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22 luglio 2026

"DIO, PALLA E FAMIGLIA. Fra Walfrid e la nascita del Celtic Football Club" di Paolo Gulisano (Ancora), 2026


C'è una storia di una squadra di calcio che sembra una bella favola, ma invece è realtà, quella del Celtic di Glasgow, in Scozia. Una squadra fondata nel novembre del 1887 nei quartieri poveri della città, come una sorta di «squadra dell’oratorio», per iniziativa di un religioso marista, Fratello Walfrid, originario dell'Irlanda. I soldi delle partite sarebbero serviti per aiutare i bambini che pativano la fame nei sobborghi più diseredati della città. Nel corso della sua lunga storia il Celtic ha vinto decine di competizioni, tra cui la Coppa dei Campioni del 1967. Questo libro è la storia dell'uomo che ebbe l'idea di fondare una squadra di calcio per fare del bene, e che diede vita ad uno straordinario fenomeno sportivo.

10 marzo 2026

"OLD FIRM. La battaglia di Glasgow" di Andrea Dimasi (Urbone), 2016

Non esiste partita al mondo che abbia lo stesso valore culturale dell’Old Firm
Il derby di Glasgow non è soltanto la sfida tra i due club più titolati di Scozia, ma un vero e proprio testa a testa che travalica i confini dello sport e mette a confronto aspetti storici, religiosi e sociali. “Old Firm” vuole offrirvi un manuale completo per conoscere meglio una partita che ha visto la sua nascita negli ultimi cinquecento anni di storia e cultura britannica. In questo libro scopriremo le dinamiche che hanno portato a questa rivalità, lo spinoso tema del settarismo, l’importanza economica della sfida, ma soprattutto le partite memorabili, i grandi successi delle due squadre e i personaggi che hanno scritto la storia di un match che paralizza Glasgow e che nutre particolari legami con l’isola d’Irlanda.

27 febbraio 2026

"LA LEGGENDA DI SANT'ALBERTO, 1986 quando il Celtic infranse i cuori di Edimburgo" di Alessandro Boretti (Urbone), 2016

Nello sport, come nella vita, si gioca per vincere. E alla fine vince solo uno. Non esiste il “primo-a-pari-merito”! Tutti gli altri, come mi disse il compianto presidente dell’Hellas Verona Saverio Garonzi, alla fine di una mia vittoria sulla squadra che lui seguiva in quell’occasione, “i se gratta el cul!” Ma in un rush finale, quando si è testa a testa con l’avversario, cosa serve per vincere?
Il campionato di calcio scozzese della massima serie nella stagione 1985/86 vide il suo epilogo all’ultima giornata, quando Hearts di Edimburgo e Celtic di Glasgow si contesero il titolo. Gli Hearts giunsero a quell’ultima gara in vantaggio sui rivali biancoverdi di 2 punti, e sarebbe bastato loro un misero punto per assicurarsi quello che noi chiamiamo “scudetto”. Quel sabato, in tutta la Scozia, c’erano solo 2 persone che credevano fermamente che il Celtic potesse ribaltare la situazione e assicurasi il titolo. 
Uno era il manager David Hay, un grande talento come giocatore uscito dal vivaio biancoverde a fine anni ’60, ma persona schiva e mite che, nonostante il ritardo in classifica, durante la stagione aveva condito le interviste rilasciate ai mass media senza clamore, ma con un convinto ottimismo. Pura formalità o estrema fiducia nel proprio lavoro e soprattutto nei propri giocatori? E ancora: una squadra come affronta il lavoro settimanale, volto a rincorrere gli avversari, fisicamente e mentalmente? Qual è l’approccio che spinge i calciatori a presentarsi in campo quando l’avversario primo in classifica dista parecchi punti e le gare a disposizione per recuperare sono sempre meno? Nonostante prestazioni altalenanti e problemi di vario genere, il Celtic riuscì ad arrivare all’ultima gara di campionato con un’unica possibilità di agganciare e superare gli Hearts in classifica. Questo libro vi porterà fino a quell’ultimo piovoso sabato, il 3 maggio 1986 dove nello spogliatoio di Love Street, lo stadio del St. Mirren, scoprirete l’altra persona che credette in quella vittoria.

12 gennaio 2026

🇬🇧UK in ITALY. TUTTO PER IL CELTIC. "I Celtic Insubri" & "Memocelts" di Boretti Alessandro

I Celti Insubri, prima fanzine italiana su una squadra di calcio scozzese, nacque su iniziativa di Massimiliano Bordignon, reporter di Milano; io conobbi questa fanzine durante il ritiro estivo che il Celtic trascorse a Carisolo nel 1993; partecipai attivamente all’iniziativa e poi presi il testimone viste le difficoltà avute dal Bordignon. Si interessarono dell’iniziativa gli amici romani e cambiammo il nome in Memocelts, grazie al contributo prezioso di Max Troiani, Massimiliano Morganella, Nima Rafat (saluto tutti con stima).
A quel tempo avevo più tempo da dedicare alla fanzine e soprattutto al Celtic perciò redigemmo questo giornalino in maniera discreta ed ironica sulla nostra squadra del cuore. Era un bellissimo modo per tenerci in contatto e al tempo stesso avere notizie dei Bhoys. L’ultimo numero di Memocelts uscì nel ottobre/novembre 1998. I Celti Insubri uscirono con il 1° numero Ottobre 1992, vennero fatti 6 numeri fino a gennaio 1994, poi fu sostituito da Memocelts di cui uscirono 20 numeri da gennaio 1994 a ottobre ’98.
Questo tipo di fanzine credo sia stata unica nel suo genere, calcolando che per 6 anni non ci fu mai sosta di pubblicazione.

La pubblicazione ciclostilata era a supporto del club "The Italian Bhoys" ora "The Italian Celts C.S.C".

2 settembre 2025

"CELTIC FOREVER. You’ll never walk alone" di Max Troiani & Luca Manes (BradipoLibri), 2009

Celtic Forever è una cavalcata tra la miriade di successi e i tanti personaggi che hanno fatto grande il club cattolico di Glasgow. Nato nel 1887 su intuizione di un prete, Fratello Walfrid, per finanziare la mensa dove i poveri di origine irlandese trovavano aiuto e cibo caldo. Dai primi Old Firm con i Rangers, ai Lisbon Lions che nel 1967 conquistarono una storica Coppa dei Campioni contro l’Inter di Herrera, fino ad arrivare ai giorni nostri, la splendida maglia a strisce bianco-verde del Celtic è divenuta un’icona, il simbolo di un’intera comunità, quella irlandese, sparsa per tutto il mondo. Una comunità che si riconosce in tutto e per tutto in un club ormai tra i più famosi del pianeta. Non a caso anche i supporter del Celtic al Parkhead hanno adottato come loro inno il celebre “You’ll never walk alone” di liverpuldiana memoria. Perché i Bhoys non cammineranno mai soli e non scorderanno mai le loro origini e la loro storia, che vale certamente la pena di essere raccontata.

...Il Celtic è stata la prima squadra britannica a conquistare la Coppa dei Campioni. Poi vennero gli inglesi, ma in principio furono i biancoverdi di Glasgow. Loro. Gli autori si lasciano guidare dalla passione senza precipitare nel pozzo dell’enfasi. Raccontano, spiegano, «spogliano». Dalla fondazione all’incoronazione. Gli anni bui, l’epoca d’oro, le ordalie dell’Old Firm, il romanzo di una squadra che, partendo dalla fiera ma angusta Scozia, ha fatto strage di cuori nel resto d’Europa…
Dalla prefazione di Roberto Beccantini
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Di squadre che rappresentano qualcosa di più di una semplice società calcistica ne è pieno il mondo. Identitarismi politici, religiosi, etnici, patriottici si mescolano di frequente con l’arte pedatoria. Una di queste squadre, forse l’esempio più radicale e radicato, è il Celtic Football Club. La squadra dei cattolici, irlandesi in prevalenza, di Glasgow. Una squadra che rappresenta tutto di quella comunità: la storia, le battaglie, la religione, l’identità più pura, la passione politica, l’espressione patriottica per l’Irlanda finalmente unita e libera. Ma anche la rivalità acerrima con i protestanti, che si riconoscono nell’arcirivale del Celtic, i Rangers. Il tutto è racchiuso in una citazione, riportata nel libro “Celtic forever”, in calce al capitolo 6: “I giocatori del Celtic devono capire che quando indossano questa maglietta non giocano per una squadra di calcio, giocano per una causa, per un’intera comunità”. Musica e parole di Tommy Burns, 352 partite in 14 anni con la maglia biancoverde.
A raccontarci la storia di questa mitica compagine, dalla fondazione voluta da un prete, Fratello Walfrid, alla Coppa dei Campioni contro l’Inter del 1967, dai primi Old Firm contro i Rangers ai successi del nuovo millenio, sono Luca Manes, habitué della letteratura calcistica d’oltremanica, e Max Troiani.
Il libro spiega perché il Celtic è una squadra unica. Unica anche nel suo più grande trionfo: la Coppa dei Campioni del 1967, quando 11 giocatori tutti provenienti dal vivaio biancoverde misero fine al ciclo della Grande Inter di Herrera. Si, avete capito bene: tutti provenienti dal vivaio biancoverde. Tutti nati e cresciuti a non più di 30 chilometri dal Parkhead, l’area dove è situato il Celtic Park. Caso unico, mai successo in tutta la storia della principale competizione europea. da www.opinione-pubblica.com

