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23 ottobre 2025

"UK, UN CALCIO A TUTTA BIRRA" di Christian Giordano

«Team which drinks together wins together», la squadra che insieme beve insieme vince. 
La nota citazione di Richard Gough, ex capitano dei Rangers, spiega molto della drinking culture del calcio britannico. A metà anni 90 i Blues dettavano legge in campo e al pub, ambiti dove Gascoigne, lo stesso Gough, Ally McCoist, Ian Durrant e compagni dettavano legge. Altri tempi.

Nel calcio britannico la “cultura del bere” era tradizione. E lo è ancora, nelle serie inferiori. Si gioca, e dopo si va a pinte. George Best, Paul “Gazza” Gascoigne, Paul Merson, Tony Adams (56 giorni di carcere alla Chelmsford Open Prison nel ’90 per guida in stato di ebbrezza; a Jamie Pennant del Liverpool, Jermaine Defoe del Portsmouth e tanti altri è andata meglio), sono solo i più famosi ad essersi spinti troppo oltre, fino a scivolare nell’alcolismo o in altre patologiche dipendenze.

Merson (oltre 500 mila sterline perse alle scommesse) si ritrovò a guidare di notte a fari spenti in cerca di un muro, prima di rendersi conto dell’abisso - di droga, gioco d’azzardo, alcool - in cui era precipitato e che gli era costato la famiglia.

Jimmy Greaves ne uscì, e per anni non toccò un goccio. Negli anni 70 in Stan Bowles, Alan Hudson, Rodney Marsh, Frank Worthington (e persino Robin Friday, il più grande mai giunto nei pro’) veniva identificata una intera generazione di Mavericks: purosangue in campo, senza controllo fuori.
Nel 1998 Malcolm McDonald, ex centravanti di Newcastle Utd e Arsenal e recordman di reti (cinque) in una partita con la nazionale, per disintossicarsi, convinto da Merson, entrò in una clinica da 325 sterline il giorno, cifra co-versata dalla PFA, il sindacato giocatori.

Per emularlo, nel 2000, Adams – prostrato da anni di “Tuesday club”, le bevute del martedì – ne ha addirittura fondata una, la Sporting Chance (appena sovvenzionata con 50 mila sterline dalla FA), specializzata nella disintossicazione di sportivi professionisti affetti da varie forme di dipendenza: alcool, gioco d’azzardo, stupefacenti. Tra i primi a beneficiarne Adrian Mutu, l’attaccante romeno della Fiorentina licenziato (anni fa) dal Chelsea per uso di cocaina.

L’esempio di Adams è stato seguito anche da Alex Rae, ex giocatore di Sunderland, Millwall e Rangers. Ha smesso di bere, 29enne. E a Glasgow ha aperto una struttura no-profit di recupero per alcolisti e tossicodipendenti. Bere in compagnia, in passato, veniva visto come lasciapassare per essere accettati dal gruppo, per non dire branco. O come passatempo sociale. Emblematici i casi degli irlandesi al Manchester United: Norman Whiteside (del nord), Roy Keane, compagno di sbronze dello sciupafemmine Lee Sharpe, e il nero Paul McGrath («bere mi dava coraggio»). O quello di James Beattie, che aggredì con una mazza da golf John Arne Riise nel ritiro del Liverpool.

Gascoigne era così abituato alla “poltrona del dentista” – famigerata usanza da ritiro che toccò il culmine con l’exploit dei nazionali inglesi in un pub di Hong Kong prima di Euro 96– che dopo un gol con l’Inghilterra la mimò nell’esultanza: steso a terra a bocca e braccia aperte, beveva a getto dalla borraccia che Teddy Sheringham, in piedi, gli spremeva contro sotto gli occhi di Gary Neville. Per una volta, però, era acqua.

Tutto è cambiato con l’arrivo di calciatori e tecnici stranieri, primi fra tutti Dennis Bergkamp e Arsène Wenger, il quale all’Arsenal impose subito la chiusura del bar del club ai giocatori.
Lo stesso hanno fatto al Liverpool lo spagnolo Rafa Benítez, e prima di lui il francese Gérard Houllier (quando i turbolenti giovani dei Reds venivano chiamati Spice Boys), e l’Aston Villa ai tempi di John Gregory. Il Manchester United di Alex Ferguson, uno della vecchia scuola, è arrivato a proibire ai suoi i nefasti party natalizi, l’ultimo dei quali (2007) sfociato con un mai chiarito episodio di violenza sessuale ai danni di una 26enne.

Coi bei soldoni in ballo dalla Premier League in giù, ogni club ora dispone di dietologi, nutrizionisti e specialisti che ragguagliano i giocatori sui disastrosi effetti di alcool e altri abusi.
Con non infrequenti, spesso fragorose eccezioni (lo show di John Terry del Chelsea davanti agli atterriti passeggeri americani all’aeroporto l’indomani dell’Undici settembre; le 7-8 pinte di vodka e rum di Jonathan Woodgate la notte in cui venne attaccata Sarfraz Najeib e pagate con 100 ore di servizi sociali, il Lee Bowyer, allora suo compagno al Leeds United, «del tutto fuori di sé» al nightclub Majestyk di Leeds; l’intero Leicester City cacciato da un hotel spagnolo nel 2000; Stan Collymore che picchia la compagna Ulrika Jonsson, poi fiamma di Eriksson, o stacca un estintore), perlomeno nel calcio di alto livello la drinking culture è cessata di colpo. Adesso, la squadra che vince insieme beve insieme. Non viceversa.
di Christian Giordano, da https://sportspoetssociety.blogspot.com

9 settembre 2025

"GASCOIGNE. GENIO & SREGOLATEZZA" di Luca Manes

























“Paul Gascoigne è l’unica star di livello mondiale prodotta dall’Inghilterra dal 1966 ad oggi”.
Lo diceva Alex Ferguson – che di giocatori di un certo spessore tecnico ne ha allenati un bel po’ – forse c’è da credergli. Ovviamente Gazza rimane uno dei grandi rimpianti dello scozzese, che un tentativo di metterlo sotto contratto lo aveva anche fatto. “Annoverandolo nella mia squadra sono sicuro che sarei riuscito a fare qualcosa di buono per lui”
E anche in proposito non sussistono molti dubbi. Chissà, forse Sir Alex sarebbe riuscito a imbrigliarlo a dovere, o quanto meno a mettere un freno ai suoi eccessi, come fece con un’altra testa calda quale Eric Cantona.
Chi però deve rimpiangere ancor di più il mancato approdo a una squadra di altissimo livello come lo United è proprio lui, quel mattacchione di Gascoigne.
Troppi gli episodi che lo hanno penalizzato, quasi tutti da imputare alla sua condotta non proprio irreprensibile, dentro ma soprattutto fuori dal campo. Eppure che fosse un predestinato si capì fin dagli esordi nel Newcastle United, la sua squadra del cuore, dove formava coppia con il brasiliano Mirandinha e deliziava le gradinate del St. James’ Park con colpi di genio assoluti. Personaggio lo è stato fin dalla prima ora e gli aneddoti su di lui si sprecavano già quando vestiva la maglia bianconera. Tanto per capirci, quando i tifosi avversari gli davano del ciccione e gli tiravano le barrette di cioccolato, lui rispondeva mangiandosele!

