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26 maggio 2026

"LEEDS CAMPIONE - Il racconto di una stagione di gloria" di Remo Gandolfi (Urbone), 2017

(Prefazione Stefano Agresti)
C’è stato un altro “LEICESTER” nella storia recente del calcio inglese.
… anche se dobbiamo tornare indietro più o meno un quarto di secolo.
Questa squadra è il LEEDS UNITED.
E’ il 1991-1992.
L’ultima stagione della “vecchia” First Division.
Dalla stagione successiva nel calcio inglese cambierà tutto.
Arriveranno i soldi di SKY, arriveranno grandi giocatori da tutte le parti del mondo, gloriosi stadi verranno abbattuti per far posto a nuove cattedrali.
Il campionato inglese diventerà in pochi anni “il più bello (e più ricco) del mondo”.
In quest’ultima stagione dal sapore antico il Leeds United, che solo due stagioni prima era in Seconda Divisione, si scopre forte e agguerrito.
Nelle proprie fila ci sono calciatori di assoluto valore quali Gordon Strachan, Gary Mc Allister, Lee Chapman, David Batty e Gary Speed.
A metà stagione arriverà anche un francese, talentuoso, carismatico e un po’ matto.
Il suo nome è Eric Cantona.
Il loro condottiero è Howard Wilkinson, allenatore visionario e determinato che quando prese in mano il Leeds due anni e mezzo prima promise che in 5 anni avrebbe portato il Leeds ai vertici del calcio inglese. 
In effetti si sbagliò. Ce ne mise solo 4.
Il Leeds in quella stagione è però considerato niente di più che un semplice outsider nella lotta per il titolo.
Nessuno ritiene il team dello Yorkshire in grado di competere con Manchester United, Arsenal o Liverpool.
Le cose però andranno diversamente.

11 marzo 2026

[UK CINEMA] "RIFF-RAFF. Meglio perderli che trovarli" (1991)


"Riff-Raff" è un piccolo grande gioiello del cinema di Ken Loach, capace di raccontare la realtà degli ultimi senza mai diventare pesante o noioso. Ambientato in un cantiere edile di Londra, il film ci presenta Stevie, un ragazzo scozzese che cerca di sbarcare il lunario in un’Inghilterra segnata dalle politiche della Thatcher. 
La forza della pellicola sta nel suo realismo crudo: non ci sono filtri, si respira la polvere del cantiere e si avverte la precarietà di chi lavora senza garanzie.

Tuttavia, Loach è bravissimo a non cadere nel pietismo. Il film brilla per un umorismo genuino e tagliente che nasce dai dialoghi tra i lavoratori, interpretati spesso da attori non professionisti o da un giovanissimo e bravissimo Robert Carlyle. Questi momenti di "cazzeggio" tra operai rendono i personaggi umani e vicini a noi, facendoci ridere di cuore anche in situazioni difficili.
In mezzo a questo scenario sociale, si sviluppa la storia d'amore tra Stevie e Susan, una ragazza fragile che sogna di fare la cantante. È una relazione imperfetta, fatta di alti e bassi, che riflette perfettamente l'instabilità delle loro vite. In sintesi, "Riff-Raff" è un film che fa riflettere sulle ingiustizie sociali e sulla sicurezza sul lavoro, ma lo fa con il sorriso amaro di chi sa che, nonostante tutto, la dignità e la solidarietà tra poveri diavoli sono le uniche armi rimaste per restare a galla.


Per quanto riguarda le location, il film è stato girato principalmente nel quartiere di Tottenham, a nord di Londra. Il set principale era un vero cantiere edile situato all'interno di un ex ospedale abbandonato, il Prince of Wales Hospital, che all'epoca veniva convertito in appartamenti di lusso. Questa scelta è emblematica: mentre gli operai lavorano in condizioni di povertà, costruiscono case destinate ai ricchi, sottolineando visivamente il divario sociale dell'epoca. 
Altre scene catturano l'essenza della Londra periferica degli anni '90, con i suoi palazzi grigi e le strade affollate, offrendo una fotografia autentica della capitale britannica post-thatcheriana.

firstdivision@2026

5 marzo 2026

"AND IT'S BARNSLEY" di Simone Galeotti


“Ho iniziato a guardare il Barnsley nel 1988, quando avevo 8 anni, ai tempi di Alan Clarke e dell'iconica divisa sponsorizzata dall’ industria dolciaria Lyon Cakes. Oakwell in quel periodo era uno stadio molto diverso da oggi, senza posti a sedere e quindi per riuscire a vedere qualcosa oltre il muro della folla dovevo salire su una cassa di birra che mio padre comprava per ogni partita, finché non fui abbastanza grande da poterla vedere senza questo tipo di aiuto” - 
William Evans.

Barnsley è Inghilterra purissima, (attualmente in via di estinzione) cittadina eclissata del South Yorkshire indurita dalle tramontane di inverni che giurano sempre di essere più freddi dei precedenti, inerpicata da lunghe teorie di casette coi pennacchi di fumo su per amene colline verdi dove il tempo scorre col puntiglio di un conducente in ritardo e nei legnosi pub sono le freccette a sancire chi dovrà pagare il giro di “Timothy”, ossia la Pale Ale di riferimento dai sentori di luppolo e agrumi abbracciati al malto. 
Negli anni '80 e '90 Barnsley incassò, come fosse un pugile messo all’angolo, ogni colpo inferto dalle conseguenze della controversa chiusura dell'industria carbonifera nazionale lasciando dietro di sé povertà, miseri sussidi di disoccupazione e Uflebili speranze. Per molti abitanti di Barnsley, la promozione ai vertici del calcio inglese nel 1997 fu probabilmente il primo evento a rinfondere orgoglio nella zona. Tutto era cominciato nel 1887 quando il reverendo Tiverton Preedy, nella visione di pasque infantili, fondò un gruppo sportivo inizialmente conosciuto con il nome di Barnsley St. Peter's, nato per offrire opportunità ricreative e promuovere lo spirito di comunità, in un'area all'epoca dedita quasi totalmente alla palla ovale. Si diceva che il Barnsley, ogni volta che voleva un nuovo giocatore, si recasse in una miniera di carbone del distretto e gridasse verso il pozzo. Forse fu per questo che vennero chiamati anche "Colliers", e lo stemma del club è un inno alla classe operaia: un minatore con la lampada appesa al collo, che regge un piccone, e dall'altro lato un soffiatore di vetro che regge una canna da soffio. 
Esordio al Queens Ground, in Old Mill Lane, poi finalmente arriverà Oakwell, perimetro di muri stretti, tornelli ferrosi e tettucci rossi coricato in Groove Street, in cui si festeggerà la vittoria di una memorabile FA Cup nel 1912, fra cicatrici, lampi al magnesio, voluminosi cerotti e rammendi di aghi sapienti. L’anno di grazia fu, lo abbiamo detto, il 1996/97, quando sulla panchina c’era Danny Wilson: "Me la sono cavata bene per essere un ragazzino di Wigan", è la frase di chiusura, meravigliosamente modesta, della sua autobiografia intitolata, "I Get Knocked Down, But I Get Up Again", tratta dal successo di “Tubthumping” della rock band "Chumbawamba", le cui radici spirituali si arrotolano con la pigrizia di una serpe nella bruma dello Yorkshire. 

