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30 aprile 2026

CHELSEA. "BRIDGE OVER TROUBLED WATER" di Simone Galeotti


Donne, un affare di cuore. C’è chi afferma che ogni tanto gli zoccoli del cavallo di Re Carlo II riecheggiano solenni lungo King’s Road, la strada dell’elegante quartiere di Chelsea a cui lui ha dato il nome perché l’attraversava spedito per andare a raggiungere la sua amante in un rifugio segreto. Nel XVII secolo era solo una modesta strada di campagna con un piccolo villaggio di pescatori che nei secoli si è trasformato diventando il quartiere simbolo dell'aristocrazia londinese. Poco più di due chilometri che separano il massimo della raffinatezza, da lunghe teorie di case popolari. 
Per anni punto di riferimento di artisti, intellettuali e scrittori che trasformarono Chelsea in uno dei primi centri bohémienne europei. La lista dei residenti illustri è incredibilmente lunga e citare ogni singolo nome sarebbe follia, però senza dubbio vale la pena ricordare personaggi come Oscar Wilde, George e T.S. Eliot, Agatha Christie, Jonathan Swift e Mary Shelley. 

Qui, Mary Quant lanciò dal suo negozietto tutt'ora in loco la moda della minigonna. Qui, dove se volete iniziare una passeggiata vi conviene partire da Sloan Square e scivolare accompagnati in sincronica sequenza dalla cortina di palazzi in mattoni rossi e stucco bianco fra boutique, caffè, ristoranti e negozi di antiquariato. Alla fine, troverete il vecchio Bridge, che tanto vecchio non è più e nemmeno lo stesso di tanti anni fa. Oggi è uno stadio moderno, rivoluzionato, anche strutturalmente da quello degli anni Settanta territorio di caccia dei temibili “Headhunters” sgusciati fuori dal loro covo naturale di gradoni denominato “Shed”
Ovviamente non è nemmeno quello delle origini, quando rischiò addirittura di scomparire quando per poco l’impianto rischiò di finire alla Great Western Railway, la quale, necessitava di uno spazio per costruire un deposito da utilizzare come rimessa di carbone. 
Nel 1970, il Chelsea non aveva ancora vinto la FA Cup. Era diventato campione d’Inghilterra, è vero, sotto la guida di Ted Drake ma la coppa era sempre sfuggita come tre anni addietro, nel 1967 quando nella “Cockney Cup Final” il Tottenham si era imposto sui blues per 2-1. 
La finale del 1970 il Chelsea se l’era guadagnata proprio in casa degli Spurs, il 14 marzo, travolgendo per 5-1 il Watford con una doppietta di Peter Houseman, i centri di un purissimo “east enders" come David Webb, poi Peter Osgood e Ian Hutchinson. Quella era la squadra di Dave Sexton (nella foto sopra), il Chelsea di quel quasi commovente blu privo di strane marchette e orpelli vari recante solo il leone rampante del Conte di Cadogan, con le due stelline di contorno, il Chelsea dei primi "seventie's" da associare per mutualità e situazionismo a "Bridge over Troubled Water" di Simon & Garfunkel, il Chelsea fatto di capelli al vento, aria sbarazzina e qualche bagordo di troppo. 
Sexton nativo di Islington ed ex manager dell’Orient, figlio di un pugile e cresciuto secondo educazione gesuita era subentrato a Tommy Docherty all’inizio della stagione 1967/68 (dopo la breve parentesi di Ron Stuart) e si ritrovò fra le mani la patata bollente, vale a dire il George Best di Windsor, Peter Leslie Osgood: “The King of Stamford Bridge”. Un predestinato, visto che a 17 anni firmerà per la squadra giovanile del Chelsea e al suo debutto in Coppa di Lega, sarà subito decisivo realizzando una doppietta. Calciatore dalle basette inconfondibili, geniale e imprevedibile tanto in campo e nella vita quotidiana, quando per esempio pensò bene di fare scalpore infilandosi una t-shirt indossata all’epoca dalla star del cinema Raquel Welch con la scritta “I scored with Osgood”, a conferma che il buon vecchio “Wizard of Os” non ci sapeva fare solamente con il pallone.
Quello con il manager fu un rapporto complicato, ma è certo che non era l’unico problemino per Sexton che doveva tenere a bada anche gli amichetti di Ossie, gente come Alan Hudson e Charlie Cook, assoluti maestri del controllo della sfera, oltre a ragguardevoli scorribande notturne. Ma alla fine, bevute, donne e auto veloci non riuscirono a rovinare del tutto lo stile di gioco di quella squadra, talvolta indolente, anzi l'odore caprino in qualche modo aiuterà le manovre offensive. A difendere le “capienti” porte di Stamford Bridge, c’era Peter “The Cat” Bonetti, vent’anni al servizio alla causa con 729 presenze totali. Approdò ai blues nel 1958 dopo che la madre inviò una lettera alla dirigenza del club chiedendo di valutare attentamente le qualità del proprio figlio e di concedergli almeno una chance. Di lui disse una volta Pelè: “I tre migliori portieri che abbia mai visto sono Gordon Banks, Lev Yaschin e Peter Bonetti”
Davanti la spina dorsale, formata dal difensore Ron "Chopper" Harris, uno rimasto sempre all'altezza del suo nome negli interventi con in mezzo al campo Terry Venebles e John Hollins a creare geometrie offensive per quelli là davanti. Ci sarebbe da aggiungere che l’avversario di quel Chelsea nella finale di FA Cup di quella stagione era il Leeds United di Don Revie, altro gruppo di raccomandabili elementi da Cayenna che in semifinale avevano avuto bisogno di tre partite per avere la meglio sul Manchester United. Per pura nota di cronaca nessuno dei due club aveva mai vinto il trofeo, il cui atto conclusivo a causa del mondiale messicano alle porte, la federazione decise di giocarlo in largo anticipo rispetto alle date classiche fissando l’appuntamento per l’11 aprile. Fatto sta che il dolce manto erboso sotto le due torri si presentò in pessime condizioni a causa della presenza fino a qualche giorno prima della Horse of the Year Show - noto anche come HOYS ossia la manifestazione culmine degli eventi equestri britannici che aveva reso il terreno una distesa sabbiosa, non certo usuale per l’evento più atteso della stagione calcistica inglese. "Jack" Charlton portò in vantaggio il Leeds con un colpo di testa, sul quale McCradie e Harris non riuscirono a intervenire sorpresi dal mancato rimbalzo della palla. Il pari del Chelsea avvenne in maniera altrettanto strampalata, allorché un tiro da fuori aerea di Houseman non venne trattenuto dal portiere Gary Sprake che si lasciò sfuggire la sfera per l’1-1. Finale incandescente con gli Yorkshiremen in vantaggio a sei dal termine grazie a Mick Jones, e definitivo pareggio di Hutchinson due minuti dopo. 
Un Wembley così disastrato non si era mai visto. Giocare la ripetizione poteva veramente creare grossi problemi, e così per la prima volta dal 1923 si decise che la finale di FA Cup si sarebbe dovuta disputare in uno stadio diverso. La scelta ricadde sull’Old Trafford di Manchester. E furono 26,49 i milioni di spettatori seduti davanti alla televisione il 29 aprile 1970 per assistere al replay tra Chelsea e Leeds, un risultato che ha fatto entrare l’evento nella top ten dei programmi più seguiti nella storia della BBC, dietro solamente alla finale di coppa del mondo del 1966. Ad arbitrare l’incontro, il quarantasettenne Eric Jennings da Stourbridge che anni dopo dichiarò che, se quella partita si fosse giocata in tempi più moderni non sarebbero bastati sei cartellini rossi e venti gialli per arginare "l'animus pugnandi" profuso dalle due formazioni. Di quell’incontro al di là delle scintille in campo, del calcione di Ron Harris all’ ala scozzese Eddie Gray, di un rapido scambio di pugni fra Norman Hunter e Ian Hutchinson, si ricorda la serata buia di Manchester e le calze gialle che il Chelsea decise di indossare in quell’occasione. Il club decise infatti di giocare la replica con i calzettoni gialli della divisa da trasferta. E, dato il prestigio dell'occasione, si decise anche che, per completare il look che sarebbe stato visto da milioni di spettatori televisivi in ​​diretta, i giocatori avrebbero indossato anche maglie con lo stemma giallo del club e pantaloncini con una striscia sempre gialla completata dai relativi numeri. Non è noto se l'ispirazione per queste modifiche relativamente piccole ma di grande importanza alla divisa del Chelsea sia venuta dall'interno del club o dal produttore di divise Umbro. Tuttavia, senz'altro è stata una scelta ispirata ed il risultato fu una delle divise più iconiche che la squadra abbia mai indossato.

Oh, attenzione i bianchi di Leeds andarono in vantaggio per primi con Mick Jones nel primo tempo ma a poco meno di dieci dal termine un cross di Cooke imbeccò la testa di Osgood che in tuffo pareggiò il risultato della gara. Tempi supplementari, quindi, dove spunterà il personaggio che non ti aspetti, quel David Webb che talvolta appariva per caratteristiche caratteriali elemento fuori luogo nello spogliatoio dei blues. A innescarlo una rimessa laterale di Hutchinson al minuto 104 che la “giraffa” John (Jack) Charlton prolungò maldestramente anticipando l’uscita di David Harvey con la palla che colpita in qualche maniera dall’accorrente Webb finirà in rete regalando così la prima coppa d’Inghilterra al Chelsea, alzata al cielo da capitan Harris nella gremitissima tribuna del Trafford. Mi fermo qui tuttavia a dirla tutta l’anno seguente la squadra di Dave Sexton conquisterà anche l’alloro europeo vincendo la Coppa delle Coppe ad Atene contro il Real Madrid che sicuramente non era più quello di Alfredo De Stefano e del Colonello Puskas in ogni caso restava pur sempre la squadra più importante del continente. Anche in quell’occasione ci vollero due partite, anche in quell’occasione gli avversari in campo erano in bianco, anche in quell’occasione segnerà Peter Osgood. Ma quella non era certo una novità...
Blue is the colour.

