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20 novembre 2025

RUGBY. "TRA VERITA’ E LEGGENDA" di Giuseppe Lavalle

Era un pomeriggio invernale del 1823, il cielo britannico non prometteva niente di buono e la vita di alcuni ragazzini si stava consumando dietro ad un pallone.
Fuori dal rettangolo di gioco, perso nei suoi tormenti, William Webb Ellis guardava quel gruppo muoversi come uno stormo, come un battaglione in pieno combattimento. La testa andava lì, al padre morto in una delle tante guerre che l’esercito di Sua maestà combatteva in giro per il mondo.
Su quel campetto della Public School Ellis ci era finito grazie ad una borsa di studio per orfani di guerra. Messo lì per decisione di altri, a rispettare regole fatte da altri e ad inseguire quello che altri ritenevano giusto per la sua vita.
Nato a Manchester, di origine irlandese, ora Ellis si trovava nella cittadina di Rugby nel Warwickshire, tra l’indifferenza dei suoi pari età e la sua voglia di esplodere.

“In grave spregio delle regole del football di quel tempo…” come recita ora una lapide affissa su uno dei muri della scuola, Ellis iniziò a correre verso la palla, la prese e la strinse forte al petto, correndo tra i ragazzi che cercavano di fermarlo, arrivò sulla linea di fondo, schiacciò la palla a terra ed alzo le braccia la cielo.

Era nato il rugby!

È sul suo exploit, che ci sarebbero dei forti dubbi, anche perché, sembra che, all’epoca, in Inghilterra, il football fosse praticato in numerose varianti, che cambiavano di scuola in scuola e che venivano modificate, di anno in anno, dagli stessi studenti. In quel periodo, pare che, in alcune scuole, fosse permesso bloccare la palla con le mani. Era il trattenerla e correre, che era proibito. È plausibile, comunque, che all’interno di queste diverse regolamentazioni sia successo, in posti diversi e nel corso degli anni, che qualcuno abbia praticato una variante in cui fosse permesso correre con la palla in mano.

La storia di Ellis comparve per la prima volta nel 1876, quando un certo Bloxan pubblicò un articolo sul “Rugby Meteor”, il giornale locale. L’articolo si rifaceva alla storia raccontata da un testimone anonimo, che avrebbe assistito al gesto eretico di Ellis. Quando la Rugby Football Union decise di indagare, era già il 1895, Bloxam era morto da 7 anni, Ellis da quasi venticinque; gli investigatori della RFU interrogarono tutti quelli che, all’epoca dei fatti, frequentavano la scuola di Rugby.
Pochi però si ricordavano di Ellis. E quei pochi lo dipingevano come un giocatore di cricket. Ma, soprattutto, non avevano mai sentito parlare di quella corsa contro le regole. Quell’articolo, scritto 53 anni dopo quella mitica corsa con il pallone in mano, basato interamente sui ricordi di un misterioso testimone, resta il solo indizio di un qualcosa che forse è accaduto, forse no. Ellis, senza saperlo, aveva dato vita, con il suo gesto, ad uno sport, una passione che oggi vive ancora.
Davanti alla sua tomba, nel Cimitero del Vecchio Castello a Mentone (Francia), di fronte al mare, Ellis ora è lì seduto con un pallone tra le mani e si compiace al pensiero di cosa ha scatenato quella sua corsa contro le regole.
di Giuseppe Lavalle

24 ottobre 2025

"DAI BEATLES A BLAIR: La cultura inglese contemporanea" di Roberto Bertinetti (Carocci Editore), 2001

