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20 aprile 2026

"EVERTON EUROPEO" di Massimiliano Morganella

Rotterdam. Everton e Rapid Vienna approdano alla loro prima finale europea. I blues puntano al trionfo continentale a coronamento di una stagione che li ha visti protagonisti su tre fronti: campionato, coppa d’Inghilterra e Coppa delle Coppe. Il match di Rotterdam rappresenta così per l’Everton un’altra impegnativa tappa di una lunga stagione, intermezzo internazionale tra le partite della League e le ambizioni nella F.A. Cup. 

E’ anche una sfida indiretta stracittadina con i cugini del Liverpool di Fagan, da anni leader in Inghilterra e in Europa. Il Rapid, forse pago già di essere giunto alla finale, affronta l’impegno puntando sull’esperienza dei suoi “vecchi” (Krankl, Panenka, Garger) e cercando di resistere il più possibile al ciclone Everton. Nel primo tempo la profezia di Baric si avvera e i Blues di Kendall vedono infrangersi i loro arrembanti attacchi sulle scogliere difensive austriache. 
Ma, dopo l’intervallo, l’iceberg costruito dal Rapid si scioglie inesorabilmente ai lampi e ai fulmini dell’attacco inglese. Greame Sharp, giovane attaccante scozzese, mostra di meritare ampiamente il posto fra i primi cinque del “Bravo 85” e manda in gol prima il connazionale Andy Gray e poi Sheedy. Steven per i Blues e Krankl per il Rapid regalano altre due emozioni agli oltre 40.000 spettatori del Feyenoord Stadium, infiammato da un tifo caldo e spumeggiante. Poi tutti a casa: l’Everton con la Coppa, il Rapid con l’onore delle armi.

La finale di Rotterdam vede opposti il Rapid Vienna e l’Everton. Entrambe le squadre non hanno mai raggiunto una finale di Coppa Europea. Nella squadra inglese, neo campione della League, spiccano il centravanti scozzese Andy Gray, il suo connazionale Greame Sharp, l’ala destra Trevor Steven, l’esperto mediano Peter Reid e il portiere Neville Southall, titolare della nazionale del Galles. 
La finale di Coppa delle Coppe si svolge a Rotterdam, città dal clima ideale per entrambe le formazioni. Tra di esse c’è un divario tecnico abissale e i pronostici si sprecano a favore della squadra inglese. Ma, nel primo tempo, gli uomini di Baric riescono ad imbrigliare le convulse azioni offensive dei Blues e chiudono i primi 45 minuti sullo 0-0, creando anche pericolosi contropiede. Nella ripresa, l’Everton si scatena e dopo una pressione continua passa tre volte con Gray, Steven e Sheedy. Il Rapid ha un’impennata d’orgoglio e segna il gol della bandiera con il vecchio Krankl. I ventimila tifosi inglesi giunti a Rotterdam sono in delirio: l’Everton ha vinto il suo primo alloro continentale.

-RHYTHM AND BLUES-

Rotterdam ha incoronato gli inglesi di Liverpool, giustizieri di un Rapid Vienna inconsistente. Vittoria scaturita da novanta minuti di incessante attacco. Nell’anno in cui il Liverpool ha perso tutto, l’Everton, seconda squadra della Merseyside, ha vissuto la più bella stagione vincendo campionato, Coppa delle Coppe e Charity Shield (il trofeo che è in palio ad inizio di stagione tra la squadra campione d’Inghilterra e la detentrice della F.A. Cup) e finendo seconda nella successiva Coppa d’Inghilterra solo per il gol, “inventato” da Whiteside che ha dato la vittoria al Manchester United. Per i Blues, quindi, il 1985 potrebbe segnare l’inizio di un’epoca.
Nel collage dei numeri 21, 23 e 27 del Guerin Sportivo dei tempi.. mai condizionale si rivelò provvidenziale e, per certi versi, profetico. Infatti, dopo la tragedia dell’Heysel del 29 maggio 1985, la prima decisione dell’UEFA è stata l’esclusione a tempo indeterminato delle squadre inglesi dalle competizioni europee. 
Considerazioni? Diverse e variegate, senz’altro ad iniziare, naturalmente, dal comune dolore per la strage. Sul piano squisitamente calcistico un club, l’Everton, non ha potuto partecipare alla Coppa dei Campioni 1985/86 guadagnata meritatamente sul campo. E considerando che le formazioni inglesi nei dieci anni precedenti (dal 1975 al 1984) si erano aggiudicate la competizione in ben sette occasioni (4 Liverpool, 2 Nottingham, 1 Aston Villa) da quella stagione indiscutibilmente, ragionevolmente, fatalmente ed inevitabilmente la massima competizione europea è stata falsata nei valori e nei riferimenti sportivi. 
Irrimediabilmente. Per sempre.
di Massimiliano Morganella, da "UK Football Please"

20 ottobre 2025

STADIA. "EVERTON. IL MERSEY E UNA NUOVA CASA" di Luca Manes

L’ultima volta che l’Everton traslocò in un nuovo stadio la regina Vittoria sedeva sul trono e Liverpool era il crocevia del commercio mondiale. Si era, infatti, nel lontano 1892 e la prima squadra per anzianità della città sul fiume Mersey fece il breve tragitto, meno di un miglio, che da un estremo all’altro dello Stanley Park separava la vecchia casa, Anfield, per il più grande e allora moderno Goodison Park. Proprio Anfield andò ai cugini del Liverpool, che lì hanno poi vissuto una caterva di giornate gloriose.

