27 febbraio 2026

"LA LEGGENDA DI SANT'ALBERTO, 1986 quando il Celtic infranse i cuori di Edimburgo" di Alessandro Boretti (Urbone), 2016

Nello sport, come nella vita, si gioca per vincere. E alla fine vince solo uno. Non esiste il “primo-a-pari-merito”! Tutti gli altri, come mi disse il compianto presidente dell’Hellas Verona Saverio Garonzi, alla fine di una mia vittoria sulla squadra che lui seguiva in quell’occasione, “i se gratta el cul!” Ma in un rush finale, quando si è testa a testa con l’avversario, cosa serve per vincere?
Il campionato di calcio scozzese della massima serie nella stagione 1985/86 vide il suo epilogo all’ultima giornata, quando Hearts di Edimburgo e Celtic di Glasgow si contesero il titolo. Gli Hearts giunsero a quell’ultima gara in vantaggio sui rivali biancoverdi di 2 punti, e sarebbe bastato loro un misero punto per assicurarsi quello che noi chiamiamo “scudetto”. Quel sabato, in tutta la Scozia, c’erano solo 2 persone che credevano fermamente che il Celtic potesse ribaltare la situazione e assicurasi il titolo. 
Uno era il manager David Hay, un grande talento come giocatore uscito dal vivaio biancoverde a fine anni ’60, ma persona schiva e mite che, nonostante il ritardo in classifica, durante la stagione aveva condito le interviste rilasciate ai mass media senza clamore, ma con un convinto ottimismo. Pura formalità o estrema fiducia nel proprio lavoro e soprattutto nei propri giocatori? E ancora: una squadra come affronta il lavoro settimanale, volto a rincorrere gli avversari, fisicamente e mentalmente? Qual è l’approccio che spinge i calciatori a presentarsi in campo quando l’avversario primo in classifica dista parecchi punti e le gare a disposizione per recuperare sono sempre meno? Nonostante prestazioni altalenanti e problemi di vario genere, il Celtic riuscì ad arrivare all’ultima gara di campionato con un’unica possibilità di agganciare e superare gli Hearts in classifica. Questo libro vi porterà fino a quell’ultimo piovoso sabato, il 3 maggio 1986 dove nello spogliatoio di Love Street, lo stadio del St. Mirren, scoprirete l’altra persona che credette in quella vittoria.

26 febbraio 2026

"1977. ACCADDE IN INGHILTERRA" di Christian Cesarini

La First Division venne vinta dal Liverpool di Bob Paisley, che si aggiudicò il titolo con appena un punto di vantaggio (57) sul Manchester City (56). Reds capaci di trionfare anche in Coppa dei Campioni, nella finale vinta all'Olimpico di Roma sui tedeschi del Borussia Moenchengladbach. Ultimo posto per gli Spurs, capaci di perdere 21 delle 42 gare di campionato. Grandi polemiche durante l'ultima giornata di campionato quando Coventry City e Bristol City, venute a conoscenza dello svantaggio del Sunderland al Goodison Park, accomodarono il gioco sul risultato di 2 a 2 con il pareggio utile alla salvezza di entrambi i club. Al fischio finale Coventry e Bristol rimasero in First Division, il Sunderland retrocesse insieme allo Stoke City e al Tottenham.



Marcatori: Andy Gray (Aston Villa) e Malcolm MacDonald (Arsenal), entrambi con 24 reti. In Second Division vennero promossi Wolverhampton Wanderers, Chelsea e il Nottingham Forest di Brian Clough. Scesero in Third Division Carlisle United, Plymouth Argyle e Hereford United, con quest'ultimi che diventarono il primo club assoluto a giungere ultimo in Second Division dopo aver vinto la Third Division l'anno precedente. Promozione in Second Division per Mansfield Town, Brighton & Hove Albion e il Crystal Palace guidato da Terry Venables alla sua prima stagione da manager. Reading, Northampton Town, Grimsby Town e York City scesero in Fourth Division, sostituiti in Third Division da Cambridge United, Exeter City, Colchester United e Bradford City. Il 21 maggio, davanti a centomila fans, si giocò un'emozionante finale di Fa Cup; a trionfare fu il Manchester United sul Liverpool per 2 a 1, risultato che infranse il sogno dei Reds di Paisley di realizzare uno storico e clamoroso “treble”. La League Cup venne invece sollevata dall'Aston Villa che superò l'Everton per 3 a 2 al secondo replay, mentre il British Home Championship, il tradizionale torneo delle nazionali britanniche, vide l'affermazione della Scozia con 5 punti.

Riconoscimenti: Andy Gray dell'Aston Villa venne nominato miglior giovane e miglior giocatore dell'anno dalla PFA (Professional Footballer Association), mentre la FWA (Football Writers Association) elesse come best player Emlyn Hughes, capitano del Liverpool.

Curiosità: la stagione 1976/77 fu la prima in cui vennero usati ufficialmente i cartellini gialli e rossi per le sanzioni disciplinari. Fu inoltre introdotta una nuova competizione: la Debenhams Cup. A disputarla, secondo il regolamento stabilito dalla Football League, i due clubs non appartenenti alle prime due divisioni della piramide calcistica inglese, capaci di superare il maggior numero di turni in Fa Cup. Chester e Port Vale raggiunsero entrambi il quinto turno della coppa prima di esser eliminate rispettivamente da Wolverhampton ed Aston Villa. La finale della Debenhams Cup fu giocata in doppia partita: l'andata finì 2 a 0 per il Port Vale ma nel ritorno giocato al Sealand Road il Chester s'impose con una gara memorabile per 4 a 1 aggiudicandosi il trofeo. Il manager scozzese Tommy Docherty vinse l'Fa Cup con il Manchester United, primo trofeo conquistato dai red devils dopo l'era Busby. Dopo la finale (precisamente il 4 luglio) venne licenziato quando confessò in un'intervista la relazione amorosa con la moglie del fisioterapista del club. Kevin Keegan fu ceduto per 500.000£ all'Amburgo e con i soldi della cessione il Liverpool acquistò dal Celtic il promettente Kenny Dalglish pagandolo 440.000£, cifra record all'epoca che in Inghilterra fece scalpore. Molto risalto mediatico ebbe anche l'acquisto del Watford FC da parte di Elton John, famosa pop-star inglese. Durante la prima conferenza stampa il cantante dichiarò di aver realizzato un vero e proprio sogno in quanto tifoso del Watford sin da bambino. Il 20 marzo 1977 morì in un incidente stradale Peter Houseman, ala del Chelsea dal 1963 al 1975. Nel terribile schianto sulla A40 nei pressi di Oxford persero la vita anche la moglie del giocatore Sally e due loro amici, Allan e Janice Gillham. In quella stagione “Nobby” Houseman, all'epoca 31enne, giocava per l'Oxford United ma dopo l'incidente fu organizzata una gara amichevole tra giocatori del Chelsea 1970 (squadra con il quale Houseman vinse l'Fa Cup) e il Chelsea 1977. Al testimonial match parteciparono 17mila persone e l'intero incasso della gara fu devoluto ai figli delle vittime, tre dei quali erano figli dello sfortunato Houseman.