Questo volume propone un viaggio all’interno della società e della cultura inglese dal 1956 sino ad oggi attraverso i ritratti dei protagonisti di un periodo che ha segnato in maniera profonda l’intera storia europea. 
Ai mutamenti nella moda, nella musica, nel teatro, nella narrativa, si affiancano la scoperta della figura del teenager - l’adolescente che diventa consumatore - e la nascita del personaggio di James Bond, perfetta sintesi del clima della Guerra Fredda. Sugli schermi delle sale cinematografiche e in libreria prende intanto forma una profonda rivoluzione nei rapporti tra i sessi, mentre l’incubo della perdita di peso sul piano internazionale favorisce nel 1979 la vittoria di Margaret Thatcher. 
L’Inghilterra degli anni Ottanta ritratta nei film di Ken Loach, di Mike Leigh e di Stephen Frears è un paese violento, diviso, sensibile alle parole d’ordine del razzismo e dell’intolleranza. La ricerca di un’identità multiculturale caratterizza, invece, l’indagine letteraria dei nuovi autori, spesso - è il caso di Rushdie e di Naipaul - approdati a Londra da altri continenti. 
Sul piano politico gli avvenimenti centrali della realtà contemporanea sono la crisi della monarchia e un veloce cambio di passo verso la piena modernizzazione imposto dai laburisti guidati da Tony Blair, vittoriosi grazie al progetto di uno stato a forte partecipazione collettiva, costruito per offrire ad ogni individuo uguali opportunità di partenza.

23 agosto 2025

"CHURCHILL, IL LEONE BRITANNICO" di Vincenzo Felici

Torride notti anconetane, seminsonni, col ventilatore quale migliore amico, trascorse sconsolatamente davanti alla tv, che ha inaspettatamente trasmesso un documentario a cui sono rimasto incollato. Sonno perso sapientemente e percezione del caldo afoso ridotta al minimo, grazie al dissetante sidro britannico “Thatchers Gold”.. 
Vengo realmente catturato da un ritratto assai ricco, quanto obiettivo di Winston Churchill, il Primo Ministro inglese che cambiò il corso della Seconda Guerra mondiale, l’indomabile statista che stravolse il destino dell’Europa. Di lui si conosce praticamente tutto, ma sinceramente, un quadro così originale del premio Nobel per la letteratura non l’avevo mai ammirato. Analisi del personaggio sia sotto l’aspetto caratteriale che professionale, stilando il profilo di un un uomo dai curiosi risvolti. Lo statista tatuato era particolarmente allergico alla scuola, uno scavezzacollo non da poco. Da adolescente era stato vittima di una commozione cerebrale, si era danneggiato un rene, aveva rischiato di morire in un lago, era caduto ripetutamente da cavallo, si era schiantato in aereo ed era stato investito da un auto ! Amava dipingere e con ottimi risultati, a detta di Pablo Picasso. Prigioniero di guerra nel 1899, riuscì a scalare il muro della prigione e fuggì, nascondendosi in una miniera di carbone per ben tre giorni. Amava la scienza, credeva negli alieni e la sua spiccata estrosità, combinata ad un proverbiale senso dello humour, era spesso foriera di forti frasi ad effetto. Indimenticabile quella che più ci riguarda e riconducibile alla celebre “battaglia di Highbury” del 1934, tra Italia ed Inghilterra:

“Mi piacciono gli italiani, vanno alla guerra come fosse una partita di calcio e vanno a una partita di calcio come fosse la guerra.”

Il detto viene spesso accostato ad un severo giudizio sulla condotta italiana durante il secondo conflitto mondiale, sul Duce e sui suoi malandati battaglioni.. Churchill faceva preciso riferimento a quella epica partita, in cui il “sistema” di Herbert Chapman sfidò il “metodo” risultatista di Vittorio Pozzo, spuntandola solo a grande fatica. Su di un campo pessimo, venne giocata questa “amichevole” fra scuole calcistiche divergenti, i Campioni del Mondo in carica contro i “pionieri del football”. 50.000 tifosi spinsero gli inglesi ad una vittoria per 3-2, con gli italiani sotto di tre reti dopo appena dodici minuti. Carlo Ceresoli parò subito un rigore e Luisito Monti si fratturò l’alluce scontrandosi con Ted Drake. La veemente reazione d’orgoglio dell’Italia, frutto di una doppietta di Giuseppe Meazza, portò gli Azzurri a sfiorare la rimonta, tra gli applausi del pubblico estasiato, testimone di un match ruvidissimo per numero di contrasti e durezza di gioco ( Eddie Hapgood ne seppe qualcosa.. ). La “Perfida Albione”, come era stata apostrofata da Benito Mussolini, aveva ricevuto seppur vincendo, una eroica lezione.

