Arthur è un ragazzo londinese con due grandi passioni: il teatro e l’Arsenal. La domenica del 3 marzo 2002 ha la sensazione che la sua vita stia finalmente prendendo la piega giusta. Il giorno prima, durante una trasferta “romantica” a Newcastle upon Tyne insieme al suo nuovo amore, Vivian, assiste dal vivo a uno dei goal più leggendari della storia del calcio: la piroetta impossibile di Dennis Bergkamp. Quel gesto di pura genialità calcistica diventa per Arthur molto più di una semplice azione di gioco. Poi però, durante un altro viaggio, il suo destino cambia e gli crolla il mondo addosso. Ma quella magia a St. James’ Park, in qualche modo, lo aiuterà a rialzarsi. Una storia che parla di talento e di fragilità, di come la vita non segua mai il copione perfetto e di come la vera grandezza nasca dalla capacità di improvvisare quando tutto sembra perduto.
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8 aprile 2026
9 marzo 2026
"1980 JUVENTUS-ARSENAL. Una sfida ad alta tensione.." di Max Troiani
"Ed ora per la Juventus è notte fonda". Così Nando Martellini, mercoledì 9 aprile 1980, sanciva il passaggio del turno dell'Arsenal nella partita di ritorno della semifinale di Coppa delle Coppe tra la Juventus e gli inglesi.
Gli italiani giocarono con il freno a mano tirato, mentre l'Arsenal a tratti cercava di segnare quel gol che sarebbe valso la finale. A due minuti dalla fine, dopo un paio di rinvii di Bettega dalla propria area (e questo la dice lunga sulla tattica attuata quella sera dalla Vecchia Signora), ci fu un'incursione di Graham Rix sulla fascia sinistra. Il cross dal fondo trovò un sorprendente e solitario Paul Vaessen (nella foto il gol) che segnò indisturbato sul secondo palo, per la gioia dei numerosi tifosi inglesi presenti quella sera al Comunale di Torino.
Liam Brady, in procinto di passare proprio alla squadra torinese a fine stagione, commentò: "La nostra vittoria è meritata. La Juventus si è difesa troppo, ha giocato manifestamente per lo 0-0, le andava bene il pareggio ed è per questo che hanno addormentato il gioco. E dire che erano la squadra di casa".
E pensare che la partita d'andata si era conclusa con un pareggio (1-1) favorevole alla Juventus, ma non erano mancate le polemiche durante e soprattutto dopo il match. Un fallaccio di Bettega su David O’Leary al 23' del primo tempo costrinse quest'ultimo a lasciare il campo per Pat Rice. Un gol di Cabrini su rigore all'11' portò in vantaggio i torinesi, e un autogol dello stesso Bettega rilanciò l'Arsenal nel finale. I Gunners ebbero tante occasioni, in special modo grazie a un grande Liam Brady, autore di passaggi smarcanti per gli attaccanti inglesi Stapleton e Rix, che però non riuscirono a concretizzare.
Gli inglesi giocarono a Londra con questa formazione: Jennings, Devine, Walford (Vaessen), Talbot, O'Leary (Rice), Young, Brady, Sunderland, Stapleton, Price e Rix..
Il giorno dopo, i tabloid britannici riversarono tutto il loro astio sulle prime pagine, attaccando gli italiani e in primis Roberto Bettega, definito prima del match "il più inglese degli italiani". Il Daily Mail riportava un "horror-tackle", e i giornali domenicali, tra cui il News of the World, prevedevano a ragione: "A Torino sarà l'inferno". Solo il più titolato Times pensò di analizzare il match in maniera meno pesante e scrisse: "Le speranze dell'Arsenal cominciano a vacillare".
Secondo il "Mail", la cronaca del "fattaccio" degli italiani attirò l'attenzione ancor più della decapitazione della Principessa Saudita Misha da parte del boia di Re Khaled, condannata per un semplice adulterio (in quei giorni questa notizia teneva banco su tutti i giornali del Regno Unito perché ITV, il canale privato inglese, mandò in onda la sera del match di coppa una ricostruzione, e dopo la furia degli Emirati Arabi l'allora Ministro degli Esteri Britannico Carrington dovette chiedere personalmente scusa).
Il tackle di Bettega era stato veramente vergognoso e incomprensibile, non ammetteva scuse. O'Leary, dopo essersi tolto i frammenti dei tacchetti dello scarpino dell'italiano, si dovette imbottire di antidolorifici e antibiotici per essere presente nel match del sabato dopo contro il Liverpool dove, tra l'altro, secondo la stampa giocò anche bene. La preoccupazione maggiore era per la partita di ritorno, ma non solo.
di Max Troiani
5 febbraio 2026
"VIAGGIO STUDIO nel CALCIO INGLESE" di Vincenzo Felici
Siamo nell'Agosto del 1953 e Luigi Bonizzoni, allenatore del Brescia, usufruisce della bonaria liberalità del suo Presidente Piercarlo Beretta, erede della più antica casa industriale di armi del mondo, per recarsi nel Regno Unito e studiare i metodi di allenamento dei calciatori inglesi.
Legge la lingua anglosassone senza grandi difficoltà, ma non la parla affatto ed è aiutato, durante la trasferta di quindici giorni, dal noto giornalista sportivo Brian Glanville.
Trova giovamento da Glanville come interprete nelle conversazioni con Tom Whittaker, manager dei "Gunners", che gli manifesta un naturale ed autentico amore per l'Italia.
Poi con Walley Barnes, il terzino destro Capitano della Nazionale gallese e con Jimmy Logie, la mezzala tascabile della Nazionale scozzese e principale molla di propulsione della squadra. Incontra pure George Male, che quattordici anni prima aveva ricevuto a Milano un fragoroso pugno da Silvio Piola, Jack Crayston (raffinato mediano destro dei "Tre Leoni") e l'altro l'allenatore Alf Fields, che perlomeno parla un poco italiano..
La conversazione più fruttuosa è quella con l'ala destra Freddie Cox, che sta lasciando l'Arsenal per diventare giocatore-allenatore del West Bromwich Albion e custodisce molti dei segreti del calcio d'oltremanica. Lo vorrebbe con sè per allenare i giovani bresciani e riceve la conferma che l'unica preoccupazione dello staff tecnico dell'Arsenal è quella di dare ai calciatori abbastanza fiato affinchè durino per novanta minuti, visto che sono costretti a giocare per due terzi della stagione su terreni pesanti e la resistenza diventa la preoccupazione primaria. Bonizzoni nota subito che in Italia c'è più irreggimentazione nei metodi, mentre in Inghilterra si presta meno dedizione alla ginnastica, benchè i biancorossi svolgano esercizi ginnici sotto la guida di un istruttore qualificato, che comunque li fa correre all'infinito. Ogni mattina i giocatori si ritrovano sulla pista in scarpette da podisti e mostrano uno stile di corsa che differisce enormemente da quello che in Italia è prevalente.
I Gunners tendono a prendere spinta all'indietro, mentre la principale azione delle gambe dei nostri parte da davanti. Gli inglesi raggiungono la palla inclinati leggermente in avanti e in posizione ottimale per giocarla. Il gioco di testa, visti i molti salti ad ostacolo che praticano, permette loro di arrivare per primi sulle palle alte, senza imprimere eccessiva forza.
Per quanto riguarda il modo di correre, le istruzioni più precise vengono date loro dal noto velocista Guy Butler, vincitore di quattro medaglie ai Giochi Olimpici. Egli mostra il corretto uso delle gambe e delle braccia, che devono muoversi verticalmente indietro ed avanti come due stantuffi, mai attraverso il corpo. Nel gioco aereo invece vengono sviluppati preminentemente i muscoli del collo, che devono raggiungere l'adeguata robustezza. Questo viene ottenuto giocando a tennis con la testa stessa e cercando di colpire i palloni pendenti da una sbarra, appesi a varie altezze. Il mediano destro Alex Forbes e la mezzala sinistra Doug Lishman, principali cannonieri della squadra, svolgono questo training continuamente.
In Italia molto probabilmente, pur seguendo esercizi simili, non si presta medesima attenzione al movimento del tronco e del collo. Ciò spiega la superiorità britannica in quel tipo di gioco. L'allenatore italiano viene incuriosito pure dal tavolato per i tiri: una struttura su cui sono disposti abilmente pezzi e schegge di legno, da cui il pallone rimbalza con angoli sempre molto differenti. Ma il punto debole del sistema di allenamento non gli sfugge: la mancanza di un adeguato addestramento sul pallone. Whittaker ritiene che il controllo sulla palla si acquisti quando il giocatore è un ragazzino di otto-nove anni e gioca con una pallina da tennis in un angolo di strada o su un prato. Ma non si tratta che di una affermazione parziale. Infatti il tecnico bresciano vede all'opera anche Jimmy Hogan con i giovani del Brentford, traendo convinzione che il controllo della sfera si può ottenere a qualsiasi età, solo grazie a costante addestramento.
