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2 giugno 2025

BOBBY KEETCH. Un giocatore..d'arte

Chiariamoci subito, il motivo per cui vi propongo il profilo di Bobby Keetch non è certamente per il valore calcistico di Bobby nè per le sue vittorie e trofei nè per le sue imprese sul campo.
Il motivo è un altro, Bobby è stato uno dei calciatori che sono stati protagonisti della swinging London negli anni '60. Il grande merito di Keetch è stato quello di far salire la stima dei calciatori all'interno della società riscattandone la fama di atleti senza cervello

Nasce a Tottenham il 25/10/1941 e cresce nelle giovanili del West Ham per approdare nel 1959 a Craven Cottage dove esordisce nella massima serie nel 1961.
E' un giocatore rude come ce ne sono tanti nelle difese di ogni squadra tant'è che se andate a leggere i blog dei tifosi del Fulham è ancora ricordato dagli anziani più per le sue scarponerie che per le sue gesta. Quello che colpisce è il suo aspetto biondo ed elegante, profuma anche in campo dove gioca con catene e anelli d'oro che ciondolano mentre si muove ed arriva al Craven Cottage con una Rolls Royce scoperta e l'orologio d'oro nel panciotto. E' molto bravo però a fare spogliatoio, divertente e chiassoso sempre pronto ad una bevuta a fine gara coi compagni. Ma è fuori dal campo che da il meglio di se. Diventando un'icona culturale di quegli anni, amico degli artisti londinesi frequenta il pittore Pietro Annigoni visita mostre e gallerie. 

E' il primo giocatore di football che frequenta il jet-set londinese e parla con cognizione di causa di arte. Guida una Lotus Elan veste a Mayfair ha stile e fascino, parla di Bob Dylan e del perchè la Stax ha più anima che la Motown, della Pop Art. Gira per Buckingham Palace con gli amici e un pappagallo sulla spalla.
Capisce che il football è un business. Oltre a giocare a calcio si occupa del suo negozio di arte e antichità sapendo che i guadagni del calcio non saranno sufficenti per il resto della vita. Agli inizi dei '60 il Fulham è una squadra molto in voga che attira spettatori dal mondo del cinema e della moda tanto che Chamberlain dichiara "non so se ci sono più commedianti in campo o sugli spalti". Leggenda dice che il grande Haynes dopo una partita non può accedere alla sala massaggi perchè occupata da un levriero da corsa.
Grazie a personaggi come Keetch i calciatori cominciano a guadagnare le attenzioni della comunità. La vittoria nel mondiale del 1966 rende il calcio popolare anche agli strati più alti della società che lo avevano sempre guardato dall'alto al basso. Arrivano gli inviti alle feste importanti. Lady Hesketh una nobile di allora invita i suoi nuovi amici nella sua tenuta nel Northamptonshire per una partita che lei stessa arbitra.

Gli interessi verso i calciatori col passare del tempo cominciano a calare col finire delle carriere dei calciatori più carismatici. Ma Keetch continua ad essere popolare in società tanto che il libro "Bluff your way to social climbing" lo indica insieme a Best e Trevor Hockey, un mediano dello Sheffield Utd con una capigliatura alla Beatle, come socialmente adatti ad essere invitati alle feste. Fa coppia con Robert Fraser il più famose commerciante d'arte di Londra e nell'appartamento di Fraser incontra Paul McCartney, Mick Jagger e William Burroughs.
Nonostante la bella vita le prestazioni di Keetch sul campo sono sempre efficaci, ma la sua carriera al Fulham termina con l'arrivo di Vic Buckingam nel 1965.
Buckingam mal sopporta la personalità di Keetch e dopo un anno il Fulham lo molla dopo 120 presenze e 2 goal. Per Bobby è un colpo perchè considera Fulham la sua famiglia tanto che pensa di smettere, ma il QPR lo ingaggia a Novembre. Bobby diviene un eroe di Loftus Road fino al 1969 quando viene ceduto al Durban in Sud Africa.
E qui termina la carriere calcistica di Bobby Keetch.

Non è un bel periodo per smettere, la swinging london è finita e nel calcio al 'glamour' si è sostituita la rudezza delle squadre di Don Revie che isola i giocatori più fantasiosi. Keetch ha meno di 30 anni quando lascia il calcio per diventare un commerciante d'arte. Pochi lo ricordano. Tiene i contatti con i suoi vecchi amici del calcio come Venables e Best e nel 1996 lavora al lancio di un ristorante a tema calcistico chiamato Football Football. 
Keetch vede Venables 2 giorni dopo la sconfitta in semifinale in Euro 96 dell'Inghilterrra. Dopo poco Bobby ha un'emorragia celebrale e muore. Nel 1998 in un'intervista Best dichiara che l'ultima volta che ha pianto è stato per la morte dell'amico Bobby.
di Gian Paolo Manfredini

3 marzo 2025

[FOOTBALL AID] Da una vita..



