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11 aprile 2026

"IL GIORNO IN CUI GEORGE BEST DIVENNE GEORGE BEST" di Christian Cesarini

Gli ultimi trenta giorni del 1963, in Inghilterra, furono scossi dalla Beatlemania, che esplose delirante e prepotente per non fermarsi mai più.
Il 29 novembre 1963 infatti i “quattro ragazzi che scioccarono il mondo” pubblicarono il singolo “I want to hold your hand”. La canzone, che fu composta al pianoforte da Lennon e McCartney in uno scantinato di Wimpole Street fu un successo di tali proporzioni (quindici milioni di copie vendute!) che i Beatles divennero di lì a breve la band musicale più famosa del pianeta.

In quello stesso periodo, a Manchester, un ragazzino di diciassette anni, originario di Belfast, si apprestava ignaro a diventare celebre quanto i Beatles, destinato ad esser eletto il più grande giocatore di football visto sui campi anglosassoni, icona di un’epoca in cui tutto sembrava possibile, in una nazione, l’Inghilterra, che a metà degli anni Sessanta è l’ombelico del mondo, fonte ed ispirazione di nuove tendenze in moltissimi campi, tra i quali la moda, la musica, la tecnologia e ovviamente il football.
George Best arrivò alla corte di Matt Busby nell'estate del 1961. Celebre il famoso telegramma che l'esperto Bob Bishop, talent scout del Manchester United in Irlanda del Nord, spedì al manager scozzese definendo Best “a genius”
Due timidi anni di apprendistato all'Old Trafford, poi il padre-padrone dei Red Devils fece esordire il Belfast Boy in prima squadra il 14 settembre 1963, in un match vinto 1 a 0 contro il West Bromwich Albion. Il giovane nord-irlandese andò bene, lasciando intravedere alla gente dell'Old Trafford le sue enormi potenzialità tecniche; ma nonostante la buona prestazione il buon Busby, forse nel timore di caricare il ragazzo di troppa pressione psicologica, lo riconsegnò di fatto alla squadra riserve senza concedendogli altre apparizioni in Football League. Geordie, così come era conosciuto familiarmente tra gli amici a Belfast nel suo quartiere di Cregagh, prese la decisione di Busby con relativa filosofia, conscio del fatto che la stagione successiva ci sarebbero state altre opportunità per dimostrare il proprio valore ed entrare così in pianta stabile in prima squadra. L'imprevedibile però era dietro l'angolo e la vita di George, in quei ultimi giorni del 1963 stava cambiando per sempre...
Durante il tradizionale tour de force natalizio il Manchester United ricevette due sonore ed inaspettate sconfitte: la prima, il 21 dicembre per 4 a 0, al Goodison Park contro l'Everton, la seconda nel boxing day del 26 dicembre, quando il Burnley si impose clamorosamente per 6 a 1. Appena quarantotto ore dopo la debacle del Turf Moor il calendario mise nuovamente di fronte ai red devils i claret and blue. Matt Busby, preoccupato della condizione psico-fisica dei suoi giocatori, cercò di dare una scossa positiva all'ambiente e decise, a sorpresa, di inserire tra i titolari due ragazzini senza esperienza: Willie Anderson, 16 anni, all'esordio assoluto e George Best, 17, alla seconda apparizione. George apprese della pesante sconfitta dello United contro il Burnley nella sua casa di Belfast, dove stava passando le feste natalizie con la famiglia. Il 27 dicembre, appena quindici ore prima del match contro il Burnley, al numero 16 di Burren way (casa di Dickie e Anne Best, genitori di George) venne recapitato un telegramma urgente in cui si “richiedeva” l'immediato rientro all'Old Trafford di Geordie. Sulle prime in casa Best ci fu incredulità, poi il padre di George sentenziò che la comunicazione significava che il figlio avrebbe giocato. George invece frenò gli entusiasmi, sostenendo che non voleva lasciare la sua amata famiglia nel bel mezzo delle festività senza peraltro avere la minima certezza di giocare. Si decise così di chiamare il club: George chiese a papà Dickie di telefonare al club trainer Jack Crompton, uno dei fedelissimi assistenti di Busby ed ex glorioso portiere dello United tra il 1944 e il 1956; questi confermò le speranze di veder scendere in campo il ragazzo, aggiungendo anche che dopo la gara George avrebbe potuto tranquillamente far ritorno a casa per festeggiare l'ultimo dell'anno. Sentendo le parole di Crompton il duro Dickie sobbalzò e un po' disorientato sul da farsi rispose: <<Se lei mi dice questo io devo venire a Manchester con il mio ragazzo...Ma...>>.<<Don't worry, Mr.Best...>> lo interruppe il club trainer, <<Rimanga pure con la sua famiglia, ci saranno molte altre gare per vedere suo figlio all'opera>>. Dickie riattaccò la cornetta del telefono e gli vennero in mente in una volta sola tutte le volte che in passato aveva dovuto tranquillizzare l'ansia della moglie mentre si incamminava verso il campetto di calcio vicino casa, ogni volta che il suo ragazzo sembrava sparito nel nulla di Belfast.

28 Dicembre 1963 Manchester - Old Trafford – ore 15:00
Manchester United vs Burnley

Il 28 dicembre 1963, giorno del match contro il Burnley, il Manchester Evening News analizzava a margine della presentazione della gara che Boy Best era si promettente e talentuoso ma troppo giovane per una gara così delicata, avanzando non troppo velatamente i rischi di Busby nello schierare contemporaneamente due giovanissimi senza esperienza. Stesso approccio al match ebbe News of the World, anche se quest'ultimo, dopo gli scontati interrogativi, si augurava un immediato e luminoso futuro per i due ragazzini. Le due squadre scesero regolarmente in campo dinanzi ad un Old Trafford stracolmo (54mila presenti) e pronto a dare il solito caloroso sostegno alla squadra di casa. Matt Busby schierò in attacco lo scozzese David Herd e il gallese Graham Moore, con a sostegno Bobby Charlton e sulle fasce le “new entry” Best e Anderson. Il veterano Paddy Crerand con il solito compito di vigilare in mezzo al campo e Foulkes a guidare la difesa con David Gaskell tra i pali al posto dell'infortunato eroe di Munich 58 Harry Gregg. Il Burnley si presentò con la stessa formazione schierata due giorni prima, con il numero due Elder sulle tracce del giovane Best. Alexander Elder, quasi ventiquattrenne, era all'epoca uno dei più promettenti difensori nel panorama calcistico anglosassone, nord-irlandese proprio come Best e già nel giro della nazionale maggiore, con il quale collezionò in carriera quaranta caps, tre in più dello stesso Best. Curiosamente Elder, originario di Lisburn, era cresciuto calcisticamente nel Glentoran FC, club di famiglia per George, seguito e tifato da bambino grazie soprattutto alla passione dell'amatissimo nonno. Il match non ebbe storia sin dalle primissime battute: segnarono per lo United Herd e Moore, entrambi due volte, e poi proprio Belfast Boy, che quel giorno realizzò la sua prima rete in campionato con un destro fulmineo dal limite dell'area, applaudito a scena aperta dall'intero Old Trafford. 

Finì 5 a 1 per lo United, che vendicò ampiamente la pesante sconfitta del boxing day. Pat Crerand dichiarò poi in seguito ricordando il grande match di Best: <<Elder era un ottimo difensore, così come Angus, ma quel giorno George era velocissimo, imprendibile, sembrava volasse e li annientò completamente>>
Bobby Charlton aggiunse:<<Ricordo che ad un certo punto della gara John Angus fu spostato nella zona di George a dar sostegno difensivo ad Elder, che era in enorme difficoltà su Best. Neanche in due riuscirono a fermarlo...>>
Quel giorno "George Best divenne George Best," il predestinato. La sua fu una partita praticamente perfetta: attaccò con tutte le sue immense qualità tecniche, in maniera potente, veloce, imprevedibile; usò la testa ma anche il cuore e l'istinto tipico degli eletti dal Dio del pallone; corse concentrato senza mai fermarsi, realizzando un gran goal e numerosi cross che sembravano disegnati per quanto erano ben calibrati; non disdegnò neanche i contrasti duri e i rientri difensivi, sovrastando comunque in ogni occasione difensori e centrocampisti avversari. Entusiasmò l'Old Trafford, che quel pomeriggio lo elesse ad unanimità a figlio prediletto. Seduto in panchina, osservando quel ragazzo imprendibile che correva tenendo stretto il polsino della maglia Matt Busby ripensò al telegramma dell'amico Bishop e si convinse di aver veramente trovato un genio. Ben presto tutta la Gran Bretagna si inchinò al talento cristallino di Best rendendolo immortale.
Il giorno dopo la gara, così come gli era stato promesso, Geordie riprese il solito treno per Liverpool e poi il solito traghetto diretto a Belfast. La sua famiglia lo accolse a braccia aperte; l'eco della sua grande partita era giunto fino a Burren way, quel giorno infatti il Belfast Telegraph raccontava con enfasi la nitida vittoria del Manchester United con sullo sfondo la foto in bianco e nero di un sorridente 17enne locale...
di Christian Cesarini

