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21 maggio 2026

1980/81. CHE ASTON VILLA..

Per chi come me ha iniziato ad appassionarsi al football britannico verso la seconda metà degli anni settanta, il titolo di League Champions conquistato dall' Aston Villa FC nella stagione 1980/81 rappresentò una splendida emozione, il cui ricordo e' tuttora piacevolmente vivo a distanza di molto tempo I ragazzi in "claret & blue" riportarono il bel trofeo della First Division al Villa Park dopo ben 71 anni dall'ultimo trionfo, anni nei quali il club era sceso fino alla Third Division soltanto nove anni prima .Ma ciò che ancor di più rese per me memorabile quella vittoria, arrivata al termine di un acceso testa a testa con l'Ipswich Town, fu il fatto inedito per allora di poter seguire quasi settimanalmente in tv le vicende di quell'appassionante stagione calcistica. Ciò fu possibile grazie ad una trasmissione ormai divenuta un "cult" leggendario tra gli appassionati: "Football Please" (ma guarda che combinazione...) trasmessa da Teleroma 56 ed ideata da Michele Plastino. Egli aveva acquisito dalla ITV, con grande lungimiranza, i diritti per l'Italia della First Division e commentava gli highlights lasciando in sottofondo l'inconfondibile voce di Brian Moore. Benché già tifosissimo dell'Arsenal, presi a cuore le vicende del Villa nella lotta al titolo, ed ancora oggi ricordo bene l'undici titolare(non erano infatti tempi di rose extra large e giocatori provenienti da ogni parte del globo...)autore di quella storica impresa. I goals del possente centravanti Peter Withe arrivato dopo la dolorosa dipartita dell' idolo Andy Gray, e del giovanissimo Gary Shaw, unico local-boy della squadra, furono decisivi (38 tra i due!) insieme al fatto che il manager Ron Saunders utilizzò soltanto 14 giocatori (di cui 7 sempre presenti !) nel corso delle 42 gare di campionato. Tra i pali stazionava l'esperto 'keeper Jimmy Rimmer, protetto dai rocciosi centrali ,entrambi scozzesi Alan Evans e Ken McNaught;ai lati difensivi Kenny Swain e Gary Williams; in mezzo al campo il capitano Dennis Mortimer ed il giovane talento ,con accanto due ali diversissime tra loro.Il guizzante e veloce Tony Morley, tipica wing inglese, ed il più arretrato Des Bremner, chiave di volta tattica dello schieramento di Saunders. Ne uscì una formazione votata, come nella migliore tradizione inglese ,al football più puramente offensivo,grazie alla fantasia di Cowans, alla incredibile velocità di Morley ed alla perfetta integrazione dei due stikers, così diversi per caratteristiche fisiche (Shaw era un brevilineo dalla tecnica sopraffina e dalla grande agilità nell'area piccola) ma splendidamente integrati a misura quali implacabili finalizzatori. Probabilmente l'Ipswich di quell'anno era forse più forte dei Villains di Saunders (non a caso Mariner e compagni vinsero la Coppa Uefa, oltre a disputare una semifinale di Fa Cup in quella stagione) come in effetti i tre scontri diretti dimostrarono in modo netto. Infatti, oltre ad uscire sconfitti dalle due gare di campionato, l'Aston Villa fu eliminato al primo ostacolo in Fa Cup dagli uomini del non ancora sir Bobby Robson. Ma furono proprio i tanti impegni a fiaccare l'Ipswich nel finale(con alla fine ben 66 gare ufficiali disputate nelle quattro competizioni!) ed infatti i tractor boys persero ben sette delle loro ultime dieci gare in campionato. 

A testimonianza della sorpresa che rappresentò quella squadra, che non era certo tra le favorite della vigilia, va notato che "Match of the Day" scelse di portare le sue telecamere alle gesta dell' Aston Villa soltanto ad ottobre inoltrato per la demolizione (4-0) del Sunderland al Villa Park. Nella corsa al titolo spiccano nella mia memoria anche un bellissimo 1-3 al Goodison Park siglato da Morley, Mortimer e Cowans ed un 3-0 al Middlesbrough verso fine aprile che rappresentò di fatto la vittoria che tagliò le gambe alle speranze nel Suffolk. L'ultima giornata del 2 maggio fu l'apoteosi: il Villa aveva quattro punti di vantaggio, ma l'Ipswich aveva una gara da recuperare dopo quel weekend. L'Arsenal era quanto di peggio potesse capitare al Villa per quell'ultima giornata e per giunta nella fossa di Highbury. Ma l'Ipswich non diede segnali di ripresa ed uscì sconfitto anche dal vecchio Ayresome Park di Middlesbrough:i ventimila che invasero l'intera clock end di Highbury esultarono anche se i loro beniamini cedettero 2-0 ai Gunners. L'Aston Villa era campione d'Inghilterra !!! La M1 sulla via del ritorno a Birmingham si colorò di celeste ed amaranto. La favola di quella squadra 27 tuttavia non si esaurì con quell'epilogo storico. Ve ne sarebbe stato un altro di li a dodici mesi , a Rotterdam....
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (marzo 2003)

3 gennaio 2026

"VILLANS YEARS" di Simone Galeotti (Urbone), 2015

"Quando nel 1981 l’Aston Villa guidato in panchina da Ron Saunders tornò a vincere il titolo dopo 71 anni di attesa, all’ombra della Council House impazzirono tutti. Un fulmine a ciel sereno che non si limitò a quella vittoria ma che incredibilmente brillò anche nella Coppa dei Campioni della stagione seguente, riuscendo nientemeno che a portarsi a casa, nel nord di Birmingham, il trofeo più ambito d’Europa.
Ma l’Aston Villa è anche molto altro. Un club antico e orgoglioso recante sul petto il leone rampante scozzese in segno di devozione alle origini dei suoi personaggi eccellenti. Uno su tutti: William McGregor, un commerciante di stoffe entrato nella dirigenza della società e che un giorno si svegliò con in testa un idea meravigliosa: Creare un torneo dove tutti avrebbero giocato contro tutti da affiancare alla già celebre FA Cup.
Prese carta e penna, scrisse a tutti i club più prestigiosi e nel 1888 il primo campionato ufficiale del calcio inglese ebbe forma compiuta. E poi ci fu anche qualcuno che rubò le coppe dei Villans, chi per fame, chi per beffa…”