Nel 1988 un Tottenham quanto mai ambizioso, allenato da Terry Venables e in procinto di strappare Gary Lineker al Barcellona, superò la concorrenza del Manchester United e fece sì che Gazza diventasse il primo inglese a doversi accollare l’ingombrante etichetta di giocatore da oltre due milioni di sterline. Con gli Spurs giunse la definitiva consacrazione in patria, ma a livello internazionale ci pensò Italia 90 a farlo entrare nell’esclusivo club dei fuoriclasse assoluti. Gascoigne quel torneo lo giocò da protagonista. Le sue lacrime durante la semifinale persa contro la Germania commossero il Paese, ma non bisogna scordare che il quarto posto raggiunto a quella Coppa del Mondo è tuttora il miglior risultato dei Tre Leoni a un mondiale, eccezion fatta per il trionfo del 1966. Finalmente nel firmamento delle stelle globali si poteva annoverare un calciatore inglese, che riusciva a coniugare alla perfezione estro e fantasia di stampo latino con grinta e determinazione, le caratteristiche tipiche del calcio britannico.

All’epoca la nostra bistrattata Serie A era ritenuta, a ragione, il campionato più bello e competitivo del Pianeta, la destinazione più ambita di tutti i campioni. Gazza non fece eccezione, meritandosi le attenzioni della Lazio cragnottiana. Peccato che il ragazzo, poche settimane prima di trasferirsi a Roma, nei primi minuti della finale di FA Cup contro il Nottingham pensò bene di commettere un fallo da indagine di Scotland Yard, procurandosi la rottura dei legamenti del ginocchio destro. Singolare il fatto che Gazza si accorse della reale entità del suo infortunio qualche minuto dopo essersi pure schierato in barriera e aver assistito al vantaggio del Forest… Gli Spurs finirono per vincere quella coppa, portata di fretta e furia in ospedale dal povero Paul per rendere partecipe della festa anche lui. Quel trofeo, l’unico vinto su suolo inglese, portava anche la sua firma. Se nell’atto conclusivo era stato quanto meno sciagurato, in semifinale contro l’Arsenal aveva incantato Wembley, segnando una punizione alla Zico.
I nefasti effetti dell’entrata assassina su Gary Charles valsero a Gascoigne un anno di inattività e alla Lazio un cospicuo sconto sul contratto di acquisto dal Tottenham (da 5,5 milioni di sterline si passò a 3,5).
Con i bianco-celesti, a causa di altri problemi fisici, Gazza giocò poco, ma tutto sommato bene. Nei minuti finali di un derby segnò un goal di testa sotto la Curva Nord che accrebbe in maniera esponenziale la sua posizione di idolo assoluto della tifoseria laziale, che del nativo di Gateshead amava il genio quanto la sregolatezza, tante le sue goliardate nel periodo romano, con rutti davanti alle telecamere e vagonate di scherzi ai compagni di squadra. 

A metà degli anni Novanta, però, colui che Diego Armando Maradona non tanto tempo prima aveva designato come suo erede naturale si ritrovò con un fisico pieno di acciacchi (un altro infortunio molto serio lo rimediò in allenamento fratturandosi tibia e perone in un contrasto con Alessandro Nesta) e un bisogno urgente di rivitalizzare una carriera in apparente declino accasandosi ai Rangers. 
Una carriera purtroppo già condizionata in maniera pesante da episodi extra-calcistici (botte alla sua fidanzata e qualche ubriachezza molesta di troppo). A differenza della versione attuale, agonizzante e sull’orlo del fallimento, la compagine di Glasgow all’epoca era una delle corazzate del calcio europeo, che con Gazza si aggiudicò due dei nove campionati consecutivi fra il 1989 e il 1997. Nel mentre si ricordano altre prestazioni da incorniciare in nazionale durante l’Europeo casalingo del 1996 e un’altra delusione nella semifinale persa ancora ai rigori contro la solita Germania. La marcatura nel derby contro la Scozia – sombrero a Colin Hendry e stoccata al volo per trafiggere Andy Goram – è stato forse l’ultimo lampo di classe ad abbagliare la platea internazionale. Durante il primo Old Firm del 1998 rispose con un “gesto settario”, ovvero mimando di suonare il flauto delle marce orangiste protestanti, a una provocazione dei tifosi del Celtic. Apriti cielo. Dopo minacce di morte e reprimende della Scottish Football Association, decise lasciare Glasgow per riavvicinarsi a casa.

A Middlesbrough arrivarono le ultime perle di calcio di un giocatore già assalito dai demoni dell’alcool e di chissà cos’altro, che alla notizia dell’esclusione dalla rosa dell’Inghilterra per i mondiali francesi fece a pezzi una camera d’albergo. In seguito le poche presenze raccattate tra Everton, Burnley, i cinesi del Gansu Tianma e Boston United sembrarono solo l’estremo tentativo di posticipare un ritiro ormai inevitabile, coinciso con la stagione 2004/05.
Sparito dal rettangolo da gioco, Gazza continuò a essere una presenza fissa sui tabloid. Colpa dei suoi eccessi, delle incredibili dosi di alcool trangugiate (per mesi si scolò una bottiglia di whisky al giorno) e delle risse, degli incidenti di macchina e delle strisce di cocaina, dei guai con le giustizia e di terapie riabilitative che, a suo dire, lo hanno quasi spedito all’altro mondo. La sua confusione mentale era così estrema che quando il Barnsley sconfisse il Chelsea nella FA Cup del 2008 lui decise di festeggiare alla grande, per “rendere omaggio” alla sua ex squadra. Peccato che con i Tykes non avesse mai giocato e che semplicemente avesse confuso Barnsley (città dello Yorkshire) con Burnley (che si trova in Lancashire e con il cui club aveva avuto una fugace apparizione nel 2002). Ma di storie anche meno amene ce ne sarebbero da raccontare così tante da riempire un’enciclopedia.

