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7 gennaio 2026

🏆"LE PRIME VOLTE DELLA FA Cup!" di Giacomo Mallano

Dai Sacri Libri della storia della FA Cup, ecco una una curiosa raccolta di ‘Prime Volte’:

- LA PRIMA FINALE.
La prima FA Cup Final fu disputata il 16 marzo del 1872 al Kennington Oval di Londra. Di fronte Wanderers e Royal Engineers, che si esibirono davanti a 2.000 spettatori, paganti dei circa 5 pence del biglietto.
- IL PRIMO GOL DELLA STORIA DELLA COPPA.
Della storica giornata dell’11 novembre 1871 abbiamo già detto tutto nel corso del racconto. Secondo i resoconti, il primo gol ufficiale della storia della Coppa (e del calcio mondiale) fu realizzato da Jarvis Kenrick del Clapham.
- IL PRIMO GOL IN UNA FINALE.
Anche di questo abbiamo parlato; la vittoria di misura dei Wanderers sui Royal Engineers fu firmata da Mortin Peto Betts, più noto forse con lo pseudonimo di A.H. Chequer.
- LA PRIMA DOPPIETTA IN UNA FINALE.
Thomas Hughes dei Wanderers andò in rete due volte nel replay della finale del 1876, finita 3-0 sugli Old Etonians.
- IL PRIMO AUTOGOL IN UNA FINALE.
Il poco invidiabile primato appartiene ad uno dei Padri del Calcio, Lord Kinnaird, anche se per quasi un secolo se ne persero le tracce. Nella finale del 1877, infatti, Kinnaird difendeva la porta dei Wanderers, e ad un certo punto indietreggiò oltre la linea di porta con la palla fra le mani. L’arbitro assegnò il gol all’Oxford, ma per qualche strano motivo i rapporti ufficiali non ne fecero menzione. Fu così che per molto tempo il risultato della finale fu per tutti 2-0, fino a quando qualcuno rimediò all’errore storico e Lord Kinnaird non tornò sui libri di storia anche in questa sezione…
- IL PRIMO A SEGNARE IN DUE FINALI SUCCESSIVE.
Alexander George Bonsor segnò con gli Old Etonians nel 1875 e 1876, gol inutili in entrambe le occasioni. Curiosamente, Bonsor vinse due FA Cup con i Wanderers nel 1872 e 1873, senza però riuscire a segnare.
- IL PRIMO A SEGNARE IN TRE FINALI SUCCESSIVE.
Questo record è invece di Jimmy Brown del Blackburn Rovers. In gol per la prima volta nel 1884 contro il Queen’s Park, Brown si ripetè nel 1885, ancora contro gli scozzesi. Completò la tripletta nel 1886 contro il WBA, battuto per 2-0.
- IL PRIMO A SEGNARE IN OGNI TURNO DI FA CUP.
Archie Hunter dell’Aston Villa riuscì nell’impresa nell’edizione 1886-87, anche se i Villans furono esonerati dal quarto turno. Sandy Brown del Tottenham giocò e segnò in tutte le partite del 1901.
- IL PRIMO GOL A WEMBLEY.
Lo realizzò David Jack nella Finale del Cavallo Bianco del 1923 fra Bolton e West Ham. L’ultimo fu invece quello di Di Matteo (Chelsea) nella finale del 2000 contro l’Aston Villa, l’ultima giocata al vecchio Wembley prima della demolizione.

21 ottobre 2025

🇬🇧UK in ITALY. La rivista "FEVER PITCH. Storia e storie di calcio e cultura britannica" (2008-2012)

Ancora una volta è Giacomo Mallano insieme a tanti amici appassionati di calcio inglese. Nel dicembre 2008 esce il primo numero di "FEVER PITCH. Storia e storie di calcio e cultura britannica", con una grafica accattivante, questa nuova rivista è uscita per ben 4 anni con 16 numeri + 2 monografie (una dedicata alla Fa Cup e l'altra al Dirty Leeds). Tanti articoli e tante storie raccontate fino al 2012. 

📌https://feverpitchfanzine.blogspot.com

16 ottobre 2025

🇬🇧UK in ITALY. "CALCIOINGLESE.IT (2005-2006)" Fanzine ciclostilata.


Era la primavera del 2005.
Tempo di FA Cup Final e Giacomo Mallano usciva con il primo numero di
"CALCIOINGLESE.IT" rivista cartacea ciclostilata in proprio del sito d'internet di allora calcioinglese.it.
"Racconti e "stimoli", materiali e suggerimenti, storie e idee.." questo era la pubblicazione
"CALCIOINGLESE.IT", uscita per 2 anni dal 2005 al 2006 in 4 numeri totali.
Un consiglio.. leggete l'Editoriale qui sotto del primo numero  ne vale la pena e ti riporta indietro nel tempo (quando i social non esistevano).


"HARD SIXTIES. Storie tese dalla periferia scozzese" di Giacomo Mallano

A metà degli anni ’60 il calcio scozzese piombò in una crisi economica e di interesse che sarebbe sfociata (dopo anni di dibattiti) nella ridefinizione della piramide professionistica. 
Una crisi solo mascherata dagli exploit continentali di Celtic (1967) e Rangers (1968): dietro l’Old Firm si stava aprendo infatti un divario destinato a durare ancora oggi, un duopolio cui il pubblico scozzese non era preparato, e a cui reagì voltando le spalle allo spettacolo calcistico. A dicembre del 1964 le presenze totali facevano registrare un calo di 298.000 spettatori rispetto ad un anno prima, a fine stagione il calo arrivò a 435.000 unità. Troppe per non convincere la Football League a intervenire.

La proposta per rilanciare l’interesse popolare fu la creazione di una Terza Divisione, con riallocazione dei 37 club professionistici (all’epoca divisi in sole due Divisioni) secondo uno schema 14-12-12, con ammissione di un nuovo membro per arrivare al totale di 38. La (condivisibile) considerazione da cui partiva la SFL era che il movimento scozzese non fosse in grado di proporre diciotto formazioni competitive (in First Division). 
Questo faceva si che il campionato perdesse rapidamente interesse, ‘ucciso’ da un divario sempre più ampio fra le poche grandi e le altre, con troppe partite inutili (le promozioni e retrocessioni erano su base elettiva) e dunque poco attraenti per il pubblico. Creare tre divisioni più piccole e più omogenee poteva essere uno stimolo alla competizione. 
Da parte loro i club si arroccarono in una difesa abbastanza miope dei diciassette incassi casalinghi stagionali: una divisione di 14 club sarebbe ‘costata’ quattro partite casalinghe in meno, e in un’epoca in cui gli incassi al botteghino erano l’unica fonte di sostentamento si trattava di una prospettiva malvista. Era questa una remora cui la SFL aveva pensato nel redigere la propria idea, proponendo il varo di una nuova Coppa nazionale con cui ‘riempire’ il calendario in primavera…ma non ci fu niente da fare, l’incontro convocato a Glasgow il 22 marzo del 1965 andò quasi deserto e questo primo tentativo di riforma si arenò ancor prima di partire.
Nelle more di questo delicato momento di trasformazione dell’intero calcio scozzese, alcuni club attraversarono vicende singolari e tumultuose, poco note perché non erano ‘grandi’, ma non per questo meno suggestive e affascinanti.
Nella proposta della SFL, ad esempio, in Second Division avrebbe militato l’E.S. Clydebank, dove E.S. stava per East Stirlingshire. Accoppiamento curioso, visto che Clydebank è sulla costa ovest e l’East Stirlinghsire dalla parte opposta. Tutto era iniziato nel 1957, quando i fratelli Steedman avevano acquisito il controllo dell’East Stirlinghsire per 1.000 sterline. 
Il secondo club di Falkirk militava all’epoca in Second Division, ma l’entusiasmo e l’impegno dei nuovi proprietari lo portò nel giro di cinque stagioni in First Division, per la prima volta in trent’anni. Il 1963/64 fu una stagione memorabile, con affluenze di oltre 7.000 persone, ma la sfida a Celtic & co. si rivelò improba, e con soli 12 punti in 34 partite l’East Stirlinghshire tornò in Second Division. Una delusione che convinse i fratelli Steedman a cercare strade alternative al successo, e a trovarle (secondo loro) nel trasferimento del club (e del suo titolo sportivo) a Clydebank, per fonderlo con la locale squadra semi-pro (e chiamare la ‘creatura’ E.S. Clydebank). La decisione, assunta in una riunione ‘informale’ (eufemismo) del Board, incontrò da subito una imprevista resistenza della comunità locale. In un ambiente in cui il calcio aveva suscitato entusiasmi solo intermittenti e mai a livello di epidemia, le manifestazioni popolari di protesta sorpresero forse gli stessi promotori dello Shareholders Protection Association, l’organismo varato per tutelare gli interessi dei piccoli azionisti. 
In una prima fase non ci fu però niente da fare, la ‘piazza’ perse la battaglia e nell’agosto del 1964 l’E.S. Stirlingshire fece il suo esordio ufficiale in campionato. Storia finita? Nemmeno per sogno, gli ‘ultras’ del vecchio club affidarono il caso a Robert Turpie, un avvocato di Glasgow che aveva già assistito piccoli club negli anni precedenti, maturando un’esperienza specifica nel settore. Imprevedibilmente l’intervento del ‘principe del foro’ ribaltò la situazione: appellandosi ad un cavillo nel trasferimento di azioni ai fratelli Steedman, Turpie ottenne dal Giudice l’annullamento di tutte le decisioni successive, incluso il trasferimento a Clydebank. Fu così che nell’agosto del 1965 oltre 3.000 spettatori si accalcarono nel piccolo Firs Park per applaudire il ri-esordio dell’East Stirlingshire, e ai fratelli Steedman non restò che ripartire da un nuovo club, il Clydebank, che esordì in Second Division nel 1966/67.