11 settembre 2025

"E' ACCADUTO TUTTO UNA DOMENICA MATTINA" di Francesco Caremani

È accaduto tutto una domenica mattina. Di quelle domeniche un po’ stanche, nell’attesa di andare a pranzo dai nonni e pronto per tifare, nel primo pomeriggio, la squadra del paese dove allora abitavo.
All’epoca i canali televisivi erano pochi, Sky era ancora nelle stelle e il calcio era soprattutto “90° minuto” e la “Domenica Sprint”, per la “Domenica Sportiva” avrei dovuto attendere ancora qualche anno, la davano troppo tardi e il lunedì mattina c’era la scuola.
Non so quanti se lo ricordano, ma è stata Tele 37, emittente toscana, a dare le prime gare di calcio inglese, intorno alle 11.30-12 della domenica mattina. Quella domenica in particolare ero riuscito a sgattaiolare nella sala di mia madre, terreno protetto, dove c’era il televisore a colori grande. Mi sistemai e feci il classico giro con il telecomando.
Quando m’imbattei in una partita di calcio. Non ricordo chi giocava e nemmeno il risultato, ma restai colpito da alcune cose in particolare. Innanzi tutto il pallone completamente bianco, eccezionale. Poi le maglie della Umbro. Lo stadio. L’ululato dei tifosi a ogni azione d’attacco. Il gioco semplice ma continuamente aggressivo dei giocatori in campo.
Per certi versi fu un colpo di fulmine, quel pallone bianco diventò un totem, tanto che in palestra, a scuola, adoravo giocare con i palloni della pallavolo, bianchi, di cuoio, un po’ più leggeri, ma così inglesi, almeno nel mio immaginario.
Da allora il calcio inglese è rimasto un amore forte, a volte nascosto dentro di me, per quel modo di fare football e di viverlo, fors’anche con quell’atteggiamento ossequioso per chi il calcio lo ha inventato prima degli altri.
A maggior ragione, però, le sfide Italia-Inghilterra, un po’ come Italia-Germania, le sentivo particolarmente e battere una squadra inglese era per me motivo di grande vanto e orgoglio. Ricordo ancora la vittoria del Genoa di Bagnoli all’Anfield Road di Liverpool con doppietta di Aguilera, anche se quel Liverpool era decisamente più scarso di quello di oggi e di quello degli anni Ottanta.
Ma c’è stato un momento che non scorderò mai. Tifoso della Juventus, un tempo sfegatato, seguivo con grande emozione la cavalcata dei bianconeri nella Coppa dei Campioni 1982-83. C’era aria di vittoria finale, la sensazione che quella Juventus spettacolo potesse vincere una coppa, per i colori bianconeri, maledetta. Il sorteggio per i quarti di finale mise di fronte Platini & compagni ai campioni d’Europa in carica, l’Aston Villa.
Prima di allora non conoscevo Birmingham e non sapevo com’erano le maglie di quella squadra. Ricordo la sera dell’andata in Inghilterra, la partita doveva essere trasmessa da Tmc, ma nel ritardo dell’eurovisione il Tg1 dette in anteprima il vantaggio della Juve, colpo di tacco di Bettega, crosso di Cabrini, Rossi di testa gol. Erano i giocatori campioni del mondo, era l’Italia che batteva l’Inghilterra sul proprio terreno, incredibile.
Quella che ricordo è una delle più belle partite mai viste in televisione, alla fine vinsero i bianconeri per 2-1, con uno strepitoso gol di Boniek in classico contropiede, all’italiana. 
Nel ritorno il 3-1 della Juventus fu addirittura schiacciante. Ma da allora non ho mai dimenticato Gary Shaw, vincitore anche di un Bravo, il premio indetto dal “Guerin Sportivo” per il migliore Under 21 delle coppe europee. Nemmeno la maglia ho dimenticato e me la sono anche comprata, una Umbro, così come quella del Newcastle United, bellissima.
Se c’è una squadra che mi fa vibrare quando guardo il calcio inglese, da allora, è sempre l’Aston Villa e quello stadio catino di Birmingham del quale non ho mai ricordato il nome.
E i colori di quella maglia, celeste e granata, un’accoppiata che ancora mi affascina nel mio lavoro di giornalista, in particolar modo quando si tratta di magazine patinati.
Poi ci fu l’Heysel… Ma questa è un’altra storia, una storia che ho raccontato in un libro importante.
Francesco Caremani, da "UK Football please" (dicembre 2005)

4 agosto 2025

"OH AH PAUL McGRATH" di Charlie Del Buono

Ci sono vari tipi di calciatori: quelli che segnano valanghe di gol, quelli che costano paccate di soldi e spesso non li valgono, quelli a cui la vita ha dato tutto, felicità, fama, soddisfazioni e non ha chiesto nulla in cambio. Ci sono poi calciatori che non sono mai stati sulle prima pagine dei giornali, non hanno vinto palloni d’oro (magari perché giocano in difesa, e si sa che per molti pennivendoli sportivi se non segni sei trasparente), non hanno avuto storie d’amore con veline e vedettes, ma che tuttavia sono stati un esempio di lotta e sacrificio, facendo spesso diventare grandi squadre tutt’al più mediocri. Un esempio su tutti: Paul McGrath, la Perla Nera di Ichicore, venerato tutt’ora dai tifosi del Villa e dai seguaci della nazionale Irlandese, ricordato con affetto dai fans Man Utd, Derby County e Sheffield Utd. Paul il campione, l’uomo dai molteplici infortuni alle sue martoriate ginocchia, l’uomo con la schiena fragile e dispettosa, l’uomo con la faccia da pugile e il coraggio da leone; il coraggio di chi dalla vita spesso ha ricevuto schiaffi. Questa è la sua storia. Paul nasce a Ealing, sobborgo di Londra, nel 1959 da Betty McGrath, ragazza irlandese immigrata per lavoro, e da uno studente di medicina nigeriano che mollerà moglie e figlio subito dopo tornandosene in Nigeria. Betty quindi fa ritorno nella bigotta Eire degli anni sessanta con il piccolo Paul, ma non è ben voluta in quanto ragazza madre e per di più di un bambino di colore.
Presto iniziano le difficoltà economiche e la donna per lavorare è costretta a tornarsene in Inghilterra, lasciando il piccolo Paul in un orfanotrofio di Dun Laoghaire (sobborgo di Dublino).
Sotto la supervisione della direttrice dell’istituto orfanotrofio mrs. Donnelly, il piccolo Paul si avvicina al calcio, affascinato dalla mitica ala del Chelsea Charlie Cooke che sarà il suo idolo calcistico d’infanzia. Diventato troppo grande per l’orfanotrofio, Paul viene mandato in un istituto per ragazzi in difficoltà e vi rimane per qualche anno, continuando ad avere saltuarie visite dalla madre che in Inghilterra non se la passa troppo bene e che quindi non può riprenderselo con sé.
Il piccolo McGrath inizia a giocare a calcio prima con il Pearce Rovers e poi con il Dalkey Utd, povero in canna e con la madre lontana il ragazzo lavora inoltre prima come guardiano in un ospedale e poi come installatore di cancelli. Con il Dalkey Utd il ragazzo ha il suo primo serio infortunio che lo costringe in ospedale per qualche settimana e che gli causa una forte depressione, tale che i dottori rintracciano la madre, che decide di tornare in Irlanda e di riprendersi il ragazzo con sé. Paul inizia la sua carriera semipro con il St Patrich’s Athletic, e da lì viene notato dai talent scout del Man Utd. Dopo aver ricevuto l’offerta per un mese di prova, il ragazzo viene tesserato dai red devils e firma il suo primo contratto da professionista (200£ a settimana), sotto l’occhio amorevole del suo primo mentore Big Ron Atkinson. La vita cominciava a restituire a Paul quello che gli aveva tolto, ma non saranno tutte rose e fiori.
Il suo debutto in campionato è datato 13/11/82 contro gli Spurs, giocando da centrale difensivo con l’irlandese Kevin Moran. 
Nel 1985 vince la FA Cup, ma dall’anno seguente con l’avvento di Ferguson cominciano per Paul i problemi; lo Utd è rinomata come squadra di bevitori e il life style dei giocatori (soprattutto irlandesi) che vedono nella pinta di birra la meritata ricompensa alla fine di una giornata di duro lavoro, non è condivisa da Ferguson che accusa Paul e Norman Whiteside di tradire la sua fiducia. Complice un infortunio alle ginocchia Paul esce dalle grazie dell’allenatore, che spesso lo accusa di essere un ubriacone vagabondo, tutto ciò risulta comico considerando che Ferguson non è uno che pasteggia con l’acqua di Lourdes.
L’epilogo nel 1989: Ferguson propone a McGrath per la rescissione del contratto una buona uscita di 100.000£ e un testimonial match, Paul rifiuta; è guerra e alla fine il giocatore viene ceduto nell’agosto del 1989 all’Aston Villa per 450.000£. Tutti diedero del pazzo al Manager dei Villans Graham Taylor per aver speso tutti quei soldi per un giocatore con le ginocchia ballerine, ma da quella stagione per Paul inizia la vera gloria con il Villa e con la nazionale verde smeraldo.
Esordio da Villans il 19/08/89 a Nottingham contro il Forest: 1-1; nella difesa a tre del Villa Paul gioca alla grande vicino a Kent Nielsen e Derek Mountfield ed è subito secondo posto nella lega per i Claret & Blue subito dietro al grande Liverpool. Stagione successiva: Graham Taylor se ne va a far danno sulla panca della nazionale inglese e sulla panca del Villa arriva il ceko Venglos; sono dolori, la squadra si salva a stento ma Paul è uno dei migliori.
Stagione 91/92: sulla panca del Villa si siede Big Ron Atkinson e McGrath con il suo nuovo compagno Shaun Teale (tipo buffo che assomigliava a uno dei Monty Payton) fa scintille. Grande centrale difensivo, quando serve intelligente mediano, Paul gioca alla grande ed il Villa arriva secondo nel 92/93 dietro al Man Utd, e sempre contro i Red Devils di Cantona nel 1994 vince la Coppa di Lega per 3 a 1.
Nel 1995 ad allenare i Claret & Blue arriva la vecchia gloria Brian Little e la squadra si salva a malapena, ma l’anno successivo Paul fa da chioccia a due promettenti giovani Southgate ed Ehiogu ed è ancora Coppa di Lega, 3 a 1 al Leeds Utd.
Paul oltre ai problemi alle ginocchia accusa guai alla schiena, si allena solo in palestra ma il sabato è sempre in campo e se pur sofferente è sempre tra i migliori. La leggenda dice che è come una Rolls Royce che va usata con parsimonia, sta in garage tutta la settimana ed il sabato sfreccia in strada.
Dopo 315 gare in Claret & Blue il Villa lo cede non senza rimpianti al Derby County nell’ottobre del ’96 per 200.000£. Il nostro eroe contribuisce alla salvezza dei bianconeri e l’anno seguente chiude la carriera con lo Sheffield Utd, dove l’ennesimo infortunio e l’ennesima operazione lo fanno optare per l’abbandono del calcio giocato.
Fantastica fu la carriera di McGrath nella nazionale irlandese; sotto la guida di Jack Charlton, che lo utilizza come centrocampista difensivo, Paul partecipò ad Euro 88 in Germania e ai mondiali di Italia 90 e Usa 94. Euro 88 fu uno spasso: i verdi si tolsero lo sfizio di mandare a casa l’Inghilterra con le pive nel sacco (1 a 0 con gol di Ray Houghton).
Memorabile fu la campagna di Italia 90 dove i verdi furono battuti ai quarti di finale dall’Italia ma furono protagonisti di un buon debutto mondiale. Al ritorno a Dublino dopo la spedizione italiana c’erano migliaia di persone festanti ad accogliere la squadra all’aeroporto; quel giorno arrivava nella capitale in visita Nelson Mandela che stupito chiese il perché di tutta quella folla festante e soprattutto chiese come mai quella folla urlava una canzone a lui incomprensibile: “Oh Ah Paul McGrath”
Per chi scrive il top Paul lo diede a Usa 94 quando durante la gara inaugurale del girone i verdi batterono l’Italia di psycho Sacchi e il vecchio Paul bloccò l’allora più forte giocatore del mondo, Roberto Baggio. 1 a 0 per i verdi (Ray Houghton once again) con un tiro dalla distanza si realizza il sogno della folta comunità irlandese degli stati uniti.
Dopo il ritiro dell’allenatore Charlton il suo sostituto McCarthy decise di accantonare, non senza qualche colpo basso (leggetevi cosa dice al riguardo Roy Keane), il mitico Paul per favorire il ricambio generazionale. Peccato però che poi i verdi l’europeo del 96 e il mondiale del 98 lo videro in televisione. Chi conosce il mondo del calcio britannico sa quale sia l’amore ed il rispetto che i tifosi nutrono verso questo giocatore. Mi trovavo a Dublino qualche mese prima del suo addio al calcio, da giocarsi nella capitale tra la nazionale in verde ed una selezione di giocatori scelti da Jack Charlton, ed alcune persone mi dissero che da tempo era impossibile trovare un biglietto per la gara. L’Irlanda voleva tributare la giusta dose di affetto ad un figlio illustre rinnegato per stupidi motivi molti anni prima.
Oggi Paul è un signore di 47 anni, sposato in seconde nozze con Caroline, padre di 4 figli maschi (Cristopher, Mitchell, Jordan e Paul Jr.) che passa il suo tempo tra la famiglia e la scuola di calcio che ha creato con Frank Stapleton per dare una opportunità a tutti i piccoli potenziali McGrath irlandesi. In qualità di villans, sull’orlo di una crisi di nervi, mi auguro di vedere al più presto in claret & blue un nuovo Paul McGrath che magicamente scenda in campo al posto dello stordito Laursen e ci impedisca di fare le figure barbine che troppo spesso facciamo.
Un saluto a tutti gli estimatori del calcio che fu ed un saluto a questo campione, rassicurante come una pinta di Guinness, arguto come un elfo e combattivo come una canzone dei Pogues. Slainte Paul!
di Charlie Del Buono, da UK Football Please (dicembre 2004)

