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24 luglio 2025

"VESTIVAMO ALLA PAUL MARINER" di Christian Giordano

Comincia a giocare dalle sue parti, nel Lancashire, al Chorley, club dilettantistico di non-League, prima di essere ceduto al Plymouth Argyle per quattro soldi nel luglio 1973. Poche settimane della nuova stagione e Paul Mariner ha già rubato il posto a Jimmy Hinch, mettendosi in luce come uno dei migliori attaccanti della Third Division. Nel 1975-76, in coppia con Billy Rafferty trascina l’Argyle alla promozione in Second Division. 

Su di lui mettono gli occhi club di First Division quali Ipswich Town, West Bromwich Albion e West Ham United, ma è di Bobby Robson, nell’ottobre 1976, la padriniana offerta che il club del Devon non può rifiutare. Con sette gol in dieci giornate di campionato, Mariner stava già dimostrando di saper segnare in Division Two come faceva in Division Three, e così l’Argyle ne accetta la valutazione fatta dall’Ipswich: 220.000 sterline più i cartellini di Terry Austin e John Peddelty.La grande considerazione in cui Robson teneva Mariner al club continua quando il futuro Sir Bobby lascia l’Ipswich per la nazionale inglese, sogno che grazie a lui Paul realizza sei mesi dopo l’arrivo al Portman Road e che si spezzerà dopo 35 presenze e 13 reti.Al primo anno coi Blues, in 31 partite segna 13 gol compresa la tripletta nel 4-1 casalingo sul West Ham United. Nel 1977-78, con 22 reti è il miglior marcatore dei suoi e si porta a casa il pallone firmando un hat-trick nel 6-1 esterno sul Millwall nel sesto turno di FA Cup. Campagna chiusa in gloria con l’1-0 in finale sull’Arsenal. Guida la classifica marcatori anche nel 1978-79 e nel 1979-80, annata conclusa con la tripletta nel 6-0 sul Manchester United. 

Nelle ultime tre stagioni al Portman Road bolla sempre meno, ma ha in carniere 131 gol in 339 partite quando, nel febbraio 1984, firma per l’Arsenal e 150.000 sterline. Già nella fase discendente della carriera, ad Highbury vive i suoi anni migliori; e nell’agosto 1986, dopo aver timbrato 17 volte in 70 uscite coi Gunners, va a svernare al Portsmouth. Alla prima stagione al Fratton Park riporta i Pompey in First Division, traguardo che il club inseguiva da quasi trent’anni.

Divorziato dal 1989 e unitosi in seconde nozze con Dedi (dalla prima moglie Alison, sposata nel 1976, ha avuto tre figli), dopo il ritiro prova per un po’ a fare il “commercial manager” del Colchester United prima di allenare i ragazzini in Giappone come membro di un programma tecnico internazionale organizzato da Charlie Cooke. Prima di metter su un’agenzia di rappresentanza di calciatori, lavora anche come opinionista alla BBC Radio Lancashire nel Friday-night Non-League Hour, talk-show del venerdì sera dedicato al calcio minore. Ma il richiamo del campo è troppo forte. Dopo un breve ritorno in Inghilterra come istruttore alla Bolton School, rientra negli States per allenare le giovanili dell’S.C. Del Sol a Phoenix, Arizona. Nell’autunno 2003, diventa assistente allenatore alla Harvard University. Nel 2004, lo chiamano come secondo di Steve Nicol, ex difensore del Liverpool e della nazionale scozzese, i New England Revolution della Major League Soccer.Un mese fa, le voci di un suo ritorno a casa, come vice se non capo allenatore, al Plymouth Argyle, in ambasce nel Championship, la cadetteria inglese. Voci corroborate dalle sue dimissioni del 17 ottobre e presto confermate: già l’indomani gli viene affidata la panchina di head coach del suo vecchio club, con Paul Sturrock che resta come manager. Il cerchio si chiude là dove tutto era cominciato.
di Christian Giordano, da http://footballpoetssociety.blogspot.com

1 aprile 2025

"L'IPSWICH TOWN. Dai Trionfi di Ramsey alle Glorie di Robson" di Lino Spazzo (Urbone), 2025