Varie: Nel 1977 il primo ministro era il laburista James Callaghan.

Sgt.Pepper's Lonely Hearts Club Band dei Beatles venne eletto miglior album e Bohemian Rhapsody dei Queen fu uno dei singoli di maggior successo.

Il 7/07/77 fu proiettata a Londra la premiere del film 007 La spia che mi amava; il GP di Formula 1 di Silverstone venne vinto dall'inglese James Hunt su McLaren; a Wimbledon trionfò lo svedese Bjorn Borg, che sconfisse l'americano Jimmy Connors al quinto set. Il 25 dicembre si spense in Svizzera il grande attore londinese Charlie Chaplin.
di Christian Cesarini

24 febbraio 2026

[UK CINEMA] 30 anni di TRAINSPOTTING (1996)


Mark Renton è un giovane di Edimburgo che trascorre le giornate tra l'eroina e un gruppo di amici sbandati: lo stravagante Spud, l'arrogante Sick Boy e il pericoloso Begbie.
Il film racconta la loro vita ai margini, fatta di furti e disperate fughe dalla realtà per evitare la noia del mondo borghese. Dopo aver toccato il fondo e aver visto amici morire, Renton decide di ripulirsi e si trasferisce a Londra. Qui i vecchi compagni lo trascinano in un ultimo affare di droga che frutterà migliaia di sterline. Alla fine, Renton sceglie di tradire il gruppo e scappa con il bottino per cambiare vita.
Il legame con l'Hibernian è fortissimo perché tutti i protagonisti sono tifosi sfegatati di questa squadra di calcio. Il club rappresenta le loro radici nel quartiere di Leith e la loro identità popolare. Nel film si vedono poster del team, maglie verdi e riferimenti continui alle partite, segnale di un legame indissolubile con la città.
La colonna sonora è l'anima del film: brani come Lust for Life di Iggy Pop e Born Slippy degli Underworld sono diventati inni generazionali, fondendo rock e techno in modo magistrale.

🇬🇧UK in ITALY. Più che mai, PROFILO BASSO FANZINE


Profilo Basso Fanzine è un’idea che nacque nel lontano 2012. Il primo numero, composto da otto pagine in bianco e nero e fotocopiate sotto casa, venne distribuita al giro di amici stretti e a quelli fuori città grazie alle conoscenze che avevo in giro per lo stivale. 
Fin da subito riscosse la curiosità dei ragazzi. Un progetto nato anacronistico in anni in cui l’immediatezza di internet stava prendendo il sopravvento. Senza scopo alcuno, se non quello di mettere nero su bianco le proprie passioni e poterle condividere con chi ne fosse interessato. Fanzine che è stata da sempre indirizzata a chi frequenta le gradinate, va ai concerti, compra i dischi, ha l’armadio che trasborda di vestiti e sta con il gomito al bancone del pub. Fin dai primi numeri c’è stato un gran interesse da parte di molti lads ed i social, prima Facebook e poi Instagram hanno sicuramente aiutato a far conoscere Profilo Basso a molte persone. I social sono sempre stati un mero canale pubblicitario. Successivamente, senza tante pretese, venne creata una linea di abbigliamento e negli anni possiamo orgogliosamente dire di aver prodotto molti articoli interessanti come felpe personalizzate, tote bag, berretti, portachiavi e molto altro cercando sempre l’originalità e la qualità. A più di tredici anni di distanza, il progetto va ancora avanti, con numerosi lettori e con il numero 63 che verrà pubblicato a breve. Una fanzine che negli anni è cresciuta di pagine, può vantare molti collaboratori ed ora è interamente a colori. Un sentito ringraziamento a chi ha consentito tutto questo sia possibile.
di Demis, @ProfiloBassoFanzine

20 febbraio 2026

"MASTERS OF FOOTBALL 113 anni di calciatori britannici e irlandesi in Italia" di Massimo Truzzi & Corrado Delunas (GeoEdizioni), 2005


MASTERS OF FOOTBALL 
(113 anni di calciatori britannici e irlandesi in Italia).
Il libro è stato scritto dal nostro amico nonche’ collaboratore della nostra fanzine Massimo “Mac” Truzzi e Corrado Delunas. Ripercorrendo 113 anni del campionato di calcio italiano, il libro ci fa conoscere tutti i giocatori britannici e irlandesi che vi hanno partecipato. Una vera e propria enciclopedia. (La prefazione è di Max Troiani)
Potete richedere il volume alla GEOEDIZIONI.

RIP Caro MAC💓

"ROY KEANE. L'autobiografia" di Roy Keane & Eamon Dumphy (Libreria dello Sport), 2005


Roy Keane, capitano del Manchester United e dell'Irlanda, è una delle personalità più affascinanti del panorama calcistico internazionale. L'indiscussa intelligenza calcistica e la fortissima determinazione di Keane hanno permesso all'Irlanda di qualificarsi ai Mondiali di calcio del 2002. Ciò che ha creato però il "personaggio" Keane è stato il comportamento, non proprio encomiabile, tenuto da questo atleta sui campi di calcio. Celeberrimo l'episodio del 21 aprile 2001 in occasione del derby di Manchester: Keane colpisce duramente al ginocchio Alfie Inge Haaland, giocatore del Manchester City, per una divergenza fra i due atleti risalente a qualche anno prima.


18 febbraio 2026

[MISTER FOOTBALL] "GARY ROWELL ed il suo Sunderland" di Roberto Gotta

Una delle prime immagini che ricordo dal settimanale Shoot, quella di Rowell. Con la maestosa, semplice divisa del Sunderland fine anni Settanta, soprattutto con il bellissimo stemma con la petroliera, grande omaggio alla locale tradizione di cantieri e armatori. Rowell, nato a Sunderland e cresciuto a
Seaham, pochi chilometri più a sud, è morto di leucemia, a 68 anni, sabato 13 dicembre, esattamente 50 anni dopo il suo debutto con i Rokermen, con cui giocò tra campionato e coppe 293 partite segnando 103 gol, da attaccante puro ma anche da centrocampista offensivo. 


