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19 gennaio 2026

"LE SFACCETTATURE SOCIALI DEL FOOTBALL AL CENTRO DI IMPORTANTI EVENTI ISTITUZIONALI IN REGNO UNITO" di Gianluca Sardi

Nei giorni scorsi, in una Londra dal tipico clima invernale e da una lucente atmosfera natalizia, in qualità di Director dell'Institute for Research on Anglo-Italian Comparative Law and Bioethics ho avuto l'onore di partecipare ad alcuni eventi istituzionali di notevole rilievo, nel corso dei quali si è avuto modo di riflettere anche sulle sfaccettature sociali del calcio.

Il primo appuntamento ha avuto luogo nella sede storica della Royal Institution of Great Britain, situata ad Albermarle Street, nel cuore di Mayfair. L'istituzione in questione, di cui sono diventato Patron la scorsa estate, è stata fondata nel 1799 ed è stata riconosciuta come ente pubblico da una deliberazione del Parlamento di Westminster del 1810. 
Sin dai suoi albori, la Royal Institution si è sempre distinta per la promozione e lo sviluppo della ricerca scientifica ai più alti livelli e, nel corso dei secoli, ha visto numerosi suoi membri (tra i quali giova ricordare Ernest Rutherford, George Porter e Sir John Gurdon) ricevere il Premio Nobel. Durante l'incontro con la Director Katherine Mathieson, la Fundraising Manager Matilda Brady, il Magnifico Rettore dell'Università degli Studi di Teramo Christian Corsi e il Presidente di The Association of Italics Leonardo Simonelli Santi, ho avuto modo di sottolineare le numerose iniziative di carattere accademico e sociale che il Millwall Football Club e il Millwall Community Trust organizzano a supporto delle comunità di South London. In particolare, si è fatto riferimento all'accordo di cooperazione scientifica con il Lewisham College (che permette agli studenti più meritevoli iscritti ai corsi di giornalismo di svolgere una parte significativa delle attività didattiche nella sala stampa e nelle aree media dello stadio The Den e del Millwall Community Trust), alla Lions Food Hub (una mensa sita nel quartiere generale del Community Trust, proprio a fianco della tribuna principale del campo di gioco, che da sei anni garantisce centinaia di pasti caldi al giorno gratuiti per i residenti del quartiere) e al Divert Officer presso la stazione di polizia di Lewisham (che offre un percorso di riabilitazione ai giovani denunciati per la commissione di crimini di non particolare gravità - l'esito positivo del percorso suddetto può portare all'estinzione del reato).

La giornata è proseguita nella nuova sede dell'Ambasciata d'Italia a Londra, sita nell'incantevole Buckingham Gate, proprio di fronte a Buckingham Palace, centro nevralgico della vita istituzionale del Regno Unito. All'interno della prestigiosa sala Giuseppe Verdi e alla presenza del Vice Capo Missione Ministro Riccardo Smimmo, si è avuto modo di evidenziare nuovamente il ruolo del football nel sociale, con precipuo riguardo agli Employability Hubs. 
Tale iniziativa, che ha luogo a cadenza regolare nella sede del Millwall Community Trust, consiste nell'organizzazione di workshop, seminari e incontri face to face tra i rappresentanti delle più importanti aziende londinesi e i giovani residenti dei quartieri limitrofi allo stadio (in special modo, Southwark e Lewisham), in modo tale da favorire l'inserimento lavorativo delle nuove generazioni. 
In occasione della visita istituzionale in Ambasciata, il Ministro Smimmo è stato formalmente invitato a visitare The Den e il Millwall Community Trust.

Nel pomeriggio, gli incontri presso la sede dell'Italian Chamber of Commerce and Industry for the UK (alla presenza del Presidente Roberto Costa e del Vice Segretario Generale Carolina Sanfratello, i quali nel 2025 hanno già assistito alle partite casalinghe del Millwall rispettivamente contro Bristol City e Swansea City, entrambe vinte dai dockers) e il Consolato Generale d'Italia a Londra (dove siamo stati accolti dal Console Generale Domenico Bellantone) hanno preceduto il ricevimento di Natale (Christmas Reception) alla Camera dei Lord, organizzato dalla stessa Camera di Commercio Italiana. Nel corso di quest'ultimo evento, che ha visto le partecipazione anche del Barone Russell of Liverpool (membro della Camera dei Lord), dell'Ambasciatore Pasquale Terracciano (Capo della Delegazione di Londra del Sovrano Militare Ordine di Malta) e del Delegato di Londra e Vice-Presidente dell'Accademia Italiana della Cucina Maurizio Fazzari, il sottoscritto ha avuto modo di sottolineare ancora una volta "la complessità del calcio" (per riprendere il concetto evidenziato più volte dal leggendario Filippo Galli, campione dentro e fuori dal campo), le cui innumerevoli sfaccettature non cessano mai di stupire e di offrire delle chiavi di lettura significativamente varie e degli spunti di riflessione assolutamente preziosi, a beneficio dell'intera collettività.

Ringrazio Max Troiani, con i cui meravigliosi libri sono cresciuto, per la preziosa ospitalità sul blog FIRST Division.

10 novembre 2025

TRIPS. "FOREVER TRUE" di Stefano Conca

Eccomi qua, sono le tre di mattina e mi trovo seduto all’interno del terminal delle partenze dell’Aeroporto Internazionale di Birmingham. Una poliziotta mi ha appena svegliato dopo un paio di ore di sonno, voleva sapere se stessi bene. Effettivamente dopo una simile batosta non saprei cosa rispondere. Ma vediamo di rimettere insieme i pezzi di quella che è stata una lunghissima giornata.

