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14 gennaio 2025

STOP THE 10. Wim Jansen e il Celtic Glasgow.






















Prendi lo scudetto e scappa. Riadattando impunemente il titolo di uno dei più famosi film di Woody Allen, ecco descritta in poche parole la breve ma vincente avventura dell’olandese Wim Jansen sulla panchina del Celtic Glasgow. 
Era la stagione 97-98, e il titolo nazionale in casa dei Bhoys mancava da ben nove anni, neanche a dirlo tutti caratterizzati dalla ferrea dittatura dei nemici di sempre dei Rangers. “Jansen chi?”, si chiedevano i tifosi e buona parte della stampa locale quando venne annunciato il nome del tecnico, scelto dopo il rifiuto di Bobby Robson, che avrebbe sostituito il dimissionario Tommy Burns.

Domanda un po’ fuori luogo, e passi per il fan che magari guardava solo la sua squadra e quelle del campionato in cui milita, ma l’ignoranza di certi giornalisti non ammetteva (né ammette) scusanti. Perché se il curriculum vitae da allenatore di Wim Jansen non offriva particolari spunti (tre coppe d’Olanda con il Feyenoord, quindi passaggi al Lokeren e come direttore tecnico della nazionale dell’Arabia Saudita, per finire con un’esperienza in Giappone alla guida del San Frecce Hiroshima, avventura conclusa con una lettera di dimissioni e un pepato commento di un giornale locale, il quale scrisse che “Jansen era la seconda peggior catastrofe che si era abbattuta su Hiroshima”), quello da giocatore era assolutamente inattaccabile. Titolare nell’Olanda finalista ai Mondiali del 74 e del 78, icona del miglior Feyenoord di sempre, quello che nel 1969 aveva vinto Coppa Campioni (battendo curiosamente in finale proprio il Celtic) e Intercontinentale, e nel 74 la Coppa Uefa, “Wimpie” era il cervello di centrocampo, il cemento che teneva unite e ben salde le fondamenta sulle quali i campioni oranje dell’epoca, da Cruijff a Rensenbrink a Van Hanegem, disegnavano il loro calcio innovativo e spettacolare, l’elemento con piedi (e intelligenza tattica) da maestro e attitudine da gregario. 
Silenzioso, tranquillo, anti-leader per eccellenza, Jansen ha fatto la storia del Feyenoord, e della nazionale, ma al momento del suo addio (partiva per gli Stati Uniti, dove lo aspettavano i Washington Diplomats) non ha ricevuto né ringraziamenti né celebrazioni ufficiali, uscendo anzi tra i fischi del pubblico dopo una rovinosa sconfitta nel derby di Rotterdam contro l’Excelsior. Niente male come saluto per un giocatore che aveva indossato la casacca del club in 524 partite ufficiali. E quando rientrerà in patria per chiudere la carriera con l’Ajax (dove a 36 anni vincerà il quarto titolo nazionale della sua carriera), ci penserà uno scimunito dagli spalti a dargli il bentornato colpendolo nell’occhio con una palla di ghiaccio durante il riscaldamento pre-partita di un Ajax-Feyenoord. Merce rara la riconoscenza nel calcio, ieri come oggi, in ogni paese.

Torniamo al Celtic. Salvato nel 1994 dalla bancarotta da Fergus McCann, il club della Glasgow cattolica era una polveriera pronta ad esplodere. Jansen, di poche parole ma estremamente deciso, non impiega molto a scontrarsi con il direttore generale Jock Brown, braccio destro del presidente. Ampie diversità di vedute su come condurre il mercato (Jansen chiede importanti sforzi economici per innalzare il livello tecnico della squadra e trattenere i big, la dirigenza indica altre priorità quali l’ammodernamento del Celtic Park, per il quale è previsto un ampliamento della capacità fino a 60mila posti al costo di 30 milioni di sterline) iniziano a scavare un fossato che nel giro di pochi mesi renderà incolmabile la distanza tra le due parti. Ecco un paio di esempi; il neo-allenatore avanza la richiesta di riportare in Scozia l’attaccante olandese Pierre van Hooijdonk, 44 reti in due stagioni e mezzo in maglia bianco-verde, ma la coppia McCann-Brown pone il veto a causa dei cattivi rapporti, legati a questioni economiche, con cui si erano lasciati con il giocatore, ceduto al Nottingham Forest. Jansen propone quindi il tedesco Karl-Heinze Riedle, ottenendo una nuova bocciatura, questa volta per ragioni anagrafiche (il 32enne attaccante finirà al Liverpool). Le premesse non sono confortanti nemmeno sul fronte interno. 
Nel precampionato Paolo Di Canio rifiuta di seguire la squadra in Olanda preferendo allenarsi per conto proprio al fine di “ritrovare la miglior forma fisica”, e magari convincere la società ad accettare le sue richieste di aumento di stipendio, mentre il portoghese Jorge Cadete, capocannoniere del club la stagione precedente con 32 reti (39 se si considerano anche le due coppe nazionali), nemmeno si presenta agli allenamenti lamentando una non meglio specificata indisposizione, il tutto mentre incarica il proprio agente di cercargli un’altra sistemazione. Se ne andranno entrambi, Di Canio allo Sheffield Wednesday e Cadete al Celta Vigo, per un totale di 12 milioni di sterline incamerati dagli scozzesi. Una piccola parte di questa somma, precisamente 2.3 milioni, la società decide di investirle a novembre per Harald Brattbak del Rosenborg, attaccante che però Jansen si rifiuta di andare a visionare, nonostante McCann gli metta a disposizione un aereo privato per volare in Norvegia, in quanto “l’acquisto era già stato deciso, la mia sarebbe stata solo una perdita di tempo”. Non fu assolutamente tempo sprecato invece il viaggio verso Rotterdam per definire i dettagli del trasferimento di Henrik Larsson dal Feyenoord, dove si era messo in luce più come suggeritore che come finalizzatore, al Celtic, per la modesta cifra di 650mila sterline. Un colpo di mercato che farà la storia del club cattolico di Glasgow.
Dalle parole si passa finalmente ai fatti, con la squadra che, oltre al già citato Larsson, viene rinforzata anche dagli arrivi di giocatori di spessore quali Craig Burley, Stephane Mahe, Marc Rieper, Paul Lambert e Jonathan Gould. Il campionato inizia con due sconfitte consecutive (1-2 sul campo dell‘Hibernian, stesso risultato a domicilio contro il Dunfermline), ma il panico regna più tra i tifosi che non nello spogliatoio. Ricorda capitan Tom Boyd: “Tra noi e Jansen si instaurò subito il giusto feeling, ma capimmo che ci sarebbe voluto un po’ di tempo per adattarci ai suoi metodi e alla sua differente impostazione tattica. Chiedeva ai giocatori molto movimento, voleva che giocassimo il più possibile palla a terra e insisteva molto sull’organizzazione della manovra. Diceva che noi giocatori non eravamo solo atleti, ma anche teste pensanti, e in campo avremmo dovuto comportarci di conseguenza. Un metodo diverso che necessitava di essere assimilato”. 

