Solo il grande Len Shackleton - tra l’altro ex Newcastle, il personaggio che nella sua autobiografia dedicò una pagina a ‘quello che i dirigenti di club sanno di calcio’, lasciandola… vuota - e Kevin Phillips hanno segnato più di Rowell, con la maglia del Sunderland, l’unica da lui indossata con continuità. Frenato presto dai postumi di un infortunio al ginocchio, dopo cinque stagioni, nel 1984, fu lasciato partire nell’ambito di un rivoluzionamento della rosa che fallì miseramente, tanto che il club retrocesse prima in seconda poi in terza serie, poi solo una sessantina di partite in sei stagioni, tra Norwich City, Middlesbrough, Brighton, Dundee e Burnley. Ma è ovviamente a Sunderland che il suo ricordo è vivissimo, anche nel canto «We all live in a Gary Rowell world», ripetuto - su guida dell’altoparlante - prima del derby di domenica. Proprio in un derby, ma al St.James’ Park, Rowell aveva avuto la sua giornata più bella, il 24 febbraio 1979: tripletta e assist in un 4-1 che a lungo dominò i racconti locali. E del resto del Sunderland era anche tifoso: da ragazzo delle giovanili, nel 1973, un giorno si diede malato a scuola per poter partire presto e seguire la squadra, in treno, in una delle trasferte di FA Cup di quell’anno straordinario in cui i Rokermen vinsero il trofeo da squadra di seconda divisione.
di Roberto Gotta, da https://misterfootball.substack.com

Qui sotto Rowell, dal web, in azione nel 4-1 a Newcastle. Sullo sfondo, il celebre complesso edilizio della Leazes Terrace, ora coperto dalla grande tribuna che comprende il settore ospiti di St.James’ Park.

17 febbraio 2026

"HOOLIGAN" di Eddy Brimson (Libreria dello Sport), 2002

L'acclamatissimo autore di "Everywhere we go" fa il suo esordio nella fiction con questo racconto duro e sfacciato della violenza nel calcio. 

Hooligan abbatte i miti che stanno dietro le persone e racconta il percorso che devono affrontare per raggiungere il loro traguardo... Steven Morris e il suo gruppo di delinquenti sono i più temuti nel paese. Per loro i giorni delle battaglie sulle gradinate sono passati,un gioco da idioti per ragazzini e aspiranti hooligan, un posto dove anche gli innocenti possono essere colpiti, e questo non è quello che il gruppo di Mozzer è in realta. Loro vogliono prendere solo chi vuole strappargli il "titolo" e in qualche modo Mozzer sa sempre chi, dove e come colpire e colpire duramente. 
Fino ad ora la rete di "scout" e informatori ha sempre mantenuto lui e il suo gruppo un passo avanti ai suoi rivali, ma c'è qualcuno pronto a preparargli una fine sanguinosa o sarà la polizia alla fine a catturarli?

16 febbraio 2026

RONNIE LAWSON. "The Burscough Roar” di Gianluca Ottone

Nationwide era un programma televisivo della BBC che andò in onda tra il 1969 ed il 1983.

Programma di intrattenimento leggero si direbbe oggi, veniva trasmesso nel tardo pomeriggio, orario che per molte case inglesi corrispondeva con l’ora della cena, tipicamente piuttosto anticipata rispetto alle latitudini latine. Nationwide offriva servizi legati a notizie regionali, sport, un panorama di informazione nazionale, storie eccentriche. Proprio queste ultime incontravano molto favore tra i telespettatori e sovente regalavano un quarto d’ora di gloria al personaggio o all’evento di turno. E così fu per una puntata dell’ottobre 1975 quando la squadra esterna della BBC1 si recò nel Lancashire, ad  Ashton Under Lyne, praticamente periferia nord est di Manchester presso Hurst Cross, lo storico stadio dell’Ashton United Football Club ai tempi partecipante alla Cheshire League, campionato “non-league” che coinvolgeva squadre del Cheshire e del Lancashire. E’ giusto ricordare che Hurst Cross è dal 1884 casa dei biancorossi e risulta essere uno degli impianti più vecchi al mondo ad avere ospitato ininterrottamente le gesta della squadra locale. Ma l’obiettivo dell’inviato e della sua crew non era nessuno che avesse relazione con la squadra di casa ma bensì un tifoso ospite del Burscough Football Club, tale Ronnie Lawson

Lawson, al tempo 46 anni, anche se ne dimostra almeno una dozzina in più, di professione camionista, alto, struttura fisica possente con ventre da consumatore di pinte che ingurgita in pochi secondi, pressione sanguigna alta,  è salito alle cronache perché, nonostante si sia ad inizio stagione, ha già ricevuto due “banning orders” da altrettanti club ovvero dal Barrow e dal Lancaster City per i quali risulta essere ospite indesiderato.

Quindi un violento? Un tifoso aggressivo? Ha causato incidenti?

No, nulla di tutto ciò, Lawson è semplicemente conosciuto nel Lancashire e dintorni per essere un super tifoso del suo local club che segue in casa ed in trasferta ma grazie ad un fiato infinito, ad una voce baritonale ed una costanza invidiabile urla per 90 minuti incitamenti per i suoi colori ma soprattutto perseguita arbitro e guardalinee, oltre a mettere pressione agli avversari pur senza mai offendere o insultare. Tutto ciò gli ha conferito il soprannome di “the Burscough Roar, “ il ruggito di Burscough. Il giornalista della BBC1 lo attende all’ingresso di Hurst Cross il delizioso stadio dell’Ashton United dove il Burscough disputerà l’incontro di campionato. Arriva alla testa del gruppo di tifosi ospiti, un mix di giovani e meno giovani, alcuni con le sciarpe biancoverdi i colori del club della cittadina posta grosso modo a metà strada tra Liverpool e Preston. Lawson svetta fisicamente sui suoi compagni di trasferta, indossa un classico sheepskin coat, un cardigan, camicia e la cravatta ufficiale del suo club. Una volta all’interno dello stadio si posiziona nell’enclosure sotto al main stand, posti in piedi e da qui inizia a urlare, senza un attimo di pausa, incitamenti ai suoi beniamini caricandoli con continui inviti a non mollare, a stare addosso agli avversari, a calciare in porta, a sminuire le azioni della squadra di casa, rimproverando l’arbitro, beccando il guardalinee…

Tra i fans di casa reazioni contrapposte, chi sogghigna, chi gli urla senza mezzi termini “shut up!!!”, in particolare una anziana tifosa che lo rimprovera diverse volte. Ma lui non molla un attimo e per il secondo tempo guida i suoi compagni di tifo a posizionarsi dietro la porta difesa dal portiere di casa, uno zelante poliziotto lo segue e si sistema dietro a lui, non si sa mai, magari qualche esasperato fan dell’Ashton potrebbe perdere la pazienza e da qui nascere qualche problema di ordine pubblico. Sarà la presenza di Lawson, sarà che il Burscough gioca meglio ma proprio sotto gli occhi dei fans in trasferta i bianco verdi ospiti segnano il goal della vittoria scatenando ulteriori urla, di gioia in questo caso, del nostro Ronnie. Terminato il match, Lawson viene ammesso negli spogliatoi per congratularsi con la squadra che si trova già immersa nella vasca per il bagno, il tradizionalissimo “communal bath” che fino agli anni 80 ed oltre era il rito che si praticava nei più piccoli e vetusti spogliatoi della Non League come a Wembley dopo una finale di F.A. Cup…