Ora l’Everton si è spostato in quello che una volta era il cuore pulsante della città, l’area dei Docks. Un’area che poi divenne simbolo di decadenza e degrado, soprattutto nei lunghi anni di macelleria sociale del governo guidato da Margaret Thatcher. Dove sorge l’Hill Dickinson – nome «imposto» dallo sponsor di turno – prima c’era il bacino artificiale del Bramley-Moore Dock. Un video di due minuti racconta come l’invaso sia stato prosciugato, ricoperto di terra e poi sopra sia stata costruita la nuova arena, costata oltre 800 milioni di euro e inaugurata lo scorso 24 agosto con il match di Premier tra i Toffees e il Brighton, 133 anni esatti dopo l’esordio al Goodison Park. Noi l’abbiamo visitata tre giorni dopo, in occasione dell’incontro di secondo turno di Coppa di Lega – la sorella povera della Coppa d’Inghilterra – contro il team di terza serie del Mansfield Town. Anche in quell’occasione i 52mila posti di capienza erano andati tutti esauriti.

Dal Royal Liver Building, il palazzone con alla sua sommità le statue del mitologico liver, uccello metà cormorano e metà aquila, ci vogliono quasi 40 minuti di cammino fino all’Hill Dickinson. Sul lungo fiume, dalla parte già ampiamente riqualificata dei Docks, piena di musei e locali e con la celeberrima statua dei Fab Four, bastano pochi metri per essere poi scaraventati nel passato. Magazzini abbandonati, pub defunti e deliri brutalisti, come i tubi di ventilazione del tunnel che passa sotto il fiume Mersey, compongono il panorama. Già si intravedono, però, i germogli dell’incipiente gentrificazione: i cartelli dei lavori in corso sono onnipresenti, l’immensa Tobacco House sta già riprendendo vita, mentre il Bromley Moore pub, dopo anni di magra, è invaso dai tifosi.

Già, i tifosi. Per loro l’Hill Dickinson Stadium è una sorta di epifania, un nuovo inizio per la nobile decaduta del calcio inglese quale è l’Everton, a digiuno di vittorie da troppi anni e pericolosamente vicina alla zona retrocessione in varie occasioni. Il tutto mentre gli «altri», i cugini del Liverpool, continuano a veleggiare nell’élite del calcio mondiale.
Come a voler confermare questo stato mentale, durante l’anabasi verso la nuova arena scorgiamo vari cappellini che fanno il verso al MAGA trumpiano, con Everton al posto di America. Il riferimento alla proprietà a stelle e strisce, quel Friedkin Group che da noi è al comando della AS Roma, non appare per nulla casuale.

L’unica perplessità che abbiamo colto nel flusso di supporter è il doversi accollare la lunga camminata durante i mesi più freddi dell’anno, quando il vento che arriva dalla Mersey è implacabile e ti taglia la faccia. In macchina bisogna parcheggiare almeno a 20 minuti dallo stadio, i collegamenti con i mezzi pubblici sono al momento un problema, quindi serviranno tante sciarpe e giacconi pesanti.

Ma questo barlume di negatività sparisce alla vista dello stadio, contornato dai muri e dalle torrette del vecchio dock e con una struttura esterna dove i mattoncini rossi di vittoriana memoria si amalgamano bene con materiali più moderni. Per intenderci, non c’è l’effetto astronave come per tante arene moderne, per esempio quelle di Tottenham e Arsenal a Londra. Poi all’interno l’architetto statunitense Dan Meis è riuscito a sfruttare il massimo della pendenza consentita per permettere ai tifosi di sentirsi vicino al campo.

Parlando con alcuni tifosi dei Blues, però, traspare un po’ di nostalgia per il vecchio e glorioso Goodison Park. Le lacrime versate in occasione dell’ultima partita nell’impianto che ha ospitato anche i mondiali del 1966 sono state tante, ci sono centinaia di video a testimoniarlo. Ma per una volta la storia del traumatico addio alla casa di mille emozioni calcistiche ha preso una direzione diversa: Goodison Park non sarà abbattuto per favorire speculazioni edilizie, come accaduto per tanti stadi storici, come il Boleyn Ground del West Ham o il Maine Road del Manchester City. Goodison Park continuerà a ospitare partite di calcio, quelle della prima squadra femminile dell’Everton. Un’ottima notizia per gli amanti della tradizione e del calcio del bel tempo andato.
di Luca Manes, da https://ilmanifesto.it

9 maggio 2025

CORREVA L'ANNO 1892, da una costola dell'Everton nacque il Liverpool



“Mi avete stufato, mi prendo la palla e il campo e vado a giocare per conto mio”.
Ormai John Houlding ne aveva le scatole piene dei suoi colleghi del board dell'Everton. L'ennesimo furibondo litigio gli fece prendere la decisione che avrebbe cambiato la storia del football, non solo sulla Merseyside. 
Era il 1892, Liverpool poteva contare su uno dei porti più importanti del Regno Unito e di riflesso del Pianeta; l'Inghilterra vittoriana era il cuore di un impero smisurato.
L'Everton, nato nel 1878, era uno dei 12 membri fondatori della Football League e già nel 1891 si era laureato campione nazionale. Insomma, era senza dubbio una delle realtà di spicco del gioco che in Inghilterra stava appassionando le masse e che per molti esponenti della working class era diventato una professione molto meno alienante di un'occupazione da operaio in una fumosa fabbrica o da scaricatore di porto nei docks.
Dal 1884 i Toffeemen si esibivano presso l'impianto sulla Anfield Road, di proprietà dell'amico di Houlding John Orrell, il quale affittò l'arena al club dell'omonimo quartiere a ridosso del centro di Liverpool.
Houlding era uno dei personaggi più in vista della città. Proprietario di una fabbrica di birra di grande successo, titolare di un seggio in Parlamento, in futuro sarebbe stato anche Lord Mayor, ovvero sindaco di Liverpool. Sembra che per mere questioni economiche – l'aumento degli interessi sul prestito concesso al club in primis – i dissidi tra il parlamentare conservatore e gli altri membri del consiglio dell'Everton raggiunsero un punto di non ritorno, con scontri durissimi con personaggi quali George Mahon, astemio molto “radicale” e per questo inviso al padrone di una delle brewery più importanti del Paese. I Toffeemen decisero di attraversare lo Stanley Park e farsi una nuova casa al Goodison Park, a Houlding rimase l'allora piccolo stadio di Anfield Road, al quale il facoltoso uomo d'affari diede subito un inquilino nuovo di zecca e dalla denominazione molto poco originale: Everton Athletic.
Per decisione delle massime autorità calcistiche, Houlding fu quasi subito costretto a cambiare nome al “secondo” Everton.
Nacque così il Liverpool F.C.
Un club che si rivelò fin dai primi vagiti molto ambizioso. Il braccio destro del presidente, tale John McKenna, fu sguinzagliato a nord del Vallo di Adriano alla ricerca di talenti, che all'epoca in Scozia abbondavano, soprattutto perché lì il calcio non era un fatto di contrasti assassini e anarchia totale, come in Inghilterra, ma di passaggi accurati e dribbling brucianti. Fu così che le grandi scozzesi di fine Diciannovesimo secolo – Dumbarton, Renton e Cambuslang – fornirono il loro tributo di ben 12 giocatori alla compagine non a caso definita “the team of all the Macs”, che era di bianco, blu e azzurro vestita. 
E sì, perché i futuri Reds il rosso cittadino come colore sociale lo adottarono solo nel 1896. Quando avevano già vinto una Lancashire League e due volte la Second Division del calco inglese. Robetta, in confronto alla messe di vittorie degli anni a venire, allorché un personaggio leggendario come Bill Shankly “made the people happy”. Ovvero fece impazzire di gioia la metà rossa di Liverpool.
di Luca Manes