Da piccolo club di provincia a protagonista del calcio inglese ed europeo, l'Ipswich Town ha vissuto alcuni dei suoi momenti più gloriosi sotto la guida di due leggende della panchina: Sir Alf Ramsey e Sir Bobby Robson.
Questo libro racconta l'epopea di una squadra capace di stupire il mondo, dal clamoroso titolo inglese del 1962, conquistato con il genio tattico di Ramsey, fino all'indimenticabile trionfo in Coppa UEFA del 1981, con Robson a costruire una delle formazioni più brillanti della sua epoca. Tra aneddoti, imprese storiche e le storie dei grandi campioni che hanno vestito la maglia dei "Tractor Boys", questa è la cronaca di una favola calcistica che continua a ispirare tifosi e appassionati di sport. Un viaggio imperdibile tra le pagine più belle della storia del calcio.

7 dicembre 2024

the LADS. Simone Longo (Ipswich Town)

Sono Simone Longo , classe 1982, vivo a Milano (dove sono nato e cresciuto) ma credo di essere stato britannico in una vita precedente. Adoro tutto ciò che è british: il clima, il cibo, la gente, la cultura e in Gran Bretagna mi sento a casa.
-Di quale squadra britannica sei tifoso e come mai?
2 Sono tifoso dell’Ipswich Town. Innanzi tutto è una questione di famiglia: mio fratello Claudio ha 15 anni in più di me e si è goduto l’impresa eroica dei super blues di Bobby Robson che conquistarono la coppa UEFA nel 1981 e da lì è partito il suo tifo. Quindi, anche se sono nato l’anno dopo, a casa mia si è sempre respirata la passione per il club del Suffolk e non è stato difficile appassionarmi a mia volta. L’amore vero però è sbocciato definitivamente il 6 dicembre 2001 quando finalmente ho avuto la possibilità di vedere i tractor boys dal vivo a San Siro (lo stadio della mia città) in occasione della partita di coppa UEFA contro l’Inter. Riuscii a trovare il biglietto nel settore ospiti e a vedere la partita in mezzo agli oltre 10.000 tifosi della blue army che invasero Milano. Travolto dal calore, dall’esperienza (fino a quel momento unica) ricordo ancora oggi che, uscendo dallo stadio, pensai: “chissà se un giorno riuscirò mai a vedere una partita a Portman Road?....sarebbe un sogno”. E il mio sogno si è più che avverato: in oltre 20 anni ho avuto la fortuna di poter sostenere la squadra dal vivo in casa e in trasferta, in un viaggio coinvolgente, che va aldilà di una vittoria o di una sconfitta, che va aldilà della categoria tra i campionati di Championship, League One e Premier League. Un viaggio con il cuore che batte forte e l’emozione che ogni volta è come se fosse la prima! Nel 2011 ho avuto l’onore di diventare il presidente della sezione italiana del supporters club ufficiale della società (ITFC Italian Branch), il che mi ha permesso di trasmettere la mia passione ad amici vecchi e nuovi e di radunare i tifosi della squadra sparsi per lo stivale. Poter rappresentare ufficialmente il mio club con la mission di condividerne i valori e far conoscere la nostra realtà mi riempie di orgoglio. Siamo una cinquantina di membri e negli anni abbiamo condiviso diverse attività: tra le altre, oltre a guardare le partite (quando possibile dal vivo, altrimenti al pub), abbiamo giocato partite con altri fans club con lo scopo magari di raccogliere qualche fondo per beneficenza e abbiamo collaborato con il club stesso come ad esempio quando, in collaborazione con la sezione heritage, abbiamo ripercorso le orme della fondazione del club nel 1878 riproducendo la prima foto della squadra arrivata ai giorni nostri. Si è costruito un legame saldo con il club: abbiamo avuto l’onore di aver accesso e di conoscere la realtà Ipswich a tutti i livelli: società, città, tifosi, leggende del club, di stringere nuove amicizie. 

