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14 aprile 2026

"LONDON CALLING. La controcultura a Londra dal '45 a oggi" di Barry Miles (Editore EDT), 2012


La Londra di Barry Miles è quella della cultura underground che nasce fra le macerie della Seconda guerra mondiale ed esplode nel corso degli anni Sessanta e Settanta, concentrandosi sul West End e su Soho, le zone in cui era confluita un'eterogenea popolazione di personaggi creativi e fuori dalle righe, intolleranti nei confronti delle costrizioni della cultura e del costume ufficiale: scrittori, poeti, registi, musicisti, artisti, pubblicitari, architetti, stilisti, e una miriade di più anonimi personaggi decisi a fare della propria vita un'arte. È la storia di una rivoluzione culturale determinata a ottenere una "totale confusione dei sensi", che si sviluppa fra le vie di una metropoli artisticamente onnivora, fatta di locali, librerie, club, pub, teatri, piazze, vicoli, scantinati, case occupate o case borghesi. Una storia di sconvolgente energia vitale e al tempo stesso autodistruttiva, raccontata sul filo di quell'ironia che solo un testimone diretto può comunicare. 
Mettere in fila i nomi che si incontrano fra queste pagine fa tremare l'idea stessa di 'controcultura', poiché vi si ritrova molta della creatività che animerà per ibridazione la cultura ufficiale del Novecento: Dylan Thomas, Francis Bacon, i Situazionisti, il cool jazz, il rock 'n' roll, Mary Quant, Kingsley Amis, J.G. Ballard, i Rolling Stones, i Beatles, William Burroughs, Jimi Hendrix, i Pink Floyd, Allen Ginsberg, Pete Townshend, Yoko Ono, Derek Jarman e moltissimi altri.

27 marzo 2026

"MOORE THAN A FOOTBALL CLUB" di Roberto Pivato (Urbone), 2016

Wembley, 2 maggio 1964: il West Ham United batte all’ultimo minuto il Preston North End e conquista la sua prima FA Cup. Stesso luogo, un anno dopo, 19 maggio 1965: superando per 2-0 il Monaco 1860 gli Hammers alzano al cielo londinese la Coppa delle Coppe, il loro primo titolo continentale, alla loro prima apparizione in Europa.
Passa un altro anno: a Wembley Bobby Moore solleva il suo terzo trofeo in tre anni, stavolta con la nazionale inglese da lui capitanata. Il 30 luglio 1966 una rete di Martin Peters e la tripletta di Geoff Hurst abbattono la Germania Ovest, consegnando all’Inghilterra la sua unica Coppa Rimet, un successo a fortissime tinte claret-blue.Nell’anno della demolizione di Boleyn Ground, la storica casa degli Irons, quest’opera ripercorre l’epopea del West Ham di metà anni ’60, attraverso il racconto del cammino in FA Cup e nella Coppa delle Coppe, con un occhio particolare a coloro che di quelle imprese sono stati i protagonisti e con un excursus su tutte le apparizioni del club di Newham in Europa.

23 marzo 2026

"KENNETH WESTENHOLME. Il telecronista British". di Christian Giordano

«And here comes Hurst, he’s got…
some people are on the pitch…
they think it’s all over…
it is now! It’s four!»

L’ha coniata lui la frase forse più celebre nella storia del giornalismo televisivo britannico, e non solo sportivo. «Credono sia finita, lo è ora», disse al triplice fischio della finale mondiale vinta in casa dall'Inghilterra contro la Germania Ovest nel 1966. E forse non è un caso che sia stato lui a pronunciarla, perché Kenneth Wolstenholme è stato molto più che il decano dei telecronisti di calcio UK.

Per innata modestia, di rado parlava del suo coraggioso servizio prestato come pilota dei cacciabombardieri nella RAF. Le oltre cento missioni già compiute a 23 anni gli valsero la Distinguished Flying Cross and Bar, decorazione militare del Regno Unito e del Commonwealth assegnata agli ufficiali della Royal Air Force e Fleet Air Arm distintisi durante il servizio in tempo di guerra per «atti di valore, coraggio o devozione al dovere mentre volava in operazioni contro il nemico».

Assunto dalla BBC nel 1948 senza aver mai visto un programma tv in vita sua, debuttò con un servizio da Romford, nell’Essex, coprendo una controversia legale di calcio tra le contee Southern e Northern. Di lì in poi non mollerà più il microfono per 23 finali di FA Cup consecutive e cinque Mondiali, spesso sdoppiandosi sia da conduttore sia da telecronista, per poi essere messo da parte, senza tanti complimenti, in favore di David Coleman dopo Messico ’70. Vincendo per una volta la sua innata modestia, il buon Ken ammetterà poi di sentirsi «a bit miffed», un tantino irritato, dalla decisione della BBC.

Tornò a commentare il calcio negli anni Settanta, come conduttore del calcio italiano su Channel 4, ma senza mai condividerne troppo una linea editoriale che enfatizzava troppo analisi e commenti. «Invece di concentrarci sul gioco, abbiamo un’infinità di gente seduta in studio a vivisezionare ogni minimo episodio. Esagerano, come se gli avessero detto di uniformarsi tutti allo stesso stile. Mi annoia. Sembrano non rendersi conto che mentre in radio il silenzio è la morte, in televisione può essere oro».

Spentosi a 81 anni il 22 marzo 2002, Mr. Wolstenholme ha avuto un’ultima, meritata fortuna: s’è risparmiato lo scempio di oggi.
di Christian Giordano, da https://sportspoetssociety.blogspot.com

12 agosto 2025

"A LIVERPOOL CON I BEATLES. In the town where they werw born" di Giovanni Battista Menzani (Perrone Editore), 2024


Per molti secoli il porto di Liverpool è stato il principale scalo inglese. Qui transitavano non solo merci; dall'America arrivavano anche i dischi di Chuck Berry, Buddy Holly ed Elvis Presley, ovvero la scintilla che accese il cosiddetto "Merseybeat". Questo libro ripercorre l'epopea di quattro ragazzi della working class cresciuti tra le strade di una città povera e tetra, che con grande fatica si stava riprendendo dalle ferite della guerra. Le tappe del viaggio comprendono le case dell'infanzia di John e di Paul, il luogo dove avvenne il loro primo incontro, la tomba di una certa Eleanor Rigby, i quartieri di George e Ringo, il Cavern e gli altri club dei loro esordi, i templi del football e infine, ovviamente, Penny Lane e Strawberry Field.

30 giugno 2025

"PETER SWAN. UNA SCOMMESSA NON DA POCO" di Stefano Faccendini

Dicembre 1962. Una sera, David Layne, prolifico attaccante in forza allo Sheffield Wednesday, decise di andare a vedere la sua vecchia squadra, il Mansfield Town, giocare contro il West Ham. Allo stadio incontrò un altro calciatore, e suo vecchio compagno di squadra allo Swindon, Jimmy Gauld.  Gauld era un personaggio discusso, in un brutto giro, si mormorava che cercasse di accomodare le partite. Quella sera, era alla ricerca di un’altra gara da aggiustare: raccontò a Layne che tra i giocatori, soprattutto delle serie inferiori, era normale scommettere e che si potevano fare soldi in tutta tranquillitá. Parlando, gli chiese quali fossero le prossime partite dello Wednesday. 

A giorni le Owls sarebbero andate ad Ipswich, un campo difficile e da cui Layne si aspettava di ritornare a mani vuote. Gauld capì che poteva insistere e lo convinse non solo a far parte del suo piano ma anche a coinvolgere un paio di compagni di squadra, poi rivelatisi essere Peter Swan e Tony Kay. 
Quando le due squadre si affrontarono i padroni di casa si imposero effettivamente per 2-0. 
In una intervista del 2006, uno dei tre giocatori dello Sheffield coinvolti, Peter Swan, raccontò: “Perdemmo sul campo, niente da dire ma ovviamente ancora oggi mi chiedo che cosa avrei fatto se avessimo segnato o fossimo stati in vantaggio verso la fine. Fu una scommessa da 50 sterline, la quota era 2-1, ne incassai 100, ridicolo no? Ma anche oggi non credo che nessuno lo faccia. Volendo ammettere l’onestá di tutti, la tentazione è troppo grande. Come sono sicuro che all’epoca, oltre a tanti altri giocatori ci fossero anche arbitri corrotti. Ma presero noi e ci usarono come capro espiatorio, dovettero dare l’esempio. Mi domando ancora perchè lo facemmo” 

Due anni dopo quella gara, nel 1964, Gauld non solo dimostrò di essere un criminale ma anche un grande figlio di puttana. Decise di battere ancora cassa e di vendere la storia al tabloid “Sunday People” usando dei nastri che aveva registrato di nascosto quando a colloquio con i giocatori che poi aveva corrotto. La sua esclusiva gli valse 7mila sterline. Durante il processo nel 1965 Swan fu l’unico dei tre giocatori ad essere chiamato sul banco dei testimoni. “Mi fecero a pezzi – ricordò sempre nella stessa intervista – e manovrarono gli avvenimenti. Ma fummo dei pazzi. Mi fu proibito di andare a qualsiasi partita di calcio, all’inizio fui squalificato a vita anche dal giocarlo. Cercai di tenermi in forma con una squadra di un pub vicino casa ma multarono anche quella quando lo scoprirono. Non potevo neanche entrare al campo dove giocava mio figlio. Mi avevano tagliato le gambe, pensavo a quello che avrei potuto ottenere con la mia carriera e mi veniva voglia di tagliarmi le vene. Avevo buttato via tutto, dall’essere uno dei professionisti più ammirati anche da Alf Ramsey all’essere scansato da tutti. Quattro mesi in prigione, con un secchio per i bisogni in un angolo. Tempo per pensare alla mia stupidità ne ho avuto. Ma la cosa peggiore era quando mia madre mi chiamava e mi diceva che i miei fratelli avevano fatto a pugni per colpa mia o che i miei figli venivano insultati a scuola.” 