La squadra venne rinforzata in maniera adeguata, all’esperienza del capitano Neil Redfearn furono aggiunti Paul Wilkinson e Neil Thompson così come Matty Appleby sbocciato nelle giovanili del Newcastle e poi mandato a farsi le ossa a Darlington. A questi si aggiunsero la scommessa del giovane serbo Jovo Bosančić e Clint Marcelle, autentica spina d’agave, nativo di Trinidad e Tobago, reclutato dai misteriosi portoghesi del Felgueiras dove pareva fosse andato a lenire l’uggia della vita. Quei Reds erano dati per retrocessi da qualunque addetto ai lavori, un corteo d’usignoli stregati e salaci sulle qualità del gruppo e questo increspò le fronti, provocando un cruccio, una goccia di risentimento ostinato, senza nome, nella fessura, viceversa, di un abbraccio di primavera felice. E Marcelle ebbe un impatto immediato, aiutando il Barnsley a ottenere cinque vittorie consecutive, eguagliando il suo miglior inizio di sempre stabilendosi in testa alla classifica con 15 punti. "Sentivamo l'odore della Premier League", -dissero, "e ci siamo concentrati per arrivarci"
In autunno però la forma fisica calò, ma l'ingaggio dell'attaccante John Hendrie riaccese la fiamma. Hendrie scozzesino sulfureo dai capelli dritti venuto al mondo a Lennoxtown, bivacco di nuvole e cardo; promessa buttata nella spazzatura da Bobby Gould al Coventry che ebbe la forza e il carattere di rimettersi in gioco. A Barnsley giunse al crepuscolo della carriera, aveva 33 anni quando indosserà la casacca rossa del Barnsley e in molti ebbero il sospetto o l’impressione che fosse lì per rimediare l'ultimo stipendio. Hendrie sarà autore del goal della vittoria contro lo Sheffield United a Bramall Lane a fine dicembre e assicurò ai Reds la vetta della classifica prima di Natale nell'ultima partita del 1996, mettendo a segno una doppietta contro il Manchester City a Oakwell davanti a 17.000 tifosi, ponendosi obolo di soccorso per tutti coloro che avevano ormai iniziato a non credere nell’impresa. Il Bolton, onestamente fuori portata, era ormai scappato e ci furono dei momenti di tensione nella parte finale della stagione. Le sconfitte contro Birmingham City e Portsmouth, un pareggio al Selhurst Park con il Crystal Palace e la seria minaccia degli inseguitori del Wolverhampton Wanderers significavano che il momento di determinare il secondo posto, valido per la promozione in Premier, forse sarebbe andato per le lunghe. Beh, quasi. In fondo il 26 aprile 1997 tutto ciò che il Barnsley doveva fare era battere in casa i rivali locali del Bradford City, non ancora salvi, sotto una pioggerellina incessante. "Clint Marcelle, punta alla gloria e la ottiene!". Furono queste le parole di John Helm, commentatore per BBC Radio 5 Live, quel pomeriggio, otto parole perfette. 

La promozione in Premier League del Barnsley fu esattamente questo: Gloria. Non una questione di ricompense economiche o coppe da mettere in vetrina. Il Barnsley era stato il club in cui Danny Blanchflower si era fatto un nome nel calcio inglese e in quella stagione i reds avevano praticamente espresso l'essenza di una sua celebre citazione:
"Il gioco è questione di gloria, di stile, di scendere in campo e battere gli altri, non di aspettare che il pubblico perisca di noia"
Quarantacinque giornate di campionato su quarantasei per aspettare soltanto quella partita contro il Bradford City alle 14 orario di Westminster. Chi non trovò il biglietto d’ingresso si dovette accontentare di tv e radio. Pelle d'oca. Ovunque. Il programma sportivo di Radio 5 BBC fu praticamente un tripudio di auguri per il Barnsley. La resistenza del Bradford fu piegata al minuto ventuno da un colpo di testa di Paul Wilkinson che sciolse molte tensioni portando in vantaggio il Barnsley. Secondo tempo insopportabilmente teso ma tutto si distese quando Clint Marcelle praticamente in chiusura di match infilò la porta difesa dal portiere del Bradford Aidan Davison. Ventimila persone, tutte con riflessioni molto personali e individuali, molti con gli occhi pieni di lacrime, invasero il campo, un'ondata di emozioni represse che andavano ben oltre il calcio. Il successo del Barnsley, al di là della rivincita sui pronostici rappresentava molto più di una semplice vittoria, significava l’abbordaggio alla Premier League da parte di una ciurma proveniente da una città un pochino malmessa e abbastanza malfamata che a sorpresa si intrufolava nel glamour della Premier League. 
L’ora che seguì il fischio di chiusura fu un continuo abbraccio dei tifosi ai ragazzi allenati da Danny Wilson, mentre intanto lo schermo del Ticket Office metteva in onda la pagina della parte alta della classifica della Nationwide Division One, riportando in verde Bolton 98 e Barnsley 80, seguite, in un bianco smunto, da Wolverhampton 76, Ipswich 74 Sheffield U 73 Crystal P 71 che si sarebbero dovute accontentare dei play off.

24 febbraio 2026

[UK CINEMA] 30 anni di TRAINSPOTTING (1996)


Mark Renton è un giovane di Edimburgo che trascorre le giornate tra l'eroina e un gruppo di amici sbandati: lo stravagante Spud, l'arrogante Sick Boy e il pericoloso Begbie.
Il film racconta la loro vita ai margini, fatta di furti e disperate fughe dalla realtà per evitare la noia del mondo borghese. Dopo aver toccato il fondo e aver visto amici morire, Renton decide di ripulirsi e si trasferisce a Londra. Qui i vecchi compagni lo trascinano in un ultimo affare di droga che frutterà migliaia di sterline. Alla fine, Renton sceglie di tradire il gruppo e scappa con il bottino per cambiare vita.
Il legame con l'Hibernian è fortissimo perché tutti i protagonisti sono tifosi sfegatati di questa squadra di calcio. Il club rappresenta le loro radici nel quartiere di Leith e la loro identità popolare. Nel film si vedono poster del team, maglie verdi e riferimenti continui alle partite, segnale di un legame indissolubile con la città.
La colonna sonora è l'anima del film: brani come Lust for Life di Iggy Pop e Born Slippy degli Underworld sono diventati inni generazionali, fondendo rock e techno in modo magistrale.

8 febbraio 2026

ROBERT MAXWELL. "UNA SPIA AL DERBY COUNTY" di Max Troiani

Robert Maxwell è stato un magnate dell'editoria britannica che ha legato il suo nome al
Derby County tra il 1984 e il 1991. Intervenne in un momento critico, salvando il club dal fallimento imminente grazie a un'iniezione di capitali che estinse i debiti con il fisco. 
Sotto la sua proprietà, il club visse una rinascita sportiva fulminea, passando dalla Third Division alla massima serie (First Division) in soli tre anni, grazie anche all'acquisto di campioni come Peter Shilton, Dean Saunders e Mark Wright.
Tuttavia, la sua gestione fu estremamente controversa e segnata da un forte egocentrismo. Maxwell, che possedeva contemporaneamente anche l'Oxford United, impose il proprio nome come sponsor sulle maglie del Derby e minacciò ripetutamente di lasciare la società se i tifosi non avessero risposto con maggiore entusiasmo allo stadio. Il suo stile autoritario e i sospetti conflitti d'interesse crearono tensioni costanti con la Football League.
Il legame si interruppe nel maggio 1991, quando Maxwell vendette il club a un consorzio locale pochi mesi prima della sua misteriosa morte in mare. Solo dopo la sua scomparsa emerse il colossale scandalo finanziario legato al furto dei fondi pensione dei suoi dipendenti; fortunatamente, la cessione tempestiva del Derby County permise al club di non essere trascinato nel crack del suo impero mediatico, salvaguardando la sopravvivenza della storica squadra inglese.
Maxwell era anche il padre di Ghislaine Maxwell, condannata nel 2021 per traffico sessuale di minori nel caso legato a Jeffrey Epstein. Ghislaine era la sua figlia prediletta, tanto che battezzò il suo yacht di lusso Lady Ghislaine in suo onore.

A lungo sospettato di essere una risorsa del KGB sovietico, grazie a un accesso privilegiato ai leader del Cremlino e al monopolio sulla diffusione della scienza russa in Occidente tramite la sua Pergamon Press. Documenti del National Archives britannico confermano che i servizi segreti lo tenevano sotto stretta sorveglianza sin dagli anni '50 come potenziale agente d'influenza. Agiva come un intermediario oscuro, sfruttando i suoi canali mediatici per ammorbidire l'immagine dell'URSS in cambio di favori economici. La sua morte misteriosa nel 1991 e i legami con il software di spionaggio PROMIS hanno alimentato la tesi che fosse un agente "triplo", fedele solo al proprio potere. Recentemente, indagini sui contatti del clan Maxwell con figure legate all'intelligence russa hanno riacceso il dibattito sulla sua natura di spia.