L'italiano passa attraverso le stanze della Direzione, con le sue imponenti poltrone di cuoio verde, marcate dal glorioso simbolo dell'Arsenal e nota come tutto in quel luogo sia magistralmente pianificato a dovere; con grande scrupolosità, ma parimenti con estrema libertà per il manager. Insomma, nei tecnici inglesi viene riposta una pazienza e una fiducia che in Italia non trovano medesima corrispondenza. Nel Bel paese la sensazione di essere sotto controllo incute ansia, intacca la necessaria spensieratezza per raggiungere il meglio, alla ricerca frenetica di quel risultato che viene conseguito con ossessività davvero spropositata. Luigi Bonizzoni lascia così la patria del football arricchito, certo di aver ricavato una esperienza sufficiente a riprodurre un metodo a metà strada tra quello delle due scuole di pensiero.
di Vincenzo Felici
23 dicembre 2025
[MISTER FOOTBALL ] "WILLIE YOUNG. Red Scotsman" di Roberto Gotta
Uno dei giocatori più caratteristici di un’epoca, una colonna della difesa dell’Arsenal tra anni Settanta e anni Ottanta, dopo gli inizi all’Aberdeen e il passaggio al Tottenham, due stagioni per poi raggiungere ai Gunners il suo ex allenatore Terry Neil.
‘Jennings-Rice-Nelson-Talbot-O’Leary-Young-Brady-Sunderland-Stapleton-Price-Rix’, in ordine di numero di maglia che all’epoca aveva un senso, la potrei recitare anche nel sonno, ed era la formazione dell’Arsenal finalista di FA Cup nel 1979, la famosa ‘finale dei cinque minuti’ contro il Manchester United, 3-2, la seconda delle tre consecutive che Young giocò. Difensore centrale deciso e coraggioso, con una statura imponente che utilizzava per intimorire gli avversari, fu protagonista di una lunga serie di episodi tipici della sua epoca, fatta di avventatezza e sregolatezza. Uno, purtroppo, gli costò la nazionale scozzese: era il 3 settembre 1975 si era appena giocata Danimarca-Scozia per le qualificazioni agli Europei 1976, vinta dagli ospiti 1-0 con gol di Joe Harper, e la squadra era tornata a cenare in hotel, a Vedbaek, località 22 chilometri a nord di Copenhagen. I giocatori avevano poi avuto il permesso di uscire, a patto di tornare non oltre l’1 di notte. Così fecero tutti, e lo staff tecnico, guidato dall’allenatore Willie Ormond, se ne andò a dormire. Cinque furbetti, però, uscirono dalle loro stanze e andarono al bar dell’hotel: erano Harper, il leader Billy Bremner e tre membri della Under 23 vittoriosa la sera prima, appunto Young, Pat McCluskey e Arthur Graham, a cui il Ct Jimmy Bonthrone la sera prima aveva inizialmente dato, poi tolto, il permesso di uscire. Young a dire il vero era un po’ incerto, perché Bonthrone era anche il suo allenatore di club, all’Aberdeen, e dunque lo avrebbe rivisto neanche 24 ore dopo il rientro, ma Bremner lo rassicurò dicendo «tranquillo, io qui conto più di lui» (ed era vero).
I cinque versarono un bicchiere di liquore addosso ad una cameriera, Anne Simonsen, che subito (e giustamente) si lamentò con il gestore. La ragazza peraltro aveva commesso due errori fatali, ovviamente del tutto slegati dalla cafonata dei cinque: aveva chiesto di lavorare quella notte, pur non essendo di turno, perché sperava in mance consistenti e di fare pratica con l’inglese, obiettivi utopistici - entrambi - per chi ha a che fare con degli scozzesi (…).
Dopo una mezza rissa con il DJ del locale, che a quanto pare aveva allontanato Graham autore di una richiesta musicale sgradita, era arrivata addirittura la Polizia, che però aveva creduto alle promesse dei cinque di un comportamento migliore. Sì, come no. Tempo mezz’ora e i ‘Copenhagen Five’, come vennero poi chiamati dalla stampa, erano al Bonaparte, la discoteca danese più in voga al momento, dove presto la loro esuberanza (…) cominciò a infastidire alcuni avventori. La situazione peggiorò quando Young, nel tentativo (così disse) di coprire con la manona un faretto che gli impediva di vedere il bancone, lo ruppe: il proprietario gli presentò un conto da 800 sterline e Young rispose «voglio solo pagare la lampadina, non comprare il locale». Poco dopo venne chiamata di nuovo la polizia, che portò fuori un McCluskey ormai malfermo sulle gambe, e rispedì tutti a casa. O meglio in hotel, dove però Bremner decise che si poteva fare nottata mettendo a soqquadro una stanza a caso. Peccato che fosse quella di un certo Jock McDonald, dirigente federale: i racconti di quella notte, che sono arrivati da almeno quattro fonti diverse, qui a mio avviso mancano di qualcosa, perché se in stanza non c’era nessuno non si capisce dove McDonald fosse, alle 4 del mattino, ma quel che pare certo è che quando scoprì l’accaduto diede un pugno in faccia a Bremner. Sei giorni dopo la commissione disciplinare federale escluse i cinque dalla nazionale a tempo indeterminato. La punizione venne successivamente cancellata e Harper e Graham (tra l’altro apparentemente incolpevole per le vicende al Bonaparte) vestirono la maglia della Scozia, mentre Bremner era ormai avanti con gli anni (33), McCluskey subì un calo di forma e Young fu scavalcato da difensori più completi.
C’è poi il celebre episodio della finale di FA Cup 1980: a 3’ dalla fine Paul Allen, centrocampista del West Ham, schivò Graham Rix e si avviò palla al piede verso la porta difesa da Pat Jennings, ma Young con un intervento in scivolata da dietro, senza alcuna speranza di prendere la palla, lo sgambettò. Allen, 17 anni e 256 giorni, era il più giovane giocatore di una finale a Wembley e l’opinione pubblica inorridì nel vedergli negata in quel modo l’opportunità di scrivere un’altra pagina di storia. L’arbitro George Courtney poté solo ammonire Young, considerando che a suo avviso il fallo non era grave (e a quell’epoca per ricevere un cartellino rosso diretto dovevi praticamente ammazzare qualcuno), ma lo sdegno per l’accaduto portò alla ideazione del ‘professional foul’, più o meno fallo da ultimo uomo, che venne adottato due anni dopo, sulla base di raccomandazioni di un comitato di saggi.
Fu poi abolito nel 1985 per essere ripreso e ampliato a livello internazionale nel 1990.
Ma Young è stato tanto altro, tanto. Per chi è abbonato a Sky, ne ho parlato, segnalo però l’episodio in cui affrontò con durezza un attaccante del Falkirk che aveva pestato la mano del portiere dell’Aberdeen, dopo un intervento in scivolata, nel tentativo di fargli perdere la palla. Quell’attaccante reagì con un calcio e fu squalificato per 53 giorni. Quell’attaccante era Alex Ferguson. La sua personalità esuberante, parziamente visibile anche negli ultimi anni danneggiati dalla demenza senile (causata, secondo i medici, dai traumi ripetuti), lo mise spesso nel mirino dei tifosi: diceva, divertito, di essere stato il primo giocatore ad essere contestato sia dai tifosi del Tottenham (per essere passato all’Arsenal) sia, inizialmente, da quelli dell’Arsenal stesso (per un fallaccio sull’attaccante dei Gunners Frank Stapleton).
Facile, banale, scontato dire che la sua scomparsa porta via un pezzo di quel calcio tempestoso e bellissimo a chi ha avuto la fortuna di viverlo, ma lo dico lo stesso.