Sette giocatori furono arrestati. Le squalifiche a vita furono poi ridotte. Dopo sette anni Swan tornò allo Wednesday, l’ex giocatore della nazionale (19 presenze) andò a lavorare in un forno, in un negozio di automobili e poi di computer. Layne anche tornò al suo club ma non giocò più in prima squadra, dopo qualche parentesi tra i dilettanti comprò un pub. Tony Kay, all’epoca il calciatore più caro del campionato inglese (l’Everton pagò 60 mila sterline per comprarlo) fuggì in Spagna per 12 anni, poi fu arrestato per aver venduto un diamante falso. Lavorò successivamente come custode di uno stadio. Gauld fu multato 5.000 sterline e passò quattro anni dietro le sbarre. 
In UK ancora si parla dello scandalo del 1964. In Italia dal 1964 non voglio neanche pensare quante partite sono state vendute in ogni angolo del paese e in ogni serie professionistica. La differenza per me non sono i calciatori, forse tutti sono tentati, soprattutto a fine stagione in partite in cui non c’è molto in palio, ma la reazione della gente. A parte la galera vera, la conseguenza più seria è il marchio a fuoco che ti fai sull’onore. Il disprezzo della gente, dei tifosi, di coloro che pagano per venirti a vedere giocare, che sognano da bambini una carriera che tu hai avuto la fortuna di fare mentre magari loro svolgono lavori ingrati e guadagnano due lire. I giocatori coinvolti nel 1964 non ricevettero richieste di partecipazione a programmi televisivi, visite in carcere delle autorità, articoli di una stampa amica che sa, che prima o poi, lo sporco tornerà pulito. E qui parliamo di una scommessa, su una partita, di 50 o 100 sterline, ma non ebbero per anni neanche la possibilità di avvicinarsi ad uno stadio. 
Da noi si danno anni di inibizione ad un tifoso con un fumogeno, mentre chi ruba l’anima a questo gioco becca uno schiaffetto sulle mani e la raccomandazione di non farlo più. Questa è la differenza di base, altro che modelli.
di Stefano Faccendini, il suo blog http://quandogliscarpinieranoneri.wordpress.com

19 giugno 2025

"GERRY HITCHENS. PEL DI CAROTA" di Vincenzo Felici



Gerry Hitchens è uno dei primi giocatori britannici, insieme allo scozzese Denis Law, Joe Baker e Jimmy Greaves, a giocare in Italia.
Centravanti generoso e dalle indiscusse doti atletiche, in patria gioca con il Kidderminster Harriers, il Cardiff City, prima di trasferirsi all'Aston Villa, dove si pone all'attenzione generale. Sir Walter Winterbotton lo fa debuttare nella Nazionale maggiore nel 1961, in Inghilterra-Messico, finita 8-0 (Hitchens va a segno dopo due minuti). Un paio di settimane dopo si ripete segnando due goal a Roma contro l'Italia, il secondo dei quali con la complicità di un clamoroso errore del portiere azzurro Giuseppe Vavassori.

Quelle due segnature stuzzicano le squadre nostrane. È l'Inter a spuntarla. In neroazzurro gioca due stagioni, segnando complessivamente 20 goal. Nel Novembre 1962 si trasferisce al Torino (l'Inter lo scambia con Beniamino Di Giacomo) dove rimane fino al 1965, mettendo a segno complessivamente 37 reti in 113 partite. In seguito gioca nell'Atalanta dove segna 12 reti e nel Cagliari, segnandone 4, prima di far ritorno in patria. 
Con i rossoblu vive anche una esperienza nel Campionato Nordamericano organizzato dalla United Soccer Association e riconosciuto dalla FIFA, in cui i sardi giocano nelle vesti dei Chicago Mustangs, con cui ottiene il terzo posto nella Wester Division. A seguito delle incoraggianti prestazioni americane, il Club sardo decide di ingaggiarlo. Con 239 partite disputate e 73 reti è tuttora il calciatore inglese che ha totalizzato più presenze e reti in Serie A. Conta 7 presenze e 5 reti nella nazionale inglese, con la quale gioca il Mondiale del 1962 in Cile, segnando la rete del provvisorio pareggio nel quarto di finale perso col Brasile, per essere poi escluso dall'avvento in panchina di Alf Ramsey, deciso a non convocare giocatori militanti all'estero. Muore nel 1983 ad Hope, in Galles, stroncato da un infarto durante una partita di beneficienza.

Nel suo palmàres una Coppa del Galles (1955/56), una Coppa di Lega inglese (1960/61), una Football League (1959/60) e uno Scudetto con l'Inter (1962/63). La sua storia viene rivisitata egregiamente dal figlio Marcus e dal suo conterraneo Simon Goodyear nel libro "Centravanti Europeo. La storia di Gerry Hitchens" (176 pagine, anno 2014, Geo Edizioni), in cui è inclusa la prefazione di Gigi Riva. Ma anche il celebre mensile "Intrepido" gli dedica ampio spazio il 15 novembre 1962, raccogliendo il racconto delle sue esperienze in Nazionale. Vengono narrati gustosi aneddoti, tra cui la poderosa cinquina rifilata al Sudafrica, col portiere avversario Cliff Rudman, che onorato dalla sua bravura lo invita a cena. 
O la sua carriera militare, quando un Capitano dell'esercito inglese, furioso, lo mette in punizione per essersi divorato due goal nel corso di una partitella a ranghi misti. O la sua passione per la caccia, praticata soprattutto nel periodo di permanenza ai "Villans", quando porta alla moglie Meriel innumerevoli fagiani da cucinare per cena. 
E infine la sua esperienza in miniera accanto al padre, vissuta anche coi suoi compagni di squadra, curiosi di capire come ci si deve comportare a molti metri di profondità sotto terra. Nonostante la cronica avversione dei giocatori britannici alla Serie A (solo una trentina circa hanno giocato/giocano nel Bel Paese) "Pel di carota" (curioso soprannome affibbiatogli per il suo particolare colore di capelli) si immerge completamente nella nuova esperienza, per quasi un decennio. Costituisce una delle figure sportive dimenticate dal calcio inglese, sicuramente a torto.

Nasce l'8 ottobre 1934 nella città mineraria di Rawnsley, nello Staffordshire, iniziando tardi la carriera calcistica, a causa della incompetenza degli osservatori locali. Questo lo porta a intraprendere l'attività di minatore, giocando con la squadra dell'Higley Miners Welfare. Solo nel 1955, dopo una dura gavetta nelle serie inferiori, Hitchens viene apprezzato per le sue doti e si trasferisce ai "Bluebirds", segnando ben 57 reti in 108 partite ! Nel Dicembre del 1957 l'Aston Villa sborsa ben £22.500 per accaparrarselo e creare una splendida coppia d'attacco con Peter McParland, assieme a cui perfora ripetutamente moltitudini di portieri avversari: 96 goal in quattro anni.

Nel 1959 è persino fautore di una cinquina nell' 11-1 contro il povero Charlton Athletic e anche in Nazionale si comporta egregiamente, segnando il vantaggio dei bianchi sul Messico a soli novanta secondi dal suo esordio assoluto. Le sue prodezze, come accennato, ammaliano l'Inter, che lo acquista, assecondando il suo desiderio di sfidare nuove realtà calcistiche. Inoltre Hitchens è desideroso di provare la vita a diverse latitudini, compiere esperienze nuove. La società milanese viene subito ricompensata con una doppietta e prestazioni lusinghiere, nonostante il difficile ambientamento dello stesso giocatore, che trova nel rossonero Greaves un piacevole compagno di svago.
Le otto stagioni di Hitchens in Italia sono le più lunghe che un calciatore inglese abbia trascorso giocando all'estero e gli hanno conferito uno status iconico in Italia, dove ha realizzato totalmente 59 goal in 200 partite, ma paradossalmente lo hanno reso un uomo dimenticato nella sua terra natia..
di Vincenzo Felici

9 giugno 2025

BACK TO THE “SIXTIES” - Footballers and cars in the 60s

Da tempo immemore avevo promesso a Max un pezzo sulle automobili dei footballers degli anni 60, il mio spirito “sociologico” mi ha sempre spinto ad esplorare gli aspetti extra sportivi dei protagonisti del calcio della golden era.
Ho sempre trovato affascinanti le immagini che si trovavano sulle riviste come Shoot o Football Monthly o sui tantissimi annuari che uscivano astutamente nel periodo natalizio che ritraevano i footballers nelle loro case oppure nei pub con i compagni di squadra o immortalati mentre si dedicavano ai loro hobby.
Da cultore di tutto ciò che riguarda gli anni 60 ho sempre apprezzato i documenti che vedevano ritratti i protagonisti del sabato pomeriggio in abiti borghesi mentre esibivano abiti sartoriali o completi più sportivi per il week-end, tutto deliziosamente eleganti, stilosi, con i dettagli tipici di quel periodo. Sovente accadeva che i footballers erano immortalati a bordo o al fianco delle loro auto, mixando così abbigliamento e motori e che motori… Anche per ciò che riguarda le quattro ruote i sixties furono, a mio giudizio, gli anni più belli, ricchi di stile, dettagli, finiture mai più visti dopo.