26 febbraio 2026

"1977. ACCADDE IN INGHILTERRA" di Christian Cesarini

La First Division venne vinta dal Liverpool di Bob Paisley, che si aggiudicò il titolo con appena un punto di vantaggio (57) sul Manchester City (56). Reds capaci di trionfare anche in Coppa dei Campioni, nella finale vinta all'Olimpico di Roma sui tedeschi del Borussia Moenchengladbach. Ultimo posto per gli Spurs, capaci di perdere 21 delle 42 gare di campionato. Grandi polemiche durante l'ultima giornata di campionato quando Coventry City e Bristol City, venute a conoscenza dello svantaggio del Sunderland al Goodison Park, accomodarono il gioco sul risultato di 2 a 2 con il pareggio utile alla salvezza di entrambi i club. Al fischio finale Coventry e Bristol rimasero in First Division, il Sunderland retrocesse insieme allo Stoke City e al Tottenham.



Marcatori: Andy Gray (Aston Villa) e Malcolm MacDonald (Arsenal), entrambi con 24 reti. In Second Division vennero promossi Wolverhampton Wanderers, Chelsea e il Nottingham Forest di Brian Clough. Scesero in Third Division Carlisle United, Plymouth Argyle e Hereford United, con quest'ultimi che diventarono il primo club assoluto a giungere ultimo in Second Division dopo aver vinto la Third Division l'anno precedente. Promozione in Second Division per Mansfield Town, Brighton & Hove Albion e il Crystal Palace guidato da Terry Venables alla sua prima stagione da manager. Reading, Northampton Town, Grimsby Town e York City scesero in Fourth Division, sostituiti in Third Division da Cambridge United, Exeter City, Colchester United e Bradford City. Il 21 maggio, davanti a centomila fans, si giocò un'emozionante finale di Fa Cup; a trionfare fu il Manchester United sul Liverpool per 2 a 1, risultato che infranse il sogno dei Reds di Paisley di realizzare uno storico e clamoroso “treble”. La League Cup venne invece sollevata dall'Aston Villa che superò l'Everton per 3 a 2 al secondo replay, mentre il British Home Championship, il tradizionale torneo delle nazionali britanniche, vide l'affermazione della Scozia con 5 punti.

Riconoscimenti: Andy Gray dell'Aston Villa venne nominato miglior giovane e miglior giocatore dell'anno dalla PFA (Professional Footballer Association), mentre la FWA (Football Writers Association) elesse come best player Emlyn Hughes, capitano del Liverpool.

Curiosità: la stagione 1976/77 fu la prima in cui vennero usati ufficialmente i cartellini gialli e rossi per le sanzioni disciplinari. Fu inoltre introdotta una nuova competizione: la Debenhams Cup. A disputarla, secondo il regolamento stabilito dalla Football League, i due clubs non appartenenti alle prime due divisioni della piramide calcistica inglese, capaci di superare il maggior numero di turni in Fa Cup. Chester e Port Vale raggiunsero entrambi il quinto turno della coppa prima di esser eliminate rispettivamente da Wolverhampton ed Aston Villa. La finale della Debenhams Cup fu giocata in doppia partita: l'andata finì 2 a 0 per il Port Vale ma nel ritorno giocato al Sealand Road il Chester s'impose con una gara memorabile per 4 a 1 aggiudicandosi il trofeo. Il manager scozzese Tommy Docherty vinse l'Fa Cup con il Manchester United, primo trofeo conquistato dai red devils dopo l'era Busby. Dopo la finale (precisamente il 4 luglio) venne licenziato quando confessò in un'intervista la relazione amorosa con la moglie del fisioterapista del club. Kevin Keegan fu ceduto per 500.000£ all'Amburgo e con i soldi della cessione il Liverpool acquistò dal Celtic il promettente Kenny Dalglish pagandolo 440.000£, cifra record all'epoca che in Inghilterra fece scalpore. Molto risalto mediatico ebbe anche l'acquisto del Watford FC da parte di Elton John, famosa pop-star inglese. Durante la prima conferenza stampa il cantante dichiarò di aver realizzato un vero e proprio sogno in quanto tifoso del Watford sin da bambino. Il 20 marzo 1977 morì in un incidente stradale Peter Houseman, ala del Chelsea dal 1963 al 1975. Nel terribile schianto sulla A40 nei pressi di Oxford persero la vita anche la moglie del giocatore Sally e due loro amici, Allan e Janice Gillham. In quella stagione “Nobby” Houseman, all'epoca 31enne, giocava per l'Oxford United ma dopo l'incidente fu organizzata una gara amichevole tra giocatori del Chelsea 1970 (squadra con il quale Houseman vinse l'Fa Cup) e il Chelsea 1977. Al testimonial match parteciparono 17mila persone e l'intero incasso della gara fu devoluto ai figli delle vittime, tre dei quali erano figli dello sfortunato Houseman.

Varie: Nel 1977 il primo ministro era il laburista James Callaghan.

Sgt.Pepper's Lonely Hearts Club Band dei Beatles venne eletto miglior album e Bohemian Rhapsody dei Queen fu uno dei singoli di maggior successo.

Il 7/07/77 fu proiettata a Londra la premiere del film 007 La spia che mi amava; il GP di Formula 1 di Silverstone venne vinto dall'inglese James Hunt su McLaren; a Wimbledon trionfò lo svedese Bjorn Borg, che sconfisse l'americano Jimmy Connors al quinto set. Il 25 dicembre si spense in Svizzera il grande attore londinese Charlie Chaplin.
di Christian Cesarini

13 agosto 2025

RIVALITA'. "MANCHESTER UNITED VS LIVERPOOL" di Christian Cesarini

La rivalità calcistica tra Manchester United e Liverpool è chiamata il derby del nord-ovest anche se in tempi più recenti ha assunto la denominazione di derby d’Inghilterra, un po’ come succede in Italia con Inter e Juventus.
La sfida ha origini antichissime anche se la ruggine tra i due club più blasonati e vincenti d’Inghilterra si è acutizzata soprattutto negli ultimi 30 anni.

Di sicuro a caratterizzare il derby è la vicinanza geografica tra le città di Manchester e Liverpool, divise da appena 34 miglia (50 minuti appena con l’auto o con il treno), ma anche la rivalità scatenasi tra le tifoserie negli anni 70 e 80, periodo in cui il fenomeno hooligans si manifestò in tutta la sua violenza.  Scontri tra la famigerata Red Army di Manchester e le diverse firms originarie del Merseyside non mancarono di far notizia quando i due football club si affrontarono sul campo. Ad alimentare un certo “odio” contribuirono anche stesse le dirigenze e i managers. 
E’ la storia stessa a raccontarlo: nessun giocatore professionista, dal 1964 ad oggi, ha mai percorso quelle 34 miglia per passare da una maglia rossa all’altra, in nessuna delle due direzioni. L’ultimo fu il centravanti Phil Chisnall, nato a Manchester, che nell’aprile del 64 passò dallo United ai Reds per 25mila sterline. Chisnall scese in campo ad Anfield appena sei volte siglando anche una rete ma non entrò mai per ovvie ragioni nei cuori pulsanti della Kop. Da quel giorno mai più nessuno ha effettuato un passaggio diretto da una sponda all’altra e questa la dice lunga sul rapporto di certo non amichevole tra i due club. Nella ultracentenaria storia di Manchester United e Liverpool sono appena nove i trasferimenti di giocatori, di cui ben sette dal 1912 al 1938. Altri giocatori hanno indossato entrambe le maglie ma sempre intervallando le loro prestazioni sportive con una maglia diciamo così neutra, come una sorta di purificazione. Esempio di ciò il caso di Paul Ince, che passò al Liverpool via Inter dopo aver passato sette stagioni all’Old Trafford, accolto come un nemico dalla Kop di Anfield; o di Gabriel Heinze, sul quale sir Alex Ferguson in persona mise un polemico veto al trasferimento nonostante l’accordo economico già raggiunto tra Reds e lo stesso argentino. Nel 2006 è stata la volta di Michael Owen, ex re di Anfield dal 1996 al 2004 e un po’ a sorpresa approdato alla corte di Fergie.