Ad autunno inoltrato qualcosa comincia a muoversi; il 25 ottobre il Celtic batte 2-0 il St. Johnstone e passa al comando, favorito dalla contemporanea caduta dei Rangers contro il Dundee United. Non durerà molto, perché una nuova flessione porterà i Bhoys all’Old Firm in programma il 2 gennaio con quattro punti di ritardo rispetto ai rivali. Perdere significherebbe sventolare bianca sulle ambizioni di ritorno al vertice, e oltretutto la vittoria in un derby manca in casa Celtic da ormai un buon decennio. Decisamente troppo, anche per il tifoso più ottimista e accomodante. Ad interrompere il digiuno ci pensano Craig Burley e Paul Lambert, per un 2-0 che segna l’inizio di una serie di dodici risultati utili consecutivi per gli uomini di Jansen. I quali però, oltre ai Rangers, devono guardarsi anche dall’ottimo campionato disputato fino a quel momento dagli Hearts of Midlothian, la cui solidità aveva costretto entrambi i club Glasgow al pareggio negli scontri diretti. Ad “eliminare” il club di Edimburgo dalla gara ci pensano i cugini dell’Hibernian, in un tiratissimo derby terminato 2-1. L’ultima sfida fratricida di Glasgow (il 12 aprile) della stagione vede invece i Rangers vendicarsi della sconfitta di inizio anno e raggiungere nuovamente i bianco-verdi in testa alla classifica. La sfida prosegue serrata fino al 9 maggio, quando un 2-0 al St. Johnstone regala al Celtic il titolo di campione di Scozia per la 36esima volta nella propria storia, la prima dopo nove anni di digiuno. In bacheca ci finisce anche la Coppa di Lega scozzese, dopo un secco 3-0 rifilato in finale al Dundee United, mentre le altre due competizioni in cui i Bhoys si trovano impegnati, la Coppa Uefa e la Coppa di Scozia, si concludono rispettivamente per mano di Liverpool (2-2 al Celtic Park e 0-0 ad Anfield, in un incontro quest‘ultimo segnato da un paio di sviste arbitrali pro-Reds) e Rangers (2-1 in semifinale, con i Gers che poi alzeranno il trofeo).

L’aria di festa che respira a Celtic Park e dintorni per aver “fermato il 10” (riferimento alla serie di titoli consecutivi vinti dagli odiati cugini) non dura però molto; già il 10 maggio, a non più di 24 ore dal titolo vinto sul campo, Jansen gela i tifosi parlando in un’intervista della presenza di una clausola nel proprio contratto che gli permetterebbe di svincolarsi immediatamente dopo un solo anno di contratto senza pagare alcuna penale. Un’uscita che testimonia come le frizioni con la dirigenza siano tutt’altro che scomparse. Due giorni dopo arriva l’annuncio delle proprie dimissioni. E’ già tempo di accuse e recriminazioni. Secondo il presidente McCann “Jansen ha sempre mostrato disinteresse per le nostre proposte di pianificazione della squadra, negandosi al telefono e non mostrando la minima volontà di collaborare. Non ha mai voluto assumersi responsabilità, la colpa era sempre di qualcun altro”
Diverso il punto di vista dell’ex tecnico: “Se io chiedo l’acquisto di un giocatore, e questo viene rifiutato perché in passato c’erano stati alcuni diverbi con lui, è una decisione politica, con la quale non voglio avere nulla a che fare. Io mi baso su valutazioni tecniche, la politica la lascio a chi di dovere. Comunque non si può costruire una squadra di alto livello senza mettere mano al portafoglio”. Conferenze stampa separate, il ringraziamento di rito ai tifosi (alcuni dei quali accolgono allo stadio i dirigenti con l’eloquente cartello “McCann and Brown must go now!”), l’assegnazione del titolo di miglior allenatore scozzese dell’anno, e Jansen se n’è già andato. Vincitore e sconfitto allo stesso tempo.
di Alec Cordolcini, da UKFP (ottobre 2008)

2 ottobre 2024

NATO PER SEGNARE. Un profilo di Jimmy Greaves.






















