I veri e propri luoghi di culto, che accendono la passione dei tifosi, ma che sono anche gestiti dai club per generare entrate, gli stadi inglesi sono al centro dell'attenzione. Dopo alcuni tragici eventi, gli stadi, a cavallo degli anni '90, sono diventati arene a posti fissi dove si giocano le partite di Premier League e Championship che vedono opposte squadre più ricche, sempre più piene di giocatori stranieri di alto livello, e vengono trasmesse in diretta in tutto il mondo. Grazie agli introiti record dei diritti televisivi, i club stanno investendo molto sui trasferimenti e sugli stipendi dei giocatori, e le partite stanno registrando record di presenze e di utilizzo degli stadi. Parallelamente, anche i prezzi dei biglietti sono aumentati, raggiungendo livelli record, diventando un vero problema per i tifosi che sostengono di essere stati esclusi dal gioco a causa dei prezzi. La seguente dissertazione analizzerà come, in questo contesto, alcuni club della Premier League (Arsenal FC, Liverpool FC) e del campionato (Brighton & Hove Albion, Charlton Athletic FC e Reading FC) stiano incrementando le entrate dei loro stadi e quali conclusioni generali si possano trarre da tali esempi per i club che stanno lottando con il flusso di entrate dei giorni di partita.
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5 maggio 2026
20 ottobre 2025
STADIA. "EVERTON. IL MERSEY E UNA NUOVA CASA" di Luca Manes
L’ultima volta che l’Everton traslocò in un nuovo stadio la regina Vittoria sedeva sul trono e Liverpool era il crocevia del commercio mondiale. Si era, infatti, nel lontano 1892 e la prima squadra per anzianità della città sul fiume Mersey fece il breve tragitto, meno di un miglio, che da un estremo all’altro dello Stanley Park separava la vecchia casa, Anfield, per il più grande e allora moderno Goodison Park. Proprio Anfield andò ai cugini del Liverpool, che lì hanno poi vissuto una caterva di giornate gloriose.
Ora l’Everton si è spostato in quello che una volta era il cuore pulsante della città, l’area dei Docks. Un’area che poi divenne simbolo di decadenza e degrado, soprattutto nei lunghi anni di macelleria sociale del governo guidato da Margaret Thatcher. Dove sorge l’Hill Dickinson – nome «imposto» dallo sponsor di turno – prima c’era il bacino artificiale del Bramley-Moore Dock. Un video di due minuti racconta come l’invaso sia stato prosciugato, ricoperto di terra e poi sopra sia stata costruita la nuova arena, costata oltre 800 milioni di euro e inaugurata lo scorso 24 agosto con il match di Premier tra i Toffees e il Brighton, 133 anni esatti dopo l’esordio al Goodison Park. Noi l’abbiamo visitata tre giorni dopo, in occasione dell’incontro di secondo turno di Coppa di Lega – la sorella povera della Coppa d’Inghilterra – contro il team di terza serie del Mansfield Town. Anche in quell’occasione i 52mila posti di capienza erano andati tutti esauriti.
Dal Royal Liver Building, il palazzone con alla sua sommità le statue del mitologico liver, uccello metà cormorano e metà aquila, ci vogliono quasi 40 minuti di cammino fino all’Hill Dickinson. Sul lungo fiume, dalla parte già ampiamente riqualificata dei Docks, piena di musei e locali e con la celeberrima statua dei Fab Four, bastano pochi metri per essere poi scaraventati nel passato. Magazzini abbandonati, pub defunti e deliri brutalisti, come i tubi di ventilazione del tunnel che passa sotto il fiume Mersey, compongono il panorama. Già si intravedono, però, i germogli dell’incipiente gentrificazione: i cartelli dei lavori in corso sono onnipresenti, l’immensa Tobacco House sta già riprendendo vita, mentre il Bromley Moore pub, dopo anni di magra, è invaso dai tifosi.
Già, i tifosi. Per loro l’Hill Dickinson Stadium è una sorta di epifania, un nuovo inizio per la nobile decaduta del calcio inglese quale è l’Everton, a digiuno di vittorie da troppi anni e pericolosamente vicina alla zona retrocessione in varie occasioni. Il tutto mentre gli «altri», i cugini del Liverpool, continuano a veleggiare nell’élite del calcio mondiale.
Come a voler confermare questo stato mentale, durante l’anabasi verso la nuova arena scorgiamo vari cappellini che fanno il verso al MAGA trumpiano, con Everton al posto di America. Il riferimento alla proprietà a stelle e strisce, quel Friedkin Group che da noi è al comando della AS Roma, non appare per nulla casuale.
L’unica perplessità che abbiamo colto nel flusso di supporter è il doversi accollare la lunga camminata durante i mesi più freddi dell’anno, quando il vento che arriva dalla Mersey è implacabile e ti taglia la faccia. In macchina bisogna parcheggiare almeno a 20 minuti dallo stadio, i collegamenti con i mezzi pubblici sono al momento un problema, quindi serviranno tante sciarpe e giacconi pesanti.
Ma questo barlume di negatività sparisce alla vista dello stadio, contornato dai muri e dalle torrette del vecchio dock e con una struttura esterna dove i mattoncini rossi di vittoriana memoria si amalgamano bene con materiali più moderni. Per intenderci, non c’è l’effetto astronave come per tante arene moderne, per esempio quelle di Tottenham e Arsenal a Londra. Poi all’interno l’architetto statunitense Dan Meis è riuscito a sfruttare il massimo della pendenza consentita per permettere ai tifosi di sentirsi vicino al campo.
Parlando con alcuni tifosi dei Blues, però, traspare un po’ di nostalgia per il vecchio e glorioso Goodison Park. Le lacrime versate in occasione dell’ultima partita nell’impianto che ha ospitato anche i mondiali del 1966 sono state tante, ci sono centinaia di video a testimoniarlo. Ma per una volta la storia del traumatico addio alla casa di mille emozioni calcistiche ha preso una direzione diversa: Goodison Park non sarà abbattuto per favorire speculazioni edilizie, come accaduto per tanti stadi storici, come il Boleyn Ground del West Ham o il Maine Road del Manchester City. Goodison Park continuerà a ospitare partite di calcio, quelle della prima squadra femminile dell’Everton. Un’ottima notizia per gli amanti della tradizione e del calcio del bel tempo andato.
di Luca Manes, da https://ilmanifesto.it
23 settembre 2025
"CITTA' STADIO" di Giorgio Coluccia (Absolutely Free), 2020
C'è un filo invisibile capace di unire ancora l'Inghilterra del football. Passa per i suoi stadi storici, quelli che restano annodati al cuore della propria gente. Il libro segue un itinerario che resiste all'avanzare del tempo, laddove il football ground coincide ormai con l'essenza del quartiere, aggrega intere generazioni della stessa città attorno a un'unica squadra.
