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10 febbraio 2025

"EVERTON. I MERAVIGLIOSI ANNI ‘80" di Davide Ghilardi



Ricordarsi il calcio degli anni ’80 è sempre piacevole per il sottoscritto. Essendo nato all’inizio di quel decennio, ho avuto modo di crescere con un pallone in cui tutti potevano competere e vincere un trofeo attraverso la costruzione della squadra che doveva partire non solo dalla scelta di giocatori stranieri di qualità ma anche da una base nazionale importante, meglio se costruita dalle proprie giovanili. 
L’esempio che mi piace sempre fare è quello dell’Aberdeen, realtà scozzese molto piccola ma che raggiunse picchi altissimi grazie al lavoro di Alex Ferguson che fece capire come mai, negli anni successivi, sarebbe entrato nella Storia del calcio in quel di Old Trafford. 
A Liverpool, sponda Everton, fu il momento del rilancio del club che arrivava da decenni in cui la bacheca di Goodison Park rimase tristemente vuota. Terminata l’epopea di Harry Catterick, i “Toffeemen” furono guidati da Billy Bingham e Gordon Lee i quali non riuscirono a portare la squadra a traguardi importanti nonostante l’arrivo di giocatori che segnarono un’epoca del calcio inglese come, ad esempio, il centravanti Bob Latchford; ma ciò che creava più malcontento era l’ottimo rendimento dei cugini del Liverpool che raccoglievano trofei e consensi sia in patria che in Europa grazie al lavoro dei loro Manager; i vari Bill Shankly, Bob Paisley e Joe Fagan riuscirono a creare una continuità di risultati che, automaticamente, creò una vera e propria “dinastia vincente” costruendo il mito di Anfield che ancora oggi è bene impresso nella mente dei tifosi dei Reds e non solo. L’Everton doveva rilanciarsi e la dirigenza prese una decisione coraggiosa ma che si rivelò vincente. 
Nel 1981, dai Blackburn Rovers dove si stava affermando nella antica e romantica figura del Player/Manager (allenatore/giocatore attivo), fu chiamato l’amato Howard Kendall, membro della “Holy Trinity” famosa in quel di Goodison Park insieme ad Alan Ball e Joe Royle. Kendall fu ben visto dai tifosi, inizialmente, sia per quello che stava facendo (con i Rovers aveva centrato la promozione nell’allora Second Divison, l’attuale Championship, nella stagione 1979/80) che per i trascorsi in campo con il Royal Blue di cui era riconosciuto essere anche tifoso. 

L’inizio fu contraddistinto dalla costruzione di un gruppo di giocatori giovane e di talento tra cui Neville Southall, portiere gallese proveniente dal Bury che diventò tra i migliori del panorama mondiale nel ruolo, Trevor Steven, ala dal talento cristallino ed in grado di fare la differenza grazie alla tecnica e al dribbling fulmineo, e Peter Reid, centrocampista che associava qualità e quantità in campo. I primi due anni della gestione Kendall videro i Toffeemen terminare sempre all’ottavo posto mancando di un soffio la qualificazione all’allora Coppa UEFA, ma l’inizio della stagione 1983/84 fu disastrosa con sole 6 vittorie nelle prime 21 partite di campionato con la squadra che si ritrovò nei bassifondi della classifica; con il Manager vicino all’esonero, due furono i momenti chiave per cui la situazione cambiò in maniera improvvisa: il pareggio dell’attaccante Adrian Heath nella sfida contro l’Oxford United e l’arrivo dai Wolves del centravanti scozzese Andy Gray. 
Con un cambio di marcia repentino, l’Everton raggiunse il 7° posto in classifica e le finali nelle due coppe nazionali, quella di Lega dove perse in finale nel Merseyside derby contro i Reds e quella d’Inghilterra che lo vide trionfare contro il Watford. 
Finalmente, i tifosi poterono tornare ad esultare per la conquista di un trofeo importante che mancava dalla bacheca di Goodison Park da 18 anni ma non si aspettavano certamente ciò che accadde l’anno successivo. I ragazzi di Kendall erano cresciuti tantissimo trovando un equilibrio che li aveva portati a diventare una delle squadre più forti del panorama inglese. Con una stagione a dir poco fantastica, Southall e compagni vinsero il campionato e raggiunsero per il secondo anno consecutivo la finale della coppa nazionale dove, però, vennero sconfitti dal Manchester United. Fu in Europa, però, l’exploit più rilevante con la conquista del primo trofeo continentale grazie alla vittoria dell’allora Coppa delle Coppe, a Rotterdam, contro il Rapid Vienna per 3 a 1. 

