5 dicembre 2025

"ROTHMANS FOOTBALL YEARBOOK". La Bibbia Statistica del Calcio Britannico (1970-2003) di Max Troiani


Il
"Rothmans Football Yearbook" è stato per decenni il libro di riferimento fondamentale per chiunque amasse il calcio nel Regno Unito. 
Lanciato nel 1970, era un'enciclopedia annuale che raccoglieva meticolosamente ogni singola statistica della stagione precedente.
Immaginatelo come un "mattone" di libro, pieno zeppo di numeri, date e nomi. Era famoso per essere incredibilmente accurato e completo, tanto da essere usato come fonte ufficiale da giornalisti e commentatori, guadagnandosi il soprannome di "Wisden del calcio" (come l'autorevole annuario di cricket).
"Rothmans" era il nome dallo sponsor originale, la famosa marca di sigarette. Questa sponsorizzazione è durata fino al 2003. Con il cambio delle leggi sulla pubblicità, il libro ha dovuto cambiare sponsor e nome nel corso degli anni: è stato "Sky Sports Football Yearbook" e ora si chiama "The Utilita Football Yearbook".

Nonostante il nome sia cambiato, il contenuto è rimasto lo stesso: un archivio dettagliato. Dentro ci trovavi (e ci trovi ancora oggi, nelle edizioni moderne) tutte le classifiche finali, i risultati di ogni partita, chi ha segnato i gol, chi è stato espulso e tutti i trasferimenti dei giocatori, dalla Premier League fino alle categorie minori.
Per i veri appassionati, le vecchie copie con il marchio "Rothmans" sono diventate veri e propri oggetti da collezione. La versione moderna continua la tradizione, rimanendo un punto fermo per chi vuole conoscere a fondo i dettagli del calcio britannico.

Gli appassionati lo chiamavano affettuosamente "The Doorstop" (il fermaporta) o "The Brick" (il mattone) per il suo peso e le sue dimensioni. Un collezionista ha scherzato dicendo che, per fare spazio alla sua collezione completa, avrebbe dovuto "costruire un'estensione di casa o buttare via dei mobili". Il peso era un problema reale anche per le spedizioni postali, rendendo i costi proibitivi per i collezionisti internazionali.

Molti lettori che oggi hanno superato i 40 o 50 anni (eccomi) ricordano di aver ricevuto l'annuario per il compleanno o a Natale e di averlo letto dalla prima all'ultima pagina, più volte. Non si limitavano a consultarlo per la loro squadra del cuore, ma memorizzavano l'intera lista dei marcatori della Quarta Divisione, i nomi dei giocatori di riserva di squadre sconosciute e i risultati completi di ogni partita.

Molti collezionisti hanno accumulato decine di volumi nel corso degli anni. Un lettore ha descritto la sua collezione come un "elefante nella stanza", un insieme di 54 libri che pesavano complessivamente quanto il bagaglio consentito per due valigie in aereo! Alla fine, con l'avvento di internet, la consultazione digitale è diventata più pratica, portando alcuni a separarsi con dolore dai loro "mattoni" blu, anche se non li avevano aperti per vent'anni.
di Max Troiani

4 agosto 2025

"OH AH PAUL McGRATH" di Charlie Del Buono

Ci sono vari tipi di calciatori: quelli che segnano valanghe di gol, quelli che costano paccate di soldi e spesso non li valgono, quelli a cui la vita ha dato tutto, felicità, fama, soddisfazioni e non ha chiesto nulla in cambio. Ci sono poi calciatori che non sono mai stati sulle prima pagine dei giornali, non hanno vinto palloni d’oro (magari perché giocano in difesa, e si sa che per molti pennivendoli sportivi se non segni sei trasparente), non hanno avuto storie d’amore con veline e vedettes, ma che tuttavia sono stati un esempio di lotta e sacrificio, facendo spesso diventare grandi squadre tutt’al più mediocri. Un esempio su tutti: Paul McGrath, la Perla Nera di Ichicore, venerato tutt’ora dai tifosi del Villa e dai seguaci della nazionale Irlandese, ricordato con affetto dai fans Man Utd, Derby County e Sheffield Utd. Paul il campione, l’uomo dai molteplici infortuni alle sue martoriate ginocchia, l’uomo con la schiena fragile e dispettosa, l’uomo con la faccia da pugile e il coraggio da leone; il coraggio di chi dalla vita spesso ha ricevuto schiaffi. Questa è la sua storia. Paul nasce a Ealing, sobborgo di Londra, nel 1959 da Betty McGrath, ragazza irlandese immigrata per lavoro, e da uno studente di medicina nigeriano che mollerà moglie e figlio subito dopo tornandosene in Nigeria. Betty quindi fa ritorno nella bigotta Eire degli anni sessanta con il piccolo Paul, ma non è ben voluta in quanto ragazza madre e per di più di un bambino di colore.
Presto iniziano le difficoltà economiche e la donna per lavorare è costretta a tornarsene in Inghilterra, lasciando il piccolo Paul in un orfanotrofio di Dun Laoghaire (sobborgo di Dublino).
Sotto la supervisione della direttrice dell’istituto orfanotrofio mrs. Donnelly, il piccolo Paul si avvicina al calcio, affascinato dalla mitica ala del Chelsea Charlie Cooke che sarà il suo idolo calcistico d’infanzia. Diventato troppo grande per l’orfanotrofio, Paul viene mandato in un istituto per ragazzi in difficoltà e vi rimane per qualche anno, continuando ad avere saltuarie visite dalla madre che in Inghilterra non se la passa troppo bene e che quindi non può riprenderselo con sé.
Il piccolo McGrath inizia a giocare a calcio prima con il Pearce Rovers e poi con il Dalkey Utd, povero in canna e con la madre lontana il ragazzo lavora inoltre prima come guardiano in un ospedale e poi come installatore di cancelli. Con il Dalkey Utd il ragazzo ha il suo primo serio infortunio che lo costringe in ospedale per qualche settimana e che gli causa una forte depressione, tale che i dottori rintracciano la madre, che decide di tornare in Irlanda e di riprendersi il ragazzo con sé. Paul inizia la sua carriera semipro con il St Patrich’s Athletic, e da lì viene notato dai talent scout del Man Utd. Dopo aver ricevuto l’offerta per un mese di prova, il ragazzo viene tesserato dai red devils e firma il suo primo contratto da professionista (200£ a settimana), sotto l’occhio amorevole del suo primo mentore Big Ron Atkinson. La vita cominciava a restituire a Paul quello che gli aveva tolto, ma non saranno tutte rose e fiori.
Il suo debutto in campionato è datato 13/11/82 contro gli Spurs, giocando da centrale difensivo con l’irlandese Kevin Moran. 
Nel 1985 vince la FA Cup, ma dall’anno seguente con l’avvento di Ferguson cominciano per Paul i problemi; lo Utd è rinomata come squadra di bevitori e il life style dei giocatori (soprattutto irlandesi) che vedono nella pinta di birra la meritata ricompensa alla fine di una giornata di duro lavoro, non è condivisa da Ferguson che accusa Paul e Norman Whiteside di tradire la sua fiducia. Complice un infortunio alle ginocchia Paul esce dalle grazie dell’allenatore, che spesso lo accusa di essere un ubriacone vagabondo, tutto ciò risulta comico considerando che Ferguson non è uno che pasteggia con l’acqua di Lourdes.
L’epilogo nel 1989: Ferguson propone a McGrath per la rescissione del contratto una buona uscita di 100.000£ e un testimonial match, Paul rifiuta; è guerra e alla fine il giocatore viene ceduto nell’agosto del 1989 all’Aston Villa per 450.000£. Tutti diedero del pazzo al Manager dei Villans Graham Taylor per aver speso tutti quei soldi per un giocatore con le ginocchia ballerine, ma da quella stagione per Paul inizia la vera gloria con il Villa e con la nazionale verde smeraldo.
Esordio da Villans il 19/08/89 a Nottingham contro il Forest: 1-1; nella difesa a tre del Villa Paul gioca alla grande vicino a Kent Nielsen e Derek Mountfield ed è subito secondo posto nella lega per i Claret & Blue subito dietro al grande Liverpool. Stagione successiva: Graham Taylor se ne va a far danno sulla panca della nazionale inglese e sulla panca del Villa arriva il ceko Venglos; sono dolori, la squadra si salva a stento ma Paul è uno dei migliori.
Stagione 91/92: sulla panca del Villa si siede Big Ron Atkinson e McGrath con il suo nuovo compagno Shaun Teale (tipo buffo che assomigliava a uno dei Monty Payton) fa scintille. Grande centrale difensivo, quando serve intelligente mediano, Paul gioca alla grande ed il Villa arriva secondo nel 92/93 dietro al Man Utd, e sempre contro i Red Devils di Cantona nel 1994 vince la Coppa di Lega per 3 a 1.
Nel 1995 ad allenare i Claret & Blue arriva la vecchia gloria Brian Little e la squadra si salva a malapena, ma l’anno successivo Paul fa da chioccia a due promettenti giovani Southgate ed Ehiogu ed è ancora Coppa di Lega, 3 a 1 al Leeds Utd.
Paul oltre ai problemi alle ginocchia accusa guai alla schiena, si allena solo in palestra ma il sabato è sempre in campo e se pur sofferente è sempre tra i migliori. La leggenda dice che è come una Rolls Royce che va usata con parsimonia, sta in garage tutta la settimana ed il sabato sfreccia in strada.
Dopo 315 gare in Claret & Blue il Villa lo cede non senza rimpianti al Derby County nell’ottobre del ’96 per 200.000£. Il nostro eroe contribuisce alla salvezza dei bianconeri e l’anno seguente chiude la carriera con lo Sheffield Utd, dove l’ennesimo infortunio e l’ennesima operazione lo fanno optare per l’abbandono del calcio giocato.
Fantastica fu la carriera di McGrath nella nazionale irlandese; sotto la guida di Jack Charlton, che lo utilizza come centrocampista difensivo, Paul partecipò ad Euro 88 in Germania e ai mondiali di Italia 90 e Usa 94. Euro 88 fu uno spasso: i verdi si tolsero lo sfizio di mandare a casa l’Inghilterra con le pive nel sacco (1 a 0 con gol di Ray Houghton).
Memorabile fu la campagna di Italia 90 dove i verdi furono battuti ai quarti di finale dall’Italia ma furono protagonisti di un buon debutto mondiale. Al ritorno a Dublino dopo la spedizione italiana c’erano migliaia di persone festanti ad accogliere la squadra all’aeroporto; quel giorno arrivava nella capitale in visita Nelson Mandela che stupito chiese il perché di tutta quella folla festante e soprattutto chiese come mai quella folla urlava una canzone a lui incomprensibile: “Oh Ah Paul McGrath”
Per chi scrive il top Paul lo diede a Usa 94 quando durante la gara inaugurale del girone i verdi batterono l’Italia di psycho Sacchi e il vecchio Paul bloccò l’allora più forte giocatore del mondo, Roberto Baggio. 1 a 0 per i verdi (Ray Houghton once again) con un tiro dalla distanza si realizza il sogno della folta comunità irlandese degli stati uniti.
Dopo il ritiro dell’allenatore Charlton il suo sostituto McCarthy decise di accantonare, non senza qualche colpo basso (leggetevi cosa dice al riguardo Roy Keane), il mitico Paul per favorire il ricambio generazionale. Peccato però che poi i verdi l’europeo del 96 e il mondiale del 98 lo videro in televisione. Chi conosce il mondo del calcio britannico sa quale sia l’amore ed il rispetto che i tifosi nutrono verso questo giocatore. Mi trovavo a Dublino qualche mese prima del suo addio al calcio, da giocarsi nella capitale tra la nazionale in verde ed una selezione di giocatori scelti da Jack Charlton, ed alcune persone mi dissero che da tempo era impossibile trovare un biglietto per la gara. L’Irlanda voleva tributare la giusta dose di affetto ad un figlio illustre rinnegato per stupidi motivi molti anni prima.
Oggi Paul è un signore di 47 anni, sposato in seconde nozze con Caroline, padre di 4 figli maschi (Cristopher, Mitchell, Jordan e Paul Jr.) che passa il suo tempo tra la famiglia e la scuola di calcio che ha creato con Frank Stapleton per dare una opportunità a tutti i piccoli potenziali McGrath irlandesi. In qualità di villans, sull’orlo di una crisi di nervi, mi auguro di vedere al più presto in claret & blue un nuovo Paul McGrath che magicamente scenda in campo al posto dello stordito Laursen e ci impedisca di fare le figure barbine che troppo spesso facciamo.
Un saluto a tutti gli estimatori del calcio che fu ed un saluto a questo campione, rassicurante come una pinta di Guinness, arguto come un elfo e combattivo come una canzone dei Pogues. Slainte Paul!
di Charlie Del Buono, da UK Football Please (dicembre 2004)