12 marzo 2025

EVERTON. IRISH BLUE TOFFEES
























Talvolta i titoli di un articolo possono creare non pochi dubbi e/o perplessità. Sicuramente, molto spesso accade, che il lettore si soffermi al solo titolo senza scavare, come giusto che sia, fin dentro il testo per potersi, poi, riallacciare ad un titolo alquanto peculiare.
Ebbene nella terra, cosiddetta, smeraldo qual'è l'Irlanda il colore dominante, se dovessimo chiudere gli occhi e pensare, è il verde. Ma allora cosa c'entra, nello specifico, questo "blue" riportato nel titolo?
Il colore spesso ha un senso che può contribuire, in campo sociologico, a determinati significati negli ordini sociali, politici e comunitari. Forse è proprio da questa ultima parola che dovremmo dare il via a questo "viaggio battuto a tastiera"...magari, in compagnia di una bella pinta di birra! Prendendo un battello dall'Irlanda e navigando verso est, verso la Gran Bretagna per intenderci, ci capiterà di percepire le rigide temperature del Mare d'Irlanda. 
Un viaggio, tutto sommato, neanche troppo lungo se riflettiamo su ben altre traversate in giro per il globo. Questo è stato uno dei tanti tragitti fatti dagli irlandesi quando lasciavano la loro amata terra in cerca miglior fortuna. Gli irlandesi sono una delle popolazioni con il più alto numero di flussi migratori, in uscita, in tutta la storia dell'umanità. Ovunque essi siano andati hanno creato molteplici comunità le quali, con non poche difficoltà, hanno arricchito anche la stessa terra che li accoglieva. In particolare, in Gran Bretagna, ad oggi, vi sono circa 430.000 persone di origine irlandese smistate tra Inghilterra, Galles e Scozia.
Neanche a dirlo molti irlandesi, proprio come i vicini britannici, hanno una temprata passione per il calcio. Giunti in Gran Bretagna, ora, ci rechiamo nella regione nota come il Merseyside.
Situata nel nord ovest d'Inghilterra, la contea del Merseyside, è una delle più altamente popolate e ricche di fascino. La città di punta di questa zona è, senza ombra di dubbio, l'arcinota Liverpool. Liverpool è famosa per essere una delle città operarie più importanti di tutto il Regno Unito ma oltre a questo, è nota, ai più, per essere stata la "town" che ha dato i natali alla band musicale dei Beatles. Come ogni luogo anglosassone che si rispetti trasuda calcio da tutti i pori.
Due sono i suoi club più importanti: l'Everton, fondato nel 1878, ed il più titolato Liverpool sorto nel 1892. Oggi si ritiene che circa al 50% della popolazione di Liverpool abbia origini irlandesi. Le influenze della cultura irlandese (ma anche gallese) hanno conferito alla gente di Liverpool tratti solitamente associati alle collettività celtiche tipiche delle isole britanniche, quindi non sorprende che la città sia nota per avere la più forte eredità irlandese di qualsiasi altra città britannica, ad eccezione di Glasgow. Ovviamente l'irlandesità non è estranea al calcio ed infatti, entrambi i club, sono seguiti da diversi membri appartenenti a comunità irlandesi presenti sia in città, ma anche dislocate nella stessa Irlanda.

Tra le due tifoserie però quella che, forse, ha il più numero di tifosi irlandesi tra le proprie fila sono proprio quelli dell'Everton. I Toffees, questo è l'appellativo per i tifosi dei blu di Liverpool, hanno numerosi fanclub in città e nella vicina Irlanda.
Ma c'è un perchè? c'è sempre un "perchè" nel calcio d'oltremanica.
L'Everton veniva visto, fin dagli albori, come la squadra cattolica e il Liverpool come la squadra protestante (anche se, a tutt'oggi, non è più così semplicistica la cosa). Le origini del sostegno cattolico ed irlandese dell'Everton risalgono alla fine del XIX secolo, quando il dottor Baxter, un noto medico di origini familiari irlandesi/cattoliche ed un punto di riferimento nella comunità cattolica, si unì al consiglio dell'Everton. Questo non vuol dire che il Liverpool non abbia un seguito di fedeli cattolici con chiare improte irlandesi, non è riducibile il tutto ad un Old Firm in salsa Scousers, ma tra i due club, almeno storicamente parlando, il più "irlandese" dei due è sempre stato l'Everton.
Diciamo che, già di suo, la stessa città è sempre stata aperta a molte comunità e quindi, è "fisiologico" pensare, che da ambo le parti una matrice irlandese, almeno nel tifo, vi sia.
Per quanto concerne, invece, il campo nessun altro club inglese ha una vera storia d'amore con l'Isola di Smeraldo come l'Everton. Sono ben 30 giocatori della Repubblica d'Irlanda e 11 dell'Irlanda del Nord ad aver rappresentato i Toffees, a cominciare da Jack Kirwan nel 1898, Val Harris nei primi '900 e Billy Lacey, a seguire, sempre all'inizio del 20°secolo. Fino ad arrivare a tanti altri nomi più vicini a noi, cronologicamente, quali Billy Bingham, anni 70, Kevin Sheedy, anni 80, Lee Carsley, Kevin Kilbane, James McCharty e l'attuale capitano Séamus Coleman. Questi sono solo alcuni dei nomi irlandesi che hanno militato per i Toffees lasciando, chi più chi meno, un segno nella storia di questo club ultracentenario.

