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11 aprile 2026

"IL GIORNO IN CUI GEORGE BEST DIVENNE GEORGE BEST" di Christian Cesarini

Gli ultimi trenta giorni del 1963, in Inghilterra, furono scossi dalla Beatlemania, che esplose delirante e prepotente per non fermarsi mai più.
Il 29 novembre 1963 infatti i “quattro ragazzi che scioccarono il mondo” pubblicarono il singolo “I want to hold your hand”. La canzone, che fu composta al pianoforte da Lennon e McCartney in uno scantinato di Wimpole Street fu un successo di tali proporzioni (quindici milioni di copie vendute!) che i Beatles divennero di lì a breve la band musicale più famosa del pianeta.

In quello stesso periodo, a Manchester, un ragazzino di diciassette anni, originario di Belfast, si apprestava ignaro a diventare celebre quanto i Beatles, destinato ad esser eletto il più grande giocatore di football visto sui campi anglosassoni, icona di un’epoca in cui tutto sembrava possibile, in una nazione, l’Inghilterra, che a metà degli anni Sessanta è l’ombelico del mondo, fonte ed ispirazione di nuove tendenze in moltissimi campi, tra i quali la moda, la musica, la tecnologia e ovviamente il football.
George Best arrivò alla corte di Matt Busby nell'estate del 1961. Celebre il famoso telegramma che l'esperto Bob Bishop, talent scout del Manchester United in Irlanda del Nord, spedì al manager scozzese definendo Best “a genius”
Due timidi anni di apprendistato all'Old Trafford, poi il padre-padrone dei Red Devils fece esordire il Belfast Boy in prima squadra il 14 settembre 1963, in un match vinto 1 a 0 contro il West Bromwich Albion. Il giovane nord-irlandese andò bene, lasciando intravedere alla gente dell'Old Trafford le sue enormi potenzialità tecniche; ma nonostante la buona prestazione il buon Busby, forse nel timore di caricare il ragazzo di troppa pressione psicologica, lo riconsegnò di fatto alla squadra riserve senza concedendogli altre apparizioni in Football League. Geordie, così come era conosciuto familiarmente tra gli amici a Belfast nel suo quartiere di Cregagh, prese la decisione di Busby con relativa filosofia, conscio del fatto che la stagione successiva ci sarebbero state altre opportunità per dimostrare il proprio valore ed entrare così in pianta stabile in prima squadra. L'imprevedibile però era dietro l'angolo e la vita di George, in quei ultimi giorni del 1963 stava cambiando per sempre...
Durante il tradizionale tour de force natalizio il Manchester United ricevette due sonore ed inaspettate sconfitte: la prima, il 21 dicembre per 4 a 0, al Goodison Park contro l'Everton, la seconda nel boxing day del 26 dicembre, quando il Burnley si impose clamorosamente per 6 a 1. Appena quarantotto ore dopo la debacle del Turf Moor il calendario mise nuovamente di fronte ai red devils i claret and blue. Matt Busby, preoccupato della condizione psico-fisica dei suoi giocatori, cercò di dare una scossa positiva all'ambiente e decise, a sorpresa, di inserire tra i titolari due ragazzini senza esperienza: Willie Anderson, 16 anni, all'esordio assoluto e George Best, 17, alla seconda apparizione. George apprese della pesante sconfitta dello United contro il Burnley nella sua casa di Belfast, dove stava passando le feste natalizie con la famiglia. Il 27 dicembre, appena quindici ore prima del match contro il Burnley, al numero 16 di Burren way (casa di Dickie e Anne Best, genitori di George) venne recapitato un telegramma urgente in cui si “richiedeva” l'immediato rientro all'Old Trafford di Geordie. Sulle prime in casa Best ci fu incredulità, poi il padre di George sentenziò che la comunicazione significava che il figlio avrebbe giocato. George invece frenò gli entusiasmi, sostenendo che non voleva lasciare la sua amata famiglia nel bel mezzo delle festività senza peraltro avere la minima certezza di giocare. Si decise così di chiamare il club: George chiese a papà Dickie di telefonare al club trainer Jack Crompton, uno dei fedelissimi assistenti di Busby ed ex glorioso portiere dello United tra il 1944 e il 1956; questi confermò le speranze di veder scendere in campo il ragazzo, aggiungendo anche che dopo la gara George avrebbe potuto tranquillamente far ritorno a casa per festeggiare l'ultimo dell'anno. Sentendo le parole di Crompton il duro Dickie sobbalzò e un po' disorientato sul da farsi rispose: <<Se lei mi dice questo io devo venire a Manchester con il mio ragazzo...Ma...>>.<<Don't worry, Mr.Best...>> lo interruppe il club trainer, <<Rimanga pure con la sua famiglia, ci saranno molte altre gare per vedere suo figlio all'opera>>. Dickie riattaccò la cornetta del telefono e gli vennero in mente in una volta sola tutte le volte che in passato aveva dovuto tranquillizzare l'ansia della moglie mentre si incamminava verso il campetto di calcio vicino casa, ogni volta che il suo ragazzo sembrava sparito nel nulla di Belfast.

28 Dicembre 1963 Manchester - Old Trafford – ore 15:00
Manchester United vs Burnley

Il 28 dicembre 1963, giorno del match contro il Burnley, il Manchester Evening News analizzava a margine della presentazione della gara che Boy Best era si promettente e talentuoso ma troppo giovane per una gara così delicata, avanzando non troppo velatamente i rischi di Busby nello schierare contemporaneamente due giovanissimi senza esperienza. Stesso approccio al match ebbe News of the World, anche se quest'ultimo, dopo gli scontati interrogativi, si augurava un immediato e luminoso futuro per i due ragazzini. Le due squadre scesero regolarmente in campo dinanzi ad un Old Trafford stracolmo (54mila presenti) e pronto a dare il solito caloroso sostegno alla squadra di casa. Matt Busby schierò in attacco lo scozzese David Herd e il gallese Graham Moore, con a sostegno Bobby Charlton e sulle fasce le “new entry” Best e Anderson. Il veterano Paddy Crerand con il solito compito di vigilare in mezzo al campo e Foulkes a guidare la difesa con David Gaskell tra i pali al posto dell'infortunato eroe di Munich 58 Harry Gregg. Il Burnley si presentò con la stessa formazione schierata due giorni prima, con il numero due Elder sulle tracce del giovane Best. Alexander Elder, quasi ventiquattrenne, era all'epoca uno dei più promettenti difensori nel panorama calcistico anglosassone, nord-irlandese proprio come Best e già nel giro della nazionale maggiore, con il quale collezionò in carriera quaranta caps, tre in più dello stesso Best. Curiosamente Elder, originario di Lisburn, era cresciuto calcisticamente nel Glentoran FC, club di famiglia per George, seguito e tifato da bambino grazie soprattutto alla passione dell'amatissimo nonno. Il match non ebbe storia sin dalle primissime battute: segnarono per lo United Herd e Moore, entrambi due volte, e poi proprio Belfast Boy, che quel giorno realizzò la sua prima rete in campionato con un destro fulmineo dal limite dell'area, applaudito a scena aperta dall'intero Old Trafford. 

Finì 5 a 1 per lo United, che vendicò ampiamente la pesante sconfitta del boxing day. Pat Crerand dichiarò poi in seguito ricordando il grande match di Best: <<Elder era un ottimo difensore, così come Angus, ma quel giorno George era velocissimo, imprendibile, sembrava volasse e li annientò completamente>>
Bobby Charlton aggiunse:<<Ricordo che ad un certo punto della gara John Angus fu spostato nella zona di George a dar sostegno difensivo ad Elder, che era in enorme difficoltà su Best. Neanche in due riuscirono a fermarlo...>>
Quel giorno "George Best divenne George Best," il predestinato. La sua fu una partita praticamente perfetta: attaccò con tutte le sue immense qualità tecniche, in maniera potente, veloce, imprevedibile; usò la testa ma anche il cuore e l'istinto tipico degli eletti dal Dio del pallone; corse concentrato senza mai fermarsi, realizzando un gran goal e numerosi cross che sembravano disegnati per quanto erano ben calibrati; non disdegnò neanche i contrasti duri e i rientri difensivi, sovrastando comunque in ogni occasione difensori e centrocampisti avversari. Entusiasmò l'Old Trafford, che quel pomeriggio lo elesse ad unanimità a figlio prediletto. Seduto in panchina, osservando quel ragazzo imprendibile che correva tenendo stretto il polsino della maglia Matt Busby ripensò al telegramma dell'amico Bishop e si convinse di aver veramente trovato un genio. Ben presto tutta la Gran Bretagna si inchinò al talento cristallino di Best rendendolo immortale.
Il giorno dopo la gara, così come gli era stato promesso, Geordie riprese il solito treno per Liverpool e poi il solito traghetto diretto a Belfast. La sua famiglia lo accolse a braccia aperte; l'eco della sua grande partita era giunto fino a Burren way, quel giorno infatti il Belfast Telegraph raccontava con enfasi la nitida vittoria del Manchester United con sullo sfondo la foto in bianco e nero di un sorridente 17enne locale...
di Christian Cesarini

3 aprile 2026

"GIGGS. Il mago gallese" di Ivano La Montagna (Garrincha Edizioni), 2026


Arthur è un ragazzo londinese con due grandi passioni: il teatro e l’Arsenal. La domenica del 3 marzo 2002 ha la sensazione che la sua vita stia finalmente prendendo la piega giusta. Il giorno prima, durante una trasferta “romantica” a Newcastle upon Tyne insieme al suo nuovo amore, Vivian, assiste dal vivo a uno dei goal più leggendari della storia del calcio: la piroetta impossibile di Dennis Bergkamp. Quel gesto di pura genialità calcistica diventa per Arthur molto più di una semplice azione di gioco. Poi però, durante un altro viaggio, il suo destino cambia e gli crolla il mondo addosso. Ma quella magia a St. James’ Park, in qualche modo, lo aiuterà a rialzarsi. Una storia che parla di talento e di fragilità, di come la vita non segua mai il copione perfetto e di come la vera grandezza nasca dalla capacità di improvvisare quando tutto sembra perduto.