È martedì, si gioca un turno infrasettimanale e il Millwall, dopo una lunga striscia positiva (quattro vittorie e un pareggio) e ancora imbattuto fuori casa in questa stagione, è impegnato nella difficile trasferta sul campo del Birmingham. Sveglia puntata alle sei del mattino, il volo per l’aeroporto di Manchester parte con un’ora di ritardo e per poco non perdo il bus che mi porta a Birmingham. Pioviggina, il traffico sulla M6 è abbastanza sostenuto ma tuttavia è scorrevole. Lentamente vedo scorrere fuori dal finestrino le uscite di Crewe, Stoke on Trent, Wolverhampton, West Bromwich, intravedo la sagoma del Bescot Stadium, casa del Walsall, e nei pressi di Birmingham riesco anche a distinguere l’inconfondibile profilo del Villa Park. Se allargo leggermente la mappa sul mio telefono cellulare compaiono da Nord a Sud e da Est a Ovest, nel raggio di un centinaio di chilometri, forse due al massimo, le città di Liverpool, Wigan, Bolton, Stockport, Preston, Blackburn, Rochdale, Burnley, Bradford, Leeds, Chester, Wrexham, Sheffield, Derby… Luoghi che trasudano football. E non è un caso che che proprio qui, in quello che è stato il cuore pulsante della rivoluzione industriale, circa centocinquant’anni fa le masse di operai con le loro famiglie hanno pensato di inventarsi un passatempo per tenersi impegnati il sabato pomeriggio. Il bus si ferma a Digbeth dove scendo e incontro la pioggia che scende incessante. Ad accogliermi fuori dalla stazione dei bus di Birmingham c’è un gigantesco murale dedicato ai Black Sabbath, opera dell’artista locale Mr Murals. Non sarà l’unico tributo della città alla band che qui ha avuto i natali. Dello stesso autore, a qualche centinaio di metri, lungo la facciata degli studi cinematografici di Digbeth si trova un altro murale dedicato alla celebre serie TV di Netflix Peaky Blinders che qui è stata girata.

Ma non perdo tempo e mi precipito alla stazione dei treni di New Street al cui interno si trova il Raging Bull, un gigantesco toro di bronzo dalle sembianze meccaniche alto più di dieci metri. Ideato in occasione dei giochi del Commonwealth nel 2022 rappresenterebbe il passato industriale della città in contrasto con il suo carattere animoso e moderno. Oggi il toro è stato rinominato ufficialmente con il nome di “Ozzy” in onore della celebre rock star Ozzy Osbourne. Non è raro incontrare altri tori in giro per Birmingham dal momento che l’animale è il simbolo della città e lo stesso quartiere dove sorge la stazione centrale di Birmingham prende il nome di Bull Ring.

Visto che sono abbastanza in anticipo salgo su un treno che mi porta a Witton nel quartiere di Aston. Qui si trova lo splendido Villa Park, casa dell’Aston Villa. L’impianto, inaugurato nel 1897 e progettato dal celebre architetto Archibald Leitch, è un vero gioiello; sebbene oggi abbia una capacità di poco più di 43.000 posti, in passato poteva ospitare più di 70.000 spettatori. Il record di presenze risale al 2 marzo del 1946, in occasione del match contro il Derby County, a cui assistettero più di 76.000 spettatori. La sola Holte End, di cui rimane la celebre facciata, poteva ospitare più di 30.000 spettatori.

Su un muro nelle vicinanze si trova anche un bellissimo murale, l’ennesimo, dedicato a Ozzy Osbourne, leggenda del rock recentemente scomparsa, grande tifoso dell’Aston Villa e che proprio qui al Villa Park ha tenuto il suo ultimo concerto qualche mese fa, poco prima di lasciarci. Che la terra gli sia lieve, R.i.P. Ozzy!

Continua a piovere e non mi resta che trovare riparo al Witton Arms, storico pub della zona, nonché quartier generale dei tifosi dell’Aston Villa che qui si ritrovano a sorseggiare qualche pinta prima di ogni partita casalinga. Riprendo il treno per New Street, passo di nuovo sotto al toro gigante, e mi incammino verso l’ultima tappa che mi ero prefissato prima di iniziare a incamminarmi verso St. Andrew’s: il Black Sabbath Bridge, ennesimo tributo della città alla celebre band. Vi si trova una panchina su cui sono rappresentati i volti dei quattro musicisti e su cui sono depositate decine e decine di mazzi di fiori, nastri e bandiere di ogni nazionalità per rendere omaggio alla più grande band Metal mai esistita.

Mi incammino lungo il Gas Street Basin, storico bacino fluviale con il suo mix di architettura industriale ed edifici moderni al cui interno si trovano diverse chiatte ormeggiate. Oggi dovrebbe fungere da vivace centro sia per il patrimonio industriale che per il tempo libero ma è già buio e piove che Dio la manda per cui non mi resta che incamminarmi spedito verso St. Andrew’s. Ripasso nuovamente dalla stazione che ormai è disseminata di agenti in vista dell’arrivo di un migliaio di tifosi del Millwall. Prendo al volo il bus n.6 e non c’è bisogno di sapere dove devo scendere, anche se i vetri sono completamente appannati quando si ferma davanti a St. Andrew’s scendono praticamente tutti. Sono fradicio, e penso di avere l’acqua anche nelle mutande ormai. Faccio prima una sosta nel Blues Store per comprare un paio di souvenir come da tradizione, la sciarpa del club locale e la spilla ufficiale sono un cimelio irrinunciabile per un appassionato di una qualsiasi squadra di calcio, la prima volta che si visita uno stadio nuovo.