Ci sono Portman Road a Ipswich (1884), Ashton Gate a Bristol (1887), St James' Park a Newcastle (1892), Old Trafford a Manchester (1909), Highbury (1913), che da Londra in realtà non se ne è mai andato, e l'eccezionale singolarità di Nottingham, dove City Ground (1878) e Meadow Lane (1910) se ne stanno adagiati sulle rive del fiume Trent a guardarsi ad appena 275 metri di distanza. "Città stadio" è un pellegrinaggio nel cuore di ogni quartiere, per andare a caccia delle origini, delle storie più nascoste, di appassionati che hanno trasformato quegli impianti in una seconda casa, chiudendo a chiave dentro di essi partite da tramandare ai posteri. Come meteore sono passati calciatori, allenatori, avversari, presidenti e intere stagioni, ma gli stadi storici resistono ancora, sono veri e propri reduci rispetto a calamità, guerre ed esigenze di modernità che non risparmiano nessun ambito. Eppure ci sono ancora e "Città stadio" va a scavare nella loro esistenza per raccontare ciò che custodiscono. Prima che sia troppo tardi.
5 settembre 2025
"ADDIO WEST HAM: Il nostro ultimo anno ad Upton Park" di Roberto Gotta (Indiscreto), 2016
L'ultima stagione del West Ham nel suo storico Boleyn Ground, raccontata da un giornalista che l'ha vissuta nel modo migliore possibile. Quindi non dalla tribuna stampa o intervistando i calciatori, come in oltre trent'anni di lavoro, ma da fedele spettatore con tanto di abbonamento 2015-16 (Bobby Moore Stand Upper, fila S, posto 34). L’esplorazione dell’East End e del mondo claret&blue per spiegare l'evoluzione del calcio inglese: sospeso fra nostalgia ed esigenze di marketing, localismo ed internazionalizzazione, valori umani e showbusiness. Il tutto con il filtro della nostalgia per un mondo che in alcuni anni ha raggiunto la perfezione. Un passato di stadi costruiti fra le case, un passato impresso in modo quasi fisico nella memoria e nella pelle, un passato che rappresenta l'essenza più vera e indimenticabile del calcio inglese: le maglie senza sponsor, i calciatori e gli spettatori quasi tutti britannici, l'assenza di protagonismo sugli spalti. Passato ma anche tanto presente, il West Ham e la Premier League di oggi, con uno sguardo preoccupato al futuro dell’Inghilterra non soltanto calcistica. Più tante storie riguardanti una Londra popolare e poco conosciuta, lontana dalle rotte turistiche: città impossibile da spiegare in maniera definitiva, da cui però tutti sono inesorabilmente attratti. Non soltanto le migliaia di tifosi italiani degli Hammers, che in questo libro ritroveranno però le sensazioni e la passione di tante trasferte.
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Scrivere questo libro è stato molto semplice e al tempo stesso infinitamente difficile. La semplicità deriva dalla sua natura di racconto di viaggio, la complicazione viene invece dalla necessità, per me assoluta e totalizzante, di lasciare qualcosa di concreto, di leggibile anche a distanza di tempo e soprattutto di non banale o scontato.
Da quando esiste il web chiunque può scrivere libri e chiunque pubblica libri, spesso senza neanche accertarne il valore. Con una cospicua serie di copia-incolla si possono mettere assieme la biografia di un calciatore o il ritratto di una squadra senza mai aver messo piede nel loro stadio, aggiungendo poi qualche luogo comune e cialtroneggiando. Se dunque già prima del web il mio atteggiamento di base era quello di vedere e riferire, togliendo di mezzo le mediazioni altrui quando possibile, da metà anni Novanta in poi tutto si è accentuato al punto che ormai, fosse per me, parlerei solo di ciò che ho visto con i miei occhi dal vivo.
Le necessità e le modalità del lavoro ufficiale però spesso penalizzano questa mentalità. E alla fine bisogna arrangiarsi da soli, nei propri spazi e momenti. È quello che ho fatto, abbonandomi al West Ham per la stagione 2015-16 e seguendo dal vivo tutte le sue partite di Premier League, tranne una. Una stagione particolare, ovviamente: l’ultima al Boleyn Ground, o Upton Park, 111 anni dopo la prima, iniziata l’1 settembre 1904 in occasione di una gara contro il Millwall che stava già diventando la grande rivale locale. In tutto l’anno calcistico ho saltato appunto soltanto la partita del 14 settembre, contro il Newcastle United, per motivi di lavoro. Dunque ho visto 18 delle 19 partite in casa degli Irons: esperienza totalizzante e indimenticabile, frenetica e al tempo stesso rilassante. Delirio e poesia, anche se una poesia graffiata con il punteruolo sui mattoni, sul cemento, sullo sbrecciato delle strade dell’East End che ho cercato di percorrere come non ho mai fatto con alcun altro ambiente in vita mia, nemmeno nel quartiere in cui sono cresciuto.
Perché il racconto non è quello di ogni partita ma quello di ogni trasferta. Ho provato ad avvicinarmi al Boleyn Ground da tutte le direzioni possibili annusando in mattinata, o in serata, luoghi collegati alla storia del club quando ancora si chiamava Thames Ironworks e aveva tutt’altro scopo nella vita. Scherzando, ho voluto riproporre quell’antica e orrenda espressione usata da cronisti poveri di fantasia: sono arrivato o mi sono avvicinato allo stadio con ogni mezzo, comprese funivie e barche. Ho toccato con mano – letteralmente – monumenti e abbracciato cancelli, ho indossato maglie che giacevano da anni in un cassetto e ho quasi perso l’equilibrio quando al terzo gol di Andy Carroll contro l’Arsenal il signore seduto dietro di me si è sporto in avanti per festeggiare.
È un libro, questo, scritto non da giornalista: quello che ho fatto e i posti che ho visitato erano alla portata di tutti. Esempio: non ho cercato di parlare con giocatori del West Ham perché avrei avuto le facilitazioni e la corsia preferenziale del cronista. Ma è anche un libro scritto da un non-tifoso: da ormai parecchi anni ho messo in un angolo la preferenza emotiva per questo o quello. Avendo un ruolo da commentatore non posso permettermi di tifare, ma non è solo per questo che non tifo. Sul calcio inglese e sullo sport americano mi riservo infatti il diritto di godermi quello che vedo senza farmi condizionare da gelosie, antipatie o ripicche. L’ho già scritto molte volte e mi ripeto: se vado a Bramall Lane e rimango ammaliato dall’ambiente dello Sheffield United, perché non provare le stesse sensazioni a Hillsborough a vedere il Wednesday? Perché devo odiare gli uni se mi piacciono gli altri, scimmiottando – da persona nata e cresciuta a migliaia di chilometri di distanza, in ambienti totalmente diversi – rivalità locali che nascono da età, sensazioni, ambiti a noi sconosciuti? Libertà di pensiero a chiunque, ma spesso mi sembra che ci sia molto di prefabbricato nelle diatribe tra tifosi di club di altre nazioni, quasi che si dovesse seguire un manuale di comportamento e non ciò che si prova realmente. Fare poi il tifoso per dovere, in questo anno, sarebbe stato anche offensivo verso i tifosi veri, quelli cresciuti lì intorno, dediti da sempre alla causa, gente che magari si rovina la serata – spero non oltre, altrimenti diventa ossessione – se la propria squadra perde.