Il Merseyside Derby tra Toffees e Reds viene considerato come un "Friendly Derby" a causa del gran numero di famiglie che, in città, hanno in sé tifosi di entrambe le squadre. Il bacino d'utenza è, senza ombra di dubbio, tendente verso il più, storicamente, famoso e noto Liverpool ma, i tifosi dei Blues, sono molto radicati nella città stessa e un altro soprannome del club è "The People's Club" la squadra del popolo con il seguito popolare.
Ritornando al più noto epiteto di Toffees, ci sono diverse spiegazioni su come questo nome sia stato adottato. La più nota era data dal fatto che vi era un'attività nel villaggio di Everton, tra Everton Brow e Brow Side, chiamata Mother Noblett's, che era un negozio di caramelle (Toffees in inglese) che vendeva dolci tra cui l'Everton Mint (caramelle gusto menta). Il negozio, tra l'altro, si trovava di fronte alla prigione su cui si basa lo stemma del club dell'Everton. Quel tipo di caramelle, comunque sia, sono piuttosto note anche in Irlanda e la stessa parola Toffee veniva usato, talvolta, come aggettivo per gli immigrati irlandesi.
In conclusione cos'altro dire? La Gran Bretagna e l'Irlanda sono due realtà spesso distanti per vedute, perlopiù, socio politiche ma, come storia insegna, non è mai stata una novità che le due realtà, se sovrapposte, sono in grado di dar vita a straordinarie (sotto) storie. Nel mondo del football molte sono le comunità irlandesi legate ad un qualche club calcistico e, quello dell'Everton, non è di certo l'unico ma, senza dubbio, uno dei più straordinari legami tra le due terre.
E poi ci piace pensare che l'amore per una squadra non debba aver confini perchè questo sentimento individuale miscelato con lo stesso sentimento, di altre persone, può dare vita a splendide realtà e comunità che, in questo caso specifico, se avessimo una tavolozza dei colori, verrebbe rappresenta con il Blu su sfondo Verde Smeraldo.
di Damiano Francesconi

10 febbraio 2025

"EVERTON. I MERAVIGLIOSI ANNI ‘80" di Davide Ghilardi



Ricordarsi il calcio degli anni ’80 è sempre piacevole per il sottoscritto. Essendo nato all’inizio di quel decennio, ho avuto modo di crescere con un pallone in cui tutti potevano competere e vincere un trofeo attraverso la costruzione della squadra che doveva partire non solo dalla scelta di giocatori stranieri di qualità ma anche da una base nazionale importante, meglio se costruita dalle proprie giovanili. 
L’esempio che mi piace sempre fare è quello dell’Aberdeen, realtà scozzese molto piccola ma che raggiunse picchi altissimi grazie al lavoro di Alex Ferguson che fece capire come mai, negli anni successivi, sarebbe entrato nella Storia del calcio in quel di Old Trafford. 
A Liverpool, sponda Everton, fu il momento del rilancio del club che arrivava da decenni in cui la bacheca di Goodison Park rimase tristemente vuota. Terminata l’epopea di Harry Catterick, i “Toffeemen” furono guidati da Billy Bingham e Gordon Lee i quali non riuscirono a portare la squadra a traguardi importanti nonostante l’arrivo di giocatori che segnarono un’epoca del calcio inglese come, ad esempio, il centravanti Bob Latchford; ma ciò che creava più malcontento era l’ottimo rendimento dei cugini del Liverpool che raccoglievano trofei e consensi sia in patria che in Europa grazie al lavoro dei loro Manager; i vari Bill Shankly, Bob Paisley e Joe Fagan riuscirono a creare una continuità di risultati che, automaticamente, creò una vera e propria “dinastia vincente” costruendo il mito di Anfield che ancora oggi è bene impresso nella mente dei tifosi dei Reds e non solo. L’Everton doveva rilanciarsi e la dirigenza prese una decisione coraggiosa ma che si rivelò vincente. 
Nel 1981, dai Blackburn Rovers dove si stava affermando nella antica e romantica figura del Player/Manager (allenatore/giocatore attivo), fu chiamato l’amato Howard Kendall, membro della “Holy Trinity” famosa in quel di Goodison Park insieme ad Alan Ball e Joe Royle. Kendall fu ben visto dai tifosi, inizialmente, sia per quello che stava facendo (con i Rovers aveva centrato la promozione nell’allora Second Divison, l’attuale Championship, nella stagione 1979/80) che per i trascorsi in campo con il Royal Blue di cui era riconosciuto essere anche tifoso. 

