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2 ottobre 2025

"SIR STEVE PERRYMAN. L'anima di N17" di Sergio Capozzi

Lunedì 30 aprile 1979, con un Testimonial match contro il West Ham a White Hart Lane, gli Spurs onorarono uno dei loro più costanti ed affidabili giocatori della storia, quello Stephen John Perryman , nato a Ealing, West London, il 21/12/1951, che, dopo essersi unito alla squadra giovanile nel 1967, aveva firmato il suo primo contratto professionistico coi Bill Nicholson boys nel giugno '69, esattamente un mese dopo aver fatto il suo vittorioso debutto (4-3) in prima squadra per il Tottenham nella Toronto Cup, a Baltimore, sempre contro gli stessi Hammers .  Nel settembre 1969 debuttò in casa, a soli 17 anni, contro il Sunderland di Colin Todd, Dennis Tueart, Joe Baker, che vinse la gara 1-0, ma Leslie Yates, commentando la gara, affermò che "la nostra unica soddisfazione deriva dal piacevole debutto di Steve Perryman. Non è mai facile per un giovane debuttante brillare in una squadra che arranca, ma Steve tenne attraverso il suo battesimo nella Football League con considerevole credito"
Parole profetiche. 

Il giovane, che era tifoso del QPR e che non si perdeva mai un incontro in trasferta degli Hoops ai tempi della scuola, conquistò il cuore dello scrivente con una meravigliosa gara di andata nella semifinale di Coppa UEFA nel settembre 1972, quando prima annullò il precoce vantaggio milanista, poi nella ripresa segnò il goal della vittoria con un tiro spettacolare; non pago di ciò, il nostro nel ritorno a S.Siro, 1-1, fu il provider, con un preciso rasoterra, del passaggio-goal ad Alan Mullery. Per la cronaca, all' intervallo i giornalisti ebbero una degustazione di vini!

Meraviglioso, tra i goals segnati da Perryman, il terzo di un 4-0 casalingo inflitto al Burnley al termine di una manovra di otto uomini, che Steve concluse con un uno-due con Jimmy Pearce al vertice dell' area per poi segnare: il goal fu mostrato diverse volte in TV. Al partire di Martin Peters nel '75, Perryman - fino ad allora vicecapitano - divenne capitano degli Spurs, il che contribuì non poco a fargli perdere quel volto da ragazzo del coro per conferirgli quella grinta e determinazione che divennero il suo marchio di fabbrica. Con gli Spurs, di cui detiene il record per più apparizioni nella Football League (655), FA Cup (69), League Cup (66) e competizioni europee (64) nonchè per più presenze in prima squadra ad ogni livello (1021) , comprese le amichevoli e le tournèes, vinse 2 FA Cups (81 e 82), 2 Coppe di Lega (71,73), 2 Coppe Uefa (72 e 84) , venendo votato PFA "Calciatore dell' Anno" nel 1982, l' anno in cui si guadagnò l' unico gettone di presenza nella nazionale inglese, contro l' Islanda.

Dimostrò la sua duttilità nel 77/78, accettando di essere spostato dal centrocampo al back four difensivo, in cui agiva da centrale. Nel marzo '86 lascio W.H.Lane per l' Oxford Utd, dove fu nominato giocatore-allenatore. 7 mesi più tardi si accasò al Brentford come giocatore- assistente allenatore e fu giocatore-allenatore dal gennaio '87 all' agosto '90. 
Altre parentesi al Watford come team manager per 3 anni, poi fino al novembre '94 a W.H. Lane come assistente allenatore.

Ha avuto un discreto successo come manager anche in Norvegia, con lo Start, e in Giappone. 
Fu meritatamente fatto baronetto nel compleanno della Regina nel 1986. Dal 1976 al 1982, ebbe 5 stagioni su 6 in cui partì sempre nell' undici iniziale, un monumento alla sua durabilità che lo ha reso leggendario tra i tifosi di N17
Un mito ancora oggi non scalfito dall' inesorabile trascorrere del tempo.
di Sergio Capozzi, da "UK Football Please"(settembre 2004)

12 settembre 2025

"T.H. LA STORIA DEL TOTTENHAM HOTSPUR" di Mauro Bolzoni & Matteo Grazzini (Urbone), 2018


Prefazione di Michele Plastino
Dal terreno spartano di Tottenham Marshes al tempio di Wembley attraverso 136 anni di storia fatti di grandi successi, molti rimpianti, campioni assoluti e manager innovativi. Da sempre il Tottenham Hotspur Football Club è uno degli emblemi del calcio d’Oltremanica: la candida maglia bianca, il “cockerel” con gli speroni, il fascino di White Hart Lane sono solo alcune delle caratteristiche della squadra orgoglio del nord di Londra. “T. H.”, primo e unico libro sulla storia del Tottenham in italiano, racconta più di un secolo di calcio inglese ed europeo parlando di studenti, amici, uomini, professionisti e allenatori che hanno fatto degli Spurs un club amato anche fuori dai confini britannici.

9 settembre 2025

"GASCOIGNE. GENIO & SREGOLATEZZA" di Luca Manes

























“Paul Gascoigne è l’unica star di livello mondiale prodotta dall’Inghilterra dal 1966 ad oggi”.
Lo diceva Alex Ferguson – che di giocatori di un certo spessore tecnico ne ha allenati un bel po’ – forse c’è da credergli. Ovviamente Gazza rimane uno dei grandi rimpianti dello scozzese, che un tentativo di metterlo sotto contratto lo aveva anche fatto. “Annoverandolo nella mia squadra sono sicuro che sarei riuscito a fare qualcosa di buono per lui”
E anche in proposito non sussistono molti dubbi. Chissà, forse Sir Alex sarebbe riuscito a imbrigliarlo a dovere, o quanto meno a mettere un freno ai suoi eccessi, come fece con un’altra testa calda quale Eric Cantona.
Chi però deve rimpiangere ancor di più il mancato approdo a una squadra di altissimo livello come lo United è proprio lui, quel mattacchione di Gascoigne.
Troppi gli episodi che lo hanno penalizzato, quasi tutti da imputare alla sua condotta non proprio irreprensibile, dentro ma soprattutto fuori dal campo. Eppure che fosse un predestinato si capì fin dagli esordi nel Newcastle United, la sua squadra del cuore, dove formava coppia con il brasiliano Mirandinha e deliziava le gradinate del St. James’ Park con colpi di genio assoluti. Personaggio lo è stato fin dalla prima ora e gli aneddoti su di lui si sprecavano già quando vestiva la maglia bianconera. Tanto per capirci, quando i tifosi avversari gli davano del ciccione e gli tiravano le barrette di cioccolato, lui rispondeva mangiandosele!

Nel 1988 un Tottenham quanto mai ambizioso, allenato da Terry Venables e in procinto di strappare Gary Lineker al Barcellona, superò la concorrenza del Manchester United e fece sì che Gazza diventasse il primo inglese a doversi accollare l’ingombrante etichetta di giocatore da oltre due milioni di sterline. Con gli Spurs giunse la definitiva consacrazione in patria, ma a livello internazionale ci pensò Italia 90 a farlo entrare nell’esclusivo club dei fuoriclasse assoluti. Gascoigne quel torneo lo giocò da protagonista. Le sue lacrime durante la semifinale persa contro la Germania commossero il Paese, ma non bisogna scordare che il quarto posto raggiunto a quella Coppa del Mondo è tuttora il miglior risultato dei Tre Leoni a un mondiale, eccezion fatta per il trionfo del 1966. Finalmente nel firmamento delle stelle globali si poteva annoverare un calciatore inglese, che riusciva a coniugare alla perfezione estro e fantasia di stampo latino con grinta e determinazione, le caratteristiche tipiche del calcio britannico.

