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26 maggio 2026

"LEEDS CAMPIONE - Il racconto di una stagione di gloria" di Remo Gandolfi (Urbone), 2017

(Prefazione Stefano Agresti)
C’è stato un altro “LEICESTER” nella storia recente del calcio inglese.
… anche se dobbiamo tornare indietro più o meno un quarto di secolo.
Questa squadra è il LEEDS UNITED.
E’ il 1991-1992.
L’ultima stagione della “vecchia” First Division.
Dalla stagione successiva nel calcio inglese cambierà tutto.
Arriveranno i soldi di SKY, arriveranno grandi giocatori da tutte le parti del mondo, gloriosi stadi verranno abbattuti per far posto a nuove cattedrali.
Il campionato inglese diventerà in pochi anni “il più bello (e più ricco) del mondo”.
In quest’ultima stagione dal sapore antico il Leeds United, che solo due stagioni prima era in Seconda Divisione, si scopre forte e agguerrito.
Nelle proprie fila ci sono calciatori di assoluto valore quali Gordon Strachan, Gary Mc Allister, Lee Chapman, David Batty e Gary Speed.
A metà stagione arriverà anche un francese, talentuoso, carismatico e un po’ matto.
Il suo nome è Eric Cantona.
Il loro condottiero è Howard Wilkinson, allenatore visionario e determinato che quando prese in mano il Leeds due anni e mezzo prima promise che in 5 anni avrebbe portato il Leeds ai vertici del calcio inglese. 
In effetti si sbagliò. Ce ne mise solo 4.
Il Leeds in quella stagione è però considerato niente di più che un semplice outsider nella lotta per il titolo.
Nessuno ritiene il team dello Yorkshire in grado di competere con Manchester United, Arsenal o Liverpool.
Le cose però andranno diversamente.

29 dicembre 2025

"L'ULTIMA ROSA DI LEEDS" di Simone Galeotti

A Leeds l'inverno è talmente egocentrico che ogni anno pretende di essere il più freddo di sempre. Scatena un vento pungente che ti sferza la faccia, duro, come le vocali strette degli inglesi del nord. Un inverno così lungo che sembra nessuno si ricordi cosa c'era prima a parte quella breve parentesi autunnale che piega gli alberi e riempie le strade di foglie morenti. Il sole? Una band d'apertura che si sgola qualche minuto e poi cede il passo al protagonista. 
A precipitazioni che si abbattono al suolo tramando contro l'eroismo di piccoli fiori sbocciati nei giardini di Bramley, di Horsforth o di Roundhay e inzuppa l’erba di Elland Road facendo lacrimare gli occhi di bronzo della statua di Billy Bremner.. Suvvia lo scenario non è poi così cupo, in ogni caso benvenuti a Leeds, porta d'ingresso dello Yorkshire, dove le brughiere si alternano ai villaggi, in un coloratissimo patchwork di colture e vegetazioni.

Benvenuti nella città del Leeds United AFC. Ma non iniziamo subito ad associare questa squadra con quella che per circa un decennio, a cavallo fra gli anni '60 e '70, visse un autentico periodo da protagonista sia in Inghilterra sia in Europa, raccogliendo trofei importanti insieme a beffarde sconfitte, conosciuta con il celebre soprannome di dirty Leeds, uno spiritato manipolo guidato in panchina dalle occhiatacce e dai basettoni da ispettore di Scotland Yard di Donald "Don" Revie.

Jack Charlton, John Giles, Peter Lorimer, Norman Hunter, Allan Clarke, Billy Bremner off course, tanto per fare una mini fabbrichetta da ufficio anagrafe; un undici etichettato come rude, sleale, tanto da essere etichettato dagli avversari con quel nomignolo citato in precedenza, a torto o a ragione. Nel 1974, va detto, raggiungerà in ogni caso la finale di Coppa dei Campioni senza Revie perchè chiamato a guidare la nazionale e il suo nemico giurato Brian Clough sarà inopinatamente chiamato a domare gli afrori di Elland Road solo che, dopo 44 giorni di frustrazioni, litigi e rabbia, lasciò capre e cavoli sotto la panca di Jimmy Armfield, traghettatore sereno senza troppa scorza, fino a una Parigi sognata dove il Bayern Monaco, non senza oggettive recriminazioni, si imporrà per due reti a zero. Si è vero, non erano una comitiva di santi, ma alla fine, nel calcio l'aggettivo “sporco” o “cattivo” potrebbe fare compagnia a molte altre squadre che si vantano di avere una fedina penale pulita e che invece di misfatti dentro e fuori il rettangolo verde ne hanno combinati diversi.

Agli inizi degli anni ‘90, dopo essere tornata nella massima serie arrivò un inaspettato titolo di campione d’Inghilterra grazie soprattutto all’ innesto del talento di Eric Cantona. Oui, Cantona, un marsigliese, istrionico, geniale, ruvido. Nel gennaio 1992 farà un provino con lo Sheffield Wednesday allenato da Trevor Francis. Gli venne offerto un secondo provino ma ciò provocò il risentimento del giocatore che offeso decise di firmare per il Leeds United, diventando una colonna della dei bianchi di Howard Wilkinson. Non solo Cantona, quella era la squadra del portiere John Lukic, del terzino Tony Dorigo e dei suoi ricci sempre perfetti, della grinta dell'irlandese Gary Kelly, delle scorribande del povero Gary Speed, dell'esperienza di Gordon Strachan, della fermezza dello scozzese McAllister, del barcollante ma puntualissimo centravanti Lee Champan, e del velocissimo Rod Wallace. 
Le speranze del Manchester United anch’esso alla ricerca di risalire sul trono nazionale vennero soffocate dalla spuma dello champagne stappato a Elland Road. Fu l’ultimo campionato prima dell’avvento della patinata Premier League, la fine del calcio inglese, amen, con nostalgica ammissione, e l'iniziò di un era diversa, globale, che piaccia o meno. 
A conti fatti quel gruppo segnerà un epoca e per favore, stavolta però non chiamatelo sporco, non chiamatelo maledetto, chiamatelo solo e più semplicemente Leeds United.
"Marching on together...."