11 giugno 2025

"HO VISTO GIOCARE ALI DIA.. per ben 2 volte!" di Adam Grapes

Tanti conoscono la storia di Ali Dia ma essendo un tifoso di Southampton sono uno dei pochi (circa quindici mila) che lo ha visto giocare nella Premier League, poi sono uno dei pochissimi che l’ha visto giocare per ben due volte con la maglia dei Saints, adesso vi spiego tutto.
L’inizio della stagione 1996/97 è stata di alti e bassi per il Southampton. Dopo una salvezza per via della differenza reti, la stagione precedente (il Manchester City ci aveva fatto un bel assist, giocando per un pareggio negli ultimi minuti nella partita contro Liverpool quando serviva una vittoria), il nuovo allenatore Graeme Souness ha portato un po’ di ottimismo, soprattutto dopo una vittoria per sei a tre in casa contro Manchester United. Ma dopo questi trionfi seguirono anche dei disastri, soprattutto una sconfitta per sette a uno al Goodison Park contro l’Everton, un giorno brutto sia dentro che fuori dal campo con non buoni comportamenti dopo la partita di qualche tifoso dell’Everton verso di noi anche sul treno che portava a Londra, non bastavano i sette gol per avere soddisfazione ad alcuni di loro, non mi mancherà Goodison Park. Gli infortuni in squadra aumentavano, poi un giorno il giornale di Southampton “The Daily Echo” ha fatto lo scoop, il cugino di George Weah, un certo Ali Dia, è arrivato ai Saints dopo una raccomandazione proprio del giocatore liberiano. Internet era alle prime fasi della sua esistenza, se ricordo bene c’era un computer con collegamento all’Università ma non avevamo minimamente idea come utilizzarlo. Poi al massimo se siamo riusciti a risolvere il rebus del collegamento avremmo scoperto al massimo qualche sito con solo testo e immagine; quindi, qualche ricerca su questa new entry nella rosa del Southampton sarebbe stata impossibile, ci fidiamo di George e Mister Souness!
La settimana dopo la sconfitta con l’Everton abbiamo giocato in casa contro Leeds. Con solo due attaccanti a disposizione, Le Tissier e Ostenstad, Ali Dia è stato messo in panchina. La maledizione degli infortuni è continuata durante la partita Le Tissier è stato costretto ad abbandonare il campo dopo una trentina di minuti. Ricordo ancora l’urlo quando Ali Dia è sceso in campo (togliendo i tifosi ospiti), il saluto di benvenuto di 13.000 tifosi (The Dell poteva ospitare solo 15.000 spettatori) è stato qualcosa di incredibile.

Quest’uomo ci porterà verso la salvezza, e chissà magari anche verso le coppe europei (pensavo)! Ha quasi segnato subito con il suo primo tocco, sarebbe stata la mamma di tutti gli esordi ma il tiro è stato bloccato dal portiere. La partita è continuata ed il Southampton ha perso due a zero, meglio della settimana precedente, eravamo abbastanza contenti, dai tutto è relativo!
Dia è stato sostituto verso la fine della partita, nessuno aveva pensato che era successo qualcosa di strano, non avrebbe giocato per un po’, ci voleva più tempo per abituarsi ai ritmi del campionato inglese... Onestamente direi che nessun tifoso presente al The Dell quel pomeriggio ha reso conto che non è stato per niente al livello necessario per giocare nel Premier League, abbiamo visto correre in campo, tirare, fare passaggi, ma con i nostri occhi da dilettante non sembrava che era successo nulla di strano. Chiaramente chi era in panchina ha capito tutto subito, Graeme Souness dopo la partita ha fatto un’intervista molto diplomatica, mentre Matt Le Tissier, il giocatore sostituto, è stato più diretto, dicendo che correva come “Bambi sul ghiaccio”.

Sono sicuro di averlo visto giocare per le riserve qualche giorno dopo, e grazie a una ricerca su Internet ho trovato su Ebay un Teamsheet per una partita tra le riserve di Southampton e Chelsea con il suo nome presente! All’epoca andavo a tutte le partite sia in casa sia in trasferta di Southampton, amichevoli incluse, ed anche a quasi tutte le partite delle riserve.
Che bella la vita di studente senza una moglie! Guardando il calendario, vedo che la sera prima c’è stata una partita di League Cup in trasferta a Oxford, Souness ha già visto abbastanza per non rischiare Dia in campo quella sera, ha deciso di dargli una altra chance in questa partita delle riserve, che all’epoca giocavano a Staplewood, il campo di allenamento di Southampton, che fortunatamente era 200 metri da casa mia.

