sfruttando il suo piede dolce lanciava i compagni con passaggi sontuosi. "Robbo", un formidabile "ruba palloni". Nei suoi confronti si usava spesso questa frase: "C'mon Robbo, win it for us". Con i Baggies segnerà quaranta reti in sette anni. Lì lascerà nel 1981 per approdare in un mediocre Manchester United, per una cifra vicina ai 2,7 milioni di sterline. Sono gli anni degli ultimi squilli di gloria. Nel 1978 Big Ron Atkinson raggiunge le semifinali di FA Cup, ma dove il frizzante Ipswich Town di Bobby Robson estromette i baggies dalla finale. Per un club del livello del WBA una delle notti più belle arrivò nel dicembre del 1978, all'inizio di un inverno gelido che alla fine avrebbe privato il WBA del trofeo che quel lato celestiale di arguzia, verve e genio avrebbe meritato. Negli ottavi della Coppa UEFA a The Hawtorns arrivò il Valencia, ampiamente riconosciuto come una delle migliori squadre d'Europa e in quella stagione, schierava il regista della Germania Ovest Rainer Bonhof oltre, cosa più importante, l'attaccante Mario Kempes, il marcatore emblematico nella vittoria dell’Argentina in quella grandinata di telescriventi alla Coppa del Mondo di quell'estate. A Valencia Laurie Cunningham oscurò Kempes, e alla fine uscì un precario 1-1 A The Hawthorns, Tony Brown segnò un rigore nel primo tempo, vennero annullati altri due goal, poi Cyrille Regis colpirà un palo, e subito dopo Tony Godden salvò il risultato parando un calcio di punizione. Laurie Cunningham languido ma fulmineo metterà in mezzo per l'accorrente Tony Brown che fattosi il giusto spazio colse il cross perfetto del compagno e la palla finirà nell'angolo più lontano della rete. Per usare le parole del commentatore Hugh Johns: "Questo è quello che serviva!"
Poi, un lento inesorabile declino, con effimeri successi, e qualche presenza a Wembley per i play off di categoria, Premier sfiorate o subito perdute. Se per ipotesi Bryan Robson avesse sognato un degno erede nel cuore del centrocampo forse potrebbe rivedersi per qualche misura in Graham Dorrans, che Tony Mombray portò a West Bromwich nel 2008. Un ragazzo di Glasgow, composto, creativo, combattivo e coerente che guidato da Roberto di Matteo conquistò la Premier League ma durerà poco. The Lord's My Shepherd… we are Albion.

3 gennaio 2026

"VILLANS YEARS" di Simone Galeotti (Urbone), 2015

"Quando nel 1981 l’Aston Villa guidato in panchina da Ron Saunders tornò a vincere il titolo dopo 71 anni di attesa, all’ombra della Council House impazzirono tutti. Un fulmine a ciel sereno che non si limitò a quella vittoria ma che incredibilmente brillò anche nella Coppa dei Campioni della stagione seguente, riuscendo nientemeno che a portarsi a casa, nel nord di Birmingham, il trofeo più ambito d’Europa.
Ma l’Aston Villa è anche molto altro. Un club antico e orgoglioso recante sul petto il leone rampante scozzese in segno di devozione alle origini dei suoi personaggi eccellenti. Uno su tutti: William McGregor, un commerciante di stoffe entrato nella dirigenza della società e che un giorno si svegliò con in testa un idea meravigliosa: Creare un torneo dove tutti avrebbero giocato contro tutti da affiancare alla già celebre FA Cup.
Prese carta e penna, scrisse a tutti i club più prestigiosi e nel 1888 il primo campionato ufficiale del calcio inglese ebbe forma compiuta. E poi ci fu anche qualcuno che rubò le coppe dei Villans, chi per fame, chi per beffa…”

29 dicembre 2025

"L'ULTIMA ROSA DI LEEDS" di Simone Galeotti

A Leeds l'inverno è talmente egocentrico che ogni anno pretende di essere il più freddo di sempre. Scatena un vento pungente che ti sferza la faccia, duro, come le vocali strette degli inglesi del nord. Un inverno così lungo che sembra nessuno si ricordi cosa c'era prima a parte quella breve parentesi autunnale che piega gli alberi e riempie le strade di foglie morenti. Il sole? Una band d'apertura che si sgola qualche minuto e poi cede il passo al protagonista. 
A precipitazioni che si abbattono al suolo tramando contro l'eroismo di piccoli fiori sbocciati nei giardini di Bramley, di Horsforth o di Roundhay e inzuppa l’erba di Elland Road facendo lacrimare gli occhi di bronzo della statua di Billy Bremner.. Suvvia lo scenario non è poi così cupo, in ogni caso benvenuti a Leeds, porta d'ingresso dello Yorkshire, dove le brughiere si alternano ai villaggi, in un coloratissimo patchwork di colture e vegetazioni.