Immediatamente dopo la crew della BBC1 lo segue nel pub dove i tifosi del Burscough celebrano la vittoria esterna e qui Lawson dà piena dimostrazione della sua abilità nel tracannare una pinta in una manciata di secondi. Tutta la settimana Lawson viaggia su e giù per l’Inghilterra con il suo camion, ma il pensiero costante è rivolto al sabato quando potrà recarsi a Victoria Park o in trasferta per non perdersi nemmeno una partita dei suoi idoli. Ronnie Lawson se ne andrà nel 2012 ad 84 anni, notevole come abbia potuto vivere così a lungo nonostante un fisico e una patologia che potevano tranquillamente causare problemi di cuore oltre ad un’attività estremamente sedentaria, il consumo di pinte e suppongo una dieta non propriamente bilanciata. Se un giorno doveste passare per Burscough o assistere ad una partita dei bianco verdi chiedete in giro se qualcuno conosceva Ronnie Lawson e chiunque vi risponderà affermativamente.

Sotto il video https://www.youtube.com/watch?v=frUqq4Q8gsg

13 febbraio 2026

"L'EROE SBAGLIATO" di Danilo De Nardis (Urbone), 2015


Dall'infanzia di Brema, agli orrori della seconda guerra mondiale, combattuta dalla parte "sbagliata“; dalla prigionia, alla gloria e ai drammi personali vissuti nella sua nuova patria adottiva, passando per quei 17 eroici ed interminabili minuti di Wembley che lo hanno consegnato per sempre alla storia del calcio il 5 maggio del 1956. Un'intera vita di un "eroe sbagliato", che ha avuto il coraggio di "spingersi avanti...ancora un po' più avanti senza più poter tornare indietro...", riuscendo a scrollarsi attraverso il suo coraggio, l'etichetta di assassino e di protagonista di una delle più grandi tragedie della storia. La sua vita e’ essa stessa un romanzo nella quali gli sono stati dati molti nomi. Noi lo chiameremo signor B. Altri lo hanno chiamato Berny o Bernd.
Per tutti rimarrà il leggendario Bert Trautmann. Uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, nonché inimitabile bandiera del "City".

12 febbraio 2026

"PLAY UP POMPEY" di Massimo Zannotti

Salve, mi chiamo Massimo da Livorno, 53 anni appassionato del “calcio a punta di dito”, infatti ho una pagina facebook chiamata “Il subbuteo di Highlands 19” e sono innamorato del football inglese. Per quale squadra tifo??

Non essendo nato in terra di Albione, sceglierne una non è stato facile, la prima fu l’Aston Villa in onore della band dei Duran Duran nativi di Birmingham che ascolto dagli anni 80, con tanto di acquisto di sciarpa. La prima partita british vista dal vivo è stato il Leeds United che in un turno di coppa contro una squadra israeliana l'Hapoel Tel-Aviv giocò a Firenze, aveva giocatori del calibro di Given, Harte, Dorigo, Kewell, Viduka e Smith, non male, ma entrambe si sono rivelati  “amori estivi”Poi nel 2010 ero in ferie a Eastbourne dove vive una mia cugina, le chiesi quale città visitare e mi indicò Brighton e Portsmouth, feci il biglietto per quest'ultima con destinazione Harbour, poi quando dall'altoparlante annunciarono “the next stop Fratton Park” ebbi un sussulto, guardai fuori dal finestrino e vidi i riflettori, decisi di scendere e qui mentre mi avvicinavo avevo le gambe che mi tremavano, cosi come la voce quando chiamai un mio amico per raccontare dov'ero, riuscii a strappargli una promessa, bisogna venire a vedere una partita e cosi facemmo nell’ aprile 2010. Era l'ultima in casa, già retrocessi ma con i tifosi che chiedevano autografi ai giocatori, rammento Kanu e il portiere James, che atmosfera!! La partita fu un tifo continuo, nessuna contestazione, due settimane dopo c'era da giocarsi la finale di Fa Cup con il Chelsea (poi vinta 1-0 dai blues di Londra). Ricordo che vinse 2-1 l'Aston Villa (coincidenza?) e quando fu fischiato un penalty per i Clarent & Blue urlai: "James right,right!!!" chiaramente non mi senti ma si tuffò a destra e lo respinse. La famigliola nella fila davanti a noi, composta da babbo, due figli e nonno, si girò verso di noi porgendo la mano per un gimme five.

Da quella data ho attivato le notifiche ed anche se le stagioni seguenti sono state un calvario che ha visto i pompey retrocedere fino alla League Two, per colpa di amministrazioni pirata, prima di essere comprata dai tifosi e piano piano risalire fino alla championship l'amore per questi colori si fa sentire e negli ultimi tre anni, grazie al buon Fabio Del secco che conoscete ho sottoscritto l'abbonamento alla piattaforma "ifollow" e cosi, sono stato fino allo scorso maggio, incollato alla tv con tanto di maglia, sciarpa e tatuaggio in mostra.

Non l'ho rinnovato nella stagione in corso perché sono impegnato nei weekend con i ragazzi under 18 dell’Orlando Calcio Livorno e praticamente vedevo solo i turni infrasettimanali ma nè distanza e nè km possono affievolire questa passione, perché come mi piace pensare, sono stato scelto per tifare questi colori e ne vado fiero…Play up Pompey!!

10 febbraio 2026

"ARRIVEDERCI LONDRA" di Enrico Franceschini (Baldini & Castoldi), 2026


Sono dodici giornalisti europei: un italiano, un francese e uno spagnolo, una tedesca, un’austriaca e una danese, e così via, ciascuno prigioniero degli stereotipi nazionali, come in certe barzellette politicamente scorrette, ma uniti dall’amore per Londra, dove abitano e lavorano da anni. Considerano la metropoli sul Tamigi, sfavillante, multiculturale, globalizzata, come una New York d’Europa e ci si sentono perfettamente a casa. Finché un giorno arriva il referendum sulla Brexit, l’equivalente di un tradimento coniugale: l’amara scoperta che gli inglesi, decidendo di uscire dall’Unione Europea, li hanno ripudiati. La delusione diventa rabbia e poi, quando uno di loro subisce un’aggressione xenofoba, si trasforma in desiderio di vendetta: da quel momento decidono di dare una lezione collettiva ai brexitiani, augurandosi che contribuisca a fare cambiare idea al Regno Unito sul divorzio dal continente. Dapprima organizzano una serie di scherzi atroci, quindi passano alle maniere forti: messo da parte il computer su cui scrivono gli articoli, iniziano una caccia indiavolata alle categorie più fieramente euroscettiche all’ombra del Big Ben. Con il passare dei mesi gli incidenti si moltiplicano, Scotland Yard assegna le indagini a un’ispettrice con l’acume di Miss Marple e a un sergente con la pigrizia di Poirot, mentre si avvicina il momento fatidico in cui la Brexit deve entrare in vigore. La sporca dozzina di corrispondenti esteri riuscirà a scongiurarla? Oppure verranno scoperti, arrestati, sbattuti in prigione? Una dark comedy sulla surreale pagina di storia che dieci anni fa ha diviso l’Europa. Un giallo semiserio sulla speranza che, parafrasando una vecchia battuta, la nebbia sulla Manica non isoli per sempre l’Inghilterra. Il romanzo della Brexit.