Charles Buchan, giornalista del The News Chronicle, era ancora impressionato da ciò che aveva visto al White Hart Lane il 24 agosto 1957 nel corso del match tra Tottenham Hotspur e Chelsea (1-1). 
Ciò che lo aveva stupito era un debuttante che i Blues avevano schierato in attacco, “un diciassettenne”, scrisse Buchan, “dotato di tecnica, senso della posizione e personalità da campione consumato, un talento di prim’ordine con le qualità giuste per poter ricalcare le orme di Duncan Edward, il più giovane giocatore inglese ad aver vestito la maglia della nazionale”
Il ragazzo si chiamava Jimmy Greaves, e in quell’incontro segnò la prima di una lunghissima serie di reti realizzate in una carriera da vero e proprio killer dell’area di rigore. Un’attaccante nato e cresciuto per il gol, un rapace degli ultimi metri, uno stile tutto basato sulla rapidità di esecuzione e sull’anticipo, poche giocate spettacolari, niente tocchi di classe alla Bobby Charlton, potenza di tiro modesta, ma sempre al posto giusto nel momento giusto, come confermano i numeri, un metro di paragone con il quale, volenti o nolenti, gli attaccanti devono sempre confrontarsi. Quelli di Greaves parlano di 366 reti in 528 partite con Chelsea, Milan, Tottenham Hotspurs e West Ham, 44 in 57 con la nazionale inglese (solo Bobby Charlton con 49 e Gary Lineker con 48 hanno saputo fare di meglio), 100 gol segnati prima di compiere i 21 anni di età (per la precisione a 20 anni e 290 giorni, il più giovane giocatore di sempre a raggiungere una simile cifra), 41 quelli realizzati in una sola stagione (con il Chelsea nel ’60-61), 220 messi a segno con la maglia del Tottenham (massimo goleador di sempre degli Spurs), sei titoli di capocannoniere vinti.

James Peter Greaves nasce a Londra il 20 febbraio 1940, pochi mesi dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, e trascorre la sua infanzia nel quartiere orientale di Dagenham, dove ben presto entra a far parte della squadra di calcio locale. Si gioca in spelacchiati campetti di periferia ma anche in strada, ed è proprio durante uno di questi incontri che il piccolo Greaves viene avvicinato dal talent-scout del Chelsea Jimmy Thompson, che lo porta nelle giovanili dei Blues. Nella sua autobiografia Greaves ricorda che la sua scalata verso la prima squadra non è stata particolarmente difficoltosa. “Con i miei pari età il primo anno segnai 51 reti, quello successivo 122, e Thompson continuava a fare pressione su Jimmy Drake (l’allenatore che nel 1955 aveva condotto il Chelsea alla conquista del suo primo titolo nazionale, ndr) affinché mi aggregasse alla prima squadra e mi facesse firmare un contratto da professionista”. Drake cede nella stagione ’57-58, e per Graeves inizia subito la grande scalata. Dopo otto partite viene convocato nell’Inghilterra Under-23, con la cui maglia esordisce il 25 settembre 1957 contro la Bulgaria segnando due reti e fallendo un rigore (l’incontro terminerà 6-2 per gli inglesi). I gol arrivano a raffica (la sua prima stagione viene chiusa a quota 22), ma bastano un paio d’anni al nuovo bomber inglese per rendersi conto che la maglia del Chelsea comincia a stargli stretta; negli anni Cinquanta infatti il modulo adottato è ancora il 2-3-5, e l’unico schema tattico conosciuto è quello del segnare una rete in più dell’avversario. Il problema è che i Blues tante ne realizzano quante ne subiscono; nella stagione ’59-60 ad esempio il rapporto gol fatti-gol subiti registra un 76-91, in quella successiva (dove Greaves va a segno la bellezza di 41 volte in 42 incontri) addirittura un 98-100. Il titolo di campioni d’Inghilterra, conquistato solamente pochi anni prima (oltretutto dopo aver raccolto appena 52 punti in 42 partite, quasi un record negativo), appartiene già al passato remoto. Per l’ambizioso Greaves e’ giunto il tempo di cambiare aria.





















Il primo club che bussa alla porta del presidente Joe Mears è il Tottenham Hotspurs, ma il patron del Chelsea non intende assolutamente rinforzare una squadra rivale, tanto più una di Londra. I Blues però hanno bisogno di monetizzare, e la scelta cade sul Milan, che nel maggio del 1961 aveva ottenuto un’opzione sul 21enne Jimmy Greaves. L’affare sembra conveniente per tutte le parti; il Chelsea fa cassa, il Milan si assicura il più fulgido talento emergente del calcio inglese, Greaves e la moglie Irene, ancora sotto shock per la morte del loro bambino, il piccolo Jimmy junior, avvenuta solamente qualche mese prima, possono cambiare aria. “Mi bastarono poche settimane per capire l’errore che avevo fatto. Mi mancava Londra, la sua gente, la sua atmosfera e anche, perché no, i suoi pubs. Volevo tornare a casa e lo dissi alla dirigenza del Milan. Che reagì malissimo. Del resto, loro nel sottoscritto avevano investito un bel po’ di quattrini”
Ma il più grosso problema di Jimmy Greaves in Italia aveva un nome e un cognome: Nereo Rocco. I metodi militareschi e le regole ferree (proibito fumare, un solo bicchiere di vino ai pasti) alle quali il Paròn faceva sottostare la sua truppa non collimano con il carattere di Greaves, sempre pronto allo scherzo e alla bevuta in compagnia. “Gridava tutto il tempo, i giocatori erano spaventati da lui. Una volta, nel corso di un allenamento, mi scoprì al bar del campo di allenamento mentre sorseggiavo una birra e fumavo una sigaretta, e andò su tutte le furie. Un grande allenatore, ma anche un pazzo furioso”
I contrasti Greaves non li ha solo con Rocco ma anche con la dirigenza, che nel dicembre del 1961 decide di liberarsi del turbolento giocatore (che, per inciso, sul campo il suo compito lo aveva sempre fatto, visto che con 9 reti in 12 partite era il capocannoniere dei rossoneri in campionato) e lo cede al Tottenham Hotspurs per 99.999 sterline, il tutto perché il manager degli Spurs Bill Nicholson non voleva che “Greaves sentisse la pressione di essere un giocatore da 100mila sterline”.
Il 16 dicembre arriva subito il suo debutto con la nuova maglia: tripletta contro il Blackpool (gli Spurs vinceranno 5-2) e l’intero White Hart Lane in piedi a fine partita ad acclamare il loro nuovo idolo, che concluderà la stagione con la media di quasi un gol a partita (21 in 22 incontri). Era l’epoca del grande Tottenham di Bill Nicholson, che l’anno prima dell’arrivo di Greaves aveva centrato il double campionato-FA Cup. Ci sono lo scozzese Dave Mackay, polmoni d’acciaio e grinta da vendere, il nordirlandese Danny Blanchflower, capitano della squadra, fonte primaria del gioco degli Spurs, mirabile dispensatore di assist e giocate di classe, quindi l’ariete Bobby Smith, le ali Cliff Jones e Terry Dison, l’interno John White. E poi c’è Jimmy Greaves, che lascia il segno su tutti i successi raccolti in quegli anni dal Tottenham; nel 1962 va in rete nella finale di FA Cup vinta 3-1 contro il Burnley, l’anno successivo è protagonista con una doppietta nella finale di Coppa delle Coppe a Rotterdam contro l’Atletico Madrid, che il Tottenham (prima squadra inglese a raggiungere una finale in una coppa continentale) vince con un netto 5-1, quindi nel 1967 sono sei i gol segnati nel corso della FA Cup che finisce ancora nella bacheca degli Spurs, questa volta dopo aver regolato 2-0 il Chelsea in finale. “Eravamo davvero un bella squadra, compagni ma anche amici. Nicholson è stato il primo manager, al pari di Alf Ramsey, a lavorare molto sull’aspetto tattico della partita, Blanchflower e Mackay erano indispensabili per noi, poi Danny si ritirò nel 1964 e quattro anni dopo Dave venne ceduto al Derby County. La magia era finita”.