21 agosto 2025

"ALAN SMITH. L'ESIGENZA DI EROI SILENZIOSI" di Damiano Francesconi

Avete presente un film? Molto spesso nelle pellicole cinematografiche vi è sempre la massima esaltazione, giustamente, dei protagonisti i quali prendono parte a qualcosa di eroico e magistrale il quale verrà per sempre ricordato sia dagli spettatori che dall'evolversi del film stesso.

Molto spesso, però, accade che questi eroi non per forza siano i veri protagonisti di una storia. L'eroismo ha diverse sfaccettature dove vi è chi, in prima linea, guida altri ad atti di coraggio oppure chi da altri punti di vista, situazioni o gesta svolge un ruolo chiave in tutta la faccenda. Questi vengono detti “eroi silenziosi”. Coloro che svolgono un ruolo fondamentale ma non vengono esaltati a dovere. Facendo un parallelismo tra questo ipotetico film ed il calcio, anche nel mondo “pallonaro” vi è questa tipologia di personalità con i tacchetti ai piedi. In questo articolo verrà, appunto, trattata questa figura la quale non è altro che l'emblema di colui che per duttilità, caparbietà, tenacia, altruismo e chi più ne ha più ne metta...svolge compiti importanti, nell'ombra, all'interno del rettangolo verde.
Siamo in Inghilterra, nel West Yorkshire confinante con il Lancashire, North Yorkshire, Grater Manchester, Derbyshire e Sud Yorkshire. Più precisamente nella piccola cittadina di Rothwell.
E' il 28 ottobre 1980 ed è appena cominciata la stagione di First Division dove la squadra locale dello Yorkshire, il Leeds United, è tra le favorite al titolo. Quel giorno di fine ottobre nacque un figliol prodigo del distretto di Leeds. Un predestinato al mondo del calcio negli anni a venire, uno di quelli che meglio di tutti porterà, nella storia del calcio d'oltremanica, la bandiera di “eroe silenzioso”. Il suo nome è Alan Smith.
Alan, come detto, nacque agli inizi degli anni 80 e, fin dal principio, ebbe una forte passione per lo sport in generale. Infatti egli, sin da bambino, oltre al calcio praticò diversi sport quali rugby e cricket. Ovviamente, con il passar del tempo, la sua attitudine fu più propensa alla palla a scacchi che a quella ovale o alla mazza da cricket. Frequentò la Rodillian School dove, lo sport principale era il rugby. Nonostante ciò, Alan, terminata la sua giornata scolastica correva al campo di gioco della squadra locale. 
Nel 1996, durante una normale partita di fine anno, venne notato da alcuni osservatori del Leeds United. Il 17enne Smith venne avvicinato, a fine partita, da questi osservatori i quali gli fecero presente il loro interesse e mostrarono, a lui, la volontà di tesserarlo tra le fila del squadre della sua città. L'inizio di qualcosa di straordinario stava prendendo forma per questo comune ragazzo biondo risaltato all'occhio degli osservatori dello United per la sua cattiveria, la furia agonistica e le sue doti tecniche e balistiche condite con una incredibile freddezza sotto porta. Debuttò a soli 18 anni nella massima serie inglese nel big match contro il Liverpool dove, il 14 novembre 1998, gli Whites, si imposero per tre reti ad uno ad Anfield Road. La sorpresa generale fu proprio l'esordio con goal del giovane “biondino” con la maglia numero 39 di nome Smith. Facendosi largo a suon di goal, contrasti ed irrefrenabile voglia di migliorarsi sempre, Alan divenne, con il passare del tempo, una scelta indiscussa nella formazione titolare.
Nella stagione 2000-01 il Leeds prese parte alla Champions League e cosa c'è di meglio del più importante palcoscenico europeo per superare i propri limiti? Gli Whites, in quella stagione, vantavano un reparto offensivo di tutto rispetto con Smith, Viduka e Bridges.
Dopo aver superato scogli importanti quali Milan, Real Madrid, Lazio e Deportivo La Coruna, il Leeds, allenato dall'irlandese David O'Leary, perse la semifinale di Champions League contro gli spagnoli del Valencia. Per un pelo, Smith e compagni, mancarono l'approdo in finale della più prestigiosa coppa europea. Alan Smith rimane, ad oggi, il giocatore più prolifico, nelle competizioni europee, del Leeds con quattordici reti.

Tutta l'Inghilterra parla di lui. I quotidiani sportivi lo innalzano a nuovo beniamino del mondo calcistico “made in England”. Il tutto perché, Alan, incarna l'attaccante tipo che tanto piace ai supporter inglesi: grintoso, potente, freddo finalizzatore e sopratutto instancabile faticatore.
La stagione successiva all'indimenticabile “cavalcata” in Champions League, David O'Leary, iniziò a vedere in Smith straordinarie capacità di adattamento ad altri ruoli oltre a quello di centravanti. La sua versatilità lo portò, molto spesso, a giocare come esterno destro di centrocampo e, anche in quelle situazioni, Smith era lì che faceva il suo e nonostante giocasse, talvolta, lontano dalla porta il suo contributo alla causa White vi era sempre con corse sfrenate, assist e goal.
Mentre il biondo Smith diveniva sempre più l'idolo di Elland Road, stadio del Leeds, sopra il club dello Yorkshire iniziarono a presentarsi delle “nubi nere” che non lasciavano presagire nulla di buono. Una grave crisi finanziaria investì la società la quale dovette fare i conti con bilanci sempre più in perdita. Pezzi pregiati della rosa vennero venduti, perlopiù, per fare cassa. Tra questi, nella stagione 2002/03 c'era gente del calibro di Rio Ferdinand, Dacourt, Robbie Keane, Fowler, Lee Bowyer e Woodgate che vennero ceduti. Alan venne trattenuto nonostante vi fossero numerosi club pronti ad accaparrarselo. La stagione 2002/03 vide il Leeds piazzarsi in quindicesima posizione. Quella stagione fu soltanto l'anticamera di ciò che accadde la stagione successiva.
Nella stagione 2003/04 il Leeds retrocesse in Championship e questo fu un duro colpo per tutta la società, la tifoseria ed Alan Smith. Nel maggio del 2004 Smith giocò la sua ultima partita con la casacca White e fu emblematica l'immagine di lui che baciava la maglia in lacrime. Il club che si fece avanti per acquistare Alan Smith fu, niente poco di meno, il Manchester United. Proprio così, il club più detestato dai tifosi del Leeds venne prendersi, per 10 milioni, il loro beniamino il quale firmò il contratto legandosi ai Red Devils. Questo diede il via a numerose polemiche. La sua uscita venne segnata da accuse di tradimento e, nel giro di un giorno, Smith è passato da eroe a traditore; tutto questo nonostante il fatto che il club avesse dichiarato pubblicamente che non poteva permettersi di pagare gli stipendi dei calciatori e, per Alan, nessun altro club aveva registrato un interesse eccetto il Man United. A causa delle difficoltà finanziarie del Leeds, Smith scelse di rinunciare alla tassa di trasferimento personale a lui dovuta dal club. Ciò non impedì, ad alcuni tifosi del Leeds, di sentirsi traditi al punto di innalzare striscioni i quali accostavano al figura di Smith a quella di Giuda.

