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9 giugno 2025

BACK TO THE “SIXTIES” - Footballers and cars in the 60s

Da tempo immemore avevo promesso a Max un pezzo sulle automobili dei footballers degli anni 60, il mio spirito “sociologico” mi ha sempre spinto ad esplorare gli aspetti extra sportivi dei protagonisti del calcio della golden era.
Ho sempre trovato affascinanti le immagini che si trovavano sulle riviste come Shoot o Football Monthly o sui tantissimi annuari che uscivano astutamente nel periodo natalizio che ritraevano i footballers nelle loro case oppure nei pub con i compagni di squadra o immortalati mentre si dedicavano ai loro hobby.
Da cultore di tutto ciò che riguarda gli anni 60 ho sempre apprezzato i documenti che vedevano ritratti i protagonisti del sabato pomeriggio in abiti borghesi mentre esibivano abiti sartoriali o completi più sportivi per il week-end, tutto deliziosamente eleganti, stilosi, con i dettagli tipici di quel periodo. Sovente accadeva che i footballers erano immortalati a bordo o al fianco delle loro auto, mixando così abbigliamento e motori e che motori… Anche per ciò che riguarda le quattro ruote i sixties furono, a mio giudizio, gli anni più belli, ricchi di stile, dettagli, finiture mai più visti dopo.

Ora, dopo anni di desideri mai realizzati per mille motivi, sono tornato ad avere una classica e questo mi ha spinto a saldare il mio debito con Max, ovvero mettere su carta qualche aneddoto relativo appunto al binomio footballers+cars.
Giusto per dovere di informazione, il mezzo che mi sono concesso (che mi porterà nei prossimi anni ad una dieta a base di pane e cipolle oltre a farmi rammendare gli abiti anziché acquistarne di nuovi…) è una strepitosa MGB GT del 1967, colore Sandy Beige pastello, interni in pelle rossa con “piping” bianchi, ruote a raggi e ovviamente guida a destra (la potete vedere qui sotto..).
Unica precedente proprietaria una gentile lady del Cheshire che ha conservato tutte le fatture dal primo giorno, da quella di acquisto ai singoli tagliandi, cambi gomme, rabbocchi di olio…
Ora che avrete perdonato la mia lunga e noiosa premessa passiamo al tema principale.

Come tutti voi saprete prima del 1961, data dell’abolizione del maximum wage che prevedeva £ 20 a settimana come massima retribuzione per i calciatori professionisti, i footballers conducevano una esistenza più simile a quella di normali impiegati che a quella di milionari viziati. Duncan Edwards, giovane stella del Manchester United che perì nel disastro aereo di Monaco, era solito recarsi ad Old Trafford in sella ad una bicicletta che assicurava con una catena alla grondaia più vicina all’ingresso degli spogliatoi, altri usufruivano dei mezzi pubblici, pochissimi possedevano una automobile, tra questi Stanley Matthews proprietario di una Ford Consul Classic, non una Jaguar o una Rover…
Proprio l’abolizione del maximum wage beneficiò immediatamente Johnny Haynes, al tempo numero 10 del Fulham e della Nazionale che risultò il primo calciatore a ricevere £ 100 a settimana ed infatti diviene uno dei primi professionisti ad essere immortalato al fianco di una fiammante MG Magnette, sorridente, indossando il blazer blu dell’Inghilterra con i tre leoni ricamati in oro. Nonostante i sensibili aumenti di stipendio, la maggior parte dei calciatori che si concessero un’automobile nuova sceglievano modelli medi della Vauxhall, della Austin, della Morris o della Ford (quella inglese, ovviamente, con gli impianti produttivi a Dagenham) né più né meno che l’uomo medio che svolgeva mansioni impiegatizie o piccoli commercianti.

Il mondiale 1966 rappresenterà una svolta, l’Inghilterra oltre che campione del mondo è la nazione a cui tutti fanno riferimento per stile, musica, cinema, moda, way of life, insomma si sa, è la famosa “England swings”, il periodo che oltre Manica può essere paragonato ad un boom economico, di conseguenza anche i footballers iniziano a lasciarsi andare, soldi ora ne arrivano decisamente di più, ci sono contratti con i primi sponsor, si viene pagati per rilasciare interviste o per apporre la firma su articoli preparati da ghost writer.
Le Austin, le Ford e le Vauxhall vengono lasciate a coloro che non vogliono destare troppa visibilità, insomma, un classico “understatement” britannico, molti altri alzano l’asticella.
Tra coloro che non vogliono apparire troppo si notano i manager, più anziani, hanno provato le sofferenze e le difficoltà del periodo bellico, rimangono legati alle vacanze sulla costa inglese anziché le prime mete esotiche come Maiorca o Malta o Cipro. Ma anche campioni ultra celebrati come i fratelli Charlton comprano Vauxhall anche se nelle versioni Victor e Cresta ovvero quelle più potenti e rifinite o Jimmy Greaves che punta sull’ammiraglia della Ford inglese, la Zodiac MK3 con abbondanti cromature e dimensioni.

Per molti altri invece “il limite è il cielo” per cui Bobby Moore non ci pensa troppo ed esibisce una serie di splendide Jaguar, la più nota una MK2 3.8 abbinata ad una Mini Cooper S per la moglie o per lui quando preferisce sgusciare meglio nel traffico cittadino. Leggenda vuole che Moore tenesse nel cruscotto della “Jag” un berretto da chauffeur con visiera che indossava alle prime ore della notte mentre guidava verso casa dopo qualche drinking session. Era noto che la polizia non fermasse mai gli autisti con auto prestigiose perché era scontato che chi svolgeva un lavoro così delicato non fosse mai alticcio mentre era in servizio…
Anche Mick Summerbee stella del Manchester City possedeva un’auto come quella di Moore ma arricchita da un mangia dischi oltre all’autoradio. Sensibile al fascino del giaguaro troviamo anche Francis Lee, compagno di squadra di Summerbee che nei 70s passerà poi alla Daimler, in pratica una Jaguar ancora più sofisticata.
Alan Ball si indirizzò su una prestigiosa e performante Rover 2000 TC P6, l’auto dei medici e degli avvocati come si diceva ai tempi. L’acquisto avvenne con il papà che lo accompagnò dal concessionario e furono ritratti insieme mentre osservano il vano motore della slanciata berlina. Peter Osgood stella in ascesa del Chelsea, per forza maggiore viaggiava sempre su Ford, pur cambiandone in continuazione. Il motivo? Molto semplice, una concessionaria di Windsor aveva messo sotto contratto Ossie che per ovvie ragioni di sponsorizzazione usava il meglio della produzione di Dagenham del periodo, dalle Cortina alle Corsair, dalle Zephir alle Zodiac. Non potendo tediarvi in eterno direi che potremmo concludere questa carrellata niente meno che con George Best, lui proprio non sapeva cosa fosse l’understatement, anzi, aveva deciso che in fatto di donne, abiti, case, sperpero di denaro e soprattutto automobili non ci si doveva porre limiti. Tra gli anni 60 e i 70 fu ritratto con ben tre diverse meravigliose Jaguar E-Type. Nell’ordine una roadster, una coupè e una coupè V12 (quest’ultima venduta ad un’asta nel 2015 per £ 43.000), poi la nota Lotus Europa gialla ma il suo parco auto prevedeva anche una Jaguar MK2 3.8 bianca che veniva usata come auto di rappresentanza quasi sempre condotta da un autista. Famosissima la serie di scatti eseguiti dal fotografo free-lance Bob Thomas che intercettò l’auto nei pressi di Old Trafford. Ne scaturì la richiesta di potere immortalare Best ed il resto degli occupanti, (appunto l’autista in livrea, la sua segretaria personale ed il suo business manager). Richiesta accolta favorevolmente da Georgie che si prestò a diverse pose con il suo team. Non male come parco auto per un giovanotto di Belfast che quando prese la patente acquistò una normalissima Austin 1100.