19 marzo 2026

[MISTER FOOTBALL] "PAT NEVIN. Non solo football" di Roberto Gotta

Pat Nevin, ex attaccante di Chelsea e nazionale scozzese (), noto per il suo interesse per arte, letteratura e musica, ha raccontato al
Daily Telegraph un curioso episodio del 1984, quando il Chelsea grazie ai suoi 14 gol e assist alla coppia di attaccanti Kerry Dixon e David Speedie ottenne la promozione nella massima serie. 

Eletto Player of the Year, Nevin per via del passaggio di categoria doveva ridiscutere il contratto con il presidente Ken Bates, uno dei grandi personaggi del calcio inglese degli anni Settanta-Ottanta-Novanta, presidente dell’Oldham Athletic e del Wigan Athletic prima di acquistare il Chelsea per… una sterlina (ma accollandosi i corposi debiti), poi proprietario del Partick Thistle e del Leeds United. 

«Ero un ragazzino magro magro al primo anno e Bates probabilmente non si aspettava minimamente che diventassi un giocatore e vincessi pure quel premio. Per lui erano guai, perché doveva farmi un nuovo contratto. Io però pensai anche di tornarmene all’università per prendere la laurea, e quando glielo dissi lui rispose ‘non lo farei, vero?’. 
Ci rivedemmo il giorno dopo e vidi che lui aveva alzato l’altezza della sua sedia e abbassato la mia, giochetto psicologico del cavolo. Gli diedi un foglio su cui avevo scritto la mia richiesta economica, lui lo prese, lo lesse, lo accartocciò e lo buttò via, poi si alzò, uscì sbattendo la porta e salì sulla sua Rolls-Royce senza dire una parola. Avevo 19 anni e stava cercando di spaventarmi, ma aveva commesso un errore: pensava che io fossi solo questo ragazzino dai modi gentili, istruito e abituato a usare parole plurisillabiche, ma dimenticava che io venivo da Easterhouse, Glasgow [zona dove si sopravviveva con astuzia e tenacia]. E allora, dato che la segretaria quel giorno non c’era, aprii tutti i cassetti, trovai i contratti degli altri giocatori e feci i conti dei più alti, dei più bassi e dunque della media. Tornai il giorno dopo e gli dissi ‘ho cambiato idea, questa è la cifra’. Lui la vide e disse ‘ma è più alta di quella di ieri! Nessuno prende quei soldi al Chelsea’. No, ribattei io, quella in realtà è la media. ‘E tu come fai a saperlo?’. Gli dissi che avevo aperto i cassetti e immaginai che stesse per esplodere… invece disse ‘ fantastico, ecco il contratto’».

22 dicembre 2025

"LONDRA, VIALLI e i miei 19 anni…" di Stefano Conca

Tra un mese saranno passati già tre anni dalla scomparsa di Gianluca Vialli, uno dei migliori centravanti italiani degli anni della mia infanzia e gioventù. Dotato di una classe straordinaria abbinata a una potenza e velocità di esecuzione unica, un Campione con la C maiuscola, capace, tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, di lasciare il segno sia in Serie B, con la Cremonese, che nella Serie A con i colori della Sampdoria prima e della Juventus dopo, nonché in Premier League con la maglia del Chelsea. Non voglio stilare qui un elenco dei suoi successi in ambito sportivo, da giocatore prima e da allenatore e dirigente sportivo negli anni seguenti. Esistono già tante pubblicazioni, libri, almanacchi e giornali d’epoca che ne parlano.

Mi piace ricordare Vialli con le stesse parole che trovai tre anni fa, a caldo, all’indomani della sua scomparsa. Si tratta di poche righe scritte di getto, appunti che sostanzialmente parlano più di me che di Vialli ma è giusto così. Ci sono momenti della nostra vita che ci rimangono impressi e che sembrano avere una loro colonna sonora, con attori e comparse e personaggi più o meno famosi che entrano ed escono di scena. Quante volte associamo un momento della nostra vita a un film visto al cinema, o a un concerto a cui siamo stati, o una partita di calcio a cui non abbiamo mai assistito?
Avevo voglia di scrivere due righe su Vialli, si tratta di un paio di esperienze personali che non hanno nulla a che vedere con il Vialli Uomo che ho sempre stimato e apprezzato. Sono profondamente dispiaciuto per la sua scomparsa anche se, inevitabilmente, quando sento parlare di Vialli non posso fare a meno di pensare a questi due momenti della mia vita.

Il primo è senza dubbio quando verso la fine degli anni ‘80 l’emittente televisiva TV Koper/Capodistria, appena entrata nell’orbita dalla Fininvest di Berlusconi, mandava in onda la trasmissione sportiva dedicata al calcio estero “Settimana Gol” condotta da un giovane Gianluca Vialli, allora attaccante della Sampdoria. Quelle prime immagini che arrivavano “gratis” in Italia da oltre manica con le reti di tutte le partite del massimo campionato inglese, della Bundesliga e della Liga spagnola erano un appuntamento fisso di ogni settimana. 
Era poesia allo stato puro. È da lì che ho iniziato ad apprezzare il football britannico in ogni sua forma: campi perfettamente verdi come Anfield Road o Highbury contro veri e propri pantani come Carrow Road, dove calciatori come Brian Mclair o Matthiew Le Tissier o David Platt sembravano comunque giocare sul velluto. Stadi sensazionali come Old Trafford e Villa Park e strutture vecchie e fatiscenti ma non prive di un certo fascino come il The Dell o Selhurst Park.

L’altro ricordo, forse quello che mi ha fatto persino odiare Vialli per un certo momento, è invece legato al periodo in cui ho vissuto a Londra nel 1996.
Mese di ottobre, intorno alle 11.00 del mattino o giù di lì, suonano al campanello, c’è qualcuno alla porta, “sarà il tipo che viene a riscuotere l’affitto della settimana” penso, e ancora mezzo addormentato mi giro dall’altra parte. “È sabato mattina, chi cazzo rompe i coglioni a quest’ora…?” domanda Antonio, uno dei miei tre co-inquilini, disoccupato.

“È per te Stefano!” mi dice Lorenzo, che nel frattempo è andato ad aprire. Così mi alzo e lentamente cerco di rimettere insieme i pezzi dopo una notte di bagordi. Si finiva di lavorare sempre tardi al ristorante in Piccadilly e finito il turno si andava sempre in cerca di qualche avventura che finiva sul bus notturno che ti riportava a King’s Cross.
Faccio per entrare in cucina e Lorenzo mi guarda con due occhi spalancati e uno sguardo che cerca di comunicarmi qualcosa. “C’è una ragazza!” mi dice pieno di eccitazione ma a bassa voce, al che Antonio si alza di scatto e cerca di arrivare prima di me alla porta ma prontamente lo fermo. “Sei tu Stefano? Mi chiamo Alessia, abito con la mia amica al terzo piano, mi hanno detto gli altri che sei appassionato di calcio inglese, io sono tifosissima di Gianluca Vialli, il Chelsea oggi gioca in casa, ti andrebbe di portarmi?”
Mi strofino bene gli occhi, è molto carina, la guardo come se non avessi mai visto una ragazza prima d’ora, soprattutto una che ti chiede di andare a vedere una partita (che in effetti…). Devo rispondere subito senza esitazione prima che cambi di idea. “Ma certo, faccio una doccia, mi preparo se vuoi mangiamo qualcosa prima”.

“È fatta!” dico tra me e me, ho un appuntamento, e che appuntamento, “adesso devo solo metterla dentro, come Vialli!” voi non ci crederete ma è veramente quello che ho pensato...

Mangiamo al Burger King, all’epoca ero abbastanza squattrinato (come ora del resto) quindi non è che potessi permettermi di portarla chissà dove per pranzo ma a questo lei non sembra farci caso e io inizio veramente a sentirmi come il protagonista della celebre canzone dei Pulp, Common People dall’album Different Class, uscita proprio l’anno prima e che le radio della capitale trasmettevano in continuazione.