Approdato ad Old Trafford, Smith, prese subito coscienza che divenire un idolo da quelle parti sarebbe stato ancor più ostico di Elland Road. Il reparto offensivo alle dipendenze di Sir Alex Ferguson vantava giocatori del calibro di Van Nistelrooy, Saha, Solskjaer ed il neo acquisto prodigio Wayne Rooney. Alan Smith aveva, senza dubbio, una concorrenza tutt'altro che semplice da scardinare.
La prima stagione tra le fila dello United fu colma di alti e bassi. L'8 agosto 2004 venne giocata la partita valevole per la Community Shield tra Arsenal e Manchester United. Al 55esimo minuto, i Red Devils, passarono in vantaggio grazie proprio ad una rete siglata da Smith con uno straordinario tiro al volo da fuori area. Alla fine del match, però, avranno la meglio i Gunners vincendo per 3-1 e sollevando al cielo la Community Shield.
La stagione, come già detto, ebbe degli alti e bassi e vide il biondo dello Yorkshire andare a segno per 10 volte nella stagione 2004-05. Il rientro di Van Nistlerooy da un infortunio, la straordinaria forma fisica di Rooney ed un infortunio dello stesso Smith lo portarono ad una stagione nell'anonimato. Nonostante tutto, però, i tifosi del Man United lo apprezzavano per la sua grinta e le sue doti ogni volta che veniva chiamato in causa.
Durante il ritiro dell'estate 2005 Ferguson iniziò a vedere Smith con altri occhi. Il manager dello United era sempre più in rotta di collisione con il suo capitano, Roy Keane, il quale sembrava sempre di più destinato a lasciare il Manchester United per diatribe interne. Una cosa, però, accomunava Ferguson e Keane. Entrambi vedevano Smith perfetto per il ruolo di mediano. Ferguson stesso dichiarò che lo stesso Keane vedeva Smith come il suo ideale successore in quel ruolo.
Nella stagione 2005/06 il Manchester United condusse il campionato colmo di alti e bassi e Smith divenne, definitivamente, un mediano di centrocampo. Con l'addio, colmo di polemiche, di Roy Keane, Alan, divenne praticamente titolare al fianco di Scholes nella linea di centrocampo. Svolgeva, perlopiù, compiti di contenimento, filtro, corsa e recupero di palloni e, di tanto in tanto, provava qualche inserimento in area di rigore. Era un altro tipo di Smith rispetto a quello visto ad Elland Road. Ai tempi del Leeds era utile alla causa per i suoi goal mentre, al Manchester United, ricopriva il ruolo di macinatore di km in mezzo al campo. Quella stagione, purtroppo, terminò il 18 febbraio 2006 durante la partita di FA Cup contro il Liverpool. Il match terminò 1-0 per i Reds ma quella partita sarà ricordata per l'infortunio di Alan Smith. Su una punizione, del norvegese Riise, Smith si immolò, come al suo solito, in scivolata per contrastare la “cannonata”. In quell'istante avvenne la frattura della gamba sinistra e conseguente slogamento della caviglia. Ferguson dirà di non aver mai visto un infortunio tanto grave nella sua carriera da calciatore, prima, e da allenatore.
Quella stagione terminerà così per Smith: in barella e tra gli applausi di Anfield Road. A fine stagione il Man United alzerà la coppa di lega e tutti i calciatori dedicarono la vittoria proprio a Smith.

Nella stagione successiva a seguito della cessione di Van Nistelrooy al Real Madrid, Ferguson decise di riabilitare Smith come centravanti nonostante la straordinaria attitudine e versatilità mostrata, nella stagione precedente, nel ruolo di mediano. Rientrato dall'infortunio prese parte a partite di Champions League contro il Celtic ed il Benfica partendo, però, sempre dalla panchina. Partì titolare nella partita, contro il Crewe Alexandra, nel quarto turno di coppa di lega. Mentre cercava di raggiungere la forma migliore voci di mercato, a gennaio, lo accostarono al Cardiff City e, addirittura, al suo vecchio club il Leeds United. 
Smudge (soprannome a lui attribuito ai tempi dello United) volle rimanere a tutti costi ad Old Trafford per conquistarsi il suo posto in squadra.
Questa cosa venne molto apprezzata anche da Ferguson il quale cercò di “buttarlo” nella mischia in diverse occasioni e, piano piano, Smith stava tornando ad essere il solito vecchio combattente a prescindere se egli giocasse a centrocampo oppure in attacco. Il 10 aprile 2007 si giocò la partita di ritorno di Champions League, valevole per l'approdo in semifinale, tra Manchester United e Roma. Il match si concluse con un risonante 7-1 per i Red Devils ed Alan Smith siglò la rete del 2-0. Non accadeva dal novembre 2005 che Smith andasse a segno. Per lui fu una vera liberazione. Quella stagione il Man United vincerà la Premier League e l'ultima apparizione di Smith con la maglia dei Red Devils sarà contro il Chelsea nella semifinale di FA Cup del 2007. Dall'infortunio contro il Liverpool per Smith la carriera ha avuto, a detta sua, una parabola discendente visto che non raggiunse mai più la splendida forma avuta ai tempi del Leeds e nelle prime due stagioni al Manchester United.