Da una vita? Non proprio.
Per era dalla metà degli anni Settanta che desideravo giocare in uno stadio inglese. Non possedendo le doti per poterlo fare da professionista, perchè non basta avere un buon piede sinistro per giocare a calcio, ma bisogna anche mettere il piedino nei contrasti e saper correre per più di cinque metri senza perderne tre rispetto al tuo diretto avversario, volevo trovare la maniera di farlo da amatore, forse non ricambiato, del calcio, e ancor più di quello inglese. Inutile stare a rievocare le occasioni che avevano originato tale passione, perchè è impossibile scegliere un solo elemento tra l'oscurità ammaliante delle tribune di Wembley durante i Mercoledi Sport invernali, il sole luminoso del prato dello stesso stadio per le finali di FA Cup o la massa brulicante sugli spalti di qualunque stadio si potesse scorgere nelle rapide, brevi, troppo brevi immagini che la Tv Svizzera, ma alcune volte incredibilmente persino la RAI caciarona e provinciale, ci mostravano. 
Non conta l'origine, conta l'effetto, che mi porta in occasione del primo viaggio lassù, estate 1979, appositamente in agosto e non in luglio, a cercare in un negozio di periferia un completo dell'Arsenal della Umbro - i calzoncini ahimè mi vanno ancora bene perchè non sono più cresciuto, i calzettoni di qualità strepitosa hanno resistito a 27 anni di lavaggi - e, trovato il coraggio di uscire di casa in un quartiere orientato più verso gli Spurs che non i Gunners, recarmi al più vicino parco di quelli che mi avevano commosso, con i campi di calcio accennati dalla segnatura delle righe e le porte, portandomi appresso un pallone Mitre bianco bianco senza neppure una scritta se non quella discreta della ditta. Tiravo da solo verso la porta, sperando che nessuno mi vedesse, che nessuno mi facesse domande, che nessuno mi picchiasse.

Sempre rimasta, la voglia di provare la sensazione di giocare sul serio in uno stadio vero. 
Nel 2000 avevo mostrato ai miei colleghi un depliant di Wembley che in occasione della chiusura dello stadio concedeva l'uso del prato a chiunque lo volesse, al prezzo non modico - tradotto al cambio attuale - di 14.000 euro per le due squadre, con tanto di arbitro FA e sosia della Regina Elisabetta a consegnare una finta FA Cup saliti i 39 gradini.
Per €14.000 chi li aveva, anche se distribuiti su 22 persone, e soprattutto come trovare 22 persone e reperire voli? Esaurite le idee per racimolare denari, e avendo un'attitudine del tutto inadatta al reperimento di sponsor (finirei per dargli dei soldi io...), avevo abbandonato.
Poi nel mio delirio da mai cresciuto, ho scoperto che il sito footballaid.com racchiudeva quel che desideravo: per beneficienza, dunque una bella maniera di scaricare i sensi di colpa, alcuni club inglesi mettevano a disposizione il loro stadio per un pomeriggio, e l'organizzazione dietro a Football Aid vi organizzava una partita tra due squadre vestite una con la divisa di casa ed una con quella da trasferta. 
Ogni maglietta veniva assegnata all'asta, appunto per beneficienza, con uno schema prestabilito secondo il quale alcuni giocatori stanno in campo per tutta la gara ed altri subentrano al 46', pagando ovviamente meno così come coloro che sostituiscono. O povero me! Prima scelta sarebbe stata l'Upton Park, ma c'era un problema: le poche maglie per le quali avrei potuto evitare la figuraccia, ovvero tutte quelle dal centrocampo in su, evitando per le fasce perchè certamente i compagni di squadra inglesi si sarebbero aspettati un velocista-crossatore in corsa, costavano troppo, roba da non meno di 500 euro. Insomma, niente da fare. Aspettare un altro anno? Si, ma passati i 40 non è che uno possa prevedere che la propria forma fisica migliori di stagione in stagione, meglio dunque non perdere tempo e passare ad altro stadio ed altra squadra: colpo di fortuna, la combinazione perfetta tra stadio letteralmente leggendario come il Craven Cottage e squadra di seguito non strepitoso, dunque con maggiori possibilità di acciuffare una maglia decente a prezzo decente. Per farla breve: alla fine spunto con un 300 euro - versione per la futura moglie: 200. Ovviamente... - la numero 15, che consente di entrare dal 46' come seconda punta. 
L'ideale perché nelle mie fantasie doveva andare così: non saranno tutti atleti strepitosi, per cui li faccio stancare nel primo tempo, e subentro quando qualcuno magari ha le gambe molli, e non si sa mai...