Nella foto sopra, Young a terra, dopo aver subito un fallo da Steve Archibald del Tottenham. Foto che ho scattato il 30 agosto 1980. Gli altri sono, da sinistra, il terzino sinistro dei Gunners Kenny Sansom, il terzino destro (ma finì poi per giocare più spesso a sinistra, coerentemente con il numero 3) Spurs Chris Hughton, Stapleton, il centrocampista Spurs Glenn Hoddle e, semicoperto, Rix. Quel giorno ad Highbury c’erano 54.045 spettatori, un ricordo per me straordinario. Indelebile. Willie Young (1951-2025).
di Roberto Gotta, da https://misterfootball.substack.com
11 dicembre 2025
the LADS. Elio Segurini (Arsenal)
Ciao a tutti, mi chiamo Elio, vivo a Ravenna, lavoro in un villaggio turistico, ho 63 anni. sono tifoso dell'Arsenal dal 1984, quando per la prima volta andai in Inghilterra a trovare dei miei amici che si erano trasferiti a Londra. Subito cercai di andare a vedere delle partite di calcio (in quel momento non ero ancora tifoso dell'Arsenal) quindi i miei amici mi portarono in vari stadi, nel percorso ad arrivare allo stadio chioschi di vendita di hamburger e hot dog con ventate di odore di cipolla una delizia per me.
Quindi iniziai con Highbury, poi Loftus Road e Stamford Bridge, stadi bellissimi, tutti stile inglese cioè il rettangolo verde vicinissime alle tribune e anche a livello architettonico molto interessante con i piloni in mezzo alle tribune ma Highbury mi rimase nel cuore subito, poi vedere quelle maglie colore rosso e bianco, un rosso vivido, fiammante e lo stadio che avevo sempre sognato me ne innamorai subito, quindi da quel momento Highbury era il mio stadio e l'Arsenal la mia squadra, tutte le volte che sono entrato ad Highbury mi veniva la pelle d'oca, ripeto tutte le volte.
Poi, purtroppo ma inevitabile per i grandi club si è dovuti fare rinnovamenti per stare al passo e competere a livello economico e sportivo con i più grandi club europei, quindi stadio nuovo, molto bello da 60.400 posti a sedere e abbattere il vecchio caro Highbury e farne degli appartamenti da vendere.
La mia passione per il calcio britannico è partita anche dal tipo di gioco che si faceva a quei tempi, si crossava tantissimo in area per il centravanti vero, a quei tempi tutti avevano la punta centrale vera. Ora godiamoci questo bellissimo, fantastico, magnifico e brillante Arsenal, speriamo alla fine del campionato in corso di avere tante soddisfazioni da questo bel gruppo allenato da Mr. Arteta.
2 dicembre 2025
"PAUL & THE ARSENAL. Storia di una stagione indimenticabile" di Remo Gandolfi (Urbone), 2025
- Il libro "Paul & the Arsenal" è considerato autentico perché racconta la storia vera di Paul Vaessen, un giovane talento dell'Arsenal che ha vissuto una stagione intensa con la squadra nella stagione 1979/80. L'autenticità deriva anche dalla narrazione dettagliata e precisa dell'ambiente calcistico dell'epoca.
- L'autore Remo Gandolfi dimostra una profonda conoscenza del club e della sua storia, il che contribuisce a rendere l'esperienza di lettura ancora più immersiva e credibile. I dettagli sulla vita dei giocatori e sullo spogliatoio sono particolarmente apprezzati dai lettori che cercano una storia sportiva autentica.
- La stagione 1979/80 dell'Arsenal fu segnata da eventi importanti, tra cui la finale della Coppa delle Coppe, e "Paul & the Arsenal" offre una prospettiva unica su quel periodo, concentrandosi sulle esperienze dei giocatori giovani come Vaessen all'interno di un ambiente calcistico carico di aspettative.
Paul & the Arsenal è un romanzo sportivo avvincente e autentico che racconta, in forma narrativa, una delle stagioni più intense nella storia dell’Arsenal Football Club: la stagione 1979/80. Il protagonista, Paul Vaessen, giovane talento appena entrato nel mondo professionistico, ripercorre dall’interno la vita dello spogliatoio dei Gunners: allenamenti, sogni, rivalità, paure e vittorie, tra campionato, FA Cup e Coppa delle Coppe. Il lettore viene immerso nella quotidianità di un club leggendario attraverso lo sguardo di un calciatore diciassettenne che si trova improvvisamente catapultato nel grande calcio inglese.
La forza del romanzo sta nell’equilibrio tra storia sportiva reale e racconto umano: non solo il campo, ma anche l’amicizia, l’umorismo dello spogliatoio, le delusioni, le aspettative e il peso di crescere troppo in fretta. Momenti memorabili, aneddoti inediti e scene di vita vissuta rendono la lettura coinvolgente anche per chi non è tifoso dell’Arsenal.
Il volume è impreziosito dalla prefazione di Liam Brady, protagonista di quella stagione, che accompagna il lettore dentro un racconto emozionante e fedele allo spirito dell’epoca.
Un libro che non è soltanto una cronaca sportiva, ma una vera e propria storia di formazione, capace di appassionare chi ama il calcio, la narrativa sportiva e i grandi racconti di crescita personale.
17 novembre 2025
ARSENAL. "HIGHBURY ROAR" di Simone Galeotti
Charlie George non si reggeva più in piedi. Acciaccato, malconcio. Guardò Mee in panchina e scrollò la testa come per dire, “Dai forza, butta dentro quel ragazzo che tanto qui ci hanno fatto un discreto culo, e la coppa potrebbero già consegnargliela questa sera a Bruxelles”. Mancava più o meno un quarto d’ora alla fine della partita d’andata e i gunners erano sotto 3-0 contro i bianco malva dell’Anderlecht padroni di casa. Ad un tratto Bertram Mee, detto Bertie, allenatore dell’Arsenal, club in secca di vittorie da qualcosa come diciassette anni, si voltò, increspò per un attimo la fronte socchiudendo le palpebre, e fece cenno al diciottenne Ray Kennedy di entrare.
Ray che era nato nel villaggio di Seaton Delaval di cui nemmeno le carte geografiche conoscevano l’esatta l’ubicazione, aveva il naso grosso, gli occhi di un colore indefinito, un bel ributto di capelli scuri e una finestrina fra gli incisivi. Entrò in campo come farebbe una busta di plastica trascinata dal vento, non toccando nemmeno un pallone, anzi no, per tutte le polveri del cannone, uno lo toccò. Di testa, l’unico. Il fatto è che lo metterà in rete, e allora quella benedetta Coppa delle Fiere, non sembrò essere già sciaguratamente persa.
Ma te guarda alle volte i ragazzini.
Sei giorni dopo, le cancellate nere di Islington sgocciolavano acqua. Una pioggia obliqua, sferzante, cadde su Londra per tutta la giornata del 28 aprile 1970. In migliaia si avvicinarono alla grande facciata in Art Decò della East Stand che guarda su Avenell Road. Lucidissima, la grande scritta a caratteri rossi “Arsenal Football Club” pulsava come un cuore sulle sue arterie fatte di piccoli spazi pubblici, pub che si sforzavano di appagare l’occhio fra angoli anneriti, vicoli stretti e vialetti di case a schiera. “Bridge over troubled water” di Simon & Garfunkel stava scalando velocemente la Hit dei singoli più venduti in UK, mentre in 50.000 (stando ai tabellini ufficiali) quella sera scaleranno, ancora più rapidamente, i gradini di Highbury.
Tutto paranoicamente, febbrilmente pieno. Northbank, Clock End, Tribuna Est e Ovest.
Il busto di Herbert Champman nella meravigliosa Marble Hall, pareva aspettare trepidante, custodito in una nicchia dalla possente emanazione sacrale. Uomo fiero, pieno delle sue certezze, forse il più grande allenatore inglese di ogni tempo, di sicuro colui che in quaderno scarabocchiò quel benedetto sistema a cui tutti vorranno dare una sbirciata.
Le bandierine triangolari dei corner con la scritta AFC indicavano senza soluzione di continuità che la brezza quella sera arrivava dalla foce del Tamigi. Roba da libri di Joseph Conrad. Il terreno di gioco apparve subito pesante, inclemente, scomodo, con i bagliori dei riflettori avviluppati da una leggera nebbiolina che inconsciamente aumentarono i sintomi da seduta psichiatrica per un club atteso a rispondere delle sue angosce, dei suoi problemi, e magari provare a risollevarsi almeno per una notte.
L’arbitro? Un tedesco dell’est guardato a vista da eminenze grigie della Stasi di nome Gerhard Kunze.
Sarebbe occorso subito uno di quei tonici ricostituenti tipo quelli alla radice di ginseng. Lo servirà dopo una ventina di minuti Eddie Kelly che oltre la faccia da donnaiolo impenitente, ne mostrò un’altra da monaco abbaziale, e senza pensarci troppo da fuori area riscaldò muscoli e cervello con un corroborante destro che permise all’Arsenal di passare in vantaggio.