Per una storia dal finale lieto e romantico, negli stessi anni se ne consumò una (calcisticamente) tragica, quella del Third Lanark. Membro fondatore della SFL, il club di Glasgow non aveva mai avuto timore di sfidare gli scomodi e ingombranti ‘vicini’ di Celtic e Rangers.

A cavallo degli anni ’60 aveva anzi vissuto una stagione felice, con il 3° posto nella First Division 1960/61 e la finale di Coppa di Lega nel 1959. La linea offensiva formata da Hilley, Goodfellow, Harley, Gray e McInnes (nel classico 2-3-5 dell’epoca) rivaleggiava quelle leggendarie rei Rangers o del Dundee (con i vari Gilzean, Cousin, Smith, Penman, Robertson).
La sventura del club non fu quindi di origini sportive, ma fu invece frutto dell’avidità speculativa del suo Chairman, William Hiddleston, il quale a un certo punto si convinse che l’area del Cathkin Park era troppo appetibile a livello commerciale per lasciarla al calcio. Dopo aver rastrellato fra il pubblico un numero sufficiente di azioni, avviò una subdola strategia di impoverimento del club: venduti i giocatori migliori a prezzi ridicoli, non pagati o pagati tardi gli altri, abbandonate a sé stesso le strutture dello stadio, ‘trascurate’ le regole basilari di buona e trasparente amministrazione, il Third Lanark finì in breve nell’occhio del ciclone. Il Board of Trade aprì un’inchiesta ufficiale e riscontrò un numero infinito di irregolarità e frodi, perpetrate da Hiddleston e dal suo staff.
Ineffabile, il boss dello storico club di Glasgow andò avanti per la sua strada, cedendo ad un’impresa di costruzioni l’intera area su cui sorgeva il Cathkin Park (incluso lo stadio). Nonostante gli sforzi delle autorità locali e le proteste dei tifosi, il Third Lanark non si iscrisse al campionato 1967/68, privando la First Division di una delle storiche protagoniste del calcio scozzese. Mentre tutto sembrava perduto due colpi di scena degni di Ken Follett riaprirono i giochi: il Comune negò il permesso di costruire sull’area del Cathkin Park, vanificando di fatto la speculazione edilizia di Hiddleston, ma soprattutto lo stesso Chairman morì improvvisamente, salvandosi di fatto dai numerosi procedimenti penali già avviati a suo carico, e lasciando tutti con il fiato sospeso. Sebbene estirpata la causa del male, però, la malattia era andata troppo avanti, e ogni sforzo di salvare in extremis il club fu vano. Glasgow perse una squadra storica e importante, e di fatto iniziò in quel momento il processo di polarizzazione del calcio cittadino (e di tutta la Scozia) intorno ai due giganti Celtic e Rangers. Partick Thistle, Queen’s Park (il primo club scozzese), Clyde, faranno sempre più fatica a tenere il passo delle rivali cittadine, e perfino a restare nelle divisioni d’elite della SFL. 

Mentre l’Old Firm diventava sempre più forte, insomma, le altre si indebolivano a vista d’occhio. Gli ‘anni europei’ di Celtic e Rangers non furono quindi frutto di una crescita complessiva del movimento scozzese, quanto della concentrazione delle risorse (poche) tecniche ed economiche dove c’era qualche possibilità di vincere, lasciando agli altri solo la nostalgia del ‘grande Dundee’, dei ‘grandi Hibs’, del ‘grande Kilmarnock’…
di Giacomo Mallano, da "UK Football Please"

6 giugno 2025

QUEL PAZZO DI ROBIN FRIDAY..


























Robin Friday, nasce il 27 luglio 1952 ad Acton, un quartiere difficile della zona ovest di Londra. Figlio della working class, Robin si avvicina sin da piccolo al mondo del calcio, ed in un certo senso il suo è un percorso da predestinato essendo la madre figlia di un ex giocatore del Brentford. Dopo aver fallito vari provini per club famosi quali QPR, Chelsea e Crystal Palace abbandona a 16 anni gli studi, si mette a fare il muratore e comincia la sua pazza carriera di calciatore nel Walthamstow Avenue Football Club, club dilettante di Londra fondato nel 1900 ed estinto nel 1988 in seguito ad una fusione con altri club. Passa poi nei "missionari" dell'Hayes, ad ovest di Londra, e quindi più vicino ad Acton, come detto quartiere di nascita di Robin. Con l'Hayes ( club di non-league anch'esso estinto di recente ) Friday guadagna 30 sterline a partita. Durante un match con la maglia biancorossa dell'Hayes Friday entra nella storia dei pazzi del calcio lasciando i suoi compagni a giocare con un uomo in meno per ben 10 minuti, tornando poi in campo, ubriaco, per segnare l'unico e decisivo goal della partita. Nei 10 minuti di assenza Robin era infatti nel pub adiacente il Church Road di Hillingdon, lo stadio dell'Hayes. Il 9 e il 12 dicembre 1972 la sua carriera calcistica prende una svolta: nel secondo turno di fa cup il Reading viene sorteggiato con l'Hayes. Il primo match in casa dei royals termina 0 a 0, il replay, a Londra vede uscire la squadra di Friday sconfitta per 1 a 0. Charlie Hurley, manager del Reading ( all'epoca club di quarta divisione ), si innamora del genio calcistico di Friday e lo porta in biancoblu l'anno successivo versando nelle casse dell'Hayes 750 sterline. Nel febbraio del 1974 debutta contro il Barnsley. I Royals perdono 3 a 2 e lui sigla una delle due reti. Pochi giorni dopo il suo esordio casalingo contro l'Exeter City; nel 4 a 1 finale per il Reading Friday sigla una splendida doppietta. La sua prima stagione è in chiaro scuro, ma Hurley è l'unico a saper gestire i suoi eccessi dentro e soprattutto fuori dal campo, e Friday colleziona 19 presenze e 4 reti in campionato.

L'anno successivo esplode il suo enorme talento: 49 presenze totali distribuite fra campionato e coppa, a fine anno è il capocannoniere della squadra con ben 20 centri, di cui 18 in campionato ( dove il Reading si classifica settimo) con appena due penalty. Nell'annata 75/76 i royals centrano la promozione in terza divisione arrivando terzi dietro il Northampton e il Lincoln City. A trascinarli è Robin che, tra una sbronza e l'altra, segna la bellezza di 22 reti in 46 presenze, di cui 21 in campionato. I suoi goal e le sue giocate gli valgono il titolo di giocatore dell'anno per il Reading. Il celebre gol nel 5-0 al Tranmere del 31 marzo 1976 è ancora impresso nella mente e negli occhi di chi c'era quel giorno, quando Friday realizzò il suo goal più bello: stop di petto appena fuori area con le spalle alla porta e veloce girata al volo senza far toccare terra al pallone che va a morire sotto l’incrocio destro della porta, con la Tilehurst end e l’intero Elm Park a spellarsi le mani. La stagione successiva è avara per Friday, i royals vanno male e a fine stagione tornano in quarta divisione, lui colleziona 21 presenze e 7 reti e viene ceduto, dopo 135 presenze e 53 reti al Cardiff City per la somma di 30mila sterline. Alcuni tifosi storici del Reading raccontano che in quell'anno Friday era spesso irrascibile e che una volta, durante il secondo tempo di un match casalingo contro lo Swindon Town, sotto una pioggia incessante, Robin si avvicinò alla tribuna chiedendo ai propri tifosi quale fosse il risultato della partita in corso. Un'altra volta, in un match contro il Preston NE venne espulso per una manata al difensore Mark Lawrenson. Friday rientrò ma non nel suo spogliatoio bensì in quello del Preston dove defecò nella borsa di Lawrenson.