Ora, dopo anni di desideri mai realizzati per mille motivi, sono tornato ad avere una classica e questo mi ha spinto a saldare il mio debito con Max, ovvero mettere su carta qualche aneddoto relativo appunto al binomio footballers+cars.
Giusto per dovere di informazione, il mezzo che mi sono concesso (che mi porterà nei prossimi anni ad una dieta a base di pane e cipolle oltre a farmi rammendare gli abiti anziché acquistarne di nuovi…) è una strepitosa MGB GT del 1967, colore Sandy Beige pastello, interni in pelle rossa con “piping” bianchi, ruote a raggi e ovviamente guida a destra (la potete vedere qui sotto..).
Unica precedente proprietaria una gentile lady del Cheshire che ha conservato tutte le fatture dal primo giorno, da quella di acquisto ai singoli tagliandi, cambi gomme, rabbocchi di olio…
Ora che avrete perdonato la mia lunga e noiosa premessa passiamo al tema principale.

Come tutti voi saprete prima del 1961, data dell’abolizione del maximum wage che prevedeva £ 20 a settimana come massima retribuzione per i calciatori professionisti, i footballers conducevano una esistenza più simile a quella di normali impiegati che a quella di milionari viziati. Duncan Edwards, giovane stella del Manchester United che perì nel disastro aereo di Monaco, era solito recarsi ad Old Trafford in sella ad una bicicletta che assicurava con una catena alla grondaia più vicina all’ingresso degli spogliatoi, altri usufruivano dei mezzi pubblici, pochissimi possedevano una automobile, tra questi Stanley Matthews proprietario di una Ford Consul Classic, non una Jaguar o una Rover…
Proprio l’abolizione del maximum wage beneficiò immediatamente Johnny Haynes, al tempo numero 10 del Fulham e della Nazionale che risultò il primo calciatore a ricevere £ 100 a settimana ed infatti diviene uno dei primi professionisti ad essere immortalato al fianco di una fiammante MG Magnette, sorridente, indossando il blazer blu dell’Inghilterra con i tre leoni ricamati in oro. Nonostante i sensibili aumenti di stipendio, la maggior parte dei calciatori che si concessero un’automobile nuova sceglievano modelli medi della Vauxhall, della Austin, della Morris o della Ford (quella inglese, ovviamente, con gli impianti produttivi a Dagenham) né più né meno che l’uomo medio che svolgeva mansioni impiegatizie o piccoli commercianti.

Il mondiale 1966 rappresenterà una svolta, l’Inghilterra oltre che campione del mondo è la nazione a cui tutti fanno riferimento per stile, musica, cinema, moda, way of life, insomma si sa, è la famosa “England swings”, il periodo che oltre Manica può essere paragonato ad un boom economico, di conseguenza anche i footballers iniziano a lasciarsi andare, soldi ora ne arrivano decisamente di più, ci sono contratti con i primi sponsor, si viene pagati per rilasciare interviste o per apporre la firma su articoli preparati da ghost writer.
Le Austin, le Ford e le Vauxhall vengono lasciate a coloro che non vogliono destare troppa visibilità, insomma, un classico “understatement” britannico, molti altri alzano l’asticella.
Tra coloro che non vogliono apparire troppo si notano i manager, più anziani, hanno provato le sofferenze e le difficoltà del periodo bellico, rimangono legati alle vacanze sulla costa inglese anziché le prime mete esotiche come Maiorca o Malta o Cipro. Ma anche campioni ultra celebrati come i fratelli Charlton comprano Vauxhall anche se nelle versioni Victor e Cresta ovvero quelle più potenti e rifinite o Jimmy Greaves che punta sull’ammiraglia della Ford inglese, la Zodiac MK3 con abbondanti cromature e dimensioni.

Per molti altri invece “il limite è il cielo” per cui Bobby Moore non ci pensa troppo ed esibisce una serie di splendide Jaguar, la più nota una MK2 3.8 abbinata ad una Mini Cooper S per la moglie o per lui quando preferisce sgusciare meglio nel traffico cittadino. Leggenda vuole che Moore tenesse nel cruscotto della “Jag” un berretto da chauffeur con visiera che indossava alle prime ore della notte mentre guidava verso casa dopo qualche drinking session. Era noto che la polizia non fermasse mai gli autisti con auto prestigiose perché era scontato che chi svolgeva un lavoro così delicato non fosse mai alticcio mentre era in servizio…
Anche Mick Summerbee stella del Manchester City possedeva un’auto come quella di Moore ma arricchita da un mangia dischi oltre all’autoradio. Sensibile al fascino del giaguaro troviamo anche Francis Lee, compagno di squadra di Summerbee che nei 70s passerà poi alla Daimler, in pratica una Jaguar ancora più sofisticata.
Alan Ball si indirizzò su una prestigiosa e performante Rover 2000 TC P6, l’auto dei medici e degli avvocati come si diceva ai tempi. L’acquisto avvenne con il papà che lo accompagnò dal concessionario e furono ritratti insieme mentre osservano il vano motore della slanciata berlina. Peter Osgood stella in ascesa del Chelsea, per forza maggiore viaggiava sempre su Ford, pur cambiandone in continuazione. Il motivo? Molto semplice, una concessionaria di Windsor aveva messo sotto contratto Ossie che per ovvie ragioni di sponsorizzazione usava il meglio della produzione di Dagenham del periodo, dalle Cortina alle Corsair, dalle Zephir alle Zodiac. Non potendo tediarvi in eterno direi che potremmo concludere questa carrellata niente meno che con George Best, lui proprio non sapeva cosa fosse l’understatement, anzi, aveva deciso che in fatto di donne, abiti, case, sperpero di denaro e soprattutto automobili non ci si doveva porre limiti. Tra gli anni 60 e i 70 fu ritratto con ben tre diverse meravigliose Jaguar E-Type. Nell’ordine una roadster, una coupè e una coupè V12 (quest’ultima venduta ad un’asta nel 2015 per £ 43.000), poi la nota Lotus Europa gialla ma il suo parco auto prevedeva anche una Jaguar MK2 3.8 bianca che veniva usata come auto di rappresentanza quasi sempre condotta da un autista. Famosissima la serie di scatti eseguiti dal fotografo free-lance Bob Thomas che intercettò l’auto nei pressi di Old Trafford. Ne scaturì la richiesta di potere immortalare Best ed il resto degli occupanti, (appunto l’autista in livrea, la sua segretaria personale ed il suo business manager). Richiesta accolta favorevolmente da Georgie che si prestò a diverse pose con il suo team. Non male come parco auto per un giovanotto di Belfast che quando prese la patente acquistò una normalissima Austin 1100.

Impossibile però non citare l’operazione della Ford in occasione dei mondiali di Mexico 70 con la quale direi che chiuderemo idealmente il decennio dei sixties. L’azienda di Dagenham divenne un main sponsor, come si direbbe oggi, della spedizione messicana insieme ad altri, tra cui la Findus.
La Ford allestì 30 Cortina 1600 E (il top di gamma, la E stava per Executive) bianche, cerchi in lega Rostyle, fari di profondità, sospensioni ribassate di derivazione Lotus, sui parafanghi anteriori una decalcomania con le bandiere incrociate di Gran Bretagna e Messico, sulle porte il simbolo “Chosen for England”, con targhe che iniziavano con GWC (Great World Cup) e le diede in comodato d’uso per un anno ai 30 membri della spedizione.
Una volta terminati i mondiali essi potevano decidere di tenerle acquistandole ad un prezzo speciale. Furono davvero pochi coloro che accettarono l’offerta, tra questi Francis Lee che la acquistò per la moglie e Les Cocker, coach e trainer della Nazionale.
Lee dopo non molto tempo la rivendette perché trovava troppo vistose le decals presenti sui fianchi e a Manchester e dintorni si era diffusa la notizia che quell’auto fosse sua per cui, sovente, i fans del United quando la vedevano parcheggiata lasciavano traccia del loro passaggio sotto forma di righe sulla carrozzeria o scritte pro United e anti City.

