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28 maggio 2026

"NOTTINGHAM FOREST. SIAMO TUTTI FIGLI DI BRIAN CLOUGH" di Fabrizio Miccio

Ognuno di noi ha una diversa esperienza attraverso la quale ha scoperto, vissuto, gustato ed oserei dire caratterizzato la parte ludica della propria esistenza con questa splendida passione che e' il calcio britannico in tutte le sue molteplici sfaccettature. episodi, memorie, flashbacks, memorabilia e quant'altro si fondono in un bagaglio personale ed il voltarsi indietro aiuta a capire il nostro presente.
Per quanto riguarda la mia esperienza, e spero e credo anche quella di molti che come me ormai guardano in faccia i quaranta, il fenomeno NOTTINGHAM FOREST stagione 1977/78 e' stato basilare quale grimaldello per la scoperta di un mondo affascinante perché ai tempi semisconosciuto e difficile da compenetrare (i risultati li conoscevo al lunedì sera passando alla mitica edicola di via Veneto ...altro che tele+ ed internet!!). Ricordo che il fatto che una squadra neopromossa nella First Division potesse come poi ha fatto il Forest vincere il titolo lo consideravo splendidamente e piacevolmente destabilizzante, nel senso che poteva accadere tutto ed il contrario di tutto, nessun risultato era scontato e scritto in partenza, come invece faceva da tristissimo contraltare la Serie A di quel tempo. Io mi sento un po' figlio di Brian Clough, il manager che creò quel team straordinario insieme al suo fidatissimo ed inseparabile vice Peter Taylor, perché quella filosofia, quel compenetrarsi visceralmente con il club che si dirige ha creato un modello che rappresenta il mio calcio inglese vero, autentico, moderno ma antico, sano e, perché no? provinciale. Io sono un Gooner, badate bene, cioè agli antipodi ma non c'e' contraddizione perché la scelta per l'Arsenal è cuore, cieco, senza logica.
Il mitico Clough ha incarnato alla perfezione l'uomo-simbolo del calcio britannico che ho amato ( e che cerco tuttora tra i vari Manchester etc.) dove era possibile costruire con poche sterline, tanta saggezza , pazienza ed un briciolo di fortuna un team due volte Campione d'Europa (che gioia quei goals decisivi di Trevor Francis e John Robertson) e tre volte vincitore della Coppa di Lega. Quanti campioni devono la loro carriera a Clough!
Tra i tanti mi piace citare un mio idolo di allora: Garry (si, con due erre) Birtles. Clough ne scoprì il grezzo ma eccezionale talento realizzativo mentre Garry si dilettava a segnare valanghe di reti con la maglia del Long Eaton Utd. nella Midland League mentre a tempo perso faceva il parchettista e lo portò in riva al Trent per poche sterline. La crescita di Birtles fu enorme ed in pochi anni divenne uno degli attaccanti più prolifici della First Division. Tanti sono gli esempi in questo senso: da Tony Woodcock a Martin O'Neill (attuale tecnico del Celtic in cui netta si riconosce la mano del suo mentore),da Viv Anderson al più recente Stuart Pearce.

Al Nottingham Forest è legato un grande ricordo personale: dal mio primo viaggio in Inghilterra nel Luglio 78' riportai un poster a colori in cui vi era immortalata la squadra al completo seduta tra le prime fila del City Ground con la splendida Coppa di Lega a far bella mostra di se ed il geniale Brian Clough in tuta che sorride compiaciuto. Questo poster lo custodisco ancora gelosamente tra le tante memorabilia di calcio inglese a testimonianza di un mito per me intramontabile. Oggi leggo Brian tra le pagine di Four-Four-Two dove tiene una rubrica fissa "Over the top" e le sue osservazioni sul calcio inglese attuale sono sempre lucide e taglienti, mai banali e scontate. Si,lo confesso: mi manca molto, e credo manchi a tutto il movimento calcistico inglese. Ormai non tornerà più ad allenare, ma forse mentre leggerete queste righe il suo Forest starà dando battaglia per ritornare nella Premier League. Se soltanto lo facesse utilizzando in minima pare lo spirito indomito del suo vecchio condottiero, beh, ci sarebbe di sicuro calcio d'elite la prossima stagione a Nottingham.
E voi, anche voi sentite che la vostra passione è figlia di qualcuno o qualcosa?
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (maggio 2003)

20 marzo 2026

"LA STRADA DI BRIAN - Appunti sul Forest" di Simone Galeotti (Urbone), 2016


Il Nottingham Forest è stato il sovvertimento del sistema, il capovolgimento dei pronostici, la rivalsa dei più piccoli contro i più grandi.
Il Nottingham Forest è stato carne e sangue che hanno riscaldato Nottingham più del suo carbone. Il Nottingham Forest è stato il genio e la sregolatezza di Brian Clough, il nuovo Robin Hood, con una nuova banda di eroi, che invece dei boschi di Sherwood scelsero il City Ground. Il Nottingham Forest è stato Peter Taylor seduto in una panchina rivestita di mattoni scuri intento a fumare il suo sigaro.
Il Nottingham Forest è stato un colpo di testa di Trevor Francis, una rasoiata di John Robertson, e una bandiera rossa issata sopra le tende di un picchetto di minatori allo stremo.
Il Nottingham Forest è stato un mito.

2 marzo 2026

"MAESTRI DI CALCIO. BRIAN CLOUGH" di Christian Giordano

«I wouldn’t say I was the best manager in the business. But I was in the top one.» – Brian Clough

OBE. Officer of the British Empire, ufficiale (dell’Ordine) dell’Impero Britannico (quartultima fra le cinque classi dell’onorificenza istituita da re Giorgio V nel 1917), per i suoi fan più accaniti; Old Big ’Ead, vecchio testone, per i suoi – altrettanto irriducibili – detrattori.
Comunque si voglia interpretare, la sigla identifica un manager che ha scritto la storia del calcio (non solo) britannico degli anni Settanta-Ottanta. E l’ha fatto in realtà pressoché amatoriali che, dopo il suo trionfale passaggio, sono ripiombate nell’anonimato.
Mai avute mezze misure: adorato o detestato come capita a chiunque provi (e magari riesca) ad affrancarsi dalla mediocrità. Anche se mediocre, Cloughie, nelle sue molteplici reincarnazioni, non lo è stato mai. Fenomenale goleador a cavallo fra gli anni Cinquanta-Sessanta con Middlesbrough e Sunderland (251 reti in 274 partite di massima divisione), in campo è stato fra i pochi ex campioni diventati poi grandi allenatori; e fuori, nella pionieristica e ingessata tv dell’epoca, un José Mourinho con quarant’anni di anticipo sull’originale. Il primo Special One. Anche lui con il suo Pep, il nemico fierissimo Don Revie.