8 febbraio 2026

ROBERT MAXWELL. "UNA SPIA AL DERBY COUNTY" di Max Troiani

Robert Maxwell è stato un magnate dell'editoria britannica che ha legato il suo nome al
Derby County tra il 1984 e il 1991. Intervenne in un momento critico, salvando il club dal fallimento imminente grazie a un'iniezione di capitali che estinse i debiti con il fisco. 
Sotto la sua proprietà, il club visse una rinascita sportiva fulminea, passando dalla Third Division alla massima serie (First Division) in soli tre anni, grazie anche all'acquisto di campioni come Peter Shilton, Dean Saunders e Mark Wright.
Tuttavia, la sua gestione fu estremamente controversa e segnata da un forte egocentrismo. Maxwell, che possedeva contemporaneamente anche l'Oxford United, impose il proprio nome come sponsor sulle maglie del Derby e minacciò ripetutamente di lasciare la società se i tifosi non avessero risposto con maggiore entusiasmo allo stadio. Il suo stile autoritario e i sospetti conflitti d'interesse crearono tensioni costanti con la Football League.
Il legame si interruppe nel maggio 1991, quando Maxwell vendette il club a un consorzio locale pochi mesi prima della sua misteriosa morte in mare. Solo dopo la sua scomparsa emerse il colossale scandalo finanziario legato al furto dei fondi pensione dei suoi dipendenti; fortunatamente, la cessione tempestiva del Derby County permise al club di non essere trascinato nel crack del suo impero mediatico, salvaguardando la sopravvivenza della storica squadra inglese.
Maxwell era anche il padre di Ghislaine Maxwell, condannata nel 2021 per traffico sessuale di minori nel caso legato a Jeffrey Epstein. Ghislaine era la sua figlia prediletta, tanto che battezzò il suo yacht di lusso Lady Ghislaine in suo onore.

A lungo sospettato di essere una risorsa del KGB sovietico, grazie a un accesso privilegiato ai leader del Cremlino e al monopolio sulla diffusione della scienza russa in Occidente tramite la sua Pergamon Press. Documenti del National Archives britannico confermano che i servizi segreti lo tenevano sotto stretta sorveglianza sin dagli anni '50 come potenziale agente d'influenza. Agiva come un intermediario oscuro, sfruttando i suoi canali mediatici per ammorbidire l'immagine dell'URSS in cambio di favori economici. La sua morte misteriosa nel 1991 e i legami con il software di spionaggio PROMIS hanno alimentato la tesi che fosse un agente "triplo", fedele solo al proprio potere. Recentemente, indagini sui contatti del clan Maxwell con figure legate all'intelligence russa hanno riacceso il dibattito sulla sua natura di spia.

6 febbraio 2026

MONACO 1958 di David Peace (Il Saggiatore), 2024


David Peace torna a raccontare attraverso il calcio la Gran Bretagna del dopoguerra, i suoi incubi e i suoi fantasmi, i suoi traumi e le sue rinascite. Monaco 1958 è il romanzo della più grande tragedia dello sport inglese: l’inno a una generazione che riuscì a risorgere dal lutto collettivo e a trascinare con sé un intero paese verso una nuova epoca.

Il pomeriggio del 6 febbraio 1958, durante il decollo, il volo British European Airways 609 si schianta sulla pista di Monaco di Baviera. A bordo c’è la squadra in trasferta del Manchester United e i giornalisti che la accompagnano: venti passeggeri muoiono nell’incidente; i superstiti vengono ricoverati nell’ospedale più vicino, molti in condizioni critiche, compreso l’allenatore Matt Busby. La disgrazia sconvolge profondamente l’intero Regno Unito, anche perché il Manchester United, con la sua rosa di giovani e geniali giocatori, i «Busby Babes», è una delle squadre più amate e seguite.

Attorno a queste vite David Peace compone un canto di luce e ombra, che dai rottami fumanti sulla pista di Monaco riecheggia fino all’erba calpestata dei campi di gioco, passando per stanze di ospedale, spogliatoi, camere ardenti, strade in lutto e stadi gremiti di tifosi. Pagina dopo pagina, la catastrofe vissuta da un’intera nazione si frammenta e si moltiplica nel flusso delle voci individuali: i timori dei superstiti di non poter più giocare, il dolore delle famiglie nei molteplici, ininterrotti funerali, le preghiere e le speranze dei tifosi e, sopra a tutto, il rimorso e i dubbi dell’assistente di Busby, Jimmy Murphy, costretto a mettere insieme una squadra d’emergenza con le riserve e i giovani dello United. Perché il campionato non si ferma mai. Ma anche perché talvolta il pallone è una necessità; l’unica cosa cui aggrapparsi per andare avanti.

"MUNICH 1958. UN RICORDO DEI BUSBY BABES" di Luca Manes



Quante volte avrete sentito un tifoso di una squadra di calcio, forte o debole non importa, pronunciare con grande enfasi la frase “ah, se tal dei tali avesse segnato quel gol” oppure “se l’arbitro tizio avesse dato quel rigore”, quasi come se quegli eventi non verificatisi, vuoi per presunte colpe altrui o per un apparente scherzo del destino, avrebbero potuto contribuire a cambiare non solo la storia di quel club, ma di una intera fetta della storia del calcio. E’ invece certo, e non siamo gli unici a pensarla così, che se un maledetto incidente aereo non avesse falcidiato le fila di una meravigliosa nidiata di campioni, il Manchester United avrebbe mietuto ancor più successi, arricchendo un albo d’oro che a tutt’oggi fa comunque la gioia dei supporter bianco-rossi. Certo, senza la tragedia consumatasi sulla pista dell’aeroporto di Monaco di Baviera il 6 febbraio di 60 anni fa, il mito dei Red Devils, della squadra che rinasce dalle sue ceneri come una sorta di fenice del football, sarebbe più “ordinario”, più simile a quello delle altre grandi dinastie calcistiche del pianeta.