L’inizio fu contraddistinto dalla costruzione di un gruppo di giocatori giovane e di talento tra cui Neville Southall, portiere gallese proveniente dal Bury che diventò tra i migliori del panorama mondiale nel ruolo, Trevor Steven, ala dal talento cristallino ed in grado di fare la differenza grazie alla tecnica e al dribbling fulmineo, e Peter Reid, centrocampista che associava qualità e quantità in campo. I primi due anni della gestione Kendall videro i Toffeemen terminare sempre all’ottavo posto mancando di un soffio la qualificazione all’allora Coppa UEFA, ma l’inizio della stagione 1983/84 fu disastrosa con sole 6 vittorie nelle prime 21 partite di campionato con la squadra che si ritrovò nei bassifondi della classifica; con il Manager vicino all’esonero, due furono i momenti chiave per cui la situazione cambiò in maniera improvvisa: il pareggio dell’attaccante Adrian Heath nella sfida contro l’Oxford United e l’arrivo dai Wolves del centravanti scozzese Andy Gray. 
Con un cambio di marcia repentino, l’Everton raggiunse il 7° posto in classifica e le finali nelle due coppe nazionali, quella di Lega dove perse in finale nel Merseyside derby contro i Reds e quella d’Inghilterra che lo vide trionfare contro il Watford. 
Finalmente, i tifosi poterono tornare ad esultare per la conquista di un trofeo importante che mancava dalla bacheca di Goodison Park da 18 anni ma non si aspettavano certamente ciò che accadde l’anno successivo. I ragazzi di Kendall erano cresciuti tantissimo trovando un equilibrio che li aveva portati a diventare una delle squadre più forti del panorama inglese. Con una stagione a dir poco fantastica, Southall e compagni vinsero il campionato e raggiunsero per il secondo anno consecutivo la finale della coppa nazionale dove, però, vennero sconfitti dal Manchester United. Fu in Europa, però, l’exploit più rilevante con la conquista del primo trofeo continentale grazie alla vittoria dell’allora Coppa delle Coppe, a Rotterdam, contro il Rapid Vienna per 3 a 1. 

























L’Everton era pronto ad iniziare un ciclo vincente con un gruppo maturo a cui era stato aggiunto, nell’estate del 1985, uno dei giovani attaccanti più forti e promettenti del panorama inglese e non solo: Gary Lineker. Acquistato dal Leicester City, Lineker confermò le aspettative segnando 30 reti in 41 partite di quella stagione che, ahimè, fu segnata da una tragedia che coinvolse indirettamente il club di Goodison Park: l’Heysel. 
A causa di quanto accadde durante la finale della Coppa dei Campioni del 1985 dove i tifosi del Liverpool causarono la morte di 39 tifosi dei campioni della Juventus, la UEFA in accordo col governo britannico bannò le squadre inglesi dalle competizioni continentali impedendo ai Toffeemen di partecipare all’edizione 1985/86 della Coppa dei Campioni dove erano tra i favoriti alla vittoria finale. Questo portò a delle decisioni importanti da parte di alcuni membri della squadra tra cui la sua guida. Al termine del campionato 1986/87 concluso con la vittoria del campionato, Howard Kendall decise di lasciare l’Everton per allenare in Spagna, all’Athletic Bilbao, così da poter continuare a disputare le competizioni UEFA; la stessa decisione fu presa da Lineker che cedette alle lusinghe del Barcellona e, a poco a poco, da altri giocatori importanti come Steven e Gary Stevens che approdarono in Scozia, sponda Rangers di Glasgow. La squadra fu affidata al vice di Kendall, Colin Harvey, il quale non riuscì a ripetere le gesta del predecessore e l’Everton tornò a disputare stagioni al di sotto dello standard raggiunto solo qualche anno prima. Nonostante questo, i ragazzi degli anni ’80 sono ancora presenti nei ricordi non solo dei tifosi Blue Noses ma anche degli appassionati di calcio britannico che ancora ricordano quanto era difficile affrontarli soprattutto quando erano spinti dal calore della loro gente in quel tempio del calcio, Goodison Park, al quale dovremo dire addio al termine della stagione in corso.
di Davide Ghilardi

21 gennaio 2025

"LASCIARE GOODISON PARK" di Davide Ghilardi

Mi è stato chiesto dagli amici di FIRST DIVISION di raccontare le impressioni sul passaggio da Goodison Park al nuovo stadio che sorge a Bramley Moore programmato, a fine stagione, come tutti sappiamo. 
Voglio essere onesto con chi leggerà questo post nello scrivere che non sono in grado di farlo, nel senso che posso raccontare solamente quelle che sono le mie emozioni. Dovete sapere che sono un Evertonian dalla fine degli anni ’90, quando il calcio inglese mi piaceva ma non avevo una squadra preferita sino a che non ho visto i Toffeemen giocare a Goodison Park; l’occasione fu una partita contro il Manchester United, stagione 1990-91, una delle prime partite dal ritorno dello storico Manager Howard Kendall sulla panchina del club che aveva portato ai successi degli anni ’80. Mi piacque tutto di quell’atmosfera, di quel legame tra squadra e tifosi che cominciai a seguire assiduamente grazie ai mezzi di comunicazione di allora, vale a dire quotidiani, riviste (Guerin Sportivo su tutti) e programmi televisivi (c’era ancora TeleCapodistria). Kevin Ratcliffe, Tony Cottee, Neville Southall e gli altri giocatori diventarono la quotidianità di un ragazzino che non era stato “scelto” dalla squadra più forte del panorama calcistico ma che lo rendeva felice indipendentemente dal risultato del campo.