Insomma, aforismi e frasi ad effetto erano il “pane quotidiano” di Churchill. La assoluta padronanza della descrizione storica e biografica, unita ad un’impeccabile arte oratoria, lo portarono a scrivere più di venti libri. I gatti costituivano la sua passione e rispettava gli orari in modo maniacale. Come maniacale era quella, da lui stesso definto “il cane nero”, ovvero la oscura depressione che lo attanagliava ad intermittenza, intaccandone talvolta, la leggendaria capacità di concentrazione. Iperattivo, ironico fino all’eccesso, era solito farsi almeno due bagni al giorno, trovando ( a suo dire ) nell’acqua calda un valido aiuto per riflettere compiutamente.. 
Un soggetto istrionico, piacioso e gioviale, che fra un whisky ed un immancabile sigaro mandò all’aria i deliranti oblii guerreschi di Adolf Hitler. Il leader del Partito Conservatore non era immune alla passione per il calcio. Nutriva una intima venerazione per il football e seguiva le sorti del Queen Park Rangers, non certo uno dei team inglesi più vincenti. 
A trasmettergli l’amore per gli “Hoops” fu suo padre Lord Randolph Churchill (nella stagione 1890/91 infatti compare tra i proprietari del Club), uomo anch’egli illuminato ed assiduo frequentatore del “Loftus Road”. Winston custodiva nell’ animo il sogno di vedere giocare in biancoblu il “Mago”: Sir Stanley Matthews, in forza allo Stoke City ed al Blackpool, “Pallone d’Oro” nel 1955. Una delle squadre più suggestive di Londra fece dunque breccia nel cuore dello stratega attraverso una passione irrazionale, tramandata nel nucleo familiare. Il “British Bulldog” assistette a vari traslochi e cambiamenti cromatici, visto che i londinesi inizialmente, indossavano divise a cerchi biancoverdi, come quelle del Celtic Glasgow. Il QPR lasciò però, sia padre che figlio a “bocca asciutta”, annoverando in bacheca solo una Coppa di lega vinta nella stagione 1966/67, battendo in finale il West Bromwich Albion. Il 15/1/1965 Churchill morì nella sua casa di Londra all’etá di 90 anni, in seguito ad un grave ictus, non potendo così assistere, per un soffio, alla unica vittoria della sua squadra favorita.
di Vincenzo Felici