19 giugno 2025

"GERRY HITCHENS. PEL DI CAROTA" di Vincenzo Felici



Gerry Hitchens è uno dei primi giocatori britannici, insieme allo scozzese Denis Law, Joe Baker e Jimmy Greaves, a giocare in Italia.
Centravanti generoso e dalle indiscusse doti atletiche, in patria gioca con il Kidderminster Harriers, il Cardiff City, prima di trasferirsi all'Aston Villa, dove si pone all'attenzione generale. Sir Walter Winterbotton lo fa debuttare nella Nazionale maggiore nel 1961, in Inghilterra-Messico, finita 8-0 (Hitchens va a segno dopo due minuti). Un paio di settimane dopo si ripete segnando due goal a Roma contro l'Italia, il secondo dei quali con la complicità di un clamoroso errore del portiere azzurro Giuseppe Vavassori.

Quelle due segnature stuzzicano le squadre nostrane. È l'Inter a spuntarla. In neroazzurro gioca due stagioni, segnando complessivamente 20 goal. Nel Novembre 1962 si trasferisce al Torino (l'Inter lo scambia con Beniamino Di Giacomo) dove rimane fino al 1965, mettendo a segno complessivamente 37 reti in 113 partite. In seguito gioca nell'Atalanta dove segna 12 reti e nel Cagliari, segnandone 4, prima di far ritorno in patria. 
Con i rossoblu vive anche una esperienza nel Campionato Nordamericano organizzato dalla United Soccer Association e riconosciuto dalla FIFA, in cui i sardi giocano nelle vesti dei Chicago Mustangs, con cui ottiene il terzo posto nella Wester Division. A seguito delle incoraggianti prestazioni americane, il Club sardo decide di ingaggiarlo. Con 239 partite disputate e 73 reti è tuttora il calciatore inglese che ha totalizzato più presenze e reti in Serie A. Conta 7 presenze e 5 reti nella nazionale inglese, con la quale gioca il Mondiale del 1962 in Cile, segnando la rete del provvisorio pareggio nel quarto di finale perso col Brasile, per essere poi escluso dall'avvento in panchina di Alf Ramsey, deciso a non convocare giocatori militanti all'estero. Muore nel 1983 ad Hope, in Galles, stroncato da un infarto durante una partita di beneficienza.

Nel suo palmàres una Coppa del Galles (1955/56), una Coppa di Lega inglese (1960/61), una Football League (1959/60) e uno Scudetto con l'Inter (1962/63). La sua storia viene rivisitata egregiamente dal figlio Marcus e dal suo conterraneo Simon Goodyear nel libro "Centravanti Europeo. La storia di Gerry Hitchens" (176 pagine, anno 2014, Geo Edizioni), in cui è inclusa la prefazione di Gigi Riva. Ma anche il celebre mensile "Intrepido" gli dedica ampio spazio il 15 novembre 1962, raccogliendo il racconto delle sue esperienze in Nazionale. Vengono narrati gustosi aneddoti, tra cui la poderosa cinquina rifilata al Sudafrica, col portiere avversario Cliff Rudman, che onorato dalla sua bravura lo invita a cena. 
O la sua carriera militare, quando un Capitano dell'esercito inglese, furioso, lo mette in punizione per essersi divorato due goal nel corso di una partitella a ranghi misti. O la sua passione per la caccia, praticata soprattutto nel periodo di permanenza ai "Villans", quando porta alla moglie Meriel innumerevoli fagiani da cucinare per cena. 
E infine la sua esperienza in miniera accanto al padre, vissuta anche coi suoi compagni di squadra, curiosi di capire come ci si deve comportare a molti metri di profondità sotto terra. Nonostante la cronica avversione dei giocatori britannici alla Serie A (solo una trentina circa hanno giocato/giocano nel Bel Paese) "Pel di carota" (curioso soprannome affibbiatogli per il suo particolare colore di capelli) si immerge completamente nella nuova esperienza, per quasi un decennio. Costituisce una delle figure sportive dimenticate dal calcio inglese, sicuramente a torto.

Nasce l'8 ottobre 1934 nella città mineraria di Rawnsley, nello Staffordshire, iniziando tardi la carriera calcistica, a causa della incompetenza degli osservatori locali. Questo lo porta a intraprendere l'attività di minatore, giocando con la squadra dell'Higley Miners Welfare. Solo nel 1955, dopo una dura gavetta nelle serie inferiori, Hitchens viene apprezzato per le sue doti e si trasferisce ai "Bluebirds", segnando ben 57 reti in 108 partite ! Nel Dicembre del 1957 l'Aston Villa sborsa ben £22.500 per accaparrarselo e creare una splendida coppia d'attacco con Peter McParland, assieme a cui perfora ripetutamente moltitudini di portieri avversari: 96 goal in quattro anni.