Al Cardiff, all'epoca in second division, le cose andarono peggio: appena arrivato in Galles venne arrestato alla stazione centrale e la notte prima del suo debutto contro il Fulham andò in un pub a scolarsi una dozzina di bottiglie di birra per poi tornare al suo hotel. Il giorno dopo segnò due goal, a marcarlo c'era un certo Bobby Moore, che seppur calcisticamente in declino, venne surclassato dalla potenza di Robin e poi omaggiato dallo stesso Friday con una irrispettosa strizzata ai testicoli...All'interno dello spogliatoio del Cardiff tutti sapevano dei suoi problemi con l'alcool e la sua attrazione per le belle donne e l'lsd. Di quell'anno in Galles si ricordano le sue impressionanti giocate in campo divise in appena 21 presenze e 6 reti, di cui una irriverente contro il Luton nel quale Friday, capello lungo e basetta folta, venne immortalato nel gesto ( diretto al portiere avversario ) del vaffa a v effettuato con l'indice ed il medio della mano destra, foto poi che divenne anche la copertina di un disco
Jimmy Andrews, all'epoca team manager dei bluebirds, ad un giornalista che gli chiedeva come pensasse di gestire l'esuberanza di Robin rispose: " Non so quale è il suo problema, era già cosi quando lo acquistai dal Reading. Temo che Robin sia un caso disperato e irrecuperabile". Il Cardiff gli revocò il contratto, Friday tornò a Londra e iniziò la sua discesa all'inferno in un turbine di alcool, droghe e problemi mentali...

Purtroppo, per il ribelle Robin, Andrews non sbagliò: Friday, il più grande calciatore mai visto ( titolo del libro inglese a lui dedicato ), venne trovato morto nel suo appartamento londinese il 22 dicembre del 1990. Arresto cardiaco da overdose disse il medico legale. Robin aveva appena 38 anni...
di Giacomo Mallano

26 maggio 2025

1989 LIVERPOOL-ARSENAL= 0-2. Quel minuto che fece la storia.






















A volte mi sono fatto (ovviamente da solo…chi vuoi che mi faccia una domanda simile fra amici e parenti?) a bruciapelo questa domanda: quali sono i tre momenti che ti hanno fatto innamorare del calcio inglese?

Come per una storia d’amore, ricordare i brividi e le emozioni degli inizi è un tributo alla nostalgia che ogni tanto bisogna pagare…e ogni volta, prima di rispondere, parto per un viaggio nella memoria, fra momenti ‘vissuti’ e altri solo ‘tramandati’ da libri, video, programmi…la ‘classifica’ finale risente degli umori del momento, ma la hit che non manca mai è ‘quel’ minuto di Anfield Road, quando l’Arsenal conquistò il titolo all’ultimo respiro dell’ultima partita di campionato, strappandolo dal petto dei Reds che già lo celebravano cullati dalla Kop e dal suo ‘You’ll never walk alone’ da brividi…me lo ricordo bene quel dolcissimo pomeriggio di tarda primavera, con la scuola ormai agli sgoccioli e le ore divise fra lunghe maratone di sport in tv e interminabili partite di calcio o tennis…quel 26 maggio 1989, però, non c’erano stati svaghi…il perché lo capivo solo io, ma fra l’incredulità dei miei amici mi chiamai fuori perché ‘c’era la partita’…’ma quale partita?’, chiedevano increduli…era venerdì, quindi niente serie A né coppe europee…alzata di spalle, sorriso di ‘compassione’ e poi via a riprendere il ‘calcio giocato’…più o meno la stessa sospettosa diffidenza con cui i miei mi vedevano armeggiare con l’antenna TV per essere sicuro di sintonizzare in maniera decente TMC…eppure era dal 1952 che un titolo inglese non si assegnava nello scontro diretto all’ultima giornata (allora l’Arsenal ne prese sei (a uno) dallo United, un precedente non proprio incoraggiante per i Gunners)…ma la ‘relatività’ l’avrei metabolizzata solo anni dopo, in quel momento la loro indifferenza mi sembrava folle almeno quanto a loro la mia tensione…una tensione che sul piano calcistico trovo peraltro assolutamente giustificata ancora oggi…si arrivava da una stagione straordinaria in tutti i sensi…la mia Inter aveva appena vinto lo ‘scudetto dei record’ (ahimè anche l’ultimo da allora…), un mese prima c’era stato Hillsborough…momenti ugualmente indimenticabili, per ragioni opposte, che sembravano trovare la loro composizione nell’ultimo atto che si andava preparando ad Anfield Road…tardi, rispetto al calendario inglese, proprio a causa dello stop decretato per onorare le vittime dell’assurda tragedia di Sheffield e cercare di capire ancora una volta come si possa morire per una partita di calcio…nel frattempo il Liverpool aveva onorato a modo suo la memoria dei suoi tifosi, vincendo la FA Cup a spese dell’Everton e continuando l’incredibile striscia positiva di 23 partite senza sconfitta (20 vittorie e 3 pareggi) a partire da Capodanno…una forma che aveva permesso ai Reds di rimontare ben 14 punti di distacco nel giro di tre mesi e prendersi la testa della classifica…a questo punto, dopo aver demolito per 5-1 il West Ham nell’ultimo recupero, il Liverpool aveva tre punti di vantaggio sui Gunners ed una migliore differenza-reti…la squadra di George Graham avrebbe dovuto vincere con almeno due gol di scarto, cosa che nelle ultime quattro stagioni era successa ad Anfield solo una volta (per mano dell’Everton)…peraltro l’Arsenal era in piena crisi, dopo aver dilapidato un vantaggio che in primavera pareva rassicurante e aver fatto solo un punto nelle ultime due gare casalinghe contro Derby (1-2) e Wimbledon (2-2, e pensare che alla prima giornata i Gunners avevano demolito per 5-1 la Crazy Gang fresca vincitrice della FA Cup…)…la stampa non attribuiva alcun credito alle speranze dei londinesi, e per molti il Double sarebbe stato quasi un ‘risarcimento’ alla memoria delle vittime di Hillsborough…in giro c’era quasi ‘simpatia’ per il Liverpool, un po’ come nel 1953 tutti tifavano Blackpool nella finale di FA Cup, spingendo Matthews verso quella medaglia che pareva inafferrabile…provano a pensarla diversamente i Gunners, e O’Leary dichiara: ‘i miracoli accadono.


Una cosa è certa, daremo tutto per rendere loro la vita difficile’…già, un miracolo calcistico è proprio quello che ci vorrebbe…eppure i precedenti stagionali sarebbero anche incoraggianti…in Coppa l’Arsenal si è piegato solo al 2° replay, mentre in campionato è finita 1-1…nel frattempo però sono cambiate molte cose, e le due squadre hanno condizione e morale diametralmente opposti…finalmente ci siamo, Caputi e Bulgarelli da Anfield Road (o almeno così credevo ai tempi…) leggono e commentano le formazioni, inquadrano la gara e cercano di riportare l’atmosfera a dir poco elettrica che rimbalza da Liverpool…ma proprio quando ripenso al contrasto fra l’adrenalina che colava dal piccolo schermo e l’indifferenza del mio ambiente domestico mi abbatto un po’…sarebbe stato bello respirare la stessa attesa anche da questa parte del video, commentare le possibilità dei Gunners e le scelte tattiche di Graham, i titoli dei giornali e l’esodo speranzoso dei tanti partiti in mattinata da Islington alla volta di Anfield…sarebbe stato bello insomma vederla con un appassionato, magari un tifoso…tipo Nick Hornby, per esempio, uno che sulla sua ossessione per l’Arsenal ha scritto addirittura un libro, Fever Pitch…un libro meraviglioso, in cui qualifica questa serata come ‘il più grande momento in assoluto’…ne fa un racconto emozionato e coinvolgente…come piacerebbe a me, che mi abbandono alla fantasia e mi vedo seduto di fianco a lui, teso ma disincantato, in attesa del fischio d’inizio…