Anche in questa partita delle riserve Ali Dia non ha fatto un granché e subito dopo ha lasciato Southampton. Pochi giorni dopo è uscita la storia che è stata tutta una bufala. Ha provato la stessa tattica con Gillingham (bocciato dopo una prova) e West Ham (dove non gli fatto dare neanche il provino). Non sappiamo chi ha fatto quella telefonata a Souness, forse il suo agente, forse un amico, forse anche lui stesso. Dopo l’avventura a Southampton ha giocato otto partite per il Gateshead nella quinta divisione inglese.

Non era completamente incompetente a calcio ma anche qui non è riuscito a mantenere un posto nella formazione. Probabilmente il suo livello vero sarebbe stato il Wessex League, campionato regionale della zona di Southampton! Le ultime notizie di lui sono state in 2016, ha preso una Laurea in Inghilterra, poi ha lavorato in Qatar prima di tornare a Londra. Chissà se gioca ancora a calcetto la sera, nonostante tutto direi che è arrivato nell’elenco dei dieci giocatori di Southampton più conosciuti. 
Sicuramente è sull’elenco nero di Graeme Souness ma ricorderò sempre quell’urlo quando l’altoparlante ha detto “Sta entrando in campo per il Southampton il numero 33, Ali Dia”.
di Adam Grapes

4 aprile 2025

"BLACKBURN ROVERS. IN ROVERS WE TRUST" di Simone Galeotti

Inspiegabile e leggero. Raggi di curva. Colin ha i capelli lunghi, ramati, appiccicati al collo nonostante la brezza perfida del Lancashire, lo sguardo di chi sembra passare da quelle parti per caso. Sente il braccio di Steve Bruce francobollarsi alla sua schiena. Con la coda dell’occhio intravede il biancoblu della maglia di un compagno, la rosa rossa ora crepita nel vociare di ordini da coprifuoco. L’ultimo verso di The Wild Rover cantato da ogni tifoso di Ewood Park raggrinza, nello smarginare del fragore rapito dall'ennesimo brivido. Le Saux calcia teso, in mezzo, la spizzata di Colin Hendry è perfetta, rotazione parziale del busto, disarticolata, manda fuori tempo i senatori della difesa del Manchester United, spezza la marcatura almeno di mezzo metro. Quanto basta. Chiude gli occhi e schiaccia verso Peter Schmeichel. Il portiere danese la sfiora appena, rete, 2-1. Il Blackburn è ancora avanti, l’indice della mano sinistra diritto al cielo. Non basterà, oppure si, chi può dirlo. Alla fine i rossi la portano a casa eppure un tarlo da quel pomeriggio cupo di novembre i ragazzi di Ferguson devono esserselo portato appresso per l'intera stagione. L’idea bislacca, e un pò fobica, che i Rovers potessero anche riuscire a farcela nonostante tutto, perché anche il tutto ha il suo limite. Ewood Park è piccolo, preziosità per pochi, rilegato, custodito come una di quelle biblioteche antiquarie dove prima di entrare bisogna chiedere permesso, un ospitalità breve, da mezzi passi. Ewood Park è minuzia topografica di piantine e numeri civici, attraversi un vestibolo con una gigantografia di Bill Eckersley, lo specialista del penalty, la faccia volitiva, il gesto deciso sospeso nel fermo immagine, la sacralità della cornice affatto laica. 
La giornata è appena fredda, se non ci sei abituato quella luce diafana e imprevedibile ti disorienta. L’ufficio in Bolton Road ha finestre su una teoria di casette a schiera, decadenti nel loro rannicchiarsi sulla geometria da piano regolatore inglese. Alle pareti scaffalature in quercia, sopra quadretti, argenteria varia, il legno buono del profondo dei boschi della foresta di Pendle, dove un venerdì santo del 1612 a pochi passi da una fonte battesimale, immersa nella nebbia fitta, un misterioso raduno di tredici donne fu improvvisamente interrotto dall’arrivo del magistrato Roger Nowell. Un Sabba di streghe? Rinchiuse, processate. Solo una di loro venne ritenuta innocente, le altre impiccate nell’ossessione puritana di Giacomo V. Il colore complessivo di carta da parati azzurrina soffoca il resto, tendine plissettate tipo quelle dei parrucchieri. La scrivania è lucida, liscia, forse simile a quella del St. Leger Hotel in William Street quando nel 1875 alcuni ex studenti di una scuola pubblica, videro in John Lewis il principale promotore e fondatore del club. Tempaccio dannato, fosco, per una città-fabbrica (una mill town, da spezzatino fumante e birra chiara), dove si tesseva con quell’macchinario rumoroso e instabile progettato da James Hargreaves, la cosiddetta “Spinning Jenny”
In piedi, in un misto fra il pellegrino e il cerimoniere, Kenny Dalglish, storce la bocca, gli occhi sfavillanti dello scozzese cresciuto nelle Lowlands, intermittenza involontaria fra la probabilità e l’improbabilità: “Signor Walker, e se prendessimo Zidane?”. Inerzia, piccole spinte indispensabili e sufficienti. Walker lo guarda, si aggiusta il brizzolato ribelle, decelerazione interna naturale da busto in una nicchia. Un attimo di silenzio, pigrizia opaca. Jack Walker è il magnate dell’acciaio, ha investito tante sterline nella squadra, adesso si volta di sbieco verso la finestra che squaderna la vista sulle villette abbellite da siepi di pitosforo e ortensie. Walker torna ad osservarlo, lancia un fonema di quelli incontaminati del nord con implicita una sagoma di resistenza: “Kenny ma perché vuoi Zidane quando abbiamo Tim Sherwood...?” Dalglish è un labirinto di paraventi, apre la bocca senza dire nulla, guarda il soffitto senza intonazione, dondola, si stira le pieghe della giacchetta d’allenamento, torna sulla soglia, alla risposta mancano i dettagli ma si accontenta. 
Nel 1995 la Blackburn del calcio è taglio netto, balbettio ebete ormai anziano alla ricerca di un nuovo titolo. Ro-ve-rs, Ro-ve-rs, sillabe ripetute con ostinazione, verso semplice, corto, un volo d’uccelli annodati nel cielo a picco. Nei pub si parla, si ride, si beve, con un invisibile voglia al centro della fronte, urtata e compromessa dal desiderio. Già, ottant’anni dopo l’ultimo campionato messo in vetrina, due punti di vantaggio all’ultima giornata potrebbero bastare. La città appare tratteggiata a carboncino su pannelli rigidi. La pietra angolare abita in Holly Tree Way, tanto verde, intarsiato di campi da cricket. le raffiche dal canale d’Irlanda arrivano fino qui, smorzate, lui accudisce i verbi al presente, sospira a mezza bocca, il tono affermativo, la voce piena, curvo allo stesso modo di come gioca, dipinge lo steccato di casa, e saluta i radi passanti. Lui e Alan figlio di Alan, geni riconosciuti e geni remissivi. Stesso nome, per non perdere la tradizione di famiglia. Nella Working Class inglese si usava così negli anni settanta: si scimmiottava l’aristocrazia, un po’ per sfregio, un po’ (forse) per invidia. Il signor Shearer, lavora duro in una fonderia, sfregio e sostentamento, gioca con l’anagrafe e sbeffeggia la vita: “Ragazzo mio lascia perdere il pallone, vedi, i ragazzi ricchi giocano a golf”. Ad Alan, biondino trotterellante, spunta una pausa con tutto ciò che ne consegue. Refoli di pioggia, plagio paterno, al mercatino dell’usato si compra un paio di mazze, aspetta fuori dai club l’ora di chiusura poi si infila dentro e un paio di addetti gli consentono di provare qualche buca. A sera torna di corsa a Gosforth, quartiere povero di Newcastle: sessanta metri quadrati di appartamento nello strapiombo d’edilizia popolare. E là sotto, fra pinze di prato e muretti d'arenaria, impara a correre in quel modo così strano, gobbo, torvo. Solo che nel golf la velocità delle gambe non serve, casomai è uno stravizio di forma, la rapidità dev’essere nella testa. Addio mazze, almeno per il momento, intanto una scommessa: una sterlina se riesce a segnare in una partita del torneo scolastico. In tre minuti Alan junior ne infila tre allo storidito compagno di banco, e invece di tornare a centrocampo, devia lesto verso il padre per incassare la vincita. A 20 anni a Newcastle e dintorni Shearer era già il più forte, ghermisce, si piega come una canna del Tyne quando l’argento del fiume si confonde con la cappa del cielo, nell’indimostrabile diritto di voler stare nello stadio avito. Ma nell’ordine delle probabilità la profezia perde e lo mandano nella salsedine di Southampton. Un giovedì mattina Dave Jones chiama Alan e gli dice che sarebbe partito dal primo minuto. Contro l’Arsenal, mica in un amichevole d'agosto a Tonbridge. Il calendario dice 9 aprile 1988. Tripletta. Always scoring, si, segna sempre lui. Quattro stagioni, poi risale la corrente fino a Blackburn, annusa i prodromi del successo che allertano i parrucconi di Wembley, fino alla stagione del “We’re gonna win the league”
Disse di essere sorpreso dal non essere mai stato disturbato da nessun vicino o da qualche tifoso invadente, nemmeno i giorni precedenti all’ultima partita decisiva. Niente flash, nessuna corsa per un autografo. Alan era semplicemente uno di loro, beffardo quanto basta nel palcoscenico di chi sa di essere un attaccante di razza. I goal di Alan Shearer riportano a un calcio antico, pieno d’idoli semplici, comuni, niente star, niente wags, solo football, il braccio alzato, e gli “Yeeess” sguaiati urlati dopo la segnatura. In quel fronte d’attacco si muove Chris Sutton, energico ragazzone di Nottingham, occhi affettati in modo obliquo verso l’alto, medesima conservazione di retroterra, eppure nelle distanze ognuno si comporta diversamente, disponendo l’ordine delle probabilità in senso scorrevole per chi legge. La collaborazione offensiva con Shearer fu talmente proficua che furono soprannominati con un acronimo commerciale: S&S. Posteriormente, mediato dal binocolo della strategia, si muove il capitano Tim Sherwood, parrucchetta da teatro di Contea, confidenza familiare in un fondo di tristezza, un uomo problematico, un uomo di nervi nel fondo epicureo del godersi le cose. Pochi sorrisi nel supplemento di cortesia del passaggio. Ah, rieccolo, Colin Hendry, che aveva saltato gran parte della stagione precedente per un infortunio, amatissimo nell’empatia dolce di un pubblico che sa quanto Hendry abbia calcato e assaggiato con i Rovers pochissime sale da tè bensì un buon numero di fish and chips sputati in faccia dalle stand più improbabili. Colin lo scozzese, forte, doloroso, nel paradosso tutto shakespeariano di vaticinio e ragione di colui che abbandona lo scopo ma non le illusioni. In porta, immagine eterea, persino sfocata, si stende Tim Flowers. Blackburn cala il medium e nell’estate del 1993, altro che incorporeo, Timothy risulta essere il portiere più costoso di Gran Bretagna con i suoi 2,4 milioni di sterline di trasferimento. Terzini mediocri è meglio che non ce ne siano così come gli scrittori. Dopo che Joyce scrisse l’Ulisse nessuno avrebbe più dovuto scrivere un libro perché le zanzare di Bordeaux saltano fuori dal foglio nel loro ronzare. Il francesino si chiama Greame le Saux, raffinato laterale sinistro, tocchi rapidi, ansia di perfezionismo. Utile alla causa il coriaceo David Batty, contrarietà ostinata, spezza, ascolta il capitano di lungo corso, non teme la banalità. L’avversario lo abbiamo detto era il Manchester United. All’ultima giornata la classifica dice: Blackburn 89, Manchester United 87. Il vantaggio esisteva, vacillante. Lo United avrebbe dovuto sbancare per forza Upton Park sperando nella contemporanea sconfitta dei rivali o, al limite, in un pareggio a Liverpool. King Kenny e il suo sguardo di pietra tornarono ad Anfield. Un’unica partita, in due stadi diversi, con il collante delle emozioni. Al Boleyn, Ludek Miklosko del West Ham tira giù la saracinesca della taverna, è in giornata di grazia, quelli di Manchester mettono le tende nella sua area, ma lui mantiene fino allo scadere un pareggio apparso carne tremula fino all’ultimo respiro. Il Blackburn cede 2-1 sul calare, occiduo, del match, il punto di vantaggio si imprime sulla tabella con l’inchiostro indelebile della storia. 
La Football Association nel lecito dubbio aveva spedito a Londra una copia del trofeo, tuttavia resterà chiusa nel buio di uno sgabuzzino. La maglia mutuata dal vecchio collegio di Shrewsbury & Malvern sale sul trono d’Inghilterra. “Arte et Labore”.