Parliamo del più e del meno, del perché ci troviamo a Londra, di questa e altre storie. È una brava ragazza, proviene da Pisa ed è venuta fin quassù anche lei per cercare lavoro e cercare di imparare un po’ la lingua, come fanno quasi tutti negli anni ‘90. Prendiamo la metro e pensiamo che non sarà difficile trovare i biglietti per entrare, dopotutto è solo una sfida contro il Wimbledon (praticamente un derby!). Da come parla penso che non dev’essere male stare con lei, è carina e ha la passione del calcio. Inizio a farmi dei film in testa su me e lei che viviamo insieme da una vita, mettiamo su famiglia e cresciamo i figli a pane e football e al sabato andiamo a vedere la partita ma poi comincia a parlarmi di Vialli e allora ritorno coi piedi per terra così inizio a pensare che non dev’essere male neppure il Chelsea con Gullitt che gioca e allena, Vialli e Di Matteo appena arrivati dall’Italia e Mark Hughes in attacco, insomma una bella squadra.
Ci vogliono meno di trenta minuti per arrivare a Earl’s Court, Stamford Bridge è solo a pochi passi, il quartiere non è il massimo, sicuramente sarà stato meglio negli anni ‘70 quando nel pieno del suo splendore attirava artisti e musicisti di mezzo mondo. Nonostante l’Inghilterra abbia appena ospitato i campionati europei vinti dalla Germania, lo stadio è ancora tutto un cantiere, una tribuna centrale coperta e mastodontica se confrontata con tutto quello che la circonda. Una delle due End è stata appena abbattuta, l’altra è già stata ricostruita ed è ben riconoscibile ancora oggi. Ci sono macerie e ruspe ovunque, qualche gru e alcune impalcature. L‘altra tribuna laterale è vecchia e fatiscente e ha praticamente i servizi a cielo aperto e vi si accede da una scalinata malridotta. Inizio seriamente a pensare che non sarà facile trovare i biglietti per entrare vista la capienza limitata dello stadio a causa dei lavori. Ci precipitiamo subito alla biglietteria e in men che non si dica scopriamo che è tutto sold out. “Così non la conquisterò mai” penso e allora mi viene in mente che anche qui come in Italia deve esserci qualche bagarino che gira intorno allo stadio vendendo biglietti di contrabbando ma è anche pieno di poliziotti e servizio d’ordine che risulta impossibile anche solo pensare di entrare di “sgamo”. La situazione mi sta sfuggendo di mano, la vedo spazientita, cerco di tranquillizzarla ma sembra inutile. Lei inizia persino a sbraitare con quelli del servizio d’ordine dicendo che è venuta fin qui dall’Italia solo per vedere giocare Vialli e che non è giusto!

Ad un tratto si avvicina un gruppo di tifosi del Chelsea che intuiscono qualcosa e pare proprio che uno dei loro amici non sia potuto venire allo stadio e che quindi si ritrovano con un biglietto in più che stanno cercando di vendere. “Ma noi siamo in due” penso. Non faccio in tempo ad alzare lo sguardo che Alessia ha già cacciato fuori quaranta sterline e le caccia in mano all’inglese che le sgancia il biglietto. “Mi dispiace, ne avevano solo uno, mi aspetti qui? Ci vediamo dopo o te ne vuoi andare? Io entro che stanno per iniziare, ti ringrazio tantissimo per avermi portata, ti giuro mi dispiace!!!” mi abbraccia e mi molla un bacio sulla guancia che appena se ne va mi strofino via con la manica del giubbotto, non sputo per terra solo perché sono più educato di questi inglesi che nel frattempo pieni di birra come sono urinano dappertutto.

A questo punto non faccio che girare a vuoto intorno alle rovine di Stamford Bridge, cercando consolazione nel tentativo di captare quello che sta avvenendo all’interno grazie alle grida della folla eccitata. Mi domando se abbia un senso stare lì fuori ad aspettare al freddo per novanta minuti o se sia più dignitoso infilarmi in qualche pub e sbronzarmi. Fanculo al mio primo appuntamento a Londra e fanculo al Chelsea e fanculo pure a Gianluca Vialli.
Aspetto, i minuti passano e sento la folla gridare più volte in diverse occasioni però sento anche le urla provenire dalla parte della tribuna più piccola dove sono assiepati i tifosi dei Dons, mi dico che forse è la volta buona che il Chelsea le prende.

Quando mancano circa dieci minuti allo scadere alcuni steward si avvicinano ai cancelli e iniziano ad aprire per permettere alla folla di defluire. So già come si fa, anche a San Siro fanno così, faccio finta di niente ed entro, salgo i gradini facendo lo slalom tra le pozzanghere di piscio e per la prima volta metto il piede in un vero stadio inglese. L’atmosfera è incredibile, urlano tutti, insulti più che altro, di tanto in tanto si alza qualche coro ma non come negli stadi italiani, dalle curve, qui cantano tutti. Alzo lo sguardo al tabellone, con mia sorpresa il Chelsea sta perdendo 4-1 e il nome di Vialli non compare tra i marcatori. Sorrido, cerco di godermi gli ultimi minuti di partita tra uno spintone e un’altro quando all’improvviso all’ottantatreesimo minuto Vialli si procura un rigore che proprio lui va a calciare. Vialli calcia dal dischetto e il portiere del Wimbledon para ma la palla gli sfugge di mano e anche se in un secondo tempo riesce a bloccarla con entrambe le mani la palla ha già attraversato la linea di porta come pure tutte e due le braccia, il gol viene convalidato e leggo nel volto di Vialli un’espressione di sollievo. La partita finisce 2-4 e all’uscita dallo stadio mi faccio trovare nel punto in cui io e Alessia ci eravamo lasciati circa novanta minuti prima ma lei non c’è. Aspetto qualche minuto dopodiché mi infilo nella metropolitana immaginando lei che se ne va sulla macchina di Vialli… Per la cronaca il capitano del Wimbledon era un certo Winnie Jones, lo stesso che qualche anno prima aveva sollevato l’FA Cup a Wembley nella finale vinta contro il Liverpool. Ma quella della Crazy Gang è un’altra storia che merita di essere raccontata a parte.

Di quel pomeriggio non ricordo altro se non che quella fu la prima volta che misi piede in uno stadio inglese. Incontrai Alessia qualche tempo dopo, su un bus diretto a Kings Cross. Lei era con un’amica e in quella circostanza fui davvero fortunato perché quella sera un tizio grande e grosso aveva iniziato a seguirmi fuori da un locale e stavo iniziando a sentirmi parecchio a disagio. Appena messo piede su quel bus fui davvero sollevato nello scoprire che non ero più solo. Qualche giorno dopo lei tornò in Italia mentre io e i miei amici trovammo un affitto meno caro a South Bermondsey. Si, proprio dalle parti del Vecchio Den… 💙
di Stefano Conca

13 novembre 2025

"LA PRIMA VOLTA" di Stefano Faccendini

In seguito alla pubblicazione del libro “Sogni e realtà” sul calcio inglese e la FA Cup, mi sono trovato a rispondere a qualche domanda relativa a questa mia passione. Quando è iniziata, perché, a quante partite sono stato, quali squadre seguo. 
Le risposte non sono sempre agevoli come sembrano, un po’ perché non ho contato, un po’ perché le ignoro. Una cosa ricordo bene, la mia prima partita dal vivo. Era il dicembre 1989. Stavo passando un mese su questi lidi per imparare la lingua, visto che le poche ore di scuola non mi permettevano di arrivare al livello necessario per leggere Match e Shoot senza vocabolario accanto. Non ricordo bene come ma mi ritrovai in un paesino sulla costa, Lancing, non troppo lontano da Brighton. Fu all’arrivo lì, di notte, con l’ultimo treno, che feci conoscenza con l’apertura esterna delle porte descritta anche nel libro pubblicato qualche mese fa. Tre weekend, tre partite. Chelsea, Spurs, Arsenal. Tre nomi da brivido. Biglietti comprati al botteghino, entusiasmo alle stelle, quello di quando pensi di sognare ad occhi aperti.

La prima partita è a Stamford Bridge. Arrivo la mattina presto. Da Victoria Station me la faccio a piedi, sono quasi cinque Km ma voglio vedere tutto, in metro non vedrei nulla. Camminando in un negozio di libri usati vedo un Rothmans dell’anno prima in vendita per un paio di sterline. La reazione è quella da primo premio nella lotteria di capodanno. Passerò mesi a studiare nomi, soprannomi e record di ogni club delle prime quattro serie del calcio inglese. Fa un freddo cane, sono bardato come si deve ma nei pressi dello stadio vedo gente con la maglia a maniche corte del club e basta. Rimango affascinato. Il programma lo accarezzo come fosse la Sacra Sindone. L’odore degli hot dog cucinati con cipolle talmente grandi che pensavo fossero patate fritte mi riempie le narici e tutt’oggi, ogni volta che lo sento appropinquandomi nei pressi di uno stadio, vengo ricatapultato 30 indietro a quel pomeriggio.

Del Wimbledon non era molto che si parlava ma avevano vinto la FA Cup ai danni del Liverpool un anno prima. Nonostante questo tutti, ogni anno, si aspettavano, e si auguravano, che sparissero dalla First Division
. Erano sempre guardati e giudicati con sufficienza. Io feci lo stesso sbaglio quel due dicembre 89, soprattutto quando Kerry Dixon portò in vantaggio i padroni di casa dopo neanche un minuto. Il Chelsea aveva in squadra, oltre ad uno dei centravanti più in forma del momento, gente come Tony Dorigo, Micky Hazard, Graham Roberts e Ken Monkou. In porta avevano Dave Beasant, il grande ex della partita. Un minuto dopo Terry Gibson aveva ristabilito la parità. A fine primo tempo il risultato era 2-3 ma nella seconda parte non furono i giocatori di casa a farsi onore quanto piuttosto quelli in trasferta a divertirsi. Il punteggio finale fu di 2-5 con una doppietta ciascuno per Gibson e Dennis Wise, anche lui di lì a poco eroe dei Blues, più ciliegina dell’eterno vecchio Alan Cork.

Osservavo tutto, il settore ospiti composto da semplici gradoni scoperti, la famosa Shed, piena, dalla parte opposta. Il resto scarsamente popolato, non si arrivava a 20mila persone, ma mi sembrava il posto più bello del mondo, nonostante le macchine parcheggiate dentro lo stadio, dietro una delle due porte. Cercavo di afferrare i canti, di parlare con chi mi stava a portata di orecchio disperato di non fare la figura di un semplice curioso, magari non ero tifoso del Chelsea ma di sicuro già mi sentivo quasi un esperto di calcio inglese. Dopo 90 minuti.

Difficile descrivere il sentimento di silenziosa euforia, di appagamento, di soddisfazione in quel viaggio di ritorno verso Lancing, consapevole che in una settimana sarei tornato a vedere un’altra partita e che il mistero della maniglia esterna non mi avrebbe fatto più paura.