“A r se nal, A r se nal, A r se nal”.
Profano eppure seriamente liturgico, incessante preghiera che si riverberava a ondate lungo e oltre lo stadio. Oh, diciamo serviva almeno un altro goal. E’ sarà un capolavoro, come quelli di Pierre Bonnard e Paul Gauguin che saranno rubati poco tempo dopo in un appartamento di Regent’s Park mandando in confusione mezza Scotland Yard.
Uno dei due dipinti, un olio su tela, si chiamava La fanciulla seduta in giardino. La stessa sensazione probabilmente provata da Jean Marie Trappeniers, estremo difensore dell’Anderlecht, dopo che uno scambio fra George Graham e il terzino Bob McNab aveva portato quest’ultimo (restando in tema) a pennellare un cross perfetto per la testa biondiccia e infangata di John Radford bravo a incrociare la palla in rete siglando il raddoppio dei suoi e alzando al massimo i decibel di Highbury. I belgi accusarono il colpo, la pressione di dover reagire per forza. Quando Jan Mulder colpirà il palo, un fremito di paura rapirà gli occhi dei presenti e fu il segnale che il lavoro era ancora da portare a termine.
E quindi giunse il momento di Jon Sammels, uno dalla faccia pulita come un pastore all’alba. D’altro canto veniva dal Suffolk e di campagna, di bella campagna con i cottage in pietra dal comignolo fumante e dagli infissi bianchi da cartolina, se ne intendeva abbastanza. Si intendeva anche di calcio, ovvio. Nel 1965 segnerà una doppietta al Brasile in amichevole seppure vada detto per onor di cronaca che i campioni del mondo erano privi della loro perla nera Pelé. In ogni caso si guadagnerà qualche presenza con le selezioni giovanili dell’Inghilterra. Ci sarà pure un momento difficile per lui con i tifosi ma questa è un’altra storia. Quel giorno lasciò partire un diagonale colto e ordinato da 30 metri che non lasciò scampo ai belgi ormai respinti con perdite.
Arsenal 3 Anderlecht 0. Frank McLintock, il capitano, finirà abbracciato, spinto, sollevato dalla folla e dai compagni, alzando sopra le teste di tutti la Coppa delle Fiere dichiarando che il digiuno era finito. Aveva ragione perché nella stagione successiva Highbury mise su diversi chili… Bumm.
di Simone Galeotti, da https://lettereinchiaroscuro.blogspot.com
7 ottobre 2025
"FOOTBALL HOOLIGANS (Steamin in)" di Colin Ward (Boogaloo Publishing), 2003
Dopo tanto esercizio letterario da parte di sociologi, giornalisti e romanzieri vari, questo è stato il primo libro ad esplorare il mondo degli hooligans Inglesi dall'interno. Prima di allora la "Terrace Culture" era sempre stata un argomento nebuloso trattato di volta in volta con supponenza o ignoranza. Questa è la storia di un tifoso del football che ha avuto la fortuna di assaporare l'adrenalina delle gradinate negli anni giusti. Ward (con black humour commovente) racconta il proprio viaggio iniziatico partendo dai ricordi giovanili di Leatherhead. Un club con un minuscolo stadio malridotto capace però di trasportare l'immaginario di un'intera comunità con il miraggio di arrivare a Wembley (via Millwall!).
Anni di formazione prima di poter seguire la propria squadra del cuore, l'Arsenal FC. Londra Nord. Giovani ragazzi che crescono insieme difendendo i colori feudali del proprio club. Le atmosfere di un football terribilmente vintage, così pieno di fascino romantico ancorché ruvido e non avvezzo a qualsivoglia forma di compromesso. Il North Bank di Highbury, i derbies Londinesi e i confronti con le tifoserie del Nord. L'andare in trasferta in tempi in cui la cosa poteva tramutarsi in supplizio e paura. I primi viaggi in Europa al seguito dell'Arsenal. Turbolenze. I rapporti con polizia (Inglese e non), stampa e con la Football Association. Le campagne storiche con la Nazionale, quelle che hanno proiettato i tifosi Inglesi del football negli incubi di mezza Europa, vengono qui ricostruite in prima persona; Torino, Bilbao, Bucarest, Copenhagen, Lussemburgo, Istanbul, Parigi solo per menzionarne alcune. I violenti equilibri fra le varie tifoserie di club riunite sotto la bandiera di San Giorgio. E' la cara vecchia Inghilterra anni settanta e primi ottanta, con i sabati consacrati al rito sociale del football e spesso segnati dai comportamenti devianti e a volte violenti di una parte del pubblico. Dentro e fuori gli stadi, un'interminabile galleria di personaggi incredibili che sembrano usciti dalla penna di un romanziere fantasioso ed imbizzarrito.
24 luglio 2025
"VESTIVAMO ALLA PAUL MARINER" di Christian Giordano
Comincia a giocare dalle sue parti, nel Lancashire, al Chorley, club dilettantistico di non-League, prima di essere ceduto al Plymouth Argyle per quattro soldi nel luglio 1973. Poche settimane della nuova stagione e Paul Mariner ha già rubato il posto a Jimmy Hinch, mettendosi in luce come uno dei migliori attaccanti della Third Division. Nel 1975-76, in coppia con Billy Rafferty trascina l’Argyle alla promozione in Second Division.
Su di lui mettono gli occhi club di First Division quali Ipswich Town, West Bromwich Albion e West Ham United, ma è di Bobby Robson, nell’ottobre 1976, la padriniana offerta che il club del Devon non può rifiutare. Con sette gol in dieci giornate di campionato, Mariner stava già dimostrando di saper segnare in Division Two come faceva in Division Three, e così l’Argyle ne accetta la valutazione fatta dall’Ipswich: 220.000 sterline più i cartellini di Terry Austin e John Peddelty.La grande considerazione in cui Robson teneva Mariner al club continua quando il futuro Sir Bobby lascia l’Ipswich per la nazionale inglese, sogno che grazie a lui Paul realizza sei mesi dopo l’arrivo al Portman Road e che si spezzerà dopo 35 presenze e 13 reti.Al primo anno coi Blues, in 31 partite segna 13 gol compresa la tripletta nel 4-1 casalingo sul West Ham United. Nel 1977-78, con 22 reti è il miglior marcatore dei suoi e si porta a casa il pallone firmando un hat-trick nel 6-1 esterno sul Millwall nel sesto turno di FA Cup. Campagna chiusa in gloria con l’1-0 in finale sull’Arsenal. Guida la classifica marcatori anche nel 1978-79 e nel 1979-80, annata conclusa con la tripletta nel 6-0 sul Manchester United.
Nelle ultime tre stagioni al Portman Road bolla sempre meno, ma ha in carniere 131 gol in 339 partite quando, nel febbraio 1984, firma per l’Arsenal e 150.000 sterline. Già nella fase discendente della carriera, ad Highbury vive i suoi anni migliori; e nell’agosto 1986, dopo aver timbrato 17 volte in 70 uscite coi Gunners, va a svernare al Portsmouth. Alla prima stagione al Fratton Park riporta i Pompey in First Division, traguardo che il club inseguiva da quasi trent’anni.
Divorziato dal 1989 e unitosi in seconde nozze con Dedi (dalla prima moglie Alison, sposata nel 1976, ha avuto tre figli), dopo il ritiro prova per un po’ a fare il “commercial manager” del Colchester United prima di allenare i ragazzini in Giappone come membro di un programma tecnico internazionale organizzato da Charlie Cooke. Prima di metter su un’agenzia di rappresentanza di calciatori, lavora anche come opinionista alla BBC Radio Lancashire nel Friday-night Non-League Hour, talk-show del venerdì sera dedicato al calcio minore. Ma il richiamo del campo è troppo forte. Dopo un breve ritorno in Inghilterra come istruttore alla Bolton School, rientra negli States per allenare le giovanili dell’S.C. Del Sol a Phoenix, Arizona. Nell’autunno 2003, diventa assistente allenatore alla Harvard University. Nel 2004, lo chiamano come secondo di Steve Nicol, ex difensore del Liverpool e della nazionale scozzese, i New England Revolution della Major League Soccer.Un mese fa, le voci di un suo ritorno a casa, come vice se non capo allenatore, al Plymouth Argyle, in ambasce nel Championship, la cadetteria inglese. Voci corroborate dalle sue dimissioni del 17 ottobre e presto confermate: già l’indomani gli viene affidata la panchina di head coach del suo vecchio club, con Paul Sturrock che resta come manager. Il cerchio si chiude là dove tutto era cominciato.
di Christian Giordano, da http://footballpoetssociety.blogspot.com
10 luglio 2025
"MALCOM McDONALD. Questo è un lavoro per SuperMac" di Christian Giordano
Comincia la carriera da terzino nel Tonbridge prima di arrivare, nell’agosto 1968, al Fulham, dove Bobby Robson lo avanza a centravanti. Quando Robson se ne va, MacDonald cade in disgrazia e nell’estate 1969 viene ceduto al Luton Town per 30 mila sterline. In due stagioni agli Hatters viaggia a oltre un gol ogni due partite: 49 in 88 gare di campionato. Nel maggio 1971 il Newcastle United lo firma per 180 mila sterline, allora record del club.