Manca poco meno di un’ora al calcio d’inizio e la zona dedicata ai tifosi locali nel piazzale antistante lo stadio è già gremita. Scatto un paio di foto alla statua dedicata a Trevor Francis, eroe amato da queste parti e che qui giocò prima di approdare al Nottingham Forest di Clough e successivamente alla Sampdoria. Non lontano, alle spalle della Tilton End c’è anche un murale dedicato al celebre campione scomparso da poco, accanto a lui è raffigurato anche un giovane Jude Bellingham, anche lui cresciuto nelle giovanili dei Blues. Peccato che la vista sia parzialmente coperta da un’ambulanza parcheggiata proprio sul davanti.

Alle 18.55, dopo un’attenta perquisizione da parte degli agenti, faccio ufficialmente il mio ingresso nel settore ospiti del St. Andrew’s dove molti tifosi del Millwall devono ancora arrivare, anche se la zona del bar è già affollata e l’entusiasmo dopo la lunga striscia positiva delle ultime gare è palpabile. Completamente fradicio e infreddolito non me la sento di bere una birra, opto per il famigerato Bovril, accompagnato da una pie a base di carne al cui interno la temperatura raggiunge tranquillamente i centocinquanta gradi celsius anche dopo 20 minuti in uscita dal forno. Un vero toccasana per le giornate fredde e piovose. Poi come al solito mi capita di incontrare il tifoso venuto da Londra, quello venuto dall’Essex, quello nato e cresciuto a South Bermondsey ma che adesso vive a Watford, e inizio a scambiare quattro chiacchiere cercando di sbilanciarmi in un pronostico favorevole. Nonostante l’ottimismo per la quarta posizione in classifica, si percepisce tuttavia anche la sensazione, condivisa da molti che, comunque, nonostante i risultati positivi, il Millwall abbia fin qui ottenuto molto più di quello che avrebbe meritato, dal punto di vista del gioco ma soprattutto, numeri alla mano, per la differenza reti, che se confrontata con quella delle altre squadre, con sedici gol fatti e quindici subiti in tredici incontri disputati, appare piuttosto sconcertante. A pesare è sicuramente la sconfitta interna contro il Coventry capolista, con quattro gol subiti al Den. Le vittorie contro il West Brom in casa e il successo a Loftus Road contro il QPR nonché le due successive vittorie interne contro Stoke e Leicester hanno però permesso di tornare a guardare alla stagione con rinnovato ottimismo. Tuttavia, la mancata vittoria sul terreno dell’Oxford dello scorso fine settimana ci ha riportato con i piedi per terra. Si sa che la stagione è molto lunga e può succedere ancora di tutto. Appunto…

Le due squadre scendono in campo salutate dal boato degli oltre venticinquemila spettatori in un clima incandescente. Quella dei Blues è una tifoseria davvero tosta, tanto che nessuno sembra accorgersi di quello che sta succedendo sul terreno di gioco nei minuti iniziali. L’atmosfera è abbastanza ostile ma nei primi venti minuti non succede molto in campo e i più di mille sostenitori del Millwall si fanno sentire a gran voce con il classico No One Likes Us!” intervallato da insulti e sfottò di ogni tipo.

Al ventottesimo minuto però i Blues scendono sulla fascia destra con troppa facilità e la difesa del Millwall è completamente aperta, Paik Seung-Ho riceve palla all’interno dell’area di rigore, ha tempo di stoppare e di far partire un sinistro che rimbalza a terra e si infila alla sinistra di Crocombe. È un boato, siamo sotto ma è il momento di reagire subito. I tifosi ci credono, la squadra un po’ meno, le tifoserie si rispondono colpo su colpo, in campo invece c’è una sola squadra, i Lions sembrano incapaci di aggredire, la squadra sembra spenta, qualcosa a centrocampo non funziona e dietro si continua a rischiare. Poco prima dell’intervallo, su una ripartenza perdiamo palla a centrocampo, basta un bello scambio tra due attaccanti del Birmingham e i nostri sembrano immobili. Assist a centro area per Grey che la sfiora appena e siamo sul 2-0. Il St. Andrews è una bolgia, noi rispondiamo con gli insulti, proviamo ad incitare i nostri ma si percepisce che le cose si stanno mettendo veramente male. Il momento peggiore è quando tutt’intorno a noi, i venticinquemila iniziano a intonare “Forever True” degli UB40. Per fortuna arriva il fischio dell’arbitro e andiamo tutti a prendere una birra con la speranza di vedere un atteggiamento diverso nella ripresa da parte dei nostri.