Fu così che, nell'estate 2007, venne ceduto al Newcastle United. Ebbe così inizio una nuova avventura per il biondo di Rothwell. La prima stagione in maglia Magpies, però, fu molto deludente visto che, Alan, chiuse la stagione con zero reti. Anche la stagione successiva fu colma di alti e bassi provocati, soprattutto, dall'allontanamento, per diverso tempo, dal campo di gioco dovuto alla famigerata caviglia sinistra. Smith ritornò in campo nel febbraio 2009 contro l'Everton ma, in quella stagione, il Newcastle retrocesse clamorosamente in Championship.
Nonostante la stagione 2009/10 vide un club storico come il Newcastle United militare nella serie cadetta, per Smith fu una vera e propria rinascita. Tornò a giocare in maniera definitiva nel ruolo di centrocampista centrale e divenne perfino il capitano di quel Newcastle chiamato alla risalita nella massima serie inglese. I Magpies riuscirono nell'impresa di tornare in Premier League. L'edizione 2010/11 vide il Newcastle posizionarsi in dodicesima posizione e, le partite, giocate da Smith iniziarono ad essere sempre meno. Un po' per la concorrenza, a centrocampo, di gente come Tiotè. Joey Barton, Guthrie e Routledge, un po' per il continuo tormento causato dalla solita caviglia sinistra. Alan Smith percepì che, anche a Newscastle, la sua avventura era ormai arrivata al capolinea. Nonostante nell'estate 2011 ci fu un avvicinamento da parte del Leeds United, il suo Leeds, Smith rimase al Newcastle fino al gennaio 2012 quando venne ceduto, in prestito, al Milton Keynes Dons e poi venne riscattato dallo stesso club del Buckinghamshire il 10 luglio 2012. Nel MK Dons collezionò circa 60 presenze senza andare mai a segno. Questo anche perché, ormai, Smith era un centrocampista.
Nell'estate 2014 passerà al Notts County vacillando tra League One e League Two e rimanendo legato al club, con il quale colleziona 87 presenze, fino alla stagione 2018. Stagione in cui il nostro “eroe silenzioso” decise di dire basta con il calcio giocato.
“Qualcosa s’era rotto, dentro di me: in ogni contrasto che facevo ero nervoso ed avevo paura. Ma, soprattutto, avevo decisamente perso qualcosa a livello fisico”. Queste furono le parole di Smith in un'intervista, di qualche anno fa, riferendosi all'infortunio subito nel match contro il Liverpool quel 18 febbraio 2006.

In conclusione: cosa sarebbe stata la carriera di Smith senza quell'infortunio? Cos'altro avrebbe potuto dare al Manchester United? Cosa sarebbe stata la sua carriera se avesse alzato al cielo la Champions League del 2000/01 con il Leeds? Quanti dubbi, quante cose lasciate in sospeso da questo calciatore che, di fatto, non è mai realmente esploso ma che era capace di mettersi a disposizione di tutti. Eppure il mondo del calcio ha bisogno anche di queste storie scritte a metà ma che, comunque sia, hanno avuto, al loro interno, qualcosa di eroico e sensazionale. Quello di essere stato amato (forse dopo anche odiato) da ogni singolo tifoso dei club per i quali ha vestito la maglia ed i colori sociali.
Grazie Alan...MIO “eroe silenzioso”.
di Damiano Francesconi

22 aprile 2025

"AROUND THE WATER. L’IRLANDA DI JACK CHARLTON" di Simone Galeotti (Urbone), 2021

Jack Charlton, detto Jackie, lo chiamavano “giraffa”. Era nato ad Ashington, nel Northumberland, dove ogni inverno pretende di essere il più freddo dei precedenti e dove ci sono poche alternative alla miniera di carbone. Lo chiamavano “giraffa” perché era alto, aveva il collo lungo e quando muoveva la bocca pareva ruminare. Era un uomo onesto, gentile, simpatico e genuino, che aveva sempre tempo per le persone. Nel calcio è stato un difensore centrale di alto livello. Ha legato la sua carriera al Leeds United, dal 1952 al 1973. Ha vestito 35 volte la maglia dell'Inghilterra, segnando 6 reti. 
Nel suo palmarès, oltre al titolo Mondiale del 1966, anche un terzo posto agli Europei del 1968. Fu il sogno, l’esperanto di due popoli, il primo inglese a sedersi sulla panchina della Repubblica d’Irlanda. Quella nazionale entrerà nel cuore di tutti gli irlandesi e non solo. Era un gruppo scanzonato, irriverente, che si divertiva, che non vinse ma - come amava ripetere Jack - “nel mio cuore sapevo di aver chiesto tutto quello che potevo chiedere ai miei giocatori, e loro mi hanno dato tutto quello che mi potevano dare.” E quegli otto anni resteranno indelebili nella mente dei tifosi vestiti di verde. Quel verde tanto simile ai manti delle loro scogliere.

6 marzo 2025

"IL MALEDETTO UNITED" di David Peace (Il Saggiatore), 2009

Nel 1974 Brian Clough, ex calciatore noto per i suoi tanti trionfi , accetta di succedere al leggendario Don Revie e allenare una delle squadre più difficili del campionato di calcio inglese: il Leeds United. Giocatori altezzosi, competitivi, in cima alla classifica, ma aggressivi e scorretti. Disposti a tutto pur di vincere. Clough sa che non sarà semplice far funzionare le cose, eppure non rifiuta l’incarico, spinto da un orgoglio infinito e nella convinzione di poter trasformare il Leeds in una squadra che vince senza imbrogliare.
Inizia così la cronaca avvincente e disperata dei quarantaquattro giorni di uno dei più carismatici e controversi allenatori di calcio. Brian Clough è un uomo ambizioso, incontenibile e, nonostante gli enormi difetti, sostenuto da un fortissimo senso morale. La sua è una lotta quotidiana contro una squadra che odia, peraltro ricambiato, e contro fantasmi che non smettono di perseguitarlo nelle notti insonni, fra alcol e sigarette.
Il maledetto United è un romanzo che rimbalza tra passato e presente, paranoia e lucidità, che scava nella realtà e la trasfigura fino a riportarla alla sua essenza più brutale, tra la paura del fallimento e la fame di successo.
David Peace, con il suo inconfondibile stile – palpitante, tagliente, dal ritmo inesorabile – e con grazia miracolosa, riporta in vita gli irruenti anni settanta del calcio inglese, consegnando ai lettori un libro che è già un culto.