Da questo punto di vista non aveva proprio nulla da invidiare al suo mentore Maradona, né al gruppo di giocatori talentuosi ma scavezzacollo che a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta furono bollati dalla stampa con l’appellativo di Mavericks (letteralmente, vitelli senza marchiatura). “Irregolari” che tra le loro fila ospitavano di diritto una celebrità come George Best, del quale in fatto di frequentazioni femminili e predisposizione alcolica si sa un po’ tutto. Non che i vari Stan Bowles, Rodney Marsh, Peter Osgood e Frank Worthington fossero da meno nell’approccio “molto spensierato” al football. In comune questi ultimi avevano tutti un intenso ostracismo da parte dei responsabili tecnici della nazionale inglese. Le loro presenze con la nazionale, infatti, furono scarsissime, un po’ per i loro caratteri alquanto complicati, un po’ perché espressione di un calcio fantasioso e anticonformista che in terra d’Albione non era troppo apprezzato. Lo stesso Bobby Charlton, l’ultimo campionissimo inglese prima di Gascoigne, è rinomato per la concretezza e il suo fiuto del goal, non esattamente per invenzioni degne del suo compagno di squadra dalla chioma fluente e dal tocco vellutato (Best, per l’appunto). Quanto meno Gazza con i Tre Leoni ha messo insieme 57 presenze e 10 reti e se ne fosse stato per i problemi fisici e le mattate varie di caps ne sarebbero arrivati ancora di più. Un chiaro segnale di come pian piano il football d’oltre Manica stia cambiando. Il problema è che al momento gente con la fantasia e i piedi di Gascoigne in Inghilterra non se ne trovano. L’unico che forse può essergli accostato è Wayne Rooney. Il soprannome è simile (Wazza), le marachelle non mancano (anzi), a essere differente è il rendimento in nazionale (troppi i suoi flop durante le grandi competizioni internazionali) e soprattutto un dettaglio non proprio insignificante: ad allenare il ragazzo di Croxteth è stato Alex Ferguson.
di Luca Manes

6 giugno 2025

QUEL PAZZO DI ROBIN FRIDAY..


























Robin Friday, nasce il 27 luglio 1952 ad Acton, un quartiere difficile della zona ovest di Londra. Figlio della working class, Robin si avvicina sin da piccolo al mondo del calcio, ed in un certo senso il suo è un percorso da predestinato essendo la madre figlia di un ex giocatore del Brentford. Dopo aver fallito vari provini per club famosi quali QPR, Chelsea e Crystal Palace abbandona a 16 anni gli studi, si mette a fare il muratore e comincia la sua pazza carriera di calciatore nel Walthamstow Avenue Football Club, club dilettante di Londra fondato nel 1900 ed estinto nel 1988 in seguito ad una fusione con altri club. Passa poi nei "missionari" dell'Hayes, ad ovest di Londra, e quindi più vicino ad Acton, come detto quartiere di nascita di Robin. Con l'Hayes ( club di non-league anch'esso estinto di recente ) Friday guadagna 30 sterline a partita. Durante un match con la maglia biancorossa dell'Hayes Friday entra nella storia dei pazzi del calcio lasciando i suoi compagni a giocare con un uomo in meno per ben 10 minuti, tornando poi in campo, ubriaco, per segnare l'unico e decisivo goal della partita. Nei 10 minuti di assenza Robin era infatti nel pub adiacente il Church Road di Hillingdon, lo stadio dell'Hayes. Il 9 e il 12 dicembre 1972 la sua carriera calcistica prende una svolta: nel secondo turno di fa cup il Reading viene sorteggiato con l'Hayes. Il primo match in casa dei royals termina 0 a 0, il replay, a Londra vede uscire la squadra di Friday sconfitta per 1 a 0. Charlie Hurley, manager del Reading ( all'epoca club di quarta divisione ), si innamora del genio calcistico di Friday e lo porta in biancoblu l'anno successivo versando nelle casse dell'Hayes 750 sterline. Nel febbraio del 1974 debutta contro il Barnsley. I Royals perdono 3 a 2 e lui sigla una delle due reti. Pochi giorni dopo il suo esordio casalingo contro l'Exeter City; nel 4 a 1 finale per il Reading Friday sigla una splendida doppietta. La sua prima stagione è in chiaro scuro, ma Hurley è l'unico a saper gestire i suoi eccessi dentro e soprattutto fuori dal campo, e Friday colleziona 19 presenze e 4 reti in campionato.

L'anno successivo esplode il suo enorme talento: 49 presenze totali distribuite fra campionato e coppa, a fine anno è il capocannoniere della squadra con ben 20 centri, di cui 18 in campionato ( dove il Reading si classifica settimo) con appena due penalty. Nell'annata 75/76 i royals centrano la promozione in terza divisione arrivando terzi dietro il Northampton e il Lincoln City. A trascinarli è Robin che, tra una sbronza e l'altra, segna la bellezza di 22 reti in 46 presenze, di cui 21 in campionato. I suoi goal e le sue giocate gli valgono il titolo di giocatore dell'anno per il Reading. Il celebre gol nel 5-0 al Tranmere del 31 marzo 1976 è ancora impresso nella mente e negli occhi di chi c'era quel giorno, quando Friday realizzò il suo goal più bello: stop di petto appena fuori area con le spalle alla porta e veloce girata al volo senza far toccare terra al pallone che va a morire sotto l’incrocio destro della porta, con la Tilehurst end e l’intero Elm Park a spellarsi le mani. La stagione successiva è avara per Friday, i royals vanno male e a fine stagione tornano in quarta divisione, lui colleziona 21 presenze e 7 reti e viene ceduto, dopo 135 presenze e 53 reti al Cardiff City per la somma di 30mila sterline. Alcuni tifosi storici del Reading raccontano che in quell'anno Friday era spesso irrascibile e che una volta, durante il secondo tempo di un match casalingo contro lo Swindon Town, sotto una pioggia incessante, Robin si avvicinò alla tribuna chiedendo ai propri tifosi quale fosse il risultato della partita in corso. Un'altra volta, in un match contro il Preston NE venne espulso per una manata al difensore Mark Lawrenson. Friday rientrò ma non nel suo spogliatoio bensì in quello del Preston dove defecò nella borsa di Lawrenson.

Al Cardiff, all'epoca in second division, le cose andarono peggio: appena arrivato in Galles venne arrestato alla stazione centrale e la notte prima del suo debutto contro il Fulham andò in un pub a scolarsi una dozzina di bottiglie di birra per poi tornare al suo hotel. Il giorno dopo segnò due goal, a marcarlo c'era un certo Bobby Moore, che seppur calcisticamente in declino, venne surclassato dalla potenza di Robin e poi omaggiato dallo stesso Friday con una irrispettosa strizzata ai testicoli...All'interno dello spogliatoio del Cardiff tutti sapevano dei suoi problemi con l'alcool e la sua attrazione per le belle donne e l'lsd. Di quell'anno in Galles si ricordano le sue impressionanti giocate in campo divise in appena 21 presenze e 6 reti, di cui una irriverente contro il Luton nel quale Friday, capello lungo e basetta folta, venne immortalato nel gesto ( diretto al portiere avversario ) del vaffa a v effettuato con l'indice ed il medio della mano destra, foto poi che divenne anche la copertina di un disco
Jimmy Andrews, all'epoca team manager dei bluebirds, ad un giornalista che gli chiedeva come pensasse di gestire l'esuberanza di Robin rispose: " Non so quale è il suo problema, era già cosi quando lo acquistai dal Reading. Temo che Robin sia un caso disperato e irrecuperabile". Il Cardiff gli revocò il contratto, Friday tornò a Londra e iniziò la sua discesa all'inferno in un turbine di alcool, droghe e problemi mentali...