28 agosto 2025

"IL CASO MO JOHNSTON" di Simone Galeotti

Quartiere di Govan, esterno giorno. Luce tenue della mattina, asfalto bagnato, un chiosco di chips&fish e hot dog infradiciato dalla pioggia appena cessata gronda acqua sporca, odore di salse e bacon grigliato. Si muove Jimmy, vent'anni, professione disoccupato, un giovanotto magro, nervoso, spiritato, sulle spalle uno sbiadito giacchetto di pelle nera, un paio di “Docs” ai piedi, di quelle prodotte dalla Martens R. Griggs & Co. di Wollaston, maglietta dei "King Krimson" e bretelle d’ordinanza ad agganciare i jeans stretti col risvoltino; cammina sul selciato fra sgocciolii umidi, poca gente in giro, assenza apparente di calore umano, qualche gatto dagli occhi nocciola. Il pub dagli infissi scarlatti è dietro l’angolo, spera in una pinta con nelle tasche due sterline scarse di immaginazione ma Tim Chassels, proprietario di lunga data del Richard’s, è un omaccione con nelle narici l’odore di vecchi pestaggi e resta rigido nel suo broncio di intenditore presunto di perditempo e casinisti, sogghigna alla vista del ragazzo; allora Jimmy si appoggia a un angolo del locale dove lo spazio e più esiguo di un corridoio. 
È estate, luglio 1989, un’estate del cazzo, estate per modo di dire, perchè a Glasgow l’estate vira impazzita, non è terra di tepori, si fa alla svelta a rendersi conto che il sole non ami questa città. Jimmy si siede su uno sgabello in noce, sotto la fronte gli splendono due occhi cupi, rossi, la nottata quasi in bianco, le dita giallognole di nicotina, nocchiute e deluse come a sfilare ingannevoli assi di un poker, fumacchia di una Benson&Hedges. 
Dio ha detto che oggi è tempo di soffiare una pedina apparentemente incolorabile a quelli col pigiama, ma appare scelta discutibile, un orzaiolo, un bruscolo nell’occhio del creatore, una infelicissima mossa, stridente da far pensare a un eresia messa in giro da qualcuno. Infatti, macchè Dio, colpa del vizio ambizioso del sognare e del trasognare di quel Greame Souness, perbacco gran giocatore, niente da dire, bel baffo e bella chioma di ricci ma anche furbissimo picchetto da ippodromo, donnaiolo e scaltro come i garzoni di un macello. Glasgow luogo di bisticci e "nonsense", carbonari e certosini nell’eterogenesi dei fini, pigionanti della città dove nei tram si leggono polizieschi da viaggio, quotidiani stropicciati, sul fluttuare costante di working class e modesta borghesia, cattolici e protestanti, vangeli identici eppure contrapposti nell'interpretazione, sermoni ed eucarestie, Repubblicani e Lealisti, oppure, l'equazione più semplice di tutte: Celtic contro Rangers
Un’accetta a spaccare dritto per dritto il fiume Clyde. A Jimmy adesso risuona un nome nella testa: Don Kitchenbrand detto Rhino. Un sudafricano che aveva vestito la maglia dei Rangers fra gli anni Venti e Trenta, un cattolico, l’unico certificato, tuttavia con molta probabilità non molto ligio alla liturgia da paramenti e incensi di santa romana chiesa, eppure stavolta sembrava esserci altro a galleggiare nel cielo grigio. Qualcosa di nuovo, troppo nuovo e sconcertante. Nel pub entra James sporgendo il naso in avanscoperta, secco, ulivigno, inforca spesse lenti da miope, la maglietta con un' abbozzata "union jack". L’amico di una vita, dalla scuola, allo sballo di serate senza ipotesi, agli spalti simmetrici di Ibrox. Dietro di lui arriva il “vecchio” Allan, irrompendo nel pub col piglio di un basso che sorprende soprano e tenore. Non occorsero spiegazioni, fu subito chiaro che, se era già fuori a quell’ora senza né cappello né bastone e in faccia mostrava un brutto colore e alle occhiate investigative rispondeva solo con un’epilessia delle mani, una cosa grossa doveva essere capitata davvero. Furono tutti in un balzo ai suoi fianchi per sorreggerlo mentre Tim accorreva con mezzo bicchierino di Glenlivet. Venne praticamente deposto come un Cristo sulla seggiola più vicina. Sbalordimmo, poiché nella voce insieme alla indignazione che ne svisava i toni fino al falsetto, inequivocabilmente un gorgoglio di riso squittiva da far pensare che quanto ci veniva raccontando non lo facesse soffrire più di quanto lo divertiva e che comunque la "disgrazia", lo avesse si, sulle prime accasciato, ma trasformatolo subito dopo in elettrica marionetta. Insomma, cosa diavolo era accaduto?

Bisogna ripartire. Non cercate termini di paragone. Non lì troverete. Questo è un affare per stomaci forti. Noi galleggiamo sulla superficie liscia del semplice antagonismo sportivo, l'Old Firm scende in profondità, giù fino ai cromosomi di un popolo, fino alle ragioni di una comunanza forzata decisa dalla fame e dalle opportunità. Il trionfo delle conseguenze non volute. A Glasgow c'è una data d'inizio a tutto questo. Iniziate a cercarla a Gallowgate nel sud est della città. Edilizia popolare e negozietti a buon mercato che sventolano bandiere irlandesi. Sui pub troneggiano scritte in onore dei “Lisbon Lions 1967”, l'anno in cui il Celtic vinse la Coppa dei Campioni a Lisbona contro l'Inter di Helenio Herrera e contro i pronostici. Prima squadra non latina a farlo. Prima, sopratutto degli inglesi, che marceranno d'invidia e dovranno aspettare la stagione successiva per festeggiare, nella notte di Wembley, di Bobby Charlton e del Manchester United. “Qui troverete ovunque questa scritta”, - ti dicono orgogliosi. Qui, si riversarono navi di emigranti provenienti dall'Irlanda a seguito della penosa carestia delle patate scoppiata nella metà del XIX secolo e che causò la morte di quasi un milione di irlandesi. Ad attrarli il grande porto di Glasgow, i suoi moli, i suoi cantieri navali. Da qui, e non solo da qui, il Regno Unito è partito per il mondo e se lo è portato a casa. In breve, l'afflusso immigratorio definì ancora meglio la fisionomia della città. Operaia, proletaria, e laburista. Un giorno fratello Walfrid, nome religioso di Andrew Kerins, irlandese nato a Ballymote nel 1840 e anche lui emigrato nella cittadina scozzese viene convocato dal suo arcivescovo che ha in mente di creare ciò che ha già preso piede a Edimburgo. Ciò che già funziona con l'Hibernian. Una squadra di calcio che raccolga fondi da devolvere in beneficenza ai bambini più sfortunati: Poor Children's dinner table. Walfrid è entusiasta del progetto. Si darà subito da fare; affitta per 50 sterline un lembo di terra accanto al cimitero di Janefield, proprio nella zona di Gallowgate, e lo trasforma in un empirico campo da calcio. 
Nel 1888 partorisce la sua “creatura”, al grido di “viva San Patrizio”. È nato il Celtic Football Club. È nata una “banda di straccioni” che gioca accanto alle lapidi sbrecciate di un camposanto, con una maglia bianca e verde e un quadrifoglio come emblema. Diventerà icona, simbolo, rifugio, ed eccellenza sportiva. Ma intanto la massiccia iniezione di manodopera irlandese non poteva non provocare reazioni in città. Dell'altra faccia della città. Quella protestante, e presbiteriana, quella delle prediche infuocate di John Knox a una platea che lo ascolta ma non si muove. Perché farsi il segno della croce è da fanatici, da adulatori del Papa e delle sue politiche d'interesse, da fondamentalisti cristiani, da superstiziosi cattolici. Le braccia locali si vedono sfilare posti di lavoro e stipendi. Irlandesi e scozzesi. Cugini di genesi celtica. Troppo simili per non odiarsi. La religione, la politica, ma non solo. Ne nasce un attrito che il tempo provvederà ad accrescere e amplificare.

Nel 1872 erano nati i Rangers, anche se alcune cronache non collimano con questa data. Quello che è certo e che nascono dalle idee di quattro padri fondatori. I fratelli Moses e Peter McNeil, Peter Cambell e William McBeath. I primi due sono figli di un giardiniere che lavora presso la residenza estiva di John Honeyman, un mercante di grano. Per il nome si ispirano a una squadra inglese di rugby, per i colori al blu scozzese che gli anni a venire macchieranno di una britannicità palesemente ostentata da venature bianche e rosse. I colori della Union Jack. Mentre i cori racconteranno della battaglia di Boyne e di quando Guglielmo d'Orange sconfisse il re cattolico Giacomo II. Prima partita contro il Callander FC con pareggio finale a reti inviolate. Sedi vacanti e provvisorie per i primi anni, poi dal 1899 arriva definitivamente il quartiere di Ibrox e uno stadio progettato del celebre architetto Archibald Leitch. Diventerà il tribunale del popolo. Ibrox, Govan, South Side, salsedine, brividi freddi, gabbiani rauchi, i cantieri navali di Gorbals, e cieli neri per il fumo costante delle ciminiere. Sarà il riflesso opposto a Gallowgate. Oggi Govan è mestamente fatiscente ma la zona adiacente di Pacific Quay è stata oggetto di uno straordinario lavoro di rinnovamento, dal Glasgow Science Centre, al Riverside Museum, agli studi della BBC. Dalla fondazione dei due giganti calcistici della città, dal loro primo match ufficiale disputato nel maggio del 1888 (un amichevole si noti bene) malgrado numerosi segnali di distensione, la rivalità è cresciuta costantemente. Dissidi, rancori, incidenti e un episodio fra i tanti che ha destato l'attenzione di tutto il mondo.