Inizia il secondo tempo, passano tre minuti e loro fanno il terzo. A questo punto non conta più quello che succede sul campo. Loro sono al settimo cielo mentre tra di noi serpeggiano tanta amarezza e una certa frustrazione, ma non ci dobbiamo far intimidire. Ormai sono rimasti in pochi ad incitare la squadra, la maggior parte di noi è intenta a gettare occhiate ai tifosi che ci insultano e ci sbeffeggiano, rispondiamo con il più classico “come outside!” e qualche steward è costretto ad intervenire per placcare gli animi. Passano poco più di quindici minuti e loro ne fanno un altro, a questo punto un gruppo numeroso dei nostri prende e se ne va, non è bello, ma vedere che la squadra non tenta nemmeno di salvare la faccia è davvero frustrante. Siamo sul 4-0 ma i gol potrebbero anche essere di più e mentre tutt’intorno esplode la festa, la sensazione è che per noi sarà una serata ancora lunga, umida e fredda. Molti si sono già precipitati ai pullman, qualcuno scriverà che al sessantaseiesimo minuto più di cinquecento tifosi del Millwall venivano scortati fino alla stazione… Rimaniamo in centocinquanta, forse duecento. Solo un padre con il suo figlioletto di dieci anni sono rimasti a fronteggiare gli oltre venticinquemila del St. Andrew’s, tanto che ancora una volta gli steward sono costretti a intervenire, questa volta con l’aiuto anche dalla polizia, scortando all’esterno il signore con il ragazzo in questione, ovviamente sotto una pioggia di insulti. Non succede molto altro fino al novantesimo per fortuna e il fischio finale sembra arrivare come una liberazione.

Gli uomini guidati da Neil provano poi ad avvicinarsi ai pochi dei nostri rimasti ma ricevono una valanga di “boooo”, c’è chi pretende delle scuse ovviamente e io potrei essere tra questi, anche se alla fine preferisco applaudire comunque i ragazzi. Ci sarà tempo per riflettere sulle cause di una simile debacle e soprattutto per metabolizzare la sconfitta, a cominciare da sabato prossimo, in casa contro il Preston, che vincendo domani potrebbe portarsi davanti a noi in classifica. A proposito di classifica, nonostante l’umiliazione di questa sera siamo ancora quarti ma il Coventry di Lampard, nel frattempo, ha vinto (nel primo tempo era sotto) e guarda tutti sempre più dall’alto, il Boro ha pareggiato, mentre il Bristol City ha perso in casa, il Charlton ha battuto il West Brom e lo Stoke è andato a vincere a Oxford. Come se non bastasse, con la vittoria di questa sera al St. Andrews, crescono sempre più anche le ambizioni dei Blues. Con la sola eccezione del Coventry, unici grandi favoriti quest’anno a mio modo di vedere, ci sono molte squadre racchiuse in pochi punti. Questo fa certamente riflettere su quanto sia equilibrata, divertente e allo stesso tempo imprevedibile la Championship.

Mentre esco sento ancora risuonare dagli altoparlanti le note di Forever True”, saluto alcuni tifosi che salgono sui pullman e mi incammino sotto la pioggia tra la moltitudine dei tifosi dei Blues verso la stazione dei bus dove prendo l’X1 diretto a Coventry via Birmingham Airport.

Sono le sei di mattina all’Aeroporto Internazionale di Birmingham, tra poco mi imbarcherò per Milano. Nel frattempo, mi sono quasi asciugato, ho messo sotto carica il cellulare, ho mandato qualche messaggio a casa. Poi ho dormito un paio di ore e sono stato svegliato da una poliziotta che gentilmente mi ha chiesto se stessi bene. Mi sono bevuto un cappuccino caldo e ho scritto queste righe di getto così come veniva, per cercare di tracciare un bilancio di queste ultime ventiquattr’ore e chiedermi se ne sia valsa la pena. Carta di credito alla mano, inizio a scorrere le date del calendario e prenoto i biglietti per la prossima trasferta.
di Stefano Conca

4 novembre 2025

"F**K YOU, I'M MILLWALL" di Federico Farcomeni (Fan's Shop), 2019

No One Likes Us, We Don't Care...
È il motto degli hooligans del Millwall...già, ma quali hooligans? F-Troop? Bushwackers? Treatment? No, molto di più, anche perché tutto si confonde nell'anonimato di quel blocco unico e compatto che se ne frega delle gerarchie piramidali, chiamato Millwall Football Club. "F**k you, I'm Millwal!l" è il grido di guerra di chi è cresciuto in curva ma è anche un libro che si prefissa l'ambizione di guidarvi nel percorso della "piccola più grande del mondo", che ha abbracciato i difficili quartieri di Londra Sud-Est sin dalle origini, e tenta di spiegare l'ascendente che questo club ha avuto nel corso degli anni sulla tifoseria, la squadra e la società, componenti legate, per quanto provino a districarsi, in modo inscindibile. Storia, scontri, tradizione e fascino di un club mitico, punto di riferimento per le generazioni ultras di tutto il mondo. Per la prima volta in italiano, un libro originale edito da Fan's Editions che approfondisce gli aspetti più oscuri del Millwall, andando al di là dei pregiudizi e provando ad arrivare alle radici di un fenomeno inafferrabile. Seguiteci nella fossa...

