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17 aprile 2026

"STRIKERS - Viaggio in Irlanda del Nord tra George Best e Bobby Sands" di Alessandro Colombini (Urbone), 2015


Ogni singola foglia caduta da un qualsiasi albero a nord di Aughnacloy è riconducibile ai missili SAM dell'IRA o alle bombe dell'UVF. Da tutto questo ovviamente non poteva esimersi il calcio. Liam Coyle, leggendario calciatore del Derry nella stagione del treble, durante Irlanda del Nord-Cile viene accusato di essere un Provo, mentre George Best, il più grande giocatore di tutti i tempi e nativo di Belfast, viene minacciato dall'IRA.
Per parlare di calcio in Irlanda del Nord viene naturale sì parlare di Coyle e Best, ma è anche necessario spiegare chi fossero i Provos e cosa è l'IRA.

4 agosto 2025

"OH AH PAUL McGRATH" di Charlie Del Buono

Ci sono vari tipi di calciatori: quelli che segnano valanghe di gol, quelli che costano paccate di soldi e spesso non li valgono, quelli a cui la vita ha dato tutto, felicità, fama, soddisfazioni e non ha chiesto nulla in cambio. Ci sono poi calciatori che non sono mai stati sulle prima pagine dei giornali, non hanno vinto palloni d’oro (magari perché giocano in difesa, e si sa che per molti pennivendoli sportivi se non segni sei trasparente), non hanno avuto storie d’amore con veline e vedettes, ma che tuttavia sono stati un esempio di lotta e sacrificio, facendo spesso diventare grandi squadre tutt’al più mediocri. Un esempio su tutti: Paul McGrath, la Perla Nera di Ichicore, venerato tutt’ora dai tifosi del Villa e dai seguaci della nazionale Irlandese, ricordato con affetto dai fans Man Utd, Derby County e Sheffield Utd. Paul il campione, l’uomo dai molteplici infortuni alle sue martoriate ginocchia, l’uomo con la schiena fragile e dispettosa, l’uomo con la faccia da pugile e il coraggio da leone; il coraggio di chi dalla vita spesso ha ricevuto schiaffi. Questa è la sua storia. Paul nasce a Ealing, sobborgo di Londra, nel 1959 da Betty McGrath, ragazza irlandese immigrata per lavoro, e da uno studente di medicina nigeriano che mollerà moglie e figlio subito dopo tornandosene in Nigeria. Betty quindi fa ritorno nella bigotta Eire degli anni sessanta con il piccolo Paul, ma non è ben voluta in quanto ragazza madre e per di più di un bambino di colore.
Presto iniziano le difficoltà economiche e la donna per lavorare è costretta a tornarsene in Inghilterra, lasciando il piccolo Paul in un orfanotrofio di Dun Laoghaire (sobborgo di Dublino).
Sotto la supervisione della direttrice dell’istituto orfanotrofio mrs. Donnelly, il piccolo Paul si avvicina al calcio, affascinato dalla mitica ala del Chelsea Charlie Cooke che sarà il suo idolo calcistico d’infanzia. Diventato troppo grande per l’orfanotrofio, Paul viene mandato in un istituto per ragazzi in difficoltà e vi rimane per qualche anno, continuando ad avere saltuarie visite dalla madre che in Inghilterra non se la passa troppo bene e che quindi non può riprenderselo con sé.
Il piccolo McGrath inizia a giocare a calcio prima con il Pearce Rovers e poi con il Dalkey Utd, povero in canna e con la madre lontana il ragazzo lavora inoltre prima come guardiano in un ospedale e poi come installatore di cancelli. Con il Dalkey Utd il ragazzo ha il suo primo serio infortunio che lo costringe in ospedale per qualche settimana e che gli causa una forte depressione, tale che i dottori rintracciano la madre, che decide di tornare in Irlanda e di riprendersi il ragazzo con sé. Paul inizia la sua carriera semipro con il St Patrich’s Athletic, e da lì viene notato dai talent scout del Man Utd. Dopo aver ricevuto l’offerta per un mese di prova, il ragazzo viene tesserato dai red devils e firma il suo primo contratto da professionista (200£ a settimana), sotto l’occhio amorevole del suo primo mentore Big Ron Atkinson. La vita cominciava a restituire a Paul quello che gli aveva tolto, ma non saranno tutte rose e fiori.
Il suo debutto in campionato è datato 13/11/82 contro gli Spurs, giocando da centrale difensivo con l’irlandese Kevin Moran. 
Nel 1985 vince la FA Cup, ma dall’anno seguente con l’avvento di Ferguson cominciano per Paul i problemi; lo Utd è rinomata come squadra di bevitori e il life style dei giocatori (soprattutto irlandesi) che vedono nella pinta di birra la meritata ricompensa alla fine di una giornata di duro lavoro, non è condivisa da Ferguson che accusa Paul e Norman Whiteside di tradire la sua fiducia. Complice un infortunio alle ginocchia Paul esce dalle grazie dell’allenatore, che spesso lo accusa di essere un ubriacone vagabondo, tutto ciò risulta comico considerando che Ferguson non è uno che pasteggia con l’acqua di Lourdes.