All’epoca la nostra bistrattata Serie A era ritenuta, a ragione, il campionato più bello e competitivo del Pianeta, la destinazione più ambita di tutti i campioni. Gazza non fece eccezione, meritandosi le attenzioni della Lazio cragnottiana. Peccato che il ragazzo, poche settimane prima di trasferirsi a Roma, nei primi minuti della finale di FA Cup contro il Nottingham pensò bene di commettere un fallo da indagine di Scotland Yard, procurandosi la rottura dei legamenti del ginocchio destro. Singolare il fatto che Gazza si accorse della reale entità del suo infortunio qualche minuto dopo essersi pure schierato in barriera e aver assistito al vantaggio del Forest… Gli Spurs finirono per vincere quella coppa, portata di fretta e furia in ospedale dal povero Paul per rendere partecipe della festa anche lui. Quel trofeo, l’unico vinto su suolo inglese, portava anche la sua firma. Se nell’atto conclusivo era stato quanto meno sciagurato, in semifinale contro l’Arsenal aveva incantato Wembley, segnando una punizione alla Zico.
I nefasti effetti dell’entrata assassina su Gary Charles valsero a Gascoigne un anno di inattività e alla Lazio un cospicuo sconto sul contratto di acquisto dal Tottenham (da 5,5 milioni di sterline si passò a 3,5).
Con i bianco-celesti, a causa di altri problemi fisici, Gazza giocò poco, ma tutto sommato bene. Nei minuti finali di un derby segnò un goal di testa sotto la Curva Nord che accrebbe in maniera esponenziale la sua posizione di idolo assoluto della tifoseria laziale, che del nativo di Gateshead amava il genio quanto la sregolatezza, tante le sue goliardate nel periodo romano, con rutti davanti alle telecamere e vagonate di scherzi ai compagni di squadra. 

A metà degli anni Novanta, però, colui che Diego Armando Maradona non tanto tempo prima aveva designato come suo erede naturale si ritrovò con un fisico pieno di acciacchi (un altro infortunio molto serio lo rimediò in allenamento fratturandosi tibia e perone in un contrasto con Alessandro Nesta) e un bisogno urgente di rivitalizzare una carriera in apparente declino accasandosi ai Rangers. 
Una carriera purtroppo già condizionata in maniera pesante da episodi extra-calcistici (botte alla sua fidanzata e qualche ubriachezza molesta di troppo). A differenza della versione attuale, agonizzante e sull’orlo del fallimento, la compagine di Glasgow all’epoca era una delle corazzate del calcio europeo, che con Gazza si aggiudicò due dei nove campionati consecutivi fra il 1989 e il 1997. Nel mentre si ricordano altre prestazioni da incorniciare in nazionale durante l’Europeo casalingo del 1996 e un’altra delusione nella semifinale persa ancora ai rigori contro la solita Germania. La marcatura nel derby contro la Scozia – sombrero a Colin Hendry e stoccata al volo per trafiggere Andy Goram – è stato forse l’ultimo lampo di classe ad abbagliare la platea internazionale. Durante il primo Old Firm del 1998 rispose con un “gesto settario”, ovvero mimando di suonare il flauto delle marce orangiste protestanti, a una provocazione dei tifosi del Celtic. Apriti cielo. Dopo minacce di morte e reprimende della Scottish Football Association, decise lasciare Glasgow per riavvicinarsi a casa.

A Middlesbrough arrivarono le ultime perle di calcio di un giocatore già assalito dai demoni dell’alcool e di chissà cos’altro, che alla notizia dell’esclusione dalla rosa dell’Inghilterra per i mondiali francesi fece a pezzi una camera d’albergo. In seguito le poche presenze raccattate tra Everton, Burnley, i cinesi del Gansu Tianma e Boston United sembrarono solo l’estremo tentativo di posticipare un ritiro ormai inevitabile, coinciso con la stagione 2004/05.
Sparito dal rettangolo da gioco, Gazza continuò a essere una presenza fissa sui tabloid. Colpa dei suoi eccessi, delle incredibili dosi di alcool trangugiate (per mesi si scolò una bottiglia di whisky al giorno) e delle risse, degli incidenti di macchina e delle strisce di cocaina, dei guai con le giustizia e di terapie riabilitative che, a suo dire, lo hanno quasi spedito all’altro mondo. La sua confusione mentale era così estrema che quando il Barnsley sconfisse il Chelsea nella FA Cup del 2008 lui decise di festeggiare alla grande, per “rendere omaggio” alla sua ex squadra. Peccato che con i Tykes non avesse mai giocato e che semplicemente avesse confuso Barnsley (città dello Yorkshire) con Burnley (che si trova in Lancashire e con il cui club aveva avuto una fugace apparizione nel 2002). Ma di storie anche meno amene ce ne sarebbero da raccontare così tante da riempire un’enciclopedia.

Da questo punto di vista non aveva proprio nulla da invidiare al suo mentore Maradona, né al gruppo di giocatori talentuosi ma scavezzacollo che a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta furono bollati dalla stampa con l’appellativo di Mavericks (letteralmente, vitelli senza marchiatura). “Irregolari” che tra le loro fila ospitavano di diritto una celebrità come George Best, del quale in fatto di frequentazioni femminili e predisposizione alcolica si sa un po’ tutto. Non che i vari Stan Bowles, Rodney Marsh, Peter Osgood e Frank Worthington fossero da meno nell’approccio “molto spensierato” al football. In comune questi ultimi avevano tutti un intenso ostracismo da parte dei responsabili tecnici della nazionale inglese. Le loro presenze con la nazionale, infatti, furono scarsissime, un po’ per i loro caratteri alquanto complicati, un po’ perché espressione di un calcio fantasioso e anticonformista che in terra d’Albione non era troppo apprezzato. Lo stesso Bobby Charlton, l’ultimo campionissimo inglese prima di Gascoigne, è rinomato per la concretezza e il suo fiuto del goal, non esattamente per invenzioni degne del suo compagno di squadra dalla chioma fluente e dal tocco vellutato (Best, per l’appunto). Quanto meno Gazza con i Tre Leoni ha messo insieme 57 presenze e 10 reti e se ne fosse stato per i problemi fisici e le mattate varie di caps ne sarebbero arrivati ancora di più. Un chiaro segnale di come pian piano il football d’oltre Manica stia cambiando. Il problema è che al momento gente con la fantasia e i piedi di Gascoigne in Inghilterra non se ne trovano. L’unico che forse può essergli accostato è Wayne Rooney. Il soprannome è simile (Wazza), le marachelle non mancano (anzi), a essere differente è il rendimento in nazionale (troppi i suoi flop durante le grandi competizioni internazionali) e soprattutto un dettaglio non proprio insignificante: ad allenare il ragazzo di Croxteth è stato Alex Ferguson.
di Luca Manes