14 gennaio 2025

STOP THE 10. Wim Jansen e il Celtic Glasgow.






















Prendi lo scudetto e scappa. Riadattando impunemente il titolo di uno dei più famosi film di Woody Allen, ecco descritta in poche parole la breve ma vincente avventura dell’olandese Wim Jansen sulla panchina del Celtic Glasgow. 
Era la stagione 97-98, e il titolo nazionale in casa dei Bhoys mancava da ben nove anni, neanche a dirlo tutti caratterizzati dalla ferrea dittatura dei nemici di sempre dei Rangers. “Jansen chi?”, si chiedevano i tifosi e buona parte della stampa locale quando venne annunciato il nome del tecnico, scelto dopo il rifiuto di Bobby Robson, che avrebbe sostituito il dimissionario Tommy Burns.

Domanda un po’ fuori luogo, e passi per il fan che magari guardava solo la sua squadra e quelle del campionato in cui milita, ma l’ignoranza di certi giornalisti non ammetteva (né ammette) scusanti. Perché se il curriculum vitae da allenatore di Wim Jansen non offriva particolari spunti (tre coppe d’Olanda con il Feyenoord, quindi passaggi al Lokeren e come direttore tecnico della nazionale dell’Arabia Saudita, per finire con un’esperienza in Giappone alla guida del San Frecce Hiroshima, avventura conclusa con una lettera di dimissioni e un pepato commento di un giornale locale, il quale scrisse che “Jansen era la seconda peggior catastrofe che si era abbattuta su Hiroshima”), quello da giocatore era assolutamente inattaccabile. Titolare nell’Olanda finalista ai Mondiali del 74 e del 78, icona del miglior Feyenoord di sempre, quello che nel 1969 aveva vinto Coppa Campioni (battendo curiosamente in finale proprio il Celtic) e Intercontinentale, e nel 74 la Coppa Uefa, “Wimpie” era il cervello di centrocampo, il cemento che teneva unite e ben salde le fondamenta sulle quali i campioni oranje dell’epoca, da Cruijff a Rensenbrink a Van Hanegem, disegnavano il loro calcio innovativo e spettacolare, l’elemento con piedi (e intelligenza tattica) da maestro e attitudine da gregario. 
Silenzioso, tranquillo, anti-leader per eccellenza, Jansen ha fatto la storia del Feyenoord, e della nazionale, ma al momento del suo addio (partiva per gli Stati Uniti, dove lo aspettavano i Washington Diplomats) non ha ricevuto né ringraziamenti né celebrazioni ufficiali, uscendo anzi tra i fischi del pubblico dopo una rovinosa sconfitta nel derby di Rotterdam contro l’Excelsior. Niente male come saluto per un giocatore che aveva indossato la casacca del club in 524 partite ufficiali. E quando rientrerà in patria per chiudere la carriera con l’Ajax (dove a 36 anni vincerà il quarto titolo nazionale della sua carriera), ci penserà uno scimunito dagli spalti a dargli il bentornato colpendolo nell’occhio con una palla di ghiaccio durante il riscaldamento pre-partita di un Ajax-Feyenoord. Merce rara la riconoscenza nel calcio, ieri come oggi, in ogni paese.