Nel Tyneside, Macdonald diventa l’idolo più grande dai tempi di Jackie Milburn. In uno dei suoi primi match coi Magpies (si dice “mègpìs”, non “megpàis”) rifilò una tripletta al Liverpool, e per tutte le sue cinque stagioni fu il miglior marcatore del Newcastle, segnando un totale di 138 gol in 258 presenze. Quando i Magpies raggiunsero la finale di FA Cup, nel 1974, andò a rete in tutti i turni della competizione, e l’anno seguente eguagliò il record realizzativo individuale con l’Inghilterra infilando una cinquina contro Cipro. Di conseguenza, l’intero Tyneside restò di sale quando, nell’agosto del 1976 per 333.333 sterline, lasciò St James’s Park per l’Arsenal. Nella sua prima stagione ad Highbury, con 25 gol vinse la classifica marcatori della First Division. Nel 1977-78 trascinò i Gunners alla finale di FA Cup, persa 1-0 contro l’Ipswich Town. La stagione seguente, dopo appena quattro partite, subì un serio infortunio a una gamba in una trasferta di Coppa di Lega contro il Rotherham United.
Nel luglio 1979, a soli 29 anni, Malcolm Macdonald annuncia il ritiro. In poco più di due stagioni ad Highbury, aveva realizzato 27 gol in 107 partite fra campionato e coppe. Al Craven Cottage torna come dirigente di marketing, poi viene nominato allenatore. Nei suoi primi mesi in carica, tiene il club alla larga dalla zona-retrocessione in Fourth Division e nell’1981-82 guida il club alla promozione in seconda divisione.La stagione seguente per poco non porta i Cottagers alla massima serie, ma nel marzo 1984, in seguito a rivelazioni sulla sua vita privata, lascia il Fulham per gestire un pub a Worthing. Rientra nel calcio come manager dell’Huddersfield Town prima di trasferirsi, nel 1993, a Milano come impiegato nelle telecomunicazioni sportive. Per un periodo fa anche il procuratore calcistico e contribuisce a portare al St. James’s Park un suo assistito, la (presunta) stella brasiliana Mirandinha.Da allora è nel cosiddetto “after-dinner circuit” come speaker, oltre che commentatore per radio locali e columnist del nord-est dell’Inghilterra. Celebre il suo talk-show radiofonico sull’emittente Century FM intitolato "The 3 Legends". Con Supermac, le altre due leggende sono Eric Gates e Bernie Slaven.
di Christian Giordano, da http://footballpoetssociety.blogspot.com26 maggio 2025
1989 LIVERPOOL-ARSENAL= 0-2. Quel minuto che fece la storia.
A volte mi sono fatto (ovviamente da solo…chi vuoi che mi faccia una domanda simile fra amici e parenti?) a bruciapelo questa domanda: quali sono i tre momenti che ti hanno fatto innamorare del calcio inglese?
Come per una storia d’amore, ricordare i brividi e le emozioni degli inizi è un tributo alla nostalgia che ogni tanto bisogna pagare…e ogni volta, prima di rispondere, parto per un viaggio nella memoria, fra momenti ‘vissuti’ e altri solo ‘tramandati’ da libri, video, programmi…la ‘classifica’ finale risente degli umori del momento, ma la hit che non manca mai è ‘quel’ minuto di Anfield Road, quando l’Arsenal conquistò il titolo all’ultimo respiro dell’ultima partita di campionato, strappandolo dal petto dei Reds che già lo celebravano cullati dalla Kop e dal suo ‘You’ll never walk alone’ da brividi…me lo ricordo bene quel dolcissimo pomeriggio di tarda primavera, con la scuola ormai agli sgoccioli e le ore divise fra lunghe maratone di sport in tv e interminabili partite di calcio o tennis…quel 26 maggio 1989, però, non c’erano stati svaghi…il perché lo capivo solo io, ma fra l’incredulità dei miei amici mi chiamai fuori perché ‘c’era la partita’…’ma quale partita?’, chiedevano increduli…era venerdì, quindi niente serie A né coppe europee…alzata di spalle, sorriso di ‘compassione’ e poi via a riprendere il ‘calcio giocato’…più o meno la stessa sospettosa diffidenza con cui i miei mi vedevano armeggiare con l’antenna TV per essere sicuro di sintonizzare in maniera decente TMC…eppure era dal 1952 che un titolo inglese non si assegnava nello scontro diretto all’ultima giornata (allora l’Arsenal ne prese sei (a uno) dallo United, un precedente non proprio incoraggiante per i Gunners)…ma la ‘relatività’ l’avrei metabolizzata solo anni dopo, in quel momento la loro indifferenza mi sembrava folle almeno quanto a loro la mia tensione…una tensione che sul piano calcistico trovo peraltro assolutamente giustificata ancora oggi…si arrivava da una stagione straordinaria in tutti i sensi…la mia Inter aveva appena vinto lo ‘scudetto dei record’ (ahimè anche l’ultimo da allora…), un mese prima c’era stato Hillsborough…momenti ugualmente indimenticabili, per ragioni opposte, che sembravano trovare la loro composizione nell’ultimo atto che si andava preparando ad Anfield Road…tardi, rispetto al calendario inglese, proprio a causa dello stop decretato per onorare le vittime dell’assurda tragedia di Sheffield e cercare di capire ancora una volta come si possa morire per una partita di calcio…nel frattempo il Liverpool aveva onorato a modo suo la memoria dei suoi tifosi, vincendo la FA Cup a spese dell’Everton e continuando l’incredibile striscia positiva di 23 partite senza sconfitta (20 vittorie e 3 pareggi) a partire da Capodanno…una forma che aveva permesso ai Reds di rimontare ben 14 punti di distacco nel giro di tre mesi e prendersi la testa della classifica…a questo punto, dopo aver demolito per 5-1 il West Ham nell’ultimo recupero, il Liverpool aveva tre punti di vantaggio sui Gunners ed una migliore differenza-reti…la squadra di George Graham avrebbe dovuto vincere con almeno due gol di scarto, cosa che nelle ultime quattro stagioni era successa ad Anfield solo una volta (per mano dell’Everton)…peraltro l’Arsenal era in piena crisi, dopo aver dilapidato un vantaggio che in primavera pareva rassicurante e aver fatto solo un punto nelle ultime due gare casalinghe contro Derby (1-2) e Wimbledon (2-2, e pensare che alla prima giornata i Gunners avevano demolito per 5-1 la Crazy Gang fresca vincitrice della FA Cup…)…la stampa non attribuiva alcun credito alle speranze dei londinesi, e per molti il Double sarebbe stato quasi un ‘risarcimento’ alla memoria delle vittime di Hillsborough…in giro c’era quasi ‘simpatia’ per il Liverpool, un po’ come nel 1953 tutti tifavano Blackpool nella finale di FA Cup, spingendo Matthews verso quella medaglia che pareva inafferrabile…provano a pensarla diversamente i Gunners, e O’Leary dichiara: ‘i miracoli accadono.