Meglio così, ci viene da pensare. Gli appassionati inglesi e del resto d’Europa avrebbero visto per altri anni le mirabili imprese dei Busby Babes, i “bimbetti” di Matt Busby, placido allenatore scozzese, in seguito divenuto Sir per meriti calcistici, capace di far resuscitare un club agonizzante, che dopo la Seconda Guerra Mondiale si ritrovò con le casse vuote e lo stadio squassato dalle bombe tedesche, e di portarlo ai vertici in patria e all’estero. Il Manchester United con un mix di giocatori navigati e giovani promesse, poi sfiorite troppo presto, tornò al successo già all’inizio degli anni Cinquanta. Ma il capolavoro di Busby e del suo assistente e responsabile delle giovanili Jimmy Murphy fu poi quello di plasmare una squadra da sogno fatta di ragazzetti in buona parte nati e cresciuti a poche centinaia di metri dall’Old Trafford. Ragazzetti destinati a fare epoca, così bravi che non ci misero molto a dettare legge nell’allora First Division – quella che oggi chiameremmo Premier League – vincendo due campionati consecutivi nel 1956 e nel 1957. La stampa li soprannominò subito Busby Babes, narrandone le gesta con ammirazione ed entusiasmo. Tra di loro c’erano un non ancora stempiato e già fortissimo Bobby Charlton, lo scapestratello ma talentuoso Eddie Colman e soprattutto Duncan Edwards, the Tank, un superlativo mediano che nel dicembre 2007 è stato eletto dai tifosi miglior giocatore di sempre nella storia del club.
La stagione 1957-58 doveva essere quella della consacrazione definitiva, grazie ad un primo, storico successo in Europa su cui tutti all’Old Trafford erano pronti a scommettere. Busby aveva capito che per entrare in pompa magna nell’olimpo del calcio serviva il trionfo nell’allora Coppa dei Campioni, quella competizione osteggiata dal presidente della Football League, Alan Hardaker, preda di manie isolazionistiche che adesso fanno sorridere ma a quei tempi avevano il loro peso – tanto che il Chelsea fu dissuaso dal partecipare alla prima edizione della manifestazione, datata 1955/56.

Ironia di un destino quanto mai beffardo, fu proprio una trasferta europea a trasformare in dramma la bella favola di quel Manchester United fatto di giovani fuoriclasse. Di ritorno da Belgrado, dove un pirotecnico pareggio per 3-3 contro la Stella Rossa davanti ai 50mila del Marakana aveva assicurato ai Red Devils il passaggio alle semifinali della Coppa, la squadra con il suo seguito di dirigenti e giornalisti fu costretta a fare scalo a Monaco di Baviera. La bufera di vento e neve che tormentava la città tedesca non convinse il comandante dell’aereo che doveva riportare a casa i Busby Babes che forse era meglio lasciar perdere e rimanere in Germania ancora per qualche ora , in attesa di una schiarita. Al terzo tentativo di decollo il velivolo si schiantò rovinosamente sulla pista imbiancata da cumuli di neve e andò ad urtare con un’ala un deposito di carburante. Tra le macerie dell’aereo, smembrato e parzialmente in fiamme, rimasero i corpi senza vita di sette Babes e di altre undici persone, tra dirigenti del club e giornalisti. Non ce la fece l’alter ego in campo di Busby, l’indomabile capitano Roger Byrne, così come si spensero Eddie Colman, il prolifico attaccante Tommy Taylor ed i giovanissimi Mark Jones (24 anni), David Pegg (22) e Liam Whelan (22). Come spesso capita nel caso di simili incidenti, una delle vittime non sarebbe dovuta essere lì. Geoff Bent fu convocato per la trasferta solo perché Byrne non era sicuro al 100% di poter scendere in campo.
Duncan Edwards smise di lottare dopo due settimane di straziante agonia, quando l’intera Inghilterra aveva già pianto tutte le sue lacrime per una squadra già assurta a simbolo di un Paese capace di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra. 
Nel frattempo, il 19 febbraio, il Manchester United era tornato in campo in un Old Trafford lacerato dal dolore per disputare il quinto turno di Coppa d’Inghilterra, mettendo su una formazione composta da parecchie riserve e alcuni giocatori presi in prestito. Il programma di quella partita, però, recava lo stesso undici spazi vuoti al posto dei nomi degli idoli di casa. In realtà a battere gli Owls quel giorno c’erano anche due superstiti di Monaco, Bill Foulkes e Harry Gregg. Altri scampati, Jackie Blanchflower e Johnny Berry, finirono anzi tempo la loro carriera, mentre il carattere dell’allora poco più che ventenne Bobby Charlton rimase per sempre segnato dal ricordo di quell’evento luttuoso.

E Sir Matt? Busby rimase giorni a combattere contro la morte, così malridotto che inizialmente nemmeno suo figlio Sandy fu in grado di riconoscerlo. Le ferite nell’animo furono però le più dure da guarire. Busby era oppresso da una colpa tanto grande quanto ingiustificata: non essere riuscito a proteggere i suoi ragazzi.
In tanti hanno accostato la sciagura del Manchester United a quella del grande Torino. Molti addetti ai lavori hanno fatto notare che il Toro non si è mai del tutto ripreso da Superga, lasciando definitivamente il predominio cittadino e non solo ai cugini in bianco e nero. Il Manchester United, invece, seppe prendere alla lettera lo spirito della fenice, simbolo scelto per ricordare la sciagura dell’aeroporto Reim. Busby mise su un'altra squadra fenomenale, ispirata dalla grinta di Nobby Stiles, dalla classe di Bobby Charlton, dai numeri di Dennis Law ma soprattutto dal genio assoluto del Belfast Boy, il migliore di nome e di fatto: George Best. Il sogno di dominare l’Europa del pallone sarebbe divenuto realtà sotto la luce dei riflettori del tempio di Wembley – quello delle due torri e non dell’arco – durante una calda serata della fine del maggio 1968. A soccombere per 4-1 dopo i supplementari nella finale di Coppa dei Campioni c’era il Benfica di Eusebio. Con dieci anni di ritardo, i Red Devils erano diventati campioni d’Europa e Busby e Charlton potevano finalmente abbracciarsi in un misto di felicità e commozione. Avevano onorato in modo degno la memoria di chi non c’era più per colpa di un maledetto incidente aereo.
di Luca Manes

5 febbraio 2026

"VIAGGIO STUDIO nel CALCIO INGLESE" di Vincenzo Felici

Siamo nell'Agosto del 1953 e Luigi Bonizzoni, allenatore del Brescia, usufruisce della bonaria liberalità del suo Presidente Piercarlo Beretta, erede della più antica casa industriale di armi del mondo, per recarsi nel Regno Unito e studiare i metodi di allenamento dei calciatori inglesi. 
Legge la lingua anglosassone senza grandi difficoltà, ma non la parla affatto ed è aiutato, durante la trasferta di quindici giorni, dal noto giornalista sportivo Brian Glanville.