L’Ipswich è considerato il “family club” per eccellenza e siamo fieri di farne parte. Insomma posso proprio dire di poter vivere il mio sogno che va aldilà del calcio: il calcio è solo un mezzo, alla fine ciò che conta è la passione che mi accompagna nella vita di tutti i giorni ed è bello condividerla con i miei amici, la mia famiglia, mia moglie e mio figlio che mi supportano e mi accompagnano nel quotidiano, nelle attività e nei viaggi in Inghilterra. Le partite e i risultati passano ma i legami forti restano, sono molto grato per questo dono!
-Come è iniziata la tua passione per il calcio britannico e quali sono le caratteristiche del calcio britannico che piu' ti piacciono?
3 La mia passione per il calcio inglese in generale inizia nei primi anni 90 seguendo le partite di FA Cup trasmesse su Rete Capodistria prima e TMC poi, accompagnate dalle pagine del Guerin Sportivo e dalle partite sul campo di Subbuteo dove attraverso il gioco si dava sfogo alla fantasia e quel panno verde diventava Wembley. In un'epoca dove tutto ciò appariva così lontano e diverso ma così bello e coinvolgente. Crescendo, con i mezzi che man mano annullavano le distanze e potendo approfondire e conoscere il mondo del calcio inglese non potevo che rimanerne travolto. Le caratteristiche che mi affascinano di più del calcio britannico sono il senso di appartenenza tra club tifosi e città e la cultura sportiva. Infine non posso che ringraziare l'Inghilterra per aver creato ormai più di 150 anni fa questo sport che, come posso testimoniare, è molto più di un gioco!

22 ottobre 2024

L'epopea dei Tractor Boys.

L'ultima luce del giorno comincia a calare, sotto un cielo basso, plumbeo. I contorni delle cose scompaiono nella penombra. La linea dell'orizzonte si serra piano. 
Scende la notte sul Suffolk. Non si vede più nulla. Gli uccelli tacciono. 
Là dove si udiva gorgogliare un usignolo nella boscaglia, adesso non si percepisce alcun suono, alcun segno di vita. Solo silenzio. Villaggi, fiumi, alberi, vecchie cattedrali nascoste da querce secolari. C'è molta letteratura, in questa contea. 
Ce n'è nei bow-window ordinati e composti, nelle minuscole, innumerevoli sale da tè, nei cottage tirati a lucido, nei negozietti di antiquariato in puro stile Miss Marple, nei pub col camino acceso in piena estate.



C'è letteratura, nel senso del decoro, dell' amore per l'arte. L'idea che in fondo la natura stessa sia espressione culturale. Eppure qui il paesaggio può avere tratti corruschi, se non brutali. Qui è nato George Orwell. 
A Lowestoft sbarcò per la prima volta in Inghilterra il riservato capitano di marina polacco Jozef Korzeniowski, divenuto qualche anno dopo il più celebre Joseph Conrad. Penelope Fitzgerald vi ambientò il suo delizioso romanzo- rivelazione, 'La libreria'. Ci veniva anche Winston Churchill in vacanza: scendeva nel candido e rilassato Swan Hotel, il migliore della zona. E dopo i fatidici anni thatcheriani, anche qui la svolta: Ed è ancora il turno dell'intellettualità, quella che a Londra vive a Islington e ama mangiare pane, olio e una tonnellata di aglio. Così negli anni scorsi è arrivato buon ultimo Gordon Brown, attirando riflettori mediatici molto poco amati da queste parti.

La costa poi è uno scorcio di paradiso, anche quando il tempo è freddo, segretamente luminoso e il mare del nord appare minaccioso. Potreste avere l'impressione di trovarvi in un teatro a cielo aperto e rischiereste di non sorprendervi se davanti a voi il sipario naturale si aprisse, e compaia, dalla nebbia sospesa sul mare, la flotta olandese che il 28 maggio 1672 aveva aperto il fuoco contro le navi inglesi radunate nella baia di Soutwold. 
Ma il Suffolk è anche Ipswich
La città ha svolto un ruolo importante nella storia d’Inghilterra per quasi 1500 anni ed è stata il centro del paese per tutto il XVII secolo per chi voleva emigrare verso il nuovo mondo. Non solo, Ipswich ha saputo conservare tutte le traccie del passato, con i suoi splendidi edifici vittoriani, e altri ancora più datati in stile Tudor. Tanta storia insomma, e un centro pieno di vita con i suoi tanti bar, pub, cinema, teatri, chiese, e torri medievali dove antiche presenze fluttuano senza pace. E se avete qualche sterlina da spendere ecco il quartiere commerciale di Buttermarket. Ma impossibile scindere Ipswich dalla sua campagna. E campagna significa anche agricoltura, significa anche cavalli. Il più nobile e bello fra gli animali. E allora non poteva essere che un cavallo a rappresentare la locale squadra di calcio.