Il Graeves del Tottenham è anche il Greaves protagonista nella nazionale inglese; l’esordio (con gol) è datato 17 maggio 1959, Inghilterra-Perù 1-4, poi arriva il Mondiale cileno del ’62, dove l’Inghilterra esce ai quarti con il Brasile (1-3) e in cui lui è protagonista di una buffa rincorsa ad un cane scappato in campo. Una volta acchiappato, lo spaventatissimo animale urinerà sulla maglietta di Jimmy causando l’ilarità generale. Paradossalmente ben più tristi invece i Mondiali casalinghi di quattro anni dopo; paradossalmente perché, a dispetto della vittoria finale degli inglesi, per Graeves sanciranno l’inizio del suo periodo più buio. Infortunatosi infatti nel corso del torneo durante l’incontro con la Francia, Greaves viene sostituito dall’attaccante del West Ham Geoff Hurst e dovrà accontentarsi di guardare il resto del torneo dalla panchina, tanto più che proprio nella finale Wembley Hurst diventerà l’eroe dell’Inghilterra intera grazie alla tripletta realizzata contro la Germania Ovest. 
Il grosso problema di Greaves è l’alcol, e il posto peggiore per risolverlo è proprio un paese con la cultura del bere come l’Inghilterra. “A vent’anni mi facevo solo un paio di birre nel dopopartita, poi con i compagni del Tottenham avevamo costituito un vero e proprio club di bevitori: io, Dave Mackay, Bobby Smith, Cliff Jones, John White, Bill Brown, ma negli anni Sessanta e Settanta quasi tutti i giocatori in Inghilterra bevevano, e finchè non eccedevi i club non ti dicevano niente, anzi ritenevano che cementasse lo spirito di squadra. Non è comunque vero che quando giocavo nel Tottenham fossi già alcolizzato, viaggiavo sempre alla media di 20-25 gol a stagione, i guai grossi iniziarono dopo”
La parabola discendente del Tottenham comincia al termine della stagione ’66-67, quella di Greaves un paio di anni dopo, quando Nicholson prima gli toglie la maglia da titolare e poi lo cede, nel marzo del ’70, al West Ham. “Il peggior club d’Inghilterra per chiunque aveva problema legati al bere”, commenterà Jimmy anni dopo. “C’eano infatti Bobby Moore, re dei bevitori, quindi Frank Lampard e Harry Redknapp, bravi in egual misura con la palla tra i piedi e con un bicchiere in un mano. Io ero una spugna, tanto che l’anno seguente avevo già perso la voglia di giocare, così decisi di appendere le scarpe al chiodo”. Greaves chiude con un bottino di 357 reti, miglior marcatore di sempre nella massima divisione inglese, terzo all-time topscorer (alle spalle di Arthur Rowley, 434 gol, e William “Dixie” Dean, 379) in assoluto del calcio d’Albione se consideriamo anche i campionati inferiori.
Da un punto di vista strettamente calcistico l’anonima esperienza di Greaves con il West Ham (13 reti in 38 partite) è da ricordare soprattutto per un curioso record; tutti gli esordi di Jimmy con una nuova maglia sono stati bagnati da un gol. Lo ha fatto, come si è visto, con il Chelsea (contro il Tottenham il 24 agosto 1957), con l’Inghilterra Under-23 (contro la Bulgaria il 25 settembre 1957, doppietta), con l’Inghilterra (contro il Perù il 17 maggio 1959), con il Milan (contro il Botafogo il 7 giugno 1961), con il Tottenham (contro il Blackpool il 16 dicembre 1961, tripletta) e infine anche con gli Hammers, una doppietta realizzata il 21 marzo 1970 in trasferta contro il Manchester City (5-1 per il West Ham il risultato finale). Dai primi anni Settanta però il suo principale avversario è stato l’alcol, che ha sconfitto definitivamente nel periodo a cavallo tra il 1976 e il 1979 grazie all’associazione degli Alcolisti Anonimi. “Ero diventato un mostro, vivevo solo per bere. All’inizio i soldi non erano un problema, poi anche da quel punto di vista la situazione è cominciata a precipitare, e ciò mi deprimeva, e più ero depresso e più bevevo. Mia moglie se n’era andata, ero diventato aggressivo, provai a ritornare nel mondo del calcio giocando con club dilettanti quali Brentwood e Chelmsford, ma fu tutto inutile. Un servizio pubblicato sulla prima pagina del Sunday People nel quale venivano mostrate le condizioni in cui mi ero ridotto mi fece molto male, ma servì anche a farmi prendere definitivamente coscienza del problema. Ero malato e avevo bisogno di aiuto”.
 