Quasi tutto il tempo (all'infuori di una visita a Peterborough, per incontrare il suo ex giocatore irlandese Paddy Sloan) lo trascorre presso
"Highbury", lo stadio londinese dell'Arsenal, per tenere d'occhio una singola Società durante i suoi allenamenti. 
Trova giovamento da Glanville come interprete nelle conversazioni con Tom Whittaker, manager dei "Gunners", che gli manifesta un naturale ed autentico amore per l'Italia. 
Poi con Walley Barnes, il terzino destro Capitano della Nazionale gallese e con Jimmy Logie, la mezzala tascabile della Nazionale scozzese e principale molla di propulsione della squadra. Incontra pure George Male, che quattordici anni prima aveva ricevuto a Milano un fragoroso pugno da Silvio Piola, Jack Crayston (raffinato mediano destro dei "Tre Leoni") e l'altro l'allenatore Alf Fields, che perlomeno parla un poco italiano..

La conversazione più fruttuosa è quella con l'ala destra Freddie Cox, che sta lasciando l'Arsenal per diventare giocatore-allenatore del West Bromwich Albion e custodisce molti dei segreti del calcio d'oltremanica. Lo vorrebbe con sè per allenare i giovani bresciani e riceve la conferma che l'unica preoccupazione dello staff tecnico dell'Arsenal è quella di dare ai calciatori abbastanza fiato affinchè durino per novanta minuti, visto che sono costretti a giocare per due terzi della stagione su terreni pesanti e la resistenza diventa la preoccupazione primaria. Bonizzoni nota subito che in Italia c'è più irreggimentazione nei metodi, mentre in Inghilterra si presta meno dedizione alla ginnastica, benchè i biancorossi svolgano esercizi ginnici sotto la guida di un istruttore qualificato, che comunque li fa correre all'infinito. Ogni mattina i giocatori si ritrovano sulla pista in scarpette da podisti e mostrano uno stile di corsa che differisce enormemente da quello che in Italia è prevalente.

I Gunners tendono a prendere spinta all'indietro, mentre la principale azione delle gambe dei nostri parte da davanti. Gli inglesi raggiungono la palla inclinati leggermente in avanti e in posizione ottimale per giocarla. Il gioco di testa, visti i molti salti ad ostacolo che praticano, permette loro di arrivare per primi sulle palle alte, senza imprimere eccessiva forza.

Per quanto riguarda il modo di correre, le istruzioni più precise vengono date loro dal noto velocista Guy Butler, vincitore di quattro medaglie ai Giochi Olimpici. Egli mostra il corretto uso delle gambe e delle braccia, che devono muoversi verticalmente indietro ed avanti come due stantuffi, mai attraverso il corpo. Nel gioco aereo invece vengono sviluppati preminentemente i muscoli del collo, che devono raggiungere l'adeguata robustezza. Questo viene ottenuto giocando a tennis con la testa stessa e cercando di colpire i palloni pendenti da una sbarra, appesi a varie altezze. Il mediano destro Alex Forbes e la mezzala sinistra Doug Lishman, principali cannonieri della squadra, svolgono questo training continuamente. 
In Italia molto probabilmente, pur seguendo esercizi simili, non si presta medesima attenzione al movimento del tronco e del collo. Ciò spiega la superiorità britannica in quel tipo di gioco. L'allenatore italiano viene incuriosito pure dal tavolato per i tiri: una struttura su cui sono disposti abilmente pezzi e schegge di legno, da cui il pallone rimbalza con angoli sempre molto differenti. Ma il punto debole del sistema di allenamento non gli sfugge: la mancanza di un adeguato addestramento sul pallone. Whittaker ritiene che il controllo sulla palla si acquisti quando il giocatore è un ragazzino di otto-nove anni e gioca con una pallina da tennis in un angolo di strada o su un prato. Ma non si tratta che di una affermazione parziale. Infatti il tecnico bresciano vede all'opera anche Jimmy Hogan con i giovani del Brentford, traendo convinzione che il controllo della sfera si può ottenere a qualsiasi età, solo grazie a costante addestramento.
L'italiano passa attraverso le stanze della Direzione, con le sue imponenti poltrone di cuoio verde, marcate dal glorioso simbolo dell'Arsenal e nota come tutto in quel luogo sia magistralmente pianificato a dovere; con grande scrupolosità, ma parimenti con estrema libertà per il manager. Insomma, nei tecnici inglesi viene riposta una pazienza e una fiducia che in Italia non trovano medesima corrispondenza. Nel Bel paese la sensazione di essere sotto controllo incute ansia, intacca la necessaria spensieratezza per raggiungere il meglio, alla ricerca frenetica di quel risultato che viene conseguito con ossessività davvero spropositata. Luigi Bonizzoni lascia così la patria del football arricchito, certo di aver ricavato una esperienza sufficiente a riprodurre un metodo a metà strada tra quello delle due scuole di pensiero.
di Vincenzo Felici

3 febbraio 2026

"MATT LE TISSIER, Una scelta di vita" di Christian La Fauci (Urbone), 2019


7 novembre 1986, Sheffield Wednesday - Southampton = 3-1, Le Tissier segna la sua prima rete in campionato con la maglia dei Saints. Il 7 novembre 2019, esce il primo libro in lingua italiana sulla sua vita, scritto da Christian La Fauci.

Quando un calciatore ha un talento fuori dal comune , in genere finisce per far parte di qualche grande squadra e legare il suo nome alla conquista di campionati e trofei . Tuttavia , raramente ne viene fuori qualcuno che pone in essere una scelta di vita piuttosto che di carriera , uno che antepone la propria serenità , il piacere di giocare ed un ambiente a sé congeniale ad una bacheca o un palmares che diventa l'ultimo dei suoi pensieri . Casi più unici che rari , ma ogni tanto qualcuno ci sta : qualcuno come Matthew Le Tissier.....