Le statistiche ufficiali riportano che il primo match tra red devils e reds ebbe luogo ad Anfield il 12 ottobre 1895. Davanti a 7.000 persone il Liverpool surclassò i rivali 7 a 1 in una gara valida per la sesta giornata di second division 1895/96. In realtà, in quell'epoca pioneristica, i calciatori di Manchester non erano ancora ne rossi nè diavoli. Il famoso logo con l'irriverente diavoletto e il relativo nickname conosciuto in tutto il mondo fu assunto solamente agli inizi degli anni 60 per iniziativa del manager Matt Busby e per l'esattezza anche il nome del club non era quello attuale. Il Manchester United FC infatti fu fondato nel 1878 come Newton Heath e la dicitura Manchester United fu coniata (curiosamente da un emigrante italiano, Louis Rocca) solamente dal 1902, nel momento in cui il club, sull'orlo del fallimento, fu rifondato dopo un romanzesco salvataggio economico. Stesso discorso per i colori sociali, che proprio fino al 1902 erano verde-oro, proprio come i colori sociali della compagnia ferroviaria di Manchester dal quale il club fu generato.

La citata e presunta "prima volta" del 1895 mise quindi di fronte Liverpool e Newton Heath ma se si va a scavare nella lunga e romanzata storia del Manchester United nata nel 1878 si scopre che la sfida con il Liverpool aveva avuto già un precedente, curiosamente molto più drammatico, sportivamente parlando, di quel 7 a 1 datato ottobre 1895.

Nella stagione 1893/94 il Newton Heath chiuse all'ultimo posto della First Division mentre il Liverpool, fondato appena due anni prima da una scissione interna all’Everton FC, giunse in vetta alla graduatoria della second division. All'epoca il regolamento prevedeva che al termine della stagione, al fine di decretare retrocessioni e promozioni, venissero giocati i cosiddetti "test matches", ovvero veri e propri spareggi tra le ultime tre classicate della first division e le prime tre classificate della second division. Il Newton Heath fu associato quindi al Liverpool e i reggenti della Football League decisero che la gara si sarebbe disputata in partita unica all'Ewood Park di Blackburn, all'epoca uno dei più grandi e funzionali stadi di tutta l'Inghilterra. Sabato 28 aprile 1894 (davanti a 3.000 persone), nonostante la differenza di categoria, i reds di Liverpool superarono agevolmente i verde-oro del Newton Heath per 2 a 0 decretando di conseguenza la retrocessione del futuro Manchester United dalla prima alla seconda divisione calcistica. Statisticamente quello fu uno dei primissimi declassamenti della storia del calcio. La storia della rivalità tra i due club ha quindi una genesi sportiva più che degna, considerato che un club superò l'altro in un vero e proprio spareggio decretandone nientemeno che la retrocessione.

La prima affermazione dello United risale al 2 novembre 1895: meno di un mese dopo il citato ed umiliante 7 a 1 di Anfield gli Heathens si vendicarono vincendo 5 a 2 al Bank Street di Manchester (l'Old Trafford sarebbe stato costruito solo nel 1909). Un risultato roboante e non pienamente veritiero secondo le scarne cronache dell’epoca (il Newton Heath avrebbe potuto realizzare molte più reti), caratterizzato dalla tripletta dell'attaccante James Peters e dall’immancabile pioggia di Manchester.

Seguirono tante altre sfide di campionato nel quale spiccano dalla parte Liverpool oltre al citato 7 a 1 del 1895 le vittorie per 5 a 0 nel 1925, lo 0-3 esterno del 1972, il 4 a 0 del 13 settembre 1990 e il recentissimo 1 a 4 griffato Gerrard della stagione passata. Di contro all’Old Trafford vengono ricordati con grandi sorrisi il 6 a 1 del 1928, il 5 a 0 del 1946 giocato al Maine Road (l’Old Trafford non era ancora agibile per i danni subiti durante la seconda guerra mondiale), il 5 a 1 del 1953 e il 4 a 0 del 2003.

Ma se tralasciamo le numerose e combattutissime sfide di campionato soffermandoci sulle sfide in Fa Cup scopriamo che le due squadre si sono affrontate ad oggi ben 11 volte. Il primo storico face to face risale alla stagione 1897-1898. E' il secondo turno di Fa Cup e Liverpool - Newton Heath finisce 0 a 0. Nel replay i reds di Liverpool passano 2 a 1. Nel 1902 il Manchester United (al primo anno con tale nome e nuove maglie dopo la rifondazione) si vendica vincendo 2 a 1 al primo turno, uscendo però al secondo round ( sconfitta per 3 a 1 ) contro l'Everton. Considerando anche l'interruzione dell'attività sportiva a causa della prima guerra mondiale, per scontrarsi nuovamente i due clubs devono aspettare la stagione 1920-21, dove, ancora al primo turno, si verifica di nuovo un pareggio: 1 a 1. Nel replay, come già alla fine dell'ottocento, sono i reds a passare 2 a 1 e a continuare il cammino (poi interrotto dal Newcastle Utd) nell'antica competizione. Nuova sfida dopo la seconda guerra mondiale: è la stagione 1947/48 e lo United stavolta si impone nettamente per 3 a 0 al secondo turno. United che arriverà fino alla finale, vincendola sul Blackpool per 4 a 2. E sempre con tre reti ma stavolta per 3 a 1 i red devils eliminano, ancora nel secondo turno, i rivali nel 59/60, uscendo poi, sconfitti 1 a 0, al turno successivo contro lo Sheffield W. Durante i favolosi sixties nessuna sfida. La prima finale tra i due colossi è invece datata 21 maggio 1977. I Red Devils accedono a Wembley superando in semifinale il Leeds United per 2 a 1, i Reds di Liverpool superando i cugini dell'Everton con un netto 3 a 0 al replay, dopo aver impattato la prima gara sul 2 a 2. Davanti a 100mila spettatori è il Manchester United a trionfare per 2 a 1 togliendo ai Reds la storica possibilità di diventare il primo club a realizzare il treble. Sono infatti gli anni del grande Liverpool europeo, che quell'anno trionferà in campionato ma anche in Coppa Campioni. E' questa quindi la sfida delle sfide, la più importante tra le due grandi rivali; una gara che accentuerà in maniera esponenziale l'odio sportivo tra le due tifoserie. Nel 78/79 i due clubs si affrontano di nuovo, stavolta in semifinale: a vincere sono ancora i diavoli rossi, 2 a 2 nel primo match e 1 a 0 nel replay. United che nell'emozionante finale 12 maggio 1979 vedrà però trionfare l'Arsenal di Liam Brady e Alan Sunderland. Ancora semifinale nell'edizione 84/85 ed ancora United vincente dopo un replay: 2 a 2 e 2 a 1. Red Devils che poi trionferanno in finale per 1 a 0 contro l'altro club di Liverpool: l'Everton, grazie ad una rete del nord-irlandese Norman Whiteside. Nuova sfida nell'atto conclusivo nel 1996: Eric Cantona nel finale di gara piega i reds con uno splendido tiro al volo da fuori area ed i red devils alzano il trofeo bissando la finale del 77. Poi ancora Man United, che al secondo turno dell'edizione 98-99 ( l'anno magico del club che realizza il treble ) supera i rivali per 2 a 1. L'ultima sfida è del 2006, i Reds passano per 1 a 0 al 5 turno andando poi a conquistare l'FaCup 2006 nella finale di Cardiff contro il West Ham dopo aver superato anche Birmingham City e Chelsea. Per ora il bilancio in Fa Cup è nettamente a favore del club di Manchester.

Statistiche generali dal 1897 al 2006: Sfide totali in FA Cup: 11 ( 15 se consideriamo anche 4 replay ) Vittorie Liverpool: 3 Vittorie Manchester United: 8 Semifinali: 2 ( entrambe vinte dallo United al replay ) Finali: 2 ( tutte e due vinte dallo United )

C'è tuttavia un'altra gara che secondo gli storici calcistici generò una certa antipatia tra i due club, seppur moderata rispetto ai nostri giorni. La partita in questione risale al 19 febbraio 1910 e nella storia del Manchester United ha una certa rilevanza in quanto fu la prima disputata dal club di Manchester all’Old Trafford, inaugurato proprio quel giorno. La realizzazione della casa dello United fu opera dell’architetto scozzese Archibald Leitch e all’epoca suscitò la curiosità di moltissimi appassionati di football, non solo della città di Manchester.