Purtroppo, per il ribelle Robin, Andrews non sbagliò: Friday, il più grande calciatore mai visto ( titolo del libro inglese a lui dedicato ), venne trovato morto nel suo appartamento londinese il 22 dicembre del 1990. Arresto cardiaco da overdose disse il medico legale. Robin aveva appena 38 anni...
di Giacomo Mallano

1 maggio 2025

"THE BEST" di George Best (Baldini & Castoldi), 2002

 
All'apice del suo successo fu battezzato "il quinto Beatle", e fu il primo calciatore popstar della storia. Ma George Best non è mai stato capace di convivere serenamente con il denaro e la fama frutto del suo talento, e tutta la sua vita è costellata da oscure storie di donne, sesso e alcol. Molto è stato scritto su di lui, ma mai nulla era stato raccontato dallo stesso Best. In questa autobiografia il noto calciatore ha deciso di rimuovere ogni pudore e trascinare il lettore nei gorghi della sua vita "spericolata", tra il fascino della swingin' London degli anni Sessanta e la cruda realtà nordirlandese, tra i pub e i tribunali. Fino alla bancarotta, la prigione e l'inferno della cirrosi epatica.

28 gennaio 2025

"FUORIGIOCO, La mia vita con l'alcol" di Tony Adams (Baldini & Castoldi), 2001

Uno sportivo con un terribile segreto: Tony Adams, vincitore di scudetti e coppe, giocatore coraggioso e professionista esemplare, è stato per più di dieci anni un alcolista. Non un buon bevitore, ma un uomo afflitto da una pericolosa dipendenza. Anzi, da due, forti e diverse. La prima, la sua passione assoluta per il gioco del calcio, lo ha portato a vincere sui campi più famosi del mondo e a diventare una figura pubblica di successo. 
La seconda, l'alcolismo, lo ha lentamente minato, allontanato dagli affetti e portato vicino al baratro. Questa bellissima autobiografia racconta di un uomo nudo di fronte alla verità, capace di raccontarsi senza pudori, estremo e dignitoso al tempo stesso. Un uomo che ha toccato il fondo (carcere compreso) ed è stato capace di chiedere aiuto e ricominciare da capo. Una lunga confessione con cui Adams ha guadagnato il rispetto di moltissimi lettori, anche di quelli che con il calcio hanno poca confidenza.

17 dicembre 2024

PETER MARINELLO. Such a talent, such a waste





























Se Nick Hornby nel suo famoso: “Febbre a 90” dedica, nonostante le sole 51 presenze in maglia “Red and White”, più di qualche riga alla tua carriera una motivazione, per quanto intima e celata, deve esserci.
Peter Marinello arriva all'Arsenal nel lontano 1970 per una cifra vicina alle 100 mila sterline scatenando immediatamente polemiche e diatribe, vista anche la giovanissima età del ragazzo. L'esordio è contro i rivali di sempre del Manchester United e in soli 15 minuti di gioco, il 20enne arrivato dall'Hibernian, realizza la sua prima rete in First Division mettendo a sedere ben due difensori dei Red Devils. Riprendendo però, la tanto bistrattata Legge di Murphy: “Se qualcosa può andar male, andrà male” da quel fortunato 10 gennaio infatti, da un punto di vista sportivo e non, la vita del ragazzo di Edinburgo prese una piega negativa quanto imprevedibile. Passare da essere una futura stella del calcio mondiale ad autentica vittima della società degli anni '70/'80 è stato molto più facile di quello che possa sembrare.

Peter Marinello, dopo il ritiro, non ha mai, particolarmente, amato rilasciare interviste, è stato proprio un eccesso di fama ed attenzione mediatica a rovinare la sua carriera, è difficile quindi trovare dichiarazioni o confessioni del “The Next George Best”. Nel 2007 però, sorprendendo un po' tutti, ha pubblicato una sua discussa autobiografia intitolata: “The Fallen Idle” dove ripercorre con un pizzico di nostalgia una delle carriere più irragionevoli di tutti i tempi.

Senza dover per forza risultare di parte o eccessivamente romantici, la motivazione della scelta si trova esclusivamente nella: difficile situazione finanziaria della famiglia, la depressione della moglie, la tossicodipendenza del secondogenito ed il fallimento della catena di nightclub da lui stesso fondata.

Una parabola discendente ricca di aneddoti curiosi ed improbabili: la proposta di Tony Hatch e Jackie Trent di incidere un disco per rilanciare la propria carriera da calciatore, l'amicizia con Alan Ball con il quale una sera, spinto dai prodigi dell'alcool, decise di acquistare un cavallo da corsa, l'illogico, per una personalità come la sua, trasferimento in America prima di concludere definitivamente la carriera.
Gli infortuni, tormentato per anni da un problema cartilagineo, la scarsa tenuta mentale oltre che fisica, l'eccessivo amore per alcool hanno reso impossibile non solo un'esplosione da un punto di vista sportivo ma anche un'esistenza serena per uno dei talenti più tormentati di sempre.
Bertie Mee, che ebbe l'onere/onore di allenare l'Arsenal dal 1966 al 1976, prima di morire gli confessò che forse: ”I might have got it wrong with you” decisamente più memorabile di un gol all'esordio all'Old Trafford.
di Eduardo Accorroni

8 novembre 2024

PAUL GASCOIGNE, JIMMY e una pinta di birra.