Il giornalista James Ruppert ha svolto una folle quanto meticolosa ricerca riuscendo a ritrovarle tutte o almeno a conoscerne il destino e ha dato vita al piacevolissimo libro “World Cup Cortinas”.
di Gianluca Ottone

2 giugno 2025

BOBBY KEETCH. Un giocatore..d'arte

Chiariamoci subito, il motivo per cui vi propongo il profilo di Bobby Keetch non è certamente per il valore calcistico di Bobby nè per le sue vittorie e trofei nè per le sue imprese sul campo.
Il motivo è un altro, Bobby è stato uno dei calciatori che sono stati protagonisti della swinging London negli anni '60. Il grande merito di Keetch è stato quello di far salire la stima dei calciatori all'interno della società riscattandone la fama di atleti senza cervello

Nasce a Tottenham il 25/10/1941 e cresce nelle giovanili del West Ham per approdare nel 1959 a Craven Cottage dove esordisce nella massima serie nel 1961.
E' un giocatore rude come ce ne sono tanti nelle difese di ogni squadra tant'è che se andate a leggere i blog dei tifosi del Fulham è ancora ricordato dagli anziani più per le sue scarponerie che per le sue gesta. Quello che colpisce è il suo aspetto biondo ed elegante, profuma anche in campo dove gioca con catene e anelli d'oro che ciondolano mentre si muove ed arriva al Craven Cottage con una Rolls Royce scoperta e l'orologio d'oro nel panciotto. E' molto bravo però a fare spogliatoio, divertente e chiassoso sempre pronto ad una bevuta a fine gara coi compagni. Ma è fuori dal campo che da il meglio di se. Diventando un'icona culturale di quegli anni, amico degli artisti londinesi frequenta il pittore Pietro Annigoni visita mostre e gallerie. 

E' il primo giocatore di football che frequenta il jet-set londinese e parla con cognizione di causa di arte. Guida una Lotus Elan veste a Mayfair ha stile e fascino, parla di Bob Dylan e del perchè la Stax ha più anima che la Motown, della Pop Art. Gira per Buckingham Palace con gli amici e un pappagallo sulla spalla.
Capisce che il football è un business. Oltre a giocare a calcio si occupa del suo negozio di arte e antichità sapendo che i guadagni del calcio non saranno sufficenti per il resto della vita. Agli inizi dei '60 il Fulham è una squadra molto in voga che attira spettatori dal mondo del cinema e della moda tanto che Chamberlain dichiara "non so se ci sono più commedianti in campo o sugli spalti". Leggenda dice che il grande Haynes dopo una partita non può accedere alla sala massaggi perchè occupata da un levriero da corsa.
Grazie a personaggi come Keetch i calciatori cominciano a guadagnare le attenzioni della comunità. La vittoria nel mondiale del 1966 rende il calcio popolare anche agli strati più alti della società che lo avevano sempre guardato dall'alto al basso. Arrivano gli inviti alle feste importanti. Lady Hesketh una nobile di allora invita i suoi nuovi amici nella sua tenuta nel Northamptonshire per una partita che lei stessa arbitra.

Gli interessi verso i calciatori col passare del tempo cominciano a calare col finire delle carriere dei calciatori più carismatici. Ma Keetch continua ad essere popolare in società tanto che il libro "Bluff your way to social climbing" lo indica insieme a Best e Trevor Hockey, un mediano dello Sheffield Utd con una capigliatura alla Beatle, come socialmente adatti ad essere invitati alle feste. Fa coppia con Robert Fraser il più famose commerciante d'arte di Londra e nell'appartamento di Fraser incontra Paul McCartney, Mick Jagger e William Burroughs.
Nonostante la bella vita le prestazioni di Keetch sul campo sono sempre efficaci, ma la sua carriera al Fulham termina con l'arrivo di Vic Buckingam nel 1965.
Buckingam mal sopporta la personalità di Keetch e dopo un anno il Fulham lo molla dopo 120 presenze e 2 goal. Per Bobby è un colpo perchè considera Fulham la sua famiglia tanto che pensa di smettere, ma il QPR lo ingaggia a Novembre. Bobby diviene un eroe di Loftus Road fino al 1969 quando viene ceduto al Durban in Sud Africa.
E qui termina la carriere calcistica di Bobby Keetch.

Non è un bel periodo per smettere, la swinging london è finita e nel calcio al 'glamour' si è sostituita la rudezza delle squadre di Don Revie che isola i giocatori più fantasiosi. Keetch ha meno di 30 anni quando lascia il calcio per diventare un commerciante d'arte. Pochi lo ricordano. Tiene i contatti con i suoi vecchi amici del calcio come Venables e Best e nel 1996 lavora al lancio di un ristorante a tema calcistico chiamato Football Football. 
Keetch vede Venables 2 giorni dopo la sconfitta in semifinale in Euro 96 dell'Inghilterrra. Dopo poco Bobby ha un'emorragia celebrale e muore. Nel 1998 in un'intervista Best dichiara che l'ultima volta che ha pianto è stato per la morte dell'amico Bobby.
di Gian Paolo Manfredini

2 maggio 2025

IAN CALLAGHAN. Cally, l'idolo della Kop

Se entrate al The Albert, il pub adiacente Anfield e, sorseggiando una pinta, domandate a qualche tifoso un pò attempato chi è il giocatore più amato tra quelli che hanno vestito in passato la gloriosa maglia dei Reds non vi sentirete rispondere Kevin Keegan, o Kenny Dalglish o magari Alan Kennedy o John Barnes ma vi diranno un nome che i tifosi più giovani del Liverpool conosceranno meno o forse per niente: Ian Callaghan. Il motivo? Andiamo a scoprirlo...
Ian Robert nasce il 10 aprile del 1942 a Toxteth, un sobborgo di Liverpool ed entrò a 15 anni da apprendista nel club. Tifoso dei reds sin da piccolissimo (rifiutò anche un provino per i rivali dell'Everton perchè disse non si sarebbe sentito a suo agio) Ian aveva come idolo un attaccante che fece la storia del club negli anni 40 e 50, lo scozzese Bill Liddell. Il ragazzino si fece notare subito e debuttò il 16 aprile 1960, il Liverpool surclassò il Bristol Rovers per 4 a 0 e lui entrò in campo proprio al posto del suo idolo di bambino Liddell, che stava giocando la sua ultima stagione ad Anfield e che diede in seguito molti saggi consigli al giovane Ian. Quel giorno nuvoloso di metà aprile 1960 Callaghan fece un ottima gara ed uscì dal campo tra gli applausi, poi tornò nella squadra riserve, anche se per poco. Al tempo il club non navigava in buone acque.

Alla fine della stagione 1953-54 il Liverpool, giunto ultimo con appena 22 punti, era retrocesso in seconda divisione e ritorno' nella massima serie solo nella stagione 1961-62, con l'avvento in panchina di Bill Shankly. Callaghan quindi entrò nel Liverpool nel suo periodo più buio e vi rimase fedele per 18 anni (fino al 1978), partecipando all'evoluzione storica e ai grandi trionfi dei Reds, che dominarono la scena nazionale ed europea negli anni 70. Ala destra, titolare già nel 1961, fu uno degli artefici della promozione in first division del 1961, il suo primo goal con la maglia rossa lo realizzò il 4 novembre 61 contro il Preston North End al quale ne seguirono altri 68, per un totale di 69 reti nell'arco della sua lunga permanenza ad Anfield.
Il tutto al cospetto di ben 856 (!) partite di cui 640 di lega, che ancora oggi fanno detenere a Callaghan il record di presenze assoluto dei reds. Il palmares dell'idolo della Kop parla chiaro: 5 campionati inglesi (64-66-73-76-77), 2 Fa Cup ( 65-74), 6 Charity Shield (64-65-66-74-76-78), 2 coppe dei Campioni (77 e 78), 2 coppe Uefa (73 e 76), e 1 supercoppa Europea (77). Tutte da protagonista indiscusso. Inoltre campione del mondo con la nazionale inglese nel 1966, anche se da riserva con appena una presenza ( con la maglia numero sette ) nel match vinto sulla Francia 2 a 0 con due reti di Roger Hunt. Poi Alf Ramsey gli preferì un "certo" Alan Ball. Lui tornò in nazionale 11 anni e 49 giorni dopo quel giorno ( altro record ), quando il 7 settembre 1977 Ron Greenwood lo schierò per un match amichevole contro la Svizzera terminato 0 a 0. In tutto furono 4 le presenze con la maglia dei 3 leoni. Poche considerato il valore del giocatore. Nel 1974 venne nominato dalla stampa sportiva inglese giocatore dell'anno e divenne membro dell'impero Britannico, titolo conferitogli per i suoi servizi sportivi. "Cally" (così veniva chiamato affettuosamente da tutti) era un giocatore di estrema saggezza tattica, veloce nel dribbling e ottimo assist man e soprattutto un giocatore amato da tutti, mai sopra le righe, un vero gentleman considerato che in ben 856 matches disputati tra campionato, coppe nazionali ed europee non venne mai ammonito, neppure una volta. Emblematica una frase del leggendario Shankly su di lui:" Cosa penso di Ian Callaghan? Che è un grande uomo ed un ottimo giocatore e soprattutto che non è mai cambiato. Potreste picchettare la vostra vita su di lui". Ian anni dopo rivelò in un'intervista che Shankly non gli aveva mai dato consigli tattici prima di scendere in campo, tanta era la fiducia che il manager scozzese riponeva in lui. Questo era, è e sarà Ian Callaghan per i tifosi del Liverpool. E lui, che oggi ha 65 anni e che ha sempre tenuto un basso profilo dopo il suo ritiro, non ha mai smesso di tifare Liverpool. Basta recarsi ad Anfield quando giocano i Reds: Cally è lì, sempre presente, come quando era un ragazzino e sognava di diventare un idolo della Kop...
di Christian Cesarini, da "UK Football please"

11 aprile 2025

BACK TO THE "SIXTIES" - La memorabilia.."petrolifera".