In quel 19 febbraio il calendario della first division inglese mise di fronte proprio Manchester United e Liverpool. I mancuniani guidati in campo dalla prima vera superstar del football (il gallese Billy Meredith) erano all’epoca di gran lunga la miglior formazione d’Inghilterra: campioni nazionali nel 1908 e vincitori dell’Fa Cup nel 1909. Davanti a 45mila e nonostante la grande motivazione dell’inaugurazione del nuovo stadio (all’epoca uno dei più grandi di tutta Europa) i reds di Liverpool sconfissero per 4 a 3 i rivali, rimontando il 2 a 0 iniziale a favore dei padroni di casa. Quella sconfitta nel giorno dell’inaugurazione dell’Old Trafford fu vissuta dagli sportivi di Manchester come un vero e proprio smacco e seppur la festa per la nascita dell’avveneristico stadio fu enorme, quella sconfitta (condita anche dal gioco molto duro dei reds) sancì il definitivo abbandono di speranza di vincere il titolo per lo United, rovinando in parte l’evento.

Di contro il Manchester United sistemò il conto in sospeso già nell’annata successivamente, quella 1909/1910. I Mancuniani si vendicarono con gli interessi vincendo il titolo della Football League all’ultima giornata proprio al cospetto del Liverpool. Una vendetta che fu soprattutto un suicidio dei reds, che nonostante il punto di vantaggio a 90 minuti dal termine fecero un clamoroso karakiri perdendo 3 a 1 ad Anfield contro l’Aston Villa. Un titolo perso all’ultimo istante, condito successivamente da frecciate polemiche tra i dirigenti delle due formazioni e che gettò altra benzina sul fuoco nel rapporto tra i club.

I musei, altra battaglia tra i due club. Quello dell’Old Trafford maestoso, quasi regale e strutturato con visite guidate ed ascensori, quello dei Reds meno sfarzoso, essenziale ma non meno ricco di trofei e cimeli, che tende ad unirsi in un'unica leggenda all’Anfield Stadium stesso. Diversi ma imperdibili entrambi, e chi c’è stato può confermarlo…
di Christian Cesarini

16 giugno 2025

"TOTTENHAM HOTSPUR. And the Spurs go marching on..." di Christian Cesarini

E' il 1882 e alcuni ragazzi d'età compresa tra i 12 e i 14 anni, facenti parte dell’Hotspur Cricket Club e studenti dell’All Hallows Church, si ritrovano in un angolo tra Park Lane e Tottenham High Road sotto la flebile luce di un lampione. 
E' stata convocata un'importante riunione, in cui c'è un problema da risolvere. Il cricket, sport molto diffuso e praticato dai ragazzi da maggio a settembre, non è più sufficiente per la voglia di competizione sportiva degli studenti londinesi. Così come accaduto per la fondazione di altri football club inglesi, i ragazzi decidono di formare una squadra di calcio per tenersi in forma durante i freddi mesi invernali. Proprio davanti al palazzo ancora oggi sede del club, fondano l'Hotspur F.C., scartando l’iniziale e poco fonetico Nurthumberland Rovers. 
Il nome Hotspur, e la naturale abbreviazione Spurs, hanno origine da un celebre personaggio che visse nella zona di Tottenham tra il 1364 e il 1403. Sir Henry Percy, questo il nome del nobile, era chiamato amichevolmente 'Hotspur' (letteralmente sperone caldo) per la sua indole impulsiva. Conte di Northumberland, feudatario della zona nord di Londra e figlio maggiore di Henry Percy (I conte di Northumberland e signore di Alnwick), fu raccontato da William Shakespeare nel dramma storico del 1597 "Enrico IV, Parte I". 
L'appellativo Hotspur fu scelto come nome del club di cricket della scuola All Hallows Church, e ripreso fedelmente dai ragazzi studenti fondatori del football club 'Hotspur' nel 1882, poi rinominato definitivamente Tottenham Hotspur dal 1884.
Perché la rivale storica del Tottenham è l'Arsenal?
Il Tottenham incontra per la prima volta la squadra che diventerà la sua acerrima rivale in un pomeriggio del 19 novembre 1887. Il Royal Arsenal (non ancora denominato Arsenal FC) si presenta all’incontro con oltre un’ora di ritardo; il match comincia e alla fine del 1°tempo gli Spurs sono avanti per 2-1. Alla ripresa delle ostilità avviene il ‘fattaccio’, con l'incontro sospeso su insistenza del capitano del Royal Arsenal, a causa della sopraggiunta oscurità. Risultato: gigantesca rissa e reciproche accuse di scarso fair play. Il primo ‘incidente diplomatico’ tra le due formazioni è così consegnato alla storia. L’odio sportivo definitivo scoppia però alcuni anni più tardi, per ragioni ben più controverse. Nel 1913 l'Arsenal, appena retrocesso, si trasferisce a nord, zona Islington-Highbury, a pochi metri dalla fermata della Piccadilly Line di Gillespie Road (poi ribattezzata Arsenal nel 1932 su grande intuizione del manager Herbert Chapman e ancora oggi unica fermata della Tube londinese dedicata a un football club). All'improvviso quindi, il Tottenham si ritrova un club professionistico di Second Division a poche miglia di distanza. Tra mille difficoltà dovute allo scoppio della Grande Guerra, la stagione 1914-15 si chiude con gli Spurs ultimi in First Division e l’Arsenal solamente quinto in Second Division. Alla cessazione delle ostilità belliche, con la ripresa dei campionati, arriva nella sede del Tottenham la notizia dell’ampliamento della First Division da 20 a 22 club. Al White Hart Lane
la felicità per la 'scontata' permanenza nella massima serie è tale che in poco tempo si organizza un banchetto celebrativo davanti alla sede. Il fondamento per i festeggiamenti sono i rassicuranti precedenti, in cui la Lega ha sempre abbonato le retrocessioni in caso di ampliamento del numero dei club. Gli Spurs però non hanno fatto i conti con il potere politico del businessman Henry Norris, director dell’Arsenal FC. Quando, nel marzo 1919, si svolge la tanto attesa riunione per rimodellare la First Division, il presidente della Lega John McKenna sostiene le ragioni dell’Arsenal, facendo leva sulla maggiore “anzianità di servizio” nel calcio professionistico rispetto al Tottenham. Peccato che, scorrendo la classifica della Second Division di quattro anni prima, sopra ai Gunners ci fosse il Wolverhampton, membro fondatore della Football League. Una scusa poco credibile quella di McKenna, che innesca polemiche e sospetti anche per la nota e intima amicizia proprio con Norris, con tanto di appartenenza comune alla principale loggia massonica britannica. Conclusione: la maggioranza dei presidenti della First Division si allinea al volere di McKenna e vota per la promozione dell’Arsenal, confermando il declassamento del Tottenham in Second Division. Tifosi e dirigenza Spurs segnano il nome Arsenal con un marcato circoletto rosso, giurando vendetta...Nasce così il North London Derby.
Glory Glory Tottenham Hotspur!