Io: ‘allora Nick, come hai passato la giornata?’ gli chiedo fra l’ironico e il provocatorio.
Lui: ‘la verità? stamattina sono andato ad Highbury a comprare questa maglia nuova, così tanto per fare qualcosa…capisco che indossarla davanti al televisore non aiuterà molto i ragazzi, ma almeno mi ha fatto sentire meglio…a mezzogiorno, intorno ad highbury c’erano già decine di pullman e macchine, e tornando a casa ne ho incrociati parecchi assurdamente ottimisti…sono stato male per loro, davvero…erano solo uomini e donne che andavano ad Anfield a perdere al massimo un campionato, ma a me sembravano soldati in partenza per una guerra senza ritorno…’
Io: ‘insomma non ci credi proprio…però hai comprato una maglia nuova per l’occasione…’ lo martello adocchiando la replica shirt nuova di zecca.
Lui: ‘Che vuoi che ti dica, dopo tanti anni ho smesso di crederci davvero…Dal 1971 non siamo mai stati davvero in corsa per il titolo, anche se un paio di anni fa restammo in testa per qualche giornata…in questi anni ho visto decine di partite, moltissime di campionato, e quasi tutte senza alcun risvolto di classifica…è chiaro che alla fine ti abitui, e anche se un tifoso dovrebbe sempre covare l’illusione della vittoria, io avevo ormai abdicato ogni speranza di lottare per il titolo…quest’anno, poi…con una squadra così giovane, l’unico innesto di Steve Bould dallo Stoke e i bookmakers che in estate ci pagavano 16-1 per la vittoria finale, non avrei mai pensato di dover tornare a soffrire così per un campionato prima sfiorato e poi regalato per così poco…’
Io: ‘Quest’anno solare però lo avete iniziato in testa e ci siete rimasti quasi fino a oggi, quindi un po’ ti sarai fatto coinvolgere…’.
Lui: ‘Un po’? Faccio fatica ad ammetterlo anche a me stesso, ma dentro ho un vulcano in eruzione…anche se non è così dall’inizio…ricordi la prima di campionato, in casa del Wimbledon? Fashanu in gol dopo sette minuti…non proprio l’inizio che ogni tifoso sogna…poi per fortuna il loro portiere finì dentro la porta con un pallone innocuo fra le braccia e ci regalò il pareggio…poi si scatenò Alan Smith e finì 5-1 per noi…alla fine quasi non capivo cosa fosse successo…’
Mi faccio trasportare nel ‘film’ della stagione che si conclude stasera e lo stimolo sui momenti salienti: ‘Rimonta-episodi fortunati-Alan Smith…tre costanti di tutta la stagione’
Lui: ‘Già, hai proprio ragione…Alan è stato straordinario, secondo me il migliore e spesso decisivo…di testa le ha prese tutte, ma ha inventato anche di piede alcuni gol fra il memorabile e il fortunato’.
Io, che non voglio perdere l’occasione di poter finalmente parlare con qualcuno che mi capisca: ‘Tipo il pareggio a Nottingham, quando Lukic aveva regalato il pallone dell’1-0 a Clough e lui indovinò un lob dal limite dell’area mettendo il piede in una mischia selvaggia…’
Lui: ‘Giusto, vedo che il campionato l’hai seguito…comunque di gol così ne ha fatti tanti, dei 22 totali segnati fino a stasera molti sono stati cruciali…tipo il pareggio di testa in pieno recupero contro il Southampton, dopo essere stati sotto 2-0 a sette minuti dal termine, oppure quello di testa al Villa Park, saltando più in alto del portiere in uscita…in quella partita Smith fu gigantesco, completando l’opera con un’altra torre da cui scaturì il 2-0 finale sul Villa’.
Io: ‘E pensare che proprio il Villa nella gara d’andata aveva freddato gli entusiasmi del dopo-Wimbledon…’
Lui: ‘Già, quella sconfitta alla 2° di campionato, in casa, ci fece tornare subito sulla terra…per fortuna i ragazzi risposero subito alla grandissima nel derby con gli Spurs…’
Io: ‘Quella fu mitica, una delle migliori partite dell’anno…l’esordio assoluto di Gazza con la maglia degli Spurs, in casa, nel derby…le aspettative erano altissime, poi Winterburn inventò quel gol d’esterno dal limite dell’area e gelò White Hart Lane…’
Lui, rapito dal ricordo estatico di quel giorno: ‘…loro pareggiarono, ma era il nostro giorno…alla fine celebrammo il 3-2 cantando a squarciagola sulle nostre tribune, urlando ancor più forte quanto più le loro facce intorno erano scure…’
Io: ‘La rincorsa vera partì proprio da quel giorno…nonostante la sconfitta per 2-1 contro lo Sheffield Wednesday qualche settimana dopo, fino a febbraio fu un crescendo irresistibile…’
Lui: ‘Infatti fu allora che cominciai timidamente a crederci…vincemmo ad Upton Park, in casa del QPR rimontando da 0-1 a 2-1 nei minuti finali, a Coventry, a Goodison Park con l’Everton, dove uscimmo addirittura fra gli applausi…’
Io: ‘Nel frattempo ci fu anche l’andata con il Liverpool, ad Highbury, altra rimonta…’
Lui: ‘Era inizio dicembre, noi inseguivamo il Norwich capolista ed avevamo da affrontare di seguito Liverpool, Norwich e Manchester United…con i Reds fu soffertissimo…ad inizio ripresa Barnes segnò per loro…lo fece dopo uno slalom fantastico, eppure a vederlo da fermo in quei giorni pareva addirittura soprappeso…per fortuna ci pensò ancora Smith a rimettere le cose a posto, ma nel finale Barnes colpì una traversa clamorosa su punizione e poi Aldridge sbagliò un gol di testa da solo davanti a Lukic…che sospiro di sollievo, se oggi siamo ancora in corsa lo dobbiamo anche a quella partita…’
Io: ‘Però non vi è andato sempre tutto per il verso giusto…dopo l’1-1 con il Liverpool giocaste in casa della capolista Norwich e finì 0-0 dopo che l’arbitro vi fece ripetere un rigore che Marwood aveva segnato al primo tentativo…’
Lui: ‘…e che poi al secondo sbagliò…certo, qualche beffa l’abbiamo incassata anche noi…all’Old Trafford, per esempio, Adams ci portò in vantaggio, sembrava tutto fantastico, poi a una manciata di minuti dal termine sempre lui realizzò un autogol che deve aver fatto ridere tutta l’Inghilterra, noi esclusi…’
Io: ‘A quel punto eravate stati in testa per quattro mesi ma il Liverpool vi agganciò proprio quel giorno…’
Lui: ‘Precisamente…conquistammo la vetta a fine anno, dopo il successo al Villa Park, e la celebrammo nel derby di ritorno con gli Spurs…si giocò nel giorno in cui fu scoperto il nuovo orologio nella Clock End…altra giornata da ricordare, con un Merson sontuoso che realizzò l’1-0 e poi giocò un contropiede fantastico prima di servire a Thomas la palla del raddoppio…in quel momento eravamo inarrestabili…il 18 febbraio avevamo 15 punti in più del liverpool, anche se con una gara in più…15 punti, capisci?’
Io: ‘Mi ricordo bene, i Reds erano completamente fuori dai giochi, al 6° posto…e nonostante la prima mini-crisi di febbraio, dove vinceste solo 2 partite su 5 (di cui 4 in casa), i bookmakers vi davano quasi alla pari per il titolo, con il Liverpool (nel frattempo risalito a –8) pagato 16-1’.
Lui: ‘E’ lì che abbiamo cominciato a dilapidare tutto…a fine marzo andammo a vincere 3-1 a Southampton…di quel giorno mi ricordo soprattutto lo slalom fantastico di Rocastle per il 3-1 e le urla razziste dei tifosi di casa all’indirizzo dei nostri giocatori di colore…purtroppo fu una ‘sveglia’ breve, perché due settimane dopo i Reds ci affiancarono in testa…e da allora ce la giochiamo testa a testa…’
Una volta rotti gli argini, mentre giungono le prime immagini da Anfield, spostiamo l’attenzione sulle formazioni, in quel momento in sovrimpressione.
Io: ‘Graham insiste anche stasera sulla difesa a 3…va bene che ha tenuto in piedi la baracca negli ultimi due mesi, ma non è un po’ troppo difensiva visto che si deve vincere con due gol di scarto?’
Lui: ‘Credo che voglia sfruttare al massimo la nostra arma numero 1, i colpi di testa…con Adams, Bould e O’Leary contemporaneamente in campo e Smith davanti, quelli del Liverpool non la prenderanno mai…almeno spero che il motivo sia questo, e non la voglia di finire ‘con onore’ magari uscendo imbattuti da Anfield…’
La formazione del Liverpool è impressionante…in campo Nicol, Hansen, McMahon, Whelan, Barnes, Aldridge, Rush…in panchina addirittura il lusso di Peter Beardsley…mentre la leggo mi lascio sfuggire un’occhiata di ‘compassione’ verso Nick…ci vorrebbe davvero un miracolo…anche perché l’ambiente è assolutamente ‘aggressivo’…la Kop canta altissimo, sembra un urlo di battaglia che ti fa tremare dentro…Dalglish si guarda intorno come spesso fa, e sorride…sembra sicuro, e d’altra parte come potrebbe non esserlo, con 40.000 scatenati tifosi a sostenerne l’ultimo sforzo?