Quinto degli otto figli (in realtà sesto di nove, la primogenita Elizabeth morì a 4 anni di sepsi, nda) di Joseph e Sara, Brian Howard Clough nasce a Valley Road (Middlesbrough), Inghilterra, il 21 marzo 1935. Lasciata presto la scuola, trova un impiego alla ICI (Imperial Chemicals Industries, la maggiore azienda chimica britannica, nda) e gioca centravanti in club di non league, il Billingham Synthonia e il Great Broughton.
Nel novembre del 1951 entra nei Ragazzi del Middlesbrough, la squadra per cui tifava da bambino, sulle gradinate di Ayresome Park, sognando di emulare le gesta di Wilf Mannion e di George Hardwick. Il primo contratto professionistico lo firma nel maggio 1952, poi parte per la leva, nel National Service. Il debutto fra i titolari (fortissimi) arriva solo il 17 settembre 1955, in casa con il Barnsley, in seguito alla serie d’infortuni che hanno falcidiato l’attacco. Una volta in prima squadra non ne esce più e, superata la concorrenza di Charlie Wayman e Lindy Delapenha, è capocannoniere per tre stagioni consecutive senza però riuscire a portare il Boro in Second Division.

Già allora il lato polemico della sua natura comincia a emergere, perché il club non vuole cederlo nonostante il gran numero di acquirenti e la volontà di andarsene del giocatore, invero espressa sin troppe volte (la prima dopo nove partite).
Nel novembre 1959 la maggior parte della squadra (il portiere Peter Taylor escluso) firma una petizione affinché a Clough, sempre più arrogante e presuntuoso, siano tolti i gradi di capitano. Si scoprirà poi che al ragazzo non andava giù che i compagni scommettessero illegalmente contro la propria squadra, e incassando volutamente quei gol che, una stagione dopo l’altra, erano costati al club la promozione. O perlomeno la chance di giocarsela fino in fondo. Finalmente, nel luglio 1961, dopo aver segnato 204 gol in 222 partite fra campionato (197 in 213 gare) e coppa, può andarsene. E lui che ti combina? Passa agli odiati cugini, il Sunderland, per 42.000 sterline.

Nel Wearside diventa subito una leggenda segnando 63 volte in 74 partite (46 in 61 di campionato) in neanche una stagione e mezza. L’incredibile media realizzativa (quaranta gol a stagione per quattro annate consecutive dal 1956-57, e cinquina nel 9-0 al Brighton) non basta però a convincere appieno il Ct inglese Walter Winterbottom, che gli concede appena due chance, entrambe nel 1959: con il Galles (1-1) al Ninian Park di Cardiff e con la Svezia (2-3) a Wembley. Il sogno di una carriera da predestinato gli si spezza nel 1962 insieme con il ginocchio destro nel Boxing Day, come oltremanica chiamano il giorno di Santo Stefano, nello scontro in area con il portiere del Bury, Chris Harker. Il sordo rumore dell’impatto ammutolisce il Roker Park. Brian non tornerà in campo per il resto della stagione (e il Sunderland fallirà la promozione) né in quella successiva, quando l’approdo in First Division diventa finalmente realtà. Da neopromosso, il Sunderland parte malissimo. Il manager Alan Brown, passato allo Sheffield Wednesday in estate, non era stato rimpiazzato. I tifosi sono in fermento, così Clough si rimette le scarpette in tre occasioni. Pur clinicamente guarito, non è però più il giocatore che in 296 partite era andato a segno 267 volte. Torna anche al gol, al Roker Park il 5 settembre 1964, un colpo di testa ravvicinato nel 3-3 con il Leeds United di (eh sì) Don Revie, ma è ormai l’ombra dell’attaccante di un tempo e sia lui sia il Sunderland devono arrendersi: a 29 anni Clough è – alla lettera – un calciatore finito.

Chiusa la carriera agonistica, entra nello staff tecnico dei Black Cats come allenatore della squadra giovanile e centra subito la finale della FA Youth Cup, la Coppa d’Inghilterra di categoria. Pochi mesi dopo, nell’ottobre 1965, diventa il più giovane manager (trent’anni) della Football League accettando la panchina dell’Hartlepool United, in quarta divisione, che guiderà assieme all’amico Peter Taylor, suo compagno ai tempi del Boro. Quello che nel novembre 1959 la lettera non l’aveva firmata, e che adesso, per raggiungerlo, lascia il Burton Albion. Comincia lì un sodalizio tecnico che segnerà vent’anni di football albionico ed europeo. E che porterà, ma altrove, successi inimmaginabili. I due setacciano i pub della città per raccogliere fondi per il club.
Il 21 maggio 1966 fanno esordire un 16-enne, John McGovern, che poi seguirà Clough ovunque. In maggio però la strana coppia Brian & Peter lascia (per il Derby County) il club del Victoria Park dopo aver portato la squadra dal diciottesimo all’ottavo posto e prima di vedere coronato il loro lavoro: la promozione, infatti, i Pools la centreranno nella stagione successiva, la 1967-68, con in panchina Angus “Gus” McLean. Grazie anche ai loro acquisti in difesa – Dave Mackay e Roy McFarland – la sin lì non ancora premiata ditta Clough & Taylor si rifà vincendo con i Rams la Division Two 1968-69; e tre stagioni più tardi, dopo il sorprendente quarto posto del primo anno, addirittura la Division One. Come non bastasse, l’anno successivo arrivano il settimo posto in campionato e la semifinale di Coppa dei Campioni persa contro la Juventus (3-1 al Comunale, 0-0 al Pride Park), poi finalista battuta a Belgrado dall’Ajax (gol di Johnny Rep). La favola però finisce lì perché, nell’ottobre 1973, dopo una serie di contrasti (eufemismo) con il presidente Sam Longson, la adesso sì premiata ditta saluta il club del Baseball Ground.

A Derby quasi scoppia la rivoluzione. I giocatori minacciano lo sciopero, ma è tutto inutile: il dinamico duo non tornerà. Neanche un mese ed eccolo ridiscendere in Third Division, al Brighton & Hove Albion, che termina il torneo al 19° posto. La stagione seguente il sodalizio si separa. Clough va – udite udite – addirittura al Leeds United per rimpiazzare Don Revie, appena nominato Ct della nazionale inglese. Taylor resta al BHA.
Cloughie al club dell’Elland Road dura 44 giorni, quelli de Il Maledetto United di David Peace diventato letteratura da film per Tom Hooper. Se ne va sbattendo la porta per l’eccessivo potere che i giocatori (specie i veterani, in testa il capitano Bremner, fedelissimo di Revie) esercitano sulla società. Dopo quattro mesi senza calcio, e una buonuscita di 100 mila sterline, l’8 gennaio 1975 Clough torna nelle Midlands: con un lungo lavoro ai fianchi, il presidente del club, Stuart Dryden, lo convince ad allenare il Nottingham Forest.

Nel luglio 1976 la strana coppia Clough-Taylor si ricompone e il terzo posto dei Reds, che schierano giovani di qualità come Peter Withe in attacco e Larry Lloyd al centro della difesa, vale la promozione in First Division. L’anno successivo il neopromosso Forest vince il campionato e la Coppa di Lega (0-0 dopo i tempi supplementari con il Liverpool a Wembley, rigore di Robertson nel replay all’Old Trafford).

Fra il 1979 e il 1980, l’apoteosi: due Coppe dei Campioni consecutive.