Nel 1959 è persino fautore di una cinquina nell' 11-1 contro il povero Charlton Athletic e anche in Nazionale si comporta egregiamente, segnando il vantaggio dei bianchi sul Messico a soli novanta secondi dal suo esordio assoluto. Le sue prodezze, come accennato, ammaliano l'Inter, che lo acquista, assecondando il suo desiderio di sfidare nuove realtà calcistiche. Inoltre Hitchens è desideroso di provare la vita a diverse latitudini, compiere esperienze nuove. La società milanese viene subito ricompensata con una doppietta e prestazioni lusinghiere, nonostante il difficile ambientamento dello stesso giocatore, che trova nel rossonero Greaves un piacevole compagno di svago.
Le otto stagioni di Hitchens in Italia sono le più lunghe che un calciatore inglese abbia trascorso giocando all'estero e gli hanno conferito uno status iconico in Italia, dove ha realizzato totalmente 59 goal in 200 partite, ma paradossalmente lo hanno reso un uomo dimenticato nella sua terra natia..
di Vincenzo Felici

18 aprile 2025

UP the colors. "ASTON VILLA. UP THE VILLA!" di Gianfranco Giordano

L’Aston Villa venne fondato da membri della Aston Villa Wesleyan Chapel di Handsworth nel 1874, non ci sono certezze sulla data esatta, si parla di marzo o di ottobre ma alcune fonti citano un giorno preciso, il 21 novembre, nove giorni prima della nascita di Winston Churchill.

I fondatori, che si ritrovarono sotto un lampione a gas in Heathfield Road, erano giocatori di una squadra di cricket desiderosi di tenersi in allenamento durante i mesi invernali, dopo aver visto una partita di rugby decisero che lo sport praticato sotto le Association Rules era più consono ai loro gusti. Il nome è molto particolare, assolutamente unico nel panorama calcistico britannico, e fa riferimento alla zona di Aston, un’area nella parte settentrionale della città di Birmingham, mentre Villa deriva da un incrocio stradale denominato Villa Cross posto sulla Villa Road. L’Aston Villa giocò la prima partita nel marzo del 1875, avversario Aston Brook St.Mary's, una squadra di rugby della zona. Le due squadre decisero di giocare il primo tempo, terminato a reti bianche, secondo le Rugby Rules ed il secondo tempo secondo le Association Rules, la rete decisiva per i Villans venne segnata da Jack Hughes. 
La prima divisa era composta da una maglia con sottili righe orizzontali blu reale e rosso scarlatto, pantaloni bianchi e calzettoni blu reale. Nella stagione 1877/78 il Villa scende in campo con una divisa composta da maglia bianconera a sottili righe orizzontali, pantaloni bianchi e calzettoni neri. Il club nei primi anni ebbe l’influenza della numerosa comunità scozzese presente in città, in particolare William McGregor, arrivato al club nel 1877, grande organizzatore e uomo d’affari. Nella stagione 1878/79 il club comprò delle maglie nere a girocollo impreziosite da un grande leone rampante rosso, con i ripetuti lavaggi i leoni sbiadirono diventando di un colore rosa stinto quindi, per la stagione seguente, si decise di andare in Scozia e comprare tredici stemmi reali gialli con il leone rampante rosso, in modo di attaccare lo stemma sulle maglie per le partite e poi staccarlo prima di mandare le maglie in lavanderia. Le stagioni giocate con il leone sul petto non furono particolarmente fortunate per la squadra, così si decise di togliere lo stemma dalla maglia ed utilizzare il leone solo sulla carta intestata e su tutti gli oggetti del club. 
Negli anni tra 1880 ed il 1884 si alternarono diverse divise, amaranto con il leone rosso, biancoblù a righe orizzontali, nera ed anche una maglia divisa a metà in due tonalità di verde. Nella stagione 1884/85 e nella prima parte della stagione seguente, i Villans indossarono una curiosa maglia biancorossa “pezzata”, con pantaloni bianchi e calzettoni neri (purtroppo non ci sono fotografie della squadra con questa divisa), seguita poi da una classica maglia a strisce verticali bianconere con collo a camicia, il resto della divisa rimane invariato. L’8 novembre 1886, in vista della nuova stagione, il direttivo del club decise di ordinare delle nuove divise composte da maglia a sottili strisce verticali cioccolato e azzurro (al tempo il color cioccolato era abbastanza di moda nel calcio britannico) con collo a camicia, pantaloni bianchi e calzettoni cioccolato. L’incarico di cercare le nuove divise ad un prezzo ragionevole venne affidato a McGregor, con questa divisa il club vinse il suo primo trofeo, l’FA Cup. La stagione successiva arrivarono i definitivi colori amaranto e celeste, da quel momento non ci furono altri cambiamenti cromatici ma solo qualche aggiustamento stilistico, riguardo alla scelta dei colori amaranto e celeste ci sono due versioni. La nuova accoppiata cromatica sarebbe semplicemente un’evoluzione della divisa precedente, l’amaranto andava a sostituire il cioccolato in onore della Regina Vittoria che nel 1887 festeggiava i cinquantanni di regno, l’amaranto è il colore che rappresenta la monarchia britannica, il balcone di Buckingham Palace nelle occasioni ufficiali è sempre adornato con un drappo di questo colore. Un’altra versione parla di un omaggio alla Scozia, patria di molti giocatori del club. Si narra di una riunione tenutasi in un pub (e dove altrimenti?) in cui i giocatori decisero di adottare i colori di Hearts e Rangers che, insieme al leone rampante, avrebbero dovuto rappresentare il legame tra l’Aston Villa e la Scozia. La prima divisa con i nuovi colori, stagione 1887/88, era composta da una maglia a scacchi amaranto e celeste con collo a camicia in tinta, pantaloni bianchi e calzettoni amaranto. Con questa divisa l’Aston Villa partecipa alla prima edizione della Football League, il più antico campionato nazionale del mondo, nato grazie a William McGregor, il primo ad avere l’idea di mettere ordine nel caos dei campionati disputati a livello locale. Nelle stagioni 1890/91 e seguente la maglia è divisa a metà con collo a girocollo amaranto chiuso da bottoni, mentre nelle stagioni 1892/93 e seguente il collo è bicolore a camicia. In queste stagioni venne usata, sporadicamente, la maglia amaranto con le maniche celesti che divenne definitiva con l’inizio della stagione 1894/95. Era la famosa maglia di lana amaranto con collo a girocollo chiuso da laccetti con un vistoso bordo celeste, maniche celesti e polsi amaranto, i pantaloni sono bianchi ed i calzettoni amaranto con bordini celesti, sono anni d’oro per il Villa che comincia a diventare una leggenda ammirata in tutto il regno e questa maglia, disegnata da Ollie Whateley (giocatore del Villa e della Nazionale inglese), diventa una vera icona del calcio britannico e rimane praticamente invariata fino alla stagione 1922/23. Nel frattempo il club si spostò nell’Aston Lower Grounds, al tempo il miglior impianto sportivo della zona, nel 1897 e subito i tifosi ribattezzarono l’impianto Villa Park. Nei primi anni del secolo, indicativamente tra il 1900 ed il 1908, i Villans hanno indossato delle semplici maglie rosse di tessuto più leggero in giornate particolarmente calde. 
Nella stagione 1923/24 il collo, sempre a girocollo, riporta un doppio bordo celeste, anche i polsi che riportano un doppio bordo amaranto, i calzettoni diventano neri con bordini celeste ed amaranto, il collo è sempre chiuso dai laccetti che spesso vengono persi durante le partite o in lavanderia. Questa divisa viene usata, praticamente invariata, fino al 1944 anche se in alcune occasioni la squadra scende in campo con una versione precedente della maglia. Alla ripresa dei campionati nel 1946, l’Aston Villa si presenta nuovamente con il collo a girocollo con una sola striscia azzurra, questa maglia verrà usata per nove stagione e nel 1955/56 per l’ultima volta si torna alla maglia con collo con due righe azzurre. Nella stagione 1956/57 la maglia presenta un collo a V celeste con righine amaranto, sul petto lo stemma societario, che non lascerà più la divisa, mentre il materiale usato non è più la lana bensì il cotone. Dalla stagione successiva i calzettoni non saranno più neri e cambieranno spesso di colore alternando amaranto, celeste e bianco nel corso degli anni. Nella stagione 1963/64 il collo diventa a girocollo, pur mantenendo lo stesso stile, questa maglia rimane in voga fino al 1969 quando venne adottata una maglia completamente amaranto con un collo, di colore celeste come i polsini, assolutamente nuovo a camicia con un inserto a V nella parte anteriore, per la prima volta vengono indossati pantaloncini celesti. Questa divisa venne suggerita dal manager Tommy Docherty, la stagione successiva, con il cambio di manager, lo stile della maglia rimane invariato ma ritornano le maniche celesti ed i pantaloncini bianchi, questa maglia verrà usata fino al 1975. Nella stagione 1975/76 compare per la prima volta sulle maglia il logo dello sponsor tecnico, la britannica Umbro che mantenendo invariato il disegno della maglia propone un collo a camicia a righine celeste ed amaranto con polsi nello stesso stile. Questa è la maglia dell’ultimo successo in campionato, 1981/82, quando si chiude il rapporto di fornitura con la Umbro, ed è anche una delle ultime maglie “classiche” dei Villans. Nel 1981/82, la stagione del trionfo europeo a Rotterdam contro il Bayern, la francese Coq Sportif propone una maglia dal disegno diverso dal solito, collo a V celeste con righine amaranto, maniche celesti con righine amaranto sui polsi e fianchi della maglia di colore celeste. La stagione successiva compare sulle maglie il primo sponsor commerciale, la Davenports, fabbrica di birra di Birmingham che sponsorizzerà il club per una sola stagione. Notevole il servizio fotografico dell’epoca, con la venticinquenne maggiorata Erica Roe, divenuta famosa nel Regno Unito dopo uno spogliarello sul campo di Twickenham nel corso del test match di rugby Inghilterra-Australia del 2 gennaio 1982, in posa con la maglia del Villa insieme ai giocatori. Nelle stagioni 1983/84 e seguente la ditta francese propone una maglia completamente amaranto con collo a girocollo celeste con righine amaranto ed un importante inserto triangolare pure celeste, la maglia è completamente amaranto eccetto i fianchi celesti. Ormai sembra una gara tra i fornitori a snaturare una delle maglie più belle ed ammirate del calcio inglese, nelle stagioni 1985/86 e seguente maglia completamente amaranto con collo a V bianco e due strisce orizzontali celesti nella parte alta del petto, nella stagione seguente modello quasi uguale con le due strisce che proseguono sulle maniche. Arriva la danese Hummel che per due stagioni, 1987/88 e seguente, propone una maglia metà amaranto e metà a sottili strisce verticali celeste ed amaranto con collo a V bicolore, dopo questo scempio per la terza stagione viene adottata una maglia tradizionale. Dal 1990/91 al 1998/98 vengono adottate divise tutto sommato tradizionali ma con le maniche che diventano azzurre, eccezione per la stagioni 1993/94 e seguente quando la Asics presenta una maglia amaranto con sottili strisce verticali azzurre. Interessante la maglia 1992/93 che, per omaggiare il primo campionato della neonata Premier League, ripropone il collo a girocollo chiuso da laccetti in voga agli inizi del 900, lo sponsor tecnico, nuovamente la Umbro, vestiva anche il Napoli che usò la maglia del Villa come terza divisa, una sola volta, nella stagione successiva. Si arriva al nuovo millennio e le divise cambiano ormai ad ogni stagione, si ritorna ai colori classici amaranto e celeste ed al disegno storico, a parte un paio di stagioni tra cui la maglia a larghe strisce verticali del 1999/2000. Nel corso degli anni il Villa ha fatto tendenza e diversi club inglesi hanno deciso di vestirsi con questa maglia, i motivi sono diversi ma tra le altre indossano il claret and light blue Burnley, Crystal Palace, Scunthorpe United e West Ham United. Per gli Hammers si trattò di una scommessa vinta e non di emulazione.
La seconda maglia dell’Aston Villa è per tradizione bianca o celeste, solitamente con inserti amaranto e celeste o solamente amaranto. Nella stagione 1955/56 la seconda divisa era a strisce verticali amaranto e celesti, in questi anni è capitato che Aston Villa e Birmingham City si prestassero i rispettivi kit per usarli come divise alternative in FA Cup, secondo le regole dell’epoca quando due squadre avevano divise simili dovevano cambiare entrambe. Il Villa indossò la divisa blu del City nel febbraio del 1953 contro il Rotherham e nel 1957 contro il Burnley, in questo caso era la divisa rossa alternativa. Molto apprezzata la maglia celeste con strisce verticali sottili usata nella finale di FA Cup del 1957, vinta contro il Manchester United. Nella prima metà degli anni 70 venne sfoggiata una bella divisa composta da maglia gialla con bordi blu, pantaloncini blu e calzettoni gialli, in quel periodo questo completo era usato come divisa alternativa da molti club. Anche negli ultimi anni si è rimasti fedeli a questi colori con l’aggiunta del nero, nelle stagioni 1993/94 e seguente si è anche vista una maglia nera e verde a strisce verticali.