L’Everton era pronto ad iniziare un ciclo vincente con un gruppo maturo a cui era stato aggiunto, nell’estate del 1985, uno dei giovani attaccanti più forti e promettenti del panorama inglese e non solo: Gary Lineker. Acquistato dal Leicester City, Lineker confermò le aspettative segnando 30 reti in 41 partite di quella stagione che, ahimè, fu segnata da una tragedia che coinvolse indirettamente il club di Goodison Park: l’Heysel. 
A causa di quanto accadde durante la finale della Coppa dei Campioni del 1985 dove i tifosi del Liverpool causarono la morte di 39 tifosi dei campioni della Juventus, la UEFA in accordo col governo britannico bannò le squadre inglesi dalle competizioni continentali impedendo ai Toffeemen di partecipare all’edizione 1985/86 della Coppa dei Campioni dove erano tra i favoriti alla vittoria finale. Questo portò a delle decisioni importanti da parte di alcuni membri della squadra tra cui la sua guida. Al termine del campionato 1986/87 concluso con la vittoria del campionato, Howard Kendall decise di lasciare l’Everton per allenare in Spagna, all’Athletic Bilbao, così da poter continuare a disputare le competizioni UEFA; la stessa decisione fu presa da Lineker che cedette alle lusinghe del Barcellona e, a poco a poco, da altri giocatori importanti come Steven e Gary Stevens che approdarono in Scozia, sponda Rangers di Glasgow. La squadra fu affidata al vice di Kendall, Colin Harvey, il quale non riuscì a ripetere le gesta del predecessore e l’Everton tornò a disputare stagioni al di sotto dello standard raggiunto solo qualche anno prima. Nonostante questo, i ragazzi degli anni ’80 sono ancora presenti nei ricordi non solo dei tifosi Blue Noses ma anche degli appassionati di calcio britannico che ancora ricordano quanto era difficile affrontarli soprattutto quando erano spinti dal calore della loro gente in quel tempio del calcio, Goodison Park, al quale dovremo dire addio al termine della stagione in corso.
di Davide Ghilardi

21 gennaio 2025

"LASCIARE GOODISON PARK" di Davide Ghilardi

Mi è stato chiesto dagli amici di FIRST DIVISION di raccontare le impressioni sul passaggio da Goodison Park al nuovo stadio che sorge a Bramley Moore programmato, a fine stagione, come tutti sappiamo. 
Voglio essere onesto con chi leggerà questo post nello scrivere che non sono in grado di farlo, nel senso che posso raccontare solamente quelle che sono le mie emozioni. Dovete sapere che sono un Evertonian dalla fine degli anni ’90, quando il calcio inglese mi piaceva ma non avevo una squadra preferita sino a che non ho visto i Toffeemen giocare a Goodison Park; l’occasione fu una partita contro il Manchester United, stagione 1990-91, una delle prime partite dal ritorno dello storico Manager Howard Kendall sulla panchina del club che aveva portato ai successi degli anni ’80. Mi piacque tutto di quell’atmosfera, di quel legame tra squadra e tifosi che cominciai a seguire assiduamente grazie ai mezzi di comunicazione di allora, vale a dire quotidiani, riviste (Guerin Sportivo su tutti) e programmi televisivi (c’era ancora TeleCapodistria). Kevin Ratcliffe, Tony Cottee, Neville Southall e gli altri giocatori diventarono la quotidianità di un ragazzino che non era stato “scelto” dalla squadra più forte del panorama calcistico ma che lo rendeva felice indipendentemente dal risultato del campo.