Torno a scrivere di memorabilia (da buon collezionista quale sono è la mia grande passione) ed in questo caso di chicche che venivano distribuite soprattutto nei primi anni 70 da varie stazioni di servizio quali Esso, Texaco e Cleveland.
La Esso fu la più prolifica nel marchiare e distribuire prodotti legati al mondo del football probabilmente anche in funzione del fatto che nella prima metà degli anni 70 la compagnia petrolifera fu uno degli sponsors ufficiali della Football League; come non ricordare i cartelloni pubblicitari a bordo campo in tutti gli stadi con lo slogan “buy Esso, drive Esso, go Esso”.
Il primo grande successo fu la collezione di monete prodotte in occasione dei mondiali messicani del 1970. Ogni “coin” argentata riproduceva il ritratto di uno dei 22 nazionali inglesi selezionati per difendere il titolo di campioni del mondo e venivano omaggiati ogni 4 galloni di benzina acquistati. Una volta collezionate tutte le monete si poteva richiedere al benzinaio di fiducia l’espositore/contenitore che ospitava la collezione. Esso produse anche, per alcuni anni, dei dettagliati annuari che coprivano le prime tre divisioni della FL e la prima della Scottish FL ottenibili sempre tramite le stazioni di servizio. Visto il grande successo delle monete “messicane”, nel 1971 venne lanciata una raccolta degli stemmi delle principali squadre inglesi di ogni divisione, realizzate in metallo a colori. Anche qui al termine della collezione si otteneva il raccoglitore e resta probabilmente la più bella a livello estetico delle iniziative della Esso. 
Poi nel 1972 in occasione del centenario della FA Cup tornano le monete argentate, una per ogni squadra che avesse vinto almeno una volta la coppa più la medaglia dei vincitori dell’edizione del centenario ovvero il Leeds United. Su un lato era inciso lo stemma del club e sul retro i risultati delle finali vittoriose. Nuovamente ottenibile il contenitore/espositore e la distribuzione delle monete era sempre il solito ovvero 1 “coin” per 4 galloni di carburante o il corrispettivo in olio motore e potete immaginare come frotte di ragazzini indirizzassero il papà verso le stazioni Esso! 
Da ricordare anche gli “Squelchers”, bellissima serie di 16 libretti con foto a colori su vari argomenti che coprivano le 4 Home Countries, i vari ruoli (i grandi portieri, i grandi attaccanti etc.) e altri aspetti come i nicknames delle squadre. Il raccoglitore si apriva a fisarmonica e una volta chiuso risultava una splendida e pratica mini enciclopedia tascabile del beautiful game.
Non mancarono altre iniziative come i posters dei clubs ma concediamo spazio anche alla concorrenza. Anche la Texaco, sempre nello stesso periodo, entrò nel mondo del calcio sponsorizzando la “Texaco Cup” una sorta di torneo interbritannico che si svolgeva prima dell’inizio dei vari campionati che serviva sia come rodaggio per la nuova stagione sia come confronto “internazionale”. Il prodotto che riscosse maggiore successo della Texaco fu la guida alle 4 divisioni inglesi ed alla maggiore divisione scozzese; si trattava della collezione intitolata “Grandstand”
, magnifici volumi che per ogni club coprivano storia, stemma, piantina per raggiungere lo stadio, dati vari come l’albo d’oro e foto a colori del team. Anche la Texaco poi si distinse per la realizzazione di posters a colori ovviamente sempre ottenibili presso le stazioni di servizio. Concludiamo citando la Cleveland, compagnia petrolifera minore dell’epoca ora non più esistente, perché realizzò un superbo volume intitolato “Golden goals” con copertina rigida e pagine interne tutte a colori. Venivano esaminati i vari aspetti della stagione come la finale di FA Cup o il British Championship (oh, good old days…), ritratti dei protagonisti, il tutto corredato da illustrazioni, foto e figurine adesive; il risultato finale era eccezionale in quanto si otteneva un completissimo volume con splendide immagini a colori. I clienti venivano fidelizzati con la richiesta delle bustine con le figurine adesive che servivano per completare il volume. 
Sempre dalla Cleveland, nel 1971, giunse un pezzo assolutamente originale come la collezione dei mini busti dei migliori giocatori britannici, la selezione dei fuoriclasse che ebbero l’onore di esservi ritratti toccò a Joe Mercer l’indimenticato manager degli anni gloriosi del Manchester City e successivamente, nel 1974, “caretaker” manager della nazionale.
Personalmente posseggo diversi dei prodotti sopracitati come gli Squelchers, la serie di monete della FA Cup del 72, l’annuario Esso, un paio di volumi Grandstand e quello Golden Goals; tutti sono assolutamente splendidi dal punto di vista estetico, per le informazioni e per le immagini. Ora grazie a e-bay si possono trovare saltuariamente in vendita (mentre il sottoscritto penò non poco a reperirli qualche anno fa…) a prezzi accessibili tranne le collezioni di monete e stemmi che a volte raggiungono all’incirca i 30 pounds, mentre gli Squelchers (completi e con raccoglitore) restano piuttosto rari.
di Gianluca Ottone, da "UK Football please" (marzo 2006)

25 febbraio 2025

L'ALTRO GEORGE BEST.



Ogni appassionato di calcio inglese conosce George Best e chiunque si è avvicinato al mondo del calcio, anche marginalmente, ne ha sentito parlare almeno una volta. Fiumi di parole sono stati scritte sulla sua vita, sul suo modo di interpretare il gioco di calcio, sul suo essere star, sul suo rapporto alcool-donne, sul suo funerale. 
E’ stato fatto un film, inguardabile aggiungo io, qualcuno gli ha anche dedicato canzoni, e si vendono ancora t-shirt con il suo volto-icona. Io da amante del calcio britannico conoscevo Best anche se il massimo che avevo visto di lui in tv fino a qualche anno fa erano i suoi goal più famosi ed in particolare quello della finale della coppa dei campioni del 1968, ripetuto all’infinito, come se fosse stato il suo unico momento di gloria. Per molti, soprattutto giovanissimi, Best rappresenta la trasgressione, l’eroe dannato immerso in un mix di calcio, donne, soldi e alcool, l’esaltazione dello sballo, l’eccesso, il mito…
Per fare un paragone con la musica Best era il Jim Morrison del football. Tutto vero ma io volevo capirne di più e volevo una risposta esauriente alla mia domanda ricorrente: chi era in realtà George Best?