Torniamo al Celtic. Salvato nel 1994 dalla bancarotta da Fergus McCann, il club della Glasgow cattolica era una polveriera pronta ad esplodere. Jansen, di poche parole ma estremamente deciso, non impiega molto a scontrarsi con il direttore generale Jock Brown, braccio destro del presidente. Ampie diversità di vedute su come condurre il mercato (Jansen chiede importanti sforzi economici per innalzare il livello tecnico della squadra e trattenere i big, la dirigenza indica altre priorità quali l’ammodernamento del Celtic Park, per il quale è previsto un ampliamento della capacità fino a 60mila posti al costo di 30 milioni di sterline) iniziano a scavare un fossato che nel giro di pochi mesi renderà incolmabile la distanza tra le due parti. Ecco un paio di esempi; il neo-allenatore avanza la richiesta di riportare in Scozia l’attaccante olandese Pierre van Hooijdonk, 44 reti in due stagioni e mezzo in maglia bianco-verde, ma la coppia McCann-Brown pone il veto a causa dei cattivi rapporti, legati a questioni economiche, con cui si erano lasciati con il giocatore, ceduto al Nottingham Forest. Jansen propone quindi il tedesco Karl-Heinze Riedle, ottenendo una nuova bocciatura, questa volta per ragioni anagrafiche (il 32enne attaccante finirà al Liverpool). Le premesse non sono confortanti nemmeno sul fronte interno. 
Nel precampionato Paolo Di Canio rifiuta di seguire la squadra in Olanda preferendo allenarsi per conto proprio al fine di “ritrovare la miglior forma fisica”, e magari convincere la società ad accettare le sue richieste di aumento di stipendio, mentre il portoghese Jorge Cadete, capocannoniere del club la stagione precedente con 32 reti (39 se si considerano anche le due coppe nazionali), nemmeno si presenta agli allenamenti lamentando una non meglio specificata indisposizione, il tutto mentre incarica il proprio agente di cercargli un’altra sistemazione. Se ne andranno entrambi, Di Canio allo Sheffield Wednesday e Cadete al Celta Vigo, per un totale di 12 milioni di sterline incamerati dagli scozzesi. Una piccola parte di questa somma, precisamente 2.3 milioni, la società decide di investirle a novembre per Harald Brattbak del Rosenborg, attaccante che però Jansen si rifiuta di andare a visionare, nonostante McCann gli metta a disposizione un aereo privato per volare in Norvegia, in quanto “l’acquisto era già stato deciso, la mia sarebbe stata solo una perdita di tempo”. Non fu assolutamente tempo sprecato invece il viaggio verso Rotterdam per definire i dettagli del trasferimento di Henrik Larsson dal Feyenoord, dove si era messo in luce più come suggeritore che come finalizzatore, al Celtic, per la modesta cifra di 650mila sterline. Un colpo di mercato che farà la storia del club cattolico di Glasgow.
Dalle parole si passa finalmente ai fatti, con la squadra che, oltre al già citato Larsson, viene rinforzata anche dagli arrivi di giocatori di spessore quali Craig Burley, Stephane Mahe, Marc Rieper, Paul Lambert e Jonathan Gould. Il campionato inizia con due sconfitte consecutive (1-2 sul campo dell‘Hibernian, stesso risultato a domicilio contro il Dunfermline), ma il panico regna più tra i tifosi che non nello spogliatoio. Ricorda capitan Tom Boyd: “Tra noi e Jansen si instaurò subito il giusto feeling, ma capimmo che ci sarebbe voluto un po’ di tempo per adattarci ai suoi metodi e alla sua differente impostazione tattica. Chiedeva ai giocatori molto movimento, voleva che giocassimo il più possibile palla a terra e insisteva molto sull’organizzazione della manovra. Diceva che noi giocatori non eravamo solo atleti, ma anche teste pensanti, e in campo avremmo dovuto comportarci di conseguenza. Un metodo diverso che necessitava di essere assimilato”. 

























Ad autunno inoltrato qualcosa comincia a muoversi; il 25 ottobre il Celtic batte 2-0 il St. Johnstone e passa al comando, favorito dalla contemporanea caduta dei Rangers contro il Dundee United. Non durerà molto, perché una nuova flessione porterà i Bhoys all’Old Firm in programma il 2 gennaio con quattro punti di ritardo rispetto ai rivali. Perdere significherebbe sventolare bianca sulle ambizioni di ritorno al vertice, e oltretutto la vittoria in un derby manca in casa Celtic da ormai un buon decennio. Decisamente troppo, anche per il tifoso più ottimista e accomodante. Ad interrompere il digiuno ci pensano Craig Burley e Paul Lambert, per un 2-0 che segna l’inizio di una serie di dodici risultati utili consecutivi per gli uomini di Jansen. I quali però, oltre ai Rangers, devono guardarsi anche dall’ottimo campionato disputato fino a quel momento dagli Hearts of Midlothian, la cui solidità aveva costretto entrambi i club Glasgow al pareggio negli scontri diretti. Ad “eliminare” il club di Edimburgo dalla gara ci pensano i cugini dell’Hibernian, in un tiratissimo derby terminato 2-1. L’ultima sfida fratricida di Glasgow (il 12 aprile) della stagione vede invece i Rangers vendicarsi della sconfitta di inizio anno e raggiungere nuovamente i bianco-verdi in testa alla classifica. La sfida prosegue serrata fino al 9 maggio, quando un 2-0 al St. Johnstone regala al Celtic il titolo di campione di Scozia per la 36esima volta nella propria storia, la prima dopo nove anni di digiuno. In bacheca ci finisce anche la Coppa di Lega scozzese, dopo un secco 3-0 rifilato in finale al Dundee United, mentre le altre due competizioni in cui i Bhoys si trovano impegnati, la Coppa Uefa e la Coppa di Scozia, si concludono rispettivamente per mano di Liverpool (2-2 al Celtic Park e 0-0 ad Anfield, in un incontro quest‘ultimo segnato da un paio di sviste arbitrali pro-Reds) e Rangers (2-1 in semifinale, con i Gers che poi alzeranno il trofeo).

L’aria di festa che respira a Celtic Park e dintorni per aver “fermato il 10” (riferimento alla serie di titoli consecutivi vinti dagli odiati cugini) non dura però molto; già il 10 maggio, a non più di 24 ore dal titolo vinto sul campo, Jansen gela i tifosi parlando in un’intervista della presenza di una clausola nel proprio contratto che gli permetterebbe di svincolarsi immediatamente dopo un solo anno di contratto senza pagare alcuna penale. Un’uscita che testimonia come le frizioni con la dirigenza siano tutt’altro che scomparse. Due giorni dopo arriva l’annuncio delle proprie dimissioni. E’ già tempo di accuse e recriminazioni. Secondo il presidente McCann “Jansen ha sempre mostrato disinteresse per le nostre proposte di pianificazione della squadra, negandosi al telefono e non mostrando la minima volontà di collaborare. Non ha mai voluto assumersi responsabilità, la colpa era sempre di qualcun altro”
Diverso il punto di vista dell’ex tecnico: “Se io chiedo l’acquisto di un giocatore, e questo viene rifiutato perché in passato c’erano stati alcuni diverbi con lui, è una decisione politica, con la quale non voglio avere nulla a che fare. Io mi baso su valutazioni tecniche, la politica la lascio a chi di dovere. Comunque non si può costruire una squadra di alto livello senza mettere mano al portafoglio”. Conferenze stampa separate, il ringraziamento di rito ai tifosi (alcuni dei quali accolgono allo stadio i dirigenti con l’eloquente cartello “McCann and Brown must go now!”), l’assegnazione del titolo di miglior allenatore scozzese dell’anno, e Jansen se n’è già andato. Vincitore e sconfitto allo stesso tempo.
di Alec Cordolcini, da UKFP (ottobre 2008)

7 gennaio 2025

LE GRANDI EMOZIONI DEL CALCIO INGLESE - Season 1995/96



Nell’estate del 1995 il Manchester United, reduce dal secondo posto dietro al Blackburn Rovers nella stagione appena conclusa, cede Kanchelskis, Ince e Hughes riponendo tutte le speranze di successo sui giovani emergenti della rosa, ovvero i vari Butt, Scholes, Beckham ed i fratelli Gary e Phil Neville.  Un tentativo di ripercorrere le gesta del grande United dei Busby Babes?

L’inizio di stagione conferma le difficoltà di una squadra giovane che viene travolta già alla prima giornata a Birmingham (1-3) contro i Villans. Nel frattempo sulle sponde del Tyne a suon di milioni Sterline si costruisce una squadra che sorretta dall’estro di Ginola e dai goals di Ferdinand, fa dello spettacolo una prerogativa. L’inizio dei bianconeri guidati da Kevin Keegan è travolgente e la testa della classifica viene raggiunta e mantenuta sin dall’inizio. Eric Cantona dopo la lunga squalifica inflittagli per l’aggressione al tifoso del Crystal Palace, rientra in campo andando a segno ad ottobre nel match casalingo contro il Liverpool.