Negli ultimi vent’anni un Jimmy Greaves ripulito si è costruito una brillante carriera come editorialista per il Sun e come commentatore televisivo, ha avuto un’ultima brillante esperienza nella Southern League inglese tra le fila del Barnet (entrò in squadra nell’ambito di un programma di disintossicazione, e chiuse il campionato con 25 reti giocando da centrocampista) ed è anche tornato con la moglie (adesso è pure diventato nonno). Particolarmente di successo fu il programma “Saint and Greavsie” condotto sulla rete televisiva ITV per dieci anni (tra l’82 e il ’92) con lo scozzese Ian St.John, ex attaccante del Liverpool; interviste e approfondimenti, il tutto condito con abbondanti dosi di humor inglese, e il pubblico ha dimostrato di gradire. Jimmy Greaves è vivo, viva Jimmy Greaves.
di Alec Cordolcini, da UKFP (maggio 2006)

26 settembre 2024

LA FARSA DI ALLY e L'EPICA DI ARCHIE. Una rievocazione della Scozia al Mondiale del ‘78.

























Il calcio può essere epica, poesia, commedia, tragedia oppure farsa. Generi diversi che in alcuni rari casi riescono a mescolarsi così profondamente da formare un tutt’uno difficile da scindere, e ancora meno da dimenticare. La prima volta della nazionale scozzese alla fase finale di un mondiale di calcio rappresenta uno degli esempi più eclatanti. 
Tutto iniziò da una frase pronunciata all’Hampden Park di Glasgow il 25 maggio del 1978: “Mi chiamo Ally MacLeod, e sono un vincente”.
Poi, tanto per aggiungere la classica ciliegina su una torta che tutti non vedevano l’ora di gustare, ecco una Promessa di quelle con la P maiuscola. “La Scozia vincerà la coppa del mondo”. 
E il tripudio fu totale. Quella sera si celebrava la partenza della Tartan Army verso l’Argentina, e nulla era stato lasciato al caso; almeno 20mila erano le persone accorse per applaudire i giocatori in parata a bordo di un bus a due piani dal tetto scoperto, pronti a salire a bordo del DC10 che li avrebbe condotti verso la Grande Impresa. Orgoglio era la parola chiave; orgoglio di rappresentare non solo la propria nazione ma anche l’intero Regno Unito, dal momento che Galles, Irlanda del Nord e Inghilterra si erano perse per strada lungo le qualificazioni. Gli inglesi avevano dovuto arrendersi alla differenza reti lasciando primo posto del girone, e il conseguente biglietto per l’Argentina, all’Italia, mentre gli irlandesi non avevano avuto scampo contro l’Olanda di Cruijff. A lasciare a casa il Galles ci avevano invece pensato direttamente gli uomini di MacLeod in un tiratissimo incontro disputato ad Anfield il 17 ottobre 1977.
La Federcalcio gallese aveva scelto Liverpool a scapito di Wrexham per fini puramente economici (Anfield poteva contenere 51mila spettatori, l’impianto della capitale gallese solo poco più di 15mila), azzerando così il fattore campo per quello che era una sorta di spareggio per il definitivo primato del girone (che come terza e ultima squadra comprendeva i campioni d’Europa in carica della Cecoslovacchia). Gli scozzesi ringraziarono e passarono all’incasso, anche se con più difficoltà del previsto, dal momento che ci volle un rigore molto dubbio (mani in area di Joey Jones, ostacolato però irregolarmente da Joe “Squalo” Jordan) fischiato a undici minuti dalla fine per spezzare l’equilibrio. Don Masson, centrocampista del Derby County, centrò il bersaglio, imitato una manciata di minuti dopo da Kenny Daglish con un bel colpo di testa in tuffo. Il sogno poteva avere inizio.

La parata dell’Hampden Park (con tanto di canzone scritta appositamente da un Rod Stewart per nulla timoroso di sprofondare nel ridicolo cantando versi quali “Ole ola, ole ola / we’re gonna bring that World Cup back from over tha”) fu fonte di lazzi e scherni da parte della stampa inglese, che accusarono i colleghi di essere semplici tifosi dotati di macchina da scrivere. Critiche senza dubbio dettate dalla gelosia di gente con la bile grossa come un melone in quanto costretti a guardarsi la competizione dal divano di casa propria; critiche che però nascondevano un fondo di verità ben evidenziato da quel tifoso che, in mezzo al tripudio di Croci di Sant’Andrea, si chiese se non era meglio imbastire celebrazioni dopo aver vinto il trofeo, e non prima. 
Il gruppo in cui era stata sorteggiata incitava però all’ottimismo; c’era l’Olanda del Calcio Totale ormai sul viale del tramonto, per di più senza Cruijff e Van Hanegem, c’era un Perù “accozzaglia di veterani e vecchie glorie” (così disse un membro dello staff tecnico di Ally MacLeod), e infine c’era un Iran già inopinatamente ribattezzato squadra materasso. Alla fase successiva si qualificano le prime due, ragion per cui l’agenzia di scommesse Ladbrokes azzardò una quota 8-1 per la Scozia campione del mondo.




