Impossibile però non citare l’operazione della Ford in occasione dei mondiali di Mexico 70 con la quale direi che chiuderemo idealmente il decennio dei sixties. L’azienda di Dagenham divenne un main sponsor, come si direbbe oggi, della spedizione messicana insieme ad altri, tra cui la Findus.
La Ford allestì 30 Cortina 1600 E (il top di gamma, la E stava per Executive) bianche, cerchi in lega Rostyle, fari di profondità, sospensioni ribassate di derivazione Lotus, sui parafanghi anteriori una decalcomania con le bandiere incrociate di Gran Bretagna e Messico, sulle porte il simbolo “Chosen for England”, con targhe che iniziavano con GWC (Great World Cup) e le diede in comodato d’uso per un anno ai 30 membri della spedizione.
Una volta terminati i mondiali essi potevano decidere di tenerle acquistandole ad un prezzo speciale. Furono davvero pochi coloro che accettarono l’offerta, tra questi Francis Lee che la acquistò per la moglie e Les Cocker, coach e trainer della Nazionale.
Lee dopo non molto tempo la rivendette perché trovava troppo vistose le decals presenti sui fianchi e a Manchester e dintorni si era diffusa la notizia che quell’auto fosse sua per cui, sovente, i fans del United quando la vedevano parcheggiata lasciavano traccia del loro passaggio sotto forma di righe sulla carrozzeria o scritte pro United e anti City.

Il giornalista James Ruppert ha svolto una folle quanto meticolosa ricerca riuscendo a ritrovarle tutte o almeno a conoscerne il destino e ha dato vita al piacevolissimo libro “World Cup Cortinas”.
di Gianluca Ottone

11 aprile 2025

BACK TO THE "SIXTIES" - La memorabilia.."petrolifera".

Torno a scrivere di memorabilia (da buon collezionista quale sono è la mia grande passione) ed in questo caso di chicche che venivano distribuite soprattutto nei primi anni 70 da varie stazioni di servizio quali Esso, Texaco e Cleveland.
La Esso fu la più prolifica nel marchiare e distribuire prodotti legati al mondo del football probabilmente anche in funzione del fatto che nella prima metà degli anni 70 la compagnia petrolifera fu uno degli sponsors ufficiali della Football League; come non ricordare i cartelloni pubblicitari a bordo campo in tutti gli stadi con lo slogan “buy Esso, drive Esso, go Esso”.
Il primo grande successo fu la collezione di monete prodotte in occasione dei mondiali messicani del 1970. Ogni “coin” argentata riproduceva il ritratto di uno dei 22 nazionali inglesi selezionati per difendere il titolo di campioni del mondo e venivano omaggiati ogni 4 galloni di benzina acquistati. Una volta collezionate tutte le monete si poteva richiedere al benzinaio di fiducia l’espositore/contenitore che ospitava la collezione. Esso produse anche, per alcuni anni, dei dettagliati annuari che coprivano le prime tre divisioni della FL e la prima della Scottish FL ottenibili sempre tramite le stazioni di servizio. Visto il grande successo delle monete “messicane”, nel 1971 venne lanciata una raccolta degli stemmi delle principali squadre inglesi di ogni divisione, realizzate in metallo a colori. Anche qui al termine della collezione si otteneva il raccoglitore e resta probabilmente la più bella a livello estetico delle iniziative della Esso. 
Poi nel 1972 in occasione del centenario della FA Cup tornano le monete argentate, una per ogni squadra che avesse vinto almeno una volta la coppa più la medaglia dei vincitori dell’edizione del centenario ovvero il Leeds United. Su un lato era inciso lo stemma del club e sul retro i risultati delle finali vittoriose. Nuovamente ottenibile il contenitore/espositore e la distribuzione delle monete era sempre il solito ovvero 1 “coin” per 4 galloni di carburante o il corrispettivo in olio motore e potete immaginare come frotte di ragazzini indirizzassero il papà verso le stazioni Esso! 
Da ricordare anche gli “Squelchers”, bellissima serie di 16 libretti con foto a colori su vari argomenti che coprivano le 4 Home Countries, i vari ruoli (i grandi portieri, i grandi attaccanti etc.) e altri aspetti come i nicknames delle squadre. Il raccoglitore si apriva a fisarmonica e una volta chiuso risultava una splendida e pratica mini enciclopedia tascabile del beautiful game.
Non mancarono altre iniziative come i posters dei clubs ma concediamo spazio anche alla concorrenza. Anche la Texaco, sempre nello stesso periodo, entrò nel mondo del calcio sponsorizzando la “Texaco Cup” una sorta di torneo interbritannico che si svolgeva prima dell’inizio dei vari campionati che serviva sia come rodaggio per la nuova stagione sia come confronto “internazionale”. Il prodotto che riscosse maggiore successo della Texaco fu la guida alle 4 divisioni inglesi ed alla maggiore divisione scozzese; si trattava della collezione intitolata “Grandstand”
, magnifici volumi che per ogni club coprivano storia, stemma, piantina per raggiungere lo stadio, dati vari come l’albo d’oro e foto a colori del team. Anche la Texaco poi si distinse per la realizzazione di posters a colori ovviamente sempre ottenibili presso le stazioni di servizio. Concludiamo citando la Cleveland, compagnia petrolifera minore dell’epoca ora non più esistente, perché realizzò un superbo volume intitolato “Golden goals” con copertina rigida e pagine interne tutte a colori. Venivano esaminati i vari aspetti della stagione come la finale di FA Cup o il British Championship (oh, good old days…), ritratti dei protagonisti, il tutto corredato da illustrazioni, foto e figurine adesive; il risultato finale era eccezionale in quanto si otteneva un completissimo volume con splendide immagini a colori. I clienti venivano fidelizzati con la richiesta delle bustine con le figurine adesive che servivano per completare il volume. 
Sempre dalla Cleveland, nel 1971, giunse un pezzo assolutamente originale come la collezione dei mini busti dei migliori giocatori britannici, la selezione dei fuoriclasse che ebbero l’onore di esservi ritratti toccò a Joe Mercer l’indimenticato manager degli anni gloriosi del Manchester City e successivamente, nel 1974, “caretaker” manager della nazionale.
Personalmente posseggo diversi dei prodotti sopracitati come gli Squelchers, la serie di monete della FA Cup del 72, l’annuario Esso, un paio di volumi Grandstand e quello Golden Goals; tutti sono assolutamente splendidi dal punto di vista estetico, per le informazioni e per le immagini. Ora grazie a e-bay si possono trovare saltuariamente in vendita (mentre il sottoscritto penò non poco a reperirli qualche anno fa…) a prezzi accessibili tranne le collezioni di monete e stemmi che a volte raggiungono all’incirca i 30 pounds, mentre gli Squelchers (completi e con raccoglitore) restano piuttosto rari.
di Gianluca Ottone, da "UK Football please" (marzo 2006)