24 marzo 2026

"DUNCAN EDWARDS, il più grande" di James Leighton (66thand2nd), 2018


Difficile pensare a qualcuno più estraneo di Duncan Edwards al narcisismo del calcio contemporaneo. Esempio di applicazione nella vita sportiva e di sobrietà in quella privata, Edwards ha interpretato prima e meglio di altri il ruolo del calciatore moderno, abbinando una prestanza fisica non comune a doti tecniche affinate da uno spirito di abnegazione ereditato dalle sue origini proletarie. 
Tanto che gloria e fama mai riuscirono a scalfire il profilo riservato di un uomo che, ancora adolescente, era stato proiettato dai sobborghi di Dudley, cittadina delle Midlands, all’Old Trafford di Manchester, tempio dello United, proprio mentre il demiurgo Matt Busby forgiava quella straordinaria fucina di talenti passati alla storia con l’appellativo di Busby Babes. Di quel gruppo di predestinati che tante attese aveva alimentato, Edwards fu il perno indiscusso fino al pomeriggio del 6 febbraio 1958, quando l’aereo che riportava a casa la squadra da Belgrado si schiantò all’aeroporto di Monaco di Baviera, provocando un lutto collettivo che travalicò i confini del Regno Unito. Rigoroso nel metodo e commosso nei toni, lo scavo biografico di James Leighton viene qui proposto nella traduzione e con la prefazione di una delle voci più originali della narrativa italiana, a testimonianza di come a sessant’anni dalla scomparsa di Big Dunc, eroe di un altro mondo e di un altro calcio, il suo mito continui a rinnovarsi e a ispirare generazioni di appassionati.

3 marzo 2026

"LA STORIA DEL MANCHESTER UNITED. Dalle origini alla tragedia di Monaco. Vol. I" di Mario Zargani (GEOEdizioni), 2021


Mario Zargani è un patito del Manchester United. Soltanto lui, grazie al suo amore per i “Red Devils”, poteva svolgere una così capillare ricerca che raccoglie tutti i tabellini e tutti i protagonisti che dalla fondazione sino al 1958 hanno fatto la storia del Manchester United, partendo dal Newton Heath, fondato nel 1878 e diretto progenitore dello United. 
Sono ottanta le stagioni calcistiche che compongono questo primo volume sino alla tragedia aerea di Monaco di Baviera del 6 febbraio 1958 che distrusse la gloriosa formazione dei “Busby Babes”. Di prim’ordine il corredo fotografico che assieme a tabellini, testi e ogni altro tipo di statistica, si snoda nelle 450 pagine che compongono questo primo volume.

20 febbraio 2026

"ROY KEANE. L'autobiografia" di Roy Keane & Eamon Dumphy (Libreria dello Sport), 2005


Roy Keane, capitano del Manchester United e dell'Irlanda, è una delle personalità più affascinanti del panorama calcistico internazionale. L'indiscussa intelligenza calcistica e la fortissima determinazione di Keane hanno permesso all'Irlanda di qualificarsi ai Mondiali di calcio del 2002. Ciò che ha creato però il "personaggio" Keane è stato il comportamento, non proprio encomiabile, tenuto da questo atleta sui campi di calcio. Celeberrimo l'episodio del 21 aprile 2001 in occasione del derby di Manchester: Keane colpisce duramente al ginocchio Alfie Inge Haaland, giocatore del Manchester City, per una divergenza fra i due atleti risalente a qualche anno prima.


6 febbraio 2026

MONACO 1958 di David Peace (Il Saggiatore), 2024


David Peace torna a raccontare attraverso il calcio la Gran Bretagna del dopoguerra, i suoi incubi e i suoi fantasmi, i suoi traumi e le sue rinascite. Monaco 1958 è il romanzo della più grande tragedia dello sport inglese: l’inno a una generazione che riuscì a risorgere dal lutto collettivo e a trascinare con sé un intero paese verso una nuova epoca.

Il pomeriggio del 6 febbraio 1958, durante il decollo, il volo British European Airways 609 si schianta sulla pista di Monaco di Baviera. A bordo c’è la squadra in trasferta del Manchester United e i giornalisti che la accompagnano: venti passeggeri muoiono nell’incidente; i superstiti vengono ricoverati nell’ospedale più vicino, molti in condizioni critiche, compreso l’allenatore Matt Busby. La disgrazia sconvolge profondamente l’intero Regno Unito, anche perché il Manchester United, con la sua rosa di giovani e geniali giocatori, i «Busby Babes», è una delle squadre più amate e seguite.

Attorno a queste vite David Peace compone un canto di luce e ombra, che dai rottami fumanti sulla pista di Monaco riecheggia fino all’erba calpestata dei campi di gioco, passando per stanze di ospedale, spogliatoi, camere ardenti, strade in lutto e stadi gremiti di tifosi. Pagina dopo pagina, la catastrofe vissuta da un’intera nazione si frammenta e si moltiplica nel flusso delle voci individuali: i timori dei superstiti di non poter più giocare, il dolore delle famiglie nei molteplici, ininterrotti funerali, le preghiere e le speranze dei tifosi e, sopra a tutto, il rimorso e i dubbi dell’assistente di Busby, Jimmy Murphy, costretto a mettere insieme una squadra d’emergenza con le riserve e i giovani dello United. Perché il campionato non si ferma mai. Ma anche perché talvolta il pallone è una necessità; l’unica cosa cui aggrapparsi per andare avanti.

"MUNICH 1958. UN RICORDO DEI BUSBY BABES" di Luca Manes



Quante volte avrete sentito un tifoso di una squadra di calcio, forte o debole non importa, pronunciare con grande enfasi la frase “ah, se tal dei tali avesse segnato quel gol” oppure “se l’arbitro tizio avesse dato quel rigore”, quasi come se quegli eventi non verificatisi, vuoi per presunte colpe altrui o per un apparente scherzo del destino, avrebbero potuto contribuire a cambiare non solo la storia di quel club, ma di una intera fetta della storia del calcio. E’ invece certo, e non siamo gli unici a pensarla così, che se un maledetto incidente aereo non avesse falcidiato le fila di una meravigliosa nidiata di campioni, il Manchester United avrebbe mietuto ancor più successi, arricchendo un albo d’oro che a tutt’oggi fa comunque la gioia dei supporter bianco-rossi. Certo, senza la tragedia consumatasi sulla pista dell’aeroporto di Monaco di Baviera il 6 febbraio di 60 anni fa, il mito dei Red Devils, della squadra che rinasce dalle sue ceneri come una sorta di fenice del football, sarebbe più “ordinario”, più simile a quello delle altre grandi dinastie calcistiche del pianeta.

Meglio così, ci viene da pensare. Gli appassionati inglesi e del resto d’Europa avrebbero visto per altri anni le mirabili imprese dei Busby Babes, i “bimbetti” di Matt Busby, placido allenatore scozzese, in seguito divenuto Sir per meriti calcistici, capace di far resuscitare un club agonizzante, che dopo la Seconda Guerra Mondiale si ritrovò con le casse vuote e lo stadio squassato dalle bombe tedesche, e di portarlo ai vertici in patria e all’estero. Il Manchester United con un mix di giocatori navigati e giovani promesse, poi sfiorite troppo presto, tornò al successo già all’inizio degli anni Cinquanta. Ma il capolavoro di Busby e del suo assistente e responsabile delle giovanili Jimmy Murphy fu poi quello di plasmare una squadra da sogno fatta di ragazzetti in buona parte nati e cresciuti a poche centinaia di metri dall’Old Trafford. Ragazzetti destinati a fare epoca, così bravi che non ci misero molto a dettare legge nell’allora First Division – quella che oggi chiameremmo Premier League – vincendo due campionati consecutivi nel 1956 e nel 1957. La stampa li soprannominò subito Busby Babes, narrandone le gesta con ammirazione ed entusiasmo. Tra di loro c’erano un non ancora stempiato e già fortissimo Bobby Charlton, lo scapestratello ma talentuoso Eddie Colman e soprattutto Duncan Edwards, the Tank, un superlativo mediano che nel dicembre 2007 è stato eletto dai tifosi miglior giocatore di sempre nella storia del club.
La stagione 1957-58 doveva essere quella della consacrazione definitiva, grazie ad un primo, storico successo in Europa su cui tutti all’Old Trafford erano pronti a scommettere. Busby aveva capito che per entrare in pompa magna nell’olimpo del calcio serviva il trionfo nell’allora Coppa dei Campioni, quella competizione osteggiata dal presidente della Football League, Alan Hardaker, preda di manie isolazionistiche che adesso fanno sorridere ma a quei tempi avevano il loro peso – tanto che il Chelsea fu dissuaso dal partecipare alla prima edizione della manifestazione, datata 1955/56.