13 febbraio 2025

LEEDS UNITED. ULTIMO TANGO A PARIGI

È quasi giorno. È l’alba del 29 maggio 1975. Una figura illuminata solo dal bagliore fluorescente dei lampioni cammina lungo lo spartitraffico di una strada parigina. Ha in mano una bottiglia vuota di champagne che tiene stretta al suo fianco come fosse un’inseparabile appendice. L’amica di una notte che ha provato invano a consolarlo. Si chiama Jimmy Armfield, ed è il manager del Leeds United. Non riusciva a dormire. A dire il vero non aveva tentato nemmeno di farlo. Chiudere gli occhi avrebbe significato solo una cosa. Avrebbe rivisto tutto. Di nuovo. E sarebbe stato troppo doloroso. “Non sapevo dove andare, e che cosa fare” – disse qualche tempo dopo. “Non ero nemmeno ubriaco, avevo solo bisogno di stare lontano da tutti, almeno per qualche ora”.






















La causa sono i postumi della sera precedente, i momenti che gli hanno fatto male, divisi fra errori, ingiustizie e sfortuna. Prima di uscire ha lasciato un sacchetto sul tavolo della camera d’albergo. Dentro ci sono attorcigliate come serpenti velenosi, una ventina di medaglie d’argento che nessuno quella sera volle accettare serenamente. “Se non fosse stato per me” – racconta, “sarebbero rimaste tutte sulle panche dello spogliatoio del Parco dei Principi; poi nei giorni successivi con più calma le ho riconsegnate alla squadra”.

A Leeds, dove l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima, ebbene a Leeds il sogno di diventare campioni d’Europa era finito paradossalmente in una mite serata francese di primavera inoltrata, dopo due schiaffi rimediati dai tedeschi del Bayern, per niente ammaliati dalle maglie bianche con la rosa dello Yorkshire. E come se non bastasse l’umiliazione della sconfitta, ci pensarono i tifosi a rovinare ancora di più quella partita. Certo, non tutti i 15.000 sostenitori giunti dallo Yorkshire si rivelarono protagonisti di nefandezze. Solo una piccola parte maniacale di loro. Ma fu sufficiente per seminare il panico, durante e dopo l’incontro. La prima finale europea macchiata da gravi disordini. Inutile girarci attorno. Il Leeds diventò così il primo club inglese a essere processato e condannato per il comportamento violento dei propri fans, con la conseguente sentenza che prevedeva l’esclusione dei bianchi di Elland Road dalle competizioni continentali per cinque lunghi anni. Ci sarebbero anche delle attenuanti a essere sinceri.. Ma accampare scuse per questo comportamento non avrebbe molto senso o significato. Certo è, comunque, che l’arbitro della finale, un certo Michel Kitabdjian e i suoi collaboratori ci misero del loro per scaldare animi già fin troppo eccitati. 
Non era previsto che finisse in quel modo. Avrebbe dovuto essere il giorno più bello nella storia del Leeds United. Il riconoscimento, il coronamento di dodici anni di protagonismo ad alto livello dopo 87 partite di calcio europeo. Tuttavia il più famoso dei “runners-up” inglesi, sarebbe ancora una volta stato destinato al ruolo di damigella d’onore. 
A Leeds la stagione 1974/75 era cominciata con le abbondanti piogge di sempre e con la razionalizzazione dell’energia elettrica voluta dalla severa austerity del Partito Conservatore. Ma tra i tagli energetici e le lotte sindacali, il football avrebbe dovuto essere il solito gradito diversivo, soprattutto per la comunità di minatori della contea che non se la passava esattamente bene.
Innanzitutto, fu l’anno dell’addio di Don Revie. Colui che condusse i “Peacocks” a un invidiabile striscia di successi. Nell’estate del 1974 fu convocato dai vertici della federazione per assumere il ruolo di allenatore della nazionale inglese. Gli articoli sul candidato alla successione dominarono la stampa sportiva. Poi quando il nome di Brian Clough rimbombò per Kirgate e The Calls diventando certezza, la notizia scioccherà un po’ tutti. Adesso non ci soffermeremo troppo su quei famosi 44 giorni. Basterà dire, solo per rinfrescare qualche memoria, che Clough arrivava dal Derby County dove aveva avuto grande successo, ma dove troppo spesso si era lasciato andare a critiche pesanti sullo stile intransigente del Leeds, tant’è che non appena arrivato pronunciò il celebre discorso in cui invitava tutti i giocatori che avevano vinto qualcosa con Revie a rinunciare a quegli allori perché prodotti da vittorie ingiuste.

Apriti cielo. Il suo tentativo messianico andò fallito e dopo un solo successo in sette partite se ne andò, restando per la statistica uno dei peggiori allenatori della storia di questo club. Ed ecco allora arrivare al suo posto Jimmy Armfield. Con lui le cose in campionato non furono comunque eccelse. Non scordiamoci che il Leeds partiva da campione in carica. Alla fine, si trattò di archiviare un nono posto, frutto di sedici vittorie, tredici pareggi e altrettante sconfitte. In FA Cup invece il cammino dei bianchi si interruppe a un passo dalle semifinali, dopo tre estenuanti partite contro l’Ipswich Town terminate nell’ultima drammatica gara giocata al Filbert Street di Leicester, dove i Tractor Boys si imposero per 3-2. Il cammino europeo sembrò potesse riservare però gradite sorprese al gruppo di Armfield. I primi tre ostacoli (nell’ordine Zurigo, Ujpest, e Anderlecht) furono spazzati via con disarmante facilità, anche grazie alla particolare vena realizzativa delle due forbici da cucito Allan Clarke e Peter Lorimer.