24 gennaio 2025

BACK TO THE "SIXTIES" - La trasformazione delle maglie in business.

Tanto tempo fa, così potremmo iniziare questo pezzo come fosse una fiaba, i ragazzini correvano dietro un pallone tra l’ora del tè e l’ora di cena in campetti fangosi o nei pubblici giardini o nei playgrounds delle scuole dopo avere posato a terra il loro “montgomery” o parka o la giacca della divisa della scuola.


Chi sceglieva di essere Bobby Charlton o Denis Law, chi Bobby Moore o Jimmy Greaves, tutti avevano un idolo ma nessuno si sognava di scendere in campo con indosso la maglia o se volete “replica shirt” del club preferito.
Erano i fantastici e vivaci sixties (sia dal punto di vista pallonaro che musicale che stilistico che sociale), periodo in cui a mio giudizio si videro le più belle e stilose divise da gioco in UK, semplici eppure eleganti, girocollo, con accurati stemmi ricamati.
Poi, ad inizio seventies qualche colpo di ammodernamento assolutamente ancora gradevole come l’uso del tessuto traforato Aer Tex della Umbro, le iniziali del club ricamate in corsivo, l’aggiunta di colletti e l’inserto triangolare a chiudere lo scollo a “V”, look che andava di pari passo con la crescita dei capelli e delle basette dei giocatori (basette vere non le ridicole, sottili sculture a colpi di rasoio che si vedono oggi su campioni e pseudo campioni che prima di scendere in campo si sistemano il cerchietto tra i capelli.. fortunatamente soprattutto nel continente).

Poi, un giorno del 1973, sulla maglia del Leeds apparve un simbolo, un grado da ammiraglio ed infatti sotto questo strano logo c’era proprio la dicitura Admiral. Apparentemente innocuo ma secondo gli esperti questo fu l’inizio del “great kit business”.
L’anno successivo, 1974, Don Revie divenne il nuovo manager della nazionale ed una delle prime azioni che fece fu di introdurre presso la FA l’Admiral con la quale l’anno precedente aveva deciso la sponsorizzazione tecnica del Leeds essendo Revie allora manager della squadra del Yorkshire. Il tutto, come dissero allora le solite malelingue (ma a ragione) fruttò un bel po’ di pounds al buon Revie, questo fu una sorta di investimento da parte della Admiral che quindi riuscì ad estromettere la Umbro da fornitrice ufficiale della nazionale cosa che aveva fatto per 60 anni. Inoltre l’Admiral ottenne il permesso di ammodernare la divisa tutta bianca dei 3 Lions e qui fecero la loro comparsa le famose striscie rossoblu sulle maniche (biancorosse sui calzoncini blu) ed il logo della casa. I tifosi piu’ tradizionalisti e quasi tutta la carta stampata gridarono all’orrore ma il nuovo kit immesso sul mercato e spinto da una potente campagna pubblicitaria vendette eccezionalmente tra il pubblico piu’ giovane. 
Dopo che la nazionale aveva venduto la propria anima (come sostennero alcuni giornalisti) molti clubs cedettero alle lusinghe dell’Admiral sentendo la necessità di adeguarsi ai tempi correnti e soprattutto di vestire come la selezione del Paese. Ecco quindi Norwich, Southampton, Manchester Utd, Coventry, West Ham indossare il grado dell’ammiraglio mentre la Umbro combatteva su altri fronti tenendosi stretti la selezione scozzese, Derby, Everton, Manchester City, Arsenal, Liverpool.

Tra la metà dei seventies e l’inizio degli
eighties vi fu il picco produttivo e di fama dell’Admiral che proprio ad inizio del nuovo decennio ristilizzò la maglia della nazionale proponendo la famosa striscia rossoblu orizzontale tra petto e spalle (o come direbbe correttamente un sarto, sul carrè); subito altre polemiche ma anche tanta pubblicità e anche favori tanto che in un recente sondaggio tra tifosi questa resta una delle maglie preferite della storia dei 3 Lions. Insomma quella dell’europeo dell’80 e dei mondiali dell’82 che onestamente anche a me, seppure tradizionalista convinto che metterà sempre al primo posto quella tutta bianca girocollo dei sixties, non dispiaceva nè allora né tuttora. Poco dopo però il colosso Adidas iniziò a mettere il naso in UK e forte delle sue dimensioni e potenzialità cercò di prendersi una fetta di quell’interessante mercato. In breve clubs come QPR, Ipswich, Forest vestirono le note tre striscie e dopo poco anche Liverpool ed Arsenal entrarono nella scuderia della casa tedesca.
A seguire giunsero anche Hummel dalla Danimarca che vestì Spurs, Villa, Swansea, Darlington, Southampton e la nazionale gallese e Le Coq Sportif dalla Francia. Insomma la torta si faceva sempre più piccola e quando a metà eighties la Umbro riuscì a riprendersi la nazionale proponendo nuovamente un design sobrio e semplice ed una proposta economica che l’Admiral non potè contrastare per la casa del grado della marina iniziò il declino.
Per Umbro invece si trattava di una seconda giovinezza che durò per molti degli anni 90 mentre Admiral si trovava a fronteggiare una crisi finanziaria che la portò ad essere l’ombra di quel che era stata. 
Negli ultimi anni l’Admiral sta cercando di rialzare la testa partendo dalle divisioni minori  mentre la Umbro tiene duro con la nazionale ed alcuni clubs di grande potenzialità ma questa è storia recente che anche i ragazzini possono giudicare con i propri occhi e notare come ormai il mercato se lo contendano un paio di grandi nomi non britannici o poco piu’ che per qualsiasi squadra propongono lo stesso modello cambiando solo i colori; per noi un po’ piu’ “maturi” invece resteranno per sempre negli occhi e nel cuore le meravigliose divise e tute degli anni d’oro che ci videro scoprire il football d’oltre Manica che avevano solo due simboli sulla parte destra del petto ovvero il diamante stilizzato della Umbro e il grado dell’Admiral.
di Gianluca Ottone, da UKFP (settembre 2006)