Thomson Street, lunga teoria di case squadernate nell’est di Glasgow, più lontana di quanto si pensi dalle luci di Buchanan e Argyle Street, la mansarda è in cima a una di quelle palazzine dal colore indefinito, quasi minerale, è colma delle note dei Simple Minds, la voce chiara di Jim Kerr e il riff tagliente della chitarra di Charlie Burchill. Tutto partì da quel loro primo album "Life in a Day", rilasciato nel 1979, segnale indiscusso del loro talento musicale. Il sound punk rock combinato con elementi di elettronica adesso, dieci anni dopo, risuona con Belfast Child. Seán vorrebbe approfondire ancora una volta il tepore del corpo di Orna, la ragazza in piedi a due passi da lui, tenta di carezzarle piano i capelli, ciclamini di respiro, Orna si ritrae, ha la fronte larga bianca come le scogliere d’Irlanda, sotto una coppia di occhi azzurri e silenziosi, osserva Seán con aria di cocciutaggine e sazietà, la loro storia sta giungendo al termine, anzi è finita, la loro alcova ormai un nido consunto di un amore sbocciato sulle tribune ovali e oracolari di Parkhead nel solito putiferio, consueto, della "Jungle". Seán osserva le pozze d’acque dalla finestra, brillano come pupille che non sembrano intenerirsi in vezzi di fiume, le storie scappano via nel destino di parole storte, bizzarre, atte a corrompere, sono le linee oblique del nostro personale juke box di ricordi programmato a disobbedire, specchio portato a spasso o lasciato in soffitta come il ritratto di Dorian Gray. Porco cane di quel re pagliaccio, sussurrato alle canne di un fosso, quell’ impostura, quell’acquaforte morsa appena dall’acido del possibile, nell’assemblea di Guinness. Solo per un attimo, - le dice,- ma ci siamo anche io e te in quell’inquadratura. Forse adesso dovrei ridere di quel pomeriggio; nell’istante in cui "Mo" Johnston ci fotte al novantesimo io perdevo te. Ti vedevo sparire a poco a poco, trascinata dolorosamente fuori dall’onda umana dei tifosi che per non subire altra onta uscivano trafelati e corruschi da Ibrox. Mi guardavi, sospinta verso l’uscita, come scusandoti per quella tristezza. 
Lasciarsi in quello stadio per un litigio su quel rosso di merda che si era voluto mettere la maglia dei Rangers per dei sacchi di sterline in più era una cosa da idioti. Ecco perché, quando segnò, in fondo non immaginavo di chiudere in un modo così improbabile la nostra storia. “Good things come to those who wait”
Lui parlava dell’Old Firm e io pensavo a noi. Già seppi che disse proprio così il telecronista mentre Johnston stava per colpire il pallone decisivo. Lo vidi qualche giorno dopo sul nuovo TV color della Philips appena comprato dai miei per sostituire il vetusto apparecchio in bianco e nero. A questo proposito c’è una cosa che penso, mi fa star male e paradossalmente mi fa sorridere: hai mai pensato che ogni tifoso dei maledetti Rangers di tanto in tanto, andrà a cercarsi la videocassetta di quella rete e si commuoverà? Tutti quanti quei maledetti "huns" insomma, alle volte, si rifugeranno in quel giorno bislacco della nostra vita per essere felici. Assurdo. Seán guarda l’alba, le ombre di case che resistevano ancora al giorno, sullo sfondo la sagoma del Celtic Park, nello adesso stereo gira Angel of Harlem degli U2, Orna esce, c’è suo fratello Liam a prenderla. Bottiglie vuote, zodiaci sul soffitto, mentre sul muro un timido sole comincia ad accarezzare il poster di Paul McStay, “The Maestro”.

La notizia pareva già nell’aria fetida, ma pare che un quotidiano di Belfast, il Telegraph (tanto per far capire che una parte consistente di Old Firm si gioca in Irlanda del Nord) aveva annunciato per primo che i Rangers, sotto la pressione del loro allenatore Graeme Souness, vogliono venire meno alla loro storica “unwritten rule” di non tesserare giocatori di fede cattolica. 
Era ufficialmente aperto il caso Maurice Johnston. Maurice John Giblin Johnston, per tutti “Mo”, nasce a Glasgow il 14 aprile 1963. Rossiccio di capelli, qualche lentiggine e lo sguardo di chi conosce le insidie della strada. È cattolico oltre che calciatore promettente. Per uno di quelle parti il Celtic sembrava la destinazione naturale. Ci arriverà nel 1984 e in tre anni collezionerà 140 presenze siglando 52 reti. Poi arrivano le sirene francesi e l’esperienza nel Nantes. Nella Loira non smarrisce le sue doti di bomber facendo intendere di non voler più tornare, anzi no, improvvisamente rilancia il suo amore per il Celtic e dichiara che rivuole Parkhead. Frank Mc Avennie, il suo sostituto, se ne ritorna al West Ham. E Johnston tornerà a Glasgow, sì, ma nella parte blu. Una bella merda di problema. Souness risponderà alle domande dicendo:

“Sono scozzese e protestante, capisco certe cose, ma nel calcio come nel mondo moderno non devono contare, io ho il dovere di scegliere i più bravi e poi ho sposato una cattolica figuriamoci se avrò problemi ad allenarne uno”.

Anche il neopresidente David Murray avalla la scelta del “padrino di Edimburgo”. I tifosi no. Di ambo le parti. Per quelli del Celtic è semplicemente un “Judas” un maledetto traditore. E mentre dall' East End volano offese e minacce, sui cancelli di Ibrox bruciano le sciarpe dei Rangers e vengono stracciati gli abbonamenti. Edminston Drive viene presa d'assalto. Il 13 luglio fu una notte infinita, urla, rabbia e tanta polizia. Nemmeno una subdola regia occulta avrebbe fatto meglio, siamo infatti nel bel mezzo delle marce orangiste a Belfast. Benzina sul fuoco. Johnston fu costretto a difendersi da tutti. Da quelli dei Rangers, e da quelli del Celtic. Per muoversi avrà bisogno di tre guardie del corpo. Stessa storia per la moglie e i quattro figli. Fu persino costretto a prepararsi da solo la divisa da gioco in quanto anche il magazziniere dei “gers” si rifiutava di farlo. Billy McNeill l'allenatore del Celtic non avrà mezze parole:

“Non lo posso perdonare e credo che nemmeno i fans lo faranno mai perché ha mancato di rispetto a tutti a noi e alla nostra causa”.

4 novembre 1989, ad Ibrox, andò in scena l’Old Firm, il pubblico di casa parve ambiguo, prudente, Johnston apparve dal tunnel degli spogliatoi con un riso stizzoso, nell’abbrivio di scorgere il raccapriccio, fragorosamente evitato ai primi cori, ed evitato lo scandalo, cadde ogni verginità, ogni caldana di gelosia, anzi furono calori e ovatte nuziali, lui rosso come un lume di carro nottambulo, lui per gli altri solo bivacco di ladro di passo, “opus incertum” delle facce, colpi proibiti. I Rangers scendono sul terreno con Woods, Stevens, Munro, Brown, Wilkins, Butcher, Steven, Ferguson, McCoist, Johnston, Walters, il Celtic con Bonner, Morris, Burns, Aitken, Elliott, Whyte, Galloway, McStay, Dziekanowski, Coyne, Miller.

L’invocazione alla rete sforza le labbra, una spina d’apprensione, Johnston è un John Silver senza benda sull’occhio ma con la stessa follia piratesca, sterline o meno giocare in quella situazione sarebbe stato impossibile per molti, sgomita, anelante di dimostrare, nel rantolo dei 7500 tifosi ospiti barricati e fieri dietro i tricolori irlandesi, imballati nella Broomloan Stand dalla polizia dopo aver colpito Johnston in testa con un pasticcio di carne e intenti negli insulti d’addio. A un minuto dal termine tutto si scioglie nel singulto dell’azione: Stevens partì sulla fascia destra, Morris respinse in modo inadeguato il cross e la palla si contorse verso Johnston pronto a colpire rasoterra oltre Bonner. Alla pari di un'amante abbandonato il Celtic provò il dolore terribile di vedere il suo ex spezzargli definitivamente il cuore con il goal della vittoria a 60 secondi dalla fine; modo più crudele non poteva esserci. L’esultanza di Johnston è sfrenata, corre sotto il lato della curva occupata dai propri tifosi. Uno a zero e abbracci. Qualcosa era cambiato mutuando il film di Jack Nicholson ma nemmeno tanto, Johnston dimostrerà una forza di carattere notevole e se ne andrà da Ibrox solo nel 1991 dopo aver segnato 46 reti, qualcuna applaudita, qualcuna no perché appunto, mica tutti suonarono il flauto orangista di benvenuto per lui, ma la vicenda resterà pietra angolare nelle successive fasi della storia di questa partita, passione e scorza dura al tatto di qualunque ordinaria rivalità sportiva.

21 luglio 2025

UP the colors. "CELTIC GLASGOW. COME ON THE HOOPS" di Gianfranco Giordano

Glasgow è la più grande città della Scozia e si può considerare la capitale calcistica del paese, pur con tutto il rispetto per le squadre delle altre città che hanno scritto pagine gloriose di storia del football. Qui si è disputata la prima partita tra due squadre nazionali, 30 novembre 1872 sul prato dell’Hamilton Crescent, reti bianche tra Scozia ed Inghilterra e la Nazionale scozzese continua a giocare le sue partite in questa città. 
Il 9 luglio 1867 venne fondata a Glasgow la prima squadra di calcio scozzese, il Queen’s Park, negli anni seguenti cominciarono l’attività Rangers e Third Lanark nel 1872, Partick Thistle nel 1876 e Clyde nel 1877. In quegli anni di fine XIX secolo, i successi dell’Hibernian FC di Edimburgo ispirarono la comunità irlandese di Glasgow, in città e dintorni vivevano all’epoca 250.000 persone di origine irlandese, a fondare un club. A convogliare le forze fu Fratel Walfrid, un padre marista originario della contea di Sligo. Il 6 novembre 1887 si tenne una riunione presso la chiesa di St Mary’s a Calton, con l’intento di fondare una squadra di calcio, il cui scopo sarebbe stato quello di raccogliere fondi per la comunità più povera dell’East End della città. Durante la riunione vennero decisi denominazione e colori sociali, Celtic in onore delle origini dei fondatori, così come il verde ed il bianco colori dell’Irlanda. All’inizio l’Hibernian giocò diverse partite amichevoli con il Celtic e prestò anche alcuni dei sui giocatori al neonato club di Glasgow. 