Si parte, la prima palla è dell’Arsenal, in una non indimenticabile divisa giallo-nera da trasferta…il contrasto con il rosso fuoco del Liverpool è quasi presagio di quello che sembra prospettarsi sul campo…la prima vera occasione è però dell’Arsenal, con Bould che a Grobbelaar battuto si vede respinto sulla linea il colpo di testa…è però l’unica vera fiammata del primo tempo, i padroni di casa provano qualche tiro da fuori ma Lukic è attento…la tensione è alta, la posta altissima, ma è chiaro che il passare dei minuti giova solo al Liverpool.
Nell’intervallo Nick è ancora più sconsolato di prima: ‘Dai Nick, lo ha detto anche Graham che lo 0-0 all’intervallo non sarebbe stato catastrofico…ci vuole un episodio, e tutto si riapre…anche loro sono uomini e sentono la tensione…’
Lui annuisce ma non ci crede…poi si riparte e l’adrenalina può scaricarsi sul campo…al minuto 52 Rocastle finisce a terra nei pressi del vertice sinistro dell’area del Liverpool…si accende quasi una mischia con Whelan che ha commesso il fallo, poi finalmente Winterburn può battere…è un attimo, la difesa si ferma e Smith è fulmineo nell’avventarsi sulla palla e sfiorarla quel tanto che basta a ingannare Grobbelaar…il tocco è così leggero che i Reds protestano con l’arbitro perché il calcio di punizione era di seconda e ritengono non l’abbia toccato nessuno…l’arbitro si consulta con il guardalinee mentre milioni di persone trattengono il fiato davanti alla TV, noi inclusi…poi punta il dito verso la metà campo e convalida…1-0, i fedelissimi giunti da Londra, stretti in un angolo dietro la porta del Liverpool fanno festa e cominciano a sperare…e anche Nick si scioglie un po’, in fondo ora serve solo un gol, e il Liverpool non sembra in grandissima serata…Ablett salva due attacchi dell’Arsenal, ma è al minuto 73 che il destino sembra compiersi…Richardson riesce a toccare verso lo smarcatissimo Michael Thomas in piena area…Thomas si gira, deve superare solo il portiere ma gli tira addosso, e tutto sembra finito…i minuti passano veloci, Nick sembra aver ‘esalato’ l’ultimo respiro di speranza sul tiro di Thomas, e così i giocatori in campo…il Liverpool cresce, quasi sollevato dall’occasione clamorosa buttata al vento dai Gunners…a un certo punto compare nell’angolo della TV perfino l’orologio, a rincarare la sofferenza di chi è davanti al video…segna 88.00, proprio mentre Beardsley si invola solo in contropiede…sembra la conclusione perfetta, la palla arriva a Aldridge che però incespica, si incarta e sciupa tutto…nell’azione è rimasto a terra a metà campo Richardson, valoroso centrocampista dell’Arsenal…i secondi scorrono mentre gli si prestano le cure…cono minuti interminabili, tutto sembra sospeso come in un fotogramma…Nick è pietrificato, mormora quasi fra se e sé ‘Buttarlo via così, incredibile…’

Io: ‘Hai ragione, se finisse così sarebbe davvero una beffa…per un gol, credo non sia mai successo…’
Lui, mentre i secondi passano e Richardson non accenna a rialzarsi: ‘Non è questione di un gol…anche dopo esserci fatti riprendere ad aprile, dopo la pausa per Hillsborough, abbiamo battuto il Norwich, era di nuovo tutto in mano nostra…poi quelle due maledette partite in casa…’
Io: ‘Derby e Wimbledon…hai ragione, un solo punto in quelle due gare è stata la fine…soprattutto il 2-2 con il Wimbledon…’
Lui: ‘Come si fa a farsi riprendere due volte, in casa, da una squadra che all’andata avevamo demolito? Winterburn aveva inventato un altro super-gol, Merson ci aveva riportato avanti dopo il pareggio di Cork…e poi, quell’esordiente, McGee, con quel tiro assurdo che non ripeterà mai più…’ conclude quasi disperato mentre Richardson finalmente si rialza.

La telecamera si sposta sui protagonisti.. Dalglish è tirato ma misurato, Graham continua ad urlare suggerimenti, come se fosse ancora tutto in ballo…Barnes incita i suoi, McMahon urla che manca un minuto, uno solo…l’orologio supera i 90.45, poi scompare…ormai solo sgoccioli, la palla torna verso la porta di Lukic, è proprio un contrasto di Richardson a recuperarla…il portiere allunga a Dixon, che lancia lungo su Alan Smith…per la millesima volta in stagione il bomber dei Gunners vince il contrasto, difende la palla e poi la tocca…un tocco magico, verso il centro, dove arriva Thomas…ancora lui, che aveva sbagliato l’occasionissima qualche minuto prima…il centrocampista dei Gunners cerca di superare Nicol, tocca male ma la palla incoccia lo stinco del difensore e gli torna davanti…ora Thomas è solo, in un attimo che sembra durare un secolo si invola verso Grobbelaar, aspetta la mossa del portiere e finalmente piazza il destro alle sue spalle, in fondo alla rete, per l’incredibile 2-0…a quel punto succede di tutto, le capriole ‘elettriche’ di Thomas mentre i compagni lo raggiungono le avremmo viste solo dopo, in quel momento è come essere in un’altra dimensione, senza tempo né gravità…saltiamo tutti, increduli ma come alleggeriti d’improvviso di tutto il peso di otto mesi di passione, fatica, illusione…la partita riprende, ma non c’è più tempo, l’arbitro fischia e lo spicchio di Anfield che ospita i tifosi Gunners esplode senza argini in una felicità irripetibile…dietro la porta di Lukic qualcuno dalla Kop si sente male, viene trasportato fuori a braccia…ma vincono anche loro, che dopo qualche istante di sbigottimento per un titolo perso all’ultimo minuto dell’ultima partita intonano il più bel ‘You’ll never walk alone’ mai sentito…

Il coronamento più toccante ad una giornata irripetibile, mentre le telecamere fissano per sempre la disperazione di Dalglish e dei suoi, Adams che va da Aldridge ad accarezzargli i capelli (avremmo scoperto dopo che era solo una presa in giro per contrappasso a quanto Aldridge aveva fatto con Steve Chettle del Forest dopo il suo autogol nella semifinale di FA Cup…), Graham che chiama i suoi a raccolta, e infine il capitano che alza la Coppa ad Anfield…e Nick? Lui tutto questo non l’ha visto, al fischio finale si è fiondato fuori in strada gridando a piena voce, alla ricerca di una bottiglia di spumante con cui festeggiare…o forse sono io che mi sono svegliato dal mio ‘sogno’, ritrovandomi solo nella mia casa a metabolizzare l’emozione di una serata di sport che nessuna fantasia avrebbe potuto partorire…anche se non ero ad Anfield, infatti, né a Londra a guardare la partita con Nick Hornby, questa partita non la dimenticherò tanto facilmente, anche perché nulla di quello che è seguito (calcisticamente) negli anni mi ha regalato brividi così forti.
di Giacomo Mallano, da "UK Football please"

25 aprile 2025

NEWCASTLE UNITED. Perchè bianconeri?

A differenza di molti club anche di antica fondazione, il Newcastle ha ininterrottamente vestito il bianconero dal 2 agosto 1894, quando i direttori del club (da poco tempo Newcastle United) decisero di abbandonare i colori originali del Newcastle East End, una delle due metà del calcio dei pionieri in riva al Tyne. Dopo un decennio di aspra rivalità, infatti, gli East Enders avevano sostanzialmente ‘assorbito’ il Newcastle West End e il St. James Park, loro terreno di gioco. Negli anni del dualismo entrambi i club avevano seguito la ‘moda’ del calcio del Nord-est, adottando divise imperniate sul rosso. L’East End aveva addirittura vestito in alcune occasioni la ‘sacrilega’ maglia bianco-rossa in stile Sunderland, mentre i West Enders avevano ‘esplorato’ anche altre tonalità, arrivando ad un nero-azzurro a bande orizzontali. 
A seguito dell’unione, un po’ per marcare la discontinuità rispetto al dualismo precedente, un po’ per eliminare i frequenti conflitti ‘cromatici’ in occasione degli incontri di Second Division (lungi erano ancora i tempi dei colori di riserva…), il club decise di adottare una nuova divisa, con maglia bianca e nera e knickers scuri. Se è abbastanza chiaro il motivo del cambiamento, misteriosa resta la scelta dei nuovi colori. Sull’argomento si sono fatte molte congetture, ma in assenza di riscontri sui registri ufficiali del club e dei testimonianze probanti, tutto resta avvolto in un alone di mito e suggestione. Una prima teoria ruota intorno a Padre Dalmatius Houtmann, un religioso olandese del monastero dei Frati Neri, a due passi dal St. James Park. Assiduo frequentatore dello stadio e dei giocatori, secondo alcuni fu proprio quale segno di devozione e rispetto nei suoi confronti che al momento di cambiare i colori sociali si optò per il bianco e nero dell’abito talare. 
Un’altra storia, di ispirazione più ‘bucolica’, ruota intorno ad un paio di gazze che avevano fatto del vecchio Victorian Stand del St. James Park il loro nido. Leggenda vuole che i giocatori del Newcastle si affezionarono tanto alla loro presenza da riprenderne i colori per le nuove divise e darsi quale nickname proprio quello di Magpies, le Gazze. 
La soluzione più accreditata dagli studiosi della materia è però di tipo storico, e affonda le radici nella Guerra Civile che insanguinò l’Inghilterra del XVII secolo. All’epoca le regioni del Tyneside e del Northumberland erano sotto l’influenza dominate di William Cavendish, duca di Newcastle ed erede di una famiglia di antica e consolidata nobiltà.