23 maggio 2025

ABERDEEN. La Decade



Con il termine “decade” si sottintende una serie di avvenimenti accaduti in un contesto cronologico di dieci anni. Questo sostantivo femminile, solitamente, racchiude fatti, eventi, accadimenti od azioni che hanno avuto luogo in un periodo che va dal – al ma che, come già espresso, sono racchiusi nell'arco temporale di dieci anni. A prescindere se questi siano stati belli oppure brutti, tristi o meno tristi.
Nella storia del calcio, molto spesso, vi sono state circostanze sportive che si sono racchiuse all'interno di un decennio. Possono aver portato gioie, dolori, felicità o malumori ma comunque sia sono state degne di nota e degne di essere raccontante alle generazioni future di appassionati.
Oggi prenderemo un aereo immaginario e voleremo verso la Scozia. Più precisamente andremo nel nord est della Scozia proprio in direzione del Mar del Nord. Siamo in quella che viene chiamata la “Città d'Argento” o “Città di Granito” ed è considerata la terza città più popolosa della Scozia. Siamo atterrati ad Aberdeen.
Negli anni '70 Aberdeen fu considerata la città perfetta dove vivere in quanto, nelle acque limitrofe alla città, vennero rinvenuti grossi giacimenti petroliferi i quali portarono la città a guadagnarsi la nomea di “Capitale europea del petrolio” e “Capitale europea dell'energia”. Tutta la popolazione visse un periodo di straordinario splendore tra gli anni 70 e gli anni 80. Quel periodo fu considerato la “belle époque” per la cittadinanza di Aberdeen.
Tutti i cittadini vivevano di lavoro durante la settimana ed il week end, come da prassi, era il calcio ad essere il centro dei pensieri di tutti gli abitanti. La squadra locale è l'Aberdeen Fc conosciuti anche come Dons. La squadra può vantare il fatto di essere, ad oggi, la terza forza storica del calcio scozzese dopo le due, più note, compagini di Glasgow. Rangers e Celtic.
Il massimo picco a livello di conquiste di trofei, i Dons, lo devono proprio a quegli anni 80 i quali videro il club divenire un vera e propria potenza, non solo in Scozia.
La decade sta proprio a racchiudere quei dieci anni vissuti ai massimi livelli, da parte del club, sia nel contesto nazionale che nel contesto europeo.
Negli anni 70, l'Aberdeen, aveva già intrapreso un percorso di crescita arrivando ad essere la temibile outsider nella perenne lotta tra Celtic e Rangers. Diversi furono gli allenatori che si alternarono sulla panchina dei Dons. Da Eddie Turnbull a Jimmy Bonthrone , da Ally MacLeod fino a Billy McNeil. Sotto la guida di Turnbull e di MacLeod vennero alzati gli unici due trofei degli anni 70 ossia la Coppa di Scozia nel 1969-70 ed una Coppa di Lega scozzese nel 1976-77.
Nonostante questi due trofei alzati al cielo, dalle parti del Pittodrie Stadium, casa dell'Aberdeen, si avvertiva la necessità di provare ad alzare quell'asticella cercando di provare a vincere un campionato che mancava dalla stagione 1954-55. La svolta storica avverrà nel 1978 con l'approdo del giovane allenatore scozzese di nome Alex Ferguson. Non ho voluto enfatizzare il suo nome in quanto, all'epoca, non era il “Sir” Alex Ferguson che noi tutti abbiamo ammirato sulla panchina del Manchester United per oltre vent'anni. All'epoca era un allenatore qualsiasi che venne esonerato dal modesto club St. Mirren per poi, appunto, essere ingaggiato dai Dons.
Nella stagione 1979-80 la società vantava nomi di lustro quali Gordon Strachan, Jim Leighton, Willie Miller e Alex McLeish. Questi nomi si amalgamarono alla perfezione con l'idea di calcio di Ferguson. L'Aberdeen divenne una perfetta macchina da goal ed una squadra ben oliata nei meccanismi di gioco arrivando, a fine stagione, a vincere il campionato di Scozia, dopo venticinque anni. Quel campionato sarà ricordato anche per la tensione con la quale venne vinto in quanto, quella stagione, l'Aberdeen vinse con un solo punto di distacco dalla seconda in classifica: il Celtic.




