Sono un non-tifoso che ha però sempre avuto simpatia per i colori claret&blue, anche per la loro assenza in altri campionati, e per lo stadio, al punto da poter dire che non avrei fatto altrettanto per un’ultima stagione al Selhurst Park – non di sicuro da quando il Palace ha tifosi che scimmiottano tristemente quelli europei – o a Stamford Bridge. Un non-tifoso che è rimasto affascinato in modo definitivo dall’estetica di alcune maglie, avvolte nel cuore prima ancora di essere state avvolte dalla memoria. Quelle dal 1976 al 1981, ad esempio. Compresa la migliore di tutte, almeno per il mio gusto estetico: la maglia del West Ham per la finale di FA Cup del 1980, vinta 1-0 contro l’Arsenal, è la più bella mai indossata da una squadra di calcio.Tra i primi posti di questa classifica, che in realtà non è tale dato che detesto graduatorie basate su sensazioni, c’è quella proprio dell’Arsenal nella medesima partita e dunque si capisce come mai il mio cervello vada in cortocircuito e trasmetta messaggi disturbati quando vedo foto o immagini di quella partita. Così come quando capito davanti a foto di stadi inglesi degli anni Sessanta o Settanta: basta un particolare per capire se si è a Portman Road o a Goodison Park, un particolare che può anche essere architettonicamente non esaltante ma che rendeva comunque unico quel luogo. Inutile dire che su entrambi i piani rimpiango il passato, nel quale cerco spesso un disperato rifugio dal ribrezzo del presente. Un ribrezzo che parte da basi molto diverse, anzi opposte a quelle di chi solitamente protesta contro il calcio moderno: non ho nulla contro il calcio delle televisioni in sé, ma ho molto contro il calcio aperto tutto l’anno, contro le ossessioni del mercato e chi le alimenta, contro la globalizzazione del tifo che rende tutto indistinto e fa entrare nella famiglia gli ignoranti e i cafoni.
È un paradosso, questo, e lo sento al cento per cento: lo stadio inglese ideale, nella mia visione, è quello al cui interno siedono solo inglesi, anzi solo tifosi della città o del circondario in cui ha sede la squadra, magari provenienti da altre zone in cui si siano trasferiti. Ma nessun altro, dunque nemmeno io. Secondo me nessuno di noi, per quanto si atteggi, può comprendere in fondo le sensazioni, la mentalità, i giochi di parole, i sentimenti di chi intorno a una squadra o a uno stadio è cresciuto. Per questo motivo durante la stagione 2015-16 ho contribuito a rendere peggiore il Boleyn Ground, sedendo al posto di un residente locale – o para-locale – che magari avrebbe cantato di più, avrebbe assorbito, rielaborato e trasferito le sensazioni e le battute degli spettatori circostanti, avrebbe costituito una cellula di passaggio e trasmissione più immediati di cosa voglia dire tifare West Ham. Ed è vero che in realtà intorno a me, dal 15 agosto al 10 maggio, solo in 6 o 7 hanno fatto partire cori o si sono fatti realmente sentire durante la partita, per cui alla fine un East Ender (londinese dell’East End) silenzioso equivale a uno straniero silenzioso, ma pur avendola voluta e adorata ho sentito in questa mia partecipazione di nove mesi (toh!) alle sorti di uno stadio, più che di una squadra, quasi una contaminazione. Teoria, lo so, non comune e forse esagerata, ma lasciando perdere il tragico discorso hooligan, rimpianti a quanto pare soprattutto da chi idealizza la violenza e non ci è mai stato immerso – io sì, e non li rimpiango proprio -, quando vedo le masse omogenee ed ondeggianti sugli spalti degli anni Settanta vedo un mondo che ho amato, che ha dato un segno alla mia esistenza più che al mio lavoro e che però ora è sparito, così come i palloni bianchi Mitre o Minerva, i gol festeggiati con una semplice stretta di mano, le lettere dell’alfabeto sulla recinzione, i cartelloni pubblicitari Everard Ovenden Papers ed Esso, le musichette anche ingenue prima del calcio d’inizio.
In questa stagione al Boleyn Ground sono andato a rendere omaggio allo stadio ma anche, dunque, a cercare una sorta di immersione nel passato, cercando di coglierne elementi che altrove sono già scomparsi e ora scompariranno anche al West Ham United. Club che diventa altro, pur restando se stesso. È avanzamento e progresso, non è un delitto anche se è ovviamente un’imposizione. Ma è solo una delle tante, nella vita delle persone.
P.S. L’ultima parte di questa introduzione l’ho scritta nella stanza 312 del West Ham United Hotel, l’albergo ospitato dentro il Boleyn Ground. C’ero già stato in passato e ho voluto tornare per un ultimo saluto. Molti di voi lo sanno già: le stanze dell’hotel nei giorni di partita devono – dovevano… – essere sgomberate entro le 8, perché lo staff del club le trasformava in meno di un’ora nei salottini di lusso dai quali aziende e vip paganti potevano assistere alla partita. La porta-finestra, con vista sul campo, si apre direttamente sui seggiolini imbottiti con prospettiva perfetta sul prato, non troppo alti né troppo bassi. È mio compito e dovere dare corpo fisico alle sensazioni che si provano, ma quella di poter leggere la sera tardi grazie alle luci dello stadio accese fino a mezzanotte, insieme a quella di alzarsi al mattino e vedere come prima cosa il campo, faccio davvero fatica a raccontarle
RECENSIONI
LA GAZZETTA DELLO SPORT – L’East End londinese, l’Aunt Sally’s Caffè e la sua monumentale colazione, il venditore di programmi, il Nathan’s e la sua ‘pie’ all’anguilla, il Boleyn Pub, il Queen’s market, gli odori di fritto e poi, tra le case, piano piano, i primi squarci dello stadio, il Boleyn Ground. In ‘Addio West Ham’ (ed. Indiscreto, pag. 324, euro 18,90) Roberto Gotta ci accompagna per una stagione intera a Upton Park, lo stadio degli Hammers che dopo 112 anni di onorato servizio ha chiuso i battenti. Giornalista di Fox Sports, già autore di un libro di culto per gli amanti del calcio inglese, ‘Le reti di Wembley’, purtroppo mai più ristampato, Gotta ha pensato bene di abbonarsi al West Ham per l’ultima stagione nel mitico impianto. Ha visto tutte le partite in casa della squadra, tranne quella col Newcastle, e ce le ha raccontate in un diario che è un tuffo nelle tradizioni e nella storia del calcio d’Oltremanica. Ma non di solo calcio si parla, perché il libro è un viaggio nel quartiere del club, ogni partita un itinerario diverso, ogni tappa un percorso a caccia dei luoghi della memoria, girovagando in una Londra che meno turistica non si può. E ogni volta inseguendo il fiume di maglie ‘claret&blue’, quell’accoppiata unica di colori. marchio di fabbrica della squadra che fu di Bobby Moore. Qui a parlare non sono le star, ma il 65enne vicino di posto dell’autore con la faccia di uno che “deve averne viste parecchie”, il gestore del pub e lo storico venditore di una fanzine che chiuderà con la morte di Upton Park. Domina su tutto una quasi commovente nostalgia per il calcio inglese che fu. (Articolo di Paolo Avanti, pubblicato sulla Gazzetta dello Sport di martedì 20 dicembre 2016)
30 aprile 2025
STADIA - Gli stadi di Sheffield
Dopo alcuni articoli di vario genere torno ad occuparmi di stadi, rubrica che aveva destato interesse con i precedenti servizi sugli impianti progettati dall’Arch. Leitch e su quelli scomparsi in Londra.