Una razza autoctona come simbolo del Ipswich Town Football Club: Il Suffolk Punch. Fu adottato nel 1972 a seguito di un concorso vinto da John Gammage il tesoriere del club, che nel tempo ha avuto vari restyling mantenendo però sempre la stessa conformazione a "scudo merlato" con la tonalità di blu preminente alternato dal giallo oro o dal rosso. L'unico cambiamento grafico consistè nella resa grafica del cavallo, reso più somigliante appunto all'equino regionale. Il sodalizio muove i suoi primi passi nel 1878 come semplice squadra amatoriale con il nome di Ipswich A.F.C., ricevendo nel 1892 la gradita visita di una delle squadre più in voga in quegli anni ovvero il Preston North End, seguita sei anni dopo da quella dell' Aston Villa. 
Nel 1888 arriva la denominazione definitiva di Ipswich Town F.C., in occasione della fusione con l'Ipswich Rugby club. Si susseguiranno annate di tornei locali puntellati da qualche alloro, fino a che nel 1936 arriverà la consacrazione dello status di professionismo e nel 1938 l'iscrizione nel registro dei grandi della Football League. Ma ci stiamo dimenticando della casa, dello stadio che dal 1884 ospita i Tractor Boys: Portman Road.


Dove la polvere del tempo ne avrebbe di storie da raccontare. Fascino vecchio stile, sfuggente e arcano, un impianto che ha visto tutto e ancora anela alla gloria. Come quella grande, unica e sorprendente, del 1962 quando con Sir Alfred Ramsey in panchina qui arrivò niente meno che il titolo di campioni d'Inghilterra. Fu un autentica sorpresa. Sull' onda emotiva della promozione in First Division i Tractor Boys non reciteranno nessun ruolo da comprimario, saranno loro gli attori principali. Il capocannoniere del torneo vestirà proprio la maglia blu, si chiama Ray Crawford e forse un po' di blu lo porta da sempre nel cuore visto che è nato a Portsmouth. Metterà a segno qualcosa come 33 reti, coadiuvato dalla prolificità offensiva di Ted Phillips che raggiungerà anche lui un eccellente bottino personale fatto di 27 centri. Ma non stupitevi. Erano anni strani quelli, che profumavano di novità. 
Mary Quant stava progettando la minigonna, esplodeva la pop art, i Beatles dopo il periodo tedesco iniziavano a raccogliere meriti e attenzioni, e il sogno di Martin Luther King conquisterà il nobel per la pace, nonostante in Vietnam esplodano i primi bagliori di una guerra crudele. Ad Alfred Ramsey a Ipswich hanno dedicato una statua, una via, e una tribuna. La sua era si concluse l'anno successivo alla vittoria in campionato.

Dopo l'esperienza europea in Coppa dei Campioni che terminò contro il Milan di Rocco, che poi avrebbe vinto la manifestazione a Wembley contro il Benfica. Quell' Alf Ramsey che quattro anni dopo regalò per la prima e unica volta la coppa del mondo al suo paese. Fotogrammi impressi a fuoco nei ricordi degli inglesi. Tasselli lucenti nel mosaico della memoria. Le maglie rosse, l'eleganza e la raffinatezza di Bobby Moore che quando giocava sembrava davvero un obelisco egizio in un recinto di barbari, l'“in or out” di Geoff Hurst, e perché no, anche un cagnolino dal nome simpatico: Pickles. In marzo mentre Scotland Yard sta impazzendo a causa del furto della coppa Rimet, ritroverà il trofeo nascosto in un cespuglio di un parco londinese. Per trovare la statua di Ramsey e Portman Road basterebbe semplicemente scendere alla stazione e fare qualche passo a piedi, oppure se siete dall'altro lato del fiume, superare l'Orwell, affiancare il Punch&Judy, un pub familiare e pittoresco in Grafton Road, proseguire senza lasciarvi tentare da una pinta di birra, immettersi in Princes Road, e appariranno i riflettori dello stadio e la sua struttura. E' apparirà anche un altra statua, altro bronzo, altra sagoma, altre lettere scolpite nel marmo, altri momenti magici per l'Ipswich Town. E' quella di Robert William Robson per tutti Bobby, nato a Sacriston a poche miglia da Durham il 18 febbraio 1933. Robusto, tenace, un sorriso sempre accennato, due occhi chiari che prima ti penetrano l'anima e poi si allontanano indefinitamente.