Tutta la Scozia innalzò l'Aberdeen come orgoglio del paese e Ferguson venne considerato uno straordinario allenatore del panorama calcistico britannico. Nelle strade della città vi furono innumerevoli festeggiamenti per il trofeo tanto ambito.
La stagione successiva l'Aberdeen si piazzò in seconda posizione dietro al Celtic ma, comunque sia, confermò il suo status di “outsider” e disturbatrice della questione legata all'Old Firm. La squadra e l'allenatore erano sempre più un'unica cosa e tutti se ne accorgevano. I tifosi, i giocatori, la dirigenza e tutto lo staff. C'era la voglia di andare sempre oltre.
Nella stagione 1981-82 l'Aberdeen conquistò un altro trofeo. Questa volta si trattò della Coppa di Scozia in cui la finale venne giocata, come da tipica tradizione, ad Hampden Park e dinnanzi ai Dons vi erano i Rangers. I Gers passarono in vantaggio al 15esimo minuto per poi essere ripresi da una rete di McLeish per l'Aberdeen al 32esimo. Nell'extra time, però, uscì fuori chi, tra i due schieramenti, aveva più voglia di vincere e questi erano proprio i Dons i quali si imposero, alla fine del match, per 4-1 ai danni dei Blu di Glasgow. Quel giorno andarono a segno anche McGhee, Strachan e Cooper.
Ovunque andasse, l'Aberdeen, era ormai considerato un “giant” che doveva essere battuto ma quelli, come detto, erano gli anni d'oro e la cosiddetta decade vincente per i Reds quindi, l'impresa di rendere la vita difficile alla squadra di Ferguson, era davvero ardua come cosa.
La vera consacrazione arrivò la stagione successiva. La stagione 1982-83 è considerata, probabilmente, la più bella ed indimenticabile per ogni tifoso dell'Aberdeen. Quell'edizione del campionato venne vinto dal Dundee United (altra straordinaria sorpresa degli anni 80 scozzesi) ma, i Dons, fecero parlare ancora di loro e, questa volta, non solo in Scozia. In territorio nazionale venne sollevata un'altra Coppa di Scozia sempre ai danni dei Rangers. La vera impresa, però fu quella avvenuta in Europa nella Coppa delle Coppe.
Dopo una straordinaria cavalcata che vide l'Aberdeen far fuori club quali Sion, Dinamo Tirana, Lech Poznan, Bayern Monaco ed i belgi del Waterschei Thor si arrivò alla finale di Coppa delle Coppe contro il Real Madrid. L'incontro venne disputato all'Ullevi Stadion di Göteborg in Svezia. I Dons passarono subito in vantaggio al settimo minuto con il sigillo di Eric Black per poi essere ripresi dalla rete dal dischetto di Juanito per il Blancos, Si arrivò, quindi, ai tempi supplementari e la rete di Hewitt, al minuto 112, permise la prima grande impresa storica dell'Aberdeen. I Dons vinsero la Coppa delle Coppe del 1982-83.
Ora, anche in Europa, si parlava dei “rossi di Aberdeen” e Miller, Strachan, Weir, McGhee erano alcuni tra i calciatori più chiacchierati del panorama britannico. Non solo loro ma anche Ferguson stava arrivando alla ribalta ormai e, anche in Europa, di lui si era iniziato a parlare.
Se qualcuno pensava che i Dons fossero appagati non aveva che da ricredersi in quanto nel dicembre del 1983 venne giocata la partita di ritorno di Supercoppa europea tra Aberdeen ed Amburgo. All'andata, in Germania, il risultato rimase ancorato sullo 0-0 ma il ritorno, giocato al Pittodrie Stadium, vide la formazione di Ferguson vincere per 2-0 grazie alle reti di Simpson e di McGhee. Fu delirio. L'Aberdeen era sul tetto d'Europa.
Quella vittoria consolidò i Dons come immagine di Scozia in Europa e fu un vero e proprio vanto per la città essere considerati l'élite scozzese in giro per il vecchio continente.
Nelle coppe nazionali, l'Aberdeen, continuò a dire la sua in quanto, nell'edizione 1983-84 di Coppa di Scozia, venne aggiunto un altro trofeo in bacheca. Questa volta la vittoria, in finale, fu ai danni del Celtic con il risultato di 2-1. Nelle coppe nazionali l'Aberdeen dominava, in Europa il suo nome venne inciso nella storia ora, però, bisognava riportare la Premier Division nel nord est di Scozia. Proprio l'edizione del 1983-84 fu quella in cui i Dons tornarono a dire la loro anche in campionato alzando al cielo il loro terzo scudetto. Un'altra impresa venne compiuta: Supercoppa europea, campionato e Coppa di Scozia.