Alla fondazione del Celtic avevano contribuito anche John Glass, un costruttore del Donegal, e Pat Welsh, un sarto dal passato non molto limpido. I due guardavano alla crescita del professionismo nel calcio inglese e nel 1888, senza l’approvazione di Fratel Walfrid e degli altri membri del direttivo del club, ingaggiarono otto giocatori dell’Hibernian offrendo loro un compenso economico, peraltro illegale. Le conseguenze per l’Hibernian furono catastrofiche ed il club di Edimburgo, privo dei giocatori migliori, andò vicino al fallimento. Il 28 maggio 1888 il Celtic disputò la prima partita ufficiale, un incontro amichevole contro i Rangers vinto 5-2, la prima rete venne segnata da Neil McCallum. All’epoca le partite tra i due club erano davvero amichevoli, la rivalità sportiva ed extra sportiva nacque più avanti, in questa occasione venne coniato il termine Old Firm. I Bhoys, la “h” venne aggiunta per una rappresentazione fonetica della pronuncia irlandese, scesero in campo con una maglia bianca con collo a camicia verde chiuso da laccetti, sul petto un ovale rosso con al centro una croce celtica verde, pantaloni neri e calzettoni neroverdi a righe orizzontali. Nella stagione 1889 e seguente la maglia divenne bianco verde a strisce verticali con collo a girocollo chiuso da bottoni, pantaloni neri e calzettoni neri come da uso dell’epoca. Nella stagione 1891/92 maglia quasi uguale con collo a girocollo bianco chiuso da laccetti, i pantaloni diventano bianchi mentre i calzettoni rimangono neri. Intanto il 20 agosto 1892 viene inaugurato il Celtic Park, stadio che ancora oggi ospita le partite dei Bohys, la terra per il campo arrivava dal Donegal. Dal 1893, e fino al 1898, il colletto diventa a camicia bicolore chiuso da bottoni, i pantaloni sono neri. Nella stagione 1898/99 colletto bianco a girocollo chiuso da laccetti, i pantaloni sono di nuovo bianchi.

Nelle stagioni 1901/02 e seguente il collo, sempre di colore bianco, è a camicia chiuso da laccetti, i pantaloni sono bianchi ed i calzettoni verdi. Il 15 agosto 1903, vittoria 2-1 contro il Partick Thistle, arrivano finalmente le righe orizzontali, gli hoops, che caratterizzeranno il Celtic fino ai giorni nostri. Era una maglia molto semplice, bianca e verde a righe orizzontali con collo a girocollo chiuso da tre bottoni, pantaloncini bianchi e calzettoni neri. Ci sono anche versioni con il collo chiuso da laccetti, nel corso degli anni compaiono risvolti verdi o bianco verdi sui calzettoni. Nelle stagioni 1919/20 e seguente il collo è a camicia di colore bianco, poi si torna alla versione precedente che rimane in voga fino alla stagione 1935/36, a partire dalla stagione 1932/33 i calzettoni diventano biancoverdi a righe orizzontali. Dal 1936/37, e fino alla fine del 1962 la maglia presenta un collo a camicia bianco chiuso da bottoni, i calzettoni sono verdi con due sole righe bianche. Dall’inizio del 1963 fino alla fine della stagione 1971/72 collo a girocollo bianco, i calzettoni nel frattempo sono diventati bianchi, la vera divisa del Celtic, il kit con cui gli Hoops vinsero la Coppa dei Campioni a Lisbona il 25 maggio 1967. Un successo storico, la prima coppa con le grandi orecchie vinta da un club britannico, in quella finale scesero in campo undici giocatori nativi di Glasgow e dintorni, anche l’allenatore Jock Stein era nato nei dintorni della città. In quella stagione il Celtic vinse tutte e cinque le competizioni a cui partecipò. Il primo aprile 1970 il Celtic gioca ad Elland Road la semifinale di andata di Coppa Campioni contro il Leeds United, entrambe le squadre hanno pantaloncini e calzettoni bianchi. L’arbitro, il tedesco occidentale Gerald Schulenberg, non solleva problemi per la maglia biancoverde ma impone agli ospiti di cambiare i calzettoni, gli Scozzesi non hanno al seguito abbigliamento supplementare e tocca ai padroni di casa intervenire prestando agli ospiti dei calzettoni di colore rosso arancio che davano al Celtic l’idea di indossare i colori della bandiera irlandese. 

Quindici giorni dopo toccò al Leeds United giocare con i calzettoni rosso arancio, per la cronaca il Celtic vinse entrambe le partite. Nella stagione 1972/73 compare il tipico collo a camicia chiuso davanti da un triangolo, il tutto di colore bianco, molto in voga nei paesi britannici in quegli anni. Nella stagione 1976/77 la maglia è invariata ma compare per la prima volta il logo del fornitore, la britannica Umbro, mentre nella stagione successiva compare lo stemma sociale che rimarrà per sempre sulle divise dei Bohys. Nell’autunno del 1979 compare un collo a V, completamente bianco, sulle divise bianco verdi, dalla stagione 1982/83 il bordo a V avrà una striscia verde in mezzo. Nella stagione 1984/85 arriva per la prima volta il logo di uno sponsor commerciale, la fabbrica di infissi e verande CR Smith che sarà sponsor del Celtic per molti anni. Nella seconda metà degli anni 80 le maglie cambiano ogni biennio e dagli anni 90, sempre per motivi commerciali, ci sarà una nuova maglia ogni stagione. Nonostante le maglie in continua evoluzione il Celtic è riuscito a mantenere uno stile sobrio e tradizionale, molto belle le maglie Umbro della metà anni 90, all’intermo delle righe verdi erano riportati il logo del fornitore prima ed il nome del club poi. Nel biennio 2001/2003 compare per la prima volta un inserto nero nel collo, riproposto in altre due occasioni nelle stagioni successive, questa è la maglia della finale di Coppa UEFA 2003 persa a Siviglia contro il Porto. Nel 2005, dopo trentanni, cambia il fornitore delle divise, si passa dalla Umbro alla Nike. L’azienda statunitense nei primi anni si mantiene in linea con la tradizione poi lancia due maglie un po’ diverse, nella stagione 2012/13 disegno classico e pulito ma con righe più sottili rispetto al solito, questa è la stagione del 125° anniversario del club, ricorrenza ricordata da un logo particolare, lo sponsor commerciale è molto più piccolo del solito, mentre nel biennio successivo le righe sono nuovamente spesse ma, viste da vicino, ogni riga è composta da sette righe verdi molto sottili. A questo punto è necessario aprire una parentesi sulla numerazione dei giocatori del Celtic. La prima squadra ad indossare maglie numerate è stata l’Arsenal nel 1928, su indicazione del manager Chapman, in Scozia i numeri divennero obbligatori per tutte le squadre nel 1950, per tutti ma non per il Celtic. Il segretario del club Robert Kelly si oppose alla numerazione, asserendo che i numeri sulla schiena avrebbero rovinato l’estetica della maglia, come dargli torto? Solo il 14 maggio 1960, in una partita contro lo Sparta Rotterdam, comparvero i numeri ma sui pantaloncini e non sulle maglie. Il 6 agosto 1960, partita a Sedan per un torneo amichevole, vennero proposti dei numeri gialli sulla maglia a cerchi, ma il risultato fu deludente così si continuò a giocare con i numeri sui pantaloncini, davanti e dietro di colore verde. Il 5 novembre 1975, per obbligo della UEFA, i numeri comparvero per la prima volta sulle maglie in una partita ufficiale, match di ritorno di Coppa delle Coppe contro il Boavista. All’inizio della stagione 1994/95 la Scottish Football League impose al Celtic di mettere i numeri sulle maglie, il club rispose all’obbligo inserendo i numeri sulle maniche ma dopo poche settimane, in seguito ad un’ulteriore specifica della SFL, i numeri vennero messi sulla schiena dei giocatori. Fino agli anni 70 il Celtic ha giocato molto raramente con una divisa alternativa, probabilmente veniva usata solo nel caso di partite con altre squadre che indossavano maglie a righe orizzontali. Dal 1910 fino al 1936 vennero usate maglie verdi, in alcuni casi con collo bianco e non mancarono righe orizzontali o V sempre di colore bianco. Eccezioni al verde nelle stagioni 1925/26, maglia completamente bianca, 1926/27, maglia a scacchi biancoverdi, e 1929/30, nuovamente maglia bianca. Dopo la seconda guerra mondiale, stagione 1948/49, venne usata una maglia bianca con collo verde a camicia e trifoglio sul petto, dalla stagione seguente e fino al 1964 vennero aggiunte le maniche verdi. Dal 1964/65 si tornò alla maglia verde con pantaloncini dello stesso colore, molto elegante la divisa all green. Negli anni 70 ed 80 vennero indossate perlopiù maglie di colore giallo o verde, eccezioni la maglia ner verde a strisce verticali dal 1973 al 1976 e la maglia bianca della stagione 1982/83. Molto apprezzate le maglie verde acqua con bordi verdi abbinate a pantaloncini e calzettoni verdi usate nel triennio 1983/86. Nei tempi moderni anche le divise alternative hanno avuto un continuo cambiamento ma i colori usati sono quasi sempre stati nero, giallo, verde e bianco. Per la stagione 2016/17 è stata proposta un’inusuale maglia fucsia come terza divisa, riprende il colore dei biglietti per la finale di Lisbona per ricordare i cinquantanni del trionfo europeo. La maglia dei portieri del Celtic fino ai primi anni 90 è sempre stata verde o gialla, venne usato anche il rosso con una certa frequenza negli anni 60 e 70. Negli anni 90, erano gli anni dei portieri vestiti come tubetti di Smarties, si perse la tradizione, recuperata negli ultimi anni in cui è stato inserito il grigio con una certa frequenza.