3 dicembre 2024

BACK TO THE “SIXTIES” - 1966






















In questa puntata della rubrica dedicata agli anni ’60 vi porterò indietro nel tempo, esattamente a quella storica estate 1966 che vide l’Inghilterra ospitare l’ ottava edizione della Coppa Rimet ovvero i campionati mondiali di calcio. 
Non sarà però un viaggio tra statistiche o ricordi di partite che tutti, chi più chi meno, conosciamo ma un percorso attraverso tutto ciò che accadde di contorno alla manifestazione. Innanzitutto il contesto sociale in cui si svilupperà il mondiale: siamo nel 1966, in piena “swinging London” ovvero all’apice della fama internazionale della capitale Inglese come fulcro di avvenimenti legati alla moda, alla musica, allo stile. In questo frizzante e vivace ambiente dove dominano gli stilisti Inglesi, le mode di Carnaby Street, il Beat sound di Beatles, Stones, Yardbirds, Who, gli spy-movies con Bond in testa non poteva mancare la ciliegina sulla torta, ovvero l’organizzazione dei mondiali.

La F.A. accoglie di buon grado l’onore e (e onere) della gestione della più importante manifestazione calcistica del mondo. Sicuramente gioca un ruolo importante Sir Stanley Rous  allora presidente della FIFA, ma al di la di eventuali pesi “politici”, pare giusto ai più fare svolgere tale manifestazione nella nazione maggiormente di tendenza di quegli anni oltre che un premio al paese che ha codificato e reso noto in tutto il mondo il “beautiful game”. Gli organizzatori sapranno dare una svolta senza precedenti alla manifestazione: innanzitutto per la prima volta nasce una mascotte che troverà spazio sui manifesti ufficiali, su riviste, guide, sui sottobicchieri oltre ad essere realizzato sotto forma di pupazzo per la gioia dei bambini e… dei grandi. Si tratta del famoso “Willie” un simpatico leoncino che veste una maglietta con i colori dell’ Union Jack, calzoncini, 14 calzettoni e scarpette bullonate. L’immagine più diffusa è quella che si vedrà sui posters della manifestazione, con “Willie” intento a calciare un classico pallone “18 panels”. All’avanguardia sarà anche il film del mondiale che per la prima volta non sarà solo una carrellata di immagini di gioco ma un vero e proprio lungometraggio, con tanto di colonna sonora degna di uno spy-movie del periodo, che vedrà tante riprese fuori dal campo di gioco.

























Ad esempio si inizia con l’arrivo delle squadre partecipanti all’aeroporto di Heathrow, il loro trasferimento sui buses verso i ritiri, quindi scene riprese tra la folla sia dentro che fuori gli stadi. Splendido il pezzo sui preparativi della finale con le telecamere che seguono i custodi e gli stewards nelle ore che precedono la gara intenti, chi a sistemare le reti chi a posare le coperte sulle poltrone del Royal Box; veramente imperdibile! Inoltre, anche qui una novità, si cerca di avere una serie di partners che provvedano a fornire gli “strumenti” di gioco. La Umbro supplirà a quasi tutte le nazionali l’abbigliamento, mentre l’ Adidas (al tempo rappresentata in UK proprio dalla Umbro) metterà a disposizione le scarpe. Anche i palloni verranno uniformati il più possibile individuando un fornitore e due colori “ufficiali” che saranno poi il bianco e l’arancione; proprio con una sfera arancione si disputerà la leggendaria finale. Lo stesso Sir Stanley Rous prenderà parte alla scelta dei palloni insieme ad un gruppo di produttori, di ex giocatori e di dirigenti della FIFA. Tutto il contorno della manifestazione viene organizzato in modo esemplare, tanto che qualcuno sostiene che tutti i mondiali successivi prenderanno esempio e spunti da quello Inglese, vedasi l’uso di una mascotte e la collaborazione con partners commerciali e fornitori ufficiali. Vengono prodotte guide per ogni città che ospiterà gare con infos su locali, divertimenti, ristoranti, bar e indicazioni su come raggiungere gli stadi. Ci fu anche lo spazio per un giallo mai completamente risolto: il 20 marzo 1966 sparisce la coppa Rimet mentre si trovava esposta a Londra per una esibizione pubblicitaria del mondiale nel contesto di una mostra filatelica. La tensione e la preoccupazione svaniscono il 27 marzo, quando il cagnolino Pickles durante la quotidiana passeggiata con il suo padrone annusa e scova uno strano oggetto nei giardini di Norwood nel Middlesex.
E ‘ la coppa Rimet in perfetto stato avvolta in un quotidiano. Respiro di sollievo per tutti e grande notorietà per alcuni giorni per cane e proprietario che verranno fotografati ed invitati in trasmissioni radiofoniche e televisive. Nessuno saprà mai se si trattò di uno scherzo oppure, più probabilmente di un vero e proprio furto con tentativo (fallito) di estorsione. Il mondiale 1966 stabilisce il record di spettatori (1.458.043) per questo tipo di competizione e l’incasso della finale (Lst. 200,000) diventa il più alto incasso mai registrato per una partita di world cup. I giocatori Inglesi ricevettero Lst. 60 per partita (ovvero il normale gettone per gare internazionali) mentre le riserve intascarono Lst. 30; inoltre un bonus di Lst. 22,000 per la vittoria (offerto dalla F.A.) fu diviso equamente tra i 22 selezionati su precisa richiesta dei giocatori stessi. Per concludere uno sguardo alle competizioni Inglesi che precedettero il mondiale: il titolo della first division va al Liverpool (che perderà per 2-1 la finale di Coppa delle coppe contro il Borussia Dortmund), mentre la F.A. Cup finisce 15 sulla sponda Blue del Mersey ovvero all’ Everton. 
La League Cup viene sollevata dal WBA che nella doppia finale avrà la meglio sul West Ham con un “aggregate” di 5-3. nel frattempo John Lennon dirà che i Beatles sono più popolari di gesù Cristo e la Barclay’s bank introduce la “Barclaycard” ovvero la prima carta di credito in Gran Bretagna.
di Gianluca Ottone, da UK Football please