Nella zona i Cavendish possedevano castelli e possedimenti, e ancora oggi la toponomastica cittadina evoca lo stretto legame della stirpe con il Tyneside: Cavendish Place, Portland Terrace, Devonshire Place, Welbeck Road sono chiari tributi a questo rapporto, e lo stemma bianco e nero del casato fu sicuramente la prima documentata connessione del black’n’white con Newcastle. Allo scoppio della Guerra Civile, Sir Cavendish organizzò un suo esercito, i Newcastle Whitecoats, per difendere le ragioni del Sovrano. 
L’uniforme dei militi, con elmo, pantaloni e stivali neri su camicia bianca (in onore dello stemma di famiglia) divenne l’elemento distintivo della milizia, identificando la prima vera Toon Army della storia. Per la verità il primo bianconero (fino alla Grande Guerra) fu tale solo in parte, visti i pantaloncini blu scuro che completavano la divisa. In quegli anni si videro anche maglie con le classiche bande verticali davanti (molto larghe) e completamente nero dietro. Negli anni ’20 le bande si ‘restrinsero’, assumendo la misura che diventerà quella ‘classica’. Nonostante marginali ritocchi al colletto della maglia e all’alternanza di bianco e nero, infatti, la divisa rimase sostanzialmente immutata fino alla fine degli anni ’50, quando il manager Charlie Mitten decise di rivoluzionare il kit varando una maglia affusolata e aderente, rivoluzionaria per l’epoca. L’esperimento non ebbe grande successo, e a grande richiesta il club tornò all’antico per tutti gli anni ’60, salvo riprendere la ‘visione’ di Mitten quando i nuovi dettami della moda continentale avrebbero invaso anche il Regno Unito alle soglie degli anni ’70. Questo fu anche il decennio in cui il calcio conobbe la sua prima ‘rivoluzione’ in termini di esposizione mediatica e afflusso di denaro, con la comparsa di sponsor e fornitori ufficiali. Nella stagione 1982-83 comparve sulla maglia la celebre stella blu della Newcastle Breweries, primo sponsor ufficiale del club.
di Giacomo Mallano

24 marzo 2025

SUTTON UNITED. LOCAL HEROES



Continua il viaggio nell’affascinante galassia non league.
Stavolta andiamo a Sutton, sobborgo di Londra che ospita una delle più tradizionali realtà amatoriali del panorama inglese. Il Sutton United è fondato il 5 marzo 1898 dalla fusion di due importanti squadre giovanili, il Sutton Guild Rovers e la Sutton Association. Il nuovo club si comporta bene nelle locali competizioni giovanili e amatoriali, ma resta in un sostanziale anonimato fino al 1910, quando si iscrive alla Southern Suburban League, giocando le proprie gare su diversi campi della zona.
L’approdo al Gander Green Lane avviene una prima volta nel 1912; la prima partita è contro il Guards Depot in FA Cup, e gli U’s la vincono per 1-0 davanti ad 800 spettatori (numero di tutto rispetto). Dopo una breve emigrazione al The Find, il Sutton torna al Lane nel 1919, ed anche la seconda ‘inaugurazione’ è incoraggiante, un sonoro 4-1 ai danni del Green Old Boys.
Da quel momento il Lane sarà la casa degli U’s, teatro di tutti gli alti e bassi di un club che conquisterà uno status di primo piano nel panorama amatoriale. I primi ammodernamenti significativi arriveranno nei primi anni ’50, con la costruzione di un nuovo stand, cui segue nel 1962 il rifacimento dell’impianto di illuminazione per partecipare alla Isthmian League. Il record di affluenza per il Gander Green Lane è stabilito in occasione di Sutton vs Leeds, FA Cup 1969/70, quando sulle terraces si accalcano ben 14.000 persone. Tornando al campo, nel 1921 il Sutton è ammesso alla Athenian League, e dopo alterne vicende segna finalmente la propria presenza conquistando il campionato nel 1928. Negli anni ’30 il club si consolida come una forza crescente del calcio amatoriale, reputazione avallata anche dalle due semifinali (1929 e 1937) nella FA Amateur Cup. Nella prima occasione il Sutton è escluso dalla competizione per aver schierato due giocatori militanti anche nelle leghe del Sunday Football.
Durante la Seconda Guerra Mondiale il calcio non si ferma ma viene ridimensionato nelle sue competizioni; il Sutton in ogni caso continua a progredire, grazie all’emergere di una delle leggende del club, il bomber Charlie Vaughan. Alla ripresa delle attività ‘normali’, stagione 1945-46, i suoi 42 gol consentono agli U’s di vincere nuovamente la Athenian League, ed a seguire la Surrey Senior Cup. Gli exploit di Vaughan non passano inosservati, ed il ragazzo finisce al Charlton, ma il Sutton continua a rimanere nell’elite amatoriale, distinguendosi per la spiccata progettualità della sua dirigenza.
Proprio in questo solco di crescita generale, nel 1953 la proprietà del club viene ristrutturata nella Sutton United Limited, e negli stessi anni è edificato un nuovo stand del Gander Green Lane. Si lavora con attenzione ed impegno sui giovani, ingaggiando uno staff di livello assoluto, fra cui spiccano i nomi di Jimmy Hill e Malcolm Allison. 
Inizia l’epoca d’oro del club, a partire dall’avvento in panchina di George Smith che porta a riconquistare la Athenian League per la terza volta (1958) e la London Senior Cup nello stesso anno. Nel 1963, sotto la guida di Sid Cann (già vincitore da giocatore della FA Cup con il Manchester City), arriva anche la prima visita a Wembley, per la finale della Amateur Cup. Il Sutton perde 4-2 contro il Wimbledon (altra grande forza amatoriale dell’epoca), ma l’ascesa continua sotto forma di ammissione alla Isthmian League.  Nel 1967 il Sutton conquista il primo dei quattro campionati di League, mentre la maledizione di Wembley prosegue nel 1969, stavolta la sconfitta è per mano del North Shields.
La fama nazionale arriva una prima volta nel 1970, quando gli U’s arrivano fino al 4° turno di FA Cup, dove affrontano il grande Leeds di Revie. Di fronte ad undici -dico- undici nazionali l’impegno e la buona volontà dei dilttanti del Sutton non bastano; il Leeds vince 6-0 ma resta il ricordo indelebile di una FA Cup-run raccontato ancora oggi dalle parti del Lane.

Nel 1974 Sid Cann è sostituito da Ted Powell (ex nazionale inglese), cui succedono diversi manager fino a Keith Blunt, che riprende il filo di un lavoro positivo.
Nel 1979 arriva addirittura un successo internazionale, l’anglo-Italiano conquistato a Chieti (2-1), ma nel 1981 la maledizione di Wembley colpisce ancora: terza finale (FA Trophy), terza sconfitta, stavolta da super-favorito contro il Bishop’s Stortford.
Per il resto il Sutton continua a vincere coppe di categoria (nel 1983 realizza addirittura un prestigioso ‘treble’), e nel 1985 arriva il titolo della Isthmian League. Non segue l’ammissione alla Conference per problemi legati allo stadio, ma nel 1986 il Sutton vince ancora il campionato e stavolta si aprono le porte della Conference, una sorta di Premiership per un club di queste dimensioni, un punto di arrivo di valore storico. Per non mancare ancora l’appuntamento, dopo la delusione del 1985 sono gli stessi tifosi a darsi da fare nell’estate successiva. Conquistato il titolo, un gruppo di volontari trascorre le vacanze a sgomberare travi e materiali di legno accatastati dietro una delle due porte, per fare spazio ad un nuovo stand in muratura. Completata a tempo di record la mini ristrutturazione, i volontari (volenterosi) trovano il tempo anche per posizionare la recinzione perimetrale e dipingere stand principale e spogliatoi.

L’impatto con la massima categoria (amatoriale) è estremamente positvo, l’impressione è che il Sutton possa addirittura porre le basi per il salto fra i professionisti, dato che infila una lusinghiera serie di piazzamenti di alta classifica, sotto la guida positiva e coraggiosa di Barrie Williams. La permanenza in Conference si interrompe invece bruscamente nella stagione 1990-91, dopo un’altra stagione tranquilla che degenera bruscamente nel finale, spezzando l’ascesa degli U’s. C’è però il tempo di segnare la vittoria record in trasferta per la Conference (9-0 al Gateshead), un memorabile 8-0 al Kettering e soprattutto l’insuperata impresa del 1989, quando il Sutton elimina dalla FA Cup il Coventry (terzo turno). 