Per questo viaggio ci spostiamo più a nord e precisamente in Yorkshire, a Sheffield che un tempo era universalmente riconosciuta come la capitale dell’acciaio, della lavorazione di lame, delle posaterie oltre che dell’argento. Il calcio era un tipico svago dei lavoratori delle tante fabbriche locali visto che questa grande città non offriva, e se ci è consentito, non offre tutt’ora grossi diversivi e svaghi alternativi. Per fortuna che il football non venne a mancare, almeno quello, durante gli anni 70 e 80 quando il declino delle industrie locali lasciò senza lavoro o in condizioni precarie migliaia di operai e impiegati.
Come ben saprete qui troviamo due clubs storici della football league, il Sheffield Wednesday fondato nel 1867 e il Sheffield United nato nel 1889 con le rispettive case ovvero Hillsborough e Bramall Lane. Hillsborough è un luogo caro a tutti noi appassionati poiché è stato usato innumerevoli volte come sede della semifinale di FA Cup, tra cui anche quella tragica del 1989 quando 96 sostenitori del Liverpool perirono soffocati, calpestati o schiacciati contro le recinzioni allora purtroppo in voga, estrema difesa negli anni bui dell’hooliganismo. Aperto nel 1899, fu conosciuto fino al 1912 come Owlerton. Il primo consistente intervento fu la costruzione del South Stand che aveva sul tetto il sontuoso padiglione con orologio ed il nome del club. Fortunatamente nei più recenti ammodernamenti il gable in questione ha mantenuto il suo posto sia pure in forma più attuale. Successivamente anche le West e North Bank furono coperte, mentre l’ East End meglio conosciuta come Kop dovette attendere ancora molto prima di permettere agli occupanti una protezione dagli elementi.
Successivi importanti interventi furono realizzati in occasione della scelta di inserire Hillsborough come una delle sedi del mondiale 1966. Furono realizzati in successione un nuovo North Stand, un nuovo West Stand e furono aumentati i posti a sedere nel South Stand. Il successivo drastico cambiamento giunse in seguito al noto Taylor Report che ridusse la capienza e fece si che nel giro di due anni tutto l’impianto diventasse completamente con posti a sedere. Si passò così dai 60.000 posti dei primi anni 70 all’attuale capienza di poco superiore ai 36.000 seats. Il record di presenze, quasi 73.000, si registrò nel 1934 per un quinto round di FA Cup contro il Manchester City.
Da segnalare un paio di curiosità: in Leppings Lane, la via che passa dietro il West Stand, c’è un piccolo ma fornitissimo negozio di memorabilia calcistica; se un giorno doveste fare una visita alla casa degli Owls andateci e magari vi troverete quel vecchio programma o annuario che mancavano alla vostra collezione. Il Wednesday prima di giungere a Hillsborough usò per alcune partite di cartello lo stadio dei “cugini” dell’United ovvero Bramall Lane.
La casa dello Sheffield United nasce come impianto per il cricket nel 1854. Proprio dal locale cricket club sorge l’United e di conseguenza l’impianto ebbe sino agli anni 70 una situazione particolare, ovvero i terreni di gioco delle due discipline erano confinanti e la parte dedicata al football aveva solo tre blocchi di gradinate, mentre il quarto lato era aperto sul campo da cricket. Durante l’ultimo conflitto mondiale, ben 10 bombe colpirono e danneggiarono seriamente le strutture esistenti. Una volta terminati i lavori post-bellici di recupero e restauro, che durarono diversi anni, l’United iniziò a fare pressioni al fine di poter ottenere il campo da cricket per edificarvi un nuovo Stand. Ciò avvenne nel 1975 quando fu inaugurata la nuova tribuna, dopo che l’ultima partita dedicata a bats e wickets avvenne nell’agosto del 1973.
La parte più vecchia era il John Street Stand, ovvero la tribuna principale, mentre dietro le rispettive porte si trovavano due ampie terraces di cui quella ad est era chiamata, anche qui, Spion Kop. Drastica la diminuzione di capienza per effetto del solito Taylor Report che ridusse ad un comunque più che confortevole 30.000 posti quello che sino ai primi anni 70 ne ospitava 55.000. Il record di presenze si ebbe nel 1936 per un quinto turno di FA Cup contro il Leeds United con oltre 68.000 spettatori.
La tipologia dello stadio di Bramall Lane non fu unica visto che anche il County Ground di Northampton si divideva tra football e cricket ed anche in questo caso solo tre lati di tribune vennero erette. Ma il Northampton Town a differenza dei Blades non costruì mai il quarto Stand, ma si trasferì nel nuovo impianto di Sixfields nel 1994.
Al Sheffield United invece, con l’acquisizione del terreno destinato al cricket, oltre alla quarta tribuna ed al completo enclosing dell’impianto, restò abbastanza spazio per costruire uno dei parcheggi più ampi della FL. Considerando che gli stadi di Sheffield sono affascinatamente incastrati tra file di terraced houses, quello di un ampio parcheggio adiacente le tribune è sicuramente un enorme plus.
di Gianluca Ottone, da "UK Football please"
3 febbraio 2025
CHARLTON ATHLETIC. "The Valley Floyd Road"
Viaggiando in lungo e largo, anche solo con la testa visti i tempi in cui ci troviamo, molto spesso a qualcuno saranno saltate alla mente affermazioni tipo: “quanto mi piacerebbe andare a...” oppure: “chissà come deve essere quel posto?”.
Chi non lo ha mai fatto almeno una volta, magari progettando anche di recarvisi in quel determinato posto? Va bene tutto ma, tornado alla realtà, di questi tempi molto strani in cui ci troviamo a dover vivere, meglio non progettare nulla e rimanere con i piedi a terra e far volare la mente. Oggi, grazie ad Internet, si possono fare diverse cose tra cui ammirare determinati posti che stuzzicano la nostra fantasia e destano la nostra curiosità.
In questi mesi ho alimentato la mia conoscenza e curiosità per quanto concernono i vari impianti sportivi dei vari club calcistici della capitale britannica: Londra. Esitando un poco di meno sui vari terreni di gioco dei club londinesi più o meno blasonati e/o più conosciuti, c'è stato un particolare stadio che ho ammirato più volte in diversi video e ne ho ampliato la conoscenza storica dello stesso.
La mia attenzione maggiore è piombata sul “The Valley” lo stadio e quartier generale del Charlton Athletic F.C. Ne sapevo poco, onestamente, della struttura e così ne ho approfittato per ampliare qualche conoscenza più su questo “tema architettonico” sportivo londinese.
Come detto ci troviamo a Londra con questo nostro “viaggio mentale”.
La capitale britannica racchiude circa ventidue club di calcio professionistici e semi professionistici e quindi, si capisce da sé, che la città viva di calcio 365 giorni l'anno.
Trovandoci, ipoteticamente, nella centrale stazione di King Cross basta prendere la linea ferroviaria Thameslink, dalla stazione di London St Pancras, per poi cambiare, una volta a London Bridge, con la linea Southeastern fino alla fermata, appunto, Charlton. Siamo a destinazione, benvenuti al “The Valley”.