Nel secondo dopoguerra e fino agli anni 80, i portieri del Villa hanno sfoggiato delle bellissime maglie di colore verde brillante, molto british, per poi passare a divise di ogni colore come moda dei tempi moderni.
Il primo stemma a comparire sulle maglie dell’Aston Villa, 1878, è il leone rampante rosso della Scozia che scomparirà dopo quattro stagioni. Nella stagione 1886/87, viene cucito sulle camice lo stemma cittadino. Nella stagione 1956/57 compare, questa volta in maniera definitiva, un vero stemma sociale, si tratta del leone rampante rosso all’interno di uno scudo sotto il quale c’è il motto sociale, Prepared. Nella stagione 1969/70 il leone diventa celeste, ricamato sul petto della maglia a sovrastare le lettere AV. Nel 1973 arriva il logo forse più bello, che rimarrà in auge per ventanni, un cerchio celeste con un leone rampante amaranto racchiuso in un cerchio amaranto con la denominazione del club in lettere dorate. Nel 1992 viene proposto una scudo a strisce verticali amaranto e celesti con un leone rampante dorato e la scritta Prepared, nel 2007 lo scudo è celeste con bordo amaranto ed al centro un leone rampante dorato sulla scritta Prepared sormontato dall’acronimo AVFC ed una stella a ricorda la vittoria in Coppa Campioni, ultimo restiling all’inizio di questa stagione quando viene tolto il motto per ingrandire il leone.

Nel catalogo HW del Subbuteo l’Aston Villa compare con tre diverse numerazioni: numero 7, la divisa classica con maglia amaranto a maniche celesti con pantaloncini bianchi e calzettoni amaranto con bordo celeste; la numero 74 con il collo celeste triangolare in due versioni con maniche celesti, pantaloncini e calzettoni bianchi oppure con maglia amaranto con collo triangolare pantaloncini e calzettoni celesti; ultima la numero 333 con il vistoso collo a girocollo bicolore. Prima di chiudere giusto ricordare che l’Aston Villa è la squadra per cui tifa il Duca di Cambridge Principe William.
di Gianfranco Giordano, (thank you to https://www.kitclassics.co.uk)