Il Sierras Hotel, piccolo complesso nella cittadina di Alta Gracia, fu l’alloggio scelto per gli scozzesi. Non era certo un Movenpick a cinque stelle, quanto piuttosto un tugurio con le camere da letto più simili a dormitori per homeless e una piscina in cui sguazzavano beatamente decina di blatte, il tutto condito dall’onnipresente presenza, al di fuori del perimetro dell’hotel, dei militari della giunta di Videla, grilletto facile e simpatia direttamente proporzionale al tasso di democrazia che regnava nel paese, e da una scossa tellurica che aveva interessato le colline circostanti, “la più forte registrata negli ultimi cinquant’anni”, almeno così scrisse la stampa locale. Circostanze malaugurati a parte, Macleod era già proiettato alla partita d’esordio contro il Perù, ma si rifiutò di andare a visionare un loro allenamento dal vivo in quanto, a suo dire, li conosceva già bene grazie a una mezza dozzina di videocassette recentemente visionate. E poi cosa c’era da temere da una squadra che molti giornali europei definivano alla stregua di un’armata brancaleone un po’ in avanti con gli anni? La risposta arrivò sabato 3 luglio 1978 allo stadio Chateau Carreras di Cordoba davanti a 37792 spettatori. La Scozia doveva rinunciare a buona parte della difesa titolare, con i due terzini Willie Donachie e Danny McGrain più il centrale Gordon McQueen fuori causa per infortunio. La scelta di Macleod cadde rispettivamente su Stuart Kennedy, Martin Buchan e Kenny Burns, con i primi due posizionati in un ruolo di fascia che non era il loro. In più lasciò in panchina il talento di Graeme Souness a favore dei polmoni dell’ormai stagionato Masson, l’eroe di Liverpool, escludendo anche il bomber dei Rangers Glasgow Derek Johnstone, che aveva appena chiuso la stagione con un bottino di 41 reti, per lasciar posto a Jordan. Una mossa quest’ultima che lasciò perplessi parecchi osservatori ma che, almeno inizialmente, diede i suoi frutti quando al minuto 19 proprio lo Squalo raccolse una respinta difettosa del portiere peruviano Ramon Quiroga su tiro di Bruce Rioch e portò in vantaggio la Tartan Army. Ma il Perù non era quella banda di sprovveduti che molti credevano; a centrocampo dettava legge Teofilo Cubillas, uno dei reduci del Mexico 70 ma tutt’altro che un talento in pensione (del resto aveva poi 29 anni), mentre sulle fasce Kennedy e Buchan arrancavano dietro i tacchetti di Oblitas e Munante, ali piccole e leggere tutte dribbling e scatti. Prima dell’intervallo Cueto aveva pareggiato la rete di Jordan, ma ciò che preoccupava di più i tifosi scozzesi sugli spalti era l’incapacità dei propri beniamini di prendere le misure agli scatenati peruviani. Un bandolo delle matassa che Macleod non aveva la minima idea di come sbrogliare, e infatti una volta rientrato negli spogliatoi le uniche parole che disse ai suoi esterrefatti giocatori fu di “calciare la palla più lontano e più forte possibile”. Al rientro in campo la Tartan Army tentò con una reazione d’orgoglio di invertire l’inerzia della partita, ma quel giorno la dea bendata aveva deciso di non accettare la corte degli uomini di Macleod, per cui il colpo di testa di Jordan finì sul palo e Masson si vide respingere un calcio di rigore da “El Loco” Quiroga. Poi iniziò il Cubillas show e per gli scozzesi fu notte fonda; doppietta del mago peruviano per il 3-1 finale e giocatori in maglia blu fuori dal campo a testa bassa, morale sotto i tacchi e il ricordo dei festeggiamenti dell’Hampden Park evaporato come se fosse lontano intere decadi piuttosto che poche settimane.
L’indomani Macleod ordinò alle proprie truppe di serrare le fila e di pensare esclusivamente alla prossima partita, avversario l’Iran. Pura illusione; subito dopo il fischio finale l’ala del West Bromwich Albion Willie Johnstone, uno dei pochi elementi positivi nella disfatta peruviana, venne sottoposto a un controllo antidoping a sorpresa risultando positivo a uno stimolante. Il giocatore ammise di aver preso il Reactivian, farmaco permesso dalla Federcalcio inglese ma vietato dalla Fifa. Scoppiò un polverone, che andò a sommarsi alle già copiose critiche provenienti da una stampa inglese che se la rideva sotto i baffi e a non meglio precisate accuse di sbronze e sesso a go-go nelle notti antecedenti la partita. Johnstone, ingenuo più che imbroglione, venne dato in pasto all’opinione pubblica dal segretario della Federcalcio scozzese Ernie Walker, che lo rispedì a casa su due piedi. Poi fu di nuovo calcio, e nuovamente di pessima fattura. Anche contro l’Iran gli scozzesi palesarono gravi carenze tattico-organizzative, trovando la rete del vantaggio solo grazie a una comica autorete del difensore Eskandarian. Nel secondo tempo arrivò però la rete del pareggio degli asiatici, triste anticipazione del coro di fischi e urla (“ridateci i nostri soldi” il refrain più gettonato) che piombarono dalle gradinate occupate dai tifosi della Tartan Army. Si era decisamente lontani dal concetto di cavalcata verso la coppa espresso alla vigilia. Il giorno seguente alla conferenza stampa ad Alta Gracia l'atmosfera era plumbea, anche se Macleod tentò di rasserenarla avvicinandosi a un cane e cominciando ad accarezzarlo. "Almeno è rimasto questo cane a volermi bene", disse. La bestia si girò di scatto e gli morse il dito.