A tutt’oggi è l’ultima volta che un club non-league elimina dalla Coppa un club della massima divisione, ed è una storia nella storia che merita una parentesi speciale. Il Sutton inizia la sua avventura dal quarto turno di qualificazione, contro il Walton & Hersham; dopo un pareggio casalingo la spunta al replay, ed entra nel tabellone principale. La sorte è favorevole nell’assegnare al Sutton prima il Dagenham (vittoria per 4-0 al primo turno) poi l’Aylesbury United (vittoria per 1-0), ma soprattutto nel combinare il match più suggestivo del terzo turno, Sutton vs Coventry
La partita il sette gennaio 1989, in programma c'è il 3° turno della FA Cup, tradizionalmente collocato nel primo sabato dell’anno. La Coppa è ancora al suo massimo appeal, vale quanto (e forse più) di un titolo nazionale, anche perché lascia ancora spazio ai sogni. Un sogno realizzato è sicuramente quello del Wimbledon, la Crazy Gang che detiene il trofeo dopo aver superato in finale il mitico Liverpool degli invincibili, con un’impresa che entrerà per sempre nel folclore del calcio inglese, e quindi l’attesa per un potenziale giantkilling è alta. Da parte sua il Coventry si presenta al terzo turno da club della massima divisione, che sfida alla pari le migliori squadre d’Inghilterra e ancora celebra la Coppa conquistata nel 1987. Nessuno può dunque ragionevolmente temere la trasferta sul campo del Sutton, quattro categorie più sotto nella piramide calcistica inglese, fuori dai ranghi professionistici.
Va detto che in quegli anni il Sutton si è fatto conoscere (nell’ambiente amatoriale) per il suo stile di gioco offensivo e tecnico, agli antipodi del ‘kick and rush’ imposto in quegli anni dall’epopea del Wimbledon ‘forward thinking, forward running and forward passing’ è il motto preferito da Barrie Williams; lo ripropone anche al Times, che lo intervista proprio il giorno della partita. ‘Proveremo ad attaccare il Coventry perché non conosciamo altro tipo di gioco’ -proclama – ‘d’altra parte dopo l’esperienza dell’anno scorso sappiamo cosa aspettarci. Avremo più spazio rispetto a quando giochiamo in Conference, tranne nella loro area. Abbiamo visto il Coventry tre volte e sappiamo che sono molto dotati fisicamente, anche se siamo abituati a questo tipo di calcio. La differenza maggiore è la classe individuale. Loro sono quinti in First Division, noi a metà classifica in Conference e questo dice tutto…’.

Dunque Williams non si fa molte illusioni, ma ha un obiettivo ben preciso:
‘La cosa più importante è fare onore al calcio non- League’…non immagina nemmeno quanto…
Gli 8.000 che gremiscono il Gander Green Lane (2.500 sono tifosi del Coventry) assistono all’irripetibile spettacolo di una squadra di bancari, agenti assicurativi e mediatori immobiliari che impartisce una severa lezione di gioco e intelligenza tattica ad una delle migliori formazioni professionistiche del paese.
Per tutta la mattinata della partita, nel parco pubblico che costeggia il campo, gli uomini di Williams provano e riprovano gli schemi offensivi sui calci piazzati, avendo individuato proprio in questo fondamentale una debolezza degli Sky Blues. E immaginate quale soddisfazione
per il manager quando entrambi i gol che sanciscono il 2-1 finale arrivano proprio da calci piazzati, per merito di Rains e Hanlan. Certo, come in tutte le imprese c’è anche il contributo della fortuna: sul 2-1, l’assalto disperato del Coventry si infrange prima su una parata ‘impossibile’ e decisiva del portiere degli U’s (tipo quella di Zoff ai Mondiali del 1982, per intenderci…), poi su un ancora più incredibile triplo legno in mischia. E’ il segnale, gli dei del calcio tifano Sutton e conducono in porto l’incredibile vittoria degli U’s.

Sarebbe però ingeneroso identificare il clamoroso giantkilling (che il Times qualifica come il più memorabile risultato in FA Cup da quando il Wimbledon aveva espugnato il Turf Moor di Burnley per 1-0 nel 1975) solo con due occasionali calci piazzati. Williams sfrutta al meglio
le fasce, lanciando Stephens e Hanlan molto in profondità ad aprire la difesa del Coventry e mettere in mezzo cross sempre pericolosi. Eccellente anche l’organizzazione difensiva, con Regis & c. sempre tenuto lontano dalla porta difesa da Roffey.
Rains, che con il suo gol entra di diritto nell’Olimpo degli eroi della Coppa, ricorda così quel giorno: "Avevamo avuto sentore di cosa potevamo combinare un anno prima, portando al replay il Boro. Ma quando il sorteggio ci accoppiò al Coventry, tutto ciò che volevamo era evitare una brutta figura. La cosa bella fu invece che non li aggredimmo fisicamente. Nel
secondo tempo non facemmo nemmeno un fallo. Segnai il vantaggio da un corner di Stephens prima dell’intervallo. Ad inizio ripresa loro pareggiarono, ma Hanlan segnò quasi subito il 2-1. Al fischio finale, dopo nemmeno 30 secondi dopo il fischio finale il campo era invaso dai tifosi. Noi non volevamo perderci la scena, ma invece di restare nella mischia fingemmo di tornare negli spogliatoi per poi salire sulle tribune a goderci lo spettacolo dall’alto. Fu irripetibile, di gran lunga il momento più emozionante della mia carriera.
Fu anche l’apice di quell’epopea. Nel quarto turno perdemmo 8-0 a Norwich, ma quel giorno contro il Coventry mi rimarrà per sempre, e ancora oggi incontro tanti che vogliono parlarne".

L’analisi più obiettiva è quella del manager del Coventry: ‘L’ospitalità del Sutton è stata superba, non siamo stati presi a calci in campo e l’arbitro ha operato bene. Davanti non siamo mai stati lucidi e in generale eravamo sempre secondi sulla palla. Complimenti vivissimi al Sutton’. Sportività d’altri tempi, come quella dei 2.500 tifosi giunti da Coventry, alla fine tutti in piedi ad applaudire il Sutton e i suoi tifosi impazziti che hanno invaso il terreno di gioco. Scene d’altri tempi, che il Times commenta così: ‘E’ stato un giorno da cui il calcio e la sportività escono come i veri vincitori’…magia della FA Cup…

E proprio a riprova di questa misteriosa e incomparabile magia, l’ordine naturale delle cose torna a prevalere nel prosieguo della stagione. Il Sutton United (che non è una squadra di fenomeni) finisce il campionato di Conference a metà classifica ed è eliminato rovinosamente dalla FA Cup al 4° turno per mano del Norwich City (a Carrow Road finisce 8-0).
Il Coventry (che non è una squadra di brocchi), passata la ‘tempesta’ dei primi giorni, con i giornali impegnati a ricercare iperboli e paragoni umilianti per ‘raccontare’ la figuraccia del Gander Green Lane, riprende il proprio cammino in First Division e chiude con un o4mo settimo posto, secondo miglior piazzamento di sempre. E tuttavia ‘quel’ giorno, inimitato e insuperato da ormai ventidue anni è nella storia della FA Cup e del calcio inglese, e francamente è sempre più difficile che possa accadere di nuovo, in un calcio moderno dove il dominio del denaro ha scavato gap incolmabili fra le diverse divisioni.

Purtroppo per gli U’s il giorno di gloria è breve, torna presto la routine e dopo due anni, appunto la retrocessione-shock. Si tenta la pronta risalita, ma nonostante diversi buoni piazzamenti le porte della Conference non si riaprono. Sono tuttavia anni in cui il club sforna tanti buoni giocatori, che approdano rapidamente a squadre professionistiche. Efan Ekoku, Paul Rogers, Andy Scott, Paul McKinnon, Ollie Morah e Mark Watson sono i più famosi,
nomi che crescono e si impongono al Lane prima di prendere la via di Blackburn, West Ham, Sheffield United. Nel 1993 un’altra buona FA Cup vede il Sutton superare Colchester e Torquay (club professionistici) prima di inchinarsi 3-2 al Notts County (nel 3° turno). 
Nel 1996 un nuovo cambio manageriale riporta ‘a casa’ i fratelli Rains, già leggendari per essere secondo e terzo nella graduatoria all-time di presenze (dietro a Larry Pritchard).
Nelle prime due stagioni conquistano due ottimi terzi posti, sfiorando una fantastica promozione nell’anno del centenario. Finalmente un anno dopo (1999), dopo una magnifica rincorsa di 13 vittorie e 3 pareggi nelle ultime 17 partite, il Sutton torna a vincere il campionato e la promozione in Conference. Festa raddoppiata dal trionfo in Surrey Senior Cup ai danni dei rivali di sempre del Carshalton (3-0). La permanenza in Conference è tuttavia molto meno brillante di quella precedente, e si conclude dopo solo una stagione con una retrocessione molto amara. Il ritorno nelle divisioni inferiori segna la fine di una intera fase storica, in coincidenza con il trapasso nel nuovo secolo. La squadra è anziana, non ha forza e brio per competere con le iper-competitive concorrenti di Conference. Per il Sutton inizia un lungo periodo di transizione, con l’innesto di tante facce nuove che forniscono momentaneo rilancio, salvo poi lasciare per lidi più attraenti e depotenziare qualunque strategia di rilancio.
Fra alterne vicende il Sutton riesce comunque a garantirsi l’accesso alla nuova Conference South varata nella stagione 2004- 05. 
Nel solco delle stagioni precedenti, tuttavia, i migliori giovani vengono ceduti, in particolare il centrocampista Nick Bailey che arriva fino alla Championship con la maglia del Charlton.
La ‘resistenza’ dura tre stagioni, poi inesorabile arriva la retrocessione, fra cambi di manager, turnover vorticoso sul campo e incapacità di trattenere i migliori talenti prodotti dal settore giovanile. Che è il vero ‘traino’ del Sutton negli ultimi anni, inanellando ottime performance nella FA Youth Cup e completando addirittura un intero anno solare senza sconfitte ufficiali nella lega giovanile.
di Giacomo Mallano, da Fever Pitch

21 febbraio 2025

1954. QUANDO I WOLVES SALVARONO L'ONORE D'INGHILTERRA

In un precedente articolo si è raccontata l’epopea internazionale dei Wolves, pionieri nello sviluppo del grande calcio in notturna giocato contro avversari continentali. L’apoteosi di quell’epoca, e uno degli eventi che ha scritto la storia del calcio inglese, arriva nell’inverno del 1954, pochi mesi dopo il trionfo per 4-0 sullo Spartak Moscow.