Con l'iniziare della stagione 1984-85 tutte le avversarie si domandavano se esistesse un modo per fermare l'inarrestabile avanzata dei Dons i quali, dovunque andavano, raramente perdevano. Arrivarono, con due giornate d'anticipo, a vincere anche quel campionato con un distacco di quattro punti nei confronti del Celtic.
Nella stagione 1985-86 l'allenatore Alex Ferguson si prese carico di un'ulteriore responsabilità. La Scottish Football Assosation diede l'incarico di guidare anche la nazionale scozzese dal 16 ottobre 1985 al 13 giugno 1986. Partecipò quindi ai Mondiali 1986 ereditando il ruolo di CT scozzese da Jock Stein. La Scozia venne eliminata al primo turno. Tornando, però, all'Aberdeen in quella stagione verrà centrato un altro double. Nella stagione 1985-86 i Dons vinsero la Coppa di Scozia e la Coppa di Lega. La prima venne vinta per 3-0 contro gli Hearts, mentre la seconda fu vinta sempre con lo stesso risultato e sempre contro una squadra di Edimburgo: Hibernian Edinburgh.
L'Aberdeen, ormai, era divenuta una realtà più che nota del calcio scozzese, britannico ed europeo. Diversi club avevano adocchiato molti calciatori di spessore ma la cessione più dolorosa fu quella che avvenne il 6 novembre 1986. Quel giorno l'allenatore e beniamino del popolo di Aberdeen salutò, per sempre, i Dons. Dopo otto anni sulla panchina di Pittodrie, alla guida dei Reds, Alex Ferguson andò nella vicina Inghilterra ad allenare il Manchester United e lì diverrà la leggenda mondiale del calcio per quanto concernono trofei, traguardi e successi.
Nel frattempo al suo posto arrivò Ian Porterfield il quale però deluse le aspettative e l'Aberdeen iniziò ad avere un evidente calo a livello di successi. Per ben tre stagioni rimase a secco di trofei dalle parti del Pittodrie.
L'Aberdeen, però, era sempre un club degno di nota in Scozia ed anche se per tre stagioni non venne alzato alcun trofeo, i suoi piazzamenti in campionato erano sempre tra la seconda e la quarta posizione. Con l'addio di Ferguson qualcosa si era inclinato ma, come detto, rimaneva sempre un club di rilievo nel paese delle Highlands.
Nel 1989-90 i Dons erano guidati da Alex Smith e chiusero questa decade nella maniera in cui iniziò, ossia con il sollevamento di due trofei. Quell'anno vinceranno la Coppa di Scozia, battendo in finale, ai rigori, il Celtic e la Coppa di Lega ai danni dei Rangers.
Bene, ora possiamo riprendere quell'ipotetico aereo citato all'inizio dell'articolo e tornarcene a casa. Si torna casa con la consapevolezza di aver fatto, più che altro, un viaggio nel tempo in quello che fu un periodo d'oro per un club che, troppo spesso, viene messo in disparte in quanto destinato a vivere nell'ombra delle due grandi di Glasgow. Una cosa, però, è certa. L'Aberdeen ha avuto l'onore di essere stata ed essere ancora a tutt'oggi un club che ha scritto pagine memorabili del calcio d'oltremanica e sopratutto di Scozia. Gli anni ottanta sono stati una vetrina sensazionale, per la città, grazie del boom economico dovuto ai giacimenti petroliferi. Stessa cosa si può dire della squadra locale la quale ha, per dieci anni, toccato il cielo con un dito in quegli stessi 80's. Anche una leggenda vivente come Sir Alex Ferguson deve, secondo il mio modesto parere, molto del suo appellativo onorifico “Sir” a quelle imprese compiute ai tempi dei Dons. D'altronde, secondo un articolo della BBC del 2013, il più grande trionfo di Sir Alex Ferguson ebbe luogo in una notte piovosa, in quel di Göteborg, nel 1983. Un trionfo proveniente da una “generazione d'oro” arrivata alla gloria contro ogni pronostico ed ogni probabilità.
di Damiano Francesconi