31 marzo 2025

"VILLAMANIA" di Charlie Del Buono

Primavera del 1981: in una camera da letto, in un pomeriggio assolato, c’e un ragazzino bloccato sotto le coperte causa parotite. Quel ragazzino ancora non sa che di li a poco avrebbe visto qualcosa in tv che lo avrebbe condizionato per il resto della sua. Quel ragazzino ero io e stavo per vedere la mia prima gara di calcio inglese in tv. La partita si disputava tra 2 squadre dal nome buffo. Una squadra aveva un nome per me allora impronunciabile (avevo 9 anni) ed una maglia bianco-blu ed altro non era che l’IPSWICH TOWN, l’altra squadra aveva un nome piu’ facile da ricordare, un nome quasi italiano, si chiamava ASTON VILLA.
Fu amore a prima vista: per la sua maglia busto claret e maniche blue, per quel furetto biondo che faceva impazzire tutti gli avversari, Gary Shaw, e soprattutto fu amore a prima vista perche’ confronto all’altra squadra il Villa era piu’ debole ed ovviamente perse la partita. E’ singolare come una comune malattia possa generare una forma maniacale duratura, ben piu’ della malattia stessa. Tuttavia avevo scelto: sarei stato un Villans. Era una scelta mia, non condizionata ne da mio padre al quale il calcio inglese non interessava, ne da i miei amici i quali vedevano questa mia nuova mania con benevolo compatimento ed ironica comprensione. Sono passati oltre 40 anni da quel giorno e nelle mia vita sono cambiate tante cose; ho cambiato amicizie, ho finito la scuola e cambiato lavori , ho cambiato ragazze (non molte perche’ decisamente non ci so fare molto) ,ho incontrato persone meravigliose ed altre purtroppo le ho perse.
Sono diventato uomo e del ragazzino che ero sono rimaste poche cose: la mia incrollabile simpatia per gli sfigati (gli indiani, Sandokan che perdeva la sua Monpracem, Paperino e la bimba orfana di madre del film IL BUIO OLTRE LA SIEPE ) e la mia fede assoluta nel Villa. Come tutte le storie d’amore (e questa lo e’) all’inizio tra me ed il Villa fu subito passione e le soddisfazioni fioccavano: 1981 scudetto ,1982 coppa campioni , 1983 supercoppa europea. Periodo d’oro dove per seguire i miei eroi mi affidavo al fedele Guerin Sportivo e guardavo quel poco che passava in tv.
Il ricordo piu’ bello: 26 MAGGIO 1982, io che stringendo tra le mani un peluche guardo il Villa battere il Bayern del compagno Breitner (ma queste sottigliezze politiche le avrei capite solo piu’ tardi) per 1-0. Il Bayern nettamente favorito e molto piu’ forte dei miei eroi domina la gara, dopo pochi miniti il portiere del Villa RIMMER viene sostituito da un ragazzo appena 18enne Nigel Spink. Tra me e me penso “ e’ finita!”. Al contrario Spink para tutto ed al 69’ Morley se ne va sul fondo ,crossa, e Withe ( sgraziato come pochi ) fa carambolare la palla prima sul palo sinistro e poi in rete. E’ fatta: la coppa con le orecchie e’ dei miei eroi. 
Da allora come in tutte le love story ci sono stati alti (rari e sudati) e bassi (molto piu’ frequenti con una retrocessione nel 1986; che colpo al cuore quel titolo del Guerino VILLA DA RESTAURARE) e talvolta tacita sopportazione per quella squadra che io tanto amavo e amo e che vivacchiava all’ombra di Liverpool ed Everton prima e di Arsenal e Man Utd poi. 
Ma non fa nulla anche io in oltre 20 anni di militanza villans ho la mia galleria di eroi; non saranno i Rush, Dalglish, Lineker, Gascoigne, Cantona od Henry ma chi se ne frega basta che portino con onore ed orgoglio la casacca claret-blue e per me sono i piu’ forti. 
Cito in ordine sparso: il dream team dei primi anni 80 per intero poi Platt (orgoglio villans fine anni 80 inizio 90), Daley (imprendibile sulla fascia), McGrath, Townsend, Staunton, Houghton (VIVA L’IRLANDA!) , McInally (attaccante sgraziato e scarso rifilato al Bayern a peso d’oro) Saunders, Atkinson e Cascarino fino ai piu’ recenti Ian Taylor (10 anni di dighe a meta’ campo) Southgate, Ehiogu, Dublin, Stone etc. Ovviamente devo delle scuse nella mia vita a chi ha avuto la sfortuna di essere stato trascinato in questa mia follia, in primis a mio fratello (villans un po’ piu’ tiepido) e poi ai miei amici ed amiche che col tempo hanno imparato che se il sabato sera ho il muso lungo e se in alcuni occasioni me ne sto sopra al letto ad ascoltare i Calexico e’ perche’ la mia adorabile masnada di cialtroni ha rimediato l’ennesima figuraccia. 
di Charlie Del Buono, da "UK Football please"

11 febbraio 2025

FRANK BARSON. "The hard man of english football"

La storia del calcio è costellata di giocatori violenti, spesso al limite se non oltre il regolamento. Calciatori duri, difficili da superare fisicamente, sempre pronti a seguire le caviglie (e a volte a colpirle) del malcapitato avversario di turno. Il calcio inglese ed anglosassone in generale, specie in passato, è sempre stato caratterizzato da questa tipologia di personaggi, che amati o non, hanno spesso contribuito a fare le fortune o le sfortune di una squadra e dei rispettivi manager.
Di recente il Times, noto quotidiano londinese, ha stilato la classifica dei cinquanta giocatori più duri del football di sempre. Sorvolando sull'attendibilità della particolare graduatoria, guidata probabilmente a ragione dal “killer” di Diego Armando Maradona Andoni Goikoetxea e composta da molte nostre conoscenze italiane e d'oltremanica come Claudio Gentile, Romeo Benetti, Nobby Stiles, Stuart Pearce e Roy Keane andiamo a scoprire insieme un "hard man" inglese poco conosciuto ai nostri giorni, che tra il 1919 ed il 1928 fu considerato uno dei giocatori più fallosi, rissosi e difficili da superare di tutta la Football League.
Parliamo quindi di Frank Barson, nato nella zona di Sheffield, a Grimesthorpe, nel 1891. Dopo aver conciliato il lavoro di fabbro con i primi approcci al calcio nel football club amatoriale dello Sheffield Albion iniziò la sua carriera di “duro” del beautiful game nel 1911, quando firmò un contratto da professionista per il Barnsley, all'epoca club di seconda divisione. Non ci mise molto il ventenne Frank a far conoscere il suo temperamento: poco prima di disputare la sua prima gara ufficiale con i Tykes all'Oakwell, Barson venne squalificato per due mesi, per aver provocato una gigantesca rissa con alcuni giocatori del Birmingham City durante un'amichevole pre-season. Rientrato in squadra giocò per il Barnsley fino al 1919 (dal 1915, anno in cui tra l'altro Frank si sposò, al 1918 la grande guerra fermò tutte le attività sportive ufficiali) collezionando in totale 91 presenze senza reti. 
Fu ceduto all'Aston Villa per la cifra di £2.850, voluto a tutti i costi dal grande George Ramsey, intento a ricostruire il Villa dopo la prima guerra mondiale. Il suo ruolo di interditore a centrocampo, caratterizzato da entrate durissime, divenne così molto noto agli appassionati dell'epoca ma soprattutto ai malcapitati avversari in campo, che cominciarono a considerarlo come uno dei più difficili, agonisticamente parlando, giocatori di tutta la lega professionistica. 
Il suo esordio con l'Aston Villa avvenne nell'ottobre del 1919 in un match vinto 4 a 1 sul Middlesbrough. Il carattere instabile di Frank emerse tuttavia anche nei suoi tre anni con la maglia claret and blue: molti infatti furono i contrasti con la dirigenza del club di Birmingham che non gradiva il fatto che Barson, nonostante gli impegni contrattuali assunti con il club, si rifiutasse di trasferirsi nella grande città delle Midlands facendo continuamente la spola per gli allenamenti e le partite tra Birmingham e Sheffield, città dove Barson aveva mantenuto interessi economici e familiari. In conseguenza di questi “attriti logistici”, all'inizio della stagione calcistica 1920-21 la dirigenza dell'Aston Villa decise di sospenderlo per quattordici giorni, nella speranza di convincerlo a spostarsi in maniera permanente a Birmingham; ciò non avvenne e in questo periodo (il 15 marzo 1920) il ribelle Frank si guadagnò anche un cap (peraltro l'unica) nella nazionale inglese, esordendo in un match contro il Galles giocato ad Highbury e valido per l'Home Championship. Subito dopo, a fine aprile, vinse con i suoi compagni la Fa Cup del 1920, al quale è legata una delle più famose storie su Barson, che ci fanno capire chiaramente quale fosse il suo atteggiamento in campo. 
Poco prima di scendere sul terreno dello Stamford Bridge di Londra, scelto in quell'occasione per la finalissima, T.J. Howcroft, uno dei migliori e rispettati arbitri dell'epoca minacciò palesemente e pubblicamente Barson in un duro face to face negli spogliatoi del Villa, intimando al rissoso centrocampista che la partita doveva essere giocata lealmente e che al primo intervento sopra le righe la finale di Barson sarebbe finita all'istante. Per una volta Frank tenne a freno i tacchetti degli scarpini, il match fu gradevole, combattuto ma leale e l'Aston Villa, superando per 1 a 0 l'Huddersfield Town, si portò a casa l'ambito trofeo. La sua carriera all'Aston Villa, dopo un centinaio di presenze e 10 reti, era comunque giunta al capolinea e dopo l'ennesima violenta discussione con un compagno di squadra poco prima di un match di League la dirigenza decise di "liberarsi" di Barson, cedendolo nell'agosto del 1922 al Manchester United per £5.000.