Ironia di un destino quanto mai beffardo, fu proprio una trasferta europea a trasformare in dramma la bella favola di quel Manchester United fatto di giovani fuoriclasse. Di ritorno da Belgrado, dove un pirotecnico pareggio per 3-3 contro la Stella Rossa davanti ai 50mila del Marakana aveva assicurato ai Red Devils il passaggio alle semifinali della Coppa, la squadra con il suo seguito di dirigenti e giornalisti fu costretta a fare scalo a Monaco di Baviera. La bufera di vento e neve che tormentava la città tedesca non convinse il comandante dell’aereo che doveva riportare a casa i Busby Babes che forse era meglio lasciar perdere e rimanere in Germania ancora per qualche ora , in attesa di una schiarita. Al terzo tentativo di decollo il velivolo si schiantò rovinosamente sulla pista imbiancata da cumuli di neve e andò ad urtare con un’ala un deposito di carburante. Tra le macerie dell’aereo, smembrato e parzialmente in fiamme, rimasero i corpi senza vita di sette Babes e di altre undici persone, tra dirigenti del club e giornalisti. Non ce la fece l’alter ego in campo di Busby, l’indomabile capitano Roger Byrne, così come si spensero Eddie Colman, il prolifico attaccante Tommy Taylor ed i giovanissimi Mark Jones (24 anni), David Pegg (22) e Liam Whelan (22). Come spesso capita nel caso di simili incidenti, una delle vittime non sarebbe dovuta essere lì. Geoff Bent fu convocato per la trasferta solo perché Byrne non era sicuro al 100% di poter scendere in campo.
Duncan Edwards smise di lottare dopo due settimane di straziante agonia, quando l’intera Inghilterra aveva già pianto tutte le sue lacrime per una squadra già assurta a simbolo di un Paese capace di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra. 
Nel frattempo, il 19 febbraio, il Manchester United era tornato in campo in un Old Trafford lacerato dal dolore per disputare il quinto turno di Coppa d’Inghilterra, mettendo su una formazione composta da parecchie riserve e alcuni giocatori presi in prestito. Il programma di quella partita, però, recava lo stesso undici spazi vuoti al posto dei nomi degli idoli di casa. In realtà a battere gli Owls quel giorno c’erano anche due superstiti di Monaco, Bill Foulkes e Harry Gregg. Altri scampati, Jackie Blanchflower e Johnny Berry, finirono anzi tempo la loro carriera, mentre il carattere dell’allora poco più che ventenne Bobby Charlton rimase per sempre segnato dal ricordo di quell’evento luttuoso.

E Sir Matt? Busby rimase giorni a combattere contro la morte, così malridotto che inizialmente nemmeno suo figlio Sandy fu in grado di riconoscerlo. Le ferite nell’animo furono però le più dure da guarire. Busby era oppresso da una colpa tanto grande quanto ingiustificata: non essere riuscito a proteggere i suoi ragazzi.
In tanti hanno accostato la sciagura del Manchester United a quella del grande Torino. Molti addetti ai lavori hanno fatto notare che il Toro non si è mai del tutto ripreso da Superga, lasciando definitivamente il predominio cittadino e non solo ai cugini in bianco e nero. Il Manchester United, invece, seppe prendere alla lettera lo spirito della fenice, simbolo scelto per ricordare la sciagura dell’aeroporto Reim. Busby mise su un'altra squadra fenomenale, ispirata dalla grinta di Nobby Stiles, dalla classe di Bobby Charlton, dai numeri di Dennis Law ma soprattutto dal genio assoluto del Belfast Boy, il migliore di nome e di fatto: George Best. Il sogno di dominare l’Europa del pallone sarebbe divenuto realtà sotto la luce dei riflettori del tempio di Wembley – quello delle due torri e non dell’arco – durante una calda serata della fine del maggio 1968. A soccombere per 4-1 dopo i supplementari nella finale di Coppa dei Campioni c’era il Benfica di Eusebio. Con dieci anni di ritardo, i Red Devils erano diventati campioni d’Europa e Busby e Charlton potevano finalmente abbracciarsi in un misto di felicità e commozione. Avevano onorato in modo degno la memoria di chi non c’era più per colpa di un maledetto incidente aereo.
di Luca Manes

27 gennaio 2026

"GEORGE BEST. Il Migliore" di Paolo Marcacci (Kenness). 2024

George Best: un nome che non smette di esercitare il suo fascino su ogni appassionato di calcio, anche su quelli che non hanno avuto la fortuna di vederlo giocare. Il migliore dell’epoca che annovera anche Pelé, a giudizio proprio di quest’ultimo e non è un paradosso: è la sintesi di una carriera straordinaria e intensa, nella sua brevità; paradossale nel suo toccare l’apice con la prima Coppa dei Campioni vinta da una squadra inglese e nell’iniziare, contestualmente, un declino precoce, segnato da un percorso di autodistruzione. Una sorte che fa riflettere sul fatto che due parole come dribbling e drink, in fondo, iniziano allo stesso modo. La storia di un ragazzino timido della Belfast protestante nato con un dono, che lo porterà a bruciare le tappe di un destino irripetibile in tutte le sue accezioni possibili e immaginabili. Dionisiaco dentro come fuori dal terreno di gioco, Best suo malgrado si trovò a incarnare il paradosso di un talento dal quale scaturisce un successo non del tutto gestibile. C'è il respiro dell’epos nellle imprese calcistiche di Best con la maglia del Manchester United, ed emergono profonde riflessioni esistenziali quando si racconta del Best uomo, dei suoi eccessi, e delle sue battaglie – perse in modo anch’esso inimitabile – contro i propri demoni.

4 gennaio 2026

[UK CINEMA] "THE LOVERS. Due cuori e una sciarpa dei Red Devils"

The Lovers è una sitcom britannica prodotta da Granada Television e trasmessa tra il 1970 e il 1971, diventata un cult della televisione inglese. La serie, scritta dal celebre sceneggiatore Jack Rosenthal, racconta le peripezie sentimentali di una giovane coppia di Manchester, Geoffrey Scrimshaw e Beryl Battersby. I due rappresentano il contrasto generazionale dell'epoca: Beryl è una ragazza romantica e vecchio stampo che sogna il matrimonio, mentre Geoffrey tenta goffamente di abbracciare la "rivoluzione sessuale" e le nuove libertà dei primi anni '70.

Il punto di forza dello show risiede nella chimica tra i protagonisti, Richard Beckinsale e Paula Wilcox, che grazie a questi ruoli divennero icone del piccolo schermo. Celebre è l'uso che Beryl fa di soprannomi stucchevoli come "Geoffrey Bubbles Bonbon", che contrastano con i tentativi di Geoffrey di modernizzare la loro relazione. Attraverso dialoghi brillanti e situazioni imbarazzanti, la serie esplora con ironia il divario tra le aspettative idealizzate dell'amore e la realtà quotidiana. Composta da due stagioni per un totale di 13 episodi, la sitcom riscosse un successo tale da generare un lungometraggio cinematografico nel 1973, confermandosi come un ritratto fedele e divertente dei costumi sociali della Gran Bretagna di quel periodo.

Il personaggio di Geoffrey è un accanito tifoso del Manchester United, un dettaglio che emerge in diversi episodi e nel film. Nel lungometraggio del 1973, in particolare, include riprese dello stadio di Old Trafford e del campo di cricket, oltre che della boutique di George Best. La sua passione per la squadra è spesso in competizione con il suo interesse per Beryl, portando a gag e situazioni imbarazzanti.

L'elemento che rende The Lovers un documento storico prezioso è l'ampio utilizzo di immagini reali e riprese esterne effettuate nella Manchester del primo decennio degli anni '70. A differenza di molte sitcom dell'epoca girate interamente in studio, questa produzione uscì in strada per catturare l'autentica atmosfera urbana della città

Per gli amanti del genere il telefilm è trasmesso interamente su Netflix e ne vale sicuramente la pena.
di Max Troiani

14 novembre 2025

"BOBBY CHARLTON. Leggenda del Calcio Inglese" di Jonathan Reid (Sperling & Kupfer). 2025

Sir Bobby Charlton è una delle figure più iconiche della storia del calcio. Campione del mondo con l’Inghilterra nel 1966 e simbolo indiscusso del Manchester United, la sua carriera ha segnato un’epoca. Questo libro tributo ripercorre la sua straordinaria vita, dagli esordi nei campi polverosi dell’Inghilterra del dopoguerra fino alla consacrazione come uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi. Oltre ai successi sportivi, il libro esplora la sua dedizione, il suo spirito di squadra e il ruolo chiave avuto nella ricostruzione del Manchester United dopo la tragedia di Monaco del 1958. Con aneddoti esclusivi, curiosità e dettagli sulla sua incredibile carriera, il lettore scoprirà l’uomo dietro il mito. Un viaggio emozionante che racconta non solo il calciatore, ma anche l’icona che ha ispirato generazioni di appassionati. Dalle vittorie in campo ai riconoscimenti fuori dal rettangolo di gioco, Bobby Charlton ha lasciato un segno indelebile nella storia del calcio.

21 ottobre 2025

"SIMPLY GEORGE BEST" di Diego Mariottini (Edizioni LaSerra), 2025

Verso la metà degli anni Sessanta i calciatori inglesi non portano ancora i capelli lunghi fin sotto le spalle e non giocano con la maglia fuori dai calzoncini. Inoltre, George Best ha un’altra particolarità che sembra infrangere qualsiasi forma di etichetta in campo (anche se non è il primo in assoluto ad averlo fatto): non si sente granché a suo agio con i parastinchi, se può non li mette. A suo rischio e pericolo, ma non per vezzo o altro. 
È per altri motivi che vuole farsi notare da quelli sugli spalti e da chi scrive sul giornale. Matt Busby ne è perfettamente consapevole. Infatti, chiude un occhio, anzi, talvolta se li benda entrambi. Come fa il presidente stesso, Harold Hardman. «Hey, che problema c’è? Una bevutina ogni tanto non fa male a nessuno» sostiene convinto il capo supremo. 
A dire il vero il problema c’è, perché a forza di tenere gli occhi chiusi possono sfuggire dettagli importanti. Come, per esempio, il fatto che un ragazzo promettente passi buona parte del tempo libero nei pub di Manchester dove notoriamente non servono aranciata e Coca-Cola. 
Per di più, la fama sta rendendo sempre più appetibile agli occhi delle ragazze un giovane che, per carità, brutto non è, ma quando si diventa personaggi pubblici non serve un genio per rendersi piacenti agli occhi altrui. La sottovalutazione di un problema è essa stessa un problema.