Sulla maglia degli esordi, 1888/89, era presente una croce celtica. Nella stagione 1925/26 sulla divisa da trasferta venne ricamato un trifoglio verde, sempre le origini irlandesi. Il trifoglio ritornò, solo sulle divise da trasferta, tra il 1948 ed il 1964. Lo stemma sociale venne introdotto in maniera definitiva nel 1977/78, un quadrifoglio verde in campo bianco circondato da un bordo verde importante con all’interno denominazione ed anno di fondazione del club. Nel 2007, per ricordare il quarantennale della vittoria di Coppa dei Campioni, piccolo restyling del logo con la denominazione rimpicciolita e l’aggiunta di una stella a sopra lo stemma. Nella stagione del centenario venne creato uno stemma apposito, una croce celtica a sormontare il quadrifoglio all’interno di un cerchio con le date a ricordare i cento anni di vita del club. Il quadrifoglio venne usato per la prima volta nel 1908 quando il presidente del club fece coniare una medaglia con un quadrifoglio, per premiare i giocatori che in quella stagione avevano vinto quattro trofei, Scottish League Championship, Scottish Cup, Glasgow Cup e Glasgow Charity Cup. Il logo con il quadrifoglio venne usato nuovamente nella stagione 1935/36, stampato sul porta abbonamento, negli anni successivi divenne lo stemma ufficiale che accompagnava le pubblicazioni del club.

Nel catalogo HW del Subbuteo il Celtic è il numero 25, classica divisa a cerchi bianchi e verdi con calzoncini e calzettoni bianchi. E’ presente anche la versione da trasferta di metà anni 70, numero di catalogo 78, la maglia a strisce verticali nere e verdi con calzoncini e calzettoni neri. di Gianfranco Giordano, (thank you to https://www.kitclassics.co.uk)

29 aprile 2025

"SCOTTISH PRIDE. Dalle origini alla moderna premiership" di Luca Di Lullo & Marco Scialanga (Urbone), 2021

"Scottish Pride" è metaforicamente un pallone di cuoio che vola oltre il Vallo di Adriano e atterra tra le magiche terre delle High e delle Lowlands. Popolo ma non Nazione, in eterno conflitto tra il dire e il fare, gli abitanti della verde Scozia - a sua volta Patria ma non Stato - sopravvivono a loro stessi aggrappandosi all'incrollabile orgoglio per rialzare sempre la testa quando tutto sembra essere ormai perduto, anche sui campi di calcio. Un sottile e prezioso "filo di Scozia" che unisce le gesta di William Wallace alle imprese dei Wembley Wizards capaci di umiliare i maestri inglesi a casa loro, a quelle del Celtic che annienta la grande Inter di Helenio Herrera nel magico pomeriggio dei "Lisbon Lions"; la cavalcata dei Glasgow Rangers che prima strapazzano, quindi rischiano e, infine, gioiscono contro la corazzata sovietica della Dinamo Mosca e lo splendido Aberdeen di Sir Alex Ferguson, che annichilisce niente meno che l'armata Real Madrid. Un divertente viaggio alla scoperta delle squadre che hanno contribuito a scrivere la storia del "Football" in Scozia.

7 marzo 2025

1988 IL CENTENARIO DEL CELTIC GLASGOW. C'ero anch'io..



Gli eventi si susseguono a catena. Siamo ad inizio stagione 1987/88, l’anno del centenario per il Celtic. Dopo aver affinato l’amicizia con David di Glasgow, entro in contatto con Claudio di Lugano, come appassionato del Celtic e del mondo che lo circonda. Il sogno resta quello di un viaggio a Glasgow, ma la mia giovane età (non era semplice partire da solo a quei tempi ..) e la sua paura dell’aereo sembrano ostacoli insormontabili. Per cui l’unica occasione di vedere dal vivo le mitiche hoops è accettare l’invito a casa di Claudio nel weekend pasquale per assistere a un torneo che vede coinvolta la squadra riserva, allora guidata dal mitico Bobby Lennox. Ma si sa che l’appetito vien mangiando e tornato a casa gasato ed orgoglioso, ricevo un pomeriggio una telefonata incredibile. “ciao Ale, sono Claudio, andiamo a Glasgow?”. Mi tremarono le gambe quel giorno (lo ricordo ancora). 
Dopo un consulto familiare (fatto per lo più di preghiere), ho finalmente l’ok. Claudio pensa ai dettagli del viaggio, che faremo in treno (che culo, ho i biglietti gratis) e giovedì 5 maggio 1988 alle ore 13.31 salgo sul treno che da Verona mi porterà a Lugano. L’appuntamento è per le 17.15 orario di partenza del treno per Zurigo, dove poi prenderemo un altro treno per Parigi. Poi Londra e quindi Glasgow. 
Ore 17.00: dopo un breve giro a piedi per il centro storico di Lugano risalgo in stazione in attesa dell’arrivo di Claudio. Passano i minuti e lui non arriva; comincia la paura, la tensione l’angoscia, per il fatto di aver accarezzato un sogno. 17.13: arriva il treno; Claudio non si vede. 17.14, 17.15: ecco l’annuncio della partenza. Che fare? Parto da solo? Non saprei dove andare. Torno a casa? Che figura di merda con tutti (e sono tanti) quelli che mi sanno diretto a Glasgow. Il controllore è pronto sugli scalini a salire sulla carrozza. “Ale, Sali presto!!!” wow. Da un’entrata della stazione arriva Claudio di corsa, con la faccia rigata dalle lacrime. “ma dove cazzo sei stato?” chiedo io. Sul treno lui si affaccia al finestrino e io mi rendo conto di quello che è successo; sull’altro lato della stazione ci sono moglie e figlie che piangono la sua partenza. Tappa a Zurigo; vagone letto fino a Parigi; poi da Parigi a Boulogne s/m dove passiamo la manica in hovercraft e finalmente tocchiamo a Dover il suolo di Gran Bretagna. 

Non mi sembra vero. Siamo comunque sempre di corsa. Da Dover a Londra; cambio di treno; metropolitana fino a Euston; poi alle 15,30 intercity per Glasgow. La frenesia sale, si parla poco, e solo del Celtic. Ore 20,30 arrivo alla stazione di Glasgow. Pochi minuti ed arriva David che ci accoglie come 2 fratelli; tappa al ristorante e poi ospiti a casa sua. E’ venerdì 6 maggio 1988; inizia la mia avventura in biancoverde. Sabato mattina visitiamo il mercato di Barra’s dove si trova di tutto (un mercato delle pulci). E’ una full immersion con i tifosi del Celtic. Gli amici di David diventano automaticamente i nostri amici. Poi si passa al pub per l’ultimo sorso. Quindi via verso Celtic Park per l’ultima gara di campionato contro il Dunfermline Athletic. Non c’è il biglietto; paghi direttamente alla cassa l’operatore fa scattare il girapersone; si entra. Ricordo ancora l’odore di fritto e acido, la pelle d’oca nel posizionarmi nella jungle. Guardo sopra la testa; il balcone riservato alle telecamere della BBC è vuoto. “oggi 23 sciopero, no tv” mi dice il David. “porca puttana” esclamo io, ma tanto nessuno capisce.
Nessun filmato che testimoni il fatto d’esser stato qui. E dopo si canta, si impreca, ci si alza sulle punte delle scarpe (siamo in piedi e io sono piccolo). Segna Morris, si gioca su un campo spelacchiato. Il gioco non è entusiasmante, ma l’apoteosi è all’inizio, quando tutta la rosa sfila mostrando il trofeo di campione di scozia, vinto qualche settimana prima. Finisce Celtic 1 Dunfermline 0 si esce (lo stadio si svuota in meno di 5 minuti) e via al pub a festeggiare. Non riesco a pagare nemmeno un bicchier d’acqua; gli ordini sono tassativi: per noi due è tutto gratis!! Vogliono sapere tutto di noi; ma io parlo pochissimo inglese e capisco ancora meno. Mi aiuta Claudio, che sembra uno di loro, con la sua chioma rosso irlandese. Alla fine però le canzoni riesco ad impararle. E torno a casa con programma, spille, adesivi, tutti trofei storici per me. La settimana che porta alla finale di Coppa di Scozia la passiamo fra Glasgow, Edinburgo, le Trossach, Loch Lomond, una sera a teatro a vedere (manco a dirlo) the Celtic story, serate presso i vari pub sede dei club di tifosi.  Che vita ragazzi!! non si può volere di più. Sembra proprio di vivere fuori dalla realtà. Guardi, ammiri, tocchi; visitiamo il Celtic Park dove ci accolgono con calore. Il fatto di arrivare da così lontano ci rende speciali, alla stregua di marziani. “Ale, sveglia”
E’ sabato mattina, 14 maggio 1988, il gran giorno. Si va a Glasgow per una parade delle bande irlandesi attorno a quartiere di Parkhead. Mi guardo attorno e vedo tutte facce convinte. La fede qui è unica: irlandese. Si finisce al pub prima di mezzogiorno; si comincia a bere. Poi in pulman si parte per Hampden Park
Quanti saranno gli scozzesi senza biglietto? Io, giunto in treno per la prima volta, ho il mio tagliando (che conservo ancora): “Hampden Park – 1988 Scottish Cup Final tie.”

