Nel Novembre del 1953, mentre i Wolves volavano verso il primo titolo della loro storia, a Wembley arrivava l’Ungheria per sfidare l’Inghilterra in una partita amichevole che avrebbe cambiato la storia del calcio britannico. L’attesa era stata spasmodica, anche per la fama che precedeva la nazionale magiara, portatrice di un’interpretazione nuova e rivoluzionaria dello sport che proprio gli inglesi avevano inventato. 
In ogni caso, nessuno avrebbe potuto pronosticare l’umiliante 6-3 che Puskas & c. inflissero all’Inghilterra, capitanata tra l’altro da Billy Wright, capitano e condottiero dei Wolves. La durissima lezione ebbe grande risonanza anche al di fuori dell’ambiente calcistico, e prostrò l’intero movimento in uno stato di depressione. Condizione che si acuì nell’estate del 1954, quando l’Inghilterra aveva reso la visita, sperando di vendicare l’onta subita a Wembley. Era finita invece 7-1 per i padroni di casa, un risultato che aveva ulteriormente lacerato l’orgoglio calcistico e patriottico di un’intera nazione e aveva scritto la pagina più nera della sua storia sportiva. In patria, nel frattempo, i Wolves avevano vinto il titolo e proseguivano con successo la serie di ‘amichevoli’ notturne (di ‘amichevole’ in realtà c’era poco, con in palio onore e prestigio internazionale contavano quasi quanto Coppa e campionato) con le più forti squadre d’Europa, in una specie di Coppa dei Campioni ante litteram. In palio non c’è ancora un trofeo ufficiale, ma la risonanza di questi match li rende tutt’altro che amichevoli. La serie si era aperta con la visita della nazionale sudafricana, battuta per 3-1. Era poi toccato a Celtic, Racing Club di Buenos Aires, First Vienna, Maccabi Tel Aviv e Spartak Mosca, tutte sconfitte ad eccezione degli austriaci, che avevano pareggiato per 0-0. E così, quando viene annunciato che il prossimo avversario sarà la Honved di Budapest, l’attesa sale alle stelle in tutta l’Inghilterra. E’ l’occasione di ristorare l’orgoglio ferito di un’intera nazione, che tutta si schiera a sostegno dei Wolves.
L’importanza dell’appuntamento è tale che la partita è trasmessa in diretta tanto alla TV (il solo secondo tempo) che alla radio. L’impegno si presenta tuttavia difficilissimo, visto che la Honved schiera ben sei dei componenti di ‘quella’ nazionale ungherese. Quando le squadre entrano finalmente sul terreno di gioco in una fredda serata di Dicembre, 55,000 spettatori (è il dato ufficiale, ma le testimonianze dirette dei giocatori in campo parlano di numeri ben superiori) vocianti sono solo la punta di un iceberg di trepida attesa che si estende all’intera nazione. Alla guida delle due squadre due grandissimi, Ferenc Puskas e Billy Wright. Per il capitano dei Wolves, in particolare, questa partita rappresenta un’occasione unica per vendicare l’umiliazione patita con la maglia della nazionale, unico rappresentante del suo club a prendere parte (da capitano) al doppio confronto con l’Ungheria. L’inizio è prudente, le squadre si studiano e il gioco ristagna a centrocampo. L’entusiasmo è alle stelle, l’atmosfera magica ed eccitante, ma al 10° arriva la doccia fredda: Puskas mette al centro un calcio di punizione dal limite, Koscis anticipa la difesa e mette in rete il gol dell’1-0. Un minuto dopo i Wolves sciupano clamorosamente l’occasione del pareggio con Swinbourne, e sono puniti dal contropiede micidiale degli ungheresi, finalizzato in gol da Machos. 2-0 dopo nemmeno un quarto d’ora e i fantasmi di Wembley si materializzano sotto i riflettori del Molineux. I padroni di casa prima sbandano, poi riordinano le idee e riprendono a giocare, sostenuti da un pubblico che non vuole rassegnarsi alla sconfitta. Con il passare dei minuti la pressione aumenta, la Honved si fa vedere solo con sporadici contropiede ma sono i Wolves a sfiorare più volte il gol con Smith, Wilshaw e ancora Swinbourne. Ma il gol non arriva, complice anche la serata di grazia del portiere ungherese Farago, e all’intervallo il punteggio è sempre 0-2. Negli spogliatoi Stan Cullis cerca di tranquillizzare i suoi, che vede troppo nervosi e contratti. ‘Tornate fuori e cominciate a giocare come sapete’; così, secondo la leggenda, avrebbe concluso il suo discorso.


Che sia vero o no, la squadra torna in campo trasformata, e dopo 4 minuti accorcia le distanze: Hancocks penetra in area palla al piede ed è atterrato da Kovacs; è rigore, trasformato dallo stesso numero 7 dei Wolves. L’attacco si trasforma in assedio, sospinto dall’incitamento costante dei 55.000 del Molineux. I Wolves trovano due alleati preziosi in una condizione fisica che in quegli anni diventerà proverbiale e in un improvviso rovescio molto ‘British’ che spiazza i magiari. Puskas è costretto ad arretrare per trovare palloni giocabili, e nonostante qualche contropiede insidioso la difesa dei Wolves non si fa sorprendere. In mezzo al campo sale in cattedra Peter Broadbent, che detta i tempi di un’offensiva tambureggiante. La pressione dei Wolves è infine premiata al 76°, quando Swinbourne realizza il 2-2 che manda in delirio milioni di fans in tutta l’Inghilterra. Non è finita, ora sono gli ungheresi ad essere in confusione; due minuti dopo Smith scatta per l’ennesima volta sulla sinistra, salta due difensori e centra per Swinbourne che insacca alle spalle dell’incredulo Farago: 3-2. E’ l’apoteosi, ma anche l’inizio di un’altra partita; la Honved rompe gli indugi e si riversa in attacco, sono dieci minuti che sembrano non passare mai. 
I Wolves imbastiscono qualche contropiede, ma sono gli ungheresi a fare la gara.

Il triplice fischio dell’arbitro Griffiths arriva come una liberazione, il boato del pubblico scuote il Molineux dalle fondamenta. In proposito è suggestivo il racconto di Bert Williams, il portiere di quella squadra magnifica: ‘l’affluenza ufficiale fu di 55.000 spettatori, ma credo ci fossero molte migliaia di persone in più…ogni volta che i cancelletti d’entrata giravano, nell’ufficio centrale si aggiornava il contatore…che però si ruppe molto prima del calcio d’inizio, quando dentro c’erano già oltre 50.000 tifosi, altre migliaia rimasero fuori, facendosi passare le notizie da quelli dentro…le gradinate erano così piene che la gente non riusciva nemmeno a muoversi…se mettevi le mani in tasca, avresti fatto fatica a tirarle fuori, ma la cosa più incredibile fu che ogni volta che la folla si spostava per esultare o semplicemente cercare una visuale più aperta, molti perdevano le scarpe perché quelli dietro erano così serrati da montargli sulle suole e sfilargliele. Il giorno dopo feci un giro al Molineux e c’erano decine di scarpe sparse dappertutto. Un altro che assapora emozioni speciali uscendo dal campo è Bill Shorthouse, fra i primi a sbarcare sulle spiagge di Normandia nel giugno 1944. Arruolato nel 263° reparto del Genio Reale, Shorthouse era stato ferito al braccio e aveva temuto di non poter tornare a giocare e invece quella sera raccoglie anche i complimenti di Puskas, che al termine gli confessa di non aver mai giocato contro un avversario così brillante e resistente nel mettergli pressione quando aveva la palla. All’uscita del campo Wright incrocia Marosi, allenatore della Honved, che stringendogli la mano riconosce il merito della vittoria. Più tardi, Wright dichiarerà: ‘Sono orgoglioso della squadra. Tutti hanno giocato una partita magnifica, tutto è stato magnifico’. Il giorno dopo, l’impresa dei Wolves occupa le prime pagine di tutti i giornali; il Daily Mail titola con enfasi ‘I Wolves sono campioni del Mondo’, il News Chronicle ‘Grandi i Wolves, un’altra soddisfazione per l’Inghilterra: battuta la Honved’
E’ un sollievo per tutta la nazione, una rivincita attesa per mesi, una vittoria conquistata dai Wolves ma festeggiata da tutti. Nessuno dei 55,000 fortunati che quella sera assiepavano il Molineux dimenticherà mai quella partita, una delle pagine più gloriose della storia dei Wolves e di tutto il calcio inglese.
di Giacomo Mallano, da "UK Football please"
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