Il terzo e ultimo atto del girone eliminatorio prevedeva l'Olanda, che aveva vinto contro l'Iran e pareggiato con il Perù portandosi il testa al gruppo. Per qualificarsi alla fase successiva gli scozzesi dovevano battere i tulipani con almeno tre reti di scarto. Il teatro non era più il Chateau Carreras di Cordoba bensì il San Martin di Mendoza, città ai piedi delle Ande. Macleod, ai minimi storici in termini di popolarità, scese un ulteriore scalino verso il fondo accettando un'offerta di 25mila sterline da parte dello Scottish Daily Express (giornale che al termine del pareggio con l'Iran, tanto per dare le giuste proporzioni al disastro, era uscito con il titolo “The end of the world”) per un'intervista esclusiva, quando fino al giorno prima la linea adottata era quella di parlare con tutti i giornalisti senza favoritismi di sorta. Il tecnico decise però di cambiare le proprie abitudini anche riguardo l’undici titolare, schierando in campo Greame Souness fin dal primo minuto. Con un stadio per due terzi dalla propria parte (i neutrali erano tutti per gli scozzesi) Souness e compagni cominciarono ad attaccare a testa bassa; se fallimento doveva essere, almeno sarebbe arrivato senza perdere la dignità. Ma la prima rete a gonfiarsi fu proprio quella difesa da Alan Rough, battuto al minuto 34 da un calcio di rigore di Rob Rensenbrink per quello che era il gol numero 1000 nella storia della Coppa del Mondo. Sotto il cumulo di cenere dove si trovavano sepolti i sogni di gloria della Scozia ardevano però ancora diversi tizzoni, i cui nomi rispondevano a quelli di Greame Souness, Kenny Daglish (fino a quel momento deludente) e Archie Gemmill. L'1-1 partì proprio dai piedi del primo, il cui cross venne girato di testa da Jordan verso Daglish, che con una terrificante botta al volo ristabilì la parità. A inizio ripresa Willy van der Kerkhoff stese l'incontenibile Souness in area, e Gemmil trasformò il penalty del vantaggio. Gli olandesi, perso per infortunio il proprio motore di centrocampo, Johan Neeskens, tentennavano e arretravano di fronte alla ritrovata carica scozzese, con un Macleod risorto a vita nuova in panchina che si sbracciava incitando costantemente i suoi uomini. Al minuto 68, con la Scozia di nuovo in attacco, tre difensori olandesi accerchiarono Daglish sottraendogli la palla, che però finì sui piedi di Gemmill al limite dell'area. Fu l’inizio dell’Archie show; un primo dribbling su Wim Jansen, un secondo su Ruud Krol e un terzo su Jan Poortvliet prima di scagliare un rasoterra all’angolino imprendibile per il numero uno degli oranje Jan Jongbloed. Un gol fantastico, eletto poco tempo dopo il più bello di tutto il Mondiale, sicuramente uno dei migliori nella storia della Tartan Army. La Scozia cominciò a intravedere la luce alla fina del tunnel, dopotutto alla grande impresa mancava solo una rete. Che arrivò 4 minuti più tardi, ma nella porta sbagliata. Fu ancora una volta un gran gol, ma lo segnò Johnny Rep con una bordata dalla trequarti che non lasciò scampo a Rough. Fine del sogno, per la vittoria della coppa del mondo si prega di ripassare prossimamente.
Sull’avventura scozzese al Mondiale del 1978 sono stati versati fiumi di inchiostro, ma non solo; a distanza di vent’anni il Fringe Festival di Edimburgo è stato aperto con due film dedicati all’evento, il primo, The Game, incentrato sui tifosi che avevano sofferto da casa per i propri beniamini impegnati oltreoceano, il secondo, Argentina 78 – The Director’s Cut, maggiormente focalizzato sugli eventi calcistici, senza dimenticare una buona dose di ironia (non poté quindi mancare la più gettonata barzelletta scozzese post-Mondiale su Micky Mouse che girava per le strade di Glasgow con al polso un orologio raffigurante Macleod). Il momento mai dimenticato è però quello della rete di Gemmill, citata dal film Trainspotting (nella scena della camera da letto) ma soprattutto al centro di una ballata scritta dal poeta Alastair Mackie dal titolo The Nutmeg Suite. Versi che meritano di essere riproposti:
di Alec Cordolcini, da UKFP (dicembre 2007)