28 ottobre 2024

BACK TO THE “SIXTIES”. "LNER, UNA LOCOMOTIVA CHIAMATA.." di Gianluca Ottone




























Le ferrovie hanno sempre giocato un ruolo fondamentale per i sostenitori, trasportandone migliaia, settimana dopo settimana su e giù per l’Inghilterra per seguire il proprio club. 
Alla fine degli anni ’30 la London and North Eastern Railway Company decise di denominare venticinque delle sue locomotive con il nome di altrettanti clubs. I clubs erano tutti dell’area coperta dalla LNER, anche se non è tutt’ora chiaro perché alcuni clubs ebbero questo onore ed altri no.

L’elenco completo è il seguente: Manchester Utd, Manchester City, Newcastle Utd, Sunderland, Arsenal, Leeds Utd, Sheffield Utd, Sheffield Wed, Liverpool, Nottingham Forest, Leicester City, West Ham Utd, Tottenham, Huddersfield Town, Darlington, Everton, Norwich City, Doncaster Rover , Bradford PA, Bradford City, Middlesborough, Derby County, Grimsby Town, Hull City e Barnsley. Un aneddoto curioso riguarda la locomotiva chiamata Sunderland; nel 1937 la squadra del nord est raggiunse la finale di FA Cup e richiese alla LNER che fosse proprio la locomotiva “Sunderland” a guidare il treno speciale che doveva trasportare i tifosi biancorossi a Londra. 

La compagnia accettò, ma un paio di giorni prima della finale ci si accorse che la locomotiva Sunderland si trovava in officina per delle riparazioni; così staccò la placca di ghisa con nome e colori del Sunderland e la montò su quella chiamata Derby County che fu inviata a destinazione. Solo molti anni dopo si scoprì questo sotterfugio ideato comunque a fin di bene dalla LNER.

Le locomotive in questione macinarono migliaia di miglia all’incirca tra la metà degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’60 quando, progressivamente, vennero sostituite da mezzi più moderni. Man mano che le locomotive venivano tolte dal servizio, le placche con il nome del club venivano staccate e donate al club stesso che solitamente le montava nel main stand. Personalmente ricordo di averne viste montate nelle tribune di West Ham, Doncaster Rover e Hull City. Le placche erano realizzate in ghisa, avevano forma semi ovale con il nome del club, un pallone nel centro ed uno sfondo con i colori sociali. 
Questo fenomeno interessò anche il pittore G.S. Cooper, noto illustratore di mezzi di trasporto che dedicò una serie di dipinti a tutte le locomotive in oggetto, rappresentate solitamente in un immaginario scenario in cui passano vicino allo stadio del club in questione. Per terminare un’ultima curiosità: la locomotiva Darlington non doveva esistere ma il mezzo fu costruito proprio lì. Così i lavoratori delle locali officine produssero loro stessi una placca con il nome del club che fu montata sulla locomotiva e lì rimase.
di Gianluca Ottone, da "UK Football please" (giugno 2004)

14 ottobre 2024

BACK TO THE "SIXTIES" - Pensieri disordinati.


























In un pomeriggio qualsiasi, mentre ero alla guida della mia auto (una Rover colore “Old English white con lo stemma smaltato del Royal Automobile Club sulla griglia anteriore e l’adesivo con i Three Lions della nazionale sul parabrezza…) durante un breve viaggio di lavoro, mi trovai a pensare a tutte quelle cose che mi fanno adorare il football inglese specialmente quello degli anni 60 e 70.