Goodison Park, poi, da sempre ha rappresentato più di un campo da gioco… Chi conosce la storia dell’Everton sa che quello stadio fu costruito perché non si voleva rimanere sotto il controllo del primo proprietario della squadra, il quale voleva sfruttare il fatto di essere proprietario di Anfield per ottenere dividendi da questa situazione; una decisione quella degli altri soci che componevano il Board del club che fece capire una cosa importante: l’Everton non poteva appartenere ad una persona sola, era nato per rappresentare una comunità e la sua gente e sarebbe stato sempre così. Lo stadio sorge in una zona popolare di una città, Liverpool, dove il tessuto sociale è sempre stato molto particolare rispetto alle altre realtà urbane inglesi. La sua gente ha sofferto tantissimo, la disoccupazione è sempre stata all’ordine del giorno e le squadre di calcio rappresentavano un momento per distrarsi e trovare un sorriso dispetto alle difficoltà della vita quotidiana. Chi ha avuto la fortuna di visitarlo avrà sicuramente notato quanto l’ambiente sia “semplice”, con l’aria intrisa da birra e pies che somiglia più ad una realtà amatoriale rispetto ad uno di Premier League e questo poiché la fan base dei Toffeemen è di stampo prettamente “working class” e da qui la nomea di “People’s Club” che lo accompagna da sempre. 
Quando è stato annunciata la conferma della costruzione del nuovo stadio di Bramley Moore che prende il nome da un vecchio Dock in disuso sulla riva del fiume Mersey, in tanti sono stati contenti perché hanno visto in questa nuova realtà l’opportunità di poter trovare quei fondi necessari per poter competere con i club più importanti a livello economico, ovvero ciò che è diventato essenziale per riuscire a vincere. 

Personalmente, invece, ho subito pensato in nome del calcio moderno l’Everton stava rinunciando alla sua caratteristica peculiare, l’essere un “People’s Club” come citavo sopra; il gioco valeva la candela? Sarebbero stati tutti contenti. 
Chi pensa che con Bramley Moore si potesse fare uno passo in avanti per avere nuovi investitori hanno ragione, infatti è arrivata la nuova proprietà americana guidata dalla famiglia Friedkin che ha capito subito l’importanza di questa opportunità per sbarcare nel campionato inglese; alcuni hanno fatto, però, presente, che tante attività che vivono della presenza di Goodison Park saranno destinate a chiudere visto il trasferimento e ciò significherà posti di lavoro in meno in una città come la Liverpool attuale che è migliorata molto negli ultimi anni ma che ancora soffre della mancanza di opportunità lavorative. E’ altresì vero che il nuovo stadio ne creerà altre, che si potranno sviluppare nuovi progetti che dovrebbero far nascere nuove opportunità d’impiego ma saranno uguali a quelle precedenti? 
Su questi presupposti i Toffeemen lasceranno la loro vecchia casa per una nuova perché avevano necessità di essere competitivi e ciò non poteva non passare dal dover fare delle rinunce dal punto di vista sociale ma se ciò sarà sufficiente per tornare a vincere lo sa solo il futuro. L’unica certezza, al momento, è che non sarà automatico il non andare più al solito pub, al chiosco dove mangiare un boccone prima del fischio d’inizio o persino alle colonne che ostruiscono la vista del campo in alcuni settori. 
Per quanto vecchio, Goodison Park rappresentava tantissimo e lasciarlo a cuor leggero, per chi è un Evertonian Through and Through, creerà un vuoto che nessun trofeo o vittoria colmerà del tutto.
di Davide Ghilardi

25 novembre 2024

STADIA – Gli stadi della Merseyside.

Questa volta cercherò di accompagnarvi in uno stadium tour della Merseyside e ho incluso in questo viaggio gli stadi di Everton, Liverpool, Tranmere Rovers e Southport.



















Per rispetto alla più anziana (e prossima all'abbandono per il nuovo stadio sul molo del Bramley-Moore Dock) delle big iniziamo da Goodison Park casa dell’ Everton. 
L’arrivo dei Toffeemen a Goodison Park combacia con la nascita del Liverpool F.C., ovvero il 1892. Sino ad allora infatti l’Everton aveva giocato le sue gare casalinghe per otto anni niente meno che ad Anfield Road, il ground che diventerà sinonimo di di Liverpool F.C. 
Qui aveva anche vinto il suo primo titolo nella stagione 1890/91 ma, quando il proprietario del terreno di Anfield Road decise, con l’avvicinarsi della nuova regular season di aumentare di più del doppio l’affitto, l’Everton salutò e partì per trovare una nuova casa, che troverà a poche yards di distanza semplicemente attraverso Stanley Park, che tutt’ora divide i due impianti. In tempo per l’inizio del nuovo campionato vennero erette tre tribune di cui una coperta, portando Goodison Park ad un buono standard qualitativo tanto che qui si disputò la finale di F.A. Cup del 1894 tra Notts County e Bolton Wanderers. Solo nel 1907 venne costruito il quarto stand, quello verso Stanley park. 22 Nel 1926 una tribuna di due piani sostituirà quella in legno datata 1895 su Bullens road.
Nel 1938 per celebrare l’ultimazione del nuovo stand su Gwladys Street, giunse in visita Re Giorgio VI ma dopo pochi anni i bombardamenti tedeschi danneggiarono seriamente l’intera struttura. Goodison Park riuscì almeno a ricevere un indennizzo al termine del conflitto mondiale, cosa che non accadde per tutti gli stadi inglesi bombardati. Da ricordare che la casa dei Blues fu scelta per ospitare tre partite dei mondiali del 1966 più il sensazionale quarto di finale tra Portogallo e Corea oltre alla semifinale tra Germania Ovest e URSS. Goodison Park fu uno dei pochi stadi a non avere grossi problemi con il Taylor Report; infatti sin dal 1993 il 90% dei posti era già tutto a sedere. Da segnalare che proprio le due tribune principali che si trovano lungo le linee laterali furono opera del già citato (Fanzine n.1) Arch. Leitch il quale “firmò” il progetto con la sua classica balconata a disegni diagonali ed incrociati. L’attuale capienza è di 38.500 posti contro i 60.000 ancora disponibili all’inizio degli anni ’70 mentre il record di presenza risale ad un local derby contro i Reds nel 1948: 78299 spettatori!!! Attraversiamo quindi Stanley Park, passiamo intorno al suo laghetto e dopo una salutare passeggiata nel verde eccoci di fronte l’altrettanto imponente spettacolo di Anfield che risulta però ben differente da quel che era l’originale. Il main stand fu eretto nel 1895 e qui rimase sino ai primi anni 70.
Si trattava di una splendida struttura in legno e ferro battuto dominata da un meraviglioso padiglione a cupola in stile Tudor riportante il nome del club. Nel 1906. tre anni dopo la tribuna su Anfield Road, nasce l’immensa terrace denominata Kop che tutti gli appassionati conoscono ed hanno ammirato per il suo ondeggiare, ribollire, incitare con cori e canti ma sempre con un tocco di sportività e galanteria nei confronti degli avversari. Il nome deriva dalla collina di Spion Kop in Sud Africa dove molti soldati provenienti dalla Merseyside persero la vita durante la guerra anglo-boera. 




