16 settembre 2025

"VOGLIO LA TESTA DI RYAN GIGGS" di Rodge Glass (66thand2nd), 2014

Può un sogno infrangersi centotrentatré secondi dopo essersi realizzato?
È ciò che accade a Mikey Wilson, ultimo esponente di quella mitica Generazione del ’92 che avrebbe reso invincibile il Manchester United nei due decenni successivi. A differenza delle altre, però, la carriera di Mikey termina pochi istanti dopo essere iniziata, a causa di un tragicomico infortunio provocato da un assist impreciso di Ryan Giggs, «l’ultimo calciatore gentiluomo», l’idolo del giovane Wilson. E, da quel giorno, la sua ossessione.
Sedici anni dopo Mikey – alcolizzato e disoccupato – cerca di riprendere il controllo della propria vita invocando l’aiuto dei suoi ex compagni di squadra ma senza ottenere alcun conforto. Nemmeno da lui, Giggs, l’uomo che per la cui immortalità ha pagato il prezzo più caro. E verso il quale indirizzerà tutta la sua frustrazione.
Alternando i brani dei Joy Division ai cori della Repubblika di Mancunia, lo sguardo solidale e malinconico di Rodge Glass ci ricorda che alle spalle di ogni folgorante carriera ce ne sono altre migliaia che finiscono a pezzi, lasciando vuoti che non potranno più essere colmati.

21 agosto 2025

"ALAN SMITH. L'ESIGENZA DI EROI SILENZIOSI" di Damiano Francesconi

Avete presente un film? Molto spesso nelle pellicole cinematografiche vi è sempre la massima esaltazione, giustamente, dei protagonisti i quali prendono parte a qualcosa di eroico e magistrale il quale verrà per sempre ricordato sia dagli spettatori che dall'evolversi del film stesso.

Molto spesso, però, accade che questi eroi non per forza siano i veri protagonisti di una storia. L'eroismo ha diverse sfaccettature dove vi è chi, in prima linea, guida altri ad atti di coraggio oppure chi da altri punti di vista, situazioni o gesta svolge un ruolo chiave in tutta la faccenda. Questi vengono detti “eroi silenziosi”. Coloro che svolgono un ruolo fondamentale ma non vengono esaltati a dovere. Facendo un parallelismo tra questo ipotetico film ed il calcio, anche nel mondo “pallonaro” vi è questa tipologia di personalità con i tacchetti ai piedi. In questo articolo verrà, appunto, trattata questa figura la quale non è altro che l'emblema di colui che per duttilità, caparbietà, tenacia, altruismo e chi più ne ha più ne metta...svolge compiti importanti, nell'ombra, all'interno del rettangolo verde.
Siamo in Inghilterra, nel West Yorkshire confinante con il Lancashire, North Yorkshire, Grater Manchester, Derbyshire e Sud Yorkshire. Più precisamente nella piccola cittadina di Rothwell.
E' il 28 ottobre 1980 ed è appena cominciata la stagione di First Division dove la squadra locale dello Yorkshire, il Leeds United, è tra le favorite al titolo. Quel giorno di fine ottobre nacque un figliol prodigo del distretto di Leeds. Un predestinato al mondo del calcio negli anni a venire, uno di quelli che meglio di tutti porterà, nella storia del calcio d'oltremanica, la bandiera di “eroe silenzioso”. Il suo nome è Alan Smith.
Alan, come detto, nacque agli inizi degli anni 80 e, fin dal principio, ebbe una forte passione per lo sport in generale. Infatti egli, sin da bambino, oltre al calcio praticò diversi sport quali rugby e cricket. Ovviamente, con il passar del tempo, la sua attitudine fu più propensa alla palla a scacchi che a quella ovale o alla mazza da cricket. Frequentò la Rodillian School dove, lo sport principale era il rugby. Nonostante ciò, Alan, terminata la sua giornata scolastica correva al campo di gioco della squadra locale. 
Nel 1996, durante una normale partita di fine anno, venne notato da alcuni osservatori del Leeds United. Il 17enne Smith venne avvicinato, a fine partita, da questi osservatori i quali gli fecero presente il loro interesse e mostrarono, a lui, la volontà di tesserarlo tra le fila del squadre della sua città. L'inizio di qualcosa di straordinario stava prendendo forma per questo comune ragazzo biondo risaltato all'occhio degli osservatori dello United per la sua cattiveria, la furia agonistica e le sue doti tecniche e balistiche condite con una incredibile freddezza sotto porta. Debuttò a soli 18 anni nella massima serie inglese nel big match contro il Liverpool dove, il 14 novembre 1998, gli Whites, si imposero per tre reti ad uno ad Anfield Road. La sorpresa generale fu proprio l'esordio con goal del giovane “biondino” con la maglia numero 39 di nome Smith. Facendosi largo a suon di goal, contrasti ed irrefrenabile voglia di migliorarsi sempre, Alan divenne, con il passare del tempo, una scelta indiscussa nella formazione titolare.
Nella stagione 2000-01 il Leeds prese parte alla Champions League e cosa c'è di meglio del più importante palcoscenico europeo per superare i propri limiti? Gli Whites, in quella stagione, vantavano un reparto offensivo di tutto rispetto con Smith, Viduka e Bridges.
Dopo aver superato scogli importanti quali Milan, Real Madrid, Lazio e Deportivo La Coruna, il Leeds, allenato dall'irlandese David O'Leary, perse la semifinale di Champions League contro gli spagnoli del Valencia. Per un pelo, Smith e compagni, mancarono l'approdo in finale della più prestigiosa coppa europea. Alan Smith rimane, ad oggi, il giocatore più prolifico, nelle competizioni europee, del Leeds con quattordici reti.

Tutta l'Inghilterra parla di lui. I quotidiani sportivi lo innalzano a nuovo beniamino del mondo calcistico “made in England”. Il tutto perché, Alan, incarna l'attaccante tipo che tanto piace ai supporter inglesi: grintoso, potente, freddo finalizzatore e sopratutto instancabile faticatore.
La stagione successiva all'indimenticabile “cavalcata” in Champions League, David O'Leary, iniziò a vedere in Smith straordinarie capacità di adattamento ad altri ruoli oltre a quello di centravanti. La sua versatilità lo portò, molto spesso, a giocare come esterno destro di centrocampo e, anche in quelle situazioni, Smith era lì che faceva il suo e nonostante giocasse, talvolta, lontano dalla porta il suo contributo alla causa White vi era sempre con corse sfrenate, assist e goal.
Mentre il biondo Smith diveniva sempre più l'idolo di Elland Road, stadio del Leeds, sopra il club dello Yorkshire iniziarono a presentarsi delle “nubi nere” che non lasciavano presagire nulla di buono. Una grave crisi finanziaria investì la società la quale dovette fare i conti con bilanci sempre più in perdita. Pezzi pregiati della rosa vennero venduti, perlopiù, per fare cassa. Tra questi, nella stagione 2002/03 c'era gente del calibro di Rio Ferdinand, Dacourt, Robbie Keane, Fowler, Lee Bowyer e Woodgate che vennero ceduti. Alan venne trattenuto nonostante vi fossero numerosi club pronti ad accaparrarselo. La stagione 2002/03 vide il Leeds piazzarsi in quindicesima posizione. Quella stagione fu soltanto l'anticamera di ciò che accadde la stagione successiva.
Nella stagione 2003/04 il Leeds retrocesse in Championship e questo fu un duro colpo per tutta la società, la tifoseria ed Alan Smith. Nel maggio del 2004 Smith giocò la sua ultima partita con la casacca White e fu emblematica l'immagine di lui che baciava la maglia in lacrime. Il club che si fece avanti per acquistare Alan Smith fu, niente poco di meno, il Manchester United. Proprio così, il club più detestato dai tifosi del Leeds venne prendersi, per 10 milioni, il loro beniamino il quale firmò il contratto legandosi ai Red Devils. Questo diede il via a numerose polemiche. La sua uscita venne segnata da accuse di tradimento e, nel giro di un giorno, Smith è passato da eroe a traditore; tutto questo nonostante il fatto che il club avesse dichiarato pubblicamente che non poteva permettersi di pagare gli stipendi dei calciatori e, per Alan, nessun altro club aveva registrato un interesse eccetto il Man United. A causa delle difficoltà finanziarie del Leeds, Smith scelse di rinunciare alla tassa di trasferimento personale a lui dovuta dal club. Ciò non impedì, ad alcuni tifosi del Leeds, di sentirsi traditi al punto di innalzare striscioni i quali accostavano al figura di Smith a quella di Giuda.