Una cosa è certa, daremo tutto per rendere loro la vita difficile’…già, un miracolo calcistico è proprio quello che ci vorrebbe…eppure i precedenti stagionali sarebbero anche incoraggianti…in Coppa l’Arsenal si è piegato solo al 2° replay, mentre in campionato è finita 1-1…nel frattempo però sono cambiate molte cose, e le due squadre hanno condizione e morale diametralmente opposti…finalmente ci siamo, Caputi e Bulgarelli da Anfield Road (o almeno così credevo ai tempi…) leggono e commentano le formazioni, inquadrano la gara e cercano di riportare l’atmosfera a dir poco elettrica che rimbalza da Liverpool…ma proprio quando ripenso al contrasto fra l’adrenalina che colava dal piccolo schermo e l’indifferenza del mio ambiente domestico mi abbatto un po’…sarebbe stato bello respirare la stessa attesa anche da questa parte del video, commentare le possibilità dei Gunners e le scelte tattiche di Graham, i titoli dei giornali e l’esodo speranzoso dei tanti partiti in mattinata da Islington alla volta di Anfield…sarebbe stato bello insomma vederla con un appassionato, magari un tifoso…tipo Nick Hornby, per esempio, uno che sulla sua ossessione per l’Arsenal ha scritto addirittura un libro, Fever Pitch…un libro meraviglioso, in cui qualifica questa serata come ‘il più grande momento in assoluto’…ne fa un racconto emozionato e coinvolgente…come piacerebbe a me, che mi abbandono alla fantasia e mi vedo seduto di fianco a lui, teso ma disincantato, in attesa del fischio d’inizio…
Io: ‘allora Nick, come hai passato la giornata?’ gli chiedo fra l’ironico e il provocatorio.
Lui: ‘la verità? stamattina sono andato ad Highbury a comprare questa maglia nuova, così tanto per fare qualcosa…capisco che indossarla davanti al televisore non aiuterà molto i ragazzi, ma almeno mi ha fatto sentire meglio…a mezzogiorno, intorno ad highbury c’erano già decine di pullman e macchine, e tornando a casa ne ho incrociati parecchi assurdamente ottimisti…sono stato male per loro, davvero…erano solo uomini e donne che andavano ad Anfield a perdere al massimo un campionato, ma a me sembravano soldati in partenza per una guerra senza ritorno…’
Io: ‘insomma non ci credi proprio…però hai comprato una maglia nuova per l’occasione…’ lo martello adocchiando la replica shirt nuova di zecca.
Lui: ‘Che vuoi che ti dica, dopo tanti anni ho smesso di crederci davvero…Dal 1971 non siamo mai stati davvero in corsa per il titolo, anche se un paio di anni fa restammo in testa per qualche giornata…in questi anni ho visto decine di partite, moltissime di campionato, e quasi tutte senza alcun risvolto di classifica…è chiaro che alla fine ti abitui, e anche se un tifoso dovrebbe sempre covare l’illusione della vittoria, io avevo ormai abdicato ogni speranza di lottare per il titolo…quest’anno, poi…con una squadra così giovane, l’unico innesto di Steve Bould dallo Stoke e i bookmakers che in estate ci pagavano 16-1 per la vittoria finale, non avrei mai pensato di dover tornare a soffrire così per un campionato prima sfiorato e poi regalato per così poco…’
Io: ‘Quest’anno solare però lo avete iniziato in testa e ci siete rimasti quasi fino a oggi, quindi un po’ ti sarai fatto coinvolgere…’.
Lui: ‘Un po’? Faccio fatica ad ammetterlo anche a me stesso, ma dentro ho un vulcano in eruzione…anche se non è così dall’inizio…ricordi la prima di campionato, in casa del Wimbledon? Fashanu in gol dopo sette minuti…non proprio l’inizio che ogni tifoso sogna…poi per fortuna il loro portiere finì dentro la porta con un pallone innocuo fra le braccia e ci regalò il pareggio…poi si scatenò Alan Smith e finì 5-1 per noi…alla fine quasi non capivo cosa fosse successo…’
Mi faccio trasportare nel ‘film’ della stagione che si conclude stasera e lo stimolo sui momenti salienti: ‘Rimonta-episodi fortunati-Alan Smith…tre costanti di tutta la stagione’
Lui: ‘Già, hai proprio ragione…Alan è stato straordinario, secondo me il migliore e spesso decisivo…di testa le ha prese tutte, ma ha inventato anche di piede alcuni gol fra il memorabile e il fortunato’.
Io, che non voglio perdere l’occasione di poter finalmente parlare con qualcuno che mi capisca: ‘Tipo il pareggio a Nottingham, quando Lukic aveva regalato il pallone dell’1-0 a Clough e lui indovinò un lob dal limite dell’area mettendo il piede in una mischia selvaggia…’
Lui: ‘Giusto, vedo che il campionato l’hai seguito…comunque di gol così ne ha fatti tanti, dei 22 totali segnati fino a stasera molti sono stati cruciali…tipo il pareggio di testa in pieno recupero contro il Southampton, dopo essere stati sotto 2-0 a sette minuti dal termine, oppure quello di testa al Villa Park, saltando più in alto del portiere in uscita…in quella partita Smith fu gigantesco, completando l’opera con un’altra torre da cui scaturì il 2-0 finale sul Villa’.
Io: ‘E pensare che proprio il Villa nella gara d’andata aveva freddato gli entusiasmi del dopo-Wimbledon…’
Lui: ‘Già, quella sconfitta alla 2° di campionato, in casa, ci fece tornare subito sulla terra…per fortuna i ragazzi risposero subito alla grandissima nel derby con gli Spurs…’
Io: ‘Quella fu mitica, una delle migliori partite dell’anno…l’esordio assoluto di Gazza con la maglia degli Spurs, in casa, nel derby…le aspettative erano altissime, poi Winterburn inventò quel gol d’esterno dal limite dell’area e gelò White Hart Lane…’
Lui, rapito dal ricordo estatico di quel giorno: ‘…loro pareggiarono, ma era il nostro giorno…alla fine celebrammo il 3-2 cantando a squarciagola sulle nostre tribune, urlando ancor più forte quanto più le loro facce intorno erano scure…’
Io: ‘La rincorsa vera partì proprio da quel giorno…nonostante la sconfitta per 2-1 contro lo Sheffield Wednesday qualche settimana dopo, fino a febbraio fu un crescendo irresistibile…’
Lui: ‘Infatti fu allora che cominciai timidamente a crederci…vincemmo ad Upton Park, in casa del QPR rimontando da 0-1 a 2-1 nei minuti finali, a Coventry, a Goodison Park con l’Everton, dove uscimmo addirittura fra gli applausi…’
Io: ‘Nel frattempo ci fu anche l’andata con il Liverpool, ad Highbury, altra rimonta…’
Lui: ‘Era inizio dicembre, noi inseguivamo il Norwich capolista ed avevamo da affrontare di seguito Liverpool, Norwich e Manchester United…con i Reds fu soffertissimo…ad inizio ripresa Barnes segnò per loro…lo fece dopo uno slalom fantastico, eppure a vederlo da fermo in quei giorni pareva addirittura soprappeso…per fortuna ci pensò ancora Smith a rimettere le cose a posto, ma nel finale Barnes colpì una traversa clamorosa su punizione e poi Aldridge sbagliò un gol di testa da solo davanti a Lukic…che sospiro di sollievo, se oggi siamo ancora in corsa lo dobbiamo anche a quella partita…’
Io: ‘Però non vi è andato sempre tutto per il verso giusto…dopo l’1-1 con il Liverpool giocaste in casa della capolista Norwich e finì 0-0 dopo che l’arbitro vi fece ripetere un rigore che Marwood aveva segnato al primo tentativo…’
Lui: ‘…e che poi al secondo sbagliò…certo, qualche beffa l’abbiamo incassata anche noi…all’Old Trafford, per esempio, Adams ci portò in vantaggio, sembrava tutto fantastico, poi a una manciata di minuti dal termine sempre lui realizzò un autogol che deve aver fatto ridere tutta l’Inghilterra, noi esclusi…’
Io: ‘A quel punto eravate stati in testa per quattro mesi ma il Liverpool vi agganciò proprio quel giorno…’
Lui: ‘Precisamente…conquistammo la vetta a fine anno, dopo il successo al Villa Park, e la celebrammo nel derby di ritorno con gli Spurs…si giocò nel giorno in cui fu scoperto il nuovo orologio nella Clock End…altra giornata da ricordare, con un Merson sontuoso che realizzò l’1-0 e poi giocò un contropiede fantastico prima di servire a Thomas la palla del raddoppio…in quel momento eravamo inarrestabili…il 18 febbraio avevamo 15 punti in più del liverpool, anche se con una gara in più…15 punti, capisci?’
Io: ‘Mi ricordo bene, i Reds erano completamente fuori dai giochi, al 6° posto…e nonostante la prima mini-crisi di febbraio, dove vinceste solo 2 partite su 5 (di cui 4 in casa), i bookmakers vi davano quasi alla pari per il titolo, con il Liverpool (nel frattempo risalito a –8) pagato 16-1’.