2 febbraio 2026

"STAN BOWLES. UN DIAMANTE ALLO STATO GREZZO"

Se avete sempre pensato che George Best simboleggi più di altri il prototipo del calciatore britannico tutto genio (in campo) e sregolatezza (fuori) degli anni ’60, la figura opaca di Stanley Bowles, seppur traslata in epoca leggermente successiva, vi apparirà per molti versi sorprendente, permeata da qualche lato poco chiaro e, globalmente, molto meno appariscente dell’alone misto di sacro e profano che circonda tutt’ora l’eterno ragazzo irlandese. Le vicende meno note, ma di certo non meno clamorose e burrascose, che hanno caratterizzato la carriera e la vita di Bowles sono frutto di un’indole votata alla contrapposizione con il mondo intero, che sfociava in atteggiamenti costantemente sopra le righe e profondamente irriverenti. Indubbio fu il suo genio calcistico, che ne ha fatto uno degli idoli più famosi del calcio albionico nel cuore dei fantastici anni ’70. Un genio naturalmente a corrente alternata, come vuole la tradizione e come si conviene alle teste matte. Un inglese atipico in campo, dotato di grande tecnica sopraffina e di un talento straordinario, seppur mai completamente espresso appieno. Il suo gioco era fatto da dribbling ubriacanti e finte micidiali. Bowles amava irridere più volte i difensori malcapitati dalle sue parti di campo e questo elettrizzava il pubblico. Quando era in giornata, risultava decisivo e devastante.

Nato la vigilia di Natale del 1948 a Collyhurst, sobborgo della grande Manchester, il giovane Stan cresce nei ranghi giovanili del Manchester City di Joe Mercer, nelle cui fila debutta giovanissimo nel Settembre ’67 rifilando due reti al Leicester City in Coppa di Lega. In quella stagione il City vincerà il titolo inglese, ma non ci fu posto per la pur brillante promessa , chiuso da campioni del calibro di Summerbee e Bell. La cessione fu inevitabile, ma ne’ al Bury ne’ al Crewe il giovane Bowles ritrova lo smalto mostrato in precedenza. Sarà il passaggio al Carlisle per £12.000 e l’incontro con Ian Mc Farlane, manager del club rossoblu, a rappresentare il definitivo lancio di Bowles nella Lega inglese. Mc Farlane ne forgia la tecnica e lavora a livello psicologico sul ragazzo, intuendo che va lasciato libero di esprimersi se lo si vuole mettere a proprio 29 agio. Il periodo al Carlisle lo impone come un grande campione in prospettiva, e di conseguenza molti clubs di First Division ne fanno un loro obiettivo. Jim Gregory, presidente del QPR, più di altri crede nel talento cristallino di Bowles ed arriva a sborsare ben £112,000 (una gran bella cifra per i tempi) nel settembre ‘72 per la sua firma. L’approdo a Loftus Road e’ la svolta della carriera: Stan veste la famosa casacca a cerchi blu in campo bianco, e trova la sua dimensione ideale come giocatore.Un “friendly” club, un presidente che stravede per lui, tifosi in visibilio per le sue gesta. Il QPR passera’ da modesta squadra di seconda divisione ad uno dei team piu’ forti d’Inghilterra,che pratica un calcio particolarmente spettacolare. Bowles vi sarebbe rimasto per cinque anni, collezionando 255 presenze in Lega e 70 reti. Ma Londra propone a Bowles orizzonti nuovi anche fuori dal campo:il vizio per le scommesse assume in questo periodo proporzioni preoccupanti ancorché grotteschi. Non era insolita infatti ai tifosi del QPR in fila per entrare a Loftus Road la scena di Bowles, in tenuta da gioco,che sgaiattolava di nascosto fuori dagli spogliatoi a pochi minuti dal fischio d’inizio per andare a piazzare al più vicino allibratore la puntata dell’ultimo momento! Bowles era di conseguenza assiduo frequentatore anche dell’ufficio del presidente Gregory, a cui sempre più spesso si rivolgeva per avere congrui anticipi su premi e stipendi, atti a far fronte ai debiti che aveva con mezza Londra per il suo vizio del gioco. Nell’aprile del ’74 arriva per Bowles anche la maglia dei tre leoni. Il debutto avviene a Lisbona,con Sir Ramsey ,ma il rapporto con la nazionale sarà breve, a causa del solito carattere ribelle. La sua miglior stagione coincise con il leggendario 2° posto del QPR al termine della stagione 75-76, dove gli uomini di Dave Sexton contesero al grande Liverpool di Paisley e Keegan il titolo fino all’ultima partita e forse avrebbero meritato quel riconoscimento per il gioco altamente spettacolare espresso in campo.Con DaveThomas e Gerry Francis , Bowles componeva un trio assolutamente fantastico,incastonato all’interno di una squadra perfetta, geniale e quindi poco costante. Tanti gli episodi della carriera di Bowles che ne hanno fatto un personaggio del calcio inglese. Su tutti, l’episodio di Sunderland, rimasto tra leggenda e realta’ nel folklore dei tifosi britannici.

Un Sunderland-QPR, ultima di campionato stagione 72/73.I londinesi sono già promossi in First Division da più di un mese, i padroni di casa sono freschissimi 30 vincitori della FA Cup, impresa storica per il club dei black cats, che mostrano orgogliosi il trofeo, conquistato battendo il fortissimo Leeds di quel periodo. Ben 43.265 persone stipano il vecchio Roker Park all’inverosimile: l’occasione di vedere la FA Cup a casa propria e’ irrinunciabile. Bowles, annoiato ed evidentemente seccato da tanto giubilo, colpisce(deliberatamente? chissà..) con un violento tiro proprio il sacro trofeo, facendolo cadere dal piedistallo ove era stato posto in prossimità della linea laterale. Fu il finimondo. Invasione di campo e caccia all’uomo; partita sospesa per circa 20 minuti prima che la polizia riuscisse a sedare i furiosi tifosi del Sunderland. Nel gesto dissacrante e provocatorio di Bowles c’e’ un po’ tutto lui stesso.Come anche nell’episodio che ha chiuso di fatto la sua carriera da professionista di un certo livello.
Il Forest gli aveva dato la possibilita’ di ritornare il giocatore che era stato al QPR, quando nel 1980 Stan ne combina un'altra delle sue. Alla vigilia della finale della Coppa dei Campioni, dove i reds di Clough affronteranno l’Amburgo, Bowles litiga ferocemente con il tecnico e capisce che non sarà schierato tra i titolari, ma si accomoderà in panchina. Senza avvertire nessuno Bowles non si presenterà alla partenza per Madrid ed il Nottingham ebbe solo quattro riserve invece di cinque, per la prima volta (ad oggi anche unica..) nella storia della Coppa dei Campioni. Il nostro eroe avrebbe potuto coronare il sogno di una carriera con una medaglia da campione d’Europa, magari con qualche minuto giocato nella serata del Bernabeu, ma a lui non interessavano questo tipo di riconoscimenti. Voleva giocare, far divertire i suoi fans, far ammattire i difensori…poi magari passare da Ladbrokes per una puntatina! Si e’ ritirato nel 1984 a 36 anni …non ha mai vinto nulla, ma è entrato nella storia dei “mavericks” del calcio inglese.
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (dicembre 2003)
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