Approdato ad Old Trafford, Smith, prese subito coscienza che divenire un idolo da quelle parti sarebbe stato ancor più ostico di Elland Road. Il reparto offensivo alle dipendenze di Sir Alex Ferguson vantava giocatori del calibro di Van Nistelrooy, Saha, Solskjaer ed il neo acquisto prodigio Wayne Rooney. Alan Smith aveva, senza dubbio, una concorrenza tutt'altro che semplice da scardinare.
La prima stagione tra le fila dello United fu colma di alti e bassi. L'8 agosto 2004 venne giocata la partita valevole per la Community Shield tra Arsenal e Manchester United. Al 55esimo minuto, i Red Devils, passarono in vantaggio grazie proprio ad una rete siglata da Smith con uno straordinario tiro al volo da fuori area. Alla fine del match, però, avranno la meglio i Gunners vincendo per 3-1 e sollevando al cielo la Community Shield.
La stagione, come già detto, ebbe degli alti e bassi e vide il biondo dello Yorkshire andare a segno per 10 volte nella stagione 2004-05. Il rientro di Van Nistlerooy da un infortunio, la straordinaria forma fisica di Rooney ed un infortunio dello stesso Smith lo portarono ad una stagione nell'anonimato. Nonostante tutto, però, i tifosi del Man United lo apprezzavano per la sua grinta e le sue doti ogni volta che veniva chiamato in causa.
Durante il ritiro dell'estate 2005 Ferguson iniziò a vedere Smith con altri occhi. Il manager dello United era sempre più in rotta di collisione con il suo capitano, Roy Keane, il quale sembrava sempre di più destinato a lasciare il Manchester United per diatribe interne. Una cosa, però, accomunava Ferguson e Keane. Entrambi vedevano Smith perfetto per il ruolo di mediano. Ferguson stesso dichiarò che lo stesso Keane vedeva Smith come il suo ideale successore in quel ruolo.
Nella stagione 2005/06 il Manchester United condusse il campionato colmo di alti e bassi e Smith divenne, definitivamente, un mediano di centrocampo. Con l'addio, colmo di polemiche, di Roy Keane, Alan, divenne praticamente titolare al fianco di Scholes nella linea di centrocampo. Svolgeva, perlopiù, compiti di contenimento, filtro, corsa e recupero di palloni e, di tanto in tanto, provava qualche inserimento in area di rigore. Era un altro tipo di Smith rispetto a quello visto ad Elland Road. Ai tempi del Leeds era utile alla causa per i suoi goal mentre, al Manchester United, ricopriva il ruolo di macinatore di km in mezzo al campo. Quella stagione, purtroppo, terminò il 18 febbraio 2006 durante la partita di FA Cup contro il Liverpool. Il match terminò 1-0 per i Reds ma quella partita sarà ricordata per l'infortunio di Alan Smith. Su una punizione, del norvegese Riise, Smith si immolò, come al suo solito, in scivolata per contrastare la “cannonata”. In quell'istante avvenne la frattura della gamba sinistra e conseguente slogamento della caviglia. Ferguson dirà di non aver mai visto un infortunio tanto grave nella sua carriera da calciatore, prima, e da allenatore.
Quella stagione terminerà così per Smith: in barella e tra gli applausi di Anfield Road. A fine stagione il Man United alzerà la coppa di lega e tutti i calciatori dedicarono la vittoria proprio a Smith.

Nella stagione successiva a seguito della cessione di Van Nistelrooy al Real Madrid, Ferguson decise di riabilitare Smith come centravanti nonostante la straordinaria attitudine e versatilità mostrata, nella stagione precedente, nel ruolo di mediano. Rientrato dall'infortunio prese parte a partite di Champions League contro il Celtic ed il Benfica partendo, però, sempre dalla panchina. Partì titolare nella partita, contro il Crewe Alexandra, nel quarto turno di coppa di lega. Mentre cercava di raggiungere la forma migliore voci di mercato, a gennaio, lo accostarono al Cardiff City e, addirittura, al suo vecchio club il Leeds United. 
Smudge (soprannome a lui attribuito ai tempi dello United) volle rimanere a tutti costi ad Old Trafford per conquistarsi il suo posto in squadra.
Questa cosa venne molto apprezzata anche da Ferguson il quale cercò di “buttarlo” nella mischia in diverse occasioni e, piano piano, Smith stava tornando ad essere il solito vecchio combattente a prescindere se egli giocasse a centrocampo oppure in attacco. Il 10 aprile 2007 si giocò la partita di ritorno di Champions League, valevole per l'approdo in semifinale, tra Manchester United e Roma. Il match si concluse con un risonante 7-1 per i Red Devils ed Alan Smith siglò la rete del 2-0. Non accadeva dal novembre 2005 che Smith andasse a segno. Per lui fu una vera liberazione. Quella stagione il Man United vincerà la Premier League e l'ultima apparizione di Smith con la maglia dei Red Devils sarà contro il Chelsea nella semifinale di FA Cup del 2007. Dall'infortunio contro il Liverpool per Smith la carriera ha avuto, a detta sua, una parabola discendente visto che non raggiunse mai più la splendida forma avuta ai tempi del Leeds e nelle prime due stagioni al Manchester United.

Fu così che, nell'estate 2007, venne ceduto al Newcastle United. Ebbe così inizio una nuova avventura per il biondo di Rothwell. La prima stagione in maglia Magpies, però, fu molto deludente visto che, Alan, chiuse la stagione con zero reti. Anche la stagione successiva fu colma di alti e bassi provocati, soprattutto, dall'allontanamento, per diverso tempo, dal campo di gioco dovuto alla famigerata caviglia sinistra. Smith ritornò in campo nel febbraio 2009 contro l'Everton ma, in quella stagione, il Newcastle retrocesse clamorosamente in Championship.
Nonostante la stagione 2009/10 vide un club storico come il Newcastle United militare nella serie cadetta, per Smith fu una vera e propria rinascita. Tornò a giocare in maniera definitiva nel ruolo di centrocampista centrale e divenne perfino il capitano di quel Newcastle chiamato alla risalita nella massima serie inglese. I Magpies riuscirono nell'impresa di tornare in Premier League. L'edizione 2010/11 vide il Newcastle posizionarsi in dodicesima posizione e, le partite, giocate da Smith iniziarono ad essere sempre meno. Un po' per la concorrenza, a centrocampo, di gente come Tiotè. Joey Barton, Guthrie e Routledge, un po' per il continuo tormento causato dalla solita caviglia sinistra. Alan Smith percepì che, anche a Newscastle, la sua avventura era ormai arrivata al capolinea. Nonostante nell'estate 2011 ci fu un avvicinamento da parte del Leeds United, il suo Leeds, Smith rimase al Newcastle fino al gennaio 2012 quando venne ceduto, in prestito, al Milton Keynes Dons e poi venne riscattato dallo stesso club del Buckinghamshire il 10 luglio 2012. Nel MK Dons collezionò circa 60 presenze senza andare mai a segno. Questo anche perché, ormai, Smith era un centrocampista.
Nell'estate 2014 passerà al Notts County vacillando tra League One e League Two e rimanendo legato al club, con il quale colleziona 87 presenze, fino alla stagione 2018. Stagione in cui il nostro “eroe silenzioso” decise di dire basta con il calcio giocato.
“Qualcosa s’era rotto, dentro di me: in ogni contrasto che facevo ero nervoso ed avevo paura. Ma, soprattutto, avevo decisamente perso qualcosa a livello fisico”. Queste furono le parole di Smith in un'intervista, di qualche anno fa, riferendosi all'infortunio subito nel match contro il Liverpool quel 18 febbraio 2006.

In conclusione: cosa sarebbe stata la carriera di Smith senza quell'infortunio? Cos'altro avrebbe potuto dare al Manchester United? Cosa sarebbe stata la sua carriera se avesse alzato al cielo la Champions League del 2000/01 con il Leeds? Quanti dubbi, quante cose lasciate in sospeso da questo calciatore che, di fatto, non è mai realmente esploso ma che era capace di mettersi a disposizione di tutti. Eppure il mondo del calcio ha bisogno anche di queste storie scritte a metà ma che, comunque sia, hanno avuto, al loro interno, qualcosa di eroico e sensazionale. Quello di essere stato amato (forse dopo anche odiato) da ogni singolo tifoso dei club per i quali ha vestito la maglia ed i colori sociali.
Grazie Alan...MIO “eroe silenzioso”.
di Damiano Francesconi

13 agosto 2025

RIVALITA'. "MANCHESTER UNITED VS LIVERPOOL" di Christian Cesarini

La rivalità calcistica tra Manchester United e Liverpool è chiamata il derby del nord-ovest anche se in tempi più recenti ha assunto la denominazione di derby d’Inghilterra, un po’ come succede in Italia con Inter e Juventus.
La sfida ha origini antichissime anche se la ruggine tra i due club più blasonati e vincenti d’Inghilterra si è acutizzata soprattutto negli ultimi 30 anni.

Di sicuro a caratterizzare il derby è la vicinanza geografica tra le città di Manchester e Liverpool, divise da appena 34 miglia (50 minuti appena con l’auto o con il treno), ma anche la rivalità scatenasi tra le tifoserie negli anni 70 e 80, periodo in cui il fenomeno hooligans si manifestò in tutta la sua violenza.  Scontri tra la famigerata Red Army di Manchester e le diverse firms originarie del Merseyside non mancarono di far notizia quando i due football club si affrontarono sul campo. Ad alimentare un certo “odio” contribuirono anche stesse le dirigenze e i managers. 
E’ la storia stessa a raccontarlo: nessun giocatore professionista, dal 1964 ad oggi, ha mai percorso quelle 34 miglia per passare da una maglia rossa all’altra, in nessuna delle due direzioni. L’ultimo fu il centravanti Phil Chisnall, nato a Manchester, che nell’aprile del 64 passò dallo United ai Reds per 25mila sterline. Chisnall scese in campo ad Anfield appena sei volte siglando anche una rete ma non entrò mai per ovvie ragioni nei cuori pulsanti della Kop. Da quel giorno mai più nessuno ha effettuato un passaggio diretto da una sponda all’altra e questa la dice lunga sul rapporto di certo non amichevole tra i due club. Nella ultracentenaria storia di Manchester United e Liverpool sono appena nove i trasferimenti di giocatori, di cui ben sette dal 1912 al 1938. Altri giocatori hanno indossato entrambe le maglie ma sempre intervallando le loro prestazioni sportive con una maglia diciamo così neutra, come una sorta di purificazione. Esempio di ciò il caso di Paul Ince, che passò al Liverpool via Inter dopo aver passato sette stagioni all’Old Trafford, accolto come un nemico dalla Kop di Anfield; o di Gabriel Heinze, sul quale sir Alex Ferguson in persona mise un polemico veto al trasferimento nonostante l’accordo economico già raggiunto tra Reds e lo stesso argentino. Nel 2006 è stata la volta di Michael Owen, ex re di Anfield dal 1996 al 2004 e un po’ a sorpresa approdato alla corte di Fergie.