7 agosto 2025

"ENZO MARESCA. UNDERESTIMATED" di Vincenzo Felici

Nonostante si sia laureato Campione del Mondo solo pochi giorni fa col Chelsea, Enzo Maresca da Pontecagnano Faiano sembra continuare ad essere sottovalutato da alcuni addetti ai lavori.. 

Il motivo non si riesce esattamente a comprendere. Se è vero come è vero che nel calcio, alla fine dei giochi, contano solo i fatti, il 45enne allenatore campano ne ha molti da sbandierare. Nei trascorsi al Manchester City, al Leicester e ora alla guida dei “Blues”, i successi sono stati considerevoli. Il suo palmares parla da solo, sebbene la carriera in panchina non sia iniziata da molto tempo. A questo punto ci viene da pensare che l’ “invidia sia una brutta bestia” e che ottenere tanto in così poco tempo non sia da tutti.. Forse lo scetticismo è fondato su di uno stile di gioco giudicato spesso noioso e a tratti compassato. Di sicuro Enzo non proietta la sua squadra tutta in avanti scriteratiamente quando sta perdendo, nè tutta all’indietro quando sta vincendo, questo no. La sua ragionevole prudenza ha portato a prestazioni deludenti in alcune circostanze, anche quando i suoi erano favoriti, ma tutto sommato ci sta. Alcuni hanno rimproverato la squadra di non dare spettacolo e di non essere incisiva in zona goal: siamo sicuri che al netto dei risultati attuali sarebbero ancora di questa idea ? E pensare che la tattica di Maresca non è di certo obsoleta, ispirata piuttosto ai dettami di Pep Guardiola, con ricerca attenta della costruzione dal basso e della conquista del centrocampo: così viene controllato il ritmo del match e i rischi vengono ridimensionati. Pur trattandosi della prima esperienza in una big europea, il tecnico italiano ha imposto la sua personalità e la sua tattica prediligendo due schieramenti: il 4-3-3 ed il 4-2-3-1. In campo ha ottenuto stabilità, adattandosi duttilmente alle caratteristiche dell’avversario di turno e applicando questi due moduli, estremamente versatili,. Il centrocampo diviene il fulcro del gioco e prima o poi Palmer e Pedro, non essendo imbrigliati in stucchevoli schemi, la buttano dentro.. Il
“The Telegraph”, storico quotidiano britannico, dovrà rivedere il “Boring, Boring, Boring” con cui ha apostrofato il gioco del 45 enne italiano, che molto probabilmente, in base alle pedine a sua disposizione, non lo varierebbe mai. Era pessimista pure il “The Guardian”, rimproverando lo scarso dinamismo, ma “il vento sta cambiando”.. Lo schieramento attento, posizionato correttamente, ha preso il sopravvento sulla “carica alla baionetta” tanto amata a quelle latitudini. Quando l’anno scorso, esattamente di questi tempi, il Chelsea si preparava ad affrontare il Servette nei playoff di Conference League, i giornalisti chiesero a Maresca come diavolo facesse a gestire ben 42 giocatori. L’italiano rispose che ne stava gestendo solo la metà, affidandosi solo a chi gli stava dando maggiori garanzie, senza alcun rancore verso gli altri. L’onestà intellettuale di questo uomo, la sua schietta franchezza lo hanno ripagato completamente e di questo ne era sicuramente consapevole il suo illustre maestro spagnolo. Dopo aver letteralmente “stracciato” gli “ingiocabili” del Paris Saint Germain nella finale del New Jersey, la sincerità non gli ha fatto difetto. Il Tecnico si è detto orgoglioso del team inglese, capace di imbrigliare i fortissimi neocampioni d’Europa nei primi dieci minuti di gara, prendendogli subito le misure e rendendoli inevitabilmente nervosi. La sua sfrenata passione per gli scacchi trova applicazione anche in campo, dove crea spazi adeguati per i suoi ragazzi e rende congeniali i loro movimenti. Ne sanno qualcosa lo strepitoso Cole Palmer di cui sopra e Joao Pedro, che stanno rendendo a dovere e credono fermamente nei dettami della loro guida. I fan più esigenti dei “Pensioners” non credevano di doversi ricredere su Maresca dopo i suoi sei illustri predecessori nostrani ( Gianluca Vialli, Claudio Ranieri, Carlo Ancelotti, Roberto Di Matteo, Antonio Conte e Maurizio Sarri ), ma la sua professionalità, unita al lavoro sodo, gli hanno fatto cambiare opinione. Insomma, il ragazzo “è in gamba”. Nonostante gli inciampi di Parma e Ascoli si è completamente riabilitato, dimostrando una resilienza ed una duttilità tattica notevoli. Subentrare a Maurizio Pochettino sulla panchina di una formazione avvezza a cambiare spesso allenatore non è scontato. Se riflettiamo sull’arguzia con cui ha rivitalizzato i giovani della sua rosa e quello che ha ricavato dagli insegnamenti del suo mentore, Manuel Pellegrini, il “dado è tratto”. Il Presidente statunitense del Chelsea, Todd Bohely, ci ha “visto lungo”.. Ha abbracciato la “linea giovane” in tutto e per tutto, facendo crescere Maresca parallelamente ai suoi ragazzi, affamati di vittorie. Come sul muro dello spogliatoio del Leicester, anche su quello di “Stamford Bridge” Maresca ha fatto scrivere una celebre massima di Johan Cruijff:

«È statisticamente provato che nel corso di una partita la media di possesso palla di un giocatore sia di 3 minuti. Questo significa che a determinare il suo valore sia ciò che fa negli altri 87».

Come dargli torto, visti i risultati ottenuti ?! Siamo certi che Enzo continuerà a fare il gesto delle corna per molto tempo, direttamente da bordo campo stavolta..

21 maggio 2025

[FOOTBALL AID] FELICI ALLO STAMFORD BRIDGE

Ebbene sì, per un giorno sono stato “traditore“, “traditore“ dei colori che ogni giorno, dal 1977 mi fanno pulsare il cuore, un cuore bianconero, che tifa Juventus.


Ma “galeotta “ è stata la amata fanzine “UK Football, please“, la stessa che circa un anno fa mi ha accompagnato in treno fino a Roma, sede del raduno degli amanti del calcio anglosassone. Il viaggio da Ancona, la mia città, non è molto lungo, per ingannare il tempo mi sono dilettato a leggere gli articoli di amici che parlavano di esperienze vissute “made in Britain“.. Devo ammetterlo, quella mattina il racconto più interessante era stato quello di Roberto Gotta, che come tutti saprete, è una delle penne forti del “Guerin Sportivo“. Già il titolo era premonitore: “Da una vita“….
Chi di voi, compreso me e Roberto, non ha avuto, almeno una volta nella propria vita, il desiderio di calcare i manti erbosi di un campo di calcio famoso e sognare di essere un calciatore miliardario, sì, come quelli che vediamo ogni giorno in tv ??!! 
Roberto ce l’ha fatta, vestendo per un giorno la maglia del Fulham e provando una sensazione unica, irripetibile. “Football Aid“ gli ha permesso tutto questo, un’Associazione creata da Simon Craig, colpito dalla sfortuna di avere un figlio gravemente diabetico, ha creato una società che raccoglie offerte da tutto il mondo e in cambio permette ai donatori di giocare una partita di calcio ufficiale negli stadi più noti del Regno Unito. E’ possibile giocare per il tempo desiderato in impianti più o meno famosi, con tanto di arbitri, cameramen, fotografi, pubblico, celebrità calcistiche e contemporaneamente donare una quota in sterline che andrà ad aiutare tutti i bimbi affetti da questa patologia. 

Quale migliore occasione quindi, anche se onerosa, per realizzare uno dei sogni più sognati della mia vita e nello stesso tempo aiutare chi è in difficoltà ?! A maggior ragione, svolgendo una professione a carattere sanitario, essendo farmacista, mi sono sentito legato fortemente ai destini di queste anime sofferenti: i bambini. Ho iniziato a leggere le parole di Gotta alla stazione ferroviaria di Falconara Marittima..  Beh…a quella di Jesi ero già fortemente convinto di tuffarmi in questa avventura ! Non feci in tempo a rientrare ad Ancona, dopo quella piacevole giornata trascorsa nella Capitale, che subito mi misi davanti al computer e navigai nel sito di “Football Aid“. Pensai che queste sono avventure in cui ci si imbatte una sola volta nella vita, perché non è facile progettare un viaggio all’estero a distanza di un anno, conciliare gli impegni di lavoro, concordare le ferie coi colleghi e investire uno stipendio mensile per concretizzare questa realtà… Ma col cuore tutto si può e ce ne ho messo tanto, sin dall’inizio. Mi sono posto l’obbiettivo di arrivare al 22/5/2007 sostenendo tre allenamenti a settimana tra calcio, calcetto e nuoto, recuperando una forma psicofisica precaria, intaccata da tre anni di inattività causati da infortuni alle caviglie e alla schiena. Non sono più un ragazzino, ho 36 anni, ma la grinta di Gotta, più anziano di me di qualche anno mi aveva incoraggiato. 