A fine torneo il loro tabellino personale parlerà di quattro centri a testa. L’ostacolo più complicato si materializzò senza dubbio in semifinale, vale a dire il Barcellona dei tulipani Johan Cruijff e Johan Neeskens. Il 9 aprile 1975 si giocò la prima partita a Elland Road davanti a oltre 50.000 spettatori. Il giorno precedente la gara, i residenti di Thackley, pugno di case a nord est di Bradford, dove il Barcellona aveva stabilito la sede del ritiro, restarono incuriositi e affascinati dai metodi di Rinus Michels, allenatore olandese dei blaugrana, che guidò una sessione di allenamento di “calcio totale” della squadra catalana. Una squadra che fino a quel momento non aveva concesso un solo goal agli avversari nella competizione. A infrangere il record ci pensò il capitano di mille battaglie Billy Bremner che dopo aver ricevuto un pallone invitante dalla testa di Jordan sparò un autentico missile alle spalle di Salvador Sadurnì per la gioia incontenibile del pubblico di casa. Abbiamo nominato Jordan, all’anagrafe Joseph Jordan. Qualche tifoso italiano di una certa età non può dimenticarlo. Scozzese di Cleland, altissimo, sgraziato, a lui verrà associato uno dei soprannomi più icastici della storia del calcio: “lo squalo”Fu coniato dopo una partita giocata con le riserve del Leeds dove, in uno scontro di gioco perse i due incisivi superiori. Naturalmente gli vennero applicate delle protesi, ma per motivi di sicurezza le lasciava in spogliatoio. In tal modo, questa menomazione, sul campo gli conferiva un aspetto poco rassicurante e ancora più goffo del normale, in quella che in lui sembrava un’eterna lotta più con l’equilibrio che con il pallone. Ad ogni modo un centravanti del suo tempo, con una discreta media realizzativa, rispettato e temuto dalle difese avversarie.

Il Barcellona sotto di uno provò a reagire e i loro sforzi furono premiati nel secondo tempo quando, su una punizione dal limite dell’area Cruijff toccherà magistralmente la palla per Manuel Asensi che infilò la sfera a fil di palo beffando il portiere David Stewart non che riuscirà ad arrivarci: 1-1. Quella notte si percepiva che il Leeds avrebbe vinto, c’era qualcosa nell’aria, qualcosa di magico. E chi meglio di “mister Leeds” avrebbe potuto realizzare l’impresa? Mister Leeds è Allan Clarke, detto anche “sniffer” per essere riuscito nella sua prima stagione ad annusare e siglare la bellezza di 26 reti. A undici minuti dal termine, in una mischia sotto porta, con la complicità del compagno Paul Reaney realizzerà il punto del 2-1. Una vittoria, certo, solo che a conti fatti in Spagna sarebbe stata complicata da difendere, quindi meglio attaccare, colpire appena possibile. E il cuscino su cui adagiarsi con una certa serenità lo troverà Peter Lorimer sfruttando un lancio del centrocampo per incunearsi in maniera letale nell’area di rigore del Barcellona. Non finirà lì, ci sarà ancora da soffrire e anche tanto. Parigi val bene una Messa diceva Enrico IV. Gli ultimi 20 minuti saranno snervanti. Pareggia di Manolo, poi Gordon McQueen verrà espulso e Bremner salverà sulla linea un tiro di Neeskens. Al triplice fischio fu un’autentica liberazione.

Il Leeds andrà a giocarsi la finale della Coppa dei Campioni per la prima volta nella sua storia contro i tedeschi del Bayern Monaco detentori del trofeo. La squadra di Armfield ebbe un mese per preparare al meglio la partita più importante della loro vita. La First Division si era conclusa il 29 aprile. Dal canto loro i tedeschi invece dovettero correre fino al 14 giugno data dell’ultima giornata della Bundesliga. Era un vantaggio? Arrugginirsi in amichevoli con gli under 23 della Scozia e i modesti pedatori del Walsall, mentre i rossi di baviera tenevano un ritmo serrato? In più il Bayern era una signora squadra e molti dei loro giocatori freschi campioni del mondo. Qualche nome: Sepp Maier, Hans Schwarzenbeck, Franz Beckenbauer, Gerd Muller e Uli Hoeness. La sera del 28 maggio 1975 la voce chiara e calda di Alan Parry portò nelle case inglesi le emozioni del Parco dei Principi. “Questa è la notte del Leeds United, nella spettacolare cornice di uno degli stadi più moderni del mondo, la più grande notte per i club inglesi dal 1968”. La partita incomincerà mentre si alzavano nitidi i cori della gente arrivata dallo Yorkshire. Privo dello squalificato McQueen, Armfield decide di spostare in difesa il versatile Paul Madeley al fianco di Norman Hunter.































Sarà una partita maschia, a tratti perfino eccessivamente dura. Il Leeds provò a prendere in mano il pallino del gioco, e dopo sette minuti Clarke viene steso da Beckenbauer in area di rigore. Sembrava un fallo piuttosto netto ma l’arbitro francese non fu dello stesso avviso e lasciò correre. Uno di quegli episodi che poteva non solo cambiare il volto alla partita, ma che contribuì ad alimentare le prime preoccupazioni sugli spalti. Alla fine del primo tempo il c.t. tedesco Dettmar Kramer poteva considerarsi un uomo felice, visto che, nei giorni precedenti la finale aveva più volte sottolineato il fatto, che se il Bayern avesse passato indenne la prima parte di gara poi le speranze di vittoria per i suoi, sarebbero cresciute in maniera esponenziale. Fu buon profeta ma ancora una volta la terna arbitrale ci mise del suo. Al 67′ Lorimer batte Maier con un tiro al volo, ma la rete è annullata per la posizione di fuorigioco di un giocatore del Leeds ritenuta attiva ai fini dell’azione. Polemiche, furiose, ma inutili. E qui praticamente il match si chiude e le gradinate in subbuglio sono vigilate da agenti antisommossa. Il Leeds aveva dominato per quasi settanta minuti e la beffa ovviamente era nell’aria. Prima Roth in contropiede porterà in vantaggio i bavaresi, poi a dieci dal termine Muller anticiperà la sbilanciata difesa dei bianchi depositando in rete un traversone rasoterra di Kappelmann. Fra i due goal, un’interruzione per cercare di placare la rabbia dei tifosi inglesi. Ma ormai la coppa "dalle grandi orecchie" aveva già preso la strada di Monaco.
Una brutta sconfitta. La fine di un’epoca. Una farsa e una tragedia. E da contorno le sirene della polizia che squarciavano la notte di Parigi.