Gateshead. Già sembra un brutto posto al solo pronunciarlo. Assomiglia al rumore di una catena che cigola, una specie di stridore sofferto, spietato. Dio non c’è, o se c’è non è a Gateshead, perché a Gateshead l’unico rosario che scorre davanti agli occhi è quello delle porte sbarrate dall’ordine di sgombero. Esercizio quotidiano in questo stramaledetto buco di culo dove la crisi non finisce mai, dove è regola, non eccezione. Gateshead, Tyne and Wear, Newcastle: una tenaglia urbana chiamata Tyneside, uno spicchio di sud del mondo in quel profondo nord inglese che un tempo si sporcava col carbone e che ora passa il tempo domandandosi se è il cielo plumbeo a specchiarsi nel fiume o viceversa. Sputate sulla coscienza, sui tribuni della coscienza, se cercate il Dottor Jekyll qui troverete solo Mister Hyde e cazzo quanto è bella quella maglia a strisce bianconere con in mezzo la stella blu della Brown Ale, o il cane se volete, perché a Newcastle quando i mariti vogliono uscire di casa la sera e farsi una bevuta con gli amici dicono alla moglie: “I’am going to take the dog for a walk” (vado a portare a spasso il cane…). Insomma è un postaccio lurido e freddo, tuttavia ci sono fondamenti sicuri: il pub, la birra, le freccette e il sussidio di disoccupazione. Il ragazzino sbilenco e ricciolino vuole giocare con quei colori, il piccolo Paul vuole giocare con le "magpies". 



Ogni giorno calcia un pallone lacero contro un muro ancora più lacero dello stesso pallone al civico 29 di Pitt Street. Paul Gascoigne, secondo di quattro figli, Paul Gascoigne che quando fa sera torna a casa di corsa, sale le scale e si ritrova in un monolocale con il bagno condiviso con altre famiglie e mangia crocchette di pesce di fronte alle prepotenze di un padre violento e semialcolizzato che si appresta ad emigrare in Germania alla ricerca di un impiego. E’ dura uscire da questa bolla di assordante inedia. Ma al grande teatro serve il dramma per manipolare il destino. Paul a 10 anni assiste alla morte di un amico, un incidente, un camion di surgelati spazza via da questo mondo il coetaneo Steven Spraggon. Paul smette di piangere tra le mura di casa, sospende le sedute dagli psicologi, comincia a vincere la sua fottuta paura del buio, smette di rubare nei negozi e allenta il vizio di inserire "pound's" nelle slot machine. Ora è sicuro che il calcio gli allungherà una mano salvifica. A scuola scarabocchia autografi, “diventerò un calciatore famoso”, dichiara convinto alla professoressa. Eppure stecca i primi provini, finché, eccolo il maledetto e bellissimo Newcastle. Lo prendono ed entra in confidenza con il gestore di un pub vicino ai campi d’allenamento (guarda te alle volte la stranezza della vita…) che lo vede giocare e gli affibbia il soprannome “Gazza” per via di quella falcata vacillante, sgangherata, quasi da volatile. Capitano della squadra giovanile allenata da Colin Surgett vince una FA Youth Cup segnando un bellissimo goal contro il Watford e brinda con qualche bicchierino di troppo che accendono la prima, enorme, spia rossa sul suo personale cruscotto mentale. Si, ok, ora però spunta lui. Jimmy “ five bellies” Gardner ossia il compiuto guardiano dell’identità locale. La storia di Jimmy Cinque pance è un autentico mosaico. Un insieme di frammenti tesi a comporre il tratteggio di un’amicizia, di un disegno a base alcolica che ha i tratti di una gigantesca sbronza, di una pinta ancora da svuotare. Jimmy è il migliore amico di Gazza. Da sempre. Difficile ricostruire il percorso del personaggio. Per farlo bisogna abbandonare qualsiasi speranza di continuità narrativa e lasciarsi trasportare dallo scorrere dell’aneddoto, apprezzare la fugace briosità dell’effervescenza. In ogni momento della vita al limite di Gazza, in ogni suo segmento emerso, vi è un attimo in cui dal cono d’ombra esce Jimmy, e non potrebbe essere diversamente, poiché Jimmy non è altro che una figura evocativa che accompagna le gesta del folle; è il suo ritratto di Dorian Gray, il suo contratto faustiano con i bassifondi del delirio, l’immagine decadente di quello che sarebbe stato se, un giorno del 1967, le muse del calcio non avessero guardato un attimo in quel fumoso angolo d’Inghilterra per regalare talento dall’unione di papà John con mamma Carol. Gardner di professione è “builder”, il classico “Northern fat lad” un bestione capace di filare via tranquillo con quindici “Snakebite” a sera. Con Gazza fu amore a prima vista, avevano 14 anni i protagonisti e “ lard arse” il primo delicato epiteto. Nelle parole di Jimmy c’è sempre grande riconoscenza per l’amico talentuoso che gli ha permesso di viaggiare un po’ dovunque, nonché di diventare una modesta celebrità. A sua volta, questo ragazzone è continuamente presente nei momenti decisivi e cervellotici della vita di Paul. Fu lui, infatti, a volare insieme al padre del calciatore in Cina, quando l’ex nazionale inglese pensò bene di finire fuori strada improvvisandosi autista del bus dei Langzhou Flying Horses concludendo il suo squilibrio in hotel a bersi un goccio, o due, o tre, di vodka. Ad interrompere il delirio etilico di Gazza, rannicchiato in posizione fetale nel letto alla stregua del personaggio della metamorfosi di Kafka diventato insetto, fu proprio “ cinque pance” che, una volta in stanza, cominciò a bere “neat whiskey to cheer him up”. Il simile cura il simile, non c’è che dire. 

























Azione terapeutica di una legge naturale enunciata due secoli fa da Samuel Hahnemann. Nella polvere e sull’altare Jimmy Gardner lo ha marcato stretto. Molto peggio della presa bassa di Vinnie Jones. Da quando il suo amico calciatore gli fece mangiare una torta ”modificata” con la merda di gatto, a quando gli regalò un robot programmato per andare nella sua stanza e intimargli: "Make a cup of tea, fat man", a quando furono cacciati dal West Lodge Park Hotel di Londra dopo che le cinque pance di Jimmy erano state viste farsi largo in mezzo alle spaventate anatre del laghetto. Quando Gardner si muove da solo nelle acque della vita, invece, non sembra essere altrettanto efficace come quando divora ali di pollo: nel 1999 viene arrestato per possesso illegale di arma da fuoco. Una vicenda da ricondursi a un certo squallore metropolitano: qualche bicchiere oltre il consentito, un gruppo di ragazzi che lo apostrofa amabilmente ”animal bastard“, la scontata reazione, ed ecco saltar fuori la pistola. Si prenderà sei mesi di carcere per non aver sopportato gli insulti. Dopo il carcere una vicenda di debiti finita in imparruccate aule giudiziarie, misere vicende di ordinaria amministrazione.

“Dovrai aspettare mille anni per rivedere qualcosa di simile, disse Bobby Charlton all’assistente Maurice Setters”.