La prima a Monaco, 1-0 al Malmö (guidato dall’inglese Bob Houghton) con zuccata del centravanti Trevor Francis, futuro sampdoriano e primo giocatore inglese acquistato per un milione di sterline (inutile lo stratagemma antipressioni cloughiano di firmarlo a 999.999, comunque poi salite a 1,1 milioni, considerando le tasse). La seconda a Madrid, punteggio minimo sull’Amburgo con invenzione della funambolica ala sinistra ribelle John Robertson che, incurante degli urlacci di Clough e Taylor di rientrare, taglia verso il centro, scambia con Birtles e in diagonale buca Kargus sul palo più lontano. Due brutte finali (in quella del “Bernabéu” l’assenza dell’infortunato Francis si aggiunse agli acciacchi di Horst Hrubesch, entrato al 46’, e alla giornata-no della star Kevin Keegan) chiudono un’impresa unica. Mai una matricola, che sino a un paio d’anni prima era ancora in cadetteria, aveva conquistato due volte il trofeo in altrettante partecipazioni. Sarà la più grande sorpresa nella storia del calcio britannico, e forse europeo, fino alla storica Premier League 2016 vinta dal Leicester City allenato da Claudio Ranieri. In campionato il Forest deve invece accontentarsi della seconda piazza dietro altri reds, l’imprendibile Liverpool di Clemence, Neal, Kennedy, Dalglish, Case e Hansen: 30 vittorie, 4 sconfitte, 85 gol fatti e 16 subiti. Eppure in Coppa dei Campioni i detentori erano riusciti a eliminarlo: 2-0 al City Ground, 0-0 all’Anfield. Nel magico 1979 arrivano pure la seconda Coppa di Lega (a Wembley, 3-2 con doppietta di Gary Birtles al Southampton) e la Supercoppa Europea (1-0 al Barcellona in casa, 1-1 fuori; nel 1980 il trofeo continentale va invece al Valencia: 2-1 al City Ground, 0-1 al Mestalla). L’Intercontinentale no. Perché, dopo la rinuncia pro-Malmö nel 1979, nel 1980 (ma si giocò l’11 febbraio 1981) il Forest cede a Tokyo contro il Nacional Montevideo per un gol della futura meteora cagliaritana Waldemar Barreto Victorino. Di lì a due anni la rosa, fra trasferimenti e ritiri, è smantellata. Ingaggi onerosi quali il 19-enne Justin Fashanu (primo calciatore nero costato quanto Francis, e senza lo stratagmma della sterlina in meno), Ian Wallace e Peter Ward non producono i risultati attesi, e il Forest va a fondo. In classifica e nel mare di debiti.

Taylor si ritira nel 1982 per motivi di salute (e forse per i mancati risultati a fronte dei grandi nomi arrivati), ma un anno più tardi diventa manager del Derby County e si porta dietro, sembra all’insaputa di Clough, l’ultima stella del Forest, John Robertson. I due vecchi amici, uno dei più riusciti binomi nella storia del calcio tout court, non si parleranno più. Anche se Brian sarà presente al funerale di Peter, deceduto a Mallorca il 4 ottobre 1990.
Dopo il terzo posto in First Division e la semifinale UEFA del 1984 (2-0 casalingo all’Anderlecht, 3-0 al ritorno con un assurdo rigore concesso dallo spagnolo, e forse non integerrimo, Guruceto Muro e gol decisivo di Erwin Vandenbergh all’88’), il Forest raccoglie due vittorie in quattro finali di Coppa di Lega e due Full-Members Cup. Non realizza però il sogno di Clough, la FA Cup, sfiorata nel 1991 perdendo 1-2 la finale contro il Tottenham Hotspur. La stagione 1992-93 si chiude in disarmo. Il 22° posto significa retrocessione e Clough, che a quattro turni dalla fine si era dimesso perché un membro del CDA, Chris Wooton, ne aveva rivelato l’alcolismo nell’edizione domenicale di un quotidiano nazionale, dice stop.

L’ultima gara al City Ground, contro lo Sheffield United, termina con Brian portato in trionfo da migliaia di tifosi “retrocessi” eppure adoranti. Sposato con Barbara, tre figli (Nigel, anch’egli buon centravanti ma poi solo discreto allenatore, Simon ed Elizabeth detta Libby), nei suoi ultimi anni Clough si è goduto i nipoti e il giardino, è stato columnist del mensile Four Four Two e ha evitato, per quanto gli fosse possibile, gli eccessi.

Il 20 gennaio 2003 un trapianto di fegato durato dieci ore gli aveva salvato la vita, che altrimenti si sarebbe interrotta entro un paio di mesi. In carriera gli è mancata soltanto l’agognata panchina dell’Inghilterra, incarico che solo l’indole rissosa, la carenza d’istruzione e l’essere politicamente scorretto (vergognoso il suo mobbing, per non dire bullying, sul compianto Justin Fashanu, primo gay dichiarato del calcio inglese) gli hanno negato. Mai noto come grande stratega (l’italo-svizzero Raimondo Ponte rivelò poi che al Forest le partite nemmeno si preparavano) o fine psicologo, Clough è stato soprattutto un eccezionale motivatore. Ma per quanto compiuto a Nottingham e a Derby, comuni di cui è diventato cittadino onorario, al Vecchio Testone si perdonava tutto. Comprese le accuse (mai provate) di fare la cresta in campagna acquisti.
Più difficile dimenticare la mancata riconciliazione con l’amico di sempre. Quella no. Quella, OBE non se l’è mai perdonata.
di Christian Giordano, da https://sportspoetssociety.blogspot.com

18 novembre 2025

"COME PICASSO E VAN GOGH. La storia di John Super Tramp Robertson" di Armando Napoletano (Ed. Giacchè), 2025


Due Coppe dei Campioni consecutive conquistate al tramonto degli anni ’70 lasciando il suo marchio indelebile: assist vincente per il gol di Trevor Francis nella finale bavarese contro il Malmö e gol decisivo all’Amburgo di Magath dodici mesi dopo a Madrid.
Bastano questi dati per descrivere in sintesi cosa ha rappresentato lo scozzese John Neilson Robertson, oggi 72enne, nella storia del Nottingham Forest.
Un mancino terribile. Ne raccontiamo la storia seguendo il tracciato disegnato da Brian Clough con il suo Forest, una squadra che resta leggenda.