In poco tempo mi passarono per la mente (malata? appassionata? folle? Fate voi…) tutta una serie di ricordi, immagini di vecchie edizioni di Match of the day, fotografie di riviste, libri, annuari, programmi. Insomma, in alcuni minuti avevo raccolto talmente tanto materiale da giustificare la mia passione; erano tantissime le cose che facevano ed in qualche caso ancora fanno diverso, meraviglioso, unico, originale il football d’oltre Manica rispetto a quello di ogni altra latitudine.
Da dove iniziare? Ma si ovviamente dagli stadi, così unici e affascinanti. Architettonicamente meravigliosi con l’esterno che abbonda di mattoni anneriti, con gli angusti turnstiles e l’interno fatto per vedere, vivere, gustare il gioco. Così a ridosso del terreno di gioco, con le coperture spioventi sostenute dagli immancabili piloni, i seggiolini in legno e ferro battuto.
Inseriti incredibilmente tra file di case a schiera Vittoriane anch’esse fatte di mattoni anneriti mica lungo tangenziali o zone periferiche.
Poi i club shops autentico paradiso del collezionista o del tifoso comune, gestiti dal Supporters Club con il fine di aiutare la squadra e non disordinate bancarelle semi abusive sparse nei parcheggi. Essendo ubicati in mezzo alla città sono vicini al classico pub d’angolo che aiuta i tifosi a dissetarsi dopo il fish and chips o il burger volante con il loro “profumo” caratteristico che si mescola alle grida dei venditori di programmi.
Poi i palloni, dagli Slazenger color senape o marrone o arancio come quelli del Mondiale del ’66, sino ai bianchi Minerva o Zephir degli anni ’70 ed agli inossidabili Mitre. Tutti rigorosamente 18 panels, alla faccia che nel resto del mondo tutti, dopo Mexico ’70, iniziarono ad usare quelli bianchi con pentagoni neri.
Unico anche il Bobby in servizio che camminava lungo la linea di fondo magari scambiando qualche battuta con i tifosi a ridosso del campo ed i volontari della St. John’s Ambulance stoicamente seduti in un angolo anche sotto il diluvio con le loro divise nere e lo zainetto bianco del pronto soccorso a tracolla.
Lungo il muretto che divideva le gradinate dal terreno di gioco il meraviglioso totalisator, unico al mondo, con i risultati parziali delle partite della giornata: A 0 – 1, B 1 – 1, C 2 – 1 e così via.
Sullo stesso muretto penzolavano le sciarpe rigorosamente a barre dei tifosi più giovani, i bambini, che stavano sempre in prima fila per vedere meglio i loro eroi. Subito dietro i genitori o i nonni e poi quelli di mezza età ed infine più in alto i giovanotti che erano usi cantare ed incitare a gran voce. Oltre alle sciarpe che dire delle coccarde (che originalità, che varietà di modelli e colori,) o più avanti, delle coppole a spicchi e dell’immancabile rotolo di carta igienica che pioveva in area al momento del goal.
Poi le bandierine dei corners con i colori della squadra di casa e le maglie. Si le maglie, quelle inglesi sono sempre state eleganti, ricche di particolari con stemmi ricamati che evocavano storia e tradizione, mentre nel resto del pianeta sembravano magliette della salute. 
Quelle dei portieri sempre verdi, tranne quella della Nazionale che era sempre gialla. Poi sempre i portieri, che indossavano calzoncini e calzettoni identici a quelli dei loro compagni di squadra, anche quando erano bianchi, dando un ulteriore tocco di stile.
Poi la F.A.Cup, la più antica manifestazione calcistica sulla faccia della terra. La magia dei primissimi turni dove scendeva in campo anche la squadra ultra dilettante, bastava iscriversi alla manifestazione, la coppa era per tutti, nessuno escluso. Il fascino dei Giantkillers con i suoi risultati a sorpresa ed infine la finale nel fantastico tempio di Wembley.
Le maglie personalizzate per la finale con ricamata la dicitura “Wembley 19..” o “F.A. Cup Final 19..” e le sensazionali tracktops, ovvero le giacche della tuta fatte apposta per l’eventoche i 22 protagonisti indossavano per l’ingresso in campo…. bellissime, stilosissime. 
E tutto intorno 100.000 altri protagonisti, ovvero i tifosi, ondeggianti che aggiungevano a sciarpe e coccarde stendardi sorretti da due aste con su scritte frasi ironiche rivolte agli avversari o di speranza per la vittoria; e qualcuno 30 anni dopo le scopre e le introduce come novità un bel po’ più a sud.
In estrema sintesi sono queste le cose che più mi hanno rapito del vero football; ve ne sarebbero altre ma anche per non rubare troppo spazio agli altri scritti, ritengo sufficiente fermarmi qui e magari continuare nel prossimo numero.
di Gianluca Ottone, da UKFP (dicembre 2004)

25 settembre 2024

BACK TO THE "SIXTIES" - "Football League Review" di Gianluca Ottone

Dopo alcuni pezzi dedicati agli stadi torno a proporre uno scritto dedicato alla Golden Age del football andando a scoprire la “Football League Review”. 
Durante la stagione 65/66 il Management Committee della Football League diede il via ad un esperimento commerciale. Rilevarono la pubblicazione “Soccer Review” allora usata da 34 clubs di Football League come un extra per il club programme, la trasformarono in “Football League Review” e decisero di investirvi sia graficamente sia a livello di contenuti in modo di fare si che nel giro di 2/3 anni tutte le squadre di F.L. l’avrebbero accolta nel proprio programme. La Football League infatti voleva dare vita ad un mezzo che arrivasse a più tifosi possibili, dove si spiegavano i programmi, le idee, le attività dell’organo calcistico oltre a coinvolgere gli appassionati con varie rubriche.
La rivista, che tanti collezionisti avranno trovato all’interno di molti programmi tra il 1966 ed il 1975, migliorò anno dopo anno aumentando le rubriche, la grafica, i servizi ed il colore. Punti fissi erano gli articoli dedicati ad arbitri, managers, giocatori ma anche al “tifoso della settimana” o alla visita ad un club (la rubrica si chiamava “Club call”) con presentazione del board, dello stadio, storia dello stemma. La posta dei lettori (rubrica “Post bag”) arrivò a ricevere migliaia di lettere settimanalmente mentre rubriche fisse come “League view” o “Editor’s view” alternavano prestigiose firme con articoli e commenti dei Directors della federazione. Dalla fine della stagione 66/67 il giornalista Bryon Butler (autore di molti libri sul football) iniziò a scrivervi regolarmente, la copertina divenne a colori ed all’interno aumentarono le foto di squadre o giocatori.
Proprio il materiale fotografico fu un cavallo di battaglia della “F.L.R.” che assegnò il compito di fotoreporter a colui che ritengo un genio della fotografia calcistica ovvero Peter Robinson (autore del meraviglioso volume “Football days” che raccoglie immagini di 30 anni della sua carriera). Robinson girava in lungo ed in largo l’Inghilterra catturando immagini dentro e fuori gli stadi con una originalità ed una innovazione unica per quei tempi; le squadre venivano immortalate sedute in tribuna o negli spogliatoi invece che sulla tradizionale panca, i managers mentre palleggiavano o mentre giocavano a golf invece che rigidi con le braccia conserte. Non mancavano gli scatti dedicati a fasi di gioco o ai singoli giocatori ma anche i tifosi con Robinson diventavano protagonisti meritando curiose immagini così come i “Bobbies” in servizio o i raccattapalle. Il pubblico era affascinato dalla veste grafica e le foto delle squadre, sia che fossero in 3a o 4a copertina che nella pagina centrale, venivano collezionate come mini posters. La F.L. vendeva la rivista ai clubs a prezzo di costo e copriva le altre uscite grazie alle aziende che vi facevano pubblicità come Park Drive, Player’s, Woodbine, Wills per sigari e sigarette, Ford UK e Vauxhall automobili, Bell’s whisky, Watney e Double Diamond birre, Texaco ed Esso, Gillette e Wilkinson. 
Durante il periodo di massimo splendore la “F.L.R.” riuscì a collaborare con una ottantina di clubs e si stima che i lettori regolari superassero i 300.000.
All’inizio della stagione 1971/72 cambiò il nome in “League Football” pur mantenendo impostazione contenuti della precedente testata ma già dalla stagione successiva si iniziarono a sentire i sintomi di una certa “stanchezza” che porterà la rivista a chiudere nel 1975 la collaborazione con i clubs che ancora la ospitavano. Le cause principali furono un sostanziale calo degli sponsors, l’inizio della diffusione di programmi di varie dimensioni tipico della prima metà dei 70’s (ricordate l’effimera, per fortuna, moda dei progs tipo tabloids lanciata dal Derby County?) e quindi non più capaci di ospitare all’interno la “F.L.R.”, la diffusione di varie riviste sul football. Resta comunque un bel pezzo di memorabilia (ne posseggo un centinaio), discretamente reperibile, il costo è quello dei programmes del periodo o anche meno se ci si imbatte in blocchi e personalmente la ritengo validissima soprattutto per le foto a colori di squadre, giocatori, stadi, protagonisti vari eseguite da quel genio di Robinson.
di Gianluca Ottone, da UKFP (dicembre 2005)

16 settembre 2024

BACK TO THE "SIXTIES". dal Charles Buchan’s football Monthly a Shoot di Gianluca Ottone

La rubrica dedicata agli anni 60 tenterà di districarsi tra la carta stampata che in quel periodo era in forma smagliante sottoforma di riviste, annuari e guide.