Gli sportivi o tifosi avversari che giungevano al White Hart Lane sentono spesso intonare dai tifosi assediati sugli spalti il coro: "Glory Glory Tottenham Hotspur! And the Spurs go marching on...". Ai nostri giorni in molti credono che la canzone sia 'copiata' dal Manchester United, ma la storia racconta tutt’altro. Nel 1961, usando la classica tattica del "Kick and Run", gli Spurs divennero la prima squadra del XX secolo a realizzare il double (accoppiata F.A.Cup/Campionato), grazie anche a ben 115 goal realizzati. Double fino ad allora riuscito solamente ai leggendari e invincibili giocatori del Preston North End, nella "pioneristica" stagione 1888-89. Il club di White Hart Lane fu anche il primo club britannico a vincere una coppa europea (coppa delle coppe), nel lontano 1963. Tutto questo accadde grazie al grande ed indimenticato manager Sir Billy Nicholson. Fu così che per celebrare quelle grandi vittorie domestiche e continentali fu creato il "Glory Glory Tottenham Hotspur”, che diventò parte integrante della nobile tradizione Spurs. Alla fine di ogni partita vinta si alzava alto nel cielo del nord di Londra il coro: "Glory Glory Tottenham Hotspur! And the Spurs go marching on, on, on!". Ma come divenne questa canzone associata, quasi esclusivamente, al club più blasonato e vincente di Manchester? Alla fine degli anni Sessanta i tifosi mancuniani cambiarono le parole mettendo Man United al posto di Tottenham Hotspur, sulla scia dei trionfali anni di George Best e compagni, quando i Red Devils portarono per la prima volta in Inghilterra la Coppa dei Campioni. Proprio in quel periodo il Tottenham entrò in un lungo anonimato calcistico e in molti dimenticarono che il 'Glory Glory...' nacque a Londra, nel mitico White Hart Lane.
di Christian Cesarini

14 maggio 2025

GIORGIO CHINAGLIA. Lo Swansea e Wembley

Tanti appassionati di calcio conoscono o hanno sentito nominare Giorgio Chinaglia, indimenticato condottiero della Lazio tricolore del 1974. Molti altri ne avranno sentito parlare a metà degli anni 80, quando divenne presidente del club biancoceleste di Roma e soprattutto quando nel tentativo di acquistare di nuovo la Lazio dall’attuale presidente Lotito è finito nel mirino dei magistrati per presunti affari legati alla camorra. 


Noi in questo articolo racconteremo il Chinaglia delle origini, quelle che in pochi conoscono. Voi ci chiederete cosa c’entri Long John con il calcio anglosassone. Leggete il nostro racconto e lo scoprirete. Agli inizi degli anni 50 il padre di Giorgio Chinaglia, Mario, emigrò in Galles, precisamente a Cardiff, per cercare un lavoro che potesse migliorare le condizioni economiche della sua famiglia in quel di Carrara. Giorgio, tre anni dopo la partenza del padre, all’età di 8 anni, raggiunse i genitori a Cardiff. Gli ci vollero due giorni per arrivare in Galles: da Carrara a Genova, poi a Milano, Calais, Folkestone, Londra e alla fine Cardiff. 
All’età di 11 anni Giorgio si sentiva più gallese che italiano e due anni più tardi, nel 1961, dopo il match tra Inghilterra ed Italia vinto dagli inglesi 3 a 2 all’Olimpico di Roma con rete decisiva del mitico Jimmy Greaves confessò al padre che aveva tifato per la nazionale di Sua Maestà. Mario Chinaglia, ferito nel suo orgoglio di italiano emigrante, per poco non linciò suo figlio, che si rinchiuse in bagno per diverse ore, fino a quando la furia del padre non si placò. In pochi anni Mario Chinaglia, uomo di sani principi e attaccatissimo al suo paese d’origine, divenne, da operaio in un’acciaieria a proprietario di un ristorante. Giorgio in quegli anni frequentava la Lady Mary’s Grammar School di Cardiff

Come molti sanno lo sport nelle scuole anglosassoni è molto considerato e di conseguenza praticato. Giorgio giocava a rugby ma nelle sue vene scorreva il sacro fuoco del calcio. Si trovò di fronte ad una scelta difficile per un ragazzino, seppur sveglio, di 12 anni: o il rugby o il football, oltretutto l’allenatore di rugby della scuola era un tipo tosto, di poche parole, che voleva che il futuro attaccante della Lazio preferisse la palla ovale. Giorgio però era un ribelle e seguì il suo istinto, scegliendo il calcio. I goals gli riuscivano facili già all’epoca sia quando giocava nella Lady Mary’s sia nella Cardiff School, che a volte giocava nello stadio
Ninian Park. Proprio dopo una partita giocata nella casa del Cardiff, in cui fece faville, venne notato da un osservatore del più famoso club gallese, che invitò Giorgio ad effettuare un provino. Alla fine, non se ne fece nulla e Chinaglia accettò le offerte di un'altra persona che aveva assistito a quella partita, un certo Walter Robbins che era l’allenatore dello Swansea Town Club ( che attualmente si chiama Swansea City). 
Dopo il periodo di apprendistato dove Giorgio puliva anche le tribune dello stadio, Chinaglia ebbe un primo anonimo esordio nella serie B della lega calcistica inglese a 15 anni, in un match di Football League contro il Rotherham. Circa un anno dopo venne impiegato nella sua prima partita di campionato, contro il Portsmouth. Il capitano e terzino dei Pompey era il veterano Jimmy Dickinson, che in gioventù era stato uno dei migliori centrocampisti di tutta l’Inghilterra e quel giorno fu messo alle costole del giovane Chinaglia. Nonostante avesse la metà degli anni di Dickinson Giorgio non strusciò un pallone. Non molti sanno che all’epoca l’idolo indiscusso di Chinaglia, così come di tanti ragazzini degli anni 60, era il grande Bobby Charlton. Giorgio voleva diventare come lui e quel giorno, impotente di fronte all’esperienza di Dickinson, la sua corsa subì una brusca frenata. Dopo 6 presenze in prima squadra nella stagione 64/65 l’allora presidente dello Swansea Town, Glen Davis, svincolò il diciannovenne attaccante italiano e quando alcuni addetti ai lavori chiesero a Davis perché lasciasse andare un giovane centravanti che segnava molti goal (seppur nella squadra riserve) senza cercare di venderlo a qualche altro club lui seccato rispose: <<Perché non sarà mai un professionista>>.

L’anno successivo al “licenziamento” dallo Swansea, Chinaglia grazie anche all’intervento del padre Mario, ottenne un ingaggio alla Massese, serie C1 italiana. La gente di Massa ricorda ancora l’arrivo di Giorgio nella cittadina toscana: sembrava tutto meno che un italiano, aveva assorbito totalmente la cultura giovanile inglese e il suo modo di vestire con giacche di velluto, pantaloni a tubo attillati e capelli lunghi alla Beatles provocò non pochi commenti tra la gente di Massa. Nel frattempo il Cardiff City si era nuovamente interessato a lui ma ormai era iniziata la sua carriera italiana, che passò per l’Internapoli sempre in C fino a sfociare nella Lazio del calcio totale di Maestrelli che portò a Roma, sponda laziale, il primo storico scudetto.
Chinaglia, nella sua decennale carriera italiana, incrociò pochissime volte i club d’oltremanica, ma in quel suo memorabile 1973 (che poi è l’anno di nascita del sottoscritto) Long John ebbe modo di farsi perdonare una volta per tutte da suo padre Mario risultando decisivo nella storica Inghilterra – Italia 0 a 1 del 14 novembre del 1973. 
Quella sera gli azzurri riuscirono a sconfiggere per la prima volta a Wembley la nazionale inglese allenata all’epoca da Sir Alfred Ramsey, lo stesso che 6 anni prima aveva portato i leoni d’Inghilterra al titolo mondiale. Quella sera Chinaglia, con una devastante azione sulla destra conclusa con un tiro non trattenuto da Peter Shilton, propiziò il famoso goal di Capello a 4 minuti dal termine che fece impazzire di gioia tutti gli emigranti italiani a Londra.
Quella sera di novembre l’Inghilterra perse la sua imbattibilità e fu soprattutto merito dello Swansea Town...
di Christian Cesarini, da "UK Football please"

2 maggio 2025

IAN CALLAGHAN. Cally, l'idolo della Kop

Se entrate al The Albert, il pub adiacente Anfield e, sorseggiando una pinta, domandate a qualche tifoso un pò attempato chi è il giocatore più amato tra quelli che hanno vestito in passato la gloriosa maglia dei Reds non vi sentirete rispondere Kevin Keegan, o Kenny Dalglish o magari Alan Kennedy o John Barnes ma vi diranno un nome che i tifosi più giovani del Liverpool conosceranno meno o forse per niente: Ian Callaghan. Il motivo? Andiamo a scoprirlo...
Ian Robert nasce il 10 aprile del 1942 a Toxteth, un sobborgo di Liverpool ed entrò a 15 anni da apprendista nel club. Tifoso dei reds sin da piccolissimo (rifiutò anche un provino per i rivali dell'Everton perchè disse non si sarebbe sentito a suo agio) Ian aveva come idolo un attaccante che fece la storia del club negli anni 40 e 50, lo scozzese Bill Liddell. Il ragazzino si fece notare subito e debuttò il 16 aprile 1960, il Liverpool surclassò il Bristol Rovers per 4 a 0 e lui entrò in campo proprio al posto del suo idolo di bambino Liddell, che stava giocando la sua ultima stagione ad Anfield e che diede in seguito molti saggi consigli al giovane Ian. Quel giorno nuvoloso di metà aprile 1960 Callaghan fece un ottima gara ed uscì dal campo tra gli applausi, poi tornò nella squadra riserve, anche se per poco. Al tempo il club non navigava in buone acque.