George Best nasce a Belfast, il 22 maggio del 1946. la sua è una famiglia modesta e numerosa, di quelle che sgobbano per tirare avanti, in un paese, l’Irlanda del Nord, a dir poco difficile. Il Belfast boy cresce in un quartiere povero, e coltiva la sua passione per il calcio. La madre di George, Anne, disse più tardi che assieme a George c’era sempre una palla. Intorno ai 15 anni la svolta: disputa una partita contro una squadra formata da ragazzi due anni più grandi. Segna due goal e fa ammattire il suo marcatore. A guardare il match c’è un osservatore del Manchester United, Bob Bishop, che annota il suo nome e spedisce un telegramma al grande Matt Busby, padre padrone dello United, sottolineando di aver trovato un genio. Convocato dai Red Devils George, in compagnia di un coetaneo che poi diventerà suo compagno di squadra, prende una nave e parte per Liverpool, poi con un treno raggiunge la stazione centrale di Manchester. Sale su un taxi e alla richiesta di George di essere portato all’Old Trafford l’autista risponde quale Old Trafford? A Manchester infatti ci sono due Old Trafford, quello famoso del calcio e quello meno famoso del cricket. Alla fine arriva in quello giusto ma l’impatto per lui è devastante, George è un ragazzino timido, ha nostalgia di casa, dopo un solo giorno nel nord dell’Inghilterra scappa e torna a Belfast. Ma i dirigenti dello United hanno intuito che sono di fronte ad un potenziale fenomeno, leggenda vuole che sia proprio il grande Matt Busby ad andare a Belfast a chiedere al ragazzo di riprovare. George, spinto anche dalla famiglia, si convince, torna a Manchester, e dopo due anni di 
“apprendistato” il diciassettenne venuto dal nulla ha la sua occasione, fa l’esordio in First Division contro il West Bromwich Albion, è il 14 settembre 1963 e nasce la stella immortale di George Best.
Io non mi sono soffermato sui suoi goal, sulle sue foto da copertina, sulle sue finte e i suoi dribbling, come la maggior parte dei tifosi di calcio fanno. Tramite internet e non solo mi sono documentato, ho analizzato filmati, sono andato a cercare decine e decine di siti in lingua inglese, letto libri, raccolto circa un migliaio di foto ed interviste rare. Ho cercato di comprendere l’uomo prima del calciatore, per capire cosa rappresentò l’essere Best per la sua generazione, la generazione per eccellenza, quella del rivoluzionario 68. Un uomo, Best, con un cognome da predestinato, divenuto eroe di un’epoca in cui tutto sembrava possibile, in una nazione, l’Inghilterra, che sul finire degli anni 60 è l’ombelico del mondo, fonte ed ispirazione di nuove tendenze in moltissimi campi, tra i quali la moda, la musica, la tecnologia e il football. George, senza ovviamente pianificarlo, diventa il re di un modo di essere anticonformista, capelli lunghi, sguardo fiero. Lo è anche il suo modo di giocare, che prima dei suoi atteggiamenti fuori dal campo, lo eleggono all’idolo indiscusso delle folle, il mattatore, il geniale intrattenitore del beautiful game. George in campo mette il cuore, la gente lo percepisce e incomincia ad amarlo alla follia. Non solo funambolici, ubriacanti dribbling e sublimi goal ma anche tanta generosità, tanta corsa, tanto sudore e mai il piede indietro nei tackle duri. E’ al tempo stesso primadonna e gregario, due giocatori in uno: la perfezione, il genio. Il tutto sotto l’aspetto di un ragazzo gracile, statura 1,72 ma forse proprio per questo leggiadro ed imprendibile nei suoi intuitivi spostamenti. A volte, mentre vola verso l’aria avversaria tiene stretto nel pugno il polsino della maglietta, le sue esultanze dopo un goal emozionano quanto il goal stesso, in un’epoca in cui dopo una rete si tornava a centrocampo dopo aver ricevuto una stretta di mano dal compagno di squadra. 
Non sono il successo, il denaro a motivare le scorribande di George in campo, lui gioca mettendo tutto se stesso in un’azione, in un tiro, in un bel cross per un compagno di squadra. Crea un modo di essere e i ragazzi lo eleggono a loro idolo. Io, per capire meglio il genio di Best, sono andato fino a Manchester. Ho passato ore ad osservare le sue foto private, le sue giocate meno conosciute, cercato di capire il suo modo di essere, letto nei dettagli i suoi libri, trovato aneddoti e per ultimo visto da vicino la sua maglia, i suoi scarpini, i suoi oggetti personali esposti nel maestoso museo situato all’interno del suo stadio, l’Old Trafford. 
George aveva molti soprannomi, era detto El beatle, Georgie, geordie, bestie, Belfast boy, the genius. Ho letto spesso, anche da penne di primo livello, che George era un grande calciatore ma poteva esserlo molto di più, che ha vinto trofei ma che poteva vincerne molti di più. Io, ma è solo una mia opinione personale, ho sempre digerito male queste considerazioni. George è stato un grande calciatore, punto. Non importa se è stato il più grande o poteva esserlo. Ha vinto campionati da indiscusso protagonista, classifiche cannonieri, una coppa campioni, un pallone d’oro partendo da un posto chiamato Cregagh Estate, Irlanda del Nord, dove sei fortunato se hai un lavoro per mangiare tutti i giorni. Era un ragazzo timido George, con la passione per il calcio, come ce ne sono migliaia in tutti i quartieri poveri del mondo. Lui aveva un dono e la vita, la sua stella, l’ha eletto a Dio delle folle calcistiche. Lui voleva correre dietro ad un pallone e così fece. Voleva far divertire, perché era consapevole di averlo quel dono e voleva condividerlo con chi aveva la sua stessa passione. Lo fece e se leggete le sue interviste sorvolando le solite frasi ad effetto che comunque a lui piaceva fare, capirete che George giocava per se stesso, per i suoi compagni, ma soprattutto per la gente, quella con la sua stessa passione. Era un ragazzo di una sensibilità enorme, spesso tormentato dai sensi di colpa nei confronti della sua famiglia dovuti alla sua enorme fama. Amava la sua gente ma ne era spaventato allo stesso tempo. Non è un caso il fatto che lui stesso ricordasse spesso nelle sue interviste il rumore della folla nel giorno del suo esordio. Si è goduto la vita George e non l’ha mai rinnegato. Ho letto mille volte che è stato travolto dalla sua stessa fama degna di una rockstar, che è stato il primo giocatore di calcio a diventare un’icona. Tutto vero, ma lui era George Best, era nato per diventare quello che è diventato e non si è sottratto al suo destino, nonostante a volte non capisse la morbosità generata dal suo personaggio. 
Ha vissuto da George Best mantenendo quel suo essere semplice nonostante i suoi molti eccessi. Al suo funerale c’erano 500mila persone e milioni di tifosi nel mondo hanno pianto la sua morte. Eppure non è di certo un uomo di quelli da prendere come un esempio, tutt’altro. Se la gente l’ha capito, spesso difeso, amato alla follia e tra questi ora c’è anche il sottoscritto, è semplicemente perchè la gente, quella con la passione pura per il calcio, quella che viene da dove veniva lui, capiva il suo eroe, nei suoi giorni di gloria ma soprattutto nei suoi momenti bui. Perché il calcio generato da Best era il calcio puro, ancora lontano anni luce dall’industria mediatica che è oggi. Se andate nei pub di Manchester e chiedete ai cinquantenni intenti a sorseggiare una pinta chi fosse George Best non ne troverete uno pronto a parlar male di quel ragazzo venuto dal nulla. Chi lo conosce superficialmente ripete come una moda le sue frasi celebri a base di donne, macchine e soldi. George se l’è goduta, eccome se l’è goduta la sua vita da George Best ma se andate a scavare in fondo al mito troverete un ragazzo timido che una volta divenuto il giocatore più famoso d’Inghilterra evitava di andare a trovare la sua famiglia, nonostante volesse, per non turbare la tranquilla vita dei suoi cari. Prima di morire la sua foto di un uomo con le ore contate, ridotto cosi a causa dell’alcool, ha fatto il giro del mondo. Non morite come me recitava lo slogan, la migliore delle pubblicità per la campagna anti alcolici. Fonti vicine a George, tra cui un compagno di squadra che gli ha parlato prima che lui, il grande intrattenitore entrasse in coma, raccontano che quella foto, quello slogan è stata in pratica un’estorsione. George non avrebbe detto non morite come me ma piuttosto rifarei tutto, me la sono goduta questa vita e rifarei tutto. La stampa ha glissato, preferendo la versione politically correct. Forse non sapremo mai la verità ma in fondo poco importa. 
Una delle sue ultime interviste è l’essenza del suo pensiero. Quel ragazzo dagli occhi azzurri nato nel 1946, figlio del boom demografico del dopo guerra, diceva che gli mancavano i giorni di gloria, come succede ad ogni ex calciatore. A chi gli ricordava che lui aveva fatto la storia dello sport più famoso del mondo lui rispondeva così: ”Boh, la storia... Io ho sempre giocato per piacere, per divertire me stesso e i miei fan". Quando ho iniziato io, l'Inghilterra era fantastica. Si cominciavano a portare i capelli lunghi, la musica era favolosa, la moda era meravigliosa e anche il calcio britannico non era male. Vincevamo le coppe europee e ogni anno una squadra diversa vinceva il campionato. Oggi invece ci sono solo Manchester United, Chelsea e Arsenal. Che noia...". Non si giocava con gli orecchini, i capelli colorati, i tatuaggi sui polpacci. Io, Di Stefano, Pelè, i miei amici dello United facevamo divertire la gente. Allora il calcio era divertimento... Penso che si dovrebbe sempre scendere in campo sorridendo ed è quello che facevo io. Oggi invece è tutto troppo maledettamente serio, perché ci sono troppi soldi, perché se perdi è la fine del mondo. E ti dico che se tornassi in campo oggi, rifarei tutto allo stesso modo, giocherei per far divertire il pubblico, e basta". 
Questo era l’altro George Best, un “ragazzo” che appena metteva piede in uno stadio, scaldava i cuori della gente.
di Christian Cesarini, da "UK Football please"

20 febbraio 2025

"SWINGING FOOTBALL. Storia, curiosità, aneddoti della Coppa Rimet 1966" di Christian Cesarini, 2017

Chi non ha mai sognato di avere una macchina del tempo? Da appassionati di calcio, vi siete mai chiesti in che evento, partita, epoca vi sareste catapultati? Che cosa avreste voluto vedere e vivere dal vivo? Chi segue la celebre serie tv inglese Doctor Who conoscerà il Tardis, una macchina con cui un signore del tempo chiamato il Dottore viaggia nello spazio attraverso un vortice temporale. 
Dove vi fareste portare dal Tardis esattamente? La nostra risposta è in questo libro: nei favolosi Sixties della swinging London e nel mondiale di calcio 1966! 
Racconterò in chiave prettamente inglese, narrando la parte sportiva delle sei partite giocate dai Three Lions dall'11 al 30 luglio 1966, passando anche e soprattutto per gli antefatti di quel mondiale e i tanti aneddoti e retroscena poco conosciuti al grande pubblico; cercheremo inoltre di approfondire e spiegare perché quello inglese fu il primo mondiale di calcio moderno, il capostipite delle manifestazioni che conosciamo oggi e che, ogni quattro anni, catalizzano e appassionano milioni di persone in tutto il mondo. A cinquant'anni di distanza da quell'evento, il mio vuole essere un omaggio all'unico mondiale di calcio vinto dagli 'inventori' del beautiful game: un riassunto evocativo di alcuni dei protagonisti, attraverso quel magico mese di luglio in cui l'Inghilterra e soprattutto Londra si elevarono, in ogni campo, a ombelico del mondo.
Ripubblicato nel 2020 con la casa editrice Kenness.
Swinging football. Storia e aneddoti della Coppa Rimet 1966