Benvenuti nella città del Leeds United AFC. Ma non iniziamo subito ad associare questa squadra con quella che per circa un decennio, a cavallo fra gli anni '60 e '70, visse un autentico periodo da protagonista sia in Inghilterra sia in Europa, raccogliendo trofei importanti insieme a beffarde sconfitte, conosciuta con il celebre soprannome di dirty Leeds, uno spiritato manipolo guidato in panchina dalle occhiatacce e dai basettoni da ispettore di Scotland Yard di Donald "Don" Revie.

Jack Charlton, John Giles, Peter Lorimer, Norman Hunter, Allan Clarke, Billy Bremner off course, tanto per fare una mini fabbrichetta da ufficio anagrafe; un undici etichettato come rude, sleale, tanto da essere etichettato dagli avversari con quel nomignolo citato in precedenza, a torto o a ragione. Nel 1974, va detto, raggiungerà in ogni caso la finale di Coppa dei Campioni senza Revie perchè chiamato a guidare la nazionale e il suo nemico giurato Brian Clough sarà inopinatamente chiamato a domare gli afrori di Elland Road solo che, dopo 44 giorni di frustrazioni, litigi e rabbia, lasciò capre e cavoli sotto la panca di Jimmy Armfield, traghettatore sereno senza troppa scorza, fino a una Parigi sognata dove il Bayern Monaco, non senza oggettive recriminazioni, si imporrà per due reti a zero. Si è vero, non erano una comitiva di santi, ma alla fine, nel calcio l'aggettivo “sporco” o “cattivo” potrebbe fare compagnia a molte altre squadre che si vantano di avere una fedina penale pulita e che invece di misfatti dentro e fuori il rettangolo verde ne hanno combinati diversi.

Agli inizi degli anni ‘90, dopo essere tornata nella massima serie arrivò un inaspettato titolo di campione d’Inghilterra grazie soprattutto all’ innesto del talento di Eric Cantona. Oui, Cantona, un marsigliese, istrionico, geniale, ruvido. Nel gennaio 1992 farà un provino con lo Sheffield Wednesday allenato da Trevor Francis. Gli venne offerto un secondo provino ma ciò provocò il risentimento del giocatore che offeso decise di firmare per il Leeds United, diventando una colonna della dei bianchi di Howard Wilkinson. Non solo Cantona, quella era la squadra del portiere John Lukic, del terzino Tony Dorigo e dei suoi ricci sempre perfetti, della grinta dell'irlandese Gary Kelly, delle scorribande del povero Gary Speed, dell'esperienza di Gordon Strachan, della fermezza dello scozzese McAllister, del barcollante ma puntualissimo centravanti Lee Champan, e del velocissimo Rod Wallace. 
Le speranze del Manchester United anch’esso alla ricerca di risalire sul trono nazionale vennero soffocate dalla spuma dello champagne stappato a Elland Road. Fu l’ultimo campionato prima dell’avvento della patinata Premier League, la fine del calcio inglese, amen, con nostalgica ammissione, e l'iniziò di un era diversa, globale, che piaccia o meno. 
A conti fatti quel gruppo segnerà un epoca e per favore, stavolta però non chiamatelo sporco, non chiamatelo maledetto, chiamatelo solo e più semplicemente Leeds United.
"Marching on together...."