E’ ora di prima squadra. Nel tempio pagano del St James’s Park resterà tre stagioni guadagnandosi il titolo di giovane dell’anno nel 1988 in First Division. Lo vuole il Manchester United, Paul si promette a Alex Ferguson ma al termine di una triangolazione telefonica finirà a Londra, al Tottenham Hotspur, per la cifra record di 2,3 milioni di sterline. In ogni caso sotto la guida di Terry Venables esplode il talento di Gascoigne e altro: i tifosi l’adorano, dopo ogni rete gli lanciano bambole gonfiabili da baciare e gli cantano bonariamente “he’s fat, he’s round, he bounces on the ground” (è grasso, è rotondo, rimbalza sul prato), gli avversari lo insultano chiamandolo “porky”, gli lanciano delle barrette di “Mars”, lui scarta le confezioni e trangugia gli snack ridendo di gusto e a quel punto, finito l’avanspettacolo, arriva l’accademia: un repertorio di finte, di serpentine, calci di punizione letali e naturalmente qualche bizza come la strizzata ai testicoli dell’arbitro Jeff Courtney o provocatorie annusate di ascella. Attenzione, è ufficialmente esplosa la “Gazzamania”. Bobby Robson, tecnico dell’Inghilterra lo definisce “daft as a brush” (pazzo come una spazzola) ma è impossibile non portarlo ad Italia ’90 dove i tre leoni cedono ai tedeschi in semifinale. 

Con gli Spurs vince la FA Cup contro il Nottingham Forest ma in finale s’infortuna a causa di una stupida ed evitabilissima entrata sulle gambe del terzino avversario Gary Charles. Sedici mesi di stop e tutto da rifare, legamenti del ginocchio destro compresi. Nonostante l’episodio, la Lazio pazienta e acquista Gazza nell’estate del 1991 per circa otto miliardi di lire: il 23 agosto l’aeroporto di Fiumicino è una babilonia: il “naughty boy” arriva nella Città Eterna protetto da un paio di Ray-Ban e da otto gorilla, poi sfreccia via su una Mercedes nera. Quarantasette presenze e sei gol in tre anni, il gretto bottino di Gascoigne, che a Roma si fa notare per i colpi di testa, e non parliamo soltanto di quello andato a segno sotto la Nord nello storico derby del 29 novembre 1992. Le “vacanze romane” con la Lazio del taciturno Dino Zoff e del tabagista Zdenek Zeman finiscono non prima di essersi spogliato completamente nudo su un bus in autostrada. I sanpietrini avviano ad essere estremamente sdrucciolevoli e per converso lo prendono i protestanti dei Rangers dove invece di seguire i sermoni dei pastori e darsi pace dapprima raccoglie il cartellino rosso caduto dal taschino di un direttore di gara e finge di espellerlo ma più che altro si mette a mimare il suono di un flauto orangista durante un usuale, tiratissimo, Old Firm con il Celtic rischiando di scatenare una nuova guerra civile a pochi anni di distanza dal caso Maurice Mo Johnston. 
L’iconica nazionale inglese del decennio continua a coccolarlo e lui all’europeo casalingo la ripaga piroettando gli scozzesi a Wembley e dopo scivola beffardo sul prato nella scenetta della sedia del dentista ma le note indubitabili di “football coming home” non sono sufficienti e anche stavolta si arrende ai rigori alla solita Germania. Dopodiché l’oblio, lento, inesorabile, le cliniche, le terapie, uno scheletro ambulante, pigiami e vestaglie imbarazzanti, segnali di ripresa, minimi, impercettibili. Del resto non si può pretendere eccessive dosi di riflessione da uno che si è fatto bruciare il naso per scommessa. E Jimmy? L’addio, passeggero, fra i due resta tragicomico. Gazza è serrato al Marriot Hotel di Gateshead (la solita regressione materna) e Jimmy corre da lui per portagli delle sigarette, sulla strada, prima di arrivare, decide di fare una sorpresa all’amico in crisi: compra un pollo (potenza terapeutica delle pietanze, altro che ansiolitici). La visita però non risultò felicissima, il lauto pasto non era la medicina giusta che Paul cercava per lenire le ferite, Jimmy non seppe, o forse non volle, gestire la situazione e andò via, lasciando Gazza solo con il minibar vuoto, con il letto della stanza disfatto a fargli da triste specchio dell’anima. Per fortuna i protagonisti di questa storia in fondo sono come Newcastle e Gateshead, inseparabili destini uniti dal disegno urbanistico della vita, yin e yang del talento, tanto quello sprecato che quello mai avuto e quindi destinati a riconciliarsi in eterno per continuare a legittimarsi l’un l’altro. Le ultime notizie ci riportano un Jimmy Gardner convertito sulla via del salutismo supportato nella faticosa sfida alla bilancia dal recupero del suo amico, dalla sua nuova vita. I giorni di Paul Gascoigne pare comincino la mattina presto quando si presenta in una palestra davanti alla spiaggia ghiaiosa di Folkestone (dove ormai vive) e si mette a fare esercizi: addominali, piegamenti e qualche corsetta a cui aggiunge una partitella di calcetto ogni venerdì con una squadra di Bournemouth, qualche puntatina sul campo di golf e occasionali battute di pesca. Dicono non tocchi più un bicchiere e non assuma più droga. “Non so se berrò ancora, –dice Gazza – ma so che non ho bevuto ieri e che non ho bevuto oggi e, toccando ferro, che non berrò neanche domani”. Sembra strano pensare che gli Snakebite e le English breakfast siano uscite dalla vita del nostro “Geordie”. E infatti in un anonimo lunedì del 2012 viene fermato con l’accusa di molestie sessuali su un treno in partenza da York dove una donna ha raccontato di essere stata toccata in maniera inappropriata dall’ex calciatore. Dopo alcune ore di fermo presso la stazione di Durham Gascoigne è stato rilasciato dalla polizia che però ha continuato le indagini fino a una mezza assoluzione previa contante. Le cose sono cambiate? Si, quando non torna ad annegare nel gin. Paradossalmente solo con Jimmy potrebbe farcela, l’uno di fronte all’altro, come Gateshead e Newcastle. Paul “Gazza” Gascoigne e Jimmy “five bellies” Gardner, i figli venuti alla luce dalle acque del Tyne. Riflesso melmoso delle reciproche desolazioni.