Le statistiche ufficiali riportano che il primo match tra red devils e reds ebbe luogo ad Anfield il 12 ottobre 1895. Davanti a 7.000 persone il Liverpool surclassò i rivali 7 a 1 in una gara valida per la sesta giornata di second division 1895/96. In realtà, in quell'epoca pioneristica, i calciatori di Manchester non erano ancora ne rossi nè diavoli. Il famoso logo con l'irriverente diavoletto e il relativo nickname conosciuto in tutto il mondo fu assunto solamente agli inizi degli anni 60 per iniziativa del manager Matt Busby e per l'esattezza anche il nome del club non era quello attuale. Il Manchester United FC infatti fu fondato nel 1878 come Newton Heath e la dicitura Manchester United fu coniata (curiosamente da un emigrante italiano, Louis Rocca) solamente dal 1902, nel momento in cui il club, sull'orlo del fallimento, fu rifondato dopo un romanzesco salvataggio economico. Stesso discorso per i colori sociali, che proprio fino al 1902 erano verde-oro, proprio come i colori sociali della compagnia ferroviaria di Manchester dal quale il club fu generato.

La citata e presunta "prima volta" del 1895 mise quindi di fronte Liverpool e Newton Heath ma se si va a scavare nella lunga e romanzata storia del Manchester United nata nel 1878 si scopre che la sfida con il Liverpool aveva avuto già un precedente, curiosamente molto più drammatico, sportivamente parlando, di quel 7 a 1 datato ottobre 1895.

Nella stagione 1893/94 il Newton Heath chiuse all'ultimo posto della First Division mentre il Liverpool, fondato appena due anni prima da una scissione interna all’Everton FC, giunse in vetta alla graduatoria della second division. All'epoca il regolamento prevedeva che al termine della stagione, al fine di decretare retrocessioni e promozioni, venissero giocati i cosiddetti "test matches", ovvero veri e propri spareggi tra le ultime tre classicate della first division e le prime tre classificate della second division. Il Newton Heath fu associato quindi al Liverpool e i reggenti della Football League decisero che la gara si sarebbe disputata in partita unica all'Ewood Park di Blackburn, all'epoca uno dei più grandi e funzionali stadi di tutta l'Inghilterra. Sabato 28 aprile 1894 (davanti a 3.000 persone), nonostante la differenza di categoria, i reds di Liverpool superarono agevolmente i verde-oro del Newton Heath per 2 a 0 decretando di conseguenza la retrocessione del futuro Manchester United dalla prima alla seconda divisione calcistica. Statisticamente quello fu uno dei primissimi declassamenti della storia del calcio. La storia della rivalità tra i due club ha quindi una genesi sportiva più che degna, considerato che un club superò l'altro in un vero e proprio spareggio decretandone nientemeno che la retrocessione.

La prima affermazione dello United risale al 2 novembre 1895: meno di un mese dopo il citato ed umiliante 7 a 1 di Anfield gli Heathens si vendicarono vincendo 5 a 2 al Bank Street di Manchester (l'Old Trafford sarebbe stato costruito solo nel 1909). Un risultato roboante e non pienamente veritiero secondo le scarne cronache dell’epoca (il Newton Heath avrebbe potuto realizzare molte più reti), caratterizzato dalla tripletta dell'attaccante James Peters e dall’immancabile pioggia di Manchester.

Seguirono tante altre sfide di campionato nel quale spiccano dalla parte Liverpool oltre al citato 7 a 1 del 1895 le vittorie per 5 a 0 nel 1925, lo 0-3 esterno del 1972, il 4 a 0 del 13 settembre 1990 e il recentissimo 1 a 4 griffato Gerrard della stagione passata. Di contro all’Old Trafford vengono ricordati con grandi sorrisi il 6 a 1 del 1928, il 5 a 0 del 1946 giocato al Maine Road (l’Old Trafford non era ancora agibile per i danni subiti durante la seconda guerra mondiale), il 5 a 1 del 1953 e il 4 a 0 del 2003.

Ma se tralasciamo le numerose e combattutissime sfide di campionato soffermandoci sulle sfide in Fa Cup scopriamo che le due squadre si sono affrontate ad oggi ben 11 volte. Il primo storico face to face risale alla stagione 1897-1898. E' il secondo turno di Fa Cup e Liverpool - Newton Heath finisce 0 a 0. Nel replay i reds di Liverpool passano 2 a 1. Nel 1902 il Manchester United (al primo anno con tale nome e nuove maglie dopo la rifondazione) si vendica vincendo 2 a 1 al primo turno, uscendo però al secondo round ( sconfitta per 3 a 1 ) contro l'Everton. Considerando anche l'interruzione dell'attività sportiva a causa della prima guerra mondiale, per scontrarsi nuovamente i due clubs devono aspettare la stagione 1920-21, dove, ancora al primo turno, si verifica di nuovo un pareggio: 1 a 1. Nel replay, come già alla fine dell'ottocento, sono i reds a passare 2 a 1 e a continuare il cammino (poi interrotto dal Newcastle Utd) nell'antica competizione. Nuova sfida dopo la seconda guerra mondiale: è la stagione 1947/48 e lo United stavolta si impone nettamente per 3 a 0 al secondo turno. United che arriverà fino alla finale, vincendola sul Blackpool per 4 a 2. E sempre con tre reti ma stavolta per 3 a 1 i red devils eliminano, ancora nel secondo turno, i rivali nel 59/60, uscendo poi, sconfitti 1 a 0, al turno successivo contro lo Sheffield W. Durante i favolosi sixties nessuna sfida. La prima finale tra i due colossi è invece datata 21 maggio 1977. I Red Devils accedono a Wembley superando in semifinale il Leeds United per 2 a 1, i Reds di Liverpool superando i cugini dell'Everton con un netto 3 a 0 al replay, dopo aver impattato la prima gara sul 2 a 2. Davanti a 100mila spettatori è il Manchester United a trionfare per 2 a 1 togliendo ai Reds la storica possibilità di diventare il primo club a realizzare il treble. Sono infatti gli anni del grande Liverpool europeo, che quell'anno trionferà in campionato ma anche in Coppa Campioni. E' questa quindi la sfida delle sfide, la più importante tra le due grandi rivali; una gara che accentuerà in maniera esponenziale l'odio sportivo tra le due tifoserie. Nel 78/79 i due clubs si affrontano di nuovo, stavolta in semifinale: a vincere sono ancora i diavoli rossi, 2 a 2 nel primo match e 1 a 0 nel replay. United che nell'emozionante finale 12 maggio 1979 vedrà però trionfare l'Arsenal di Liam Brady e Alan Sunderland. Ancora semifinale nell'edizione 84/85 ed ancora United vincente dopo un replay: 2 a 2 e 2 a 1. Red Devils che poi trionferanno in finale per 1 a 0 contro l'altro club di Liverpool: l'Everton, grazie ad una rete del nord-irlandese Norman Whiteside. Nuova sfida nell'atto conclusivo nel 1996: Eric Cantona nel finale di gara piega i reds con uno splendido tiro al volo da fuori area ed i red devils alzano il trofeo bissando la finale del 77. Poi ancora Man United, che al secondo turno dell'edizione 98-99 ( l'anno magico del club che realizza il treble ) supera i rivali per 2 a 1. L'ultima sfida è del 2006, i Reds passano per 1 a 0 al 5 turno andando poi a conquistare l'FaCup 2006 nella finale di Cardiff contro il West Ham dopo aver superato anche Birmingham City e Chelsea. Per ora il bilancio in Fa Cup è nettamente a favore del club di Manchester.

Statistiche generali dal 1897 al 2006: Sfide totali in FA Cup: 11 ( 15 se consideriamo anche 4 replay ) Vittorie Liverpool: 3 Vittorie Manchester United: 8 Semifinali: 2 ( entrambe vinte dallo United al replay ) Finali: 2 ( tutte e due vinte dallo United )

C'è tuttavia un'altra gara che secondo gli storici calcistici generò una certa antipatia tra i due club, seppur moderata rispetto ai nostri giorni. La partita in questione risale al 19 febbraio 1910 e nella storia del Manchester United ha una certa rilevanza in quanto fu la prima disputata dal club di Manchester all’Old Trafford, inaugurato proprio quel giorno. La realizzazione della casa dello United fu opera dell’architetto scozzese Archibald Leitch e all’epoca suscitò la curiosità di moltissimi appassionati di football, non solo della città di Manchester.

In quel 19 febbraio il calendario della first division inglese mise di fronte proprio Manchester United e Liverpool. I mancuniani guidati in campo dalla prima vera superstar del football (il gallese Billy Meredith) erano all’epoca di gran lunga la miglior formazione d’Inghilterra: campioni nazionali nel 1908 e vincitori dell’Fa Cup nel 1909. Davanti a 45mila e nonostante la grande motivazione dell’inaugurazione del nuovo stadio (all’epoca uno dei più grandi di tutta Europa) i reds di Liverpool sconfissero per 4 a 3 i rivali, rimontando il 2 a 0 iniziale a favore dei padroni di casa. Quella sconfitta nel giorno dell’inaugurazione dell’Old Trafford fu vissuta dagli sportivi di Manchester come un vero e proprio smacco e seppur la festa per la nascita dell’avveneristico stadio fu enorme, quella sconfitta (condita anche dal gioco molto duro dei reds) sancì il definitivo abbandono di speranza di vincere il titolo per lo United, rovinando in parte l’evento.