26 giugno 2025

UP the colors. "NOTTINGHAM FOREST. GARIBALDI FOOTBALL CLUB" di Gianfranco Giordano

Il 15 maggio 1865, secondo le cronache dell’epoca pioveva a dirotto, un gruppo di persone si riunì al Clinton Arms in Shakespeare Street a Nottingham. Per capire il motivo di questa riunione dobbiamo tornare indietro di pochi anni e guardare due avvenimenti che condizioneranno questa riunione. 
Nel novembre del 1862 venne fondato a Nottingham il Notts County, prima squadra di calcio della città, anche se la costituzione ufficiale avvenne il 7 dicembre 1864. Il secondo avvenimento riguarda un famoso italiano che si trattenne a Londra dal 3 al 27 aprile 1864, si trattava di Giuseppe Garibaldi. Il condottiero era già stato in precedenza a Londra ed era molto popolare in Inghilterra per le sue imprese belliche, tanto da attirare al suo arrivo nella capitale ben 500.000 persone. Torniamo al Clinton Arms dove si ritrovano quindici amici, giocatori di shinty, un gioco simile all’hockey su prato al tempo piuttosto popolare. J. S. Scrimshaw propose ai suoi amici di fondare una squadra di football Association e cambiare l’attività agonistica, la proposta venne approvata e venne fondato il Nottingham Forest Football Club, nella stessa riunione venne deciso di acquistare dodici cappellini di colore “Rosso Garibaldi” da abbinare alle divise bianche, le maglie colorate sarebbero arrivate successivamente, in onore del famoso condottiero italiano, i cui soldati indossavano camicie rosse. Il club appena costituito fu il primo sodalizio ad adottare ufficialmente, certificato da uno statuto scritto, il rosso come colore sociale. Il 22 marzo 1866 il Nottingham Forest giocò la sua prima partita contro i concittadini del Notts County, per la cronaca la partita finì 0-0. Teatro dell’incontro il Forest Recreation Ground, un parco pubblico a nord della città, che ha ispirato il nome del club. Il 19 aprile altra partita tra le due squadre della città, risultato sempre a reti bianche. Nei primi anni il club giocò solo partite amichevoli e dal 1868 compare finalmente la “Garibaldi”, ovvero una maglia completamente rossa con collo a camicia chiuso da bottoni, i pantaloni sono bianchi e le calze rosse. Nella stagione 1878/79 il Forest partecipa per la prima volta alla FA Cup, esordisce il 16 novembre 1878 vincendo per 3-1 contro il Notts County e viene poi eliminato in semifinale dall’Old Etonians. Nel frattempo nel 1874 un giocatore del Forest ha l’idea di procurarsi dei parastinchi da cricket e sagomarli tagliando la parte superiore, nonostante le polemiche iniziali questi nuovi attrezzi divennero presto di uso comune, anche perché le scarpe da calcio dell’epoca erano delle vere armi pericolose. Si tratta di Sam Weller Widdowson che come tanti sportivi dell’epoca si divideva tra football e cricket, inoltre fu lui ad adottare un rivoluzionario schema di gioco, 1-2-3-5 che sarebbe rimasto in voga fino agli anni 20. 
Nel 1878, nel corso di una partita tra Nottingham Forest e Norfolk, venne usato per la prima volta un fischietto da parte dell’arbitro, solitamente il direttore di gara segnalava i falli agitando una bandiera bianca, a fine partita venne chiesto a Widdowson cosa pensasse dell’esperimento, ovviamente la risposta fu positiva. Per la stagione 1879/80, i Garibaldini si esibiscono al Castle Ground, un campo per le partite di cricket e calcio, le due successive stagioni viene invece usato il Trent Bridge Cricket Ground, il più importante campo da cricket della città. A partire dalla stagione 1881/82 la divisa subisce piccoli cambiamenti stilistici, la camicia ha un abbottonatura più profonda mentre i pantaloni arrivano poco sotto il ginocchio. 

Nel 1883 il Notts County si trasferi al Trent Bridge, di fatto sfrattando il Forest che dovette emigrare nella zona ovest della città al Parkside Ground a partire da settembre. Il campo aveva una pendenza irregolare e una capienza limitata. Nel settembre 1885 nuovo trasloco a Gregory Ground, il club si portò dietro anche una tribuna e gli spogliatoi entrambi in legno. Il nuovo campo sorgeva vicino alla stazione ferroviaria di Lenton, la Midland Railways accettò di fermare tutti i treni in stazione nei giorni delle partite per favorire l’afflusso del pubblico. Nel 1888 il Forest cercò di aderire alla nascente Football League, ma la sua domanda venne respinta. L’anno successivo i Reds entrarono nella Football Alliance, nel luglio 1890 il club comprò un terreno a nord del fiume Trent, il nuovo campò che venne denominato Town Ground venne inaugurato durante la stagione 1890/91, in questo campo vennero usate per la prima volta le traverse e le reti delle porte. La stagione successiva il Forest vinse campionato della Football Alliance, da questa stagione vengono introdotti dei pantaloni blu, la stagione successiva il club venne accettato nella First Division della Football League. 
Il primo grande successo dei Garibaldini arriva il 16 aprile 1898 quando vincono la FA Cup battendo in finale il Derby County, 3-1 il risultato finale. Il 3 settembre 1898 i Garibaldini approdano a quella che sarà la loro casa definitiva, il nuovo campo denominato City Ground che sorgeva sulla riva meridionale del Trent, a pochi metri dal Trent Bridge. Nella stagione 1899/1900 ricompaiono i pantaloni bianchi, maglia e calzettoni rimangono invariati. Al giro di boa del nuovo secolo il Forest riesce ad ottenere dei buoni piazzamenti in campionato, dalla stagione 1902/03 la maglia rossa presenta un collo a camicia chiuso da laccetti mentre i pantaloni cominciano ad accorciarsi, poi piano piano scivola verso la bassa classifica. Nella stagione 1904/05 compare per la prima volta un collo bianco a girocollo chiuso da bottoni, la stagione seguente il collo, sempre bianco, è a camicia, in questa stagione i Garibaldini vengono retrocessi per la prima volta in Second Division. 
Nel 1906/07 vittoria in campionato è immediata promozione, i calzettoni presentano un elegante doppio bordino bianco, immutato il resto della divisa. Nel 1907/08 la maglia è ancora una volta completamente rossa con collo a camicia chiuso da bottoni, la stagione seguente ritorna il collo bianco, sempre modello a camicia. Il Forest chiude il campionato 1910/11 all’ultimo posto e viene nuovamente retrocesso, dalla stagione seguente sottile collo bianco a girocollo chiuso da bottoni. Gli anni a ridosso della prima guerra mondiale sono difficili per il Forest che langue in posizioni di bassa classifica, inaspettatamente i Reds vincono il campionato nella stagione 1921/22 e al ritorno in First Division si presentano con una maglia completamente rossa con collo a girocollo chiuso da laccetti. 
Dal 1924/25 nuovamente collo bianco a girocollo con chiusura a bottoni, in questa stagione il Forest finisce all’ultimo posto in classifica e retrocede in Second Division, nelle stagioni 1929/30 e seguente i calzettoni sono neri con ampio risvolto rosso, nella stagione 1932/33 calzettoni completamente rossi e la stagione seguente maglia con collo a camicia chiuso da abbottonatura profonda e calzettoni nuovamente neri con risvolto rosso. Dalla stagione 1935/36 maglia con collo a camicia chiuso da laccetti e calzettoni completamente rossi, l’ultima stagione prima della seconda guerra mondiale, 1938/39, vede il Forest giocare con una maglia rossa con collo a girocollo chiuso da laccetti. Alla ripresa dell’attività agonistica nella stagione 1945/46, il Forest indossa una maglia completamente rossa con collo a camicia con svolo a V, pantaloncini bianchi e calzettoni a righe orizzontali rosse e bianche, si va avanti così fino alla stagione 1956/57, saltuariamente compare uno stemma piuttosto bizzarro sulla maglia. Nel biennio 1949/50 e 1950/51 la squadra gioca in Third Division, il gradino più basso della sua storia. Nel 1957/58, al ritorno in First Division, i Garibaldini sfoggiano una maglia più moderna con un collo a V e la stagione seguente un restyling con maglia rossa con collo bianco a V e stemma cittadino sul petto, pantaloncini bianchi con striscia laterale rossa e calzettoni rossi con ampio risvolto bianco. Con questa divisa nel 1959 il Forest vince la sua seconda FA Cup battendo in finale il Luton Town, a sessant’anni di distanza dalla prima vittoria. Nella stagione 1963/64 collo a girocollo bianco mentre i calzettoni sono rossi con un bordino bianco, nella stagione 1966/67 il collo è sempre a girocollo ma a righine bianche e rosse, in questa stagione i Reds arrivano secondi in campionato e raggiungono le semifinali di FA Cup. Dopo 15 anni in massima serie, il Forest retrocede al termine della stagione 1971/72, in questa stagione la maglia è completamente rossa con collo a camicia chiuso da un triangolo sul davanti. La stagione successiva la maglia è invariata ma compare il logo del fornitore per la prima volta, la britannica Umbro, i calzettoni sono neri con risvolto rosso. Il 6 gennaio 1975 cambia la storia del club, arriva un nuovo manager, il controverso Brian Clough, in cerca di un rilancio dopo le ultime due esperienze negative. Dopo un sedicesimo e un ottavo posto, nella stagione 1976/77 il Forest arriva terzo e viene promosso in First Division. Nel frattempo nella stagione 1975/76 e fino alla fine del 1976, propone una maglia rossa con collo a camicia bianco chiuso da un triangolo bianco anteriore, i calzettoni sono completamente rossi. La parte finale della stagione 1976/77 la squadra indossa divise composte da maglia rossa con collo a camicia bianco con righine rosse con chiusura a V, righe bianche sulle maniche, pantaloncini bianchi con due righe rosse e calzettoni rossi con doppio bordino bianco. Il fornitore era la Uwin, ditta inglese con sede prima a Londra e poi a Nottingham. Nella stagione 1977/78 il Forest gioca in First Division con una divisa firmata Adidas, maglia rossa con collo a V bianco abbinata a pantaloncini bianchi e calzettoni rossi, il tutto ovviamente guarnito dalle famose tre strisce. In questa stagione i Garibaldini vincono il campionato per la prima ed unica volta nella loro storia, lasciando il Liverpool secondo a sette punti di distanza, vincono anche la Coppa di Lega battendo in finale il Liverpool al replay.