16 giugno 2025

"TOTTENHAM HOTSPUR. And the Spurs go marching on..." di Christian Cesarini

E' il 1882 e alcuni ragazzi d'età compresa tra i 12 e i 14 anni, facenti parte dell’Hotspur Cricket Club e studenti dell’All Hallows Church, si ritrovano in un angolo tra Park Lane e Tottenham High Road sotto la flebile luce di un lampione. 
E' stata convocata un'importante riunione, in cui c'è un problema da risolvere. Il cricket, sport molto diffuso e praticato dai ragazzi da maggio a settembre, non è più sufficiente per la voglia di competizione sportiva degli studenti londinesi. Così come accaduto per la fondazione di altri football club inglesi, i ragazzi decidono di formare una squadra di calcio per tenersi in forma durante i freddi mesi invernali. Proprio davanti al palazzo ancora oggi sede del club, fondano l'Hotspur F.C., scartando l’iniziale e poco fonetico Nurthumberland Rovers. 
Il nome Hotspur, e la naturale abbreviazione Spurs, hanno origine da un celebre personaggio che visse nella zona di Tottenham tra il 1364 e il 1403. Sir Henry Percy, questo il nome del nobile, era chiamato amichevolmente 'Hotspur' (letteralmente sperone caldo) per la sua indole impulsiva. Conte di Northumberland, feudatario della zona nord di Londra e figlio maggiore di Henry Percy (I conte di Northumberland e signore di Alnwick), fu raccontato da William Shakespeare nel dramma storico del 1597 "Enrico IV, Parte I". 
L'appellativo Hotspur fu scelto come nome del club di cricket della scuola All Hallows Church, e ripreso fedelmente dai ragazzi studenti fondatori del football club 'Hotspur' nel 1882, poi rinominato definitivamente Tottenham Hotspur dal 1884.
Perché la rivale storica del Tottenham è l'Arsenal?
Il Tottenham incontra per la prima volta la squadra che diventerà la sua acerrima rivale in un pomeriggio del 19 novembre 1887. Il Royal Arsenal (non ancora denominato Arsenal FC) si presenta all’incontro con oltre un’ora di ritardo; il match comincia e alla fine del 1°tempo gli Spurs sono avanti per 2-1. Alla ripresa delle ostilità avviene il ‘fattaccio’, con l'incontro sospeso su insistenza del capitano del Royal Arsenal, a causa della sopraggiunta oscurità. Risultato: gigantesca rissa e reciproche accuse di scarso fair play. Il primo ‘incidente diplomatico’ tra le due formazioni è così consegnato alla storia. L’odio sportivo definitivo scoppia però alcuni anni più tardi, per ragioni ben più controverse. Nel 1913 l'Arsenal, appena retrocesso, si trasferisce a nord, zona Islington-Highbury, a pochi metri dalla fermata della Piccadilly Line di Gillespie Road (poi ribattezzata Arsenal nel 1932 su grande intuizione del manager Herbert Chapman e ancora oggi unica fermata della Tube londinese dedicata a un football club). All'improvviso quindi, il Tottenham si ritrova un club professionistico di Second Division a poche miglia di distanza. Tra mille difficoltà dovute allo scoppio della Grande Guerra, la stagione 1914-15 si chiude con gli Spurs ultimi in First Division e l’Arsenal solamente quinto in Second Division. Alla cessazione delle ostilità belliche, con la ripresa dei campionati, arriva nella sede del Tottenham la notizia dell’ampliamento della First Division da 20 a 22 club. Al White Hart Lane
la felicità per la 'scontata' permanenza nella massima serie è tale che in poco tempo si organizza un banchetto celebrativo davanti alla sede. Il fondamento per i festeggiamenti sono i rassicuranti precedenti, in cui la Lega ha sempre abbonato le retrocessioni in caso di ampliamento del numero dei club. Gli Spurs però non hanno fatto i conti con il potere politico del businessman Henry Norris, director dell’Arsenal FC. Quando, nel marzo 1919, si svolge la tanto attesa riunione per rimodellare la First Division, il presidente della Lega John McKenna sostiene le ragioni dell’Arsenal, facendo leva sulla maggiore “anzianità di servizio” nel calcio professionistico rispetto al Tottenham. Peccato che, scorrendo la classifica della Second Division di quattro anni prima, sopra ai Gunners ci fosse il Wolverhampton, membro fondatore della Football League. Una scusa poco credibile quella di McKenna, che innesca polemiche e sospetti anche per la nota e intima amicizia proprio con Norris, con tanto di appartenenza comune alla principale loggia massonica britannica. Conclusione: la maggioranza dei presidenti della First Division si allinea al volere di McKenna e vota per la promozione dell’Arsenal, confermando il declassamento del Tottenham in Second Division. Tifosi e dirigenza Spurs segnano il nome Arsenal con un marcato circoletto rosso, giurando vendetta...Nasce così il North London Derby.
Glory Glory Tottenham Hotspur!

Gli sportivi o tifosi avversari che giungevano al White Hart Lane sentono spesso intonare dai tifosi assediati sugli spalti il coro: "Glory Glory Tottenham Hotspur! And the Spurs go marching on...". Ai nostri giorni in molti credono che la canzone sia 'copiata' dal Manchester United, ma la storia racconta tutt’altro. Nel 1961, usando la classica tattica del "Kick and Run", gli Spurs divennero la prima squadra del XX secolo a realizzare il double (accoppiata F.A.Cup/Campionato), grazie anche a ben 115 goal realizzati. Double fino ad allora riuscito solamente ai leggendari e invincibili giocatori del Preston North End, nella "pioneristica" stagione 1888-89. Il club di White Hart Lane fu anche il primo club britannico a vincere una coppa europea (coppa delle coppe), nel lontano 1963. Tutto questo accadde grazie al grande ed indimenticato manager Sir Billy Nicholson. Fu così che per celebrare quelle grandi vittorie domestiche e continentali fu creato il "Glory Glory Tottenham Hotspur”, che diventò parte integrante della nobile tradizione Spurs. Alla fine di ogni partita vinta si alzava alto nel cielo del nord di Londra il coro: "Glory Glory Tottenham Hotspur! And the Spurs go marching on, on, on!". Ma come divenne questa canzone associata, quasi esclusivamente, al club più blasonato e vincente di Manchester? Alla fine degli anni Sessanta i tifosi mancuniani cambiarono le parole mettendo Man United al posto di Tottenham Hotspur, sulla scia dei trionfali anni di George Best e compagni, quando i Red Devils portarono per la prima volta in Inghilterra la Coppa dei Campioni. Proprio in quel periodo il Tottenham entrò in un lungo anonimato calcistico e in molti dimenticarono che il 'Glory Glory...' nacque a Londra, nel mitico White Hart Lane.
di Christian Cesarini

21 marzo 2025

UP the colors. "TOTTENHAM HOTSPUR. THERE IS ONLY ONE HOTSPUR" di Gianfranco Giordano

Nella zona nord di Londra, non ancora massicciamente urbanizzata, negli ultimi anni del XIX secolo la presenza di numerosi spazi verdi favorì la formazione di diversi club, dediti a rugby cricket e ovviamente football. Il Tottenham & Edmonton Weekly Herald, giornale locale, elencava le squadre di football della zona per la stagione 1881-82: Indipendent Athletic, Radicals e Latymer School a Edmonton mentre a Tottenham erano attive Tottenham Park, Wood Green Wasps e Hanover Athletic. Da circa due anni era attivo il Tottenham Cricket Club, formato per la maggior parte da alunni della St John's Middle Class School e della Tottenham Grammar School, i ragazzi decisero di formare una squadra di calcio per tenersi in allenamento nei mesi invernali, il 5 settembre 1882 venne ufficialmente fondato l’Hotspur Football Club, alla fine dell’anno i soci erano diventati diciotto.

Il nome era un omaggio a Herry Percy, Primo Conte di Northumberland soprannominato Hotspur, letteralmente testa calda, per il suo carattere combattivo e impulsivo (Northumberland, 20 maggio 1364Shrewsbury, 21 luglio 1403), cavaliere di nobili origini particolarmente valente sui campi di battaglia. Dopo aver creato un fondo cassa e reperito il minimo necessario per cominciare l’attività sportiva, venne deciso che ogni giocatore doveva provvedere a dotarsi di una maglia di colore blu scuro, adornata sul petto da uno scudetto rosso con un H di colore blu. Le prime due partite vennero disputate, contro due squadre della zona, Radicals (20 settembre, sconfitta 0-2) e Latymer School (altra sconfitta 1-8). 
Nell’agosto del 1883 i ragazzi chiesero aiuto a John Ripsher, personaggio molto conosciuto nella zona era il custode dell’YMCA e insegnava la bibbia in chiesa. Ripsher divenne così presidente e tesoriere del club, portò una vena organizzativa e si prodigò alla ricerca di uno spazio dove poter giocare le partite, a Park Lane. La prima partita di cui c’è un resoconto scritto risale al 6 ottobre 1883, vittoria per 9-0 contro il Brownlow Rovers, in questa occasione la squadra scese in campo con maglia e cappellino blue navy con pantaloni bianchi e calzettoni blu. Il 2 aprile del 1884 nel corso di una riunione venne deciso di adottare la denominazione Tottenham Hotspur FC, questo a causa dell’esistenza di un altro club denominato London Hotspur FC club fondato nel 1878 e sciolto circa venti anni dopo, da quel momento in poi nel Regno ci saranno tanti United, City, Rovers, Celtic, Wanderers e Rangers ma un solo Hotspur. Il 28 marzo 1884 il Blackburn Rovers vinse la prima di tre FA Cup consecutive, la vittoria della squadra del nord ispirò i ragazzi di Tottenham a cambiare divisa adottando la maglia bianca e celeste a quarti con collo a camicia chiuso da bottoni del Rovers, impreziosita da una croce di Malta bianca sul cuore, pantaloni e calzettoni rimasero invariati, dalla stagione 1886/87 sulla maglia comparve una H bianca al posto della croce. 