L’epilogo nel 1989: Ferguson propone a McGrath per la rescissione del contratto una buona uscita di 100.000£ e un testimonial match, Paul rifiuta; è guerra e alla fine il giocatore viene ceduto nell’agosto del 1989 all’Aston Villa per 450.000£. Tutti diedero del pazzo al Manager dei Villans Graham Taylor per aver speso tutti quei soldi per un giocatore con le ginocchia ballerine, ma da quella stagione per Paul inizia la vera gloria con il Villa e con la nazionale verde smeraldo.
Esordio da Villans il 19/08/89 a Nottingham contro il Forest: 1-1; nella difesa a tre del Villa Paul gioca alla grande vicino a Kent Nielsen e Derek Mountfield ed è subito secondo posto nella lega per i Claret & Blue subito dietro al grande Liverpool. Stagione successiva: Graham Taylor se ne va a far danno sulla panca della nazionale inglese e sulla panca del Villa arriva il ceko Venglos; sono dolori, la squadra si salva a stento ma Paul è uno dei migliori.
Stagione 91/92: sulla panca del Villa si siede Big Ron Atkinson e McGrath con il suo nuovo compagno Shaun Teale (tipo buffo che assomigliava a uno dei Monty Payton) fa scintille. Grande centrale difensivo, quando serve intelligente mediano, Paul gioca alla grande ed il Villa arriva secondo nel 92/93 dietro al Man Utd, e sempre contro i Red Devils di Cantona nel 1994 vince la Coppa di Lega per 3 a 1.
Nel 1995 ad allenare i Claret & Blue arriva la vecchia gloria Brian Little e la squadra si salva a malapena, ma l’anno successivo Paul fa da chioccia a due promettenti giovani Southgate ed Ehiogu ed è ancora Coppa di Lega, 3 a 1 al Leeds Utd.
Paul oltre ai problemi alle ginocchia accusa guai alla schiena, si allena solo in palestra ma il sabato è sempre in campo e se pur sofferente è sempre tra i migliori. La leggenda dice che è come una Rolls Royce che va usata con parsimonia, sta in garage tutta la settimana ed il sabato sfreccia in strada.
Dopo 315 gare in Claret & Blue il Villa lo cede non senza rimpianti al Derby County nell’ottobre del ’96 per 200.000£. Il nostro eroe contribuisce alla salvezza dei bianconeri e l’anno seguente chiude la carriera con lo Sheffield Utd, dove l’ennesimo infortunio e l’ennesima operazione lo fanno optare per l’abbandono del calcio giocato.
Fantastica fu la carriera di McGrath nella nazionale irlandese; sotto la guida di Jack Charlton, che lo utilizza come centrocampista difensivo, Paul partecipò ad Euro 88 in Germania e ai mondiali di Italia 90 e Usa 94. Euro 88 fu uno spasso: i verdi si tolsero lo sfizio di mandare a casa l’Inghilterra con le pive nel sacco (1 a 0 con gol di Ray Houghton).
Memorabile fu la campagna di Italia 90 dove i verdi furono battuti ai quarti di finale dall’Italia ma furono protagonisti di un buon debutto mondiale. Al ritorno a Dublino dopo la spedizione italiana c’erano migliaia di persone festanti ad accogliere la squadra all’aeroporto; quel giorno arrivava nella capitale in visita Nelson Mandela che stupito chiese il perché di tutta quella folla festante e soprattutto chiese come mai quella folla urlava una canzone a lui incomprensibile: “Oh Ah Paul McGrath”
Per chi scrive il top Paul lo diede a Usa 94 quando durante la gara inaugurale del girone i verdi batterono l’Italia di psycho Sacchi e il vecchio Paul bloccò l’allora più forte giocatore del mondo, Roberto Baggio. 1 a 0 per i verdi (Ray Houghton once again) con un tiro dalla distanza si realizza il sogno della folta comunità irlandese degli stati uniti.
Dopo il ritiro dell’allenatore Charlton il suo sostituto McCarthy decise di accantonare, non senza qualche colpo basso (leggetevi cosa dice al riguardo Roy Keane), il mitico Paul per favorire il ricambio generazionale. Peccato però che poi i verdi l’europeo del 96 e il mondiale del 98 lo videro in televisione. Chi conosce il mondo del calcio britannico sa quale sia l’amore ed il rispetto che i tifosi nutrono verso questo giocatore. Mi trovavo a Dublino qualche mese prima del suo addio al calcio, da giocarsi nella capitale tra la nazionale in verde ed una selezione di giocatori scelti da Jack Charlton, ed alcune persone mi dissero che da tempo era impossibile trovare un biglietto per la gara. L’Irlanda voleva tributare la giusta dose di affetto ad un figlio illustre rinnegato per stupidi motivi molti anni prima.
Oggi Paul è un signore di 47 anni, sposato in seconde nozze con Caroline, padre di 4 figli maschi (Cristopher, Mitchell, Jordan e Paul Jr.) che passa il suo tempo tra la famiglia e la scuola di calcio che ha creato con Frank Stapleton per dare una opportunità a tutti i piccoli potenziali McGrath irlandesi. In qualità di villans, sull’orlo di una crisi di nervi, mi auguro di vedere al più presto in claret & blue un nuovo Paul McGrath che magicamente scenda in campo al posto dello stordito Laursen e ci impedisca di fare le figure barbine che troppo spesso facciamo.
Un saluto a tutti gli estimatori del calcio che fu ed un saluto a questo campione, rassicurante come una pinta di Guinness, arguto come un elfo e combattivo come una canzone dei Pogues. Slainte Paul!
di Charlie Del Buono, da UK Football Please (dicembre 2004)