In precedenza solo quattro squadre erano riuscite vincere il titolo da neopromosse, Il Forest è l’unica squadra ad essere riuscito nell’impresa senza aver vinto la Second Division la stagione precedente ed è l’ultima a riuscire nell’impresa. La stagione successiva comincia con la vittoria nel Charity Shield, prosegue con la vittoria in Coppa di Lega ma l’apoteosi arriva il 30 maggio 1979 a Monaco di Baviera quando i Reds diventano campioni d’Europa sconfiggendo gli svedesi del Malmö per 1-0. Nel corso del torneo il Forest ha eliminato i campioni in carica del Liverpool al primo turno e ha concluso imbattuto il torneo, la rete decisiva è stata segnata da Trevor Francis arrivato al club a febbraio dal Birmingham City, è il primo giocatore acquistato per un milione di Sterline. Il miracolo prosegue e nella stagione 1979/80 i Reds vincono prima la Supercoppa europea contro il Barcellona e poi ancora la Coppa dei Campioni il 28 maggio a Madrid. Ancora una vittoria per 1-0, battuti i tedeschi dell’Amburgo. Il Nottingham Forest è l’unica squadra ad avere in bacheca più Coppe dei Campioni che campionati nazionali.

Nella stagione 1980/81 compare sulle maglie il logo del primo sponsor commerciale, si tratta del colosso giapponese Panasonic. Dalla stagione successiva la Adidas propone una maglia rossa gessata lasciando invariato il resto della divisa, la fornitura tedesca finisce con il biennio 1984/85 e 1985/86 quando propone una maglia completamente rossa con le tre strisce solo sulle spalle. Dalla stagione 1986/87 la fornitura passa alla Umbro, che per il primo biennio propone una maglia completamente rossa con bordini sottili neri e bianchi, nella seconda metà degli anni 90 il nero troverà più spazio sulla maglia e sui calzettoni. Arrivano ancora due vittorie in Coppa di Lega, 1988/89 e 1989/90 contro Luton Town e Oldham, poi finisce la favola. Nella stagione 1992/93, la prima marchiata Premier League, i Garibaldini finiscono malinconicamente in fondo alla classifica e retrocedono, a fine stagione Brian Clough si dimetterà. In quella squadra giocavano due figli d’arte: Nigel Clough e Scott Gemmill.
Dal 1998/99 si torna ad una divisa classica, maglia rossa con collo bianco, niente più inserti neri. 
Nell’estate del 2013 ritorna la Adidas che, per i 150 anni del club, propone una maglia di tonalità più scura per richiamare le origini della maglia. I rapporti dei giornali degli albori descrivono costantemente le camicie del Forest come "rosso vivo", sebbene le fotografie suggeriscano che fossero molto scure. Ora si crede che ciò sia dovuto al fatto che le emulsioni fotografiche utilizzate all'epoca erano altamente sensibili alla luce rossa che causava la sovraesposizione. Attualmente la fornitura è a carico dell’italiana Macron. La seconda maglia del Nottingham Forest è per tradizione bianca, solitamente con inserti rossi. Negli anni 60 si sono vista anche maglie blu e negli anni 70 e 80 maglie gialle con bordi blu abbinate a pantaloncini blu, abbinamento molto usato in Inghilterra in quel periodo. Bianco, giallo e blu sono ancora i colori usati negli anni più recenti per le divise alternative. 
Come da tradizione britannica, i portieri del Forest hanno sfoggiato tipiche maglie di colore verde, per poi passare a divise prevalentemente di colore azzurro, blu o giallo in tempi più recenti. Brian Clough indossò spesso una maglia verde in panchina, sembra che la prima volta abbia preso una maglia di riserva del portiere Shilton trovata in un magazzino per proteggersi dal freddo poi è nata la leggenda del verde porta fortuna. Il primo stemma a comparire sulle maglie del Forest, nel 1892, è un semplice scudo bianco con le iniziali intrecciate FCF. Nel secondo dopo guerra, per circa dieci anni a intermittenza, è comparso sulla maglia uno strano stemma composto da una caricatura di Robin Hood con un buffo cappello di colore verde su fondo bianco e l’acronimo del club. Nel 1958 compare lo stemma cittadino con le iniziali del club che sostituirono il castello. Il fulcro è una croce di legno verde (che rappresenta la foresta di Sherwood) con tre corone d'oro (che rappresentano la fedeltà alla Corona) mentre i sostenitori sono cervi reali. Intorno a marzo 1974 il vecchio stemma del club fu sostituito da un design moderno che rappresentava un albero stilizzato e il fiume Trent sopra la parola "Forest". Questo design iconico è stato associato alla trasformazione del club sotto Brian Clough. Nel catalogo HW del Subbuteo il Forest compare con tre diverse numerazioni: numero 1, 138 e 225 che rappresentano l’evoluzione della divisa nel corso degli anni.
di Gianfranco Giordano, (thank you to https://www.kitclassics.co.uk)