Le mie conquiste, i miei traguardi più importanti, nel lavoro, nello studio, nei rapporti interpersonali, nelle passioni, me li sono sempre conquistati con coraggio: anche questa volta ce l’avrei fatta. Ma c’era un problema….: Il “tradimento“, quel tradimento che da un lato mi avrebbe reso entusiasta, dall’altro avrebbe offeso la “Vecchia Signora“ anche solo per un giorno…! E’ chiaro che mi sono sempre visto con la casacca bianconera cucita addosso…Ma qui in Italia, vuoi per ignoranza e violenza calcistica, vuoi per insensibilità verso il “patrimonio tifosi” è impensabile giocare per una volta al “Delle Alpi“ e raccontarlo ai nipotini.. E’ questa la barriera che ci separa dagli anglosassoni: la cultura del calcio in Italia e’ mediocre. Da noi gli stadi sono inviolabili, per visitarne uno e fare il giro del museo ( dove presente…) devi metterti in coda e se ci riesci non puoi fermarti più di due secondi nei vari tratti del percorso. Devi perfino scongiurare i tuoi idoli (se si degnano di calcolarti) di farti uno scarabocchio su di un pezzo di carta.. Allora, visto che “occhio non vede e cuore non duole“ ho deciso di essere per un solo giorno calciatore del Chelsea! Perché, Beh…Dovevo soddisfare alcuni requisti…Prima di tutto, se bisogna fare una follia facciamola alla grande e anche se la squadra del magnate russo Abramovich è diventata famosa solo recentemente, gioca in uno stadio moderno, maestoso e ricco di fascino, fascino da Champions League. In più aggiungeteci che in questa squadra hanno militato Gianluca Vialli, Pierluigi Casiraghi e quindi capirete perché la mia scelta si è indirizzata lì….!! Ovviamente, oltre a motivi passionali si sono aggiunti quelli razionali: la necessità di giocare in una città raggiungibile direttamente da Ancona in aereo e soprattutto rapidamente, quindi Londra e Chelsea, il team dell’insopportabile Jose Mourinho, del disadattato Andrej Shevchenko, dell’altezzoso Michael Ballack, ma anche del lottatore Joe Cole, del monumentale Peter Cech e del tenace Terry Lampard. Per un anno ho sognato di appoggiare i piedi sulle stesse zolle di terreno testate da quei giocatori e ovviamente segnare.. Sono da sempre un attaccante, alla Filippo Inzaghi tanto per intenderci e con la grinta di Vialli (con le dovute proporzioni ovviamente !).. Quante notti ho sognato quel goal, uno almeno, ma il goal della vita. Non mi importava come l’avrei potuto realizzare: di testa, di tacco, di sedere, di schiena.. Ma un goal.. L’ho immaginato per un lungo anno e me lo sono costruito giorno dopo giorno, con gli infortuni dolorosi alle caviglie, coi problemi personali, coi minuti trascorsi sott’acqua in piscina, coi primi allenamenti con una squadra di calcetto per riprendere il ritmo, con le corse in palestra, con l’amore di chi mi vuole bene. 
I mesi sono trascorsi, la forma è progressivamente migliorata e finalmente a Maggio, ero pronto…Ma ecco l’intoppo sbagliato nel momento sbagliato…
Una settimana prima del volo per Londra mi infortunio seriamente, con la Nazionale Italiana Farmacisti (www.nazionaleitalianfarmacisti.com) e mi procuro un versamento alla caviglia destra con interessamento tendineo…Sono colto dallo sconforto più profondo…Ma non c’è stato un attimo, uno solo in cui ho pensato di non farcela. Troppi sacrifici ! Ho stretto i denti, ho accellerrato le terapie e via ! Il giorno del match è soleggiato, bellissimo, una stranezza per Londra…! Appena davanti allo stadio rimango a bocca aperta.. Una struttura eccezionale. All’entrata campeggia il simbolo sociale dei “Blues” e i muri circostanti sono ricoperti da manifesti che ritraggono i fans intenti ad incitare i loro beniamini. Accanto allo stadio, delimitato da un alto muro di cinta, è impossibile non notare subito l’imponente hotel a cinque stelle in cui risiedono giocatori e relative famiglie durante la vigilia delle partite, il ristorante bar, il fans shop, gli uffici amministrativi. Il tutto condito da una pulizia, un ordine e una disciplina impeccabili. La partita è fissata per le ore 15:00, quindi mi fiondo nel negozio ufficiale del Club e lo visito in lungo e largo. Si tratta di un magnifico magazzino a due piani in cui si può trovare dalle pantofole di Didier Drogba ai completini per bimbi !
La varietà degli articoli è così disparata che stento ancora oggi a ricordarmi tutto quello che diamine c’era là dentro ! Tralascio per ritegno la somma in sterline che ho sperperato in quel paradiso…!! Terminata la visita prenoto il tour del museo e dello stadio, con tanto di guida che rende attivi i partecipanti in ogni punto del tragitto, con un’accoglienza veramente gioviale. 
Il manto verde è un campo da biliardo e la prima cosa che lascia allibiti è il fatto che non manchi un seggiolino sugli spalti. Le scritte “Chelsea“ e “Adidas“ impresse nei settori hanno dell’imponente. La guida ci illustra le varie fasi di costruzione di uno stadio che anticamente aveva un aspetto ben più misero rispetto all’attuale. La parte più suggestiva è il muro che delimita l’entrata nelle “terraces” dei tifosi locali, lasciato volutamente intatto dai tempi dei primissimi lavori. Dopo la visita ai bar dello stadio, alla suite d’onore in cui viene offerto champagne agli ospiti, alla sala stampa e agli spogliatoi, eccoci al museo interno: una sorta di eden per tutti gli appassionati di memorabilia calcistiche. Pannelli illustrativi, vetrine colme di sciarpe, programmes, coppe, spille, squadre di subbuteo, postal covers, francobolli. E poi maglie autografate, statue di cera.. 

Ma il tempo stringe.. Sono le 14:00 e l’appuntamento con lo staff di “Football Aid“ davanti l’entrata della tribuna centrale è prossimo. Sono accolto da persone gentilissime che ci convogliano in una sala dello stadio riservata appositamente ai giocatori, parenti e amici. Dopo una breve introduzione gli
stewards ci conducono negli spogliatoi. Ho già il “fiato corto” ! Mi avvolge un colosso di 42.500 posti che non oso pensare quale effetto possa destare quando è al completo ! Negli spogliatoi ci aspettano le nostre divise appese agli attaccapanni con tanto di numeri e nomi e forse quella sarà l’immagine che più di altre mi rimarrà impressa nella memoria. Ogni giocatore dispone del suo kit. Ci vestiamo. E’ in questo momento che socializzo coi miei compagni e mi accorgo di essere l’unico italiano (anche fra gli avversari) fra inglesi, scozzesi, israeliani, indiani e greci, ecc.. 
Sembrerà stupido, ma in quel momento mi sono sentito davvero orgoglioso di rappresentare il mio paese. Pipì di rito nei bellissimi bagni e ironia della sorta incrocio lì Scott Minto, la celebrità calcistica che giocherà col mio team (in maglia bianca, seconda divisa del Chelsea ) e subito mi saluta molto cordialmente. Quello che mi stupisce è che nota subito la mia tensione per l’infortunio e il rischio di non giocare…Mi accompagna subito dallo staff medico e concorda quale fasciatura devono applicarmi per riuscire a farmi correre. Mi pare di vivere un sogno e mentre sono steso sul lettino Scott racconta delle sue esperienze. Appena ultimato il bendaggio mi convince a riscaldarmi sul manto erboso ma subito noto che ho grandi problemi.. Non faccio in tempo a finire il riscaldamento che Scott mi si avvicina e mi dice : “Senti, guardati intorno.. Questo è uno dei giorni più belli della tua vita… Non puoi tirarti indietro ! Ho avuto infortuni ben più seri dei tuoi e se ogni volta che mi fossi tirato indietro avrei giocato 10 partite su 100 !! Adesso tu giochi, non pensi al dolore e dopo 10 minuti ti faccio un cenno con la mano per chiederti come stai…” 
In quel momento fui pervaso da una carica indescrivibile. Rientrato negli spogliatoi mi sono fatto spruzzare una bomboletta intera di ghiaccio secco sulla caviglia ! E il cenno dopo dieci minuti..? Non contemplato.. Come per incanto ho pensato solo e unicamente alla partita e il dolore non l’ho affatto sentito !!! Per la cronaca abbiamo perso 4 a 5, ma durante quella partita il tempo sembrava dilatato.. Ho corso, preso e dato botte, finito svariate volte in fuorigioco e poi…Poi….Il mio goal…Il mio piccolo, insignificante goal.. Quello che ho cercato sempre, sfiorato a cinque minuti dall’inizio e sbattuto dentro di destro su di un cross radente a centro area, da destra verso sinistra, a dieci minuti scarsi dalla fine..!! Non resterà certamente alla onori della cronaca, ma mi ha fatto toccare il cielo con un dito e piangere dalla gioia. Un goal inseguito da 365 giorni e benedetto dall’abbraccio di Scott Minto, il primissimo compagno che mi ha afferrato per le gambe e ha scaraventato a terra per festeggiare. Ad oggi non riesco a ricollegare precisamente i momenti, le emozioni, il profumo dell’erba, gli echi dei pochi spettatori presenti (tra cui un mio amico inglese, tifoso del Fulham e un rappresentante del Juventus Club Londra), i tacchetti del mio marcatore, il tunnel d’entrata.. 
In 90 minuti ho concluso che nulla è impossibile e i limiti sono fatti per essere superati, con tutto quello che hai dentro: sempre!
di Vincenzo Felici da "UK Football please" (Settembre 2007)
da non perdere il libro dove Vincenzo racconta la sua avventura allo Stamford Bridge, "Traditore per un giorno".

14 aprile 2025

CHELSEA. CELERY ! CELERY !