22 aprile 2025

"AROUND THE WATER. L’IRLANDA DI JACK CHARLTON" di Simone Galeotti (Urbone), 2021

Jack Charlton, detto Jackie, lo chiamavano “giraffa”. Era nato ad Ashington, nel Northumberland, dove ogni inverno pretende di essere il più freddo dei precedenti e dove ci sono poche alternative alla miniera di carbone. Lo chiamavano “giraffa” perché era alto, aveva il collo lungo e quando muoveva la bocca pareva ruminare. Era un uomo onesto, gentile, simpatico e genuino, che aveva sempre tempo per le persone. Nel calcio è stato un difensore centrale di alto livello. Ha legato la sua carriera al Leeds United, dal 1952 al 1973. Ha vestito 35 volte la maglia dell'Inghilterra, segnando 6 reti. 
Nel suo palmarès, oltre al titolo Mondiale del 1966, anche un terzo posto agli Europei del 1968. Fu il sogno, l’esperanto di due popoli, il primo inglese a sedersi sulla panchina della Repubblica d’Irlanda. Quella nazionale entrerà nel cuore di tutti gli irlandesi e non solo. Era un gruppo scanzonato, irriverente, che si divertiva, che non vinse ma - come amava ripetere Jack - “nel mio cuore sapevo di aver chiesto tutto quello che potevo chiedere ai miei giocatori, e loro mi hanno dato tutto quello che mi potevano dare.” E quegli otto anni resteranno indelebili nella mente dei tifosi vestiti di verde. Quel verde tanto simile ai manti delle loro scogliere.