E' il quarto di cinque figli di una famiglia operaia. A pochi mesi dalla nascita si trasferisce a Langley nel profondo nord inglese, gente dura e orgogliosa, raffiche di vento, pioggia, ferro e miniere, dove il padre Philip aveva trovato un posto di lavoro. Si innamorerà del calcio e il sabato con qualche sacrificio si farà accompagnare a St. James's Park a vedere il Newcastle. Il ragazzo ha classe, nel 1950 arriverà il primo contratto da professionista con il Fulham, ma nonostante le prime sonanti sterline il padre voleva che continuasse a lavorare come elettricista. Perché non si sa mai, ed è sempre bene avere un mestiere in mano. E per po' riuscì a far convivere palloni e fili elettrici. Ma alla fine ovviamente si dedicò al calcio a tempo pieno. Fulham, quindi, ma anche WBA, e poi ancora Fulham, più 20 presenze e quattro reti con la nazionale di sua maestà. Il contatto con Ipswich arriva nel gennaio del 1969 dopo che l'anno precedente c'era stata una prima infarinatura nel ruolo di manager a Craven Cottage. Arriva a sostituire Bill McGarry che la stagione precedente aveva avuto l'onore di riportare i Tractor Boys nella massima serie. Dopo quattro stagioni mediocri, Robson condusse l'Ipswich Town al quarto posto nella First Division e al trionfo nella Texaco Cup nella stagione 1972-1973. 
Ma le ciliegine sulla torta della sua esperienza a Portman Road dovevano ancora arrivare. 

La prima è datata 1978. La data esatta, 6 maggio 1978. L'Ipswich vince la sua prima FA Cup. Un Ipswich Town che era stato bollato dai media come gli ingenui cugini di campagna, e che prima della finale sembrava avesse davvero ben poche possibilità di battere un Arsenal, che vantava Supermac, il micidiale attaccante Malcolm MacDonald. Eppure, Bobby Robson guidava una squadra che aveva concluso l'anno precedente al terzo posto in campionato e che nel cammino verso la finale aveva dimostrato carattere e buone geometrie, e che nel sesto turno si era presa l'ardire di fare sei reti al Den al cospetto degli sguardi torvi del pubblico di fede Millwall. Poi a Highbury contro il WBA venne guadagnata la chiave per le porte dorate di Wembley con un perentorio 3-1.

E' la squadra di Paul Mariner, capelli lunghi, faccia da pirata, malizia da vendere. Al 10' un suo tiro a botta sicura colpisce la traversa . Entrambe le compagini sono state perseguitate da infortuni, lo stesso MacDonald dei gunners ha lottato con un infortunio al ginocchio che successivamente lo indurrà addirittura a una fine prematura della sua carriera. L' Ipswich continua a attaccare. Vuole scrollarsi di dosso l'etichetta di perdente sicuro. Pat Jennings portiere dell' Arsenal compie un salvataggio incredibile sul giovane terzino destro George Burley. Sembra davvero stregata la porta dei londinesi tanto che John Wark centrerà per ben due volte il legno del montante. Wark è scozzese di Glasgow. 
Fu scoperto dal talent scout George Findlay che dopo un provino fallito a Manchester lo portò a Ipswich. Grinta, baffo incolto, e sguardo di chi la sa lunga. Segnerà valanghe di reti. Non in quella finale, però. A risolvere il match ci penserà Roger Osborne su invito di David Geddis e a dirla tutta con la complicità del difensore in maglia gialla Willie Young. 
La sua gioia fu talmente incontrollabile che un minuto dopo fu sostituito da Mick Lambert. Aneddoto curioso di una giornata indimenticabile per il club del Suffolk. Ma la gloria di quel pomeriggio di Wembley, sarà affiancata tre anni dopo da una soddisfazione che ancora oggi viene ricordata con grande affetto e un briciolo di stupore mai sopito dalle parti di Portman Road, ovvero la straordinaria vittoria nella Coppa UEFA del 1981. Il pass per la manifestazione continentale era stato acquisito grazie a un eccellente terzo posto in campionato alle spalle del Liverpool campione, e del Manchester United ottimo secondo.