Nel 1888/89 gli Spurs si dotarono di un terreno recintato a Northumberland Park così da poter far pagare l’ingresso, un penny, agli spettatori. Per la stagione 1889/90 la maglia diventa bianca e navy blue a strisce verticali con collo a camicia, nel settembre del 1890 la divisa è composta da maglia rossa con collo a camicia, pantaloni e calzettoni blu scuro. Nell’autunno del 1895 il club adotta il professionismo e nel mese di ottobre, contro il Royal Artillery, viene adottata una maglia oro e cioccolato a strisce verticali con collo a camicia. Nel settembre 1898 gli Spurs decisero di cambiare, per l’ultima volta, la maglia adottando una casacca bianca con collo a camicia nella speranza di eguagliare i successi del Preston North End, sempre blu i pantaloni e i calzettoni. Nel frattempo il campo di Northumberland Park era diventato troppo piccolo, nell’aprile del 1898 14.000 spettatori presenziarono alla partita con il Woolwich Arsenal, alcuni di loro si arrampicarono sul tetto di una tribuna che crollò causando diversi feriti. Il 4 settembre 1899 viene inaugurato White Hart Lane, vittoria in un’amichevole con il Notts County, che rimarrà la casa degli Spurs negli anni. 
Nel 1901 il Tottenham, che partecipa alla Southern League, vince la sua prima FA Cup contro lo Sheffield United, 2-2 la prima partita e 3-1 il replay, gli Spurs sono l’unica squadra di non-league ad aver vinto il trofeo. A partire dalle stagione 1903/04 cambio stilistico con l’utilizzo di pantaloni corti e calzettoni con un risvolto a due righe bianche, in questi anni e più precisamente nelle stagioni 1909/10 e seguente, giocò con gli Spurs Walter Tull. Di origine caraibica, Tull è stato uno dei primi giocatori di colore a giocare ai massimi livelli del calcio inglese, per lui 10 presenze e due reti in due stagioni, successivamente si trasferì al Northampton. Partecipò alla prima guerra mondiale nelle fila dell’Esercito inglese, il 30 maggio 1917 venne promosso sottotenente diventando il primo ufficiale di colore di un battaglione regolare britannico, morì in combattimento il 25 marzo 1918. 
Nella stagione 1911/12 divisa invariata ma calzettoni con ampio risvolto bianco. Dalla stagione 1912/13 e per le tre successive la maglia presenta un collo a girocollo, con chiusura a laccetti o senza, si ritorna al colletto a camicia nella stagione 1917/18 e nelle stagioni a seguire le uniche variazioni riguardano il risvolto dei calzettoni, sempre bianco ma in diversi stili. A partire dalla stagione 1921/22 compare lo stemma sulla maglia, in realtà lo stemma comparve in anteprima durante la vittoria nella finale di FA Cup di qualche mese prima, le divise sono fornite dalla Bukta di Manchester, la prima ditta di abbigliamento a ad avere una linea dedicata al calcio fin dalla fine del XIX secolo. 
La fornitura passerà successivamente alla Umbro a partire dalla metà degli anni trenta, il modello di maglia diffuso in tutto il Regno per calcio e rugby era denominato Tangeru. Questa divisa rimarrà quasi invariata fino al marzo 1956, unica variabile la profondità del collo chiuso comunque sempre a bottoni, da tre a cinque, e dallo stile del risvolto bianco dei calzettoni. Con questa maglia gli Spurs vincono il campionato di Second Division nel 1949/50 e la stagione successiva diventano campioni d’Inghilterra per la prima volta nella loro storia. Nel marzo del 1956 finalmente arriva un nuovo modello di maglia, ovviamente bianca, con collo a camicia chiuso davanti da un triangolo, pantaloncini blu e calzettoni blu con ampio risvolto bianco. Dal 1959/60 la maglia ha il collo a V, nel 1960/61 i Londinesi ottengono il loro primo, e finora unico double vincendo campionato e FA Cup.
Il Tottenham esordisce in Coppa dei Campioni nel settembre del 1961 e il manager Bill Nicholson decide di adottare una divisa completamente bianca probabilmente perché alla luce artificiale è più visibile, secondo altre fonti si tratterebbe invece di un’imitazione della divisa del Real Madrid. Questa divisa all white era stata usata almeno due volte in precedenza in amichevoli serali, nel 1956 con il Racing Parigi e nel 1959 con la Torpedo Mosca. Il 31 ottobre 1962, partita di Coppa delle Coppe con i Rangers, viene indossata per la prima volta una maglia bianca con collo a girocollo, questo modello verrà usato fino alla fine della stagione 1976/77. Il 15 maggio 1963 a Rotterdam gli Spurs vinsero la finale di Coppa delle Coppe contro l’Atletico Madrid, 5-1 il risultato, la prima vittoria di una squadra inglese in una coppa europea. Una divisa completamente bianca venne indossata nella finale di FA Cup del 1967, vittoria contro il Chelsea, e dalla stagione seguente venne usata la divisa “storica” degli Spurs, ovvero maglia bianca con collo a girocollo, pantaloncini blu e calzettoni bianchi. 

Il 27 febbraio 1971 i Londinesi vinsero la loro prima League Cup, vittima di giornata l’Aston Villa, quel giorno gli Spurs scesero in campo con una divisa inedita e mai più usata, maglia bianca con collo a girocollo, pantaloncini blu ma di una tonalità più chiara del solito e calzettoni gialli. Nel maggio 1972 il Tottenham torna a vincere un trofeo europeo, questa volta la Coppa UEFA battendo nella doppia finale il Wolverhampton Wanderers con il risultato totale di 3-2. Nel 1975/76 appare per la prima volta il logo del fornitore Umbro sulle divise, in precedenza era apparso solo sulle maglie dei portieri, nella stagione successiva il logo è presente solo sui pantaloncini. Dalla stagione 1977/78 divise griffate
Admiral, per la prima volta il club ottiene un compenso oltre alla fornitura del materiale, maglia bianca con collo a camicia chiuso davanti da un bordo blu a V e strisce sempre blu sulle maniche contenenti il logo del fornitore, pantaloncini blu con strisce bianche e calzettoni bianchi con bordi blu. Dalla stagione 1980/81 divise fornite dalla Le Coq Sportif, è la prima volta di un fornitore straniero, in questa stagione e in quella seguente maglia completamente bianca con collo a V e bordini blu sottili, pantaloncini blu e calzettoni bianchi con bordo blu sottile, dal 1982/83 le divise diventano un po’ più sofisticate. Maglia bianca con effetto lucido/opaco a strisce verticali con collo a V e doppi bordini blu, pantaloncini blu sempre con effetto lucido/opaco e calzettoni bianchi con doppio bordino blu. 
Nel dicembre 1983, trasferta a Manchester contro lo United, compare per la prima volta sulle maglie il nome di uno sponsor commerciale, si tratta della Holsten-Brauerei di Amburgo. Nel maggio 1984 arriva la seconda vittoria in Coppa UEFA contro i belgi dell’Anderlecht, doppio 1-1 e vittoria inglese ai rigori. Nel 1985/86 comincia la fornitura della danese Hummell, da qui in avanti ci sarà una divisa nuova ogni due stagioni, nel primo biennio la Hummell propone una divisa completamente bianca, maglia con collo a V e disegni geometrici blu nella parte alta del busto, sulle maniche e sul fianchi dei pantaloncini. Nelle stagioni 1987/88 e seguente maglia completamente bianca con collo a camicia bianco chiuso a V da un bordino blu, pantaloncini blu con cintura bianca e calzettoni bianchi. Il biennio successivo maglia bianca con collo a V con bordino blu, pantaloncini blu con cintura e fasce laterali bianche e calzettoni bianchi, il logo su maniche e sui lati dei pantaloncini. 
Il 18 maggio 1991 gli Spurs vincono la loro ottava FA Cup, è il giorno in cui comincia la fornitura della Umbro ed è anche il giorno del grave infortunio a Paul Gascoigne che chiudeva la sua parentesi agli Spurs, la stagione successiva non giocò neanche una partita e poi si trasferì alla Lazio. Nella stagione 1991/92 e seguente la Umbro propone una maglia bianca con collo a camicia blu con inserti bianchi chiuso da un bottone, pantaloncini blu con inserti bianchi e calzettoni blu con ampio bordo bianco, il biennio successivo collo a camicia chiuso a V blu con bordini bianchi mentre i polsini sono blu con inserti bianchi e gialli, pantaloncini blu con cintura bianca e inserti bianchi e gialli, i calzettoni sono bianchi. Nella stagione 1995/96 e seguente il fornitore è la Pony, marchio in quel periodo di proprietà britannica, che propone una maglia bianca con collo camicia blu chiuso da bottoni, strisce blu sulle braccia solo nella versione a maniche corte, pantaloncini blu con strisce bianche sui lati e calzettoni blu con bordo bianco. Nel biennio successivo collo a V a righine blu e bianche, pantaloncini blu e calzettoni bianchi, righine sottili su maniche e pantaloncini, molto elegante. Nel 1999 arriva la Adidas che sarà fornitore per tre stagioni, ormai ogni anno si cambia divisa, in alcune stagioni si riscopre una divisa old style con una maglia completamente bianca mentre in altre stagioni il blu occupa più spazio. Nella stagione 2005/06 la Kappa propone le maniche blu mentre nel 2015/16 la Under Armour inserisce una fascia diagonale, molto bella la divisa indossata il primo ottobre 2007, avversario l’Aston Villa, in occasione del 125° anniversario dalla fondazione del club, una maglia bianca e azzurra a quarti. La seconda divisa degli Spurs non ha avuto una stile definito e nei primi decenni si sono viste maglie di diversi colori e stili, molto usate maglie biancoblù a strisce. Negli anni 50 e 60 predominanza del blu per passare al giallo nella stagione 1969/70. Negli anni 80 e 90 predominanza di azzurro e blu insieme al giallo. Negli ultimi vent’anni, con l’arrivo delle terze maglie abbiamo visto diversi colori alcuni davvero inguardabili, particolarmente brutta la maglia blu e viola a strisce verticali del biennio 1995-1997. Tradizionalmente i portieri del Tottenham hanno sfoggiato delle bellissime maglie di colore verde brillante, molto british, negli anni 80 usato con una certa frequenza il blu. 
Negli ultimi decenni divise di vari colori come da moda.