Da un po’ di anni ormai è diventata consuetudine per i tifosi del Chelsea recarsi alle partite casalinghe dei propri beniamini con del sedano nelle tasche. Costituisce il loro portafortuna per rendere omaggio ai versi di una canzone che intonano solitamente e che appunto “parla” di tale verdura. 
Tutto questo però non è più possibile dopo una gara di qualche fa giocata a "Stamford Bridge" contro l’Arsenal. I "Gunners", infatti, hanno lamentato un fastidioso lancio di ortaggi ogni qualvolta si apprestavano a battere un corner! 
La Società di Abramovich aveva subito risposto con un secco comunicato, in cui si è ribadito che il lancio di oggetti sul terreno di gioco costituisce reato e il sedano non rappresenta certo un’eccezione.. La Federazione inglese intanto ha aperto un’inchiesta per chiarire meglio l’episodio. Sta di fatto che ora se qualcuno verrà trovato con del sedano addosso si potrebbe veder negata la possibilità di assistere alla partita della sua squadra del cuore. Chi inoltre verrà sorpreso durante il lancio dell’ortaggio sarà interdetto in futuro dall’impianto. Come se non bastasse è stato istituito anche un numero telefonico al quale si può segnalare un eventuale pericoloso “lanciatore”, il tutto in completo anonimato.. 
Sembra che si stia esagerando un pò, ma questo è quanto. Assisteremo mai ad una simile ragazzata anche in Italia?. Saranno per esempio bandite le arance a "San Siro"? 
Un gesto goliardico, quello di tirare i sedani a bordo campo, che ha pure dei riferimenti sessuali. I tifosi innescano innumerevoli rituali per sostenere la loro squadra e deridere gli avversari. Questa, probabilmente, è una delle iterazioni più acute! 
È davvero peculiare per questo Club e accadeva regolarmente, ma non tutti sanno cosa significhi.. Secondo voci, la tradizione del sedano viene tramandata da un famoso fan del Chelsea chiamato Mickey Greenaway. Inoltre negli anni '80, veniva cantata una canzone intitolata "Chiedi al vecchio Brown" che recitava: "Chiedi al vecchio Brown per te e tutta la famiglia, se non viene, gli solleticheremo il sedere con un pezzo di sedano !" 

Da allora, la canzone ha subito delle modifiche ed è diventata decisamente più spinta grazie allo humour dei fans, ma solitamente prevede l'urlo a squarciagola "sedano, sedano ! " al suo inizio. Nel corso del tempo, le persone hanno cominciato a lanciare erbaggio in campo. Tuttavia, nel 2002, quattro fan furono arrestati per lancio di sedano e nel 2007 fu ufficialmente bandito. Questo è avvenuto dopo il sopracitato match contro l'Arsenal, interrotto quando i giocatori sono stati bersagliati di verdura. Cesc Fabregas si è particolarmente irritato quando è stato colpito da un gambo nell'atto di conquistare un calcio d'angolo. Anche se ne è proibito l'uso nelle partite casalinghe, i supporters lo portano ancora in trasferta. Nonostante gli avvertimenti della polizia che impone loro di smettere, sembra che i fans del Chelsea non possano proprio fare a meno del loro amato sedano!
di Vincenzo Felici

"Celery, Celery,
If she don't c*m,
I'll tickle her bum,
With a lump of celery..!"
"Back to back, Chelsea has passed the test,
Premier League champions, they are the best !
What is the secret of their success ?
British celery, beats all the rest
Frank Lampard eats celery hearts !
He says they are the sweetest parts,
his wife has got a recipe for celery tarts,
the boys love them before a game starts
John Terry snacks on celery sticks !
That is how he gets his mighty kicks !
Low in fat, they are much healthier than chips !
Refreshing crisp taste, they are great with dips !
Celery helps the Chelsea boys on their way !
With their fruit and veg, recommended 5-a-day !
Wheter the game is at home or away
celery helps them work, rest and play !"

28 gennaio 2025

BILLY BIRRELL ed il Chelsea

C'è un uomo legato alle sorti del Chelsea, che più di ottanta anni fa, con le sue idee, ha cambiato radicalmente il destino di questo Club. William Billy Birrell è stata davvero una figura importante per i londinesi.

Da calciatore ha giocato con Raith Rovers e Middlesbrough, vincendo con quest'ultimo la Second Division nel 1927, stesso anno del suo ritiro. In seguito, divenne allenatore del Raith Rovers stesso, per poi spostarsi sulla panchina del Bournemouth nel 1930 e su quella del Queens Park Rangers nel 1935. Dopo aver conseguito nel 1938 un terzo posto nella Terza Division Sud col QPR, venne ingaggiato nel 1939 dal Chelsea, sostituendo Leslie Knighton, dove rimase fin dopo la Seconda guerra mondiale. Alla guida dei "Blues" si è piazzò costantemente nelle posizioni di metà classifica di First Division, rischiando però la retrocessione in Second Division nel 1951. Nonostante ciò, condusse la squadra a due semifinali di FA Cup ( 1950 e 1952 ), perdendole entrambe contro l'Arsenal. Si dimise dall'incarico di allenatore proprio in seguito a questa ultima sconfitta. Dopo il suo ritiro dal ruolo di manager, per molto tempo supportò economicamente il settore giovanile della squadra con molteplici donazioni, visti gli enormi dividendi da pagare.

Il quarantaduenne scozzese che pipa in bocca arrivò a "Stamford Bridge" il 19/4/1939 si portava dietro la reputazione di uno dei manager più scaltri e capaci nel mondo del calcio, uno dei primi introduttori delle lavagna tattiche negli spogliatoi. 
Personaggio senza fronzoli, rimosse i tre allenatori in carica, inclusi i fedeli ex giocatori Jack Whitley e Jack Harrow e costruì una nuova fisionomia di squadra, evitando i massivi trasferimenti di calciatori avvenuti in passato. Il suo più grande proponimento era di estendere alla prima squadra gli schemi tattici utilizzati dalle rappresentative giovanili del Chelsea, arricchendoli di un livello tecnico superiore. Per implementare questo modello, avrebbe dovuto aspettare la tragica sfuriata della Seconda guerra mondiale, con tutte le becere conseguenze avute sulla nazione. In seguito a ciò, nonostante il calcio avesse subito una riduzione della sua attività e la logica "regionalizzazione" dello svolgersi, Birrell si distinse per la sua spiccata intraprendenza. 

Portò i "Pensioners" a due finali consecutive di Football League South Cup nel 1944 e nel 1945, battendo 2-0 il Milwall in questa ultima occasione, al maestoso cospetto di ben 90.000 spettatori, inclusa la futura, inossidabile Regina Elisabetta. Durante il duro periodo bellico Birrell ebbe persino il coraggio di disinnescare da solo un ordigno bellico caduto su un terrazzo ! In tempo di pace il suo programma giovanile modernista, soprannominato "Tudor Rose", iniziato nel 1948, avrebbe dato frutti più avanti. Pragmaticamente cercò di recuperare entusiasmo favorendo l'acquisto di grandi nomi quali Tommy Lawton, Len Goulding, Tommy Walker e Roy Bentley, ma nonostante questo rischiò la retrocessione nel 1951, soprattutto per le scarse risorse economiche presenti in cassa. Per Birrell questo fu un anno difficile sia fuori che dentro il campo, culminato da furiose liti con giocatori popolari come Roy Bentley e Johnny Harris, che portarono ad una svendita di elementi cardine della squadra. Dopo tredici anni di volenteroso onorario lo scozzese, "di comune accordo" con la società, lasciò l'incarico a favore di Ted Drake, anche in seguito alla esclusione dalla FA Cup per mano dell'Arsenal il 9/4/1952. Il Presidente Joe Mears riservò parole di grande stima nei suoi confronti, sottolineando il sincero affetto di tutto l'ambiente verso di lui, ormai stanco però, di assumersi responsabilità assai pesanti. Birrell si dichiarò felice di prendersi una legittima pausa e in seguito divenne segretario dell' Hartsbourne Country Club. Lo scozzese dal buffo panciotto e gli occhialini tondi ci lasciò il 29/11/1968 all'età di 71 anni. 
di Vincenzo Felici

2 ottobre 2024

NATO PER SEGNARE. Un profilo di Jimmy Greaves.






















Charles Buchan, giornalista del The News Chronicle, era ancora impressionato da ciò che aveva visto al White Hart Lane il 24 agosto 1957 nel corso del match tra Tottenham Hotspur e Chelsea (1-1). 
Ciò che lo aveva stupito era un debuttante che i Blues avevano schierato in attacco, “un diciassettenne”, scrisse Buchan, “dotato di tecnica, senso della posizione e personalità da campione consumato, un talento di prim’ordine con le qualità giuste per poter ricalcare le orme di Duncan Edward, il più giovane giocatore inglese ad aver vestito la maglia della nazionale”
Il ragazzo si chiamava Jimmy Greaves, e in quell’incontro segnò la prima di una lunghissima serie di reti realizzate in una carriera da vero e proprio killer dell’area di rigore. Un’attaccante nato e cresciuto per il gol, un rapace degli ultimi metri, uno stile tutto basato sulla rapidità di esecuzione e sull’anticipo, poche giocate spettacolari, niente tocchi di classe alla Bobby Charlton, potenza di tiro modesta, ma sempre al posto giusto nel momento giusto, come confermano i numeri, un metro di paragone con il quale, volenti o nolenti, gli attaccanti devono sempre confrontarsi. Quelli di Greaves parlano di 366 reti in 528 partite con Chelsea, Milan, Tottenham Hotspurs e West Ham, 44 in 57 con la nazionale inglese (solo Bobby Charlton con 49 e Gary Lineker con 48 hanno saputo fare di meglio), 100 gol segnati prima di compiere i 21 anni di età (per la precisione a 20 anni e 290 giorni, il più giovane giocatore di sempre a raggiungere una simile cifra), 41 quelli realizzati in una sola stagione (con il Chelsea nel ’60-61), 220 messi a segno con la maglia del Tottenham (massimo goleador di sempre degli Spurs), sei titoli di capocannoniere vinti.