15 dicembre 2024

"ROY MAURICE KEANE" di Alessandro Nobili



























“Ai miei tempi, non esistevano guanti, sciarpe e tutte queste altre cose. È un'abitudine moderna che ha reso il calcio più "soft". Il calcio si è ammorbidito

Bastano forse queste semplici parole per farsi un’idea di Roy Maurice Keane. Un uomo duro, un giocatore duro, un pilastro granitico dello United più forte di tutti i tempi. Keane è un’irlandese, uno che sa come farsi rispettare. Roy è uno che in campo dà tutto uno che non leva mai la gamba anzi, al contrario, è uno che la gamba te la fa sentire spesso sugli stinchi anche dopo averti strappato il pallone dai piedi. Si dice che il suo cognome abbia origine da una parola gaelica che significa battaglia. E infatti, Keane è la battaglia fatta persona. Chi ama il calcio ama sì la tecnica ma ama anche l’orgoglio che ti sfinisce sul campo. A certe latitudini la grinta e il sudore sono più apprezzati del tocco di classe del calciatore incipriato e pieno di profumo. Ad ogni partita, il tacchetto di Keane colpisce duro. Interrompe le azioni avversarie facendo una diga a centrocampo, per poi ripartire di forza puntando la porta nemica. Lui non ha paura. Non toglie la gamba. Lui è Roy spaccatutto!
L’ho sempre ammirato era l’incarnazione del giocatore fedele alla maglia. Usciva sempre sporco di fango, lavorava ai fianchi l’avversario, portava a termine il suo impegno con il giusto ardore e la sua fedina penale era sporca come quella di un criminale.
Vederlo giocare era adrenalina pura.
A Manchester lo chiamano ancora KEANO. Un uomo che è visto come un Dio. Vorrei un Keane nella mia squadra perché la mia concezione del football, prevede necessariamente uno come lui. Un lottatore che ha fegato.




















Keano era fatto così, uno che randellava in campo e che lo faceva anche in privato. 
Nel suo modo di fare c’è l’amore per questo sport ma c’è spazio anche per l’odio, quello genuino, viscerale, quello delle battaglie senza sconti, duelli all’ultimo sangue che iniziavano sotto il tunnel proseguivano in campo e finivano dentro gli spogliatoi. Celebre è rimasto lo scontro con Haaland ma, nella storia di Keane, ci sono state tante altre antipatie. Patrick Vieira fu l’ultimo nemico. Nove anni di furiose battaglie divise tra Highbury, Emirates Stadium poi e Old Trafford. 
Si trattava di una rivalità fondata da un senso di competitività intensa. Un desiderio assoluto di dominazione fisica e, forse, anche odio. Le immagini e l’urlo di sfida di Keane che inveisce contro Vieira è da leggenda: “I’ll see you out there”.
Come si fa a non amare questo giocatore. Svolgeva il suo dovere a meraviglia impedendo che la palla filtrasse dal centrocampo. Il suo lavoro si esauriva lanciando le punte: un lavoro senza fronzoli ma, fatto con un atteggiamento feroce. Un vero uomo da spogliatoio, un leader assoluto. 
Si racconta che quando fu allenatore del Sunderland venne a sapere che un membro dello staff, prima di una partita, caricò la squadra con “Dancing Queen” degli ABBA. 
La reazione di Keane è tutta concentrata in queste poche frasi:
"Spero che qualcuno si alzi e gli dia un cazzotto. Su avanti, leva quella merda! Stavano uscendo per giocare una partita, uomini contro uomini, i livelli di testosterone erano alti. Devi affrontare uno scontro corpo a corpo. Dancing Queen del cazzo! Ero preoccupato"

Ecco chi era Roy Keane. Un calciatore che vestiva come un moderno Braveheart, un allenatore comprensivo ma duro. Ma il football avrà sempre bisogno di gente di questo calibro, avrà sempre bisogno dell’agonismo, di gente che vive sull’esaltazione della battaglia.
God Save KEANO!
Lui, era solo per chi aveva fegato.
di Alessandro Nobili