Lo stemma del club è sempre stato un gallo da combattimento, leggenda vuole che Harry Hotspur fosse appassionato di questa barbara usanza. Lo stemma venne apposto alla maglia per la prima volta nel 1921, in occasione della finale di FA Cup e da allora è sempre stato presente sulle divise pur con diverse variazioni stilistiche. Il logo più usato, il gallo da combattimento ritto su un pallone, venne ideato dall’ex giocatore William James Scott nel 1909.
Nel catalogo HW del Subbuteo gli Spurs compaiono con due diverse numerazioni: numero 18, maglia bianca con pantaloncini blu e calzettoni blu con bordo bianco; numero 154 sempre maglia bianca ma pantaloncini blu scuro quasi nero e calzettoni bianchi.
di Gianfranco Giordano

9 gennaio 2025

RECCOMENDED READING. “The Glory Game” & “Boys of '66” di Gianluca Ottone

Trovandomi sovente nelle condizioni di ogni accumulatore seriale ho approfittato delle recenti vacanze natalizie per cercare di mettere un po’ di ordine nella mia biblioteca.

Chi mi conosce sa che da oltre 40 anni accumulo ogni sorta di memorabilia relativa al footy degli anni 60 e 70, dai distintivi alle coccarde, dai gagliardetti ai programmi, cartoline di stadi, figurine, riviste, oggettistica varia.
I libri ricoprono una parte importante dei miei “accumuli”, si spazia dagli annuari alle biografie, dalle storie dei club ai testi sugli stadi fino a volumi sulle “firms” (più si tratta di tifoserie “minori” e meglio è..) e proprio dando una sistemata a scaffali e librerie mi sono tornati tra le mani due testi che mi hanno dato notevole soddisfazione, si tratta di “The glory game” di Hunter Davies e “Boys of 66” di John Rowlinson.

Il primo è il risultato di un esperimento socio-sportivo che risulta essere stato unico nel suo genere: per tutta la stagione 1971-72 l’autore ebbe l’autorizzazione a trascorrere l’intero periodo che andava dal precampionato fino al termine dello stesso con il Tottenham Hotspur.
Partecipò agli allenamenti, ai ritiri, fu ammesso negli spogliatoi prima, durante e dopo le partite assistendo ad ogni tipo di confronto tra giocatori e allenatore e tra giocatori stessi, viaggiò con la squadra sia in Inghilterra che all’estero, visitò i giocatori a casa, fu presente alle riunioni tra i dirigenti e lo staff tecnico. Non bisogna essere simpatizzanti o tifosi degli Spurs per essere affascinati dalla lettura, è un testo estremamente coinvolgente, pieno di curiosità e dettagli senza precedenti, soprattutto se si pensa a come oggigiorno siano blindati non solo gli spogliatoi ma anche i campi di allenamento, le sedi dei club, giocatori e allenatori che si muovono su SUV dai vetri oscurati e sotto “protezione” anche solo per avvicinarsi allo stadio.
La cosa che più colpisce è che Davies ottenne il permesso di riportare tutto ciò che vide e sentì nonostante l’iniziale diffidenza di Bill Nicholson, leggendario manager degli Spurs, uomo d’altri tempi che poco tollerava le novità del calcio di quegli anni, in primis i suoi giocatori che si facevano crescere i capelli stagione dopo stagione..
Oltre a ciò Davies viaggiò anche in treno con i fans che si recavano a Coventry in trasferta, testimoniò come i giocatori ricevevano telefonate dopo ogni partita dai giornalisti che proponevano somme di denaro per avere commenti esclusivi o addirittura si presentavano alla porta di casa. Un’accurata descrizione dello stile di vita dei protagonisti ci regala uno spaccato sociale di quegli anni, scoprendo così in che case abitavano, che programmi televisivi seguivano, che auto guidavano, che ambizioni avevano.
Da trovare e da leggere tutto d’un fiato, la prima edizione del 1972 ha costi più elevati ma ne sono state pubblicate diverse riedizioni alla portata di tutti.


Il secondo volume era stato per me una piacevolissima sorpresa dato che ritenevo di avere letto, visto, collezionato quasi tutto ciò che si riferisce al mondiale del 66 ed ai loro protagonisti.
Uscito nel 2016 in occasione del cinquantesimo anniversario del trionfo mondiale è stato curato da John Rowlinson, una laurea in storia a Cambridge e successivamente una lunga carriera alla BBC.
Quando lo comprai scontato in un “W.H. Smith” di Liverpool lo feci soprattutto perché veniva esaltato il fatto che le oltre cento fotografie presenti erano totalmente inedite, frutto di un ritrovamento negli archivi del Daily Mirror.
In effetti la parte illustrata è sensazionale e nonostante il mio scetticismo ho dovuto riconoscere che non avevo mai visto prima le immagini presenti, tranne tre.
Già questo bastava ma la lettura successiva mi diede una soddisfazione immensa perché un approfondimento così dettagliato del percorso intrapreso da Ramsey per arrivare ai ventidue selezionati per la fase finale della Coppa del Mondo del 1966 era a dir poco eccezionale.
Forse solo il molto acclamato e stupendo “Back Home”, che sviscera la spedizione messicana dei Campioni del mondo in carica per il mondiale del 1970, può rivaleggiare con questo volume.
Nei tre anni e mezzo precedenti all’inizio del mondiale Ramsey arrivò a pre-selezionare cinquanta calciatori, alcuni verranno convocati praticamente sempre, altri scartati solo pochi giorni prima del via, altri ancora verranno presi, dimenticati e poi ripresi.
Anche il profilo dei futuri Campioni del mondo sono curati con ricchezza di curiosità e aneddoti, in poche parole…tutti sanno come è andata a finire ma chi, veramente, sa come tutto iniziò?
di Gianluca Ottone

7 gennaio 2025

STEVE ARCHIBALD. Vi dice qualcosa questo nome?




























Attaccante scozzese, bomber dalle eccellenti qualità. Ci siete arrivati? Avete rispolverato un po’ di ricordi? La maggior parte di voi, appassionata al calcio britannico, avrà sicuramente già ricordato. Beh, per chi non ricorda, è arrivata l’occasione di sapere e conoscere chi è, la storia di questo calciatore, ma soprattutto che cosa ha fatto Steve Archibald. Tracciamo, allora, un suo breve profilo: Steve Archibald, nato a Glasgow, in Scozia, il 27-09-1956, come abbiamo detto bomber di eccellenti qualità. Ma andiamo con ordine; Steve comincia la sua carriera agonistica nel Clyde, poi passa all’Aberdeen e nel 1980, a 24 anni, arriva al Tottenham Hotspur. Qui fa faville, sciorina le sue qualità di implacabile bomber e si laurea top scorer del campionato. Difatti nella stagione 1980-81 è capocannoniere del campionato inglese con 20 gol al pari di Peter White. Nelle due stagioni successive, 1982-83 e 1983-84, figura come miglior marcatore degli Spurs. Nell’agosto del 1984, dopo aver giocato 189 volte e segnato 78 gol con il Tottenham, il nostro fa il salto di qualità internazionale, passando nel glorioso club spagnolo del Barcellona. 