Lui: ‘E’ lì che abbiamo cominciato a dilapidare tutto…a fine marzo andammo a vincere 3-1 a Southampton…di quel giorno mi ricordo soprattutto lo slalom fantastico di Rocastle per il 3-1 e le urla razziste dei tifosi di casa all’indirizzo dei nostri giocatori di colore…purtroppo fu una ‘sveglia’ breve, perché due settimane dopo i Reds ci affiancarono in testa…e da allora ce la giochiamo testa a testa…’
Una volta rotti gli argini, mentre giungono le prime immagini da Anfield, spostiamo l’attenzione sulle formazioni, in quel momento in sovrimpressione.
Io: ‘Graham insiste anche stasera sulla difesa a 3…va bene che ha tenuto in piedi la baracca negli ultimi due mesi, ma non è un po’ troppo difensiva visto che si deve vincere con due gol di scarto?’
Lui: ‘Credo che voglia sfruttare al massimo la nostra arma numero 1, i colpi di testa…con Adams, Bould e O’Leary contemporaneamente in campo e Smith davanti, quelli del Liverpool non la prenderanno mai…almeno spero che il motivo sia questo, e non la voglia di finire ‘con onore’ magari uscendo imbattuti da Anfield…’
La formazione del Liverpool è impressionante…in campo Nicol, Hansen, McMahon, Whelan, Barnes, Aldridge, Rush…in panchina addirittura il lusso di Peter Beardsley…mentre la leggo mi lascio sfuggire un’occhiata di ‘compassione’ verso Nick…ci vorrebbe davvero un miracolo…anche perché l’ambiente è assolutamente ‘aggressivo’…la Kop canta altissimo, sembra un urlo di battaglia che ti fa tremare dentro…Dalglish si guarda intorno come spesso fa, e sorride…sembra sicuro, e d’altra parte come potrebbe non esserlo, con 40.000 scatenati tifosi a sostenerne l’ultimo sforzo?
Si parte, la prima palla è dell’Arsenal, in una non indimenticabile divisa giallo-nera da trasferta…il contrasto con il rosso fuoco del Liverpool è quasi presagio di quello che sembra prospettarsi sul campo…la prima vera occasione è però dell’Arsenal, con Bould che a Grobbelaar battuto si vede respinto sulla linea il colpo di testa…è però l’unica vera fiammata del primo tempo, i padroni di casa provano qualche tiro da fuori ma Lukic è attento…la tensione è alta, la posta altissima, ma è chiaro che il passare dei minuti giova solo al Liverpool.
Nell’intervallo Nick è ancora più sconsolato di prima: ‘Dai Nick, lo ha detto anche Graham che lo 0-0 all’intervallo non sarebbe stato catastrofico…ci vuole un episodio, e tutto si riapre…anche loro sono uomini e sentono la tensione…’
Lui annuisce ma non ci crede…poi si riparte e l’adrenalina può scaricarsi sul campo…al minuto 52 Rocastle finisce a terra nei pressi del vertice sinistro dell’area del Liverpool…si accende quasi una mischia con Whelan che ha commesso il fallo, poi finalmente Winterburn può battere…è un attimo, la difesa si ferma e Smith è fulmineo nell’avventarsi sulla palla e sfiorarla quel tanto che basta a ingannare Grobbelaar…il tocco è così leggero che i Reds protestano con l’arbitro perché il calcio di punizione era di seconda e ritengono non l’abbia toccato nessuno…l’arbitro si consulta con il guardalinee mentre milioni di persone trattengono il fiato davanti alla TV, noi inclusi…poi punta il dito verso la metà campo e convalida…1-0, i fedelissimi giunti da Londra, stretti in un angolo dietro la porta del Liverpool fanno festa e cominciano a sperare…e anche Nick si scioglie un po’, in fondo ora serve solo un gol, e il Liverpool non sembra in grandissima serata…Ablett salva due attacchi dell’Arsenal, ma è al minuto 73 che il destino sembra compiersi…Richardson riesce a toccare verso lo smarcatissimo Michael Thomas in piena area…Thomas si gira, deve superare solo il portiere ma gli tira addosso, e tutto sembra finito…i minuti passano veloci, Nick sembra aver ‘esalato’ l’ultimo respiro di speranza sul tiro di Thomas, e così i giocatori in campo…il Liverpool cresce, quasi sollevato dall’occasione clamorosa buttata al vento dai Gunners…a un certo punto compare nell’angolo della TV perfino l’orologio, a rincarare la sofferenza di chi è davanti al video…segna 88.00, proprio mentre Beardsley si invola solo in contropiede…sembra la conclusione perfetta, la palla arriva a Aldridge che però incespica, si incarta e sciupa tutto…nell’azione è rimasto a terra a metà campo Richardson, valoroso centrocampista dell’Arsenal…i secondi scorrono mentre gli si prestano le cure…cono minuti interminabili, tutto sembra sospeso come in un fotogramma…Nick è pietrificato, mormora quasi fra se e sé ‘Buttarlo via così, incredibile…’
Io: ‘Hai ragione, se finisse così sarebbe davvero una beffa…per un gol, credo non sia mai successo…’
Lui, mentre i secondi passano e Richardson non accenna a rialzarsi: ‘Non è questione di un gol…anche dopo esserci fatti riprendere ad aprile, dopo la pausa per Hillsborough, abbiamo battuto il Norwich, era di nuovo tutto in mano nostra…poi quelle due maledette partite in casa…’
Io: ‘Derby e Wimbledon…hai ragione, un solo punto in quelle due gare è stata la fine…soprattutto il 2-2 con il Wimbledon…’
Lui: ‘Come si fa a farsi riprendere due volte, in casa, da una squadra che all’andata avevamo demolito? Winterburn aveva inventato un altro super-gol, Merson ci aveva riportato avanti dopo il pareggio di Cork…e poi, quell’esordiente, McGee, con quel tiro assurdo che non ripeterà mai più…’ conclude quasi disperato mentre Richardson finalmente si rialza.
La telecamera si sposta sui protagonisti.. Dalglish è tirato ma misurato, Graham continua ad urlare suggerimenti, come se fosse ancora tutto in ballo…Barnes incita i suoi, McMahon urla che manca un minuto, uno solo…l’orologio supera i 90.45, poi scompare…ormai solo sgoccioli, la palla torna verso la porta di Lukic, è proprio un contrasto di Richardson a recuperarla…il portiere allunga a Dixon, che lancia lungo su Alan Smith…per la millesima volta in stagione il bomber dei Gunners vince il contrasto, difende la palla e poi la tocca…un tocco magico, verso il centro, dove arriva Thomas…ancora lui, che aveva sbagliato l’occasionissima qualche minuto prima…il centrocampista dei Gunners cerca di superare Nicol, tocca male ma la palla incoccia lo stinco del difensore e gli torna davanti…ora Thomas è solo, in un attimo che sembra durare un secolo si invola verso Grobbelaar, aspetta la mossa del portiere e finalmente piazza il destro alle sue spalle, in fondo alla rete, per l’incredibile 2-0…a quel punto succede di tutto, le capriole ‘elettriche’ di Thomas mentre i compagni lo raggiungono le avremmo viste solo dopo, in quel momento è come essere in un’altra dimensione, senza tempo né gravità…saltiamo tutti, increduli ma come alleggeriti d’improvviso di tutto il peso di otto mesi di passione, fatica, illusione…la partita riprende, ma non c’è più tempo, l’arbitro fischia e lo spicchio di Anfield che ospita i tifosi Gunners esplode senza argini in una felicità irripetibile…dietro la porta di Lukic qualcuno dalla Kop si sente male, viene trasportato fuori a braccia…ma vincono anche loro, che dopo qualche istante di sbigottimento per un titolo perso all’ultimo minuto dell’ultima partita intonano il più bel ‘You’ll never walk alone’ mai sentito…
Il coronamento più toccante ad una giornata irripetibile, mentre le telecamere fissano per sempre la disperazione di Dalglish e dei suoi, Adams che va da Aldridge ad accarezzargli i capelli (avremmo scoperto dopo che era solo una presa in giro per contrappasso a quanto Aldridge aveva fatto con Steve Chettle del Forest dopo il suo autogol nella semifinale di FA Cup…), Graham che chiama i suoi a raccolta, e infine il capitano che alza la Coppa ad Anfield…e Nick? Lui tutto questo non l’ha visto, al fischio finale si è fiondato fuori in strada gridando a piena voce, alla ricerca di una bottiglia di spumante con cui festeggiare…o forse sono io che mi sono svegliato dal mio ‘sogno’, ritrovandomi solo nella mia casa a metabolizzare l’emozione di una serata di sport che nessuna fantasia avrebbe potuto partorire…anche se non ero ad Anfield, infatti, né a Londra a guardare la partita con Nick Hornby, questa partita non la dimenticherò tanto facilmente, anche perché nulla di quello che è seguito (calcisticamente) negli anni mi ha regalato brividi così forti.
di Giacomo Mallano, da "UK Football please"
3 aprile 2025
"PASSIONE D’ANNATA" di Massimo MAC Truzzi
A scuola, un pomeriggio di anni fa, tanti a dire il vero, voglia di studiare poca e tra le mani una copia del Guerin Sportivo. Tra i servizi, uno in particolare sul campionato inglese attira la mia attenzione. Pagina dopo pagina scopro maglie bellissime, coloratissime e originali; club quali Derby County, Queen’s Park, Rangers, Liverpool, etc.; giocatori come Tom Currie, Alan Hudson, Charlie George, Mike Channon; quanto basta per far sognare un adolescente.