Di contro il Manchester United sistemò il conto in sospeso già nell’annata successivamente, quella 1909/1910. I Mancuniani si vendicarono con gli interessi vincendo il titolo della Football League all’ultima giornata proprio al cospetto del Liverpool. Una vendetta che fu soprattutto un suicidio dei reds, che nonostante il punto di vantaggio a 90 minuti dal termine fecero un clamoroso karakiri perdendo 3 a 1 ad Anfield contro l’Aston Villa. Un titolo perso all’ultimo istante, condito successivamente da frecciate polemiche tra i dirigenti delle due formazioni e che gettò altra benzina sul fuoco nel rapporto tra i club.

I musei, altra battaglia tra i due club. Quello dell’Old Trafford maestoso, quasi regale e strutturato con visite guidate ed ascensori, quello dei Reds meno sfarzoso, essenziale ma non meno ricco di trofei e cimeli, che tende ad unirsi in un'unica leggenda all’Anfield Stadium stesso. Diversi ma imperdibili entrambi, e chi c’è stato può confermarlo…
di Christian Cesarini

8 luglio 2025

"TARTAN E RED DEVILS: Busby e Ferguson, due scozzesi che hanno conquistato Manchester" di Richey James Adamson (Urbone), 2025


Due uomini, due epoche, una sola visione: vincere, ma con stile.Matt Busby e Alex Ferguson non hanno solo allenato il Manchester United: lo hanno trasformato.
Scozzesi fino al midollo, portatori di un carisma ruvido e di una determinazione granitica, hanno
lasciato un’impronta indelebile su una città, un club e milioni di tifosi.
Questo libro racconta la loro storia intrecciata: le origini umili, le sfide epiche, le tragedie superate e i trionfi indimenticabili. Un viaggio tra tartan e trofei, tra tradizione e rivoluzione, tra Old Trafford e l’anima della Scozia. Per chi crede che il calcio sia molto più di novanta minuti.

1 maggio 2025

"THE BEST" di George Best (Baldini & Castoldi), 2002

 
All'apice del suo successo fu battezzato "il quinto Beatle", e fu il primo calciatore popstar della storia. Ma George Best non è mai stato capace di convivere serenamente con il denaro e la fama frutto del suo talento, e tutta la sua vita è costellata da oscure storie di donne, sesso e alcol. Molto è stato scritto su di lui, ma mai nulla era stato raccontato dallo stesso Best. In questa autobiografia il noto calciatore ha deciso di rimuovere ogni pudore e trascinare il lettore nei gorghi della sua vita "spericolata", tra il fascino della swingin' London degli anni Sessanta e la cruda realtà nordirlandese, tra i pub e i tribunali. Fino alla bancarotta, la prigione e l'inferno della cirrosi epatica.

9 aprile 2025

ERIC CANTONA. THE KING

E’ difficile scrivere di Eric Cantona. Non riesci a scegliere. Non sai mai se premiare i suoi gol, le sue serpentine, le sue punizioni, o se devi sottolineare le sue sbronze, i suoi sputi o i suoi calci. La bilancia è in perfetto equilibrio. Ma non è un gioco. Non è semplice. Eric Cantona, nato a Marsiglia il 24 maggio 1966, inizia a giocare, a soli 7 anni, per l’S.O. Caillols, e, rivelatosi un ottimo centravanti, nel 1981, dopo essere stato bocciato dal Nizza, passa all’Auxerre. Qui gioca per 7 anni, ed esordisce, nella Serie A francese nel 1983, all’età di 17 anni. Un prodigio. Un baby prodigio. Nel 1988 vince il titolo europeo Under 21. Ma non tardano ad emergere i problemi: passato al Marsiglia, litiga con l’allenatore Bernard Tapie e và via. Idem da Bordeaux, mentre a Montpellier prende a schiaffi un compagno di squadra. Ma è con la Nazionale Francese che vive il suo rapporto più travagliato.
Epiche le sue sfuriate, anche in diretta tv, quando non viene convocato dal ct di turno. I suoi malumori non tardano a palesarsi nemmeno nella sua città d’origine, Marsiglia, dove nel frattempo era tornato. Litiga con l’allenatore Goethals e va a giocare a Nimes dove, però, durante una partita di campionato colpisce l’arbitro che lo aveva ammonito e insulta i dirigenti della federazione che lo avevano convocato proprio in seguito al suo gesto scellerato. 
Gli vengono inflitti due mesi di squalifica. Decide di lasciare il calcio e dedicarsi alle sue passioni: l’arte e la pittura. Dopo la squalifica, decide, su consiglio di Michel Platini, di cambiare aria e di emigrare in Inghilterra: sceglie il Leeds come sua nuova squadra, e fa centro. Esce fuori il vero Cantona e, The King, come lo chiamano i tifosi d’oltremanica, trova la sua dimensione. Una dimensione vincente. 

Nel 1992 si apre l’epopea Manchester: Cantona gioca nei Red Devils per 5 anni sino al 1997 conquistando campionati e coppe. Ma anche in Inghilterra riemergono gli incubi del passato, e nel 1995 perde la testa e colpisce con una mossa stile karate uno spettatore sugli spalti. La sanzione della federazione inglese è immediata, pesante e senza ripensamenti: 8 mesi fuori! Gira qualche spot e inizia l’attività di attore, per incanalare la creatività che non può esprimere sui campi da gioco. Quando rientra capisce che qualcosa si è rotto, il calcio non fa più per lui, il rettangolo verde comincia a stargli stretto. Nel 1998, dopo aver subito l’umiliazione di non essere stato convocato nella Nazionale Francese per i mondiali che si svolgevano proprio in Francia decide di appendere le scarpe al chiodo. Il calcio, lo sport che ama tanto, non gli piace più, rovinato dal business imperante. 
Si ritira per la disperazione dei tifosi dell’Old Trafford che lo hanno sempre amato e idolatrato e che, in un recente sondaggio, lo hanno eletto come calciatore più amato dei Diavoli Rossi. Dietro di lui, due mostri sacri del football inglese: Georgie Best e Ryan Giggs. Dal 1998 in poi si dedica agli hobby: il cinema, è comparso in ben 4 film, e la promozione in Francia del beach-soccer. Attualmente è allenatore della Nazionale Francese di beach-soccer. Cantona è stato un grande. In tutto. Anche negli eccessi. Per la sua classe sarebbe potuto entrare nel gotha del calciatori di sempre.
Ma è stato fermato dal carattere: irascibile, scontroso e focoso. C’era e ci doveva essere solo lui. Il suo score, di tutto rispetto, parla di 43 presenze e 19 gol in Nazionale e di 185 presenze e 81 gol in Inghilterra.
di Giuseppe Granieri, da "UK Football please"

4 marzo 2025

"ROY KEANE, L'autobiografia" di E.Dunphy (Libreria dello Sport), 2003


La determinazione, la passione e l'onestà di Roy Keane lo hanno portato a scontrarsi in più occasioni coi colleghi e persino con i manager. Ma è proprio questo suo temperamento che lo ha reso un fuoriclasse eccezionale.
Dall'infanzia di Cork alle vette più alte della Premiership, della Champions League e della Coppa del Mondo, questa è l'autobiografia di un giocatore fiero e irriducibile. Rifiutato da tutti i più grandi club cui cerca di avvicinarsi, finalmente arriva la grande occasione con il Notthingham Forest di Brian Clough. E' l'inizio di una carriera strabiliante.
Da Capitano del più grande club di calcio del mondo, Keane è stata la vera forza trascinante del Manchester United nella sua sensazionale scalata al successo che ha incluso il double, il Treble e il Wourld Club Championship. In una squadra di fuori classe, l'influenza di Keane non può essere ignorata!
Se mettessi Roy Keane come rappresentante del Manchester United in uno scontro uno a uno, vinceremmo il derby, la premiership, una gara di barche e qualsiasi altra competizione. Possiede qualcosa di incredibile.
Sir Alex Ferguson

25 febbraio 2025

L'ALTRO GEORGE BEST.



Ogni appassionato di calcio inglese conosce George Best e chiunque si è avvicinato al mondo del calcio, anche marginalmente, ne ha sentito parlare almeno una volta. Fiumi di parole sono stati scritte sulla sua vita, sul suo modo di interpretare il gioco di calcio, sul suo essere star, sul suo rapporto alcool-donne, sul suo funerale. 
E’ stato fatto un film, inguardabile aggiungo io, qualcuno gli ha anche dedicato canzoni, e si vendono ancora t-shirt con il suo volto-icona. Io da amante del calcio britannico conoscevo Best anche se il massimo che avevo visto di lui in tv fino a qualche anno fa erano i suoi goal più famosi ed in particolare quello della finale della coppa dei campioni del 1968, ripetuto all’infinito, come se fosse stato il suo unico momento di gloria. Per molti, soprattutto giovanissimi, Best rappresenta la trasgressione, l’eroe dannato immerso in un mix di calcio, donne, soldi e alcool, l’esaltazione dello sballo, l’eccesso, il mito…
Per fare un paragone con la musica Best era il Jim Morrison del football. Tutto vero ma io volevo capirne di più e volevo una risposta esauriente alla mia domanda ricorrente: chi era in realtà George Best?