Goodison Park, poi, da sempre ha rappresentato più di un campo da gioco… Chi conosce la storia dell’Everton sa che quello stadio fu costruito perché non si voleva rimanere sotto il controllo del primo proprietario della squadra, il quale voleva sfruttare il fatto di essere proprietario di Anfield per ottenere dividendi da questa situazione; una decisione quella degli altri soci che componevano il Board del club che fece capire una cosa importante: l’Everton non poteva appartenere ad una persona sola, era nato per rappresentare una comunità e la sua gente e sarebbe stato sempre così. Lo stadio sorge in una zona popolare di una città, Liverpool, dove il tessuto sociale è sempre stato molto particolare rispetto alle altre realtà urbane inglesi. La sua gente ha sofferto tantissimo, la disoccupazione è sempre stata all’ordine del giorno e le squadre di calcio rappresentavano un momento per distrarsi e trovare un sorriso dispetto alle difficoltà della vita quotidiana. Chi ha avuto la fortuna di visitarlo avrà sicuramente notato quanto l’ambiente sia “semplice”, con l’aria intrisa da birra e pies che somiglia più ad una realtà amatoriale rispetto ad uno di Premier League e questo poiché la fan base dei Toffeemen è di stampo prettamente “working class” e da qui la nomea di “People’s Club” che lo accompagna da sempre. 
Quando è stato annunciata la conferma della costruzione del nuovo stadio di Bramley Moore che prende il nome da un vecchio Dock in disuso sulla riva del fiume Mersey, in tanti sono stati contenti perché hanno visto in questa nuova realtà l’opportunità di poter trovare quei fondi necessari per poter competere con i club più importanti a livello economico, ovvero ciò che è diventato essenziale per riuscire a vincere. 

Personalmente, invece, ho subito pensato in nome del calcio moderno l’Everton stava rinunciando alla sua caratteristica peculiare, l’essere un “People’s Club” come citavo sopra; il gioco valeva la candela? Sarebbero stati tutti contenti. 
Chi pensa che con Bramley Moore si potesse fare uno passo in avanti per avere nuovi investitori hanno ragione, infatti è arrivata la nuova proprietà americana guidata dalla famiglia Friedkin che ha capito subito l’importanza di questa opportunità per sbarcare nel campionato inglese; alcuni hanno fatto, però, presente, che tante attività che vivono della presenza di Goodison Park saranno destinate a chiudere visto il trasferimento e ciò significherà posti di lavoro in meno in una città come la Liverpool attuale che è migliorata molto negli ultimi anni ma che ancora soffre della mancanza di opportunità lavorative. E’ altresì vero che il nuovo stadio ne creerà altre, che si potranno sviluppare nuovi progetti che dovrebbero far nascere nuove opportunità d’impiego ma saranno uguali a quelle precedenti? 
Su questi presupposti i Toffeemen lasceranno la loro vecchia casa per una nuova perché avevano necessità di essere competitivi e ciò non poteva non passare dal dover fare delle rinunce dal punto di vista sociale ma se ciò sarà sufficiente per tornare a vincere lo sa solo il futuro. L’unica certezza, al momento, è che non sarà automatico il non andare più al solito pub, al chiosco dove mangiare un boccone prima del fischio d’inizio o persino alle colonne che ostruiscono la vista del campo in alcuni settori. 
Per quanto vecchio, Goodison Park rappresentava tantissimo e lasciarlo a cuor leggero, per chi è un Evertonian Through and Through, creerà un vuoto che nessun trofeo o vittoria colmerà del tutto.
di Davide Ghilardi
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