E’ solo l’inizio di una passione, coltivata, trasmessa, difesa per anni. Dalle prime immagini diffuse dalla Tv Svizzera (FA Cup Final) sino alle 25 maratone nei week-end grazie alla Pay TV. Tanti campioni amati quali Liam Brady, Kevin Keegan, Trevor Francis, Glenn Hoddle sino ad arrivare ai più recenti Gazza, Gary Lineker, Michael Owen e David Beckham.
Di ricordi ce ne sarebbero tanti, li racconterò, magari in futuro, poco alla volta, come quando si sorseggia un buon, vecchio whiskey (anche se sarebbe più adatto parlare di birra) ma sulla partita Juventus–Arsenal, semifinale di ritorno di Coppa delle Coppe, anno 1980, mi piacerebbe spendere due parole. Partenza in treno (di notte) per Torino per andare a vedere per la prima volta una squadra inglese, non una qualsiasi, ma i mitici Gunners! Tra le loro fila campioni del calibro di Brady, Jennings, Stapleton ed altri. La partita di andata era terminata 1-1. Juve favorita, come al solito, mentre all’Arsenal sarebbe servito un miracolo per qualificarsi.
Fuori dal Comunale incontro i primi tifosi inglesi, sciarpe, cappellini, bandiere al vento, cori a ripetizione a sostegno della squadra (forse frutto di qualche birra di troppo) e tante magliette indosso (non certo come ai giorni nostri); in una sola parola…UNICI!
Sono cordiali, forse sorpresi di trovare simpatizzanti oltre terra d’Albione, discutiamo della partita imminente, ci scambiamo le sciarpe e poi ci lasciamo con un “good luck”. Lo stadio è già tutto esaurito ore prima, la tensione è alle stelle.
Nel settore distinti, lato Maratona of course, un buon contingente di tifosi Arsenal, sopraffatti dai 60.000 del Comunale ma mai domi e orgogliosi come si conviene ad un vero tifoso British. Dopo infiniti duelli a centrocampo e con le speranze oramai ridotte al lumicino, l’impensabile: cross di Rix a tempo scaduto che attraversa tutta l’area, la difesa juventina ha un momento di disorientamento ed il nuovo entrato Vaessen sbuca dal nulla e segna. Apoteosi tra la tifoseria inglese.
L’Arsenal andrà a giocarsi la finale con il Valencia: io, circondato da migliaia di juventini attoniti non sfido il destino e gioisco intimamente tra la folla. Purtroppo una parte del popolo bianconero non gradisce l’esultanza inglese e dopo il fischio dell’arbitro si avventa contro i supporter d’oltremanica dando vita a violenti scontri (ma questa ahimè è un’altra storia).
E’ oramai notte fonda, sulla via del ritorno verso casa, su un treno scomodo e maleodorante estraggo dallo zainetto una sciarpa bianco rossa scambiata prima del match, nella mia mente si susseguono come in un film tutte le immagini di una giornata indimenticabile… l’amore per i Gunners era nato.
di Massimo Mac Truzzi, da "UK Football please"
26 marzo 2025
LONDRA. UNO DEI DUE POLI DEL MONDO
Londra. Uno dei due poli del mondo con New York. Per quelli della generazione prima della mia, negli anni 60/70, Londra è stata la musica, i concerti, la ricerca di quel vinile che da noi in edizione speciale non era mai arrivata.
Poi la meta preferita delle gite scolastiche delle medie o del ginnasio. Quindi l’inizio delle nuove tendenze. La moda, le pettinature, le gonne. Fino alle rappresentazioni teatrali e dei musical che ovviamente arrivano prima lì come i film e i concerti delle superstar di tutto il mondo. Non importa se ad Hyde Park o nelle Arene più esclusive. Tante cose sono cambiate al ritmo battuto dal Big Ben. Una sola costante in tutti questi anni. Il calcio. Quello, con la sua passione, non è mai cambiato. Semmai ha arricchito la sua storia. Da quelle parti lo hanno inventato, ma soprattutto ne hanno avuto cura. Londra e i suoi stadi. Tanti stadi. Tante storie diverse. Dalle due torri di Wembley, al treno che passa dietro Stamford Bridge. Da White Hart Lane che puoi raggiungere solo col bus a tutti gli altri dai quali rimbalzi tra una metro e l’altra. Quello è stato il mio vero richiamo londinese. Li volevo vedere tutti. Provare a respirare quell’odore di cipolla e ascoltare l’urlo dei venditori di programmi anche se non si giocava nessuna partita. Li immaginavo. Li sentivo ugualmente. Dopo aver cercato di trovare per tanti anni, essendo internet più giovane di me, i risultati prima e poi almeno le foto di quel calcio che tanto amavo, il passo successivo era andare li e “toccarli con mano”.
Oggi, anche grazie al mio lavoro, ho visto almeno una partita in ognuno degli stadi londinesi compresi quelli, come il Plough Lane, che non esistono più. Allora, verso la metà degli anni 80, disegnavano la mia Londra. I colori delle linee del Tube si fondevano con quelli delle maglie delle squadre. Quello del Chelsea, Loftus Road e Upton Park nella stessa giornata intervallati da un pub e prima di una immancabile pizza. Gli altri con più comodo.
Uno alla volta. Ce ne era uno che però avevo sognato più degli altri. Highbury. C’era uscendo dalla metropolitana a sinistra un pretenzioso cartello. "Welcome to Highbury. the Home of Football".
Pretenzioso certo, ma per me era molto vero. Era tutto quello che avevo sempre sognato. Londra, il calcio inglese, l’Arsenal. Quello per me era il calcio. E non stavo neanche guardando nessuna partita. Il profumo della storia. Il fascino di un mondo allora lontano che oggi la televisione satellitare ha avvicinato. Già la storia. Quella vera non tutti, anche nell’era delle parabole, la conosco bene e allora l’occasione di farci dentro “quattro passi” gustandosi le pagine di questo libro è da non perdere. Gli inizi della Football Association, i club che hanno alzato l’FA Cup per i primi anni e che adesso si trovano solo sull’albo d’oro. Poi l’Arsenal. Dall’attraversamento di Londra, ai trionfi e le delusioni compresse nelle due gestioni più significative. Da Chapman a Wenger. Tra la rivalità aspra col Tottenham e I ritratti di chi ha saputo farsi amare con la maglia dei Gunners. Alex James, Ian Wright, Titì Henry e soprattutto quel Charlie Nicholas che se avesse anche vinto qualcosa in più della Coppa di Lega gli avrebbero fatto un busto anche a lui ad Highbury. Scozzese, capello fluente e una classe da non aver nulla da invidiare a nessuno. Uno dalla tecnica e la visione di gioco di stampo latino. Accarezzava la palla purtroppo per lui come la vita notturna londinese, ma il trionfo nella Littlelwoods Cup dell’87 a Wembley resta il flash della sua grandezza. Con una doppietta ha messo in ginocchio il Liverpool e regalato dopo tanti anni un trofeo all’Arsenal. Il primo dell’era George Graham. Di fatto il primo della rinascita. Oggi a Wembley l’arco ha sostituito le mitiche torri, ma il fascino è sempre li. E’ nell’aria. Come nel passaggio da Highbury all’Emirates. Quello che resta sono le passioni che vanno alimentate anche rileggendo la storia.
di Massimo Marianella, dalla prefazione del libro London Calling (Bradipo Editore)
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