9 ottobre 2024

"NORMAN WHITESIDE. Quel ragazzo di Belfast…" di Alessandro Nobili



Quando ci eravamo in mezzo, gli anni ottanta sembravano essere un’epoca d’oro, avevano tutta l’aria di essere anni spensierati e di grande ricchezza.  Erano i tempi di Rambo, Rocky, Shining, Ghostbuster. 
Erano i Tempi dell’Italia, quell’Italia calcistica che, con la riapertura delle frontiere, si accaparrava i migliori giocatori stranieri del globo. Nomi indimenticabili come Rummenigge, Falcao, Junior, Boniek, Platini, Maradona, Zico, Careca, Tardelli, rendevano il nostro campionato il migliore del mondo. Ma c’erano anche altri idoli che accendevano le fantasie dei ragazzini che per strada prendevamo a calci un pallone colorato o qualsiasi cosa avesse una sagoma rotonda. C’ero anche io tra quei ragazzini che organizzavamo campi di calcio dovunque capitava, nel cortile del proprio palazzo, in mezzo alla strada o in un fazzoletto di verde nella piazzetta del rione. Siamo cresciuti così, nella semplicità delle azioni quotidiane sognando di fare i calciatori tra le vie del nostro quartiere.
C’era anche un manipolo di ragazzini che era rimasto folgorato dal calcio che si giocava nella terra di Albione. Vedevamo in quel football l’essenza della lealtà, del romanticismo, della sportività. Un calcio fatto di sudore e fango, agonismo esasperato, lotta e maglie bagnate. In Inghilterra, non c’erano calciatori altisonanti e strapagati, non c’era Maradona, non c’era Zico, ma esistevano giocatori onesti, grandi lottatori che non mollavano mai. 
C’erano Dalglish, Rush, Quinn, Rocastle, c’era stato Best, c’era Keegan ma soprattutto, per me, c’era Norman Whiteside. Non sono mai riuscito a capire il vero motivo del mio innamoramento per questo giocatore. Forse per il fascino che emanava il suo cognome, forse perché fu il calciatore più giovane a partecipare ad un mondiale di calcio o, forse, perché giocava in quel Manchester United che ancora non era l’armata invincibile che poi divenne un decennio dopo. 
Fatto sta che Norman Whiteside entrò nel mio mondo immaginario e quando giocavo a pallone nella mia stanza prendendo a calci una palla di spugna, sognavo di essere lui. Sognavo di segnare un gol nella finale di FA Cup.

Nella sua breve carriera, Whiteside si farà apprezzare per la tecnica e per la sua grande potenza fisica. Irlandese di Belfast, Whiteside è stato una colonna del Manchester United quando le maglie erano ancora attillate e lo sponsor era la “Sharp”. Un Manchester che veniva da anni bui e non vinceva nulla da parecchi anni e che solo alla fine degli anni ottanta cominciò a conoscere le vittorie con Sir Alex Ferguson. Whiteside era soprannominato “Shankill Skinhead” nomignolo che prendeva origine dalla prestanza fisica che amava mettere in campo contro i difensori avversari. I suoi interventi erano sempre duri, mai sporchi tanto che Ferguson in una partita contro l’Arsenal del 1986 disse che Norman aveva colpito tutti su e giù per il campo per novanta minuti senza mai essere stato ammonito!.





















La sua potenza fisica gli permetteva di rubare quel metro in più ai difensori e spesso era capace di fare dei gol che solo i migliori calciatori sapevano realizzare. Indimenticabile, per i supporter dello United, fu quello della finale di FA Cup contro l’Everton, quando Norman nei tempi supplementari e con la squadra ridotta in dieci, tirò fuori dal cilindro un gol straordinario. Era bello a vedersi Whiteside, un ragazzetto che alternava la potenza a giocate di classe figlie di una tecnica sopraffina. L’unica pecca era la sua mancanza di ritmo come spesso veniva sottolineato sia dai suoi allenatori che dalla stampa sportiva. 
Ma chi non l’avrebbe perdonato? Non era certamente un problema per chi assiepava gli spalti dell’Old Trafford. Il vero problema di Norman Whiteside invece, furono gli infortuni che minarono terribilmente la sua carriera tanto che a soli 26 anni lasciò le scene del calcio giocato. Subì una prima operazione al ginocchio destro già nel 1981 che lo costrinse a giocare adattando la sua postura al danno che aveva subito al ginocchio. Si portò dietro questo problema per qualche anno ma riuscì a sopperire al danno con la potenza fisica e la tecnica. Nemmeno l’infortunio al ginocchio gli tolse la convocazione al mondiale di Spagna e proprio le sue prestazioni in nazionale convinsero il manager del Manchester United a portarlo in prima squadra formando così una coppia d’attacco davvero affascinante insieme all’altro irlandese Frank Stapleton. In quello stesso anno divenne il calciatore più giovane a segnare in una finale di FA Cup a 18 anni e 18 giorni. L’anno successivo anche il calcio italiano cominciò ad accorgersi del suo grande talento, tanto che il Milan cercò di acquistarlo ma, l’offerta faraonica che fu fatta fu rifiutata dallo stesso calciatore, mentre il team l’aveva accettata. Sarebbe stato bellissimo vederlo danzare nella scala del calcio a Milano e confrontarsi con i campioni che pullulavano in Italia. Rimase un sogno, ma l’ascesa di Whiteside nei Red Devil’s continuò nell’annata successiva quando fu scalato a centrocampo in compagnia di Brian Robson formando così una coppia formidabile che supportava un attacco devastante composto da Hughes e Stapleton. 
Fu questo l’anno dell’unica doppietta che mise a segno nella sua carriera e malauguratamente fu proprio contro il “mio” West Ham in una partita di quarto di finale di FA Cup il 9 marzo del 1985. Nell’anno successivo la consacrazione sembrava ormai essere alle porte per Norman Whiteside tanto che l’inizio del campionato per lo United fu devastante: 13 vittorie nelle prime 15 partite giocate! Sembrava che fosse destinato a vincere il tanto sospirato titolo di First Division. Invece nelle ultime 18 partite ci fu un declino inesorabile della squadra che la stampa aggravò avallando la tesi della cultura del bere che era di moda nei giocatori e soprattutto nella lassità di disciplina nei metodi del manager Ron Atkinson. Quindi, quello che poteva essere l’anno della possibile consacrazione, si tramutò in un lento declino che toccò il massimo apice quando all’Old Trafford arrivò Alex Ferguson. 
Di fatto Ferguson non accettava le “drinking session” di Norman e spesso lo metteva fuori squadra. Norman chiese un adeguamento del suo contratto facendo presagire anche una richiesta di cessione se non fosse stato accettato l’adeguamento. I problemi continuarono per tutto l’anno e nonostante tutto realizzò 10 gol in 37 partite giocate mentre lo United si classificò solo undicesimo. L’anno successivo forse fu la sua migliore stagione. Anno 1987/88 quando in coppia con Brian Mc Clair fece 10 gol e lo United si piazzò secondo in classifica alle spalle del Liverpool. Poi ricominciarono gli infortuni che lo perseguitavano in maniera folle. Si ruppe il tendine di Achille e fu costretto a star fuori per la metà delle partite del campionato successivo. Rientrato dall’infortunio, ricevette qualche offerta importante da alcune squadre straniere ma Ferguson non lo mollò finchè si fece sotto l’Everton nel luglio del 1989 e così Norman Whiteside fu costretto a svestire la maglia dei Red Devil’s per vestire la maglia blue dei Toffes. 
Il suo nuovo stadio dove si chiamava Goodison Park da li avrebbe ricominciato a meravigliare la gente con le sue giocate. Purtroppo fece solo due anni in quello stadio lasciando comunque il segno e la sensazione che la sfortuna ci stava portando via un campione vero che a soli 26 anni fu costretto al ritiro. Fece in tempo però a regalarsi un’ottima stagione fungendo da play-maker in coppia con Stuart McCall segnando 13 gol in 35 partite, l’Everton arrivò sesto. Furono le sue ultime gioie calcistiche perché nell’anno successivo nel settembre del 1989 durante una partita amichevole il suo ginocchio destro si ruppe di nuovo. Venne operato e dopo molte cure fisioterapiche non mollò e ritornò ad allenarsi. Il manager dell’Everton Howard Kendall volle concedergli ancora qualche partita ma fu solo questione di tempo e Norman Whiteside fu costretto ad arrendersi e lasciare il calcio definitivamente. Di lui ci rimangono le vecchie foto sbiadite che troviamo su internet, i video dedicati a lui e alle partite storiche dello United. Il consiglio per chi non ha avuto la fortuna di vederlo giocare è quello di andare a visionare i video e le foto di questo calciatore straordinario che comunque è e rimarrà una leggenda del calcio inglese. 
Gli anni ottanta ci ha regalato grandi calciatori e grandi uomini, che con la loro schiettezza ci regalavano un calcio semplice, romantico e nostalgico che ne esce e ne uscirà sempre vincente rispetto al calcio glamour e ipertelevisivo dei nostri giorni. 
Dio ci salvi nella memoria i giocatori come Whiteside dio ci salvi il vecchio calcio made in England!
di Alessandro Nobili