9 maggio 2025

CORREVA L'ANNO 1892, da una costola dell'Everton nacque il Liverpool



“Mi avete stufato, mi prendo la palla e il campo e vado a giocare per conto mio”.
Ormai John Houlding ne aveva le scatole piene dei suoi colleghi del board dell'Everton. L'ennesimo furibondo litigio gli fece prendere la decisione che avrebbe cambiato la storia del football, non solo sulla Merseyside. 
Era il 1892, Liverpool poteva contare su uno dei porti più importanti del Regno Unito e di riflesso del Pianeta; l'Inghilterra vittoriana era il cuore di un impero smisurato.
L'Everton, nato nel 1878, era uno dei 12 membri fondatori della Football League e già nel 1891 si era laureato campione nazionale. Insomma, era senza dubbio una delle realtà di spicco del gioco che in Inghilterra stava appassionando le masse e che per molti esponenti della working class era diventato una professione molto meno alienante di un'occupazione da operaio in una fumosa fabbrica o da scaricatore di porto nei docks.
Dal 1884 i Toffeemen si esibivano presso l'impianto sulla Anfield Road, di proprietà dell'amico di Houlding John Orrell, il quale affittò l'arena al club dell'omonimo quartiere a ridosso del centro di Liverpool.
Houlding era uno dei personaggi più in vista della città. Proprietario di una fabbrica di birra di grande successo, titolare di un seggio in Parlamento, in futuro sarebbe stato anche Lord Mayor, ovvero sindaco di Liverpool. Sembra che per mere questioni economiche – l'aumento degli interessi sul prestito concesso al club in primis – i dissidi tra il parlamentare conservatore e gli altri membri del consiglio dell'Everton raggiunsero un punto di non ritorno, con scontri durissimi con personaggi quali George Mahon, astemio molto “radicale” e per questo inviso al padrone di una delle brewery più importanti del Paese. I Toffeemen decisero di attraversare lo Stanley Park e farsi una nuova casa al Goodison Park, a Houlding rimase l'allora piccolo stadio di Anfield Road, al quale il facoltoso uomo d'affari diede subito un inquilino nuovo di zecca e dalla denominazione molto poco originale: Everton Athletic.
Per decisione delle massime autorità calcistiche, Houlding fu quasi subito costretto a cambiare nome al “secondo” Everton.
Nacque così il Liverpool F.C.
Un club che si rivelò fin dai primi vagiti molto ambizioso. Il braccio destro del presidente, tale John McKenna, fu sguinzagliato a nord del Vallo di Adriano alla ricerca di talenti, che all'epoca in Scozia abbondavano, soprattutto perché lì il calcio non era un fatto di contrasti assassini e anarchia totale, come in Inghilterra, ma di passaggi accurati e dribbling brucianti. Fu così che le grandi scozzesi di fine Diciannovesimo secolo – Dumbarton, Renton e Cambuslang – fornirono il loro tributo di ben 12 giocatori alla compagine non a caso definita “the team of all the Macs”, che era di bianco, blu e azzurro vestita. 
E sì, perché i futuri Reds il rosso cittadino come colore sociale lo adottarono solo nel 1896. Quando avevano già vinto una Lancashire League e due volte la Second Division del calco inglese. Robetta, in confronto alla messe di vittorie degli anni a venire, allorché un personaggio leggendario come Bill Shankly “made the people happy”. Ovvero fece impazzire di gioia la metà rossa di Liverpool.
di Luca Manes
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