Qui, Steve Archibald, capisce che non può rimandare l’appuntamento con la storia, e decide di lasciare una traccia indelebile negli almanacchi e nelle statistiche del calcio internazionale. E, difatti, in un quarto di finale della Coppa dei Campioni stagione 1984-85 con un suo gol elimina la Signora del campionato italiano, si avete proprio capito bene: la Juventus. Ma lasciamo che a 13 dipingere le gesta dello scozzese dall’andatura ciondolante siano le cronache del tempo: “gol dalla linea di fondo di testa, molto improbabile, ma decisamente prezioso perché butta fuori la Juventus dall’Europa in tempi non troppo lontani”. Non so a voi, ma per me quel “molto improbabile” ha un suono fantastico: come ho già detto, mi sa di appuntamento con la storia. Era destinato il nostro Steve Archibald a trovarsi nel posto giusto, al momento giusto. Dopo l’avventura spagnola fa ritorno in Scozia e precisamente all’Hibernian. E prima di appendere le scarpe al chiodo, lo vediamo svernare negli ultimi anni della sua carriera sportiva in Spagna nell’Espanyol di Barcellona, nel St. Mirren F.C. in Scozia, al Reading, di nuovo a Londra nel Fulham e in fine nell’Ayr United. Nella nazionale scozzese ha collezionato 27 partite e 4 gol, contro Ungheria, Irlanda del Nord e Nuova Zelanda. Oggi il nostro Steve Archibald fa l’allenatore: qualche anno fa all’East Fife, mentre lo scorsa stagione ha guidato la squadra statunitense dei Tampa Bay Mutiny. Credo che quest’attaccante scozzese, bianchiccio, dai capelli rossi e dall’andatura ciondolante non verrà dimenticato in fretta dal popolo juventino: fa parte, infatti, della ristretta cerchia di coloro che nel corso della carriera hanno castigato la vecchia signora. Ma si trova in buona compagnia insieme a Felix Magath, Johnny Rep, Kalle Riedle e a Predrag Mjiatovic.
di Giuseppe Granieri, da "UK Football please"

12 dicembre 2024

JOHN WHITE ,IL FANTASMA DI WHITE HART LANE




























21 luglio 1964. Qualcuno, dalla finestra del Golf Club di Enfield, sta chiamando John White. Vuole semplicemente farlo rientrare in tempo prima che incominci a piovere. Il cielo non promette niente di buono, si è fatto scuro, ammorbando l’aria di una penombra vellutata. 
I tuoni rimbombano da un capo all’altro dell’appezzamento sportivo.
“John…, andiamo…!”
John sente, ma quelle nuvole nere non gli mettono apprensione. Pensa che sarà il solito temporale estivo, niente di più, dieci minuti di nubifragio e poi il sole farà di nuovo capolino fra le nubi facendo brillare come gemme le gocce sui fili d’erba di Crews Hill. Vuole completare il "putt". Si sistema meglio il "flat cap" di cotone sulla testa, assume la posizione corretta e imprime la giusta energia al “pudding”, la mazza leggera da “green”. La palla sfiora la buca, fermandosi beffarda sul bordo della stessa. John fa una smorfia di disappunto mentre intanto è iniziato a piovere forte. Agli infissi del circolo non c’è più nessuno e l’intensità del rovescio svela e risvela i contorni dell’edificio rendendolo indecifrabile abbaglio. John decide di deviare verso un boschetto limitrofo cercando rifugio sotto i rami di un faggio circondato dal bagliore livido dei lampi. Si rannicchia John, cerca di ripararsi. Quante volte suo nonno gli aveva detto di non mettersi mai sotto un albero quando incominciava una burrasca? Quante volte? E John aveva imparato, correndo a perdifiato verso il paese, correva sulle pietre umide, in mezzo all’erica e alla ginestra, dove si raccontava vivessero dei piccoli elfi che spiavano gli orchi senza occhi del sottosuolo. Stavolta non l’ha fatto e un po’ se ne rammarica. Lo coglie un presentimento che non finirà di percepire. La vita di John White finisce lì, la mattina del 21 luglio del 1964 a 27 anni, recisa, stroncata da un fulmine caduto a pochi metri di distanza. 

Non ci sarà bisogno di medium e sedute spiritiche, perchè John White era già un fantasma ancor ‘prima di morire. Lo chiamavano “Ghost”, già curioso, lo avevano battezzato così, lassù nel nord di Londra, ammaliati dalle sua velocità, arrivando al punto, (si enfatizzava nel crepuscolo delle tribune), da rendersi invisibile eppure in grado di materializzarsi nei pressi del compagno in difficoltà per ricevere il passaggio. Un precursore se vogliamo, un giocatore argenteo a livello mentale che elucubrava in termini di spazio ben prima di Johan Cruyff. La storia di John White incomincia a Musselbrugh, un pugno di casupole annerite che Edimburgo tenta di abbracciare ma ci rinuncia perché la campagna è abile a scongiurare il suburbio. Secondogenito di una famiglia operaia, John White a quindici anni diventa apprendista falegname e nel frattempo stravince le corse campestri locali fino al giorno in cui l’Alloa Athletic se ne interessa cercandolo per sottoporlo a un provino con il pallone. Il ragazzo è smilzo, una faccia da eterna matricola, una costellazione di lentiggini sotto i capelli biondi quasi platino. Lo prenderanno, si, John è preciso, ha inventiva e corre dannatamente svelto nonostante i terreni siano spesso saturi e le scarpe gli pesino come macigni. In breve indossa la maglia del Falkirk, finché nel 1959 viene acquistato dal Tottenham per 22mila sterline nonostante la titubanza del manager degli Spurs Bill Nicholson, non particolarmente impressionato dallo scozzesino.
“Troppo magro, troppo esile, non reggerà i ritmi e la fisicità del nostro campionato..”
A sfumare le perplessità di Nicholson ci penserà Dave Mackay, compagno di squadra del ragazzo in nazionale. In poco più di dodici mesi White passerà così dalla seconda divisione scozzese al massimo campionato inglese in uno dei club più prestigiosi. A Londra White trova un Tottenham reduce da un disastroso piazzamento dopo aver perso nel corso della stagione il tecnico Jimmy Anderson per problemi di salute. Lo aveva sostituito Nicholson che però non era immediatamente riuscito ad alzare il livello di gioco della squadra. Un inizio poco memorabile per colui che sarebbe diventato uno degli allenatori più longevi e vincenti nella storia degli Spurs. White parte interno sinistro di centrocampo, passando all’ala destra nella stagione della storica doppietta campionato-FA Cup. Quel Tottenham è la squadra di Dave Mackay, del capitano Danny Blanchflower, dell’ariete Bobby Smith e ovviamente di John “The Ghost” White, l’uomo-ovunque. 
Raggiungono la semifinale di Coppa dei Campioni contro il Benfica ma i lusitani con un pizzico di fortuna infrangono il sogno del Tottenham. Tuttavia 12 mesi dopo White e compagni diventano la prima squadra inglese a vincere in Europa travolgendo, il 15 maggio 1963, al De Kuip di Rotterdam, l’Atletico Madrid per 5-1 nella finale di Coppa delle Coppe. La rete del raddoppio la firma proprio White con un sinistro chirurgico che transita attraverso una selva di gambe e si insacca in rete.

Poi arriva quell’incidente assurdo, inconcepibile. A 27 anni lasciò una moglie – Sandra, figlia dell’allenatore in seconda del Tottenham Harry Evans, e due figli piccoli, Mandy e Rob. In realtà il numero corretto dei suoi bambini sarebbe tre ma dell’esistenza di Stephen Roughead-White, concepito durante il periodo in cui prestava servizio militare a Berwick nel KOSB (King's Own Scottish Borderers, divisione di fanteria dell’esercito britannico) si verrà a sapere solo quarant’anni dopo. C’è una foto di quella vicenda. Una fotografia in bianco e nero, incrinata, sbiadita, rimasta nascosta dentro un baule polveroso. Si vede una coppia innamorata. Lui è vestito elegantemente e avvolge un braccio protettivo intorno a lei che indossa un cappotto alla moda e una sciarpa che le copre i capelli ma non la bellezza. 
E' la storia tra Helen McLean, 19 anni di professione lavandaia per l’esercito, e John White all’epoca militare 23enne. Helen rimase incinta ma John, non si sa perché, incominciò a negare, smettendo di frequentarla. Tutto sarebbe rimasto sepolto se Robert White, il figlio avuto successivamente da John, non avesse scritto un libro sul padre intitolato “il fantasma di White Hart Lane” che, prove alla mano, ha costretto la madre di Stephen a confermare ciò che Rob e la famiglia sospettavano. Stephen, il figlio non riconosciuto di John, affermò che la rivelazione al pubblico fu un sollievo piuttosto che una sorpresa perché ormai, dopo un travaglio non da poco, era a conoscenza dell'identità del vero padre.