Non era cambiata molto la squadra rispetto a quella che aveva trionfato in FA Cup tre anni prima. Il fascino del calcio totale olandese aveva portato due tulipani alla corte di Robson: Frans Thijssen e Arnold Murhen. Entrambi arrivano dal Twente. Entrambi centrocampisti. Sembrano due pittori fiamminghi della scuola di Van Eyck. Occhi luminosi e goliardia innata. Non dipingono a olio su tela, non hanno pennello e colori, ma porteranno ugualmente, sebbene su un rettangolo verde, la stessa visione e spazialità degli artisti di questa corrente pittorica. Si consolideranno Terence “Terry” Butcher, e Alan Brazil. Butcher “il macellaio” è un difensore centrale che nasce calcisticamente proprio a Ipswich. Un autentico colosso ghignante di quasi due metri. Sembra uscito da un corridoio della torre di Londra, dopo un intrigo ordito da Enrico VIII. Alan Brazil invece è un attaccante nato nel 1959, ricci clowneschi e la faccia da bravo ragazzo. Ma gli avversari non rideranno, nemmeno un po'. Segnerà 70 goal in 154 presenze con i blues. Il cammino europeo miete nei primi turni, Aris Salonicco, Bohemians Praga, e Widzew Lodz. Poi a provare a intralciare la strada ai Tractor Boys ci prova Monsieur Michel Platini con il suo Saint Etienne. Non ci riuscirà. Anzi sarà una disfatta per i francesi, come a Crecy come a Agincourt come a Trafalgar. Perderanno in casa e fuori, e sonoramente. Quattro a uno in Francia, Tre a uno in Inghilterra. In semifinale l'ostacolo si chiama Colonia. Le caprette.

E vuoi che nelle campagne del Suffolk si tema un piccolo gregge di undici uomini in bianco? Anche qui doppio successo. Uno a zero fra le mura amiche, uno a zero al Mungerdorf
I pastori? John Wark e Terry Butcher. Arriva la finale, arrivano gli olandesi del AZ 67 di Alkmaar. I tornelli di Portman road nella gara di andata lasciano passare ufficialmente 27.532 spettatori. 
Le porte difese da Eddy Treijtel, estremo difensore dell' AZ invece lasciano passare tre palloni. Sul primo c'è la firma di Wark sul secondo quella di Thijssen, sul terzo quella di Paul Mariner. Sembra fatta ma la gara di ritorno da giocare in Olanda potrebbe rivelare comunque qualche insidia. Sarà una partita tirata giocata allo stadio olimpico di Amsterdam, dove le marcature dei soliti Thijssen e Wark renderanno meno aspra la sconfitta per 4-2 ma che sopratutto garantiranno la vittoria, e una folla in delirio a Ipswich. Era il maggio del 1981. Io ero solo un bambino. Oggi Bobby Robson non c'è più, se l'è giocata fino alla fine. Non sempre le cose vanno come si vuole ma bisogna accettarlo. Ma quella foto in cui sorridente solleva la coppa è sempre un ricordo dolce. Così lontano, eppure ancora così presente, vivo. Sarà che sto invecchiando, che le mie memorie calcistiche sono come un romanzo. Sarà che è difficile far capire ai giovani la bellezza di quel calcio, e la nostalgia mi fa parlare più del dovuto. Ma c'è sempre bisogno di bellezza, di bellezza e di poesia, di aria fredda e di una sigaretta. Peccato che ho smesso di fumare.
di Simone Galeotti
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