19 settembre 2025

"MILLWALL vs WEST HAM. Il derby della working class londinese" di Luca Manes (BradipoLibri), 2014

A Londra sono le nove del mattino di una domenica di fine novembre.
Sulle strade semideserte della capitale inglese un cielo cupo da metter spavento distilla una pioggerellina quasi invisibile. Il freddo umido ti si attacca alle ossa senza pietà, non concedendoti nemmeno un istante di tregua. Mettere il naso fuori dall’uscio di casa è un’impresa da sconsigliare anche ai fanatici del jogging. C’è solo da compatire chi deve percorrere gli ampi viali del centro cittadino perché gli è toccato un turno di lavoro infame come il tempo nel cuore d’autunno.
È il caso dei tanti poliziotti, circa mille, impegnati nel servizio d’ordine di uno dei match più temuti del panorama calcistico inglese, se non mondiale: Millwall vs West Ham United

1 settembre 2025

"MILLWALL. I LEONI DELL'ISOLA DEI CANI" di Fabrizio Miccio

Le origini del Millwall FC risalgono all’estate del lontanissimo 1885, quando un gruppo di giovani operai della fabbrica Morton’s, produttrice di marmellate e confetture varie, diede vita al Millwall Rovers FC.
La fabbrica si trovava su una piccola isola, adagiata nel tortuoso tratto del Tamigi londinese,proprio dove vi erano i vecchi docks

Quell’isola era ed è denominata tutt’oggi the Isle of Dogs. Gli operai provenivano in gran parte dalla Scozia e fu quindi adottato il “navy blue” quale colore sociale ed il leone rampante quale simbolo. Erano nati i “Lions”. Il primissimo campo di gioco è Glengall Road, ma dopo pochi anni c’è già bisogno di uno spazio più ampio. Viene individuato un grande spiazzo nel retro del popolarissimo pub Lord Nelson’s e ciò renderà molto conosciuto il nuovo club a livello locale. Nel 1887 il primo trofeo: la East End Senior Cup. Nel 1890 c’è bisogno di un campo da gioco migliore e,grazie al fattivo interesse di politici ed amministratori locali, nonché a varie cospicue donazioni di qualche benefattore, si trasloca di nuovo. East Ferry Road, di fronte alla stazione di Millwall Dock, è la nuova casa dei Lions. 
Il club è ormai popolarissimo nella zona, e ben 14.000 persone assistono alla prestigiosa amichevole con il “gigante” Sunderland. Cresce costantemente anche la forte integrazione sociale del club con la zona di origine: molti giocatori 29 vengono invitati a vestire la casacca blue con la promessa di un lavoro nei docks, all’epoca molto attivi e laboriosi. Nel 1893 arriva la prima vittoria contro un club professionista il West Bromwich ,e nello stesso anno il Millwall abbraccia a sua volta la nuova dimensione del movimento calcistico inglese. Grazie all’accordo con altri club “pro” della zona di Londra, il Millwall è tra i club che fondano la Southern League e nel 1900 compie l’impresa di arrivare fino alla semifinale di FA Cup, sconfiggendo addirittura l’Aston Villa, ma sarà sconfitta dal Southampton. 
Il 1910 segnò le sorti del club. Per la prima volta i Lions abbandonano l’isola d’origine e si trasferiscono in quella che sarà la loro temutissima tana per tanti anni: Cold Blow Lane, South East 14. Fu il famoso architetto Leitch a progettare l’impianto, inaugurato il 22 ottobre di quel anno alla presenza dell’allora presidente della FA Lord Kinnair. La scelta, seppur sofferta a livello emotivo, si rese necessaria date le oggettive difficoltà di trasporto dei numerosi appassionati, che ormai in massa venivano da ogni parte di Londra sud alle partite, e non più dalla sola isola. L’afflusso di spettatori raddoppiò, il club ne trasse benefici economici e tecnici e nel 1920 il Millwall entrò nella Football League. Da subito “The Den”, questo il nome dell’impianto (letteralmente: la fossa), si rivelò la collocazione ideale per il club e i suoi focosi supporters. L’acustica ed il posizionamento conferivano alle urla di incitamento una eco particolare e le squadre avversarie ne sembravano intimorite.
Non a caso il Millwall ha detenuto per tanti anni e per tutte le varie divisioni in cui ha militato il record di gare casalinghe senza sconfitte. Purtroppo a volte l’eccessiva esuberanza dei tifosi ha costretto la FA a chiudere l’impianto. Nel 1950 The Den era già stato chiuso ben quattro volte per disordini…e la notoria fama dei supporters era già nata. 
L’apice arriverà con le incredibili scene di violenza sul terreno del Luton, nel corso di un triste e famoso quarto di finale di FA Cup nel 1985. I Lions diventano il primo club di Third Division a raggiungere la semifinale di FA Cup nel 1925 e soltanto nel recente passato (1988) riusciranno a militare per la prima volta nella loro storia nella massima divisione calcistica inglese. A livello personale ho avuto la fortuna di poter assistere dal vivo ad una gara del Millwall al vecchio The Den. Fu un terzo turno di FA Cup nel gennaio del 1989 contro il Luton Town (3-2 con reti di Cascarono, Carter e Sheringham) e l’atmosfera fu realmente elettrizzante, come mai avevo avuto modo di percepire nelle pur molteplici precedenti occasioni di partite di calcio in Inghilterra. La carica che i quei tifosi riescono a trasmettere ai loro (a volte non proprio fenomenali) footballers e’ qualcosa di unico. 
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (giugno 2004)

20 giugno 2025

"THE HAMMERS AND THE LION" di Danilo De Nardis (Arduino Sacco Editore), 2013

Londra maggio 1926, lo sciopero generale s'insinua prepotente a turbare l'amore di due giovani e le vite delle rispettive famiglie. Il ragazzo rimane ucciso nel derby dell'East end pochi anni dopo, in circostanze misteriose. A molti anni dai drammatici eventi che portarono all'inevitabile scontro fratricida tra le due classi operaie e fazioni calcistiche, Matt, il figlio adolescente di Ron, ex capo della farm del West Jam, incontra April. 
Entrambi discendono dai personaggi coinvolti in quella primavera di fame e fuoco di ottant'anni prima; si piacciono e, forse, s'innamorano senza sapere nulla dei drammatici avvenimenti del passato...