"Purtroppo non riesco a pensarlo come ad un uomo leale. Per essere un uomo devi essere responsabile delle tue azioni. Se non sei preparato a farlo, allora sei un vile.”
Rob incontrò Helen in Lamb's Laundrette, guarda caso nei pressi della Caserma di Berwick, per un appuntamento. Helen le disse che all'epoca dei fatti John aveva anche fissato una data di matrimonio ma improvvisamente, senza spiegazioni, non lo vide più.
"Piangevo ogni giorno. Mio padre martellò di pugni i cancelli della caserma, chiedendo di parlare con John, ma non lo hanno mai lasciato entrare. E quando nell'ottobre del 1959, John firmò per il Tottenham, lasciando l'esercito e trasferendosi a Londra tutto finì ma non mancarono strascichi e pettegolezzi”
Durante una partita scolastica Stephen viene avvicinato da un amico malizioso:
"Io lo so perché sei un buon calciatore, perché tuo padre era un calciatore.”
Ogni dubbio svanì quando a 16 anni Stephen fece una scoperta sbalorditiva mentre rovistava in un armadietto in soffitta. Trovò un certificato di nascita giallognolo, malconcio: il suo. 
Il nome del padre, scritto con inchiostro rosso, diceva John White.
"L'ho rimesso subito nella busta, l'ho chiusa di nuovo e non ho detto niente a nessuno".
Ma i ragazzi del pub che frequentava continuavano in velate battute per verificare se lui sapesse costringendolo ad andarsene fuori singhiozzando. Alla fine sua madre si convinse a confermare: "Stephen ascoltami, Davey (il marito di Helen) non è tuo padre.”
Stephen restò sereno, non alzò nemmeno gli occhi, le disse tranquillamente che già lo sapeva, e mentre lo diceva, per un attimo, nell’angolo più buio della casa prese forma un evanescente figura bianca.

18 novembre 2024

BOOKS. NORTH LONDON DERBY, Tottenham vs Arsenal di Lino Spazzo (Urbone), 2024


Nel cuore di Londra, una rivalità centenaria divide e unisce la città: il Derby del Nord tra Arsenal e Tottenham. Più di una semplice partita di calcio, è una saga che incarna passione, orgoglio e l'anima stessa del calcio inglese.
Questo libro vi porta nel vivo di una delle rivalità più intense del mondo del calcio, esplorando: Oltre un secolo di sfide epiche e momenti indimenticabili.
  • I protagonisti che hanno scritto la leggenda, da Henry a Kane
  • L'evoluzione tattica e culturale del derby
  • L'impatto sulla città di Londra e sul calcio mondiale
Con interviste esclusive e aneddoti inediti, questa opera offre uno sguardo senza precedenti su Arsenal-Tottenham, una rivalità che trascende il campo da gioco.
Che siate tifosi dei Gunners, degli Spurs o semplicemente amanti del calcio, questo libro vi farà rivivere l'emozione, la tensione e la gloria di una delle più grandi rivalità sportive di tutti i tempi.

8 novembre 2024

PAUL GASCOIGNE, JIMMY e una pinta di birra.

Gateshead. Già sembra un brutto posto al solo pronunciarlo. Assomiglia al rumore di una catena che cigola, una specie di stridore sofferto, spietato. Dio non c’è, o se c’è non è a Gateshead, perché a Gateshead l’unico rosario che scorre davanti agli occhi è quello delle porte sbarrate dall’ordine di sgombero. Esercizio quotidiano in questo stramaledetto buco di culo dove la crisi non finisce mai, dove è regola, non eccezione. Gateshead, Tyne and Wear, Newcastle: una tenaglia urbana chiamata Tyneside, uno spicchio di sud del mondo in quel profondo nord inglese che un tempo si sporcava col carbone e che ora passa il tempo domandandosi se è il cielo plumbeo a specchiarsi nel fiume o viceversa. Sputate sulla coscienza, sui tribuni della coscienza, se cercate il Dottor Jekyll qui troverete solo Mister Hyde e cazzo quanto è bella quella maglia a strisce bianconere con in mezzo la stella blu della Brown Ale, o il cane se volete, perché a Newcastle quando i mariti vogliono uscire di casa la sera e farsi una bevuta con gli amici dicono alla moglie: “I’am going to take the dog for a walk” (vado a portare a spasso il cane…). Insomma è un postaccio lurido e freddo, tuttavia ci sono fondamenti sicuri: il pub, la birra, le freccette e il sussidio di disoccupazione. Il ragazzino sbilenco e ricciolino vuole giocare con quei colori, il piccolo Paul vuole giocare con le "magpies". 



Ogni giorno calcia un pallone lacero contro un muro ancora più lacero dello stesso pallone al civico 29 di Pitt Street. Paul Gascoigne, secondo di quattro figli, Paul Gascoigne che quando fa sera torna a casa di corsa, sale le scale e si ritrova in un monolocale con il bagno condiviso con altre famiglie e mangia crocchette di pesce di fronte alle prepotenze di un padre violento e semialcolizzato che si appresta ad emigrare in Germania alla ricerca di un impiego. E’ dura uscire da questa bolla di assordante inedia. Ma al grande teatro serve il dramma per manipolare il destino. Paul a 10 anni assiste alla morte di un amico, un incidente, un camion di surgelati spazza via da questo mondo il coetaneo Steven Spraggon. Paul smette di piangere tra le mura di casa, sospende le sedute dagli psicologi, comincia a vincere la sua fottuta paura del buio, smette di rubare nei negozi e allenta il vizio di inserire "pound's" nelle slot machine. Ora è sicuro che il calcio gli allungherà una mano salvifica. A scuola scarabocchia autografi, “diventerò un calciatore famoso”, dichiara convinto alla professoressa. Eppure stecca i primi provini, finché, eccolo il maledetto e bellissimo Newcastle. Lo prendono ed entra in confidenza con il gestore di un pub vicino ai campi d’allenamento (guarda te alle volte la stranezza della vita…) che lo vede giocare e gli affibbia il soprannome “Gazza” per via di quella falcata vacillante, sgangherata, quasi da volatile. Capitano della squadra giovanile allenata da Colin Surgett vince una FA Youth Cup segnando un bellissimo goal contro il Watford e brinda con qualche bicchierino di troppo che accendono la prima, enorme, spia rossa sul suo personale cruscotto mentale. Si, ok, ora però spunta lui. Jimmy “ five bellies” Gardner ossia il compiuto guardiano dell’identità locale. La storia di Jimmy Cinque pance è un autentico mosaico. Un insieme di frammenti tesi a comporre il tratteggio di un’amicizia, di un disegno a base alcolica che ha i tratti di una gigantesca sbronza, di una pinta ancora da svuotare. Jimmy è il migliore amico di Gazza. Da sempre. Difficile ricostruire il percorso del personaggio. Per farlo bisogna abbandonare qualsiasi speranza di continuità narrativa e lasciarsi trasportare dallo scorrere dell’aneddoto, apprezzare la fugace briosità dell’effervescenza. In ogni momento della vita al limite di Gazza, in ogni suo segmento emerso, vi è un attimo in cui dal cono d’ombra esce Jimmy, e non potrebbe essere diversamente, poiché Jimmy non è altro che una figura evocativa che accompagna le gesta del folle; è il suo ritratto di Dorian Gray, il suo contratto faustiano con i bassifondi del delirio, l’immagine decadente di quello che sarebbe stato se, un giorno del 1967, le muse del calcio non avessero guardato un attimo in quel fumoso angolo d’Inghilterra per regalare talento dall’unione di papà John con mamma Carol. Gardner di professione è “builder”, il classico “Northern fat lad” un bestione capace di filare via tranquillo con quindici “Snakebite” a sera. Con Gazza fu amore a prima vista, avevano 14 anni i protagonisti e “ lard arse” il primo delicato epiteto. Nelle parole di Jimmy c’è sempre grande riconoscenza per l’amico talentuoso che gli ha permesso di viaggiare un po’ dovunque, nonché di diventare una modesta celebrità. A sua volta, questo ragazzone è continuamente presente nei momenti decisivi e cervellotici della vita di Paul. Fu lui, infatti, a volare insieme al padre del calciatore in Cina, quando l’ex nazionale inglese pensò bene di finire fuori strada improvvisandosi autista del bus dei Langzhou Flying Horses concludendo il suo squilibrio in hotel a bersi un goccio, o due, o tre, di vodka. Ad interrompere il delirio etilico di Gazza, rannicchiato in posizione fetale nel letto alla stregua del personaggio della metamorfosi di Kafka diventato insetto, fu proprio “ cinque pance” che, una volta in stanza, cominciò a bere “neat whiskey to cheer him up”. Il simile cura il simile, non c’è che dire. 

