Sistemata la logistica grazie ad un provvidenziale volo Ryanair decisamente affrontabile come spesa - peccato poi per l'hotel, una catapecchia con temperature tropicali – è arrivato a fine maggio il giorno della gara. Accusando spesso una paradossale sindrome di auto-esclusione da straniero (in soldoni: sono convinto che gli inglesi non amino gli italiani e ne abbiano buoni motivi, per cui non cerco mai di fare troppo l'amicone), mi presento ai cancelli, effettuata la lunga passeggiata attraverso il Bishops Park. quasi con timore: presento il pass-giocatore, vengo indirizzato al corridoio che passa sotto la Putney End e arrivo in uno dei bar dietro la tribuna sul Tamigi, insomma la Riverside Stand, dove ancora un addetto con forte accento scozzese - Football Aid nasce lì - mi accoglie e invita ad entrare. 
Ci sono i miei futuri compagni di squadra e i miei futuri avversari, quasi tutte con famiglia, impegnati a sorseggiare qualcosa. Cerco speranzoso di cogliere volti e fisici di persone oltre i 35 e male allenate, così che la mia forma precaria, allenata per mancanza di tempo solo su campi di calcio a 7, non mi faccia sfigurare troppo, ma vedo anche alcuni elementi che sembrano calciatori veri. Ahimè. Ovviamente - ovviamente per come sono di carattere - non parlo con nessuno e non mi avvicino a nessuno, e l'indicazione di andare verso gli spogliatoi è quasi un sollievo da quella situazione di imbarazzo. Altro che sollievo: diventa esaltazione quando ci fanno entrare nel nostro spogliatoio - io ho "comprato" la maglia azzurrina da trasferta, costava meno... - e tre posti dalla porta, sulla destra, vedo appena una maglia con il mio cognome. Porca miseria...
Per educazione vado poi a presentarmi a tutti gli altri, i quali o non ritengono che ci sia nulla di male o di strano ad avere un italiano in squadra o se ne strafregano, sta di fatto che nessuno dice nulla o commenta sulla mia provenienza. Scopro presto che il mio futuro partner d'attacco, Gary, inglesissimo di aspetto, statura e pure pancetta da birra, viene apposta da Los Angeles dove gestisce un paio di pub e dunque per fortuna non sono io il più esotico. Scruto ancora: due tizi piuttosto corpulenti, uno spilungone di gamba lunghissima, altri due tizi ben piantati e molto sicuri di sè, un armadio ambulante dal fisico scultoreo, quasi sovrappeso ma certamente non eccessivo, un ragazzo di chiare origini mediorientali. Rivestito in un mezzo secondo per la voglia di andare in campo, non riesco però ad evitare un batticuore quando metto piede per la prima volta sul prato, uscendo dal Cottage: erba soffice, splendida, di quelle in cui ci si vorrebbe rotolare, da cui non si vorrebbe mai uscire. Passo metà del riscaldamento a guardarmi intorno, cercando ogni tanto di impressionare i miei compagni di squadra con qualche tiro al volo, anche perchè non mi arrischio a fare controlli volanti, poi è il momento di tornare dentro, e dell'ispezione degli scarpini e dei parastinchi da parte dei due segnalinee, anzi di uno, perchè l'altro è un ragazzino preso probabilmente tra i parenti di qualcuno per defezione improvvisa dell'altro uomo in nero. Un mio collega, quello di apparenti origini mediorientali (scopro poi dal foglietto delle formazioni che si chiama Umar), per l'ingresso in campo dietro la terna arbitrale, con tanto di fotografo che riprende la scena, indossa una parrucca afro che lo innalza di almeno 15 centimetri, e più che altro non si capisce perchè lo faccia. Mi manca il fiato dall'emozione giù a correre verso il centro del campo, figuriamoci cosa potrà accadere dal 46' in poi. 