1 dicembre 2025

BRISTOL CITY. "THE EIGHT OF ASHTON GATE" di Simone Galeotti

Prendere o lasciare, sì, ma non è così semplice, perché in mezzo c’è la storia del Bristol City. Ok, mettiamo la puntina del giradischi sul piatto e in sottofondo ascoltiamo “For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?” dei The Pop Group, la band che più di ogni altra ha tracciato la strada per quel filone sperimentale e un po’ oscuro del “Bristol Sound”
Mark Stewart la voce, John Waddington alla chitarra, Gareth Sager al sassofono, Dan Catsis al basso e Bruce Smith alla batteria. Già Bristol, dove il pirata Long John Silver reclutava marinai sotto l’ombra storta del campanile di Temple Church. Bristol sembra un po’ Amsterdam, un po’ Bombay, persino scorci di Londra, angoli di Genova, qualcosa delle scalinate di Oporto, il calore di Kingston. Una città che si nasconde dietro le anse del canale mentre da est rimonta l’eco delle onde. Gli antichi docks screpolati dal tempo, il nuovo fronte del porto, le case georgiane orgoglio dei mercanti. Gli oltre sessantamila studenti, graffiti. 
Un crogiolo di razze, di colori, di vicende diverse. 
Attraverso questa porta l’Inghilterra ha scoperto il mondo e se lo è portato a casa. Perché ci sono sere che a Bristol, lungo le banchine, riecheggiano racconti su isole dimenticate da Dio usciti dalla bocca screpolata dal sale di vecchi lupi di mare che dovevano accendere la fantasia di Louis Stevenson e Daniel Defoe, che in uno studiolo del centro scrisse il suo "Robinson Crusoe"
Nel 1982 a Bristol successe l’imprevedibile. Il capitano del City Geoff Merrick era costretto a rincasare dopo le partite e gli allenamenti scortato dalla polizia. Non solo lui, molti altri suoi compagni furono sottoposti quotidianamente a una serie di minacce e la situazione, obiettivamente, stava sfuggendo di mano... Facciamo un passo indietro. 
Nel 1976 i “robins” guidati in panchina da Alan Dicks ottennero la promozione in First Division e la società non badò a spese pur di assicurarsi una squadra che gli consentisse la permanenza nel massimo campionato del calcio inglese conquistando una salvezza tranquilla e vincendo nel 1978 la Anglo-Scottish cup che andò a far compagnia a un “inusuale” coppa del Galles datata 1934. Eppure, dopo quattro anni il sogno si interromperà con una brusca retrocessione. Ma il dramma non finirà lì. Sarà infatti il primo di tre declassamenti consecutivi di categoria che porteranno il Bristol City in quarta serie, ovvero quella a contatto pruriginoso con i dilettanti. La situazione economica si rivelò disperata, soprattutto a causa di contratti decennali fatti firmare con troppa enfasi e poca lucidità. 
Fatto sta che in panchina arrivò il giovane Roy Hodgson,deciso a far fruttare in patria l’esperienza maturata in Svezia alla guida dell’Halmstads. Non ne avrà modo né tempo. In quei giorni convulsi lo spettro della scomparsa del club agitava le notti negli uffici di Ashton Gate. Hodgson sarà costretto ad andarsene dopo aver battuto in una partita interna il Chester per 1-0. Il giorno seguente arrivò la dichiarazione di fallimento del Bristol City. In fretta e furia verrà costituita una società (la Bcplc), cui sarà concessa la possibilità di ereditare dal vecchio City, giocatori, diritti sportivi e lo stadio Ashton Gate allo scopo di tenere in vita temporaneamente la società sotto altra forma giuridica. A tirare le fila della situazione sono, Deryn Coller, Ken Sage, Les Kew e Ivor Williams che instancabilmente faranno le ore piccole per tentare il salvataggio di un club nato nel 1894 e che si era innamorato del rosso delle divise garibaldine. I quattro concorderanno un prezzo con il curatore per ricomprare lo stadio a un prezzo fissato intorno alle 600.000 sterline ma nonostante estemporanee lotterie e la vendita di azioni a benefattori vari, nelle casse societarie ne arrivarono a malapena la metà.