19 febbraio 2025

"MILLWALL. NO ONE LIKES US.." di Simone Galeotti


























“[...] Il mercoledì successivo giocavamo contro il Millwall al Den. Dei Lions si può dire quel che si vuole, ma di sicuro avevano un bel seguito a livello locale. In quasi tutte le città e le aree urbane d’Inghilterra ci si aspetta di vedere in giro ragazzi che indossano svariate maglie con i colori delle diverse squadre, con una certa prevalenza del club del posto. 
A Bermonsdey e in Old Kent Road non si vedono altro che maglie del Millwall. Prova evidente che la squadra è seguitissima dalla comunità locale. E che la paura fa novanta. Una volta – ci eravamo trasferiti da poco nella zona sud-est di Londra – stavo camminando lungo Leathermarket Street. C’era un bambino seduto sul muretto. Avrà avuto otto anni e portava una maglia del Millwall. Quando arrivai alla sua altezza mi fece: “Ehi, capo. Per che squadra tieni?”. “Per il Middlesbrough” risposi io, bello spavaldo. Era un piccoletto, di sicuro ce l’avrei fatta a evitarlo. Proseguii e quando l’ebbi superato di qualche metro lo sentii cantare: “Vai a firmare, vai a firmare, barbone. Tanto c’avete solo la disoccupazione”. Stupefatto, mi voltai. Quando vide che lo stavo guardando, il bambino si mise una mano in tasca e tirò fuori una monetina". Poi mi gridò: “Eccoti 10 pence, comprati una casa”

Non cito la fonte per maldestra dimenticanza. Ma insomma: “No one likes us, no one likes us, no one likes us, We don't care/ We are Millwall, super Millwall, We are Millwall from The Den”. Ho provato a mulinare intorno a questa asserzione ma non ci sono riuscito perché questa locuzione è la particella di Dio, il bosone di Higgs, perché se una delle domande principali che la fisica moderna si pone è quella da dove nasce la massa, la stessa cosa possiamo assumerla per tracciare i contorni del fenomeno Millwall
Non ci sono austere lavagne d’Università, tantomeno prodigiosi computer su cui collocarla, nel profondo, scuoiato, cementificato sud-est londinese dove rimonta l’eco dell’ansa del Tamigi; questa frase la trovi scritta sui muri anneriti di New Cross, sotto i ponti di South Bermonsdey, una locuzione nata come urlo di culto, pronta a riecheggiare dagli spalti del Den con la sua forza primordiale di eco identitario, vibrando come un suono antico che stemperandosi nell’aria rarefatta accumuna l'odore dei "docks", degli sfasciacarrozze, delle officine, dei depositi di gomme, e, soprattutto, la certezza di una vita: essere Millwall. 
Oh, Esattamente una squadra non la località. Il Millwall nasce più a nord da dove risiede attualmente. Nel 1885 vede la luce sulla Isle of Dogs, fondato da lavoratori scozzesi di una fabbrica di marmellata, La C&E Morton’s, creata da un certo James Thomas Morton ad Aberdeen nel 1849, per rifornire le navi di generi alimentari. Il blu come colore in onore della Scozia, terra d'origine. Dockers, diranno subito, Lions, grideranno alla fine del cammino della prima F.A. del novecento in cui la squadra fu eliminata solamente in semifinale dopo aver estromesso dalla competizione formazioni ben più blasonate, tanto da meritarsi l’accostamento con il felino. Il Millwall poi migrerà, anche se il termine migrazione in questo caso assume toni un po’ troppo enfatici, decisamente più da passeggiata, visto che lo spostamento si poteva misurare arrangiandosi con un buon metro da sarto; insomma, qualche centinaia di metri in linea d'aria. Qui scelsero un appezzamento di terreno, stipato tra gli angoli delle case, fra un intreccio di linee ferroviarie, angusti capannoni e vicoli bui. 
Era il 1910 e spuntava la sagoma ossuta del vecchio "Den", firmato Archibald Leitch e inaugurato il 22 ottobre alla presenza del presidente della FA Arthur Kinnaird. Raro, trovare una squadra così legata al proprio quartiere d'appartenenza. E quando l’amministrazione della tua zona vuole occuparsi del bene del tuo club allora parve davvero che il cerchio si accenda di fiamme e il leone, superbo, ci salti dentro varcando una sorta di futuro che potesse riservare emozioni nuove, diverse, non solo nell’adrenalina di una scazzottata o di una pinta di al Lord Nelson. Successe nel 1987. il Millwall annunciò un accordo di sponsorizzazione di quattro stagioni con il Borough di Lewisham del valore annuo di 70.000 sterline circa. David Sullivan, presidente del Consiglio comunale, si disse non solo orgoglioso di questa scelta ma anche convinto che ciò potesse migliorare la reputazione del luogo e diminuire le problematiche annesse alla frangia più accesa della tifoseria. A corredo dell’operazione, la benemerita proposta di regalare per ogni singola partita a venire 100 biglietti da dividere fra anziani e portatori di handicap. Non troppo convinto dell’intervento, si mostrò il leader locale del partito conservatore David Green, convinto assertore che tutti questi soldi erano uno spreco di risorse che non avrebbero risolto i problemi del posto. 