Alla fine della stagione 1953-54 il Liverpool, giunto ultimo con appena 22 punti, era retrocesso in seconda divisione e ritorno' nella massima serie solo nella stagione 1961-62, con l'avvento in panchina di Bill Shankly. Callaghan quindi entrò nel Liverpool nel suo periodo più buio e vi rimase fedele per 18 anni (fino al 1978), partecipando all'evoluzione storica e ai grandi trionfi dei Reds, che dominarono la scena nazionale ed europea negli anni 70. Ala destra, titolare già nel 1961, fu uno degli artefici della promozione in first division del 1961, il suo primo goal con la maglia rossa lo realizzò il 4 novembre 61 contro il Preston North End al quale ne seguirono altri 68, per un totale di 69 reti nell'arco della sua lunga permanenza ad Anfield.
Il tutto al cospetto di ben 856 (!) partite di cui 640 di lega, che ancora oggi fanno detenere a Callaghan il record di presenze assoluto dei reds. Il palmares dell'idolo della Kop parla chiaro: 5 campionati inglesi (64-66-73-76-77), 2 Fa Cup ( 65-74), 6 Charity Shield (64-65-66-74-76-78), 2 coppe dei Campioni (77 e 78), 2 coppe Uefa (73 e 76), e 1 supercoppa Europea (77). Tutte da protagonista indiscusso. Inoltre campione del mondo con la nazionale inglese nel 1966, anche se da riserva con appena una presenza ( con la maglia numero sette ) nel match vinto sulla Francia 2 a 0 con due reti di Roger Hunt. Poi Alf Ramsey gli preferì un "certo" Alan Ball. Lui tornò in nazionale 11 anni e 49 giorni dopo quel giorno ( altro record ), quando il 7 settembre 1977 Ron Greenwood lo schierò per un match amichevole contro la Svizzera terminato 0 a 0. In tutto furono 4 le presenze con la maglia dei 3 leoni. Poche considerato il valore del giocatore. Nel 1974 venne nominato dalla stampa sportiva inglese giocatore dell'anno e divenne membro dell'impero Britannico, titolo conferitogli per i suoi servizi sportivi. "Cally" (così veniva chiamato affettuosamente da tutti) era un giocatore di estrema saggezza tattica, veloce nel dribbling e ottimo assist man e soprattutto un giocatore amato da tutti, mai sopra le righe, un vero gentleman considerato che in ben 856 matches disputati tra campionato, coppe nazionali ed europee non venne mai ammonito, neppure una volta. Emblematica una frase del leggendario Shankly su di lui:" Cosa penso di Ian Callaghan? Che è un grande uomo ed un ottimo giocatore e soprattutto che non è mai cambiato. Potreste picchettare la vostra vita su di lui". Ian anni dopo rivelò in un'intervista che Shankly non gli aveva mai dato consigli tattici prima di scendere in campo, tanta era la fiducia che il manager scozzese riponeva in lui. Questo era, è e sarà Ian Callaghan per i tifosi del Liverpool. E lui, che oggi ha 65 anni e che ha sempre tenuto un basso profilo dopo il suo ritiro, non ha mai smesso di tifare Liverpool. Basta recarsi ad Anfield quando giocano i Reds: Cally è lì, sempre presente, come quando era un ragazzino e sognava di diventare un idolo della Kop...
di Christian Cesarini, da "UK Football please"

25 febbraio 2025

L'ALTRO GEORGE BEST.



Ogni appassionato di calcio inglese conosce George Best e chiunque si è avvicinato al mondo del calcio, anche marginalmente, ne ha sentito parlare almeno una volta. Fiumi di parole sono stati scritte sulla sua vita, sul suo modo di interpretare il gioco di calcio, sul suo essere star, sul suo rapporto alcool-donne, sul suo funerale. 
E’ stato fatto un film, inguardabile aggiungo io, qualcuno gli ha anche dedicato canzoni, e si vendono ancora t-shirt con il suo volto-icona. Io da amante del calcio britannico conoscevo Best anche se il massimo che avevo visto di lui in tv fino a qualche anno fa erano i suoi goal più famosi ed in particolare quello della finale della coppa dei campioni del 1968, ripetuto all’infinito, come se fosse stato il suo unico momento di gloria. Per molti, soprattutto giovanissimi, Best rappresenta la trasgressione, l’eroe dannato immerso in un mix di calcio, donne, soldi e alcool, l’esaltazione dello sballo, l’eccesso, il mito…
Per fare un paragone con la musica Best era il Jim Morrison del football. Tutto vero ma io volevo capirne di più e volevo una risposta esauriente alla mia domanda ricorrente: chi era in realtà George Best?