Nel nord-ovest dell'Inghilterra Frank lasciò il segno, giocando fino al 1928 e collezionando 140 presenze e 4 goal, di cui uno proprio alla sua ex squadra, l'Aston Villa. Quando approdò all'Old Trafford lo United non navigava in buone acque ed era appena retrocesso in Second Division. Barson contribuì a far risalire il club di Manchester nella massima serie nel 1925 sciorinando in campo tutto il suo repertorio di centrocampista duro, falloso e mai domo. Nel libro "The Official Illustrated History of Manchester United" l'autore Alex Murphy descrisse Barson addirittura come un guerriero azteco, minaccioso nello sguardo e nei movimenti, capace di ispirare i propri compagni alla lotta su ogni pallone per raggiungere la promozione; mentre Garth Dykes, l'autore di "The United Alphabet"
, lo descrisse come il più controverso calciatore del suo tempo, un gigante insuperabile del centrocampo con l'unico difetto di non saper gestire le proprie forze ed il proprio impeto, alimentato dal desiderio di voler essere sempre il primo attore in una mischia. A conferma di tali descrizioni palese fu il suo comportamento il 27 marzo 1926, quando il Manchester United affrontò il Manchester City nell'attesissima semifinale di FA Cup di quell'anno. Durante il gioco Sam Cowan, leggendario centrocampista e capitano del City, perse conoscenza dopo uno scontro di gioco e fu costretto ad uscire dal campo. Il motivo della prematura esclusione di Cowan non fu subito chiaro e si pensò inizialmente ad un malore improvviso. Dopo le cure del caso la gara riprese ed il City si impose sullo United con un netto 3 a 0. Dopo il match fu avviata un'inchiesta sull'incidente accorso al capitano del City e fu stabilito, in base alla testimonianza dello stesso Cowan e di alcuni spettatori presenti che Barson colpì con un violento pugno l'avversario durante una fase di gioco, mettendolo praticamente ko. Frank fu immediatamente sospeso dalla
Football Association per otto settimane.
Anche la sua carriera allo United volgeva al termine e nel maggio del 1928 si definì così il suo passaggio a titolo gratuito al Watford, club all'epoca di Third Division South, nel quale Frank militò per una sola ma tormentata stagione. Anche qui, come in passato con le maglie di Barnsley, Aston Villa e Manchester United, Barson ricevette lunghe squalifiche per comportamenti eccessivi e risse e mantenne la sua fama di "hard man of english football" in molte occasioni in cui dovette lasciare il terreno di gioco anzitempo o per esser scortato a fine gara dai poliziotti con lo scopo di evitare linciaggi dei tifosi di turno. Dopo la breve esperienza al Vicarage Road (appena 10 presenze ed una rete) accettò il ruolo di giocatore allenatore all'Hartlepool United per terminare poi la sua lunga e rissosa carriera al Wigan Borough nella stagione 1930-31, cimentandosi poi fino al 1956 in vari ruoli tra cui allenatore dello Swansea Town. Morì 77enne il 13 settembre del 1968, a Birmingham. 
La sua ultima apparizione da calciatore avvenne con la maglia del Wigan Borough nel boxing day del 1930, contro l'Accrington Stanley. Fu un'uscita di scena degna del suo modo di interpretare il gioco del calcio: espulso nel finale di gara per gioco violento...
di Christian Cesarini, da "UK Football please"

23 dicembre 2024

SECOND CITY DERBY. Aston Villa-Birmingham City.






















Londra, Manchester, Glasgow, Liverpool queste sono, forse, le città principali dove vengono giocati i derby più affascinanti del Regno Unito. Sarebbe riduttivo pensare che, nel Regno Unito, ci sono solo determinati derby. Infatti ci sono varie città, contee e campagne in cui vengono giocati derby locali molto affascinanti. Certamente, un Arsenal – Tottenham ha sempre un altro sapore rispetto ad un Nottingham Forest – Notts County, oppure un Celtic – Rangers ha più importanza di un Cardiff – Swansea o ancora un Liverpool – Everton ha più risonanza di un BIRMINGHAM CITY – ASTON VILLA. Non è pura casualità che quest'ultimo sia stato scritto tutto in maiuscolo anzi è qui che vogliamo soffermarci.

Il titolo dell'articolo dice tutto, infatti molto spesso parlando con persone che non hanno molto intendimento del calcio d'oltremanica quando si parla di Derby anglosassoni i soliti citati sono quelli di Londra, Manchester, Glasgow o Liverpool. A Birmingham vi è una rivalità molto accesa che forse (secondo il modesto parere dello scrittore dell'articolo) meriterebbe di essere conosciuta più nel dettaglio in quanto se ne parla molto poco nonostante sia uno dei più infuocati.
Second City Derby, è questo il nome della rivalità tra il Birmingham e l'Aston Villa dove i due club del Midlands sono generalmente considerati come i rivali più feroci l'uni degli altri, anche se questo derby ha perso di valore tra il 1988 e il 2002, quando le due squadre erano in divisioni differenti. Durante quel periodo, la più grande rivalità locale del Villa era con il Coventry City, mentre i rivali principali locali dei Blues erano il Wolverhampton Wanderers ed il West Bromwich Albion.

I club si sono incontrati per la prima volta il 27 settembre 1879. La partita fu giocata su un campo al Muntz Street che fu per un po' di tempo il campo di gioco del Birmingham. Il match finì 1-0 per i Blues registrato. Il Villa vinse la prima partita tra i due club, nel secondo turno della Coppa d'Inghilterra a Wellington Road nel 1887, con quattro gol a zero, ed in campionato in Prima divisione nella stagione 1894-95 per 2-1.
Nel campionato 1925 al Villa Park fu giocata una partita che rimase nella storia di questo derby. La partita vedeva i padroni di casa in vantaggio 3-0 ma, a dieci minuti dalla fine, il Birmingham ha segnato tre reti, da lì si capì subito il valore di questa rivalità.
Lo scontro più significativo si ebbe in vista della finale di Coppa di Lega 1963, che si svolse poco dopo che l'Aston Villa aveva battuto il Birmingham City 4-0 in campionato. I Blues s'imposero con un 3-1 complessivo sulla doppia finale vincendo così la League Cup.
Durante la fine degli anni 70 e fino ai primi anni 80 sia Villa e Blues si è ritrovarono nella prima divisione ed entrambe le squadre ebbero alcuni successi memorabili in questa divisione. 

Nel 1980-81 il Villa vinse il titolo di Prima Divisione. I Blues vinse, poi, in un memorabile 3-0 al St Andrew dopo il trionfo Coppa dei Campioni Villa nel 1982. 
Entrambe le squadre hanno subito, poi, un incredibile declino. Il Birmingham ebbe l'onore di vincere per 3-0 una battaglia per non retrocedere al Villa Park nel marzo 1986, ma quella stagione i Blues retrocedettero comunque. Ma, comunque sia, Villa li avrebbe seguiti la stagione successiva successiva. 


























La promozione in Premier League del Birmingham nel 2002, vide i fans molto impazienti per i derby di campionato che non si verificavano da 15 anni. I Blues, quella stagione, vinsero entrambi i derby (3-0 e 2-0). In entrambe le partite vi furono errori dal portiere dell'Aston Villa Peter Enckelman, tra cui un gol segnato direttamente da una rimessa laterale di Olof Mellberg. In quella partita si verificarono numero episodi di violenza tra le due tifoserie. 
Nel marzo 2003, nel corso di un derby al Villa Park, due giocatori del Villa furono espulsi. Uno fu Dion Dublin che si trovò coinvolto in una rissa contro Robbie Savage del Birmingham, mentre l'altro fu Joey Guðjónsson per uno spericolato tackle su Matthew Upson.

La stagione 2003-04 di Premiership vide due partite con due pareggi, 0-0 e 2-2. Il pareggio per 2-2 ha visto Blues recuperare un due gol al 90° minuto da Stern John . Entrambi i match vennero giocati all'ora di pranzo al fine di evitare comportamenti di violenza tra i tifosi che avessero assunto molta quantità di alcool. Nella stagione successiva il Birmingham è tornato a vincere, con il 2-1 al Villa Park poco prima di Natale ed il 2-0 in casa a marzo. In quella occasione il portiere dell'Aston Villa, Thomas Sørensen, fu protagonista di due clamorosi errori in entrambe le partite, anche se i suoi errori non hanno direttamente influito sui rispettivi risultati in quanto l'Aston Villa non giocò alla grande quelle partite. 
Nella Stagione 2005-06 di Premiership, il Villa batté i Blues in Premiership, grazie ad un gol di Kevin Phillips. Questa è stata seguita da un'altra vittoria dell'Aston Villa il 16 aprile 2006, Domenica di Pasqua, dove il Villa vinse 3-1 grazie a due gol di Milan Baroš e una rovesciata da Gary Cahill. Il Birmingham retrocedette nel 2006, ma successivamente venne promosso nel 2007. Nel novembre 2007 fu ancora la volta dell'Aston Villa che vinse il suo terzo derby consecutivo con una vittoria per 2-1 al St. Andrews (stadio del Birmingham). Anche in quella occasione vi furono violenti scontri fuori dallo stadio e, dopo la partita, rimasero feriti più di venti agenti di polizia.




