Tuttavia, cose volete, le speranze dei tifosi dei Lions di porre fine a 100 lunghi anni di attesa per una promozione in Prima Divisione, si dimostrarono argomento ben più convincente delle rare proteste. Il Millwall ai nastri di partenza del campionato di Seconda Divisione 1987/88 era allenato da John Docherty, toh, scozzese, ottimo suonatore di cornamusa a tre bocche, nato sotto le bombe del 1940. La svolta si nascondeva dietro il recesso, non quello fosco del Cold Blow Lane, ma in quello meno pericoloso delle trattative di mercato. Al Den si mosse artiglieria pesante. Per 85.000 sterline arriverà dal Portsmouth il centrocampista irlandese Kevin O’Callaghan, dal Gillingham, Tony Cascarino anch'egli irlandese con frammenti italiani, 190 centimetri inizialmente avviati verso la professione di parrucchiere e istruttore di yoga part-time, poi entrò nel settore giovanile dei Gills nel 1982, proveniente dal Crockenhill, in cambio di alcune tute da ginnastica e di ferri da stiro semirovinati. Con loro, George Lawrence dal Southampton, che forse aveva giocato una delle migliori stagioni di sempre in riva alla Manica ma sul quale i dirigenti dei Saints stavano cercando l’affare economico visto che in scuderia al “Dell” ormai stavano scalpitando Matt Le Tissier e Alan Shearer. 
Le 160.000 sterline dell’assegno di Reg Burr, presidente del Millwall, dissiparono ogni dubbio in proposito. Le altre pedine dello scacchiere di Docherty, erano Les Briley capitano e idolo grazie al suo stile coriaceo di centrocampista, in coppia con l’altra icona della linea mediana ossia Terry Hurlock detto “Gypo”, cespuglio di capelli ricci e orecchino d’oro, mancava la benda all’occhio ma sarebbe stato perfettamente a suo agio sulla prua di una nave pirata. Tutta gente da Millwall insomma. Concreti e con pochi fronzoli. Non solo. Là davanti zampettava istrionico un biondino di 22 anni, cresciuto dalle parti di Highams Park, che tanto aveva impressionato un osservatore del Millwall quando giocava per i dilettanti del Leytonstone & Ilford, e che a 15 anni era stato portato al Den: Teddy Sheringham, assoluto predatore della superficie racchiusa tra i lati di un rettangolo. In pochi dubitarono che quel Millwall non vincesse. Forse solamente il numero dei goal subiti rispetto alle altre dirette pretendenti poteva alimentare qualche dubbio. Ma la porta difesa da Brian Horne tenne sufficientemente bene. Il timbro sulla festa fu raggiunto alla penultima giornata in casa dell’Hull City e dopo oltre un secolo il Millwall finalmente se la poteva giocare anche con le grandi in campionato. E siccome nessuno lo prese sul serio, Teddy Sheringham cominciò a segnare sempre dentro la scatoletta del Den; segnò pure un giorno del 1988 quando il Millwall si prese troppo sul serio andando in testa alla classifica della Prima Divisione e il gommista all’angolo dello stadio cadde svenuto dopo aver bevuto 5 litri di birra.

“No one likes us, no one likes us, no one likes us, We don't care/ We are Millwall, super Millwall, We are Millwall from The Den”..

11 novembre 2024

“Una sbronza, una scazzottata, una partita: THIS IS MILLWALL”.






