George Best nasce a Belfast, il 22 maggio del 1946. la sua è una famiglia modesta e numerosa, di quelle che sgobbano per tirare avanti, in un paese, l’Irlanda del Nord, a dir poco difficile. Il Belfast boy cresce in un quartiere povero, e coltiva la sua passione per il calcio. La madre di George, Anne, disse più tardi che assieme a George c’era sempre una palla. Intorno ai 15 anni la svolta: disputa una partita contro una squadra formata da ragazzi due anni più grandi. Segna due goal e fa ammattire il suo marcatore. A guardare il match c’è un osservatore del Manchester United, Bob Bishop, che annota il suo nome e spedisce un telegramma al grande Matt Busby, padre padrone dello United, sottolineando di aver trovato un genio. Convocato dai Red Devils George, in compagnia di un coetaneo che poi diventerà suo compagno di squadra, prende una nave e parte per Liverpool, poi con un treno raggiunge la stazione centrale di Manchester. Sale su un taxi e alla richiesta di George di essere portato all’Old Trafford l’autista risponde quale Old Trafford? A Manchester infatti ci sono due Old Trafford, quello famoso del calcio e quello meno famoso del cricket. Alla fine arriva in quello giusto ma l’impatto per lui è devastante, George è un ragazzino timido, ha nostalgia di casa, dopo un solo giorno nel nord dell’Inghilterra scappa e torna a Belfast. Ma i dirigenti dello United hanno intuito che sono di fronte ad un potenziale fenomeno, leggenda vuole che sia proprio il grande Matt Busby ad andare a Belfast a chiedere al ragazzo di riprovare. George, spinto anche dalla famiglia, si convince, torna a Manchester, e dopo due anni di 
“apprendistato” il diciassettenne venuto dal nulla ha la sua occasione, fa l’esordio in First Division contro il West Bromwich Albion, è il 14 settembre 1963 e nasce la stella immortale di George Best.
Io non mi sono soffermato sui suoi goal, sulle sue foto da copertina, sulle sue finte e i suoi dribbling, come la maggior parte dei tifosi di calcio fanno. Tramite internet e non solo mi sono documentato, ho analizzato filmati, sono andato a cercare decine e decine di siti in lingua inglese, letto libri, raccolto circa un migliaio di foto ed interviste rare. Ho cercato di comprendere l’uomo prima del calciatore, per capire cosa rappresentò l’essere Best per la sua generazione, la generazione per eccellenza, quella del rivoluzionario 68. Un uomo, Best, con un cognome da predestinato, divenuto eroe di un’epoca in cui tutto sembrava possibile, in una nazione, l’Inghilterra, che sul finire degli anni 60 è l’ombelico del mondo, fonte ed ispirazione di nuove tendenze in moltissimi campi, tra i quali la moda, la musica, la tecnologia e il football. George, senza ovviamente pianificarlo, diventa il re di un modo di essere anticonformista, capelli lunghi, sguardo fiero. Lo è anche il suo modo di giocare, che prima dei suoi atteggiamenti fuori dal campo, lo eleggono all’idolo indiscusso delle folle, il mattatore, il geniale intrattenitore del beautiful game. George in campo mette il cuore, la gente lo percepisce e incomincia ad amarlo alla follia. Non solo funambolici, ubriacanti dribbling e sublimi goal ma anche tanta generosità, tanta corsa, tanto sudore e mai il piede indietro nei tackle duri. E’ al tempo stesso primadonna e gregario, due giocatori in uno: la perfezione, il genio. Il tutto sotto l’aspetto di un ragazzo gracile, statura 1,72 ma forse proprio per questo leggiadro ed imprendibile nei suoi intuitivi spostamenti. A volte, mentre vola verso l’aria avversaria tiene stretto nel pugno il polsino della maglietta, le sue esultanze dopo un goal emozionano quanto il goal stesso, in un’epoca in cui dopo una rete si tornava a centrocampo dopo aver ricevuto una stretta di mano dal compagno di squadra. 
Non sono il successo, il denaro a motivare le scorribande di George in campo, lui gioca mettendo tutto se stesso in un’azione, in un tiro, in un bel cross per un compagno di squadra. Crea un modo di essere e i ragazzi lo eleggono a loro idolo. Io, per capire meglio il genio di Best, sono andato fino a Manchester. Ho passato ore ad osservare le sue foto private, le sue giocate meno conosciute, cercato di capire il suo modo di essere, letto nei dettagli i suoi libri, trovato aneddoti e per ultimo visto da vicino la sua maglia, i suoi scarpini, i suoi oggetti personali esposti nel maestoso museo situato all’interno del suo stadio, l’Old Trafford. 
George aveva molti soprannomi, era detto El beatle, Georgie, geordie, bestie, Belfast boy, the genius. Ho letto spesso, anche da penne di primo livello, che George era un grande calciatore ma poteva esserlo molto di più, che ha vinto trofei ma che poteva vincerne molti di più. Io, ma è solo una mia opinione personale, ho sempre digerito male queste considerazioni. George è stato un grande calciatore, punto. Non importa se è stato il più grande o poteva esserlo. Ha vinto campionati da indiscusso protagonista, classifiche cannonieri, una coppa campioni, un pallone d’oro partendo da un posto chiamato Cregagh Estate, Irlanda del Nord, dove sei fortunato se hai un lavoro per mangiare tutti i giorni. Era un ragazzo timido George, con la passione per il calcio, come ce ne sono migliaia in tutti i quartieri poveri del mondo. Lui aveva un dono e la vita, la sua stella, l’ha eletto a Dio delle folle calcistiche. Lui voleva correre dietro ad un pallone e così fece. Voleva far divertire, perché era consapevole di averlo quel dono e voleva condividerlo con chi aveva la sua stessa passione. Lo fece e se leggete le sue interviste sorvolando le solite frasi ad effetto che comunque a lui piaceva fare, capirete che George giocava per se stesso, per i suoi compagni, ma soprattutto per la gente, quella con la sua stessa passione. Era un ragazzo di una sensibilità enorme, spesso tormentato dai sensi di colpa nei confronti della sua famiglia dovuti alla sua enorme fama. Amava la sua gente ma ne era spaventato allo stesso tempo. Non è un caso il fatto che lui stesso ricordasse spesso nelle sue interviste il rumore della folla nel giorno del suo esordio. Si è goduto la vita George e non l’ha mai rinnegato. Ho letto mille volte che è stato travolto dalla sua stessa fama degna di una rockstar, che è stato il primo giocatore di calcio a diventare un’icona. Tutto vero, ma lui era George Best, era nato per diventare quello che è diventato e non si è sottratto al suo destino, nonostante a volte non capisse la morbosità generata dal suo personaggio. 
Ha vissuto da George Best mantenendo quel suo essere semplice nonostante i suoi molti eccessi. Al suo funerale c’erano 500mila persone e milioni di tifosi nel mondo hanno pianto la sua morte. Eppure non è di certo un uomo di quelli da prendere come un esempio, tutt’altro. Se la gente l’ha capito, spesso difeso, amato alla follia e tra questi ora c’è anche il sottoscritto, è semplicemente perchè la gente, quella con la passione pura per il calcio, quella che viene da dove veniva lui, capiva il suo eroe, nei suoi giorni di gloria ma soprattutto nei suoi momenti bui. Perché il calcio generato da Best era il calcio puro, ancora lontano anni luce dall’industria mediatica che è oggi. Se andate nei pub di Manchester e chiedete ai cinquantenni intenti a sorseggiare una pinta chi fosse George Best non ne troverete uno pronto a parlar male di quel ragazzo venuto dal nulla. Chi lo conosce superficialmente ripete come una moda le sue frasi celebri a base di donne, macchine e soldi. George se l’è goduta, eccome se l’è goduta la sua vita da George Best ma se andate a scavare in fondo al mito troverete un ragazzo timido che una volta divenuto il giocatore più famoso d’Inghilterra evitava di andare a trovare la sua famiglia, nonostante volesse, per non turbare la tranquilla vita dei suoi cari. Prima di morire la sua foto di un uomo con le ore contate, ridotto cosi a causa dell’alcool, ha fatto il giro del mondo. Non morite come me recitava lo slogan, la migliore delle pubblicità per la campagna anti alcolici. Fonti vicine a George, tra cui un compagno di squadra che gli ha parlato prima che lui, il grande intrattenitore entrasse in coma, raccontano che quella foto, quello slogan è stata in pratica un’estorsione. George non avrebbe detto non morite come me ma piuttosto rifarei tutto, me la sono goduta questa vita e rifarei tutto. La stampa ha glissato, preferendo la versione politically correct. Forse non sapremo mai la verità ma in fondo poco importa. 
Una delle sue ultime interviste è l’essenza del suo pensiero. Quel ragazzo dagli occhi azzurri nato nel 1946, figlio del boom demografico del dopo guerra, diceva che gli mancavano i giorni di gloria, come succede ad ogni ex calciatore. A chi gli ricordava che lui aveva fatto la storia dello sport più famoso del mondo lui rispondeva così: ”Boh, la storia... Io ho sempre giocato per piacere, per divertire me stesso e i miei fan". Quando ho iniziato io, l'Inghilterra era fantastica. Si cominciavano a portare i capelli lunghi, la musica era favolosa, la moda era meravigliosa e anche il calcio britannico non era male. Vincevamo le coppe europee e ogni anno una squadra diversa vinceva il campionato. Oggi invece ci sono solo Manchester United, Chelsea e Arsenal. Che noia...". Non si giocava con gli orecchini, i capelli colorati, i tatuaggi sui polpacci. Io, Di Stefano, Pelè, i miei amici dello United facevamo divertire la gente. Allora il calcio era divertimento... Penso che si dovrebbe sempre scendere in campo sorridendo ed è quello che facevo io. Oggi invece è tutto troppo maledettamente serio, perché ci sono troppi soldi, perché se perdi è la fine del mondo. E ti dico che se tornassi in campo oggi, rifarei tutto allo stesso modo, giocherei per far divertire il pubblico, e basta". 
Questo era l’altro George Best, un “ragazzo” che appena metteva piede in uno stadio, scaldava i cuori della gente.
di Christian Cesarini, da "UK Football please"

20 febbraio 2025

"SWINGING FOOTBALL. Storia, curiosità, aneddoti della Coppa Rimet 1966" di Christian Cesarini, 2017

Chi non ha mai sognato di avere una macchina del tempo? Da appassionati di calcio, vi siete mai chiesti in che evento, partita, epoca vi sareste catapultati? Che cosa avreste voluto vedere e vivere dal vivo? Chi segue la celebre serie tv inglese Doctor Who conoscerà il Tardis, una macchina con cui un signore del tempo chiamato il Dottore viaggia nello spazio attraverso un vortice temporale. 
Dove vi fareste portare dal Tardis esattamente? La nostra risposta è in questo libro: nei favolosi Sixties della swinging London e nel mondiale di calcio 1966! 
Racconterò in chiave prettamente inglese, narrando la parte sportiva delle sei partite giocate dai Three Lions dall'11 al 30 luglio 1966, passando anche e soprattutto per gli antefatti di quel mondiale e i tanti aneddoti e retroscena poco conosciuti al grande pubblico; cercheremo inoltre di approfondire e spiegare perché quello inglese fu il primo mondiale di calcio moderno, il capostipite delle manifestazioni che conosciamo oggi e che, ogni quattro anni, catalizzano e appassionano milioni di persone in tutto il mondo. A cinquant'anni di distanza da quell'evento, il mio vuole essere un omaggio all'unico mondiale di calcio vinto dagli 'inventori' del beautiful game: un riassunto evocativo di alcuni dei protagonisti, attraverso quel magico mese di luglio in cui l'Inghilterra e soprattutto Londra si elevarono, in ogni campo, a ombelico del mondo.
Ripubblicato nel 2020 con la casa editrice Kenness.
Swinging football. Storia e aneddoti della Coppa Rimet 1966