4 febbraio 2025

"LEEDS UNITED. Through the ups and downs" di Fabio Del Secco

Mi accontento di poco, mi viene fatto notare...e mi chiedono il perché di tanta passione per un club appartenente ad una città molto lontana da quella in cui sono nato. E poi, perché un club inglese? E perché proprio uno che di glorioso ha soltanto il passato e non il presente ? Non sarebbe più entusiasmante tifare un Manchester, un Chelsea o un Liverpool ? No. Non lo sarebbe. Perché tifare Leeds è molto di più, è amare il football al di là delle vittorie, anzi è un dover abituarsi alle sconfitte e alle delusioni anche se poi è proprio lì che il senso di appartenenza si alimenta e si consolida, e poco importa se blasone e bacheca impongono aspirazioni di un certo livello. Sì perché oggi permettere al cuore di sanguinare yellow, white and blue significa scontrarsi continuamente con un passato pesante e far fronte ad un presente scomodo, un presente in cui ci si trova a non poter biasimare la squadra per aver perso di fronte ad un club più ricco e più potente, e allo stesso tempo a crogiolarsi nel prendere atto di come le tifoserie avversarie ci sbattano in faccia l’ormai tristemente famoso “Leeds are fallin’ apart again” ma non possano prendersi la licenza di gridarci “who are ya” perché sanno benissimo chi siamo. Chi siamo o chi eravamo?



Domanda più che lecita di fronte ad un presente in cui certi giocatori non possiamo permetterceli, certi ingaggi non fanno per noi, e certe strategie finanziarie non si addicono alla politica scelta dalle proprietà che di volta in volta si sono insediate a Elland Road, il tutto mentre quell’ultimo titolo del ’92 anno dopo anno si allontana sempre di più in mezzo a retrocessioni, play-off persi rocambolescamente e finali di Championship da dimenticare.
Eppure quello di Batty, Dorigo, Speed, McAllister e Strachan non è il trionfo che mi ha avvicinato a questi colori, perché nonostante sia il più recente c’è una fase, anzi un Leeds, di ancor più vecchia data che negli anni e durante le mie ricerche ha solleticato le mie aree sensoriali, spingendomi a credere nell’inflazionatissimo cliché del non aver scelto ma di essere stato scelto.
È un amore che nasce da una vecchia passione, quella per il Football Inglese in generale, una passione sbocciata negli anni ’80 con le prime immagini televisive che arrivavano a dosi a dir poco parsimoniose sui canali italiani ma che all’epoca si rivelarono sufficienti a gettare il seme della curiosità e che, nel corso degli anni, hanno fatto di quella curiosità un vero e proprio slancio ad approfondire con la ricerca e con lo studio di materiale bibliografico, documentale e video. Ora, in questa mia ricerca storico-statistica mi sono ad un certo punto scoperto attratto da un club con uno dei percorsi più drammatici e allo stesso tempo più avvincenti nella storia del football inglese, fango e gloria, e poi ancora fango, e poi ancora gloria, fino al buio di questi ultimi vent’anni in cui toccare il fondo è stato assaggiare la League One e rimanerci per ben tre stagioni. Nel giro di una trentina d’anni eravamo passati dalla finale di Coppa dei Campioni persa col Bayern Monaco (1975) al momento più caotico e drammatico della nostra storia (2007), confermando clamorosamente quel famoso “we had our ups and downs” che i compositori Reed e Mason avevano profeticamente inserito nel testo del nostro inno, “Marching on Together”, alla vigilia della Finale di FA Cup 1972. 


Delusioni e amarezze, eppure più la squadra soffriva e più me ne innamoravo, più arrivavano le sconfitte e gli sberleffi dei tifosi delle rivali di sempre (Derby, Forest, le due di Sheffield, tutti con i loro cori che risuonavano a voce altissima "Leeeeeeeds are fallin' apart again") e più sentivo il legame consolidarsi infischiandosene di quei 1869 km tra qui e Leeds, da solo davanti al pc o alla tv con quel filo invisibile tra me e il Club che si fortificava nutrendosi di quella solitudine intima e personale che ha finito per divenire la vera linfa vitale del mio senso di appartenenza. Perché tifare Leeds United è molto di più che sostenere una squadra di calcio: è sentirsi un tutt'uno con persone spesso conosciute solo virtualmente sui social di riferimento (Marching on Together non è solo il nostro inno, ma anche il solo ed unico modo di vivere questa passione, insieme comunque vada), ma soprattutto è non dimenticare mai la storia e gli uomini che in passato hanno fatto grande il Club (passato che gli inglesi celebrano molto più profondamente e più adeguatamente di come avvenga in altre realtà geografiche), senza contare che il passato del Leeds è talmente affascinante e talmente avvincente da permettere al club di annoverarsi tra quelli che maggiormente incarnano tuttora lo spirito di quel football anni ‘50, ‘60 e ‘70 che resta per me la vera essenza stessa del Football con la F maiuscola. E il passato a Leeds è una cosa seria, anche oggi che la Società si dimostra essere marcatamente concentrata sul presente e proiettata al futuro grazie ad una proprietà sana, attenta e allergica alle spese inutili, ed è in quel passato che si annida la squadra cui devo questa passione, il famigerato Dirty Leeds di Don Revie, di Lorimer, di Hunter, di Clarke, di Giles, di Charlton, di Bremner e di tutti i nomi che onorarono la maglia e la città, rendendoci grandi agli occhi del mondo. Non me ne vogliano gli eroi del '92 o i giovani che oggi condividono la mia stessa passione per questi colori, ma quel football non era già più il mio football: i canoni estetici dei kit già lasciavano intravedere le prime avvisaglie del processo degenerativo che avrebbe condotto a quella centrifuga di colori, marchi e loghi che ha risucchiato il calcio moderno e contemporaneo calpestando decenni di storia e di tradizione dei clubs, mentre l’avvento delle prime piattaforme televisive a pagamento preparava il terreno alle variazioni normative pensate e concepite per lo spostare la prospettiva dai grandstands e dalle terraces al divano. Per carità, il titolo del ’92 fu un’impresa, soprattutto considerando che la promozione dalla seconda divisione era arrivata solo due anni prima, ma nel mio cuore di appassionato di campi fangosi, maglie prive di sponsor e palloni in tinta unita non riuscì ad offuscare le gesta della squadra che la battaglia di Goodison Park (7 Novembre 1964, Everton-Leeds 0-1) aveva incoronato come la più inglese tra le inglesi, un concentrato di tecnica e talento misti a grinta ed aggressività, ma soprattutto la sublimazione massima del concetto di squadra. 