Si dice che avrebbero potuto incassare di più, ma quando si sparse la voce di un investitore intenzionato a rilevare la quota per poi abbattere l’impianto e vendere il terreno a una ditta edile decisero di non proseguire capendo l’unica cosa ragionevole, e cioè che per ridare un futuro al Bristol City era necessario che i giocatori più importanti si licenziassero spontaneamente senza la pretesa di un rimborso o di una qualunque sorta di liquidazione. Tuttavia in quarta divisone in quei primi anni ottanta i salari erano bassi, la maggior parte dei calciatori avevano famiglia, figli e mutui insoluti; quel denaro giustamente lo avevano pattuito a suo tempo e ora gli serviva, ed inoltre era chiaramente impensabile collocarli in un’altra squadra a metà stagione alle stesse condizioni economiche. La scadenza, implacabile, si avvicinò. Senza quei maledetti soldi alle 12 in punto del 3 febbraio 1982 il Bristol City avrebbe dato un amarissimo addio al calcio. E a quel punto, quando si delineò netto il confine fra vita e morte sportiva, i tifosi cominciarono nelle forme e nelle maniere più assillanti a chiedere un gesto di amore ai giocatori. I telefoni squilleranno continuamente, le buche delle lettere intasate di richieste di aiuto e comprensione, poi, come detto, si arriverà perfino alle intimidazioni. Tutto però sembrava perduto, finché, a poche ore dall’obbligo finanziario fissato dal tribunale, otto giocatori del Bristol City decideranno di rinunciare ai compensi previsti dai loro contratti salvando di fatto il club.

Quando gli otto entrarono nella sala da pranzo della
Dolman Exhibition Hall, i 275 ospiti riuniti si alzarono all’unisono offrendo una prolungata standing ovation. Per quel gesto, Peter Aitken, Gerry Sweeney, Julian Marshall, Chris Garland, Jimmy Mann, Geoff Merrick, David Rodgers e Trevor Tainton passeranno alla storia come “gli otto di Ashton Gate”
Per alcuni di loro abbandonare la squadra non fu solo un sacrificio economico ma anche sentimentale come quello di Gerry Sweeney. Gerry giocava lì da undici anni: un autentica leggenda protagonista della promozione del ‘76, che non aveva abbandonato la barca nonostante le tre retrocessioni di fila. Oggi non mancano opuscoli commemorativi e una grande targa all’esterno dello stadio perpetua ai posteri il loro sacrificio.

17 novembre 2025

ARSENAL. "HIGHBURY ROAR" di Simone Galeotti

Charlie George non si reggeva più in piedi. Acciaccato, malconcio. Guardò Mee in panchina e scrollò la testa come per dire, “Dai forza, butta dentro quel ragazzo che tanto qui ci hanno fatto un discreto culo, e la coppa potrebbero già consegnargliela questa sera a Bruxelles”. Mancava più o meno un quarto d’ora alla fine della partita d’andata e i gunners erano sotto 3-0 contro i bianco malva dell’Anderlecht padroni di casa. Ad un tratto Bertram Mee, detto Bertie, allenatore dell’Arsenal, club in secca di vittorie da qualcosa come diciassette anni, si voltò, increspò per un attimo la fronte socchiudendo le palpebre, e fece cenno al diciottenne Ray Kennedy di entrare.
Ray che era nato nel villaggio di Seaton Delaval di cui nemmeno le carte geografiche conoscevano l’esatta l’ubicazione, aveva il naso grosso, gli occhi di un colore indefinito, un bel ributto di capelli scuri e una finestrina fra gli incisivi. Entrò in campo come farebbe una busta di plastica trascinata dal vento, non toccando nemmeno un pallone, anzi no, per tutte le polveri del cannone, uno lo toccò. Di testa, l’unico. Il fatto è che lo metterà in rete, e allora quella benedetta Coppa delle Fiere, non sembrò essere già sciaguratamente persa.

Ma te guarda alle volte i ragazzini.

Sei giorni dopo, le cancellate nere di Islington sgocciolavano acqua. Una pioggia obliqua, sferzante, cadde su Londra per tutta la giornata del 28 aprile 1970. In migliaia si avvicinarono alla grande facciata in Art Decò della East Stand che guarda su Avenell Road. Lucidissima, la grande scritta a caratteri rossi “Arsenal Football Club” pulsava come un cuore sulle sue arterie fatte di piccoli spazi pubblici, pub che si sforzavano di appagare l’occhio fra angoli anneriti, vicoli stretti e vialetti di case a schiera. “Bridge over troubled water” di Simon & Garfunkel stava scalando velocemente la Hit dei singoli più venduti in UK, mentre in 50.000 (stando ai tabellini ufficiali) quella sera scaleranno, ancora più rapidamente, i gradini di Highbury.