Anche ad Anfield vi fu una visita reale quando Re Giorgio V e la Regina Maria furono presenti nel 1921 in occasione del replay della semifinale di F.A. Cup tra Wolves e Cardiff City. 
Nel 1928 fu coperta la Kop end che in questo periodo conteneva qualcosa come quasi 30.000 tifosi!!! Da segnalare che tra la stagione 1979 e 1980 fu installato un sistema di riscaldamento sotterraneo del terreno e poco dopo fu ampliata la Anfield Road end. Nel 1992, anno del centenario del club, fu aggiunto un secondo piano al Kemlyn Road stand ribattezzato appunto Centenary Stand. Ma ciò che segnò la fine di un’era fu la ristrutturazione della Kop nel 1994, trasformandola in una tribuna con soli posti a sedere e riducendone la capacità a 12.400 posti. Da non dimenticare anche il famoso Shankley Gate, eretto in onore del grande manager morto nel 1981, che introduce al parcheggio dietro al main stand; bellissimo, in ferro battuto, reca la scritta “you’ll never walk alone” (inno e motto dei Reds, ripreso dai tifosi dalla omonima canzone degli anni 60 del gruppo di Liverpool Gerry and the pacemakers). 
Se Goodison Park ebbe l’onore di essere sede di vari matches dei mondiali del 1966, ad Anfield toccò il piacere di ospitare alcune gare di Euro 96. 

Allontanandoci di poco da Liverpool troviamo alcune realtà minori ma non per questo, a mio parere, meno meritevoli di considerazione; anzi proprio il fatto di continuare ad esistere nell’attuale calcio-business ed all’ombra di due giganti come Everton e L’pool fa onore a Tranmere Rovere e Southport.
I Rovers di Birkenhead nascono addirittura prima del Liverpool e dopo aver girovagato per un paio di campi si stabiliscono definitivamente a Prenton park nel 1911. Anche questo impianto subì pesantissimi danni durante i bombardamenti tedeschi anche per la vicinanza con i docks che erano uno dei principali obiettivi della Luftwaffe. Di conseguenza i maggiori cambiamenti si ebbero dopo la seconda guerra mondiale con il rifacimento del tetto dello stand di Borough Road e la costruzione della Cow Shed (letteralmente stalla) la end con copertura simile a quella di Molineux formata da più gables accostati, veramente molto gradevole e con pubblicità di birre locali sulle facciate dei gables stessi. 
Negli anni ’50 furono eretti i piloni a traliccio dell’impianto di illuminazione ed il nuovo e più imponente main stand venne inaugurato nel 1968. L’altra end era invece costituita da una terrace scoperta chiamata …Kop, ma si sa che in giro per la Gran Bretagna in diversi impianti si trovano o meglio si trovavano gradinate con questo nome, da Blackpool a Sheffield ed altrove. Attualmente in seguito all’ormai pluricitato Taylor Report, l’aspetto generale di Prenton park è cambiato molto da quello esistente sino alla fine degli anni 80: la Kop end è ora un vistoso stand coperto all seater da 7000 posti che ospita i fans locali e sovrasta per dimensioni il resto della struttura, i tifosi ospiti vengono sistemati nell’opposta Cow Shed end che si presenta ora come una piccola tribuna coperta contenente 2500 spettatori e non ha proprio pìu nulla che ricordi una stalla. Molto simile a quest’ultima ma ovviamente lunga quanto la linea laterale, è la John King stand, mentre l’unica zona non nuova è il main stand che però è stato dotato di tutti posti a sedere. L’impatto è gradevole, con ovunque seggiolini blu più quelli bianchi che formano la scritta Tranmere Rovere nella Kop end e TRFC nel main stand. Il pubblico si aggira sulle 7.000/8.000 presenze di media con una parte di esso discretamente caldo in tutti i sensi. L’attuale capienza è di 16.587 posti, praticamente la metà di quelli pre “Taylor era”. Il record di pubblico si ebbe nel 1972 per un 4th round di F.A. cup contro il Stoke City. 

Un poco più a nord troviamo Southport affacciata sul mare d’Irlanda. Un tempo ospite fisso della Football League soprattutto tra 3rd e 4th division, dal 1978 (anno in cui perse il league status) si è trovato impantanato dapprima in Conference ed attualmente nella Northern premier League (Unibond). Ora un migliaio di veri fedelissimi ne segue le alterne vicende riuscendo ancora a scaldarsi per alcune gare con i vicini del Marine, del Runcorn o del Morecambe.
In Conference la media era più alta avvicinandosi e a volte superando le 1.500 unità. Comunque vada anche a costoro va tutto il mio rispetto e sostegno perché nel calcio moderno, che lascia briciole ai medio piccoli e nulla ai piccolissimi, trovare ancora chi 24 ogni sabato indossa la giacca con lo stemma del club e si sobbarca il peso di mantenere realtà come il Southport è sempre più difficile. Anch’esso fondato prima del Liverpool (1881) ha avuto per decenni una posizione di tutto rispetto nella League specializzandosi in frequenti sali e scendi tra le vecchie 3rd e 4th divisions. 