Il derby del 20 aprile 2008, invece, si concluse con una vittoria di 5-1 per Aston Villa al Villa Park. L'Aston Villa ha continuato a dominare nei derby. Infatti, nella stagione 2009-10 di Premier League, il Villa vinse sia all'andata che al ritorno. Il primo match di quella stagione ha avuto luogo il 13 settembre 2009 al St Andrew, e si è concluso 1-0 per Aston Villa, con la rete di Agbonlahor al minuto 85. Stesso risultato nel ritorno dove il Villa s'impose per 1-0 al Villa Park grazie ad un rigore di James Milner nel minuto 82.
In quelle partite, dell'ottobre e dicembre 2010, al Villa Park (Premier League, 31 ottobre) e di Sant'Andrea (Coppa di Lega, 1° dicembre) vi furono gli ennesimi episodi di violenza tra i due gruppi di sostenitori. Quei giorni numerosi furono gli arresti. Nella prima partita, ci sono state scene di violenza al di fuori del Villa Park e vi fu una piccola quantità di arresti tra cui un gruppo di supporter del Birmingham City. 
Nel secondo incontro (dove la violenza toccò picchi di “ultra-violenza”) dopo che il Birmingham aveva battuto il Villa per 2 -1 in casa, molti sostenitori Blues invasero il campo al fine di affrontare i tifosi rivali dell'Aston Villa. Si videro seggiolini delle gradinate volare sul campo da una parte all'altra. Ci sono stati anche violenze prima e dopo la partita dove venne attaccato un pub di Birmingham da alcuni tifosi teppisti dell'Aston Villa, gli eventi sono stati descritti come una “zona di guerra” da un fan che era alla partita. Il Birmingham City venne successivamente multato di 40.000 sterline dalla Football Association per aver omesso il giusto controllo dei loro fan.

Leggendo l'articolo viene da pensare, chiaramente, che questa rivalità sia sul campo che fuori ha molto più il valore di una semplice partita ma, nonostante tutto, spesso non è uno dei derby più conosciuti o più seguiti poiché ci sono altre partite che hanno un “determinato” valore, anche, mediatico. 
Nel Regno Unito non si finisce mai di scoprire e le scoperte di carattere calcistico, non so voi, ma hanno sempre un qualcosa di STRAORDINARIO.
di Damiano Francesconi

31 ottobre 2024

"RON SAUNDERS. Hero and Villan" di Charlie Del Buono



Due sono le maniere per diventare un allenatore leggendario: o si costruiscono grandi squadre, mietendo successi a ripetizione, allenando club blasonati oppure si ottiene un risultato straordinario con un club storico ma in astinenza da trofei e poi all’apice del successo si saluta la compagnia abbandonando tutti.
Ron Saunders appartiene alla seconda categoria di trainers. Ron arriva dal Man City (dove non aveva lasciato tangibili tracce) nel 1974, prendendo il Villa in Second Division e questo è il suo score:

- Stagione ’74/’75: promozione dalla Second alla First Division e vittoria a sorpresa della Coppa di Lega (1-0 al Norwich, gol di Graydon).
- Stagione ‘75/’76: sedicesimo nella First Division
- Stagione ‘76/’77: quarto nella First Division, vittoria della Coppa di Lega al terzo replay contro l’Everton (3-2 gol di Nicholl e Little 2).
- Nelle stagioni ‘77/’78 e ‘78/’79 ottavo nella First Division
- Stagione ‘79/’80: settimo nella First
- Stagione ‘80/’81 Campione d’Inghilterra
- Stagione ‘81/’82: lascia la squadra nel febbraio ’82 per dissidi con l’insopportabile Doug Ellis.

Come si può ben notare l’importanza del lavoro di Saunders nella storia del Villa è fondamentale, perché nel giro di pochi anni ha riportato il team tra le prime otto squadre d’Inghilterra ed oltre alle due Coppe di Lega ha riconquistato il titolo dopo ben 71 anni. Già questo basterebbe per considerarlo, almeno nelle Midlands, una leggenda, ma il top lo raggiunge nell’anno 1982 quando in piena corsa per la Coppa dei Campioni molla tutto.
Il Gaucci made in UK, al secolo Doug Ellis, con le sue insopportabili ingerenze, aveva costretto quest’uomo tutto d’un pezzo a non terminare il magnifico progetto che stava costruendo.
Ci si chiede come sia stato possibile che Saunders con il suo carattere abbia allenato il Villa per sette stagioni di fila. E’ presto detto, nel regno incontrastato di Ellis al Villa Park, iniziato nel 1968 e tutt’ora in corso, c’è un meraviglioso gap che va dal ’75 all’81 quando il presidente era Sir William Dugdale, altro stile, altra signorilità. 
Al ritorno di “deadly” Doug nell’82 fu subito rottura e nell’anno seguente Saunders prende posto sulla panca degli odiati Brummies del City, e come nei romanzi d’appendice il giorno di S.Stefano dell’83 batte il Villa 3-0 in un derby testa-coda, dove la coda era il City sia chiaro!
Andiamo a scoprire qualcosa di più di questo burbero personaggio.
La stampa dell’epoca lo riteneva un tecnico scarso tatticamente, che preferiva il tipico gioco britannico tutto pressing e palla lunga, e non gli perdonava il suo scarso feeling con quei giocatori che la stampa stessa considerava stars del Villa anni ’70. Qualcosa di vero c’è, in effetti quando i giocatori più importanti del team prendevano il sopravvento li cedeva, comprando giocatori poco noti o da ricostruire; così facendo manteneva il controllo totale del team. Tra le sue vittime più note lo storico capitano del Villa anni ’70 Chris Nicholl, John Gidman ed il bomber Eddy Gray, allora stella assoluta a cui preferì prima Deehan e poi il bisonte Peter Withe.
Ron utilizzava giocatori di cui si fidava ciecamente e nell’anno del titolo in 42 gare fece ruotare solo 14 calciatori; e cito come in un magico rosario: Rimmer, Swain, Gibson, Evans (7 gol), McNaught, Mortimer (4 reti), Bremner (2 reti), Shaw (18 reti), Withe (20 reti), Cowans (5 reti), Morley (10 reti); a disposizione Deacy, Williams e Geddis (4 reti).
Per approfondire ulteriormente il personaggio Saunders sentiamo cosa dissero di lui un giornalista e un suo giocatore:
Ray Matts, corrispondente da Birmingham per l’Evening Mail: "Con me è sempre stato gentile, con i colleghi londinesi assolutamente no. Saunders li disprezzava perché riteneva fossero troppo dediti all’estetica del football trascurando tattica ed efficienza. All’epoca della vittoria in campionato il suo Villa era opposto all’ Ipswich di Brian Robson (molto più gentile e diplomatico con i giornalisti) che aveva tutti i favori della stampa in virtù di un gioco più bello da vedere, e di giocatori di classe tipo Muhren, Mariner, Wark e Brazil; a lui questa cosa assolutamente non andava giù. Spesso mi raccontava storie incredibili riguardo il suo lavoro al Villa Park; cominciava le sue storie con "non dovrei dirtelo ma…" e finendo poi, dopo avermi regalato qualche scoop con un “…ma tu potresti dire che…”  dicendomi in sostanza ciò che secondo lui era pubblicabile e ciò che non lo era. Tutto questo per proteggere i suoi ragazzi".

Gordon Cowans, storico centrocampista del Villa di quegli anni: "Ron soffriva il fatto che i media ignorassero il suo lavoro al Villa Park, non sopportava che lo tacciassero come un tecnico tatticamente scarso e quindi una volta, prima di una gara, si presentò nello spogliatoio con dei foglietti. In questi foglietti aveva appunti di tattica per tutti noi, e dopo averceli letti e pazientemente spiegati li stracciò, li buttò in un angolo e ci disse “Questa è spazzatura. Lavoriamo tutta la settimana su ciò che dobbiamo fare in campo, sui movimenti da fare e sugli accorgimenti da prendere quindi senza perdere altro tempo andate fuori, giocate e vincete perché potete farlo”".

Che altro aggiungere riguardo questo personaggio che sembrava uscito dal telefilm di George e Mildred, con un cappellino alla Andy Capp e con la tempra dura dell’uomo semplice e diretto? 
Allenatori così ne esistono sempre meno nel baraccone calcio odierno, per questo talvolta è impossibile resistere al lasciarsi andare ricordando the good old days.
di Charlie Del Buono, da UK Football please
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