Tutto paranoicamente, febbrilmente pieno. Northbank, Clock End, Tribuna Est e Ovest.

Il busto di Herbert Champman nella meravigliosa Marble Hall, pareva aspettare trepidante, custodito in una nicchia dalla possente emanazione sacrale. Uomo fiero, pieno delle sue certezze, forse il più grande allenatore inglese di ogni tempo, di sicuro colui che in quaderno scarabocchiò quel benedetto sistema a cui tutti vorranno dare una sbirciata.
Le bandierine triangolari dei corner con la scritta AFC indicavano senza soluzione di continuità che la brezza quella sera arrivava dalla foce del Tamigi. Roba da libri di Joseph Conrad. Il terreno di gioco apparve subito pesante, inclemente, scomodo, con i bagliori dei riflettori avviluppati da una leggera nebbiolina che inconsciamente aumentarono i sintomi da seduta psichiatrica per un club atteso a rispondere delle sue angosce, dei suoi problemi, e magari provare a risollevarsi almeno per una notte.
L’arbitro? Un tedesco dell’est guardato a vista da eminenze grigie della Stasi di nome Gerhard Kunze.
Sarebbe occorso subito uno di quei tonici ricostituenti tipo quelli alla radice di ginseng. Lo servirà dopo una ventina di minuti Eddie Kelly che oltre la faccia da donnaiolo impenitente, ne mostrò un’altra da monaco abbaziale, e senza pensarci troppo da fuori area riscaldò muscoli e cervello con un corroborante destro che permise all’Arsenal di passare in vantaggio.

“A r se nal, A r se nal, A r se nal”.

Profano eppure seriamente liturgico, incessante preghiera che si riverberava a ondate lungo e oltre lo stadio. Oh, diciamo serviva almeno un altro goal. E’ sarà un capolavoro, come quelli di Pierre Bonnard e Paul Gauguin che saranno rubati poco tempo dopo in un appartamento di Regent’s Park mandando in confusione mezza Scotland Yard.

Uno dei due dipinti, un olio su tela, si chiamava La fanciulla seduta in giardino. La stessa sensazione probabilmente provata da Jean Marie Trappeniers, estremo difensore dell’Anderlecht, dopo che uno scambio fra George Graham e il terzino Bob McNab aveva portato quest’ultimo (restando in tema) a pennellare un cross perfetto per la testa biondiccia e infangata di John Radford bravo a incrociare la palla in rete siglando il raddoppio dei suoi e alzando al massimo i decibel di Highbury. I belgi accusarono il colpo, la pressione di dover reagire per forza. Quando Jan Mulder colpirà il palo, un fremito di paura rapirà gli occhi dei presenti e fu il segnale che il lavoro era ancora da portare a termine.
E quindi giunse il momento di Jon Sammels, uno dalla faccia pulita come un pastore all’alba. D’altro canto veniva dal Suffolk e di campagna, di bella campagna con i cottage in pietra dal comignolo fumante e dagli infissi bianchi da cartolina, se ne intendeva abbastanza. Si intendeva anche di calcio, ovvio. Nel 1965 segnerà una doppietta al Brasile in amichevole seppure vada detto per onor di cronaca che i campioni del mondo erano privi della loro perla nera Pelé. In ogni caso si guadagnerà qualche presenza con le selezioni giovanili dell’Inghilterra. Ci sarà pure un momento difficile per lui con i tifosi ma questa è un’altra storia. Quel giorno lasciò partire un diagonale colto e ordinato da 30 metri che non lasciò scampo ai belgi ormai respinti con perdite.

Arsenal 3 Anderlecht 0. Frank McLintock, il capitano, finirà abbracciato, spinto, sollevato dalla folla e dai compagni, alzando sopra le teste di tutti la Coppa delle Fiere dichiarando che il digiuno era finito. Aveva ragione perché nella stagione successiva Highbury mise su diversi chili… Bumm.
Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità e non può quindi essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7/03/2001. L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti che siano lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi all'autore, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima. Le foto di questo blog sono pubblicate su Internet e sono state quindi ritenute di pubblico dominio. Se gli autori desiderano chiederne la rimozione, è sufficiente scrivere un'e-mail o un commento al responsabile del sito.