In quegli anni al tifoso non toccava che l’imbarazzo della scelta quando si avvicinava ad un newsagent; tra pubblicazioni a fumetti (per i più piccoli) e riviste (per i più grandicelli) erano diversi i mezzi di informazione stampata a disposizione degli appassionati ed all’avvicinarsi del Natale ecco le varie guide o annuari che facevano la felicità del tifoso amante dei dati, tabellini e statistiche ma anche di coloro che apprezzavano le meravigliose fotografie in bianco e nero e a colori dei grandi campioni o delle gare più entusiasmanti della stagione.

Partendo dalle testate come The Victor, The Tiger, The Wizard, The Hornet, The Hotspur sino al leggendario Roy Race poi meglio conosciuto come Roy of the Rovers, erano veramente molti i fumetti per il pubblico dei bambini che trattavano storie disegnate con il calcio a farla da padrona.
Avventure che vedevano impegnati giovanissimi campioni in erba che in seguito a tanto impegno e con molta volontà raggiungevano gli obiettivi che si erano preposti.
Tra tanti eroi spiccava Bernard Briggs un giovanotto che si cimentava con successo anche nel cricket, nel rugby, nel nuoto e nella boxe. La diffusione di questi giornalini ebbe poi dei picchi verso l’alto quando soprattutto nella seconda metà del decennio in oggetto, iniziarono ad inserire come omaggio, figurine dei calciatori che si potevano raccogliere in un album dando così vita a raccolte complete; ma del fenomeno figurine e raccolte varie parleremo in un prossimo articolo.
A livello di riviste la più famosa e diffusa fu sicuramente il “Charles Buchan’s football Monthly” che venne pubblicato dal 1951 al 1974. Charles Buchan fu dapprima un apprezzato giocatore a cavallo della prima Guerra Mondiale. Giocò nel Sunderland e nell’Arsenal oltre a vantare diverse apparizioni in Nazionale. Smessa l’attività di giocatore divenne un valido cronista per la BBC e giornalista sportivo per poi darsi alla pubblicazione del suddetto mensile che seguì sino al 1960, anno della sua morte. 
Il CBFM partì con una tiratura di 60.000 copie e toccò il top nel 1961 con ben 130.000 uscite.
Da sempre apprezzato per le tante iniziative che ne arricchivano i contenuti uscì sempre con copertine a colori e nel 1960 fu il primo a proporre la novità dei posters a colori partendo con quello della Nazionale. Nell’ottobre del 1966 altra strenna, ovvero le prime foto a colori. Diffusissimo tra i giovani il CBFM Boys Club che nel 1968 arrivò ad avere ben 100.000 membri.
Ci si iscriveva ricevendo una tessera ed una spilla distintivo e si poteva partecipare a quiz, gare di parole crociate sul calcio ed il vincitore del mese otteneva ambitissimi premi come palloni o scarpe da gioco. Nel CBFM si trovavano rubriche fisse come la posta dei lettori o come il classico sguardo ai tornei delle quattro britanniche e dell’Eire, molte foto, inchieste su determinate squadre e numeri speciali in occasione dell’annuale FA Cup Final o dei mondiali. Anche il CBFM nella seconda metà degli anni sessanta e sino alla sua chiusura diede vita a varie raccolte di cards molto apprezzate da raccogliere negli appositi contenitori.
Altre importanti e piacevoli riviste mensili erano il “ Football Supporter” che uscì dal 1967 al 1970 per poi essere ribattezzato dal 1970 al 1974 “Football Pictorial” che lo sostituì nelle edicole.
Il FS (Football supporter) era l’organo ufficiale della National Football Federation of Supporters Clubs e a differenza del CBFM puntava più sull’aspetto grafico che su quello dei contenuti; infatti dominavano grandi foto a colori di azioni di gioco o di singoli giocatori e il retro della seconda copertina era costituita da foto a colori di vari giocatori che il tifoso poteva ritagliare e collezionare. Solitamente ogni mese veniva anche inserito un mini poster a colori di una squadra e spesso le parti scritte si limitavano all’editoriale ed ai commenti delle varie immagini. Stesso discorso si può fare per l’ancora vivo e vegeto “Shoot” nato nel 1968 e indirizzatosi da subito verso un pubblico di giovani e giovanissimi, quindi molta importanza alle foto, al colore, ai posters ed alle copertine vivaci.
Shoot come il FS limitava i testi all’editoriale e ai tabellini delle gare giocate nel mese. Ottima la produzione di libretti ed album destinati ad accogliere figurine e cards ma soprattutto negli anni 70.