6 settembre 2024

"BEST IN BLACK. Storia di uno dei primi giocatori di colore del campionato inglese" di Alec Cordolcini

Oggi si parla di Best. L’altro Best, non il mitico Georgie, bensì Clyde, a suo modo anch’egli una leggenda, un’icona, un simbolo. Forse non del calcio, a dispetto di qualità fisiche e atletiche comunque non disprezzabili, sicuramente però dell’intera popolazione di colore, essendo stato uno dei primi giocatori neri a calcare i campi della massima divisione inglese, quella che oggi chiamiamo Premier League. 
Accadeva sul finire degli anni Sessanta, quando il 17enne Clyde lasciava il suo paese d’origine, le Isole Bermuda, per effettuare un provino con il West Ham
L’aggancio era arrivato grazie all’inglese Graham Adams, all’epoca commissario tecnico della nazionale delle Bermuda, tra le cui fila Best (nato il 24 febbraio 1951) aveva esordito addirittura all’età di 14 anni. Fisico da boxeur, voce profonda, pelle color ebano; non esattamente il prototipo di attaccante che il popolo degli Hammers si sarebbe aspettato di veder sbarcare ad Upton Park a cavallo tra la fine dei Sixties e l’inizio dei Seventies, ovvero in un’epoca in cui il calcio in Inghilterra rimaneva uno sport ad uso e consumo quasi esclusivo della popolazione bianca e in cui proliferavamo luoghi comuni secondo i quali i giocatori di pelle nera non era adatti a sopportare i rigori del clima invernale, i campi fangosi e la durezza dei difensori inglesi. Un razzismo nemmeno troppo strisciante, se si considerano gli ululati che si udivano in diversi stadi del Regno Unito al momento dell’ingresso in campo di Best, spesso preso di mira anche da certa stampa londinese come capo espiatorio delle sconfitte del West Ham. Sono ancora lontani i tempi di Viv Anderson, il primo giocatore di colore a vestire la maglia della nazionale inglese.
Best sbarca non ancora maggiorenne in una Londra già multirazziale (“in aeroporto circolavano persone di ogni nazionalità, ma soprattutto indiani, tanto che mi chiesi se per caso non fossi arrivato a Bombay”), ma non trova nessuno ad accoglierlo, e così è costretto a prendere un bus da Heathrow fino a Victoria Station per poi fermare un paio di passanti e chiedere indicazioni per raggiungere il Boleyn Ground. Essendo domenica però trova lo stadio chiuso; fortuna vuole che nei paraggi si imbatte in un vicino di casa dei fratelli John e Clive Charles, giocatori del West Ham nonché residenti nei pressi di Upton Park. Inizia così l’avventura in terra inglese del giovane Clyde, che il tecnico degli Hammers Bruce Greenwood farà esordire in campionato qualche mese dopo il suo 18esimo compleanno in una partita contro l’Arsenal, il 25 agosto 1969. 
Ha la scorza dura Best, e ciò a piace a Greenwood. In patria si era abituato alla fisicità di un certo calcio di stampo europeo giocando contro selezioni della Royal Navy, la marina militare delle forze armate britanniche, di stanza alle Bermuda. Impegno e adattabilità sono i suoi punti di forza; “la seconda caratteristica è fondamentale in tutti i giocatori che vivono un’esperienza all’estero”, commenta oggi Best. “Quando sento che alcuni giocatori della nazionale inglese in partenza per una trasferta in Russia si lamentano perché giocheranno su un terreno sintetico capisco che partono già sconfitti in partenza. Sei tu che devi controllare la palla, non viceversa”. Una filosofia che Best ha applicato in tutte e sei le stagioni spese a giocare accanto a leggende quali Bobby Moore, Geoff Hurst e Martin Peters con la maglia del West Ham, per un totale di 186 presenze in campionato e 47 reti (218 e 57 contando tutte le competizioni), impreziosite dalla vittoria della FA Cup nel 1975, anche se lui ha dovuto guardare i compagni battere 2-0 il Fulham (reti di Alan “Sparrow” Taylor, attaccante prelevato qualche mese prima dal Rochdale, club dell’allora League Two, la quarta divisione, che già nei quarti e in semifinale si era reso protagonista di due doppiette che avevano eliminato rispettivamente Arsenal, sconfitto 2-0, e Ipswich Town, 2-1 al replay dopo uno 0-0) essendo finito in panchina per scelta tecnica del nuovo allenatore del West Ham John Lyall, subentrato a inizio stagione a un Ron Greenwood diventato nel frattempo direttore generale del club.
Mentre all’esterno qualcuno continua a deridere quel gigante di colore in maglia claret & sky blue che sbuffa e lotta nel cuore delle difese avversarie, tra i tifosi del West Ham crescono per contro i consensi, tanto che in piena era Subbuteo qualcuno confessa di aver dipinto di nero il figurino di plastica targato Hammers da schierare al centro dell’attacco nelle interminabili partite pomeridiane. Anche nello spogliatoio tutto fila liscio per Best, i cui modi da gentiluomo ne facilitano l’inserimento. “Razzismo? Indubbiamente c’era, ma non nel West Ham. E dai fischi negli altri stadi non mi sono mai fatto impressionare. Giocare a fianco di Bobby Moore, quello poteva farti tremare le gambe. Se oggi uno come John Terry guadagna 130mila sterline alla settimana, quando avrebbe dovuto essere pagato uno come Moore? O come George Best?”. Il Best che invece è stato un inconsapevole apripista alla diffusione dei calciatori di colore nel campionato inglese ha lasciato l’Inghilterra nel 1975 per la NASL (North American Soccer League) statunitense. Tornerà in Europa nell’estate del 1977 per una disastrosa esperienza in Olanda nel Feyenoord, diventando uno dei più grandi bidoni nella storia del club di Rotterdam. Ma questa è un’altra storia.
Clyde Best ha terminato la propria carriera giocando sempre nella NASL con il Portland Timbers e successivamente con i canandesi del Toronto Blizzards. Poi è diventato allenatore, operando per molti anni negli Stati Uniti prima di fare ritorno a casa (dal 1997 al 1999 è stato anche ct della nazionale), dove ha trovato una situazione disastrosa dal punto di vista sportivo. “Alle Bermuda i giovani sono bravi con il Nintendo, ma non su un campo da calcio, all’interno del quale non sanno nemmeno come muoversi. Ma temo che a breve questo diventerà un problema mondiale”
In Inghilterra ci è tornato nell’estate del 2006, per ricevere l’onorificenza di Membro dell’Impero Britannico (MBE) assegnatagli per i servizi resi al mondo del calcio e alla propria comunità nelle Bermuda. Questa volta ad attenderlo all’uscita dell’aeroporto c’era un piccolo gruppo di persone. Prima di dirigersi a Buckingham Palace gli rimaneva però una cosa da fare; andare a comprarsi un bel cappello, un top hat, di quelli a cilindro alla Fred Astaire, che avrebbe reso ancora più impeccabile il suo completo nero griffato. Ne ha scelto uno da 500 sterline, sua moglie non ha battuto ciglio. 
Era davvero the Best. Almeno fino a quando scese dal taxi di fronte alla residenza dei reali d’Inghilterra. “Sicurezza, signore”, gli disse un gorilla grosso quanto lui, “devo chiederle di consegnarmi il cappello. Non può portarlo dentro”. 
Com’era bella Londra quarant’anni prima.
di Alec Cordolcini, da UKFP (marzo 2008)
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