12 febbraio 2025

[BRIT MUSIC] "SANDIE SHAW. Puppet on a String" di Vincenzo Felici



Divenne famosa negli anni ’60 come la leggendaria “cantante scalza”.. Per lei gli anni ’70 si rivelarono piuttosto bui, ma fu capace di reinventarsi una carriera. Oggi è una psicologa e canta solo a tempo perso.. La cantante inglese Sandie Shaw era una star internazionale ed ora, a 77 anni si sta godendo una nuove fase della sua vita. Figlia unica, nacque a Dagenham, in Essex, il 6/2/1947. Questa città fu il quartier generale della famosa compagnia automobilistica “Ford” e praticamente tutti lavoravano per essa. Pure Sandie iniziò a a prendere occupazione lì, in veste di computerista, ma ben presto decise di provare a diventare una cantante affermata. Adam Faith, una star inglese, la notò quando era appena diciassettenne. La presentò al suo manager Eve Taylor e due settimane più tardi la Nostra sottoscrisse il suo primo contratto discografico. Ma prima cambiò il suo cognome, che originariamente era Goodrich, in Shaw, perché, dice lei, suona come “spiaggia sabbiosa”
Il secondo singolo di Sandy “There’s always something there to remind me“ raggiunse la vetta delle classifiche discografiche nell’autunno del 1964. Sandie registrò pezzi in Inghilterra, Francia, Spagna, Germania e Italia, esibendosi in concerto persino in Iran. Ma dopo pochi anni la sua carriera si avviò prematuramente sul “viale del tramonto”.. 
Il suo manager la costrinse a partecipare al “Festival Internazionale Della Canzone” del 1968 ed ella cantò il brano “Puppet on a string”. Pur odiando la sua propria canzone Sandie vinse..! 
 Fu la prima cantante britannica a trionfare in questa importanissima competizione canora ed il suo pezzo riscosse successo in ogni angolo del mondo. Nel 1970 toccò il punto più basso della sua carriera, ma si sposò, ebbe un figlio, successivamente divorziò e si mise a fare la cameriera tra i tavoli dei pub.. Nonostante tutto, la sua particolare carriera subì un’ennesima impennata negli anni ’80, quando si si sposò per la seconda volta con Nik Powell, importante manager della notissima casa discografica “Virgin”
Ricominciò a registrare canzoni con emergenti gruppi musicali, come i “The Smiths and Pretenders”. Diventò anche psicoterapeuta e infine, oggi, è proprietaria unica di tutti i suoi cataloghi discografichi, continuando a raccimolare soldi..
di Vincenzo Felici

4 febbraio 2025

"SHOTS AND KICKS" di Gianluca Ottone (Boogaloo), 2014

Una serie di aneddoti, storie, brevi racconti sul calcio inglese, non quello attuale della Premier League globalizzata ma quello del passato , esattamente degli anni ’60 e ’70, che portò tanti successi, dalla Coppa del Mondo del 1966 a una quantità di Coppe europee. In campo giocatori eccellenti che facevano parlare e discutere anche fuori dal rettangolo di gioco. Non troverete trattati sugli aspetti tecnici e tattici ma vicende sconosciute ai più, un viaggio a ritroso nel tempo quando il calcio era veramente “the people’s game”. Ogni capitolo rappresenta una tappa di un percorso. Dai treni speciali per i tifosi alle particolarità della stampa sportiva serale e dell’editoria calcistica. Dall’evoluzione delle divise da gioco alle figurine del tempo. Dall’organizzazione delle football gangs londinesi agli stadi non più esistenti. Dalle stranezze della Football Association per affrontare la spedizione dei mondiali messicani del 1970 a vari ritratti di personaggi a dir poco fuori dal comune. Leggerete della scarsa fortuna di Bobby Moore come imprenditore e di come andò a scontrarsi con la malavita dell’East End londinese. Scoprirete che nel Luton Town giocava un’ala talentuosa che però fuori dal campo ne combinava di tutti i colori tanto da fare sembrare George Best un angioletto. O di un italiano che giocò oltre Manica molto prima dei vari Vialli, Zola, Di Canio , addirittura al fianco di Charlton, Law e Best. Vi stupirete leggendo delle disavventure internazionali toccate a Moore e Keegan oppure dei molti calciatori che si cimentavano anche nel gioco del cricket. Un'epopea vintage, quando in Inghilterra gli allenatori erano al massimo scozzesi e i giocatori più esotici provenivano dal Galles e dall’Irlanda. Il tutto condito con stupende immagini provenienti dalla collezione privata dell’Autore. 
In poche parole…”when football was football and footballers were men”!!!

30 gennaio 2025

BERT TRAUTMANN. Ehi Fritz, vuoi una tazza di tè?

“Hello Fritz, fancy a cup of tea?”
Con questa frase, puntandogli un fucile contro, un soldato britannico, durante la seconda guerra mondiale, cattura un paracadutista della Luftwaffe: in quel momento ha inizio la leggenda di Bert Trautmann. Questa è la sua storia:
Carl Bernhard Trautmann nasce a Brema negli anni venti, periodo in cui la Germania conosce la miseria più nera, che prelude all’affermazione del nazismo; a soli 17 anni il ragazzo, già componente della gioventù hitleriana, si arruola come paracadutista nella Luftwaffe e partecipa alla seconda guerra mondiale. 
L’avventura militare del soldato Trautmann è tutto un programma: sopravvive, uno dei pochi, al bombardamento di Kleve, sopravvive all’esplosione ravvicinata di una bomba a mano, viene catturato nell’ordine da russi e partigiani francesi ed in entrambi casi scappa; viene catturato nel 1945 dai soldati americani e condannato alla fucilazione, riesce a scappare ancora una volta e dopo varie peripezie viene intercettato dai militari inglesi che lo rinchiudono nel campo di prigionia di Ashton nel Lancanshire. Qui a fine l’avventura del soldato Trautmann e comincia la leggenda del calciatore. 
Nel campo di Ashton, il prigioniero tedesco comincia a giocare nelle gare fra detenuti e si mette in luce come centrocampista, ruolo in cui giocava fin da piccolo; poi un giorno il caso volle che durante una gara venne a mancare il portiere e Bert occupò quel posto: da quel momento iniziò la carriera del primo e più grande portiere tedesco che abbia mai calcato i campi inglesi. Alla fine del conflitto mondiale Trautmann decide di rimanere in Inghilterra e comincia a giocare con il St. Helens Town e da qui viene notato dagli osservatori del Manchester City che gli offrono un contratto. Bert accetta, è il 1949, e nella città di Manchester si scatena un putiferio. Le ferite della seconda guerra mondiale sanguinano ancora e l’opinione pubblica inglese non vede di buon occhio un portiere tedesco per di più ex militare. Fu così organizzata una marcia di protesta per impedire che il Manchester City tesserasse Trautmann, vi parteciparono oltre 40.000 persone, ma fortunatamente i dirigenti dei blues tirarono dritto, e fecero bene: avevano trovato un magnifico portiere. 
Gli esordi di Bert con la maglia del City non furono facili, anche perchè doveva sostituire Frank Swift, amatissimo portiere blues dell’epoca; ma alla fine a forza di grandi prestazioni Trautmann convinse tutti e difese la porta del City dal 1949 al 1964, quindici anni di onorata carriera e 545 presenze tra campionato e coppe. Proprio una partita di coppa trasforma Trautmann in leggenda. 5 maggio 1956: a Wembley è in corso la finale della F.A. Cup fra Manchester City e Birmingham City, a 17 minuti dalla fine i mancuniani sono in vantaggio per 2 a 1 quando nella loro area di rigore entra la punta del Birmingham Peter Murphy e Trautmann esce dalla porta e si tuffa tra i suoi piedi; lo scontro è terribile, il portiere perde i sensi ma con il pallone tra le mani. Sgomento tra la folla, si pensa al peggio, ma Trautmann dopo alcuni minuti si riprende e decide di concludere la gara (all’epoca non esisteva il secondo portiere), compie due grandi salvataggi e continua a massaggiarsi il collo colpito nello scontro. Alla fine il Manchester City vince la coppa battendo il Birmingham 3 a 1; nel dopo gara Bert non si sente troppo bene, i medici dispongono degli accertamenti e ci si accorge che la seconda delle 5 vertebre fratturate si è spezzata in due, il portiere era rimasto vivo per puro miracolo (una cosa non nuova nella sua avventurosa vita), insomma aveva terminato la finale di coppa con il collo rotto.
Questo motivo, unito alla vittoria di coppa e alla lunga militanza nella squadra dei blues gli ha conferito tra i tifosi del Manchester City lo status di leggenda e fino a qualche tempo fa nei dintorni del vecchio Maine Road era possibile acquistare una fanzine interamente a lui dedicata. Nel 1964 al suo testimonial game lo saluteranno oltre 60.000 tifosi. 