The Valley è lo stadio che ospita le partite casalinghe del Charlton FC dal 1919 ed è uno degli impianti più suggestivi d'oltremanica nonostante gli Addicks (soprannome del club a sud est di Londra) non siano uno dei club più blasonati e titolati di Londra. Il Charlton ha, ad oggi, la solo FA Cup del 1947 in bacheca. Entriamo ora, però, nel merito della storia dello stadio.
Agli inizi del '900 il Charlton non aveva ancora una dimora calcistica fissa infatti, tra il 1905 ed il 1914, vide un susseguirsi di cambio campo per le partite casalinghe. Nel 1919, durante un periodo, tutto sommato, discreto a livello di risultati per il Charlton venne trovata una fossa di sabbia abbandonata proprio nell'omonima zona del club in direzione sud est di Londra. Il club, però, non avendo abbastanza fondi per sviluppare il progetto venne aiutata da alcuni volontari e sostenitori dello stesso Charlton Athletic i quali si misero a lavorare su quel terreno appiattendolo definitivamente al fine da renderlo praticabile come campo da gioco. Allo stesso tempo vennero innalzate piccole stand “di fortuna” per i vari supporters.
Secondo molti appassionati pare proprio che il nome dello stesso stadio, come lo conosciamo oggi, “The Valley”, sia dovuto al suo aspetto originario molto simile ad una vallata.
Il club giocò la sua prima partita al The Valley prima che venissero installati i posti a sedere ed anche le varie “terrace”; vi era semplicemente un campo chiuso con la folla in piedi o seduta sui terreni adiacenti e circostanti al campo di gioco. Le circostanze con il quale lo stadio sorse e la partecipazione da parte dei sostenitori ad erigerlo, creò un forte legame tra gli stessi e la “vallata” dove questo, ancora oggi, è sito.
Nella stagione 1923-24, il Charlton giocò allo stadio “The Mount” di Catford, in un'area molto più popolata. Nella stessa stagione venne messa in atto un'idea di fusione con il Catford South End FC la quale fallì portando il Charlton a tornare a giocare le sue partite casalinghe “a valle”. The Valley è stato molto spesso oggetto di discussioni infrastrutturali per fini secondi al calcio giocato e al benessere dei sostenitori del club di casa.
Nel 1967, tale Len Silver, promotore di Hackney Speedway, gara motociclistica, fece domanda per formare a Charlton un club di speedway della British League. Vennero proposti piani per costruire una pista attorno al perimetro del campo da calcio. L'applicazione della pista serviva, appunto, per la gara motociclistica; tale progetto venne, inizialmente, sostenuta con entusiasmo, ma alla fine è stata accantonata per motivi derivanti il chiasso dovuto dai motori delle motociclette.
Per molti anni, The Valley è stato uno dei più grandi terreni della Football League in Gran Bretagna. Tuttavia, la lunga assenza del Charlton dai massimi livelli del calcio inglese, ha impedito il rinnovamento necessario all'impianto poiché i fondi si sono prosciugati e le presenze sono diminuite. Nel 1957 il Charlton fu retrocesso dalla First Division e non vi tornerà fino al 1986. Nel 1972 fu retrocesso addirittura nella Third Division.
Nel 1984 il club venne acquistato da un consorzio di sostenitori i quali si impegnarono a tappare tutti i buchi di bilancio degli Addicks ma lo stadio, però, rimase sempre della vecchia proprietà la quale non si operò mai per un miglioramento impiantistico atto a rispettare i requisiti di sicurezza. Tutto questo portò, nella stagione 1985-86, il Charlton alla dolorosa scelta di spostarsi e lasciare la propria casa sportiva per giungere, a seguito di un accordo con il Crystal Palace, alla condivisione di Selhurst Park. L'accordo tra i due club, rivali oltretutto, fu il primo accordo “Groundshare” mai avvenuto nella Football League. Fortunatamente, però, la società proprietaria dell'impianto riapre le trattative con il Charlton Athletic per poter rielaborare il ritorno dello stesso club al suo vecchio ed amato The Valley. Raggiunto l'accordo i protagonisti furono, come quando venne innalzato lo stadio nel lontano 1919, i suoi tifosi i quali si offrirono volontari per ripulire tutto il campo dal degrado nel quale l'impianto approdò quando il Charlton si spostò momentaneamente a Selhurst Park.
L'unico dettaglio che, però, ancora non dava il via libera alla possibilità di giocare a The Valley era il fatto dovuto alla sicurezza in quanto, le sue terrace, erano obsolete e , soprattutto, non più a norma. A questo punto i sostenitori del Charlton Athletic lanciarono la proposta di ricostruire completamente lo stadio in modo che, la loro squadra del cuore, vi tornasse a giocarvi all'inizio degli anni '90. Purtroppo, però, arrivò una vera doccia gelata per i supportes degli Addicks in quanto il Consiglio Distrettuale di Greenwich rifiutò la proposta portata avanti dai tifosi, con lo spalleggiamento dello stesso club, di avviare ampi lavori di aggiornamento per far sì che The Valley divenisse uno stadio a norma. Se il Consiglio Distrettuale, però, pensava che questi tenaci londinesi di sud est si sarebbero arresi così facilmente dovettero ricredersi immediatamente. I sostenitori del club diedero vita ad un loro partito politico locale, chiamato “Valley Party”, in risposta alla decisione del consiglio. Il partito portò avanti una battaglia al fine di poter concretizzare il progetto e far sì che vi fossero ditte, aziende ed imprenditori atti ad ultimare lo stadio in chiave moderna. Il Valley Party vinse con quasi 15.000 voti alle elezioni locali del 1990, facendo pressioni con successo sul consiglio per approvare i piani per il nuovo stadio. Nel 1991 iniziarono i lavori per la costruzione del nuovo The Valley e il club si trasferì dallo Selhurst Park ad Upton Park, casa del West Ham United.
In origine si sperava che il club tornasse giocare le sue partite casalinghe nello stadio prima di Natale di quell'anno ma, la riapertura dello stesso, ha dovuto affrontare una serie di ritardi prima di tornare in attività definitivamente nel dicembre 1992.
Da lì in poi lo stadio è rimasto, per sempre, la casa del Charlton subendo giusto qualche modifica nel 2001, stagione in cui gli Addicks, approdarono in Premier League rimanendovi per sette stagioni. Il club ha l'ambizione di estendere la capacità del terreno a oltre 40.000 posti (ad oggi siamo a 27.110) espandendo la East Stand e ricostruendo completamente la South Stand. Tutto questo, però, rimane incerto, ad oggi, ed i piani di ampliamento sono ancora congelati a causa della retrocessione del club dalla Premier League, nel 2007, e dalla Championship due anni più tardi.
Per quanto concernono le varie stand, ognuna di queste ha una sua storia a livello infrastrutturale. Iniziando dalla North Stand, chiamata anche “The Covered Stand” per via della sua copertura in alto, è stata costruita durante la stagione 2001-02 come parte degli sviluppi per ampliare la capacità del The Valley a 26.500 dopo la promozione in Premier League nel 2000. La North Stand è nota per ospitare i sostenitori più caldi ed accaniti, a livello di canti e folklore, dell'impianto. Al livello superiore esternamente rispetto al terreno di gioco vi sono numerosi ristoranti e suite executive.