13 settembre 2024

TONY ADAMS, Capitano nell'anima.


























Il calcio, e lo sport in generale, non è fatto solo di gesti atletici, giocate strabilianti, reti, tabellini e statistiche, il calcio è fatto anche di grandi gesti; e sono i grandi gesti che rimangono nell’immaginario collettivo.

Tony Adams nasce il 10 ottobre 1966 nei sobborghi di una swingin London ancora ebbra della vittoria dei “Tre leoni” nel mondiale giocato pochi mesi prima.
Nel destino del ragazzo ci sarà una sola squadra, l’Arsenal, di cui lui sarà il capitano coraggioso, l’assoluta bandiera ed il traghettatore del “Boring Arsenal” di Graham, che con il suo contributo si trasformerà nell’Arsenal champagne di Wenger.
Tuttavia l’immagine che ho impressa a fuoco nella mente non riguarda il Tony Adams gooner, non riguarda un suo successo, non riguarda neanche la sua proverbiale grinta, riguarda bensì un suo magnifico gesto. Inghilterra, estate 1996: al grido di “Football is coming home” nel paese della sterlina si giocano i Campionati Europei di calcio.
La nazionale inglese è circondata da un fondato ottimismo che fa pensare a tutti che i “bianchi” possano finalmente mettere le mani sul trofeo continentale. La squadra è ricca di fuoriclasse e di giocatori allo zenith della loro carriera; come non essere ottimisti quando nel team hai gente come Seaman, Gascoigne, Platt, Pearce, Adams, Sheringam, e Shearer (the one and the only).
La campagna europea degli inglesi parte in sordina con un pareggio di 1-1 con la Turchia, gol di Shearer (ma che lo dico a fare). Seguirà una vittoria sulla fiera Scozia 2-0 (Shearer e Gascoigne) ed infine un netto successo sull’Olanda per 4-1 (Shearer 2, Sheringam 2). L’Inghilterra vince e convince e termina al primo posto del suo girone. La stampa inglese euforica si esalta come raramente capita e probabilmente mette un pò di pressione alla squadra, comunque il successo sembra scritto nel destino quando nei quarti una Inghilterra in tono minore supera ai rigori la Spagna. Tra gli inglesi e la finale ora ci sono solo i tedeschi, sempre i soliti tedeschi, che non producono calcio spettacolo, ma alla fine sono sempre lì, ad un passo dal paradiso.
Ricordo un memorabile titolo di un giornale (credo il Sun) che in previsione della sfida con la Germania, riesumava lo spirito combattivo della seconda guerra mondiale e sbatteva in prima pagina Gascoigne e Pearce con l’elmetto titolando “Let’s blitz the fritz”.
Arriva il fatidico giorno, 26 giugno 1996; nella semifinale l’Inghilterra parte a spron battuto, 3 minuti e Shearer (come sempre) porta i suoi in vantaggio; al quarto d’ora però il vecchio Kuntz pareggia i conti, 1-1 e palla al centro. Per tutta la gara, supplementari inclusi, è l’Inghilterra che gioca il calcio migliore e Gazza in spaccata manca il golden gol per un centimetro; si va ai rigori, come sei anni prima quando a Torino, nella semifinale mondiale, Pearce scagliò il pallone a Superga. Shearer, Platt, Pearce (che memore dell’errore fatto ad Italia 90 calciò un pallone che pesava un quintale), Gascoigne e Sheringam segnano per l’Inghilterra, replicano però con fredda precisione per la Germania Hassler, Strunz, Reuter, Ziege e Kuntz! Si va ad oltranza.
Wembley trattiene il fiato; sulla palla per gli inglesi si porta Gareth Southgate, centrale del Villa con ottime referenze; tira, ma Kopke para! 
Gelo nello stadio. Per i tedeschi va al tiro Moller, rete! Wembley ammutolisce, i tedeschi urlano e cantano la loro gioia e Southgate sprofonda in un pianto dirotto inginocchiandosi a terra.
Cosa può fare in quei momenti un “capitano nell’anima”? Pur con il morale a pezzi Tony Adams rimette in piedi Southgate, se lo carica sulle spalle e lo porta a raccogliere l’applauso del pubblico inglese, sofferente ma fiero come non mai. Adams nella sua biografia racconterà che in quel momento era un uomo distrutto; annegherà poi da solo la sconfitta nella birra, ma nonostante tutto trovò il modo di confortare il compagno tramortito dal peso di aver fallito un appuntamento con la storia. Grandissimo Tony, capitano senza fascia al braccio (all’epoca la vestiva con orgoglio Shearer), simbolo del calcio inglese che ancora una volta era arrivato vicino alla vittoria e se l’era vista sfuggire.
Tony, gigante comprensivo e sensibile, guarda negli occhi tutto lo stadio, è pronto per nuove sfide, sa di essersi battuto al meglio e con lui i suoi compagni, compreso Southgate che gli piange sulle spalle.
di Charlie Del Buono, da UKFP (dicembre 2006)
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