Il ritorno del campione d’oltralpe è preceduto da un’attesa spasmodica. Il suo rientro in campo è salutato da migliaia di bandiere raffiguranti la sua immagine che colorano gli spalti di un’Old Trafford che sta assumendo, attraverso lavori di ristrutturazione, l’aspetto magico del “Theatre of Dream” odierno. Il rientro del francese si rivelerà quanto mai indispensabile e determinante. Eric The King al termine della stagione realizzerà ben 15 goals rivelandosi decisivo per lo United, nella corsa al titolo.

Alcuni dei suoi goals, in quella stagione, sono autentici gioielli e vengono tuttora proposti negli spot di Sky Tv. Il Newcastle di King Kevin Keegan continua la sua marcia travolgente, a gennaio il distacco dal Manchester United e dal Liverpool inseguitori è addirittura di 12 punti. Tutto sembra deciso e la Toon Army dopo anni di amarezze pregusta il glorioso successo. A rinforzare l’attacco, in cui sembra appannarsi la verve realizzativa di Ferdinand, a gennaio arriva addirittura il colombiano Faustino Asprilla. 
A febbraio il calcio inglese piange la scomparsa di Bob Paisley indimenticabile manager del Liverpool. Qualcosa si inceppa sul meccanismo dei Magpies ed arrivano le prime sconfitte che lasciano il segno. Lo United sorretto da uno strepitoso Cantona persegue una entusiasmante rimonta che culmina nel match di St James Park vinto proprio grazie ad uno spettacolare goal del francese. Inizia un’emozionante testa a testa per la conquista del titolo. Il mese di Aprile vede celebrarsi una pagina indimenticabile per calcio inglese; ad Anfield Road, Liverpool e Newcastle danno vita ad una gara altamente spettacolare caratterizzata da continui ribaltamenti del risultato, che alla fine vede vincere il Liverpool per 4-3.



















È un altro colpo duro per i Magpies. Keegan al termine del match affermerà che nonostante la pesante sconfitta (inciderà in maniera determinante sul morale dei giocatori) è orgoglioso di aver vissuto questa serata di calcio. Fair Play tipicamente britannico. 
La tensione tra i due club raggiunge livelli di guardia quando Alex Ferguson critica pesantemente l’atteggiamento del Leeds United colpevole secondo lo scozzese di essersi battuto a morte per fermare la propria squadra, ed insinua che non sarebbe accaduta la stessa cosa quando il Leeds avrebbe affrontato il Newcastle. Keegan replica pesantemente allo scozzese in occasione di una intervista che resterà famosa quanto lo sfogo del Trap in terra Bavarese. Sia Red Devils che Magpies batteranno il Leeds. 

Nonostante le aspre polemiche è il campo a confermare che la squadra del nord d’Inghilterra non ha più birra in corpo. Comunque come vuole la storia del calcio inglese, i recuperi di fine stagione offrono agli inseguitori chance di aggancio e talvolta di sorpasso.
La possibilità dell’aggancio in testa alla classifica da parte del Newcastle viene gettato alle ortiche al City Ground di Nottingham dove viene giocata la penultima gara della stagione dei Magpies. Vincendo raggiungerebbero la testa della classifica in coabitazione con il Manchester United ad una sola giornata dalla fine. In vantaggio di un goal, i bianconeri permettono a Woan, centrocampista del Nottingham Forest di percorre indisturbato tre quarti del campo e pareggiare il match. È questo il momento in cui il Newcastle, dopo aver tenuto la testa del campionato per tre quarti di stagione, ed aver contenuto nella restante parte il distacco dallo United, abdica. 
All’ultima giornata con due punti in meno in classifica la squadra non và oltre ad un deludente pareggio interno contro gli Spurs mentre in contemporanea al Riverside Stadium lo United spadroneggia sul Boro, vince tre a zero e si riappropria del titolo di campione d’Inghilterra. 
Al Maine Road oltre che assistere all’ennesimo trionfo dei rivali cittadini, piangono la retrocessione della loro squadra, che inizierà una caduta verticale nelle serie inferiori. Retrocede assieme al Bolton anche il Qpr.
di Michele Vello da "UK Football please"

15 dicembre 2024

"ROY MAURICE KEANE" di Alessandro Nobili



























“Ai miei tempi, non esistevano guanti, sciarpe e tutte queste altre cose. È un'abitudine moderna che ha reso il calcio più "soft". Il calcio si è ammorbidito

Bastano forse queste semplici parole per farsi un’idea di Roy Maurice Keane. Un uomo duro, un giocatore duro, un pilastro granitico dello United più forte di tutti i tempi. Keane è un’irlandese, uno che sa come farsi rispettare. Roy è uno che in campo dà tutto uno che non leva mai la gamba anzi, al contrario, è uno che la gamba te la fa sentire spesso sugli stinchi anche dopo averti strappato il pallone dai piedi. Si dice che il suo cognome abbia origine da una parola gaelica che significa battaglia. E infatti, Keane è la battaglia fatta persona. Chi ama il calcio ama sì la tecnica ma ama anche l’orgoglio che ti sfinisce sul campo. A certe latitudini la grinta e il sudore sono più apprezzati del tocco di classe del calciatore incipriato e pieno di profumo. Ad ogni partita, il tacchetto di Keane colpisce duro. Interrompe le azioni avversarie facendo una diga a centrocampo, per poi ripartire di forza puntando la porta nemica. Lui non ha paura. Non toglie la gamba. Lui è Roy spaccatutto!
L’ho sempre ammirato era l’incarnazione del giocatore fedele alla maglia. Usciva sempre sporco di fango, lavorava ai fianchi l’avversario, portava a termine il suo impegno con il giusto ardore e la sua fedina penale era sporca come quella di un criminale.
Vederlo giocare era adrenalina pura.
A Manchester lo chiamano ancora KEANO. Un uomo che è visto come un Dio. Vorrei un Keane nella mia squadra perché la mia concezione del football, prevede necessariamente uno come lui. Un lottatore che ha fegato.




















Keano era fatto così, uno che randellava in campo e che lo faceva anche in privato. 
Nel suo modo di fare c’è l’amore per questo sport ma c’è spazio anche per l’odio, quello genuino, viscerale, quello delle battaglie senza sconti, duelli all’ultimo sangue che iniziavano sotto il tunnel proseguivano in campo e finivano dentro gli spogliatoi. Celebre è rimasto lo scontro con Haaland ma, nella storia di Keane, ci sono state tante altre antipatie. Patrick Vieira fu l’ultimo nemico. Nove anni di furiose battaglie divise tra Highbury, Emirates Stadium poi e Old Trafford. 
Si trattava di una rivalità fondata da un senso di competitività intensa. Un desiderio assoluto di dominazione fisica e, forse, anche odio. Le immagini e l’urlo di sfida di Keane che inveisce contro Vieira è da leggenda: “I’ll see you out there”.
Come si fa a non amare questo giocatore. Svolgeva il suo dovere a meraviglia impedendo che la palla filtrasse dal centrocampo. Il suo lavoro si esauriva lanciando le punte: un lavoro senza fronzoli ma, fatto con un atteggiamento feroce. Un vero uomo da spogliatoio, un leader assoluto. 
Si racconta che quando fu allenatore del Sunderland venne a sapere che un membro dello staff, prima di una partita, caricò la squadra con “Dancing Queen” degli ABBA. 
La reazione di Keane è tutta concentrata in queste poche frasi:
"Spero che qualcuno si alzi e gli dia un cazzotto. Su avanti, leva quella merda! Stavano uscendo per giocare una partita, uomini contro uomini, i livelli di testosterone erano alti. Devi affrontare uno scontro corpo a corpo. Dancing Queen del cazzo! Ero preoccupato"

Ecco chi era Roy Keane. Un calciatore che vestiva come un moderno Braveheart, un allenatore comprensivo ma duro. Ma il football avrà sempre bisogno di gente di questo calibro, avrà sempre bisogno dell’agonismo, di gente che vive sull’esaltazione della battaglia.
God Save KEANO!
Lui, era solo per chi aveva fegato.
di Alessandro Nobili
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