Con una capacità di 5.802 posti, l'East Stand venne costruita durante la stagione 1993-94 e venne ultimata nel 1994. Come parte del primo sviluppo dal ritorno, ricordiamo, nel 1992, ha sostituito la grande East Terrace, che era rimasta chiusa e vietata all'uso, per motivi di sicurezza, dalla metà 1980 dopo l'incendio avvenuto stadio del Bradford City. L'East Stand è costituito da un unico livello di posti a sedere ed ospita anche la zona adibita alle varie troupe televisive ed i numerosi executive boxes.
Nel lato opposto della struttura abbiamo la West Stand con un capacità di 9.000 posti. Questa venne costruita nel 1998 dopo la prima promozione del Charlton in Premier League. La West Stand è congegnata su due livelli e può vantarsi di essere la stand con il più ampio numero di posti a sedere. Internamente ad essa vi sono gli spogliatoi, le sale riunioni e gli uffici del club, la sala conferenze, il tunnel per l'accesso al terreno di gioco, la biglietteria e lo store del club. La vera perla, però, di questa importante stand è la possibilità di ammirare, esternamente, la statua di Sam Bartram (considerato il miglior giocatore di Charlton) in prossimità della stessa entrata nella West Stand.
Infine vi è la South Stand la quale è chiamata, anche, “Jimmy Seed Stand” in memoria del manager che portò il Charlton alla vittoria dell'unico trofeo del club nel 1947, la FA Cup. Questa Stand ha una capacità di soli 3.000 posti ed è quella parte di stadio dedicata ai tifosi ospiti.
Abbiamo terminato questo viaggio mentale, ipotetico, fantasioso, ognuno lo chiami come meglio crede. Grazie ad Internet, oggi, si possono scoprire tante cose ed ampliare curiosità legate a luoghi che, come premesso inizialmente, stuzzicano la nostra voglia di scoperta. Una scoperta che ogni volta riserva sorprese come è stato The Valley. Questo stadio ha una storia straordinaria in quanto è stato, fin dall'inizio, la casa voluta a tutti i costi dai tifosi del Charlton. Sicuramente, questo club, non è uno dei più blasonati, titolati e noti di Londra o di tutto il Regno Unito, però l'incredibile attaccamento dei suoi tifosi ed il loro senso di appartenenza territoriale al loro stadio è qualcosa di magico e paragonabile ad una vittoria immensa come può essere una Champions League. I tifosi Addicks sono arrivati anche, negli anni 80, a fondare un partito per fare in modo e maniera che il loro stadio continuasse a vivere e continuasse a rappresentare la loro zona in quel di Londra, il sud est.
Ormai, ad oggi, il calcio britannico fa gola a molti imprenditori anche stranieri e magari, chissà, uno sceicco arabo od un magnate russo verrà, un giorno, ad acquisire questo piccolo grande club londinese con dei tifosi dal cuore immenso per portare più fortune sportive nel sud est di Londra; una cosa, però, dovrebbe essere chiara a tutti: NESSUNO TOCCHI MAI THE VALLEY!
di Damiano Francesconi
21 gennaio 2025
"LASCIARE GOODISON PARK" di Davide Ghilardi
Mi è stato chiesto dagli amici di FIRST DIVISION di raccontare le impressioni sul passaggio da Goodison Park al nuovo stadio che sorge a Bramley Moore programmato, a fine stagione, come tutti sappiamo.
Voglio essere onesto con chi leggerà questo post nello scrivere che non sono in grado di farlo, nel senso che posso raccontare solamente quelle che sono le mie emozioni. Dovete sapere che sono un Evertonian dalla fine degli anni ’90, quando il calcio inglese mi piaceva ma non avevo una squadra preferita sino a che non ho visto i Toffeemen giocare a Goodison Park; l’occasione fu una partita contro il Manchester United, stagione 1990-91, una delle prime partite dal ritorno dello storico Manager Howard Kendall sulla panchina del club che aveva portato ai successi degli anni ’80. Mi piacque tutto di quell’atmosfera, di quel legame tra squadra e tifosi che cominciai a seguire assiduamente grazie ai mezzi di comunicazione di allora, vale a dire quotidiani, riviste (Guerin Sportivo su tutti) e programmi televisivi (c’era ancora TeleCapodistria). Kevin Ratcliffe, Tony Cottee, Neville Southall e gli altri giocatori diventarono la quotidianità di un ragazzino che non era stato “scelto” dalla squadra più forte del panorama calcistico ma che lo rendeva felice indipendentemente dal risultato del campo.
Goodison Park, poi, da sempre ha rappresentato più di un campo da gioco… Chi conosce la storia dell’Everton sa che quello stadio fu costruito perché non si voleva rimanere sotto il controllo del primo proprietario della squadra, il quale voleva sfruttare il fatto di essere proprietario di Anfield per ottenere dividendi da questa situazione; una decisione quella degli altri soci che componevano il Board del club che fece capire una cosa importante: l’Everton non poteva appartenere ad una persona sola, era nato per rappresentare una comunità e la sua gente e sarebbe stato sempre così. Lo stadio sorge in una zona popolare di una città, Liverpool, dove il tessuto sociale è sempre stato molto particolare rispetto alle altre realtà urbane inglesi. La sua gente ha sofferto tantissimo, la disoccupazione è sempre stata all’ordine del giorno e le squadre di calcio rappresentavano un momento per distrarsi e trovare un sorriso dispetto alle difficoltà della vita quotidiana. Chi ha avuto la fortuna di visitarlo avrà sicuramente notato quanto l’ambiente sia “semplice”, con l’aria intrisa da birra e pies che somiglia più ad una realtà amatoriale rispetto ad uno di Premier League e questo poiché la fan base dei Toffeemen è di stampo prettamente “working class” e da qui la nomea di “People’s Club” che lo accompagna da sempre.
Quando è stato annunciata la conferma della costruzione del nuovo stadio di Bramley Moore che prende il nome da un vecchio Dock in disuso sulla riva del fiume Mersey, in tanti sono stati contenti perché hanno visto in questa nuova realtà l’opportunità di poter trovare quei fondi necessari per poter competere con i club più importanti a livello economico, ovvero ciò che è diventato essenziale per riuscire a vincere.
Personalmente, invece, ho subito pensato in nome del calcio moderno l’Everton stava rinunciando alla sua caratteristica peculiare, l’essere un “People’s Club” come citavo sopra; il gioco valeva la candela? Sarebbero stati tutti contenti.
Chi pensa che con Bramley Moore si potesse fare uno passo in avanti per avere nuovi investitori hanno ragione, infatti è arrivata la nuova proprietà americana guidata dalla famiglia Friedkin che ha capito subito l’importanza di questa opportunità per sbarcare nel campionato inglese; alcuni hanno fatto, però, presente, che tante attività che vivono della presenza di Goodison Park saranno destinate a chiudere visto il trasferimento e ciò significherà posti di lavoro in meno in una città come la Liverpool attuale che è migliorata molto negli ultimi anni ma che ancora soffre della mancanza di opportunità lavorative. E’ altresì vero che il nuovo stadio ne creerà altre, che si potranno sviluppare nuovi progetti che dovrebbero far nascere nuove opportunità d’impiego ma saranno uguali a quelle precedenti?