7 maggio 2025

"NOTTINGHAM FOREST. CON GLI OCCHI DI GILLIAN" di Simone Galeotti

"Mi chiamo Gillian Alcock e quel giorno di primavera del 1959 ero ancora troppo piccola per seguire i miei, in uno stadio così grande, con così tanta gente. Mio padre, Harold Wrigley Alcock, possedeva qualche enoteca in West Bridgfort, e poco dopo la fine della seconda guerra mondiale era diventato presidente del Nottingham Forest Football Club. C’era un cerchio rosso sulla data del calendario, un cerchio a stringere il 2 maggio come una siepe colorata in cui il Forest dopo circa sessant’anni, si sarebbe introdotto a rigiocarsi una nuova finale di Coppa d’Inghilterra. 
A Wembley, insieme a mio padre, andarono mia madre Margaret e mio fratello maggiore Antony. Presero posto nelle morbide sedute del palco reale, giusto sopra la regina Elisabetta e al vecchio scontroso generale Montgomery. In campo, ordinatamente schierati uno accanto all’altro, il nostro capitano Jack Burkitt presentò al Duca Filippo la nostra squadra. Certo, occorre un flashback, tutte queste cose me le hanno raccontate successivamente, non le vidi nemmeno in TV poiché in famiglia c’era ancora quel gocciolante fogliame di aristocrazia da quercia del Trent, e il televisore pareva uno sbilanciamento verso un orrido lupanare di borghesia e astruso modernismo, ma ogni orpello cedette in breve allo scalpicciare inesorabile dei tempi. Oh, restava la radio, una bellissima radio in bachelite e noce, perfettamente sintonizzata sulle frequenze serafiche della BBC, tuttavia mia nonna in concomitanza con il fischio d’inizio della partita, decise di portarmi a fare una passeggiata. E insomma su e giù per Stamford Road, una rigogliosa zona verde con tante villette in mattoni rossi e infissi bianchi, a qualche chilometro dal sonnolento City Ground. Il pensiero dell’evento era palpabile, e allora dopo un po’, mia nonna accelerò il passo, quasi pentita, rientrando tutta trafelata in casa, fiondandosi sulla radio la quale senza un minimo di stridulo annunciò con enfasi che il Nottingham Forest aveva appena vinto per 2-1 e pubblico e giocatori stavano festeggiando il successo. La nonna si mise a ballare, non lo faceva dalla fine della guerra. Quel giorno modificò per sempre i nostri album di fotografie, la nostra vita. Rivedo i miei tornare sulla Jaguar, mio padre con il borsalino e il sigaro in bocca, mia madre con una mano fuori dal finestrino, la manica larga del vestito a fiori svolazzante nell’aria tersa di primavera a salutare gruppetti di gente ai bordi delle strade intenti ad applaudire. 
Al lunedi mio padre volle accompagnarmi nella mia scuola di Broadgate con la FA Cup dentro al bagagliaio che però non si chiudeva bene, e quindi fummo costretti a guidare attraverso Nottingham con la coppa che spuntava dal retro e i nastri ancora legati ai bracci del trofeo accarezzati dal vento. 
Mio padre, Harold, arrivò a Nottingham dopo aver lavorato per la Dunlop nel Kent fondando una società di sua proprietà e da amante dello sport nel 1950 acquistò il Forest che in quel momento non se la passava benissimo gestito da un comitato di sette “saggi” dibattendosi senza strepiti nei chiaroscuri della terza divisione. Indubbiamente voleva cambiare le sorti del club, essere coinvolto, vincere qualcosa d’importante. Indisse una serie di incontri allo Spread Eagle Pub in Goldsmith Street, un localino fosco pieno di cianfrusaglie liberty e arnesi da caccia dove servivano pinte adagiate su un bancone di mescita in legno bistorto sul quale ondeggiava, sospinta dal gelido riscontro della porta d’ingresso, una lampada a petrolio, ornamento tramandato dal vagito d’apertura. Qui si strinsero collaborazioni per un avventura che sarebbe durata oltre 35 anni, segnata indelebilmente dagli impensabili trionfi degli anni settanta, in Inghilterra e in Europa, con quel matto in odore di santità di nome Brian Clough. 

Ma pochi, o forse nessuno, tendono ad annodare la vittoria in FA Cup del 1959 come propedeutica alle clamorose affermazioni di vent’anni dopo, giacché il destino si divertì a giocare uno scherzo mica da poco, una coincidenza che a distanza di tanto tempo fa persino sorridere, stupendo anche i più scettici. Signori, l’arbitro di quella finale si chiamava Clough. Si, avete capito bene
Clough, (per la precisione Jack all’anagrafe) caso o meno che sia. Non cominciò con squilli di trombe il nostro cammino in coppa. Nel terzo turno, nel profondo suburbio londinese, in casa dei dilettanti del Tooting & Mitcham, il Forest rischiò una figuraccia epocale strappando un compassionevole pareggio per 2-2 dibattendosi nel piccolo rettangolo innevato di Sandy Lane sotto un cielo di piombo che minacciava maltempo perenne. C’erano tutti gli ingredienti classici: il campetto di Contea il terreno insidioso, i salumieri, i panettieri e gli operai della fabbrica di candele locale, tutti lì schierati in campo ad affrontare l’eleganza della Prima Divisione. Un eleganza più formale che sincera perché i contrasti alla luce dei fatti tendevano a sfumare addirittura economicamente. I calciatori del Tooting infatti non avevano (tutto sommato) una sostanziale differenza di stipendio rispetto ai loro importanti avversari. Anzi, se il club offriva loro un piccolo compenso, fatto passare come rimborso spese, ecco che gli allegri omuncoli del Tooting guadagnavano più o meno la stessa cifra rispetto a quelli del Nottingham. Sembra il giurassico rispetto a oggi, un autentica era persa in chissà quale angolo dello spazio delle dure randellate del tempo. Billy Walker, il nostro manager, con un discreto passato da giocatore dell’Aston Villa, aveva annunciato alla squadra che l’incontro non si sarebbe disputato viste le condizioni dell’impianto e il gruppo già stava allegramente pranzando al ristorante della stazione aspettando il treno che li avrebbe riportati a casa, quando improvvisamente furono raggiunti dalla notizia che, per diamine, la partita si sarebbe svolta, nonostante il gelo e ogni diavolo avverso. E quindi le cose rischiarono di andare a ramengo. Mi immagino la faccia accigliata di mio padre. Il Forest sotto due a zero. Un rinvio di Chick Thomson colpì in pieno un attaccante del Tooting, regalando il vantaggio ai bianconeri, poi, un rinvio di alleggerimento da oltre quaranta metri andò a sbattere incredibilmente sotto la parte inferiore della traversa finendo nel sacco. Il Forest, secondo i cronisti, si avviava a uscire mestamente dalla FA Cup, e ad entrare nelle pagine sportive dei giornali della domenica da indegno protagonista. A casa, mia madre, seduta in soggiorno, teneva la radio accesa a un volume bassissimo. “Mamma, perché non la spegni...". In realtà pensai volesse stare il più possibile lontano dalla fonte di sofferenza, senza però eliminarla completamente... 
Dovrei consultare gli almanacchi per riportare quanto successe, ma alla fine il Forest riuscì a rimontare nella seconda frazione con i centri di Graniger e Murphy, strappando un pari decisivo. Uno dei solchi ghiacciati del loro campo li tradì, deviando un passaggio indietro diretto tranquillamente fra le braccia del portiere destinandolo in rete; di seguito l’arbitro concesse un rigore per un fallo abbastanza veniale e la partita terminò, come detto, sul 2-2. C’è l’eravamo vista davvero brutta, brutta davvero. Il replay al City Ground il 24 gennaio cominciò prestissimo, in modo da consentire la disputa con la luce naturale, ma stavolta su un prato sul quale si sarebbe potuto benissimo giocare a biliardo, vincemmo facilmente per 3-0, con Billy Gray sugli scudi. Nel quarto turno ci fu meno sofferenza e la squadra evidentemente strigliata a dovere s’ impose in casa per 4-1 sul Grimsby Town. 
Nella partita successiva contro il Birmingham City l’asticella si alzò e a salvarci dalla capitolazione esterna ci pensò un tiro dal dischetto realizzato da Tommy Wilson a un minuto dal termine. Le due parti furono quindi costrette a ritrovarsi di nuovamente da noi e anche in quell'occasione, il risultato fu il copia e incolla del primo match. Solo nel terzo incontro, giocato al Filbert Street di Leicester, riuscimmo a sbarazzarci degli indomiti blu di Birmingham con un perentorio 5-0. Nel sesto turno il sorteggio ci regalò una gara casalinga con il Bolton terminata 2-1 per il Forest risolta dalla giornata di grazia di John Quigley. Lo stesso Quigley che nella semifinale sul neutro di Hillsborough, (in una giornata caotica, piena di problemi di traffico che ritardò l’arrivo degli spettatori), contro l’Aston Villa, risolse la contesa previa un assist di Wilson.