Arriviamo. Si salgono le immense scalinate che portano alla Jock Stein Section; che brivido. Ci posizioniamo nella marea biancoverde che avevo visto prima di allora solo in televisione: ci sono anch’io, lì con la mia maglia del Celtic che data stagione 1982/83. Primo tempo senza emozioni, se non per il fatto che il Celtic non schiera Pat Bonner in porta ma la riserva McKnight. Inizio ripresa: contropiede del Dundee United; goal. Nooooo !! il fragore dei tifosi del Dundee rimbomba ancora più forte di quello che potrebbe essere in realtà. Penso: 2.000 km per arrivare a vedere una finale persa. Dopo 5 minuti Roy Aytken ferma un contropiede e viene ammonito. “shit, we’ll be out for the replay” . questo l’ho capita benissimo. “sarà squalificato per il replay di giovedì.” Ma come??! Stiamo perdendo, giochiamo male, nessun tiro in porta e sti qua pensano al replay ??? robe da matti. 
Eh sì perché matti sono, come me che sono da Verona. Comincia l’assedio; la porta è sotto la nostra curva. Ecco finalmente l’atmosfera che ho respirato solo in tv. E stavolta ci sono dentro. L’adrenalina penso sia a 1.000 (se esiste questo valore). Miller a sinistra, palla a Rogan, cross, Thompson a vuoto, testa di MacAvennie: gooooooooooooolllllll!!!!!! 
Mi ritrovo sotto un mucchio, tutti urlano, mi tirano. Per fortuna ho salvato gli occhiali. Da lì in avanti si susseguono canti e urla, è impossibile parlare. 89’: angolo di Miller, palla 24 bassa a Stark che batte al volo: deviazione, destro di MacAvennie: goooooolllll !!!! Siamo nella storia. E io, Alessandro Boretti, 21 anni compiuti il giorno dopo, mi porto a casa il regalo di compleanno più bello della mia vita biancoverde.
di Alessandro Boretti, da "UK Football please"

26 febbraio 2025

"MEN IN RED. KENNY DALGLISH" di Davide Pezzetti



























Sulle questioni calcistiche Bill Shankly raramente sbagliava, ma quando un biondo scozzese quindicenne si presentò ad Anfield per un provino, il manager si lasciò sfuggire dalle mani quello che per molti divenne il più grande giocatore britannico di sempre. 
Era l’agosto del 1966, l’Inghilterra era fresca di titolo mondiale e Shankly stava forgiando la squadra che sarebbe presto diventata la più vincente della storia del calcio inglese.
Il biondino quel giorno giocò per la squadra B del Liverpool contro le riserve del Southport. Vinserò i primi per 1-0, ma il giovane scozzese non venne più ricontattato. Anni dopo Shankly lo rivide giocare e montò su tutte le furie. Mai errore venne pagato a prezzo cosi’ alto dal Liverpool. Bob Paisley dovette sborsare la cifra (record per il calcio inglese) di 440.000 sterline per assicurarsene le prestazioni nel 1977, dopo l’addio di Kevin Keegan.
Il biondino si chiamava Kenneth Mathieson Dalglish, per tutti Kenny.

Nato a Dalmarnock (zona est di Glasgow) il 4 marzo 1951, Dalglish crebbe nella zona del porto di Govan, a due passi da Ibrox Park. Il tifo per i Rangers fu una logica conseguenza. 
Il primo goal lo realizzò per la squadra della sua primary school, la Milton Bank. Poco dopo venne convocato per una selezione scolastica under 15 scozzese, segnando una doppietta al debutto nella vittoria per 4-3 contro una pari selezione nordirlandese. L’apparizione successiva avvenne contro l’Inghilterra e sul quotidiano “People” apparve un articolo dedicato alla partita in cui Kenny venne definito “un brillante giocatore”
Sul fatto che Dalglish sarebbe diventato un professionista nessuno nell’ambiente ebbe mai alcun dubbio. La domanda era: per chi avrebbe giocato? Egli avrebbe fatto carte false per indossare la maglia blu dei Rangers, dai quali pero’ non venne mai chiamato. 
Dopo infruttosi provini con il Liverpool (come abbiamo visto) ed il West Ham, Dalglish, figlio di un ingegnere protestante, si ritrovò alla fine ad indossare la maglia bianco verde del Celtic Glasgow.
La firma del contratto avvenne nel luglio 1967, non senza un episodio divertente. Sean Fallon, assistente del manager Jock Stein, raggiunse la casa dei Dalglish in auto insieme alla moglie Myra ed ai tre figli. Una volta arrivato, convinto di non impiegare molto tempo per la firma del contratto, pregò la famiglia di attenderlo in auto. Senonchè il povero Fallon ritornò con il contratto firmato solo dopo 3 ore, dovendo a quel punto fare i conti con il pianto dei figli affamati e con l’ira della moglie: quel giorno era il loro anniversario di matrimonio!
Dopo un primo anno passato in una squadra satellite, il Cumbernauld United, Dalglish divenne definitivamente professionista nel 1968, quando iniziò a giocare nelle riserve del Celtic, in un team di tale qualità tecnica da essere soprannominato “Quality Street Gang”
Tre anni dopo arrivò la promozione in prima squadra. A quei tempi il Celtic dettava legge, non solo in Scozia ma anche in Europa (nel 1967 fu la prima squadra britannica a laurearsi campione d’Europa, ai danni della favoritissima Inter e con una squadra composta solo di ragazzi nati a meno di 40 km dal centro della città).
Stein aveva sempre avuto un occhio di riguardo per il giovane Kenny. Alla fine gli concesse una chance schierandolo in un’amichevole contro il Kilmarnock. Il risultato finale di 7-2 non rappresentò certo una novità per il calcio scozzese, non fosse per il fatto che Dalglish segnò 6 goal!
Il 1971 fu un anno di soddisfazioni sportive ma non solo: Kenny fu testimone della prima delle tre grandi tragedie che segnarono la sua carriera di giocatore e poi di manager. Durante un “Old Firm” in cui Dalglish era in panchina, la vecchia Stairway 13 di Ibrox crollò, causando la morte di 66 tifosi. Nel 1972/73 Dalglish, ormai titolare fisso, fu il miglior marcatore della squadra con 41 goal stagionali, iniziando a manifestare il suo marchio di fabbrica: la capacità di difendere palla spalle alla porta. 
Nel 1975/76 venne promosso capitano. Nonostante la personale soddisfazione per l’investitura, quello fu un anno da dimenticare: Stein rimase gravemente ferito in un incidente stradale ed il Celtic non portò a casa trofei per la prima volta dopo 12 anni. La stagione successiva Stein ritornò al timone ed i biancoverdi conquistarono il double campionato-coppa di Scozia. Dalglish stava però meditando l’addio: i giorni in cui il Celtic era competitivo anche fuori dalla Scozia erano finiti da tempo e Kenny aveva voglia di misurarsi con nuove sfide, possibilmente in una piazza dove poter lottare per la Coppa dei Campioni.
Nel frattempo aveva esordito anche con la maglia della nazionale. Il debutto avvenne nel novembre del 1971 in una vittoria per 1-0 contro il Belgio. Partecipò ai mondiali del 1974 in Germania, fornendo prestazioni sicuramente al di sotto dei suoi standard ed assistendo all’eliminazione della pur imbattuta Scozia al primo turno. Nell’estate del 1977 arrivò l’immensa soddisfazione di un goal a Wembley, goal che contribuì ad una storica vittoria sull’Inghilterra.
Quella fu anche l’estate dell’addio alla sua terra: dopo aver vinto cinque campionati, quattro coppe di Scozia, una coppa di Lega Scozzese ed aver segnato 167 goal, Dalglish, ambizioso e bisognoso di nuove sfide, fece i bagagli e partì in direzione Merseyside
Il Liverpool aveva appena vinto la sua prima Coppa dei Campioni, battendo il Borussia Moenchengladbach per 3-1 a Roma, in una finale in cui aveva indossato per l’ultima volta la maglia rossa il grande Kevin Keegan. Dalglish venne scelto da Bob Paisley per prenderne il posto, tra le perplessità di una tifoseria che in Keegan adorava un idolo assoluto e che vedeva come una sorta di usurpazione il fatto che il neo arrivato scozzese indossasse proprio la maglia numero 7. Un goal a Middlesbrough dopo sette minuti nella prima partita di campionato ed uno contro il Newcastle all’esordio ad Anfield fecero sparire ogni perplessità. L’incontro di Supercoppa Europea tra Liverpool e Amburgo, la nuova squadra di King Kevin, segnò l’ideale passaggio di consegne: Dalglish giocò da protagonista una partita in cui il Liverpool stracciò i tedeschi con il punteggio di 6-0. Un nuovo amore, destinato a durare più di vent’anni, era nato.
La prima stagione fu un trionfo per Kenny, che mise a segno ben 30 goal, compreso quello che stese il Bruges a Wembley nella finale che regalò ai Reds la seconda Coppa dei Campioni consecutiva e a Dalglish la realizzazione pressoché immediata del suo più grande sogno professionale.

