Su questi presupposti i Toffeemen lasceranno la loro vecchia casa per una nuova perché avevano necessità di essere competitivi e ciò non poteva non passare dal dover fare delle rinunce dal punto di vista sociale ma se ciò sarà sufficiente per tornare a vincere lo sa solo il futuro. L’unica certezza, al momento, è che non sarà automatico il non andare più al solito pub, al chiosco dove mangiare un boccone prima del fischio d’inizio o persino alle colonne che ostruiscono la vista del campo in alcuni settori.
Per quanto vecchio, Goodison Park rappresentava tantissimo e lasciarlo a cuor leggero, per chi è un Evertonian Through and Through, creerà un vuoto che nessun trofeo o vittoria colmerà del tutto.
di Davide Ghilardi
10 gennaio 2025
TOUR. Che gran bella sorpresa il Wellesley Recreation Ground (Great Yarmouth Town FC)
Sono ormai 45 anni (primo approdo 1979) che giro per la Gran Bretagna alla ricerca di stadi, partite, pubs e curiosità che riguardano quelle regioni, distanti dall’Italia ma vicine al mio modo di intendere il calcio e il modo di vivere…
L’estate scorsa ho programmato il mio solito giro per andare a visitare uno stadio che ha una caratteristica unica: la regione è il Norfolk quindi nell’estremo est dell’Inghilterra, la città è Great Yarmouth, ridente cittadina turistica sul mare e lo stadio si chiama “Wellesley Recreation Ground”, la squadra si chiama Great Yarmouth Town e gioca nella “Eastern Counties League Premier Division” nono e decimo livello nella piramide del calcio inglese; bene, cosa contraddistingue questo stadio rispetto a molti altri tanto più conosciuti e importanti?
È lo stadio di calcio con la tribuna centrale in legno ancora attiva più antica della storia! Costruita nel 1891 questa tribuna giganteggia per la fascia centrale del campo prendendosi tutta l’attenzione di chi come me è entrato per la prima volta in questo complesso sportivo, facendomi rimanere di sasso per l’imponenza e per la longevità di questa struttura che richiede manutenzione regolare essendo per la quasi totalità in legno.
Nello stadio ovviamente c’è ma solo durante le partite il club shop, il bar ecc. e soprattutto esattamente di fronte al grandstand una tribuna a terraces che prima aveva i sedili ma poi i tifosi si sono lamentati e allora via i sedili e tutti in piedi!
Purtroppo a causa di norme ridicole questi stadi stanno sparendo per sempre a favore di strutture anonime e prive di un qualsiasi interesse, per poter vedere queste meraviglie bisogna cercare e qualcosa si trova ancora, lasciando perdere gli sfavillii finti e tristi di una premier league che sta trascinando nello schifo anche le categorie inferiori, ma questi sono altri discorsi che non cancellano la meraviglia che ho visto l’estate scorsa e che se qualcuno fosse per caso in zona ci passi, dal vivo è anche meglio che in foto!
di Alessandro Polenghi
29 novembre 2024
"STADI o TEATRI" di Matthew Bazell (Eclettica), 2015
Lo chiamavano 'the people's game', il gioco del popolo.
Lo è ancora? Matthew Bazell ci racconta la realtà inglese degli ultimi anni: tra prezzi esorbitanti, giocatori viziati, agenti superpagati, leggi assurde, partite ogni giorno ed orario, stadi ridotti a caserme senza personalità, lontani dalle comunità e con soli posti a sedere, steward prepotenti, ecc. Il business vince sul cuore, gli sponsor sui colori.
Tutto pare perdere identità e passione. I veri tifosi sono stati sostituiti da consumatori che aspettano solo di essere intrattenuti, in silenzio. Non tutto è perduto e l'autore spiega le iniziative di chi sta combattendo l'estrema commercializzazione del football, come le esperienze del F.C. United of Manchester o dell'Afc Wimbledon. In Italia da tempo si fa l'apologia del 'modello inglese' dal quale Bazell ci mette in guardia, affinché l'Italia si tuteli, salvando l'anima del calcio vero e popolare.
25 novembre 2024
STADIA – Gli stadi della Merseyside.
Questa volta cercherò di accompagnarvi in uno stadium tour della Merseyside e ho incluso in questo viaggio gli stadi di Everton, Liverpool, Tranmere Rovers e Southport.
Per rispetto alla più anziana (e prossima all'abbandono per il nuovo stadio sul molo del Bramley-Moore Dock) delle big iniziamo da Goodison Park casa dell’ Everton.
L’arrivo dei Toffeemen a Goodison Park combacia con la nascita del Liverpool F.C., ovvero il 1892. Sino ad allora infatti l’Everton aveva giocato le sue gare casalinghe per otto anni niente meno che ad Anfield Road, il ground che diventerà sinonimo di di Liverpool F.C.
Qui aveva anche vinto il suo primo titolo nella stagione 1890/91 ma, quando il proprietario del terreno di Anfield Road decise, con l’avvicinarsi della nuova regular season di aumentare di più del doppio l’affitto, l’Everton salutò e partì per trovare una nuova casa, che troverà a poche yards di distanza semplicemente attraverso Stanley Park, che tutt’ora divide i due impianti. In tempo per l’inizio del nuovo campionato vennero erette tre tribune di cui una coperta, portando Goodison Park ad un buono standard qualitativo tanto che qui si disputò la finale di F.A. Cup del 1894 tra Notts County e Bolton Wanderers. Solo nel 1907 venne costruito il quarto stand, quello verso Stanley park. 22 Nel 1926 una tribuna di due piani sostituirà quella in legno datata 1895 su Bullens road.
Nel 1938 per celebrare l’ultimazione del nuovo stand su Gwladys Street, giunse in visita Re Giorgio VI ma dopo pochi anni i bombardamenti tedeschi danneggiarono seriamente l’intera struttura. Goodison Park riuscì almeno a ricevere un indennizzo al termine del conflitto mondiale, cosa che non accadde per tutti gli stadi inglesi bombardati. Da ricordare che la casa dei Blues fu scelta per ospitare tre partite dei mondiali del 1966 più il sensazionale quarto di finale tra Portogallo e Corea oltre alla semifinale tra Germania Ovest e URSS. Goodison Park fu uno dei pochi stadi a non avere grossi problemi con il Taylor Report; infatti sin dal 1993 il 90% dei posti era già tutto a sedere. Da segnalare che proprio le due tribune principali che si trovano lungo le linee laterali furono opera del già citato (Fanzine n.1) Arch. Leitch il quale “firmò” il progetto con la sua classica balconata a disegni diagonali ed incrociati. L’attuale capienza è di 38.500 posti contro i 60.000 ancora disponibili all’inizio degli anni ’70 mentre il record di presenza risale ad un local derby contro i Reds nel 1948: 78299 spettatori!!! Attraversiamo quindi Stanley Park, passiamo intorno al suo laghetto e dopo una salutare passeggiata nel verde eccoci di fronte l’altrettanto imponente spettacolo di Anfield che risulta però ben differente da quel che era l’originale. Il main stand fu eretto nel 1895 e qui rimase sino ai primi anni 70.