Il giorno antecedente la finale la squadra si trasferì a Londra in un albergo della zona di Hendon e nel pomeriggio i ragazzi fecero due passi sul manto erboso dello stadio per saggiarne la consistenza e respirarne la grandezza. La mattina della partita mio padre, con la tipica aria trasognante che potevo avere io quando mi accompagnavano al circo o al parco giochi, si alzò dal letto senza nemmeno bisogno di rimettere la sua terribile sveglia di ferro. Si diresse alla finestra e scostate le improbabili tendine tartan gialle e marroni si affacciò fuori mentre sul viso gli si aprì un innocente sorriso. Il vacuo cielo del Nottinghamshire pareva sbiancare la corteccia scura dei ciliegi in fiore, e oltre la siepe che delimitava il giardino, era possibile ascoltare gli echi lontani di Sherwood. Scese al piano di sotto, dove mia madre gli aveva preparato la sua colazione preferita: uova, bacon, purea di patate e broccoli. Poi, tutti e tre salirono in auto diretti verso la capitale. In finale non trovammo ad affrontarci che so, il Chelsea di Jimmy Greaves, il Preston di Finney o il Blackpool di Stanley Matthews. Spuntarono a sorpresa quei cappellacci del Luton Town, al loro debutto a Wembley. 
"Mad as a hatter”. Non un semplice proverbio. C'è del vero. Se, come riportano le cronache, durante la lavorazione dei cappelli vigeva l'abitudine di utilizzare il mercurio. Sostanza che alla lunga aveva effetti rovinosi sulla salute mentale degli artigiani. Forse Lewis Carroll nel suo Alice in Wonderland ha probabilmente ironizzato sul detto popolare quando ha ideato la figura del cappellaio matto. Surreale ed enigmatico personaggio accusato di ammazzare il tempo, che risentito, si bloccò alle sei del pomeriggio in una folle e perenne ora del tea. Magari Carroll avrà pensato a Luton. Alla Luton del XVII secolo quando la cittadina era all'apice in Inghilterra nella produzione di cappelli. Ad ogni modo una finalissima di FA Cup, dove la BBC per la prima volta introdusse le didascalie del punteggio durante le riprese, e a dirla tutta ci sarà un “piccolo- grande” errore quando fu visualizzato il nome della nostra squadra diluita in un icastico Notts Forest. il commentatore, Kenneth Wolstenholme, chiese scusa affermando che la dicitura si doveva leggere ovviamente come Nottingham Forest. 
Noi in maglia rossa su pantaloncini bianchi, loro in maglia bianca su pantaloncini neri. Il Luton capitanato da Syd Owen poteva contare sul loro grande cannoniere Gordon Turner quell’anno autore di 14 reti. Tuttavia al decimo giro di lancette Roy Dwight ci portò in vantaggio con un tiro sul quale il portiere degli Hatters Ronald Baynham non poté onestamente opporsi. E non passarono nemmeno cinque minuti dagli esiti di un fraseggio intercorso fra Gray, Imlach e Tommy Wilson, lo champagne fu messo in ghiaccio. Avanti due reti all’intervallo seppure in dieci uomini visto l’infortunio occorso a Dwight, e all’epoca non erano consentite sostituzioni nelle partite ufficiali. Sotto la sapiente direzione d’orchestra del regista Jeff Whitefoot però, il Forest tenne duro. Il Luton fece qualcosa, qualcosina, un uncinetto da soprammobile, poco più, andando a segno con Dave Pacey, ma la coppa che la Regina consegnò a Jack Burkitt, brillò per le strade di Nottingham sul classico bus scoperto da parata, e la sera fece bella mostra di se sul davanzale di casa mia.

2 aprile 2025

NOTTINGHAM. La ribelle del football

“Ribelle una volta, ribelle per sempre. Non si può fare a meno di esserlo. Non puoi negarlo. Ed è meglio essere un ribelle per dimostrare loro che non conviene metterti alla prova”. 
Nel libro Sabato notte e domenica mattina lo scrittore Alan Sillitoe ha così reso omaggio alla sua città d'origine, Nottingham. La rebel city per eccellenza, sin dai tempi del mitologico Robin Hood e della guerra civile inglese.