Il dibattito su chi fosse meglio tra Dalglish e Keegan era più attuale che mai. Tommy Smith, vecchio capitano dei Reds, e Bob Paisley non nascosero le loro certezze: lo scozzese era il miglior giocatore che Anfield avesse mai visto.
Lo stesso talento non venne invece mai espresso con la maglia della nazionale scozzese. Sia nel 1974 che nel 1978 Dalglish giocò i campionati del mondo ad un livello nemmeno paragonabile a quello espresso in maglia rossa.
Dopo la Coppa del Mondo in Argentina lo scozzese contribuì con 25 goal alla conquista del titolo, ottenuto dopo aver conquistato 68 punti (record per l’era dei 2 punti a vittoria) ed aver concesso la miseria di 16 goal. Ciliegina sulla torta, il premio di Calciatore dell’Anno. Erano anni di gloria ad Anfield: il Liverpool si confermò campione nel 1979/80, vinse quattro Coppe di Lega consecutive tra il 1981 ed il 1984, portò a casa altri 3 campionati consecutivi tra il 1982 ed il 1984 e soprattutto altre due Coppe dei Campioni, conquistate a Parigi contro il Real Madrid ed a Roma contro i giallorossi padroni di casa. L’unica conquista mancata fu quella del double campionato-FA Cup. Dalglish fu uno dei maggiori protagonisti in queste conquiste. A suggello di ciò arrivò un secondo titolo di Calciatore dell’Anno nel 1983.
La stagione 1983/84 fu la più fruttuosa in assoluto: nel giro di pochi giorni arrivarono ad Anfield lo Shield di campioni d’Inghilterra, la Coppa di Lega e, come detto, la Coppa dei Campioni.

La stagione successiva era destinata a rappresentare un punto di svolta per Dalglish: alla vigilia della finale di Bruxelles contro la Juventus gli venne comunicato che il board del club aveva intenzione di assegnare a lui l’incarico di player manager, in conseguenza dell’annunciato ritiro di Joe Fagan. In conseguenza degli eventi dell’Heysel il Liverpool dominatore continentale si ritrovava escluso dalle competizioni europee a tempo indeterminato e con una squadra da ricostruire moralmente oltre che tecnicamente: queste le condizioni scoraggianti in cui Dalglish debuttava da manager. Ciò nonostante, Kenny porto ad Anfield anche il titolo 1985/86, togliendosi pure la soddisfazione di realizzare personalmente il goal decisivo contro il Chelsea a Stamford Bridge. Per completare l’opera, i Reds riuscirono in un’impresa mai realizzata in precedenza nella loro storia: battendo l’Everton a Wembley per 3-1 conquistarono la FA Cup, suggellando il primo vero Double in 94 anni di storia. 
Il titolo di Manager of the Year a quel punto non fu certo una sorpresa! La stagione successiva Dalglish scoprì quanto ripetersi fosse molto più arduo rispetto a vincere la prima volta. Per gli standard di Anfield fu un’annata fallimentare: arrivò sì un secondo posto – dietro l’Everton campione – ma non vennero conquistati trofei. A rendere ancor più amara l’estate del 1987, la partenza di Ian Rush direzione Torino, sponda Juventus. Il manager ricostruì l’attacco acquistando due giocatori che avrebbero impresso il loro marchio di fabbrica negli anni a venire: John Barnes dal Watford e Peter Beardsley dal Newcastle.
Nella stagione 1987/88 tutto girò a meraviglia in campionato per il Liverpool, che eguaglio il record del Leeds di 29 partire consecutive senza sconfitte (serie interrotta, manco a dirlo, a Goodison Park) e portò ad Anfield l’ennesimo titolo di Campione d’Inghilterra. Sfuggì invece il secondo Double consecutivo, per mano della “Crazy Gang” del Wimbledon, che nella finale di Wembley si rese protagonista di una delle più grandi imprese dell’intera storia del calcio, battendo i superfavoriti Reds per 1-0. A pochi anni dall’Heysel un altro tragico evento era destinato ad abbattersi sulla gente del Liverpool nella primavera del 1989: in seguito ai noti fatti di Hillsborough morirono 96 persone. Si trattò della più grande tragedia nella storia del calcio inglese, che portò all’introduzione entro pochi anni di stadi contenenti solo posti a sedere. La tragedia ebbe un forte peso nella decisione del manager di abbandonare il calcio alcuni anni dopo, ma nei giorni successivi Dalglish si comportò da vero leader e modello di umanità, non solo per i propri giocatori o per la propria tifoseria, ma per l’intera città di Liverpool. Fu lui ad organizzare le visite ai feriti in ospedale, a partecipare a numerosi funerali, a parlare nelle chiese, a visitare parecchie famiglie di superstiti dando loro un minimo di conforto. Si narra addirittura che più di una volta Dalglish sia stato svegliato nel cuore della notte da persone bisognose di sostegno morale, ricevendo in cambio ore di dialogo telefonico.
Dopo qualche tempo il pallone ricominciò a rotolare. Il Liverpool vinse la ripetizione della semifinale maledetta e conquistò la finale di Wembley, dove battè di nuovo l’Everton per 3-2 dopo i supplementari, con doppietta di Rush, nel frattempo rientrato dopo la fallimentare esperienza italiana. La vittoria venne naturalmente dedicata alla memoria delle vittime di Sheffield. Ancora una volta però il Double sfuggì dalle mani ai Reds, nella maniera più crudele possibile: nell’ultima decisiva partita Michael Thomas segnò per l’Arsenal a pochi secondi dalla fine il goal che strappò il titolo da Anfield mandandolo ad Highbury.

La stagione successiva vide il Liverpool riconquistare il campionato, mentre la corsa in FA Cup si concluse con una delle più incredibili partite della storia della competizione: il Crystal Palace, battuto per 9-0 ad Anfield in campionato, sconfisse i Reds per 4-3. Mercoledi 20 Febbraio 1991 il Liverpool incontrò l’Everton nel quinto turno di Coppa d’Inghilterra. Fu un match straordinario che terminò 4-4. La mattina seguente Dalglish partecipò ad una riunione di routine con il presidente ed il chief executive. Dopo venti minuti annunciò loro, senza preavviso, le immediate dimissioni. La notizia fece il giro del mondo nel giro di poche ore, facendo ripiombare i tifosi del Liverpool nell’incubo dell’estate 1974, quando fu Shankly a sorprendere tutti con l’annuncio improvviso del proprio ritiro. Ad amplificare il senso di sorpresa e smarrimento contribuì il fatto che il Liverpool era primo in campionato ed in corsa per il double. Addirittura non era nemmeno stata completata la sfida contro l’Everton in coppa! Dalglish descrisse sè stesso come una persona ormai giunta al limite della pressione umanamente sopportabile. La sua salute cominciava a risentirne e, come ebbe a dire al presidente Noel White, nei giorni delle partite aveva l’impressione che la testa gli esplodesse.
Purtroppo per il popolo Red non si ripetè quanto successe dopo le dimissioni di Shankly, quando il vice Paisley portò in pochi anni il Liverpool in cima all’Europa. Al contrario, questa volta l’addio del manager portò all’inizio di un periodo di declino durato interrotti con il Treble di coppe del 2001.

Otto mesi dopo il ritiro Dalglish aveva ritrovato la pace con sè stesso e la voglia di calcio era ritornata a farsi sentire prepotentemente; quando arrivò l’offerta del Blackburn, allora in seconda divisione, essa venne subito accettata. Nel giro di 3 anni i Rovers divennero campioni d’Inghilterra! Il trionfo arrivò, per un divertente scherzo del destino, proprio ad Anfield, dove la nuova squadra di Dalglish uscì sconfitta dal Liverpool, vedendosi letteralmente regalare il titolo dal Manchester United, che non andò oltre il pareggio ad Upton Park contro il West Ham. Un altro scherzo del destino si verificò quando Dalglish nel 1997 assunse la guida del Newcastle, succedendo proprio a colui il quale gli aveva lasciato la maglia del Liverpool vent’anni prima: Kevin Keegan. Nonostante una storica qualificazione alla Champions League ed il raggiungimento di una finale di FA Cup, Dalglish venne esonerato all’inizio della stagione 1998/99. Non meno negativa fu l’esperienza come Director of Football e poi come manager nel suo primo club, il Celtic Glasgow. 
La maniacalità nello svolgere il proprio lavoro rappresentò probabilmente sia la fortuna che la maledizione di Dalglish, in quanto lo portò sì a vincere come pochi altri (14 campionati tra Inghilterra e Scozia, come giocatore o come manager) ma, diventando con il tempo ossessione, lo portò a situazioni di stress emotivo che probabilmente gli impedirono di proseguire una carriera da manager nel modo in cui la sua enorme intelligenza - non solo calcistica – avrebbe meritato.
di Davide Pezzetti, da "UK Football please"

14 gennaio 2025

STOP THE 10. Wim Jansen e il Celtic Glasgow.






















Prendi lo scudetto e scappa. Riadattando impunemente il titolo di uno dei più famosi film di Woody Allen, ecco descritta in poche parole la breve ma vincente avventura dell’olandese Wim Jansen sulla panchina del Celtic Glasgow. 
Era la stagione 97-98, e il titolo nazionale in casa dei Bhoys mancava da ben nove anni, neanche a dirlo tutti caratterizzati dalla ferrea dittatura dei nemici di sempre dei Rangers. “Jansen chi?”, si chiedevano i tifosi e buona parte della stampa locale quando venne annunciato il nome del tecnico, scelto dopo il rifiuto di Bobby Robson, che avrebbe sostituito il dimissionario Tommy Burns.