Oggi Bert ultraottantenne, dopo aver lavorato per la Federazione Tedesca come osservatore in Africa ed Asia, vive con la sua seconda moglie nel litorale spagnolo vicino Valencia e recentemente è stato insignito dalla Regina d’Inghilterra dell’Ordine dell’Impero Britannico, per aver contribuito con il suo esempio di uomo sportivo e coraggioso alla riconciliazione post-bellica anglo-tedesca. Oggi l’arzillo vecchietto che Bobby Charlton definì come il miglior portiere degli anni ’50, dice del mondo del calcio: “Non guardo programmi sportivi, trasmettono solo i gol, e nessun portiere fa bella figura se lo si guarda mentre gli segnano un goal. FANTASTICO BERT!!!!
di Charlie Del Buono, da "UK Football please"

12 dicembre 2024

JOHN WHITE ,IL FANTASMA DI WHITE HART LANE




























21 luglio 1964. Qualcuno, dalla finestra del Golf Club di Enfield, sta chiamando John White. Vuole semplicemente farlo rientrare in tempo prima che incominci a piovere. Il cielo non promette niente di buono, si è fatto scuro, ammorbando l’aria di una penombra vellutata. 
I tuoni rimbombano da un capo all’altro dell’appezzamento sportivo.
“John…, andiamo…!”
John sente, ma quelle nuvole nere non gli mettono apprensione. Pensa che sarà il solito temporale estivo, niente di più, dieci minuti di nubifragio e poi il sole farà di nuovo capolino fra le nubi facendo brillare come gemme le gocce sui fili d’erba di Crews Hill. Vuole completare il "putt". Si sistema meglio il "flat cap" di cotone sulla testa, assume la posizione corretta e imprime la giusta energia al “pudding”, la mazza leggera da “green”. La palla sfiora la buca, fermandosi beffarda sul bordo della stessa. John fa una smorfia di disappunto mentre intanto è iniziato a piovere forte. Agli infissi del circolo non c’è più nessuno e l’intensità del rovescio svela e risvela i contorni dell’edificio rendendolo indecifrabile abbaglio. John decide di deviare verso un boschetto limitrofo cercando rifugio sotto i rami di un faggio circondato dal bagliore livido dei lampi. Si rannicchia John, cerca di ripararsi. Quante volte suo nonno gli aveva detto di non mettersi mai sotto un albero quando incominciava una burrasca? Quante volte? E John aveva imparato, correndo a perdifiato verso il paese, correva sulle pietre umide, in mezzo all’erica e alla ginestra, dove si raccontava vivessero dei piccoli elfi che spiavano gli orchi senza occhi del sottosuolo. Stavolta non l’ha fatto e un po’ se ne rammarica. Lo coglie un presentimento che non finirà di percepire. La vita di John White finisce lì, la mattina del 21 luglio del 1964 a 27 anni, recisa, stroncata da un fulmine caduto a pochi metri di distanza. 

Non ci sarà bisogno di medium e sedute spiritiche, perchè John White era già un fantasma ancor ‘prima di morire. Lo chiamavano “Ghost”, già curioso, lo avevano battezzato così, lassù nel nord di Londra, ammaliati dalle sua velocità, arrivando al punto, (si enfatizzava nel crepuscolo delle tribune), da rendersi invisibile eppure in grado di materializzarsi nei pressi del compagno in difficoltà per ricevere il passaggio. Un precursore se vogliamo, un giocatore argenteo a livello mentale che elucubrava in termini di spazio ben prima di Johan Cruyff. La storia di John White incomincia a Musselbrugh, un pugno di casupole annerite che Edimburgo tenta di abbracciare ma ci rinuncia perché la campagna è abile a scongiurare il suburbio. Secondogenito di una famiglia operaia, John White a quindici anni diventa apprendista falegname e nel frattempo stravince le corse campestri locali fino al giorno in cui l’Alloa Athletic se ne interessa cercandolo per sottoporlo a un provino con il pallone. Il ragazzo è smilzo, una faccia da eterna matricola, una costellazione di lentiggini sotto i capelli biondi quasi platino. Lo prenderanno, si, John è preciso, ha inventiva e corre dannatamente svelto nonostante i terreni siano spesso saturi e le scarpe gli pesino come macigni. In breve indossa la maglia del Falkirk, finché nel 1959 viene acquistato dal Tottenham per 22mila sterline nonostante la titubanza del manager degli Spurs Bill Nicholson, non particolarmente impressionato dallo scozzesino.
“Troppo magro, troppo esile, non reggerà i ritmi e la fisicità del nostro campionato..”
A sfumare le perplessità di Nicholson ci penserà Dave Mackay, compagno di squadra del ragazzo in nazionale. In poco più di dodici mesi White passerà così dalla seconda divisione scozzese al massimo campionato inglese in uno dei club più prestigiosi. A Londra White trova un Tottenham reduce da un disastroso piazzamento dopo aver perso nel corso della stagione il tecnico Jimmy Anderson per problemi di salute. Lo aveva sostituito Nicholson che però non era immediatamente riuscito ad alzare il livello di gioco della squadra. Un inizio poco memorabile per colui che sarebbe diventato uno degli allenatori più longevi e vincenti nella storia degli Spurs. White parte interno sinistro di centrocampo, passando all’ala destra nella stagione della storica doppietta campionato-FA Cup. Quel Tottenham è la squadra di Dave Mackay, del capitano Danny Blanchflower, dell’ariete Bobby Smith e ovviamente di John “The Ghost” White, l’uomo-ovunque. 
Raggiungono la semifinale di Coppa dei Campioni contro il Benfica ma i lusitani con un pizzico di fortuna infrangono il sogno del Tottenham. Tuttavia 12 mesi dopo White e compagni diventano la prima squadra inglese a vincere in Europa travolgendo, il 15 maggio 1963, al De Kuip di Rotterdam, l’Atletico Madrid per 5-1 nella finale di Coppa delle Coppe. La rete del raddoppio la firma proprio White con un sinistro chirurgico che transita attraverso una selva di gambe e si insacca in rete.

Poi arriva quell’incidente assurdo, inconcepibile. A 27 anni lasciò una moglie – Sandra, figlia dell’allenatore in seconda del Tottenham Harry Evans, e due figli piccoli, Mandy e Rob. In realtà il numero corretto dei suoi bambini sarebbe tre ma dell’esistenza di Stephen Roughead-White, concepito durante il periodo in cui prestava servizio militare a Berwick nel KOSB (King's Own Scottish Borderers, divisione di fanteria dell’esercito britannico) si verrà a sapere solo quarant’anni dopo. C’è una foto di quella vicenda. Una fotografia in bianco e nero, incrinata, sbiadita, rimasta nascosta dentro un baule polveroso. Si vede una coppia innamorata. Lui è vestito elegantemente e avvolge un braccio protettivo intorno a lei che indossa un cappotto alla moda e una sciarpa che le copre i capelli ma non la bellezza. 
E' la storia tra Helen McLean, 19 anni di professione lavandaia per l’esercito, e John White all’epoca militare 23enne. Helen rimase incinta ma John, non si sa perché, incominciò a negare, smettendo di frequentarla. Tutto sarebbe rimasto sepolto se Robert White, il figlio avuto successivamente da John, non avesse scritto un libro sul padre intitolato “il fantasma di White Hart Lane” che, prove alla mano, ha costretto la madre di Stephen a confermare ciò che Rob e la famiglia sospettavano. Stephen, il figlio non riconosciuto di John, affermò che la rivelazione al pubblico fu un sollievo piuttosto che una sorpresa perché ormai, dopo un travaglio non da poco, era a conoscenza dell'identità del vero padre.

"Purtroppo non riesco a pensarlo come ad un uomo leale. Per essere un uomo devi essere responsabile delle tue azioni. Se non sei preparato a farlo, allora sei un vile.”
Rob incontrò Helen in Lamb's Laundrette, guarda caso nei pressi della Caserma di Berwick, per un appuntamento. Helen le disse che all'epoca dei fatti John aveva anche fissato una data di matrimonio ma improvvisamente, senza spiegazioni, non lo vide più.
"Piangevo ogni giorno. Mio padre martellò di pugni i cancelli della caserma, chiedendo di parlare con John, ma non lo hanno mai lasciato entrare. E quando nell'ottobre del 1959, John firmò per il Tottenham, lasciando l'esercito e trasferendosi a Londra tutto finì ma non mancarono strascichi e pettegolezzi”
Durante una partita scolastica Stephen viene avvicinato da un amico malizioso:
"Io lo so perché sei un buon calciatore, perché tuo padre era un calciatore.”
Ogni dubbio svanì quando a 16 anni Stephen fece una scoperta sbalorditiva mentre rovistava in un armadietto in soffitta. Trovò un certificato di nascita giallognolo, malconcio: il suo. 
Il nome del padre, scritto con inchiostro rosso, diceva John White.
"L'ho rimesso subito nella busta, l'ho chiusa di nuovo e non ho detto niente a nessuno".
Ma i ragazzi del pub che frequentava continuavano in velate battute per verificare se lui sapesse costringendolo ad andarsene fuori singhiozzando. Alla fine sua madre si convinse a confermare: "Stephen ascoltami, Davey (il marito di Helen) non è tuo padre.”
Stephen restò sereno, non alzò nemmeno gli occhi, le disse tranquillamente che già lo sapeva, e mentre lo diceva, per un attimo, nell’angolo più buio della casa prese forma un evanescente figura bianca.
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