Il titolo è una famosa citazione di un noto hooligans del panorama delle “firm” inglesi. 
Il suo nome è Harry the Dog ed è stato uno dei leader della F-troop: la firm del Millwall che in seguito darà vita alla più nota “Millwall Bushwackers”
In quella semplice frase c'è davvero racchiusa la quinta essenza del Millwall, ossia il suo essere stata sempre catalogata come la squadra degli ultimi, di coloro che durante la settimana lavorano nei cantieri del Tamigi o in qualche altra area portuale.
Il Millwall è la loro squadra e guai a chi gliela tocca. Se si riflette per un istante il Millwall è davvero il modello per eccellenza del motto “support your local team” perchè è raro trovare una squadra che sia così legata al quartiere d'appartenenza.
Tanta gente penserà che i suoi tifosi sono, ormai, “standardizzati” come il resto dei tifosi del Regno Unito, le cose non stanno realmente così se solo si pensa alla parola d'ordine dei supporters del Millwall: “intimidating”. Certamente lo stadio “The Den” non è un posto molto visitato dai turisti per ovvie ragioni. 
“No likes us, we don't care” (non piacciamo a nessuno e non ci interessa) questo è uno dei cori più cantanti dai tifosi del Millwall ed il concetto è quello di fregarsene degli altri che li considerano razzisti, omofobi, violenti e chissà cos'altro. Ormai dai tabloid inglesi e non solo vengono considerati solamente come “cattivi”.
La squadra venne fondata dai lavoratori della J.T. Morgan nel 1885, giocando le prime partite contro squadre dell’est di Londra, cosa che l’anno successivo,1886, divenne ufficiale con la creazione dell’East End Football Association, a cui venne associata una Senior Cup, competizione che il Millwall vinse per tre volte consecutive divenendo così proprietaria del trofeo. Trionfò anche nelle prime due edizioni della neonata Southern League e successivamente vinsero anche, sempre per due volte, la Western League. Southern League e Western League esistono tutt’ora, sono il settimo/ottavo e nono/decimo livello del calcio inglese e per sua fortuna il Millwall non ha più avuto niente a che fare con queste leghe. Fu un inizio piuttosto vincente per la squadra dei lavoratori della J.T. Morton, periodo di successi che rimarrà un caso isolato nella loro storia.
Dal 1885 al 1910 il Millwall usufruì di quattro terreni di gioco, tutti posizionati nella Isle of Dogs. Il primo impianto, usato dal 1885 al 1886, era situato in Glengall Road; il secondo in East Ferry Road, dove accorrevano migliaia di persone a vedere la squadra e che venne usato dal 1886 al 1890; il terzo campo da gioco, l’Athletic Ground, ospitò la squadra dal 1891 al 1901, quando questa si trasferì a North Greenwich, dove rimase fino al 1910. Successivamente venne trovato dello spazio dove costruire, sulla sponda ad est del Tamigi e, dopo lavori costati 10.000 sterline, il 22 Ottobre 1910 il Millwall aveva la sua nuova casa, The Den, che inaugurò contro il Brighton (perdendo 1-0).
Niente applausi agli avversari, al The Den poteva esistere solo il Millwall “roar”, il ruggito dei leoni, l’assordante tifo verso la squadra di casa, le proteste verso l’arbitro, i vocaboli non proprio da gentiluomini di Westminster, e che l’avversario si fotta; il segno distintivo di questa squadra e questa gente è racchiuso nel motto “we fear no foe” che comparve nelle prime due edizioni del “club handbook” (il libro della squadra che ogni stagione viene pubblicato e che racchiude un po’ tutto quello che riguarda il club), una frase che divenne ben presto un ideale di vita e che ispirerà una delle più temibili firm del tifo inglese. Il leone, il cui primo, d’ottone, venne presentato dal club proprio nella cerimonia d’apertura (con tanto di iscrizione “non volgeremo mai la schiena al nemico”), era dunque il simbolo perfetto per il Millwall. Al The Den iniziarono a venire malvolentieri tifosi e giocatori avversari, tanto che il Millwall detiene il primato di intimidazione in quattro divisioni differenti.

























L’attaccamento viscerale dei tifosi alla squadra è inversamente proporzionale ai successi della stessa, visto che, dalle parti di New Cross (il quartiere che ospitava The Den), non si è mai vinto nulla. Un piccolo e felice intermezzo in tutto ciò è stato il 2004, quando il Millwall ha raggiunto la finale di FA Cup persa per 3-0 contro il Manchester United, ma che è valsa l’accesso in Europa nella stagione successiva, una breve esperienza (fuori al primo turno contro il Ferencváros) ma che ha rappresentato un’assoluta novità per gli uomini allora guidati da Dennis Wise.
Doveroso introdurre l’argomento tifosi, il vero segno distintivo del Millwall. Se si passa dalle parti di New Cross si nota fin da subito quale ambiente gira intorno lo stadio dei Lions. Infatti si individuano chiaramente i classici hooligans inglesi: facce brutte, teste ovviamente rasate. Sembrerà strano, ma se ne contano a decine (se non di più), e la stazza fisica è quella tipica del massiccio bulldog inglese. Sarà la razza britannica, sarà la roba che mangiano però sta di fatto che sono grossi al di fuori della norma. Quello che non stupisce invece è il classico stile di abbigliamento "casual", tipico del tifoso inglese dagli anni '80 a questa parte: tutti o quasi, portano berretti da baseball (stile Acquascutum o Burberry), giacche Stone Island per lo più, jeans e scarpe da tennis bianche. Vi sono, anche, parecchi skinheads in tenuta classica: anfibi doc Martens, jeans con risvolto, camicia a quadri Ben Sherman, giubbetto e testa rasata.
L’ambiente intorno al The Den favoriva il fenomeno hooligans: una serie di stradine e ponti che sembravano disegnati apposta per agguati e risse, Cold Blow Lane, una via che provocava un brivido freddo a chiunque non fosse di South Bermondsey e dintorni e anche solo sentisse questo nome. Ai primi del novecento risale anche la rivalità con il West Ham, altra squadra di lavoratori e portuali che darà vita con il Millwall al derby più sentito e pericoloso d’Inghilterra.

I fatti di Luton del 1985 rimangono impressi nella storia del fenomeno hooligans, ma come detto, mentre altrove la violenza è stata estirpata quasi completamente, New Den rimane un caso piuttosto a se stante. I disordini che seguirono una gara di playoff persa contro il Birmingham City nel 2002 vennero descritti come uno dei peggiori episodi di violenza recente dalla BBC, e una gara di FA Cup del Gennaio del 2009 in casa dell’Hull City degenerò nel lancio di oggetti e seggiolini in campo.
Dall'articolo si capisce, con certezza, che il Millwall è più di una semplice squadra di calcio. Forse una sorta di stile di vita sopra le righe dove, come contorno, vi è un ambiente ostile e molto rude che fa si che, una partita di calcio, si trasformi in una perfetta intimidazione nei confronti dei malcapitati avversari. Una cosa è certa, nella parte meridionale di Londra, più precisamente a Bermondsey non scherzano.
di Damiano Francesconi
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