Domanda un po’ fuori luogo, e passi per il fan che magari guardava solo la sua squadra e quelle del campionato in cui milita, ma l’ignoranza di certi giornalisti non ammetteva (né ammette) scusanti. Perché se il curriculum vitae da allenatore di Wim Jansen non offriva particolari spunti (tre coppe d’Olanda con il Feyenoord, quindi passaggi al Lokeren e come direttore tecnico della nazionale dell’Arabia Saudita, per finire con un’esperienza in Giappone alla guida del San Frecce Hiroshima, avventura conclusa con una lettera di dimissioni e un pepato commento di un giornale locale, il quale scrisse che “Jansen era la seconda peggior catastrofe che si era abbattuta su Hiroshima”), quello da giocatore era assolutamente inattaccabile. Titolare nell’Olanda finalista ai Mondiali del 74 e del 78, icona del miglior Feyenoord di sempre, quello che nel 1969 aveva vinto Coppa Campioni (battendo curiosamente in finale proprio il Celtic) e Intercontinentale, e nel 74 la Coppa Uefa, “Wimpie” era il cervello di centrocampo, il cemento che teneva unite e ben salde le fondamenta sulle quali i campioni oranje dell’epoca, da Cruijff a Rensenbrink a Van Hanegem, disegnavano il loro calcio innovativo e spettacolare, l’elemento con piedi (e intelligenza tattica) da maestro e attitudine da gregario. 
Silenzioso, tranquillo, anti-leader per eccellenza, Jansen ha fatto la storia del Feyenoord, e della nazionale, ma al momento del suo addio (partiva per gli Stati Uniti, dove lo aspettavano i Washington Diplomats) non ha ricevuto né ringraziamenti né celebrazioni ufficiali, uscendo anzi tra i fischi del pubblico dopo una rovinosa sconfitta nel derby di Rotterdam contro l’Excelsior. Niente male come saluto per un giocatore che aveva indossato la casacca del club in 524 partite ufficiali. E quando rientrerà in patria per chiudere la carriera con l’Ajax (dove a 36 anni vincerà il quarto titolo nazionale della sua carriera), ci penserà uno scimunito dagli spalti a dargli il bentornato colpendolo nell’occhio con una palla di ghiaccio durante il riscaldamento pre-partita di un Ajax-Feyenoord. Merce rara la riconoscenza nel calcio, ieri come oggi, in ogni paese.

Torniamo al Celtic. Salvato nel 1994 dalla bancarotta da Fergus McCann, il club della Glasgow cattolica era una polveriera pronta ad esplodere. Jansen, di poche parole ma estremamente deciso, non impiega molto a scontrarsi con il direttore generale Jock Brown, braccio destro del presidente. Ampie diversità di vedute su come condurre il mercato (Jansen chiede importanti sforzi economici per innalzare il livello tecnico della squadra e trattenere i big, la dirigenza indica altre priorità quali l’ammodernamento del Celtic Park, per il quale è previsto un ampliamento della capacità fino a 60mila posti al costo di 30 milioni di sterline) iniziano a scavare un fossato che nel giro di pochi mesi renderà incolmabile la distanza tra le due parti. Ecco un paio di esempi; il neo-allenatore avanza la richiesta di riportare in Scozia l’attaccante olandese Pierre van Hooijdonk, 44 reti in due stagioni e mezzo in maglia bianco-verde, ma la coppia McCann-Brown pone il veto a causa dei cattivi rapporti, legati a questioni economiche, con cui si erano lasciati con il giocatore, ceduto al Nottingham Forest. Jansen propone quindi il tedesco Karl-Heinze Riedle, ottenendo una nuova bocciatura, questa volta per ragioni anagrafiche (il 32enne attaccante finirà al Liverpool). Le premesse non sono confortanti nemmeno sul fronte interno. 
Nel precampionato Paolo Di Canio rifiuta di seguire la squadra in Olanda preferendo allenarsi per conto proprio al fine di “ritrovare la miglior forma fisica”, e magari convincere la società ad accettare le sue richieste di aumento di stipendio, mentre il portoghese Jorge Cadete, capocannoniere del club la stagione precedente con 32 reti (39 se si considerano anche le due coppe nazionali), nemmeno si presenta agli allenamenti lamentando una non meglio specificata indisposizione, il tutto mentre incarica il proprio agente di cercargli un’altra sistemazione. Se ne andranno entrambi, Di Canio allo Sheffield Wednesday e Cadete al Celta Vigo, per un totale di 12 milioni di sterline incamerati dagli scozzesi. Una piccola parte di questa somma, precisamente 2.3 milioni, la società decide di investirle a novembre per Harald Brattbak del Rosenborg, attaccante che però Jansen si rifiuta di andare a visionare, nonostante McCann gli metta a disposizione un aereo privato per volare in Norvegia, in quanto “l’acquisto era già stato deciso, la mia sarebbe stata solo una perdita di tempo”. Non fu assolutamente tempo sprecato invece il viaggio verso Rotterdam per definire i dettagli del trasferimento di Henrik Larsson dal Feyenoord, dove si era messo in luce più come suggeritore che come finalizzatore, al Celtic, per la modesta cifra di 650mila sterline. Un colpo di mercato che farà la storia del club cattolico di Glasgow.
Dalle parole si passa finalmente ai fatti, con la squadra che, oltre al già citato Larsson, viene rinforzata anche dagli arrivi di giocatori di spessore quali Craig Burley, Stephane Mahe, Marc Rieper, Paul Lambert e Jonathan Gould. Il campionato inizia con due sconfitte consecutive (1-2 sul campo dell‘Hibernian, stesso risultato a domicilio contro il Dunfermline), ma il panico regna più tra i tifosi che non nello spogliatoio. Ricorda capitan Tom Boyd: “Tra noi e Jansen si instaurò subito il giusto feeling, ma capimmo che ci sarebbe voluto un po’ di tempo per adattarci ai suoi metodi e alla sua differente impostazione tattica. Chiedeva ai giocatori molto movimento, voleva che giocassimo il più possibile palla a terra e insisteva molto sull’organizzazione della manovra. Diceva che noi giocatori non eravamo solo atleti, ma anche teste pensanti, e in campo avremmo dovuto comportarci di conseguenza. Un metodo diverso che necessitava di essere assimilato”. 

























Ad autunno inoltrato qualcosa comincia a muoversi; il 25 ottobre il Celtic batte 2-0 il St. Johnstone e passa al comando, favorito dalla contemporanea caduta dei Rangers contro il Dundee United. Non durerà molto, perché una nuova flessione porterà i Bhoys all’Old Firm in programma il 2 gennaio con quattro punti di ritardo rispetto ai rivali. Perdere significherebbe sventolare bianca sulle ambizioni di ritorno al vertice, e oltretutto la vittoria in un derby manca in casa Celtic da ormai un buon decennio. Decisamente troppo, anche per il tifoso più ottimista e accomodante. Ad interrompere il digiuno ci pensano Craig Burley e Paul Lambert, per un 2-0 che segna l’inizio di una serie di dodici risultati utili consecutivi per gli uomini di Jansen. I quali però, oltre ai Rangers, devono guardarsi anche dall’ottimo campionato disputato fino a quel momento dagli Hearts of Midlothian, la cui solidità aveva costretto entrambi i club Glasgow al pareggio negli scontri diretti. Ad “eliminare” il club di Edimburgo dalla gara ci pensano i cugini dell’Hibernian, in un tiratissimo derby terminato 2-1. L’ultima sfida fratricida di Glasgow (il 12 aprile) della stagione vede invece i Rangers vendicarsi della sconfitta di inizio anno e raggiungere nuovamente i bianco-verdi in testa alla classifica. La sfida prosegue serrata fino al 9 maggio, quando un 2-0 al St. Johnstone regala al Celtic il titolo di campione di Scozia per la 36esima volta nella propria storia, la prima dopo nove anni di digiuno. In bacheca ci finisce anche la Coppa di Lega scozzese, dopo un secco 3-0 rifilato in finale al Dundee United, mentre le altre due competizioni in cui i Bhoys si trovano impegnati, la Coppa Uefa e la Coppa di Scozia, si concludono rispettivamente per mano di Liverpool (2-2 al Celtic Park e 0-0 ad Anfield, in un incontro quest‘ultimo segnato da un paio di sviste arbitrali pro-Reds) e Rangers (2-1 in semifinale, con i Gers che poi alzeranno il trofeo).

L’aria di festa che respira a Celtic Park e dintorni per aver “fermato il 10” (riferimento alla serie di titoli consecutivi vinti dagli odiati cugini) non dura però molto; già il 10 maggio, a non più di 24 ore dal titolo vinto sul campo, Jansen gela i tifosi parlando in un’intervista della presenza di una clausola nel proprio contratto che gli permetterebbe di svincolarsi immediatamente dopo un solo anno di contratto senza pagare alcuna penale. Un’uscita che testimonia come le frizioni con la dirigenza siano tutt’altro che scomparse. Due giorni dopo arriva l’annuncio delle proprie dimissioni. E’ già tempo di accuse e recriminazioni. Secondo il presidente McCann “Jansen ha sempre mostrato disinteresse per le nostre proposte di pianificazione della squadra, negandosi al telefono e non mostrando la minima volontà di collaborare. Non ha mai voluto assumersi responsabilità, la colpa era sempre di qualcun altro”
Diverso il punto di vista dell’ex tecnico: “Se io chiedo l’acquisto di un giocatore, e questo viene rifiutato perché in passato c’erano stati alcuni diverbi con lui, è una decisione politica, con la quale non voglio avere nulla a che fare. Io mi baso su valutazioni tecniche, la politica la lascio a chi di dovere. Comunque non si può costruire una squadra di alto livello senza mettere mano al portafoglio”. Conferenze stampa separate, il ringraziamento di rito ai tifosi (alcuni dei quali accolgono allo stadio i dirigenti con l’eloquente cartello “McCann and Brown must go now!”), l’assegnazione del titolo di miglior allenatore scozzese dell’anno, e Jansen se n’è già andato. Vincitore e sconfitto allo stesso tempo.
di Alec Cordolcini, da UKFP (ottobre 2008)
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