Azione terapeutica di una legge naturale enunciata due secoli fa da Samuel Hahnemann. Nella polvere e sull’altare Jimmy Gardner lo ha marcato stretto. Molto peggio della presa bassa di Vinnie Jones. Da quando il suo amico calciatore gli fece mangiare una torta ”modificata” con la merda di gatto, a quando gli regalò un robot programmato per andare nella sua stanza e intimargli: "Make a cup of tea, fat man", a quando furono cacciati dal West Lodge Park Hotel di Londra dopo che le cinque pance di Jimmy erano state viste farsi largo in mezzo alle spaventate anatre del laghetto. Quando Gardner si muove da solo nelle acque della vita, invece, non sembra essere altrettanto efficace come quando divora ali di pollo: nel 1999 viene arrestato per possesso illegale di arma da fuoco. Una vicenda da ricondursi a un certo squallore metropolitano: qualche bicchiere oltre il consentito, un gruppo di ragazzi che lo apostrofa amabilmente ”animal bastard“, la scontata reazione, ed ecco saltar fuori la pistola. Si prenderà sei mesi di carcere per non aver sopportato gli insulti. Dopo il carcere una vicenda di debiti finita in imparruccate aule giudiziarie, misere vicende di ordinaria amministrazione.

“Dovrai aspettare mille anni per rivedere qualcosa di simile, disse Bobby Charlton all’assistente Maurice Setters”.

E’ ora di prima squadra. Nel tempio pagano del St James’s Park resterà tre stagioni guadagnandosi il titolo di giovane dell’anno nel 1988 in First Division. Lo vuole il Manchester United, Paul si promette a Alex Ferguson ma al termine di una triangolazione telefonica finirà a Londra, al Tottenham Hotspur, per la cifra record di 2,3 milioni di sterline. In ogni caso sotto la guida di Terry Venables esplode il talento di Gascoigne e altro: i tifosi l’adorano, dopo ogni rete gli lanciano bambole gonfiabili da baciare e gli cantano bonariamente “he’s fat, he’s round, he bounces on the ground” (è grasso, è rotondo, rimbalza sul prato), gli avversari lo insultano chiamandolo “porky”, gli lanciano delle barrette di “Mars”, lui scarta le confezioni e trangugia gli snack ridendo di gusto e a quel punto, finito l’avanspettacolo, arriva l’accademia: un repertorio di finte, di serpentine, calci di punizione letali e naturalmente qualche bizza come la strizzata ai testicoli dell’arbitro Jeff Courtney o provocatorie annusate di ascella. Attenzione, è ufficialmente esplosa la “Gazzamania”. Bobby Robson, tecnico dell’Inghilterra lo definisce “daft as a brush” (pazzo come una spazzola) ma è impossibile non portarlo ad Italia ’90 dove i tre leoni cedono ai tedeschi in semifinale. 

Con gli Spurs vince la FA Cup contro il Nottingham Forest ma in finale s’infortuna a causa di una stupida ed evitabilissima entrata sulle gambe del terzino avversario Gary Charles. Sedici mesi di stop e tutto da rifare, legamenti del ginocchio destro compresi. Nonostante l’episodio, la Lazio pazienta e acquista Gazza nell’estate del 1991 per circa otto miliardi di lire: il 23 agosto l’aeroporto di Fiumicino è una babilonia: il “naughty boy” arriva nella Città Eterna protetto da un paio di Ray-Ban e da otto gorilla, poi sfreccia via su una Mercedes nera. Quarantasette presenze e sei gol in tre anni, il gretto bottino di Gascoigne, che a Roma si fa notare per i colpi di testa, e non parliamo soltanto di quello andato a segno sotto la Nord nello storico derby del 29 novembre 1992. Le “vacanze romane” con la Lazio del taciturno Dino Zoff e del tabagista Zdenek Zeman finiscono non prima di essersi spogliato completamente nudo su un bus in autostrada. I sanpietrini avviano ad essere estremamente sdrucciolevoli e per converso lo prendono i protestanti dei Rangers dove invece di seguire i sermoni dei pastori e darsi pace dapprima raccoglie il cartellino rosso caduto dal taschino di un direttore di gara e finge di espellerlo ma più che altro si mette a mimare il suono di un flauto orangista durante un usuale, tiratissimo, Old Firm con il Celtic rischiando di scatenare una nuova guerra civile a pochi anni di distanza dal caso Maurice Mo Johnston. 
L’iconica nazionale inglese del decennio continua a coccolarlo e lui all’europeo casalingo la ripaga piroettando gli scozzesi a Wembley e dopo scivola beffardo sul prato nella scenetta della sedia del dentista ma le note indubitabili di “football coming home” non sono sufficienti e anche stavolta si arrende ai rigori alla solita Germania. Dopodiché l’oblio, lento, inesorabile, le cliniche, le terapie, uno scheletro ambulante, pigiami e vestaglie imbarazzanti, segnali di ripresa, minimi, impercettibili. Del resto non si può pretendere eccessive dosi di riflessione da uno che si è fatto bruciare il naso per scommessa. E Jimmy? L’addio, passeggero, fra i due resta tragicomico. Gazza è serrato al Marriot Hotel di Gateshead (la solita regressione materna) e Jimmy corre da lui per portagli delle sigarette, sulla strada, prima di arrivare, decide di fare una sorpresa all’amico in crisi: compra un pollo (potenza terapeutica delle pietanze, altro che ansiolitici). La visita però non risultò felicissima, il lauto pasto non era la medicina giusta che Paul cercava per lenire le ferite, Jimmy non seppe, o forse non volle, gestire la situazione e andò via, lasciando Gazza solo con il minibar vuoto, con il letto della stanza disfatto a fargli da triste specchio dell’anima. Per fortuna i protagonisti di questa storia in fondo sono come Newcastle e Gateshead, inseparabili destini uniti dal disegno urbanistico della vita, yin e yang del talento, tanto quello sprecato che quello mai avuto e quindi destinati a riconciliarsi in eterno per continuare a legittimarsi l’un l’altro. Le ultime notizie ci riportano un Jimmy Gardner convertito sulla via del salutismo supportato nella faticosa sfida alla bilancia dal recupero del suo amico, dalla sua nuova vita. I giorni di Paul Gascoigne pare comincino la mattina presto quando si presenta in una palestra davanti alla spiaggia ghiaiosa di Folkestone (dove ormai vive) e si mette a fare esercizi: addominali, piegamenti e qualche corsetta a cui aggiunge una partitella di calcetto ogni venerdì con una squadra di Bournemouth, qualche puntatina sul campo di golf e occasionali battute di pesca. Dicono non tocchi più un bicchiere e non assuma più droga. “Non so se berrò ancora, –dice Gazza – ma so che non ho bevuto ieri e che non ho bevuto oggi e, toccando ferro, che non berrò neanche domani”. Sembra strano pensare che gli Snakebite e le English breakfast siano uscite dalla vita del nostro “Geordie”. E infatti in un anonimo lunedì del 2012 viene fermato con l’accusa di molestie sessuali su un treno in partenza da York dove una donna ha raccontato di essere stata toccata in maniera inappropriata dall’ex calciatore. Dopo alcune ore di fermo presso la stazione di Durham Gascoigne è stato rilasciato dalla polizia che però ha continuato le indagini fino a una mezza assoluzione previa contante. Le cose sono cambiate? Si, quando non torna ad annegare nel gin. Paradossalmente solo con Jimmy potrebbe farcela, l’uno di fronte all’altro, come Gateshead e Newcastle. Paul “Gazza” Gascoigne e Jimmy “five bellies” Gardner, i figli venuti alla luce dalle acque del Tyne. Riflesso melmoso delle reciproche desolazioni.
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