3 settembre 2024

"Irlanda, Calcio e Rivoluzione" di Greta Selvestrel (Rogas), 2024

Lo sport è capace di riflettere le sfumature contrastanti di un’intera comunità, contribuendo alla decolonizzazione di un determinato contesto socioculturale. L’obiettivo di questo libro è perciò quello di dimostrare come il calcio sia stato utilizzato come strumento strategico di ribellione e di riconoscimento da parte dei popoli oppressi, in particolare dall’Irlanda, al fine di poter reinterpretare in maniera rivoluzionaria il concetto di radice.
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L’autrice dimostra uno spiccato spirito critico nel corredare fatti e, oserei dire, misfatti che la corona inglese ha perpetrato nei confronti della popolazione irlandese, dando davvero contezza di un odio che si registra in ogni epoca analizzata, sfogato attraverso una violenza inaudita e mediante un disprezzo culturale alimentato dalla stampa dei vari periodi e dalle normative varie volte create ad hoc per screditare un popolo senza pace. Personalmente non ho potuto che inorridire di fronte alla riproposizione di avvenimenti e di prove inconfutabile volte a definire quello che è stato un odio razziale a tutti gli effetti, alimentatosi nel corso del tempo con un livore sempre più crescente. Certi articoli riproposti anche di epoca relativamente recente sono stucchevoli e non sembra forzato metterli a confronto con questioni sociali e razziali di portata più elevata e più rilevanti globalmente. Sempre sotto questo punto di vista ho trovato davvero centrata un’opinione dell’autrice, la quale ritiene “l’Irlanda più simile ad una dittatura sudamericana che a una democrazia europea”; per quanto indicato da Selvestrel nella sua copiosa opera tale paragone trova triste veridicità.

Accanto a fatti più acclarati, come il Bloody Sunday del 1972 od il tragico sciopero della fame di Bobby Sands e compagni trovano spazio tante tremende storia che vanno a comporre un puzzle terribili e per certi versi impunito, a riprova di un atavica lotta e di un mai sopito disprezzo. I tanti murales di Belfast e Derry (mai chiamarla Londonderry quando si parla con un irlandese) restano a testimonianza dei cosiddetti troubles e di una situazione civile e sociale raccapricciante.

Il calcio riveste un ruolo fondamentale nel contesto irlandese, con squadra come lo scomparso Celtic Belfast e il Derry FC a rappresentare molto di più di una squadra, ma il simbolo dell’orgoglio e delle lotte di una popolazione, la quale riesce ad affermarsi ed a farsi sentire attraverso l’esistenza stessa delle compagnie calcistiche. L’autrice analizza molto bene il fenomeno, fornendo una precisa ricostruzione storica ed andando davvero a fondo della questione, dandone precisi connotati sociali e antropologici. E’ proprio vero, per citare sempre l’autrice come “il calcio abbia contribuito alla decolonizzazione di un determinato contesto socioculturale”. Molto interessante anche il riferimento agli storici sport gaelici, spiegati nella loro autenticità, ma anche nelle differenze in termini di risonanza rispetto al calcio.

Il punto di vista di Greta Selvestrel è volutamente è fortemente filo-irlandese e, specificatamente, vicino all’ambito protestante negli anni più recenti della sua indagine, lasciando che siano i fatti e la loro perfetta contestualizzazione a dare sostegno al senso stesso dell’opera, senza forzare la mano più di tanto e senza abbandonarsi a strumentali e poco affini esagerazioni, raccogliendo davvero i frutti di un lavoro di ricerca di alto livello. Mi permetto di segnalare una diversa ottica fornita nel considerare e per certi versi giustificare il ruolo dell’IRA, senza per questo avallare la matrice violenta e dimostrando, un’ottima capacità di analizzare una critica situazione sociale e politica con grande apertura mentale e sensibilità.

Al termine della lettura avrete a disposizione un prezioso e completo strumento volto a valutare il calcio come riflesso della società e, congiuntamente, come ci si appassioni e ci si sacrifichi sotto tanti punti di punti di vista per una squadra per autodeterminarsi e trovare, finalmente, un riconoscimento che va davvero oltre il rettangolo di gioco. Le belle testimonianze raccolte dall’autrice in Irlanda fungono da perfetta giustificazione di tale tendenza, così come le belle foto conferiscono maggior fascino all’opera e permettono un’immedesimazione ancora maggiore al contesto trattato.
di Giovanni Fasani
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