George Best nasce a Belfast, il 22 maggio del 1946. la sua è una famiglia modesta e numerosa, di quelle che sgobbano per tirare avanti, in un paese, l’Irlanda del Nord, a dir poco difficile. Il Belfast boy cresce in un quartiere povero, e coltiva la sua passione per il calcio. La madre di George, Anne, disse più tardi che assieme a George c’era sempre una palla. Intorno ai 15 anni la svolta: disputa una partita contro una squadra formata da ragazzi due anni più grandi. Segna due goal e fa ammattire il suo marcatore. A guardare il match c’è un osservatore del Manchester United, Bob Bishop, che annota il suo nome e spedisce un telegramma al grande Matt Busby, padre padrone dello United, sottolineando di aver trovato un genio. Convocato dai Red Devils George, in compagnia di un coetaneo che poi diventerà suo compagno di squadra, prende una nave e parte per Liverpool, poi con un treno raggiunge la stazione centrale di Manchester. Sale su un taxi e alla richiesta di George di essere portato all’Old Trafford l’autista risponde quale Old Trafford? A Manchester infatti ci sono due Old Trafford, quello famoso del calcio e quello meno famoso del cricket. Alla fine arriva in quello giusto ma l’impatto per lui è devastante, George è un ragazzino timido, ha nostalgia di casa, dopo un solo giorno nel nord dell’Inghilterra scappa e torna a Belfast. Ma i dirigenti dello United hanno intuito che sono di fronte ad un potenziale fenomeno, leggenda vuole che sia proprio il grande Matt Busby ad andare a Belfast a chiedere al ragazzo di riprovare. George, spinto anche dalla famiglia, si convince, torna a Manchester, e dopo due anni di 
“apprendistato” il diciassettenne venuto dal nulla ha la sua occasione, fa l’esordio in First Division contro il West Bromwich Albion, è il 14 settembre 1963 e nasce la stella immortale di George Best.
Io non mi sono soffermato sui suoi goal, sulle sue foto da copertina, sulle sue finte e i suoi dribbling, come la maggior parte dei tifosi di calcio fanno. Tramite internet e non solo mi sono documentato, ho analizzato filmati, sono andato a cercare decine e decine di siti in lingua inglese, letto libri, raccolto circa un migliaio di foto ed interviste rare. Ho cercato di comprendere l’uomo prima del calciatore, per capire cosa rappresentò l’essere Best per la sua generazione, la generazione per eccellenza, quella del rivoluzionario 68. Un uomo, Best, con un cognome da predestinato, divenuto eroe di un’epoca in cui tutto sembrava possibile, in una nazione, l’Inghilterra, che sul finire degli anni 60 è l’ombelico del mondo, fonte ed ispirazione di nuove tendenze in moltissimi campi, tra i quali la moda, la musica, la tecnologia e il football. George, senza ovviamente pianificarlo, diventa il re di un modo di essere anticonformista, capelli lunghi, sguardo fiero. Lo è anche il suo modo di giocare, che prima dei suoi atteggiamenti fuori dal campo, lo eleggono all’idolo indiscusso delle folle, il mattatore, il geniale intrattenitore del beautiful game. George in campo mette il cuore, la gente lo percepisce e incomincia ad amarlo alla follia. Non solo funambolici, ubriacanti dribbling e sublimi goal ma anche tanta generosità, tanta corsa, tanto sudore e mai il piede indietro nei tackle duri. E’ al tempo stesso primadonna e gregario, due giocatori in uno: la perfezione, il genio. Il tutto sotto l’aspetto di un ragazzo gracile, statura 1,72 ma forse proprio per questo leggiadro ed imprendibile nei suoi intuitivi spostamenti. A volte, mentre vola verso l’aria avversaria tiene stretto nel pugno il polsino della maglietta, le sue esultanze dopo un goal emozionano quanto il goal stesso, in un’epoca in cui dopo una rete si tornava a centrocampo dopo aver ricevuto una stretta di mano dal compagno di squadra. 
Non sono il successo, il denaro a motivare le scorribande di George in campo, lui gioca mettendo tutto se stesso in un’azione, in un tiro, in un bel cross per un compagno di squadra. Crea un modo di essere e i ragazzi lo eleggono a loro idolo. Io, per capire meglio il genio di Best, sono andato fino a Manchester. Ho passato ore ad osservare le sue foto private, le sue giocate meno conosciute, cercato di capire il suo modo di essere, letto nei dettagli i suoi libri, trovato aneddoti e per ultimo visto da vicino la sua maglia, i suoi scarpini, i suoi oggetti personali esposti nel maestoso museo situato all’interno del suo stadio, l’Old Trafford. 
George aveva molti soprannomi, era detto El beatle, Georgie, geordie, bestie, Belfast boy, the genius. Ho letto spesso, anche da penne di primo livello, che George era un grande calciatore ma poteva esserlo molto di più, che ha vinto trofei ma che poteva vincerne molti di più. Io, ma è solo una mia opinione personale, ho sempre digerito male queste considerazioni. George è stato un grande calciatore, punto. Non importa se è stato il più grande o poteva esserlo. Ha vinto campionati da indiscusso protagonista, classifiche cannonieri, una coppa campioni, un pallone d’oro partendo da un posto chiamato Cregagh Estate, Irlanda del Nord, dove sei fortunato se hai un lavoro per mangiare tutti i giorni. Era un ragazzo timido George, con la passione per il calcio, come ce ne sono migliaia in tutti i quartieri poveri del mondo. Lui aveva un dono e la vita, la sua stella, l’ha eletto a Dio delle folle calcistiche. Lui voleva correre dietro ad un pallone e così fece. Voleva far divertire, perché era consapevole di averlo quel dono e voleva condividerlo con chi aveva la sua stessa passione. Lo fece e se leggete le sue interviste sorvolando le solite frasi ad effetto che comunque a lui piaceva fare, capirete che George giocava per se stesso, per i suoi compagni, ma soprattutto per la gente, quella con la sua stessa passione. Era un ragazzo di una sensibilità enorme, spesso tormentato dai sensi di colpa nei confronti della sua famiglia dovuti alla sua enorme fama. Amava la sua gente ma ne era spaventato allo stesso tempo. Non è un caso il fatto che lui stesso ricordasse spesso nelle sue interviste il rumore della folla nel giorno del suo esordio. Si è goduto la vita George e non l’ha mai rinnegato. Ho letto mille volte che è stato travolto dalla sua stessa fama degna di una rockstar, che è stato il primo giocatore di calcio a diventare un’icona. Tutto vero, ma lui era George Best, era nato per diventare quello che è diventato e non si è sottratto al suo destino, nonostante a volte non capisse la morbosità generata dal suo personaggio. 
Ha vissuto da George Best mantenendo quel suo essere semplice nonostante i suoi molti eccessi. Al suo funerale c’erano 500mila persone e milioni di tifosi nel mondo hanno pianto la sua morte. Eppure non è di certo un uomo di quelli da prendere come un esempio, tutt’altro. Se la gente l’ha capito, spesso difeso, amato alla follia e tra questi ora c’è anche il sottoscritto, è semplicemente perchè la gente, quella con la passione pura per il calcio, quella che viene da dove veniva lui, capiva il suo eroe, nei suoi giorni di gloria ma soprattutto nei suoi momenti bui. Perché il calcio generato da Best era il calcio puro, ancora lontano anni luce dall’industria mediatica che è oggi. Se andate nei pub di Manchester e chiedete ai cinquantenni intenti a sorseggiare una pinta chi fosse George Best non ne troverete uno pronto a parlar male di quel ragazzo venuto dal nulla. Chi lo conosce superficialmente ripete come una moda le sue frasi celebri a base di donne, macchine e soldi. George se l’è goduta, eccome se l’è goduta la sua vita da George Best ma se andate a scavare in fondo al mito troverete un ragazzo timido che una volta divenuto il giocatore più famoso d’Inghilterra evitava di andare a trovare la sua famiglia, nonostante volesse, per non turbare la tranquilla vita dei suoi cari. Prima di morire la sua foto di un uomo con le ore contate, ridotto cosi a causa dell’alcool, ha fatto il giro del mondo. Non morite come me recitava lo slogan, la migliore delle pubblicità per la campagna anti alcolici. Fonti vicine a George, tra cui un compagno di squadra che gli ha parlato prima che lui, il grande intrattenitore entrasse in coma, raccontano che quella foto, quello slogan è stata in pratica un’estorsione. George non avrebbe detto non morite come me ma piuttosto rifarei tutto, me la sono goduta questa vita e rifarei tutto. La stampa ha glissato, preferendo la versione politically correct. Forse non sapremo mai la verità ma in fondo poco importa. 
Una delle sue ultime interviste è l’essenza del suo pensiero. Quel ragazzo dagli occhi azzurri nato nel 1946, figlio del boom demografico del dopo guerra, diceva che gli mancavano i giorni di gloria, come succede ad ogni ex calciatore. A chi gli ricordava che lui aveva fatto la storia dello sport più famoso del mondo lui rispondeva così: ”Boh, la storia... Io ho sempre giocato per piacere, per divertire me stesso e i miei fan". Quando ho iniziato io, l'Inghilterra era fantastica. Si cominciavano a portare i capelli lunghi, la musica era favolosa, la moda era meravigliosa e anche il calcio britannico non era male. Vincevamo le coppe europee e ogni anno una squadra diversa vinceva il campionato. Oggi invece ci sono solo Manchester United, Chelsea e Arsenal. Che noia...". Non si giocava con gli orecchini, i capelli colorati, i tatuaggi sui polpacci. Io, Di Stefano, Pelè, i miei amici dello United facevamo divertire la gente. Allora il calcio era divertimento... Penso che si dovrebbe sempre scendere in campo sorridendo ed è quello che facevo io. Oggi invece è tutto troppo maledettamente serio, perché ci sono troppi soldi, perché se perdi è la fine del mondo. E ti dico che se tornassi in campo oggi, rifarei tutto allo stesso modo, giocherei per far divertire il pubblico, e basta". 
Questo era l’altro George Best, un “ragazzo” che appena metteva piede in uno stadio, scaldava i cuori della gente.
di Christian Cesarini, da "UK Football please"
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