I Sandgrounders occupano da oltre un secolo il terreno di Haig Avenue che attualmente è costituito da tre parti nuove ed una “storica”. La cosiddetta parte storica è rappresentata dal main stand che mantiene il tradizionale tetto spiovente, i pali di sostegno e le classiche vetrate laterali per riparare il pubblico dalle folate di vento che arrivano dal mare d’Irlanda, il tutto però con un tocco di modernità ovvero i seggiolini che lo rendono all seater. Completamente nuove in conseguenza di ristrutturazioni sono: la Scarisbrick end che ospita i fans piu vivaci di casa composta da una gradinata di medie dimensioni coperta con posti in piedi, la gradinata scoperta laterale detta Meols terrace ed il settore ospiti ovvero la Blowick end, terrace bassa scoperta con le classiche crush barriers dipinte di giallo e nero (gold and black sono infatti i colori del Southport). Merita ricordare che ai tempi d’oro del professionismo quasi 10.000 spettatori erano frequenti a Haig avenue tanto che il record di presenze, datato 1936 (F.A Cup 4th round contro il Newcastle Utd) parla di ben 20.010 biglietti staccati per l’occasione. L’attuale capienza è di 6.500 posti di cui 1.880 a sedere e chissà se gli abitanti di Southport abituati ormai ad ammirare solo più la nota marea che lascia decine di yards di finissima sabbia un giorno non torneranno ad assistere a nuovi spettacoli calcistici nella F.L. con conseguente tutto esaurito ad Haig Avenue… 
Chi non ne ha stima, lo chiama Pac-Man F.C. paragone un po’ azzardato e poco rispettoso, d’accordo, ma il Dagenham and Redbridge F.C. ha una storia che in qualche modo ricorda il mai sazio giochino elettronico in auge quando alcuni di noi avevano ancora i calzoncini corti.
di Gianluca Ottone, da "UK Football please" (marzo 2004)

10 settembre 2024

1989 LIVERPOOL vs EVERTON, emozioni...



Credo che non ci sia mai stata una cornice più degna del vecchio stadio di Wembley per ospitare una finale calcistica. 
Se poi la finale in questione è quella di F.A. Cup allora siamo di fronte alla sublimazione, alla chiusura del cerchio, all' elevazione di tutto e tutti.
E che bella Londra in certi giorni di primavera, le sue strade, la sua gente così variegata, i suoi palazzi, non sembra davvero la città plumbea e piovosa descritta tante volte magistralmente nelle mirabili pagine di Charles Dickens e Arthur Conan Doyle.
Ma torniamo a noi, le divagazioni letterarie non devono distrarmi. 
20 maggio 1989: Liverpool vs Everton, Final Tie
Esattamente cinque settimane dopo la tragedia di Hillsborough, un graffio dentro la memoria di ogni appassionato di football. Eppure era un giorno bellissimo. L'erba di Wembley sembrava brillare di luce propria, una schacchiera di verde dove risaltavano uomini vestiti di rosso e di blu. E poi le reti, quelle reti...i pennoni sulle torri con la union jack che garriva fieramente, accarezzata da una brezza leggera. Un incanto, un intera città ferità che orgogliosamente celebrava il suo giorno di gloria. Ma soprattutto era il giorno (e lo fu) del tributo, della memoria condivisa, il ricordo ancora maledettamente troppo fresco di quelle 96 vittime della semifinale di Sheffield. 
Quando venne intonato "Abide with me" non sembrava nemmeno più uno stadio di calcio, sembrava che l'intero Wembley fosse stato sollevato e trasportato qualche miglia più a sud vicino al placido Tamigi sotto le possenti arcate di Westminster. 
Si Dio resterà con voi, e avrà cura di voi.

Devozione, poi applausi, veri convinti scroscianti, e Gerry Marsden guida subito dopo uno struggente "You ll' never walk alone" cantato a squarciagola dai tifosi dei reds e osservato in un quasi liturgico rispetto dai cugini dell'altra squadra della Mersey. 
Tutta l'Inghilterra e non solo si commuove. Viene voglia di piangere senza vergogna, senza pudore. Entrambe le squadre portano il lutto al braccio, una fascia nera su maglie indimenticabili per chi come me ha amato pazzamente gli anni ottanta. 
Si parte fischio d'inizio, c'è Joe Worrall a dirigere il match. Nessuno si è ancora ripreso dall'emozione che John Albridge ha già portato in vantaggio il Liverpool ( espiazione forse dell' errore commesso l'anno precedente quando aveva sbagliato un rigore regalando di fatto la coppa a quei matti del Wimbledon ). 1-0, dunque, quante volte le finali sono terminate 1-0, sembra un punteggio fatto apposta per una finale!.
Ma invece no, almeno questa volta. Al 59' del secondo tempo Colin Harvey tira fuori il coniglio dal cilindro anzi lo scozzese dal cilindro. Fuori Paul Bracewell e dentro Stuart McCall, che pareggia a un minuto dalla fine toccando la sfera quanto basta in una selva di uomini in area rossa, 1-1. Gli attimi che seguiranno sono indescrivibili gioia pura dei tifosi dei toffes e irrefrenabile invasione di campo. Tutto pacifico ma tanta paura. 
E cosi si va ai tempi supplementari, appendice coinvolgente di una splendida finale, che pare chiudersi quando Ian Rush riporta avanti il Liverpool. Siamo 2-1. 
Ma il genietto perverso dello spettacolo ha ancora in serbo spazio e gloria per McCall che con una rete spettacolare da fuori area impatta sul 2-2. 
Tuttavia è tutt'altro che finita, il solito Rush istrione gallese sonnacchioso e ironico infila di testa la rete decisiva del 3-2 per i suoi. Adesso è proprio finita, ha vinto il Liverpool che guidato dal suo capitano irlandese Ronnie Whelan sale i 39 gradini del Royal Box per ricevere il trofeo. 
La fenice della Mersey risorge dalle sue ceneri ma quel giorno a Wembley hanno vinto tutti. 
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