Passando agli annuals o yearbooks eccoci di fronte ad altre meraviglie per il collezionista e cultore del football degli anni d’oro. Anche in questo caso vi era una vasta scelta e andrò a selezionare quelli che personalmente ritengo più interessanti. Il sopraccitato mensile CBFM pubblicava il famoso “CBFM Soccer Gift Book” annuario in formato A4 con copertina rigida a colori e con all’interno splendide fotografie in bianco e nero e a colori. Vi si trovavano articoli firmati dai grandi giocatori o managers dell’epoca oltre a pezzi sulle competizioni domestiche dalle coppe ai vari campionati.
Stesso formato e stessa casa editrice (la IPC) per il “Football Star Parade” che oltre ad una valida carrellata di immagini in b/n e a colori vantava un completissimo who’s who di tutti i giocatori della FL dell’annata in questione. In formato pocket size, ovvero tascabile e con copertina non rigida era invece l’altrettanto valido “Park Drive Book of Football” sponsorizzato dalla Gallaher, nota azienda che lavorava il tabacco con sede a Londra e Belfast; infatti Park Drive era la più nota marca di sigarette dell’azienda stessa. Anche qui molti articoli di commento agli avvenimenti dell’annata calcistica erano firmati da Banks piuttosto che da Best o Charlton, un’ottima serie di immagini più un preciso directory di tutti i clubs della FL con dati che andavano dai colori sociali alla rosa della squadra con relative presenze e goals, capacità dello stadio e così via.
La stessa FA pubblicava l’official yearbook che pur pieno di tabellini, dati, indirizzi, commenti alla stagione passata ed a quella in corso mi piace di meno in quanto troppo “tecnico” e con pochissime fotografie; solitamente la parte più bella era la copertina a colori. 
Stesso discorso per il “Playfair Football Annual” secondo me troppo pieno di tabellini, statistiche, rose complete, calendari di tutte le divisioni ma con la totale assenza di immagini eccetto la copertina a colori; sicuramente un ottimo vademecum per chi voleva tenersi informato su tutto ciò che era accaduto e che doveva accadere ma lungi dal catturare la fantasia del tifoso e del collezionista. 
Ovviamente molti altri furono gli annuari pubblicati, considerando che quotidiani nazionali o locali ne producevano una gran quantità ma non giunsero mai ai livelli di quelli sopraccitati. Da segnalare che questi volumi venivano solitamente messi a disposizione del pubblico nel periodo natalizio e quindi rientravano quasi d’obbligo tra i regali che ogni ragazzo sognava ed erano ambiti anno dopo anno.
Sia le riviste che gli annuari sono tuttora discretamente reperibili dai vari collezionisti d’oltre Manica o su internet a prezzi piuttosto abbordabili salvo numeri o annate particolari tipo quelli che coprono la World Cup del 66 più rari e più cari, per cui consiglio vivamente a tutti gli appassionati di provarne almeno qualcuno per potere valutare di persona la bellezza delle immagini fotografiche e tuffarsi nel migliore periodo del beautiful game.
di Gianluca Ottone, da "UK Football please" (settembre 2004)

9 settembre 2024

BACK TO THE “SIXTIES”. Match of the day (MOTD) di Gianluca Ottone



Gli editori mi hanno chiesto di produrre una nuova rubrica fissa dedicata al calcio inglese degli anni sessanta (sapendo della passione che nutro per questo decennio). 
È stata sicuramente per il football britannico una golden era (insieme con una gran parte degli anni settanta) dove i successi internazionali a livello di clubs e nazionale fecero ammirare il beautiful game d’oltre manica in tutto il mondo. 
Oltre ai clubs anche i singoli giocatori passarono da una fama nazionale ad una notorietà internazionale divenendo vere e proprie icone oltre che sogni proibiti dei presidenti calcistici di mezzo globo, ma di questo parleremo in un prossimo articolo. Il mio esordio come curatore di questa rubrica lo vorrei dedicare ad un argomento sociale oltre che sportivo.
Il 22 Agosto 1964, in concomitanza con l’inizio della stagione 1964/65, fece il suo debutto sulla rete televisiva BBC 2 una nuova ed unica, sino ad allora, trasmissione televisiva chiamata “Match of the day”. 
La BBC volle portare nelle case degli inglesi in possesso di un televisore la sintesi della più importante partita della giornata calcistica fosse essa gara di campionato piuttosto che di FA Cup. L’onore dell’esordio fu assegnato all’incontro Liverpool – Arsenal che non deluse i telespettatori terminando 3-2 con molte emozioni. Ho la fortuna di avere una VHS dedicata ai goals più belli segnati in oltre 25 anni di MOTD e vi è proprio l’esordio della trasmissione da Anfield Road dove un pacato Kenneth Wolstenholme (nella foto sopra), il Nando Martellini inglese, per capirci, nel cerchio di metà campo con il microfono in mano annunciava l’inizio di questo nuovo programma. 
La trasmissione rigorosamente in bianco e nero fu vista da alcune decine di migliaia di telespettatori che si trasformarono nel corso degli anni in alcuni milioni. La partita fu contraddistinta da un’invasione solitaria di…un cagnolino nero entrato chissà come nel catino di Anfield e prontamente allontanato da uno zelante “bobby”. 
La Kop era già in splendida forma ed ogni avanzata dei Reds veniva contraddistinta da impressionanti ondeggiamenti che davano l’idea di un crollo e il sottofondo era ricco di incitamenti e lunghi cori. Immancabile il classico rotolo di carta igienica che pioveva sulla rete ospite ad ogni goal del Liverpool.

Per oltre 25 anni MOTD fu la trasmissione più attesa dagli appassionati di calcio, poi l’avvento delle varie pay tv tolse addirittura per un certo periodo i diritti a trasmettere le gare più importanti della giornata, ma verso la fine degli anni 90 una sentenza della corte di giustizia di Londra riconobbe MOTD come evento culturale di importanza pubblica e quindi venne riconcessa la possibilità di presentare sintesi delle partite più importanti. 
Da ricordare che gli autori della trasmissione idearono anche un premio chiamato “Goal of the month” in cui i telespettatori ed una giuria di esperti sceglievano la migliore realizzazione vista nelle sintesi trasmesse da BBC 2. Successivamente scegliendo tra i vari Goal of the month si arrivò a premiare il Goal of the year, ovvero la rete più bella di tutta la stagione. Indimenticabile la sigla, una gradevolissima marcetta che aveva come sottofondo i boati del pubblico e il gracchiare delle rattles. (Nella foto piccola Jimmy Hill, altro noto conduttore di MOTD).
Dando uno sguardo alla stagione 1964/65 registriamo il successo del Manchester United in campionato che beffa il Leeds United sul filo di lana solo per differenza reti, del Liverpool in FA CUP (anche qui Leeds sconfitto in finale) ed un primo successo internazionale per il football inglese con la vittoria nella ormai defunta coppa delle coppe di un grande West Ham United a Wembley contro il Monaco 1860. 
Si deve anche annotare un brutto scandalo che porterà due giocatori della nazionale (Kay e Swan) più altri otto professionisti in prigione, oltre alla squalifica a vita, per aver addomesticato degli incontri, al fine di fare guadagnare alcuni scommettitori, tra il 1960 e il 1963 quando militavano nel Sheffield Wednesday. 
Nel 1964 il laburista Harold Wilson viene eletto primo ministro, il parlamento vota l’abolizione della pena di morte per l’accusa di omicidio e le bande giovanili dei Mods e dei Rockers se le danno di santa ragione sulle spiagge di Brighton e Hastings durante i week ends e nel 1965 muore Winston Churchill.
di Gianluca Ottone, da "UK Football please" (settembre2003)
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