James Peter Greaves nasce a Londra il 20 febbraio 1940, pochi mesi dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, e trascorre la sua infanzia nel quartiere orientale di Dagenham, dove ben presto entra a far parte della squadra di calcio locale. Si gioca in spelacchiati campetti di periferia ma anche in strada, ed è proprio durante uno di questi incontri che il piccolo Greaves viene avvicinato dal talent-scout del Chelsea Jimmy Thompson, che lo porta nelle giovanili dei Blues. Nella sua autobiografia Greaves ricorda che la sua scalata verso la prima squadra non è stata particolarmente difficoltosa. “Con i miei pari età il primo anno segnai 51 reti, quello successivo 122, e Thompson continuava a fare pressione su Jimmy Drake (l’allenatore che nel 1955 aveva condotto il Chelsea alla conquista del suo primo titolo nazionale, ndr) affinché mi aggregasse alla prima squadra e mi facesse firmare un contratto da professionista”. Drake cede nella stagione ’57-58, e per Graeves inizia subito la grande scalata. Dopo otto partite viene convocato nell’Inghilterra Under-23, con la cui maglia esordisce il 25 settembre 1957 contro la Bulgaria segnando due reti e fallendo un rigore (l’incontro terminerà 6-2 per gli inglesi). I gol arrivano a raffica (la sua prima stagione viene chiusa a quota 22), ma bastano un paio d’anni al nuovo bomber inglese per rendersi conto che la maglia del Chelsea comincia a stargli stretta; negli anni Cinquanta infatti il modulo adottato è ancora il 2-3-5, e l’unico schema tattico conosciuto è quello del segnare una rete in più dell’avversario. Il problema è che i Blues tante ne realizzano quante ne subiscono; nella stagione ’59-60 ad esempio il rapporto gol fatti-gol subiti registra un 76-91, in quella successiva (dove Greaves va a segno la bellezza di 41 volte in 42 incontri) addirittura un 98-100. Il titolo di campioni d’Inghilterra, conquistato solamente pochi anni prima (oltretutto dopo aver raccolto appena 52 punti in 42 partite, quasi un record negativo), appartiene già al passato remoto. Per l’ambizioso Greaves e’ giunto il tempo di cambiare aria.





















Il primo club che bussa alla porta del presidente Joe Mears è il Tottenham Hotspurs, ma il patron del Chelsea non intende assolutamente rinforzare una squadra rivale, tanto più una di Londra. I Blues però hanno bisogno di monetizzare, e la scelta cade sul Milan, che nel maggio del 1961 aveva ottenuto un’opzione sul 21enne Jimmy Greaves. L’affare sembra conveniente per tutte le parti; il Chelsea fa cassa, il Milan si assicura il più fulgido talento emergente del calcio inglese, Greaves e la moglie Irene, ancora sotto shock per la morte del loro bambino, il piccolo Jimmy junior, avvenuta solamente qualche mese prima, possono cambiare aria. “Mi bastarono poche settimane per capire l’errore che avevo fatto. Mi mancava Londra, la sua gente, la sua atmosfera e anche, perché no, i suoi pubs. Volevo tornare a casa e lo dissi alla dirigenza del Milan. Che reagì malissimo. Del resto, loro nel sottoscritto avevano investito un bel po’ di quattrini”
Ma il più grosso problema di Jimmy Greaves in Italia aveva un nome e un cognome: Nereo Rocco. I metodi militareschi e le regole ferree (proibito fumare, un solo bicchiere di vino ai pasti) alle quali il Paròn faceva sottostare la sua truppa non collimano con il carattere di Greaves, sempre pronto allo scherzo e alla bevuta in compagnia. “Gridava tutto il tempo, i giocatori erano spaventati da lui. Una volta, nel corso di un allenamento, mi scoprì al bar del campo di allenamento mentre sorseggiavo una birra e fumavo una sigaretta, e andò su tutte le furie. Un grande allenatore, ma anche un pazzo furioso”
I contrasti Greaves non li ha solo con Rocco ma anche con la dirigenza, che nel dicembre del 1961 decide di liberarsi del turbolento giocatore (che, per inciso, sul campo il suo compito lo aveva sempre fatto, visto che con 9 reti in 12 partite era il capocannoniere dei rossoneri in campionato) e lo cede al Tottenham Hotspurs per 99.999 sterline, il tutto perché il manager degli Spurs Bill Nicholson non voleva che “Greaves sentisse la pressione di essere un giocatore da 100mila sterline”.
Il 16 dicembre arriva subito il suo debutto con la nuova maglia: tripletta contro il Blackpool (gli Spurs vinceranno 5-2) e l’intero White Hart Lane in piedi a fine partita ad acclamare il loro nuovo idolo, che concluderà la stagione con la media di quasi un gol a partita (21 in 22 incontri). Era l’epoca del grande Tottenham di Bill Nicholson, che l’anno prima dell’arrivo di Greaves aveva centrato il double campionato-FA Cup. Ci sono lo scozzese Dave Mackay, polmoni d’acciaio e grinta da vendere, il nordirlandese Danny Blanchflower, capitano della squadra, fonte primaria del gioco degli Spurs, mirabile dispensatore di assist e giocate di classe, quindi l’ariete Bobby Smith, le ali Cliff Jones e Terry Dison, l’interno John White. E poi c’è Jimmy Greaves, che lascia il segno su tutti i successi raccolti in quegli anni dal Tottenham; nel 1962 va in rete nella finale di FA Cup vinta 3-1 contro il Burnley, l’anno successivo è protagonista con una doppietta nella finale di Coppa delle Coppe a Rotterdam contro l’Atletico Madrid, che il Tottenham (prima squadra inglese a raggiungere una finale in una coppa continentale) vince con un netto 5-1, quindi nel 1967 sono sei i gol segnati nel corso della FA Cup che finisce ancora nella bacheca degli Spurs, questa volta dopo aver regolato 2-0 il Chelsea in finale. “Eravamo davvero un bella squadra, compagni ma anche amici. Nicholson è stato il primo manager, al pari di Alf Ramsey, a lavorare molto sull’aspetto tattico della partita, Blanchflower e Mackay erano indispensabili per noi, poi Danny si ritirò nel 1964 e quattro anni dopo Dave venne ceduto al Derby County. La magia era finita”.

Il Graeves del Tottenham è anche il Greaves protagonista nella nazionale inglese; l’esordio (con gol) è datato 17 maggio 1959, Inghilterra-Perù 1-4, poi arriva il Mondiale cileno del ’62, dove l’Inghilterra esce ai quarti con il Brasile (1-3) e in cui lui è protagonista di una buffa rincorsa ad un cane scappato in campo. Una volta acchiappato, lo spaventatissimo animale urinerà sulla maglietta di Jimmy causando l’ilarità generale. Paradossalmente ben più tristi invece i Mondiali casalinghi di quattro anni dopo; paradossalmente perché, a dispetto della vittoria finale degli inglesi, per Graeves sanciranno l’inizio del suo periodo più buio. Infortunatosi infatti nel corso del torneo durante l’incontro con la Francia, Greaves viene sostituito dall’attaccante del West Ham Geoff Hurst e dovrà accontentarsi di guardare il resto del torneo dalla panchina, tanto più che proprio nella finale Wembley Hurst diventerà l’eroe dell’Inghilterra intera grazie alla tripletta realizzata contro la Germania Ovest. 
Il grosso problema di Greaves è l’alcol, e il posto peggiore per risolverlo è proprio un paese con la cultura del bere come l’Inghilterra. “A vent’anni mi facevo solo un paio di birre nel dopopartita, poi con i compagni del Tottenham avevamo costituito un vero e proprio club di bevitori: io, Dave Mackay, Bobby Smith, Cliff Jones, John White, Bill Brown, ma negli anni Sessanta e Settanta quasi tutti i giocatori in Inghilterra bevevano, e finchè non eccedevi i club non ti dicevano niente, anzi ritenevano che cementasse lo spirito di squadra. Non è comunque vero che quando giocavo nel Tottenham fossi già alcolizzato, viaggiavo sempre alla media di 20-25 gol a stagione, i guai grossi iniziarono dopo”
La parabola discendente del Tottenham comincia al termine della stagione ’66-67, quella di Greaves un paio di anni dopo, quando Nicholson prima gli toglie la maglia da titolare e poi lo cede, nel marzo del ’70, al West Ham. “Il peggior club d’Inghilterra per chiunque aveva problema legati al bere”, commenterà Jimmy anni dopo. “C’eano infatti Bobby Moore, re dei bevitori, quindi Frank Lampard e Harry Redknapp, bravi in egual misura con la palla tra i piedi e con un bicchiere in un mano. Io ero una spugna, tanto che l’anno seguente avevo già perso la voglia di giocare, così decisi di appendere le scarpe al chiodo”. Greaves chiude con un bottino di 357 reti, miglior marcatore di sempre nella massima divisione inglese, terzo all-time topscorer (alle spalle di Arthur Rowley, 434 gol, e William “Dixie” Dean, 379) in assoluto del calcio d’Albione se consideriamo anche i campionati inferiori.
Da un punto di vista strettamente calcistico l’anonima esperienza di Greaves con il West Ham (13 reti in 38 partite) è da ricordare soprattutto per un curioso record; tutti gli esordi di Jimmy con una nuova maglia sono stati bagnati da un gol. Lo ha fatto, come si è visto, con il Chelsea (contro il Tottenham il 24 agosto 1957), con l’Inghilterra Under-23 (contro la Bulgaria il 25 settembre 1957, doppietta), con l’Inghilterra (contro il Perù il 17 maggio 1959), con il Milan (contro il Botafogo il 7 giugno 1961), con il Tottenham (contro il Blackpool il 16 dicembre 1961, tripletta) e infine anche con gli Hammers, una doppietta realizzata il 21 marzo 1970 in trasferta contro il Manchester City (5-1 per il West Ham il risultato finale). Dai primi anni Settanta però il suo principale avversario è stato l’alcol, che ha sconfitto definitivamente nel periodo a cavallo tra il 1976 e il 1979 grazie all’associazione degli Alcolisti Anonimi. “Ero diventato un mostro, vivevo solo per bere. All’inizio i soldi non erano un problema, poi anche da quel punto di vista la situazione è cominciata a precipitare, e ciò mi deprimeva, e più ero depresso e più bevevo. Mia moglie se n’era andata, ero diventato aggressivo, provai a ritornare nel mondo del calcio giocando con club dilettanti quali Brentwood e Chelmsford, ma fu tutto inutile. Un servizio pubblicato sulla prima pagina del Sunday People nel quale venivano mostrate le condizioni in cui mi ero ridotto mi fece molto male, ma servì anche a farmi prendere definitivamente coscienza del problema. Ero malato e avevo bisogno di aiuto”.
 