Che poi, Dirty Leeds, ma dirty fino a che punto? Il fatto è che dirty era tutto il football dei ’70, talvolta fisico e brutale ma sempre schietto e genuino, e quella squadra seppe incarnarne lo spirito alla perfezione, soprattutto nella figura del suo capitano, Billy Bremner, il cui motto “side before self” ancora oggi accoglie chi entra ad Elland Road dal Jack Charlton Stand (East). Vinse molto quella squadra, eppure oggi, nelle preziose occasioni in cui ho la possibilità di parlare con gli amici di Leeds con qualche anno in più di me sulle spalle, sono i racconti delle sconfitte e dei momenti difficili che tormentano la mia curiosità, perché è lì che il legame intimo ed emotivo si corrobora e trova nuova linfa, nell’imparare come si attraversano intere stagioni di sconforto e di delusione, di retrocessioni e di umiliazioni, nell’ascoltare la testimonianza di chi era a Parigi la notte della Finale del ’75, e di chi per tutto il decennio ’80 fu costretto a dimenticare le grandi sfide con Chelsea, Arsenal e Manchester Utd per seguire la squadra a Boundary Park (Oldham), Blundell Park (Grimsby) o al County Ground (Swindon), tanto per citare alcuni esempi e sempre con il massimo rispetto per i rispettivi clubs e le rispettive fanbases. Ho imparato da tempo che scegliere di tifare Leeds è solo metà dello status, l’altra è capire e familiarizzare con cosa significa amare questi colori, ovvero una scelta destinata al “per sempre”, laddove però quel per sempre faccia leva sulla consapevolezza di salire su un vero e proprio rollercoaster, in cui ogni tappa del tracciato è scandita dal disprezzo espresso dalle tifoserie avversarie (tutte) e dall’altissima possibilità che alla fine della stagione ci si debba di nuovo leccare le ferite. Ecco, una volta fatta propria questa consapevolezza, l’importante è continuare a marciare. Marching on Together, per sempre.
di Fabio Del Secco

16 dicembre 2024

BRIAN CLOUGH, il migliore a non aver mai allenato l'Inghilterra


























Sono stati 44 giorni d'inferno, quelli di Brian Clough alla guida del Leeds United. 
Era il lontano 1974, ma sembra solo l'altro ieri, grazie all'acclamato libro Damned United di David Peace - astro nascente delle letteratura britannica -, da cui hanno tratto anche un film di buon successo al botteghino a Londra e dintorni.
Clough, ahimè, non c'è più dal 2004, mentre il Leeds langue nella seconda serie del calcio inglese. 50 anni fa, però, il buon Brian era uno dei tecnici più ambiziosi e di successo del Regno mentre il team dello Yorkshire si era appena laureato campione d'Inghilterra per la seconda volta in cinque anni. Il problema era che oltre alle doti tecniche - che senza dubbio giocatori del calibro di Billy Bremner e Norman Hunter avevano in abbondante quantità - i Whites usavano fin troppo spesso scorrettezze e mezzucci più da squadra sudamericana che inglese. Colpa della gestione del manager precedente, quel Don Revie passato nel luglio del 1974 alla panchina della nazionale dei Tre Leoni? Abbastanza probabile.

O almeno così la pensava Clough che, reduce da un brillante periodo al Derby County, raccolse la sfida di sostituire il da lui mai troppo amato Revie provando subito a mettere in chiaro le proprie idee riguardo al suo predecessore. Peace ci narra di un primo faccia a faccia con i giocatori a dir poco esplosivo, in cui il tecnico accusava sostanzialmente i suoi nuovi dipendenti di aver vinto il campionato in maniera sporca. "Potete buttare le vostre medaglie nel secchio della spazzatura, perché le avete ottenute imbrogliando" è la frase che gli viene attribuita dagli storici del football. Lo spogliatoio, ovviamente, andò subito sul piede di guerra. Il conflitto, durissimo e senza quartiere crebbe in modo esponenziale, alimentato dai cattivi risultati del Leeds sul campo da gioco.
Clough passò una sfilza di notti insonni a ingurgitare alcool - viziaccio che si portava dietro dai tempi di quando giocava centravanti di sfondamento a Sunderland - e fumare una sigaretta dopo l'altra. "Non c'era nulla di preordinato, non mettemmo in atto nessun piano per cacciare l'allenatore. Certo, non ci sentivamo a nostro agio, mentre con Revie eravamo tutelati e per questo davamo il 100 per cento": così ha dichiarato di recente al Guardian Peter Lorimer, fantasioso centrocampista scozzese e tra le punte di diamante di quella squadra bella e dannata. Sia come sia, il regno di Clough all'Elland Road terminò bruscamente dopo soli 44 giorni, con la compagine dello Yorkshire in piena zona retrocessione e i tifosi infuriati. Roba da mandare in fumo una carriera.

E invece Cloughie, come lo chiamavano gli amici, decise di rincominciare tutto dal Nottingham Forest, ovvero i rivali storici del Derby. Forse dopo l'esperienza al Leeds il passaggio al "nemico" delle East Midlands dovette sembrargli una cosa da niente. Come è andata a finire nella città di Robin Hood lo sanno forse tutti gli appassionati di calcio dai trentacinque anni in su: il Forest vinse un campionato da neopromossa e due Coppe dei Campioni consecutive. Possiamo solo immaginare il piacere che deve aver provato il nostro Brian ad alzare quel trofeo che nel 1974-75 i "dannati" avevano solo sfiorato, perdendo in modo molto controverso la finale con il Bayern Monaco di Gerd Muller e Franz Beckenbauer.

Spirito libero, dotato di una innata vis polemica e di una sportività da vero britannico, Clough divenne nell'arco di pochi anni una vera icona non solo per i fan del Nottingham, che lo idolatravano, ma anche per tutto il movimento del football inglese. Dopo 18 anni al timone della squadra, nel 1993 si ritirò, anche a causa del suo fisico ormai compromesso dall'abuso di alcool, oltre che dalla delusione patita per la retrocessione del suo amato club. Il testimone è poi passato al figliolo Nigel, prima attaccante di buone qualità al Forest e al Liverpool e, appesi gli scarpini al chiodo, tecnico del Derby County. Club che però di recente gli ha dato il benservito.
Chissà, forse tra qualche anno lo vedremo sulla panchina del Nottingham, dove proverà a ripetere le imprese del padre. Un compito veramente improbo.
di Luca Manes
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