Perdonateci l'analogia un po' irriguardosa, ma negli ultimi mesi Nottingham ha ripreso la sua verve ribelle almeno nel football, visto che il Forest è tornato gioiosamente a contrastare l'establishment del beautiful game. Per qualche settimana ha perfino cullato il sogno del bis del titolo del 1978, cui fecero seguito due clamorose affermazioni nell'allora Coppa dei Campioni. 
Sì, perché il Nottingham Forest è l'unica squadra che ha vinto più massimi trofei europei che campionati. Adesso è comunque in piena lotta per un posto in Champions League, dove spera di ripetere i fasti del leggendario allenatore Brian Clough. Ecco, a proposito di personaggi anti-conformisti, di outsider nati, capaci di ribaltare lo status quo, Clough era un una sorta di archetipo perfetto, tanto che a Nottingham gli hanno dedicato una statua in pieno centro cittadino. Finita l’era del grande Brian, sono arrivate tante stagioni buie, trascorse a rimediare batoste in seconda e in terza serie. Ma ora il Forest è protagonista di uno spettacolare revival in Premier League, nonostante la squadra sia stata costruita per lo più raccattando qua e là scarti delle altre grandi del football inglese. Insomma, le casacche rosso Garibaldi sono tornate a incutere timore a tutti. La citazione dell'eroe dei due mondi non è casuale. I colori sociali del Nottingham sono davvero ispirati alle camicie rosse di ottocentesca memoria, mentre uno dei soprannomi storici del club è proprio the Garibaldi's. La denominazione Forest invece si dice sia dovuta al primo campo di gioco che era tecnicamente nel perimetro di quello che restava della foresta di Sherwood – quella dove si nascondevano Robin Hood e i suoi accoliti.

A proposito di colori, c'è un altro aneddoto tutt'altro che banale che riguarda l'altra squadra cittadina, il Notts County. Il bianco e nero di quello che è il club professionistico più antico del pianeta, fondato nel lontanissimo 1862, è molto legato all’Italia perché è stato mutuato niente meno che dalla Juventus, grazie a un pacco di magliette inviato a inizio Novecento da Nottingham a Torino.
L’impianto del Notts County, il Meadow Lane, è separato da quello dei cugini, il City Ground, solo dal fiume Trent, a testimonianza che Nottingham è sì una rebel city, ma anche tanto una football city. I bianconeri, che abbiamo visto in azione un umidissimo martedì sera di inizio marzo (2025), hanno una storia e un presente meno scintillanti del Forest, sebbene stiano provando a risalire la china partendo dalla quarta divisione. Ma almeno si sono sbarazzati del misterioso fondo Munto Finance, che nel 2009 aveva addirittura messo sotto contratto il povero Sven Goran Eriksson, per poi dileguarsi lasciando solo molti debiti e tante promesse infrante.

Che Nottingham sia forse troppo piccola per avere due squadre di alto livello lo dimostra il divario numerico tra le due tifoserie. Per quanto abbiamo potuto notare, i supporter dei bianconeri hanno un seguito un po' “attempato”; è abbastanza scontato che tanti giovanissimi si appassionino alle sorti del ben più “attraente” Forest. Ma che non ci sia nemmeno una rivalità così forte e sentita come nella stragrande maggioranza dei derby in terra d’Albione ce lo racconta un murales su un edificio accanto a una delle tribune del Meadow Lane. Raffigura infatti uno accanto all’altro il già citato Brian Clough e Jimmy Sirrel, allenatore di culto del County. Due simboli di uno degli orgogli cittadini, il football, fa niente se su sponde opposte.
di Luca Manes, da "Il Manifesto"   

19 marzo 2025

CHRIS WOOD.. "JUST A BIG LUMP UP FRONT?"

Per chi è cresciuto negli anni della First Division è facile ricordare come in quasi ogni squadra ci fosse un centravanti di peso, un punto di riferimento in attacco che prendeva più botte che palloni e che lottava senza nessuna paura per finire la partita tutto intero, cercando, se possibile, anche di buttare la palla in fondo alla rete.
A memoria, ognuno potrà poi aggiungere i suoi attaccanti preferiti, mi vengono in mente Kerry Dixon, Steve Bull, Andy Gray, Mick Harford, Tony Cascarino, John Fashanu, Bian Deane, Ian Dowie, Ian Marshall, Graeme Sharp, Mark Falco, tanto per citarne alcuni.
Con gli anni, purtroppo, il calcio è cambiato. Forse troppo, forse in peggio. Di centravanti britannici ce ne sono sempre meno in Premier League e di arieti da combattimento ancora meno. Non vanno più di moda. Semplicemente in un gioco dove ognuno, in campo e fuori, è diventato un esperto di tattica e un analista di dati, non c’è più spazio per il centravanti di sfondamento. Ha vinto il calcio dei mille passaggi, del possesso a tutti i costi, anche se sterile, del pressing alto, dei portieri giudicati più per le doti di palleggio che per le parate che riescono a fare.

L’eccezione è stata fatta solo per Erling Haaland, voluto da Pep Guardiola per dare al suo City un’arma in più in un momento in cui il profeta di Santpedor ha deciso di cambiare il suo stile di gioco per tornare ad un approccio più verticale e diretto. Da qui avrebbe dovuto partire una riabilitazione almeno parziale della figura del centravanti di una volta ma Haaland lo è per davvero? Lasciando da parte i 60 milioni pagati al Dortmund per i suoi servigi, il norvegese è una delle opzioni in attacco di una formazione tra le più vincenti del pianeta (stagione in corso a parte). È il finalizzatore per eccellenza di una squadra piena di fenomeni, non è né il, solo, punto di riferimento, né l’attaccante combattente per definizione.

Questo ruolo, questo riconoscimento ufficiale io lo darei invece addirittura a un calciatore neozelandese, ad un professionista itinerante che da quando è sbarcato in Inghilterra non ha mai smesso di girare e di segnare anche se mai per un top club. Chris Wood è quanto di più vicino c’è ai nomi elencati ad inizio articolo. Lo hanno definito spigoloso, rozzo, limitato ma se oggi il Forest rischia di qualificarsi per la Champions League, molto lo deve a questo ragazzo di 1.91m venuto da Auckland.

Years

Team

Apps

Goals

2009–2013

West Bromwich Albion

21

1

2010

→ Barnsley (loan)

7

0

2010–2011

→ Brighton & H A (loan)

29

8

2011–2012

→ Birmingham City (loan)

23

9

2012

→ Bristol City (loan)

19

3

2012

→ Millwall (loan)

19

11

2013

→ Leicester City (loan)

1

2

2013–2015

Leicester City

52

12

2015

→ Ipswich Town (loan)

8

0

2015–2017

Leeds United

83

41

2017–2022

Burnley

144

49

2022–2023

Newcastle United

35

4

2023

→ Nottingham Forest (loan)

7

1

2023–

Nottingham Forest

59

32

Considerando i cannonieri al momento in doppia cifra, si può vedere come Wood non solo sia quello che prende di più la porta ma anche quello che trasforma di più i suoi tiri in gol.






Mentre per il gigante norvegese sono sempre pronti i titoli sui giornali non appena ne insacca uno per la sua squadra, per il centravanti del Forest spesso gli sforzi passano inosservati nonostante sia servito di meno da compagni meno bravi a metterlo davanti alla porta (l’attaccante del City con quasi il doppio dei tiri ha solo due reti in più), e dagli xG si vede come Haaland abbia convertito in gol le occasioni che ci si aspettava mentre Wood ha fatto decisamente meglio (18 reti v 10.88 xG). Sarà curioso vedere se sia lui che il Nottingham potranno continuare a fare miracoli anche in Europa.
di Stefano Faccendini
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