Si trattava di una splendida struttura in legno e ferro battuto dominata da un meraviglioso padiglione a cupola in stile Tudor riportante il nome del club. Nel 1906. tre anni dopo la tribuna su Anfield Road, nasce l’immensa terrace denominata Kop che tutti gli appassionati conoscono ed hanno ammirato per il suo ondeggiare, ribollire, incitare con cori e canti ma sempre con un tocco di sportività e galanteria nei confronti degli avversari. Il nome deriva dalla collina di Spion Kop in Sud Africa dove molti soldati provenienti dalla Merseyside persero la vita durante la guerra anglo-boera.
Anche ad Anfield vi fu una visita reale quando Re Giorgio V e la Regina Maria furono presenti nel 1921 in occasione del replay della semifinale di F.A. Cup tra Wolves e Cardiff City.
Nel 1928 fu coperta la Kop end che in questo periodo conteneva qualcosa come quasi 30.000 tifosi!!! Da segnalare che tra la stagione 1979 e 1980 fu installato un sistema di riscaldamento sotterraneo del terreno e poco dopo fu ampliata la Anfield Road end. Nel 1992, anno del centenario del club, fu aggiunto un secondo piano al Kemlyn Road stand ribattezzato appunto Centenary Stand. Ma ciò che segnò la fine di un’era fu la ristrutturazione della Kop nel 1994, trasformandola in una tribuna con soli posti a sedere e riducendone la capacità a 12.400 posti. Da non dimenticare anche il famoso Shankley Gate, eretto in onore del grande manager morto nel 1981, che introduce al parcheggio dietro al main stand; bellissimo, in ferro battuto, reca la scritta “you’ll never walk alone” (inno e motto dei Reds, ripreso dai tifosi dalla omonima canzone degli anni 60 del gruppo di Liverpool Gerry and the pacemakers).
Se Goodison Park ebbe l’onore di essere sede di vari matches dei mondiali del 1966, ad Anfield toccò il piacere di ospitare alcune gare di Euro 96.
Allontanandoci di poco da Liverpool troviamo alcune realtà minori ma non per questo, a mio parere, meno meritevoli di considerazione; anzi proprio il fatto di continuare ad esistere nell’attuale calcio-business ed all’ombra di due giganti come Everton e L’pool fa onore a Tranmere Rovere e Southport.
I Rovers di Birkenhead nascono addirittura prima del Liverpool e dopo aver girovagato per un paio di campi si stabiliscono definitivamente a Prenton park nel 1911. Anche questo impianto subì pesantissimi danni durante i bombardamenti tedeschi anche per la vicinanza con i docks che erano uno dei principali obiettivi della Luftwaffe. Di conseguenza i maggiori cambiamenti si ebbero dopo la seconda guerra mondiale con il rifacimento del tetto dello stand di Borough Road e la costruzione della Cow Shed (letteralmente stalla) la end con copertura simile a quella di Molineux formata da più gables accostati, veramente molto gradevole e con pubblicità di birre locali sulle facciate dei gables stessi.
Negli anni ’50 furono eretti i piloni a traliccio dell’impianto di illuminazione ed il nuovo e più imponente main stand venne inaugurato nel 1968. L’altra end era invece costituita da una terrace scoperta chiamata …Kop, ma si sa che in giro per la Gran Bretagna in diversi impianti si trovano o meglio si trovavano gradinate con questo nome, da Blackpool a Sheffield ed altrove. Attualmente in seguito all’ormai pluricitato Taylor Report, l’aspetto generale di Prenton park è cambiato molto da quello esistente sino alla fine degli anni 80: la Kop end è ora un vistoso stand coperto all seater da 7000 posti che ospita i fans locali e sovrasta per dimensioni il resto della struttura, i tifosi ospiti vengono sistemati nell’opposta Cow Shed end che si presenta ora come una piccola tribuna coperta contenente 2500 spettatori e non ha proprio pìu nulla che ricordi una stalla. Molto simile a quest’ultima ma ovviamente lunga quanto la linea laterale, è la John King stand, mentre l’unica zona non nuova è il main stand che però è stato dotato di tutti posti a sedere. L’impatto è gradevole, con ovunque seggiolini blu più quelli bianchi che formano la scritta Tranmere Rovere nella Kop end e TRFC nel main stand. Il pubblico si aggira sulle 7.000/8.000 presenze di media con una parte di esso discretamente caldo in tutti i sensi. L’attuale capienza è di 16.587 posti, praticamente la metà di quelli pre “Taylor era”. Il record di pubblico si ebbe nel 1972 per un 4th round di F.A. cup contro il Stoke City.
Un poco più a nord troviamo Southport affacciata sul mare d’Irlanda. Un tempo ospite fisso della Football League soprattutto tra 3rd e 4th division, dal 1978 (anno in cui perse il league status) si è trovato impantanato dapprima in Conference ed attualmente nella Northern premier League (Unibond). Ora un migliaio di veri fedelissimi ne segue le alterne vicende riuscendo ancora a scaldarsi per alcune gare con i vicini del Marine, del Runcorn o del Morecambe.
In Conference la media era più alta avvicinandosi e a volte superando le 1.500 unità. Comunque vada anche a costoro va tutto il mio rispetto e sostegno perché nel calcio moderno, che lascia briciole ai medio piccoli e nulla ai piccolissimi, trovare ancora chi 24 ogni sabato indossa la giacca con lo stemma del club e si sobbarca il peso di mantenere realtà come il Southport è sempre più difficile. Anch’esso fondato prima del Liverpool (1881) ha avuto per decenni una posizione di tutto rispetto nella League specializzandosi in frequenti sali e scendi tra le vecchie 3rd e 4th divisions.
I Sandgrounders occupano da oltre un secolo il terreno di Haig Avenue che attualmente è costituito da tre parti nuove ed una “storica”. La cosiddetta parte storica è rappresentata dal main stand che mantiene il tradizionale tetto spiovente, i pali di sostegno e le classiche vetrate laterali per riparare il pubblico dalle folate di vento che arrivano dal mare d’Irlanda, il tutto però con un tocco di modernità ovvero i seggiolini che lo rendono all seater. Completamente nuove in conseguenza di ristrutturazioni sono: la Scarisbrick end che ospita i fans piu vivaci di casa composta da una gradinata di medie dimensioni coperta con posti in piedi, la gradinata scoperta laterale detta Meols terrace ed il settore ospiti ovvero la Blowick end, terrace bassa scoperta con le classiche crush barriers dipinte di giallo e nero (gold and black sono infatti i colori del Southport). Merita ricordare che ai tempi d’oro del professionismo quasi 10.000 spettatori erano frequenti a Haig avenue tanto che il record di presenze, datato 1936 (F.A Cup 4th round contro il Newcastle Utd) parla di ben 20.010 biglietti staccati per l’occasione. L’attuale capienza è di 6.500 posti di cui 1.880 a sedere e chissà se gli abitanti di Southport abituati ormai ad ammirare solo più la nota marea che lascia decine di yards di finissima sabbia un giorno non torneranno ad assistere a nuovi spettacoli calcistici nella F.L. con conseguente tutto esaurito ad Haig Avenue…
Chi non ne ha stima, lo chiama Pac-Man F.C. paragone un po’ azzardato e poco rispettoso, d’accordo, ma il Dagenham and Redbridge F.C. ha una storia che in qualche modo ricorda il mai sazio giochino elettronico in auge quando alcuni di noi avevano ancora i calzoncini corti.
di Gianluca Ottone, da "UK Football please" (marzo 2004)
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