11 febbraio 2025

FRANK BARSON. "The hard man of english football"

La storia del calcio è costellata di giocatori violenti, spesso al limite se non oltre il regolamento. Calciatori duri, difficili da superare fisicamente, sempre pronti a seguire le caviglie (e a volte a colpirle) del malcapitato avversario di turno. Il calcio inglese ed anglosassone in generale, specie in passato, è sempre stato caratterizzato da questa tipologia di personaggi, che amati o non, hanno spesso contribuito a fare le fortune o le sfortune di una squadra e dei rispettivi manager.
Di recente il Times, noto quotidiano londinese, ha stilato la classifica dei cinquanta giocatori più duri del football di sempre. Sorvolando sull'attendibilità della particolare graduatoria, guidata probabilmente a ragione dal “killer” di Diego Armando Maradona Andoni Goikoetxea e composta da molte nostre conoscenze italiane e d'oltremanica come Claudio Gentile, Romeo Benetti, Nobby Stiles, Stuart Pearce e Roy Keane andiamo a scoprire insieme un "hard man" inglese poco conosciuto ai nostri giorni, che tra il 1919 ed il 1928 fu considerato uno dei giocatori più fallosi, rissosi e difficili da superare di tutta la Football League.
Parliamo quindi di Frank Barson, nato nella zona di Sheffield, a Grimesthorpe, nel 1891. Dopo aver conciliato il lavoro di fabbro con i primi approcci al calcio nel football club amatoriale dello Sheffield Albion iniziò la sua carriera di “duro” del beautiful game nel 1911, quando firmò un contratto da professionista per il Barnsley, all'epoca club di seconda divisione. Non ci mise molto il ventenne Frank a far conoscere il suo temperamento: poco prima di disputare la sua prima gara ufficiale con i Tykes all'Oakwell, Barson venne squalificato per due mesi, per aver provocato una gigantesca rissa con alcuni giocatori del Birmingham City durante un'amichevole pre-season. Rientrato in squadra giocò per il Barnsley fino al 1919 (dal 1915, anno in cui tra l'altro Frank si sposò, al 1918 la grande guerra fermò tutte le attività sportive ufficiali) collezionando in totale 91 presenze senza reti. 
Fu ceduto all'Aston Villa per la cifra di £2.850, voluto a tutti i costi dal grande George Ramsey, intento a ricostruire il Villa dopo la prima guerra mondiale. Il suo ruolo di interditore a centrocampo, caratterizzato da entrate durissime, divenne così molto noto agli appassionati dell'epoca ma soprattutto ai malcapitati avversari in campo, che cominciarono a considerarlo come uno dei più difficili, agonisticamente parlando, giocatori di tutta la lega professionistica. 
Il suo esordio con l'Aston Villa avvenne nell'ottobre del 1919 in un match vinto 4 a 1 sul Middlesbrough. Il carattere instabile di Frank emerse tuttavia anche nei suoi tre anni con la maglia claret and blue: molti infatti furono i contrasti con la dirigenza del club di Birmingham che non gradiva il fatto che Barson, nonostante gli impegni contrattuali assunti con il club, si rifiutasse di trasferirsi nella grande città delle Midlands facendo continuamente la spola per gli allenamenti e le partite tra Birmingham e Sheffield, città dove Barson aveva mantenuto interessi economici e familiari. In conseguenza di questi “attriti logistici”, all'inizio della stagione calcistica 1920-21 la dirigenza dell'Aston Villa decise di sospenderlo per quattordici giorni, nella speranza di convincerlo a spostarsi in maniera permanente a Birmingham; ciò non avvenne e in questo periodo (il 15 marzo 1920) il ribelle Frank si guadagnò anche un cap (peraltro l'unica) nella nazionale inglese, esordendo in un match contro il Galles giocato ad Highbury e valido per l'Home Championship. Subito dopo, a fine aprile, vinse con i suoi compagni la Fa Cup del 1920, al quale è legata una delle più famose storie su Barson, che ci fanno capire chiaramente quale fosse il suo atteggiamento in campo. 
Poco prima di scendere sul terreno dello Stamford Bridge di Londra, scelto in quell'occasione per la finalissima, T.J. Howcroft, uno dei migliori e rispettati arbitri dell'epoca minacciò palesemente e pubblicamente Barson in un duro face to face negli spogliatoi del Villa, intimando al rissoso centrocampista che la partita doveva essere giocata lealmente e che al primo intervento sopra le righe la finale di Barson sarebbe finita all'istante. Per una volta Frank tenne a freno i tacchetti degli scarpini, il match fu gradevole, combattuto ma leale e l'Aston Villa, superando per 1 a 0 l'Huddersfield Town, si portò a casa l'ambito trofeo. La sua carriera all'Aston Villa, dopo un centinaio di presenze e 10 reti, era comunque giunta al capolinea e dopo l'ennesima violenta discussione con un compagno di squadra poco prima di un match di League la dirigenza decise di "liberarsi" di Barson, cedendolo nell'agosto del 1922 al Manchester United per £5.000.

Nel nord-ovest dell'Inghilterra Frank lasciò il segno, giocando fino al 1928 e collezionando 140 presenze e 4 goal, di cui uno proprio alla sua ex squadra, l'Aston Villa. Quando approdò all'Old Trafford lo United non navigava in buone acque ed era appena retrocesso in Second Division. Barson contribuì a far risalire il club di Manchester nella massima serie nel 1925 sciorinando in campo tutto il suo repertorio di centrocampista duro, falloso e mai domo. Nel libro "The Official Illustrated History of Manchester United" l'autore Alex Murphy descrisse Barson addirittura come un guerriero azteco, minaccioso nello sguardo e nei movimenti, capace di ispirare i propri compagni alla lotta su ogni pallone per raggiungere la promozione; mentre Garth Dykes, l'autore di "The United Alphabet"
, lo descrisse come il più controverso calciatore del suo tempo, un gigante insuperabile del centrocampo con l'unico difetto di non saper gestire le proprie forze ed il proprio impeto, alimentato dal desiderio di voler essere sempre il primo attore in una mischia. A conferma di tali descrizioni palese fu il suo comportamento il 27 marzo 1926, quando il Manchester United affrontò il Manchester City nell'attesissima semifinale di FA Cup di quell'anno. Durante il gioco Sam Cowan, leggendario centrocampista e capitano del City, perse conoscenza dopo uno scontro di gioco e fu costretto ad uscire dal campo. Il motivo della prematura esclusione di Cowan non fu subito chiaro e si pensò inizialmente ad un malore improvviso. Dopo le cure del caso la gara riprese ed il City si impose sullo United con un netto 3 a 0. Dopo il match fu avviata un'inchiesta sull'incidente accorso al capitano del City e fu stabilito, in base alla testimonianza dello stesso Cowan e di alcuni spettatori presenti che Barson colpì con un violento pugno l'avversario durante una fase di gioco, mettendolo praticamente ko. Frank fu immediatamente sospeso dalla
Football Association per otto settimane.
Anche la sua carriera allo United volgeva al termine e nel maggio del 1928 si definì così il suo passaggio a titolo gratuito al Watford, club all'epoca di Third Division South, nel quale Frank militò per una sola ma tormentata stagione. Anche qui, come in passato con le maglie di Barnsley, Aston Villa e Manchester United, Barson ricevette lunghe squalifiche per comportamenti eccessivi e risse e mantenne la sua fama di "hard man of english football" in molte occasioni in cui dovette lasciare il terreno di gioco anzitempo o per esser scortato a fine gara dai poliziotti con lo scopo di evitare linciaggi dei tifosi di turno. Dopo la breve esperienza al Vicarage Road (appena 10 presenze ed una rete) accettò il ruolo di giocatore allenatore all'Hartlepool United per terminare poi la sua lunga e rissosa carriera al Wigan Borough nella stagione 1930-31, cimentandosi poi fino al 1956 in vari ruoli tra cui allenatore dello Swansea Town. Morì 77enne il 13 settembre del 1968, a Birmingham. 
La sua ultima apparizione da calciatore avvenne con la maglia del Wigan Borough nel boxing day del 1930, contro l'Accrington Stanley. Fu un'uscita di scena degna del suo modo di interpretare il gioco del calcio: espulso nel finale di gara per gioco violento...
di Christian Cesarini, da "UK Football please"
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