Negli ultimi vent’anni un Jimmy Greaves ripulito si è costruito una brillante carriera come editorialista per il Sun e come commentatore televisivo, ha avuto un’ultima brillante esperienza nella Southern League inglese tra le fila del Barnet (entrò in squadra nell’ambito di un programma di disintossicazione, e chiuse il campionato con 25 reti giocando da centrocampista) ed è anche tornato con la moglie (adesso è pure diventato nonno). Particolarmente di successo fu il programma “Saint and Greavsie” condotto sulla rete televisiva ITV per dieci anni (tra l’82 e il ’92) con lo scozzese Ian St.John, ex attaccante del Liverpool; interviste e approfondimenti, il tutto condito con abbondanti dosi di humor inglese, e il pubblico ha dimostrato di gradire. Jimmy Greaves è vivo, viva Jimmy Greaves.
di Alec Cordolcini, da UKFP (maggio 2006)

10 agosto 2024

HISTORY - Il reale valore del calcio inglese visto attraverso l'incontro Arsenal-Chelsea 4-1 del 1932 (da La Stampa).

L'articolo de "La Stampa" proposto oggi è un chiaro esempio di quanto poteva esser ammirato "il calcio inglese" anche allora, nel lontano 1932 (82 anni fa), prima che la seconda guerra mondiale ponesse fine ai sogni di milioni di persone. L'inviato di allora era Vittorio Pozzo, allenatore della Nazionale Italiana e da li a qualche anno due volte Campione del Mondo. (Max Troiani)





























LA STAMPA - 11 Dicembre 1932 - Il gioco inglese di campionato è cosa differente dal gioco inglese degli incontri internazionali. L'incontro disputatosi oggi sul campo di Highbury fra l'Arsenal e il Chelsea ne è una riprova. L'impianto del gioco è il medesimo. Esso segue cioè la tendenza moderna del lavoro tutto in profondità e tutto mirante a raggiungere lo scopo pratico per la via più breve e del minor tempo possibile. Ma il tono dell'attività è ben differente. Questo tono è il vigore personificato. E' l'uso più schietto e più pieno che si possa immaginare delle energie fisiche che il giocatore ha accumulato in una settimana dì lavoro e di cure. Rispetto alla battaglia odierna fra le due grandi rivali londinesi, l'incontro di mercoledì scorso fra le squadre nazionali di Inghilterra e di Austria fu quasi uno spettacolo all'acqua di rose.

Settantamila spettatori Si inaugurava il nuovo stand al 'campo di Highbury; la grandiosa costruzione a due piani capace di più di 25 mila persone, è costata qualche cosa come 45 mila sterline. Era questa un'opera che giungeva a completamento del programma di riorganizzazione della società calcistica, sull'orlo del fallimento alcuni anni dopo la fine della guerra, e che sì trova ora al primo posto della classìfica del campionato e in testa al movimento calcistico britannico. Ora il campo dell''Arsenal può ospitare 80 mila persone. Assisteva il Principe di Galles ed erano presenti, malgrado la gelida giornata, circa 70 mila persone, dieci o quindici mila di più, cioè di quelle che accorsero all'incontro internazionale con l'Austria.

Viva rivalità locale divide i « rossi » dell'Arsenal, ì « cannonieri », come vengono qui definiti, dagli « azzurri » del Chelsea, i « pensionati », secondo la definizione popolare derivante dall'ospedale militare degli invalidi confinante con il campo della società del West End. Ambiente movimentato quindi. Fu una battaglia delle più aspre e interessanti che possa produrre il gioco del calcio. Al 5' minuto dall'inizio, Arsenal già si trovava in vantaggio. Un tiro dell'ala sinistra, Bastin, aveva battuto a fil di palo e a mezza altezza il portiere del Chelsea. Nel secondo tempo l'ala destra dell'Arsenal aumentava il vantaggio con un tiro da lontano; poi era la volta del Chelsea di segnare a mezzo dell'ala sinistra Brout e, verso la fine} - mentre l'oscurità veniva rapidamente calando, i « cannonieri » mettevano definitivamente al sicuro il risultato, segnando due altri punti per merito del centro Coleman e dell'ala sinistra Bastin. Risultato finale quindi: 4 a 1 a favore dell'Arsenal.

I cinque punti segnati da giocatori di ala, ma più che il risultato è il gioco svolto che interessa, il gioco di una velocità e di una robustezza spettacolose. In Inghilterra sono finiti decisamente i tempi del gioco stretto e delle azioni lente e compassate. Sulla scuola del NewCastle United, scuola che dilettò i nostri giorni di studente nell'immediato anteguerra, non lavora ormai più nessuno. Ora tutto è stile aperto, azioni in avanti, movimento a lungo respiro; è cambiata anche la disposizione degli uomini in campo. L'Arsenal passa, a ragione, per il più elastico e il più veloce esponente della nuova teoria di gioco, e gli atteggiamenti tattici che la squadra dei "cannonieri" assume nel corso di una partita meritano in realtà di essere studiati. Passa, la compagine dell'Arsenal, per la squadra dalla disposizione dell'attacco a tipo W, e in realtà le due mezze ali non si vedono quasi mai nello schieramento avanzato. In avanti stanno le due ali e il centro e sono le sole che possono segnare. Ma non è questo solo particolare tattico che abbia carattere di importanza e di interesse. Quello che colpisce l'attenzione in modo maggiore è la formazione della difesa. Il settore estremo déll'undici, e ne tornò ammirato, è formato da tre uomini oltre che dal portiere.

Dai due terzini e dal centro mediano e ciò non in modo vago e approssimativo, ma per disposizione fissa, ferma e costante. Il contro mediano sta per tutto '"incontro alla stessa altezza dei terzini, anzi viene a trovarsi più indietro di essi quando uno dei due avanza. In tutti i 90 minuti di gioco a cui assistetti oggi, il centro della seconda linea dell'Arsenal, Roberts, non abbandonò un istante la sua posizione prettamente difensiva. Restò di guardia al famoso centro avanti Gallacher, conosciuto anche in Italia; egli di lavoro di attacco non ne fece mai e il suo rivale del Chelsea, O'Dowd, si comportò precisamente come lui. Si noti che Roberts e 0' Dowd passano per i due fra i migliori centri mediani che possegga il calcio inglese in questo momento. Due autentici terzini nel senso più esatto della parola. Il gioco dì collegamento e di costruzione lo fanno, sìa l'Arsenal come al Chelsea, le due mezze ali con la loro posizione rientrata e i due mediani laterali i quali di laterali non hanno ormai più che la posizione die assumono quando entrano in campo. Le due mezze ali e i due mediani in questione formano come un quadrato al centro del campo, un quadrato che si sposta e si piega con grande duttilità c mobilità a seconda delle circostanze, ma un quadrato che forma come un blocco in opera difensiva e come Una molla di prepulsione in lavoro costruttivo. Tutte le avanzate partono di qui, tutta la strategìa del gioco pare emanare da, lui. Chiara dimostrazione di bel gioco

E' una delle cose più interessanti, vedere operare in questa disposizione centrale quattro uomini dell'Arsenal di cui abbiamo parlato. Anche perchè di questi quattro uomini due si chiamano Jack e James, due intelligenze del gioco, due uomini di cui non si sa se ammirare maggiormente la finezza tecnica o la facoltà di percepire le situazioni e ritrarne vantaggi tattici. L'incontro disputatosi sul campo dell'Arsenal fu, ripetiamo, una cosa che meritava di essere vista, una dimostrazione pratica di una teoria moderna del gioco. Molti fra i tecnici venuti dal continente per assistere alla partita di mercoledì scorso si erano fermati a Londra per l'occasione e tutti, concordemente, furono dell'opinione che, dal punto di trista di strategìa del gioco e di studio dell'orientamento

In parecchi di quelli che erano a Highbury oggi, noi continentali siamo giunti a conclusioni sul valore e sull'efficienza del calcio inglese attuale che coincidono con quelle del commissario tecnico austriaco. Il calcio inglese va visto in quell'ambiente di campionato in cui è nato e per cui vive. Allora dice qualche cosa di veramente bello e convincente.
di Vittorio Pozzo (Storico Selezionatore della Nazionale Italiana, 2 volte Campione del Mondo)
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