Squadre schierate in linea, e... saluto al pubblico. Pubblico? Una settantina di persone: del resto, con quindici per squadra, se ognuno porta due amici/parenti/figuranti si fa presto a raggiungere quel numero. Uno di noi, l'ala destra Matt, simpatico skinhead - ma pure bello stempiato - ha addirittura una piccola claque in uno dei box privati, anche se non si capisce come possano esserci entrati, visto che si poteva sedere solo nella Riverside Stand.
Mi rilasso, perchè il mio turno arriverà solo dal 46'. Ma subito il mio mondo cambia: dopo al massimo tre minuti Umar in un contrasto duro si fa male alla caviglia, e nemmeno il fisico da culturista lo aiuta. Fuori, non ce la fa. L'allenatore, o meglio il responsabile di Football Aid addetto alla squadra "ospite", si volta verso noi tre panchinari e mi fa cenno di entrare. Io non so cosa fare: rigido nel seguire le istruzioni come sono sempre, gli faccio notare che mi spetta giocare solo nel secondo tempo, ma non c'è verso, ed entro in campo, ben contento e ben emozionato, cercando di mascherare entrambe le condizioni. Robbie Herrera, ex giocatore del Fulham chiamato - è un classico, per le partite di Football Aid - a dare una mano ad una delle due squadre, mi chiede se posso sostituire Umar nello stesso ruolo, ovvero ala sinistra, ma gli dico che ad occhio e croce è meglio se lo spilungone, Ian, si allarga sulla fascia, ed io passo in mezzo come seconda punta. Ma avrei potuto essere anche prima, o terza, che il risultato non sarebbe stato diverso: per i primi quindici minuti ho le gambe di marmo dall'emozione, e la palla viaggia sempre lontanissima, la vedo a malapena, mi passa sopra, a destra, a sinistra, mai vicino, e per non fare figure meschine mi dedico almeno alla marcatura a uomo. Finalmente tocco il pallone con un anticipo di testa su una rimessa laterale, ma non ricordo ora neppure dove sia finita. Herrera ad un certo punto mi dà palla in area sulla sinistra, io vado incontro a 5-6 metri dalla linea di fondo, controllo ma il difensore centrale, correttamente, mi spinge e io non riesco a girarla in mezzo. Però mi sento meglio, le gambe progressivamente pesano meno, ed avrei persino voglia di ricevere il pallone tra i piedi. Succede dopo una ventina di minuti: passaggio al limite dell'area al centravanti Gary, che me la tocca indietro leggermente alta. Riesco in qualche maniera a controllarla di esterno sinistro, in pratica un mezzo tacco, e quando ricade la faccio rimbalzare e... insomma, nella mia testa si svolge in rapida sequenza un ragionamento che fa così: Qui è già tanto se toccherai un altro pallone, dunque tira ora, sennò quando lo farai? È. Tiro di controbalzo... male eseguito, la palla rotola molle verso il portiere, mentre Ian, sulla sinistra, mi fa notare che un semplice passaggio filtrante lo avrebbe messo solo davanti al portiere. Ian? Portiere? Visto niente. 
In quel momento ho visto solo la porta e l'enormità vacua della Hammersmith End dietro di essa. Passiamo in svantaggio 1-0 su gran tiro dal limite di un avversario, e lì il nostro regista, il corpulento Simon, fisico che sarebbe eccessivo perfino per un difensore centrale, si scatena, aumentando il ritmo (ahimè), portando palla, cercando triangoli. Sulla destra Matt corre molto, in mezzo al campo Neil, non molto alto, con una bella pancia ma efficace, copre molto ed effettua anche un tiro che sarebbe finito certamente nello specchio della porta - ah, che sano luogo comune - se non fosse stato per una deviazione. 
A pochi minuti dall'intervallo Matt effettua un cross, un difensore respinge sempre in quella direzione, altro cross, la palla mi sembra proprio arrivare tra i due difensori centrali, proprio verso di me... ma mi rendo conto che sono circa sul disco del rigore, e mi sembra troppo lontano per indirizzarla bene. Salto, la colpisco con la fronte (ricordati, non chiudere gli occhi È mi dico saltando) cercando perlomeno di mandarla verso la porta, poi ricado. Mi alzo e vedo che è calcio d'angolo.
Ma che è successo? Lo saprò solo dopo, guardando sul sito web (www.mattnuttallphotography.co.uk, partita Fulham 2005, pagina 24, foto 513 e 514, per chi non ci crede...) del fotografo, che pure nello scatto della mia inzuccata non ha inquadrato bene e mi ha... tagliato la testa: il mio colpo di testa, seppur lento, era abbastanza angolato, e il portiere ci è arrivato proprio per un pelo, toccandolo in angolo. Stavo per segnare senza accorgermene... Sul corner altra situazione a rischio, nel senso che la palla mi passa davanti rimbalzando, ma ad altezza impervia, e credo che il bello sia finito lì: arriva l'intervallo, ho giocato i miei 45' pagati, tornerò a sedere.

Ma al ritorno dagli spogliatoi l'allenatore mi chiama e mi chiede perchè non sono in campo: ho pagato per un tempo ed ho giocato un tempo. E’ gli dico. Ma ti ho fatto entrare io, dunque vai dentro ora, è questo il periodo per cui hai pagato!. Sinceramente, non me lo faccio dire due volte, perchè quel quasi-gol mi ha messo appetito: Ian si siede - era lui che dovevo sostituire - e Umar, rimessosi a nuovo, rientra, non perché dovesse "riprendersi" i 45' pagati, ma perché aveva pagato sia per la maglia numero 8 sia per quella numero 14 (!), da centrocampista difensivo, mentre il suo posto sulla fascia viene preso dal numero 17 Nigel, uno a cui a prima vista non avrei dato un penny: magrolino, pelatino, l'aria buona. Si, buonanotte: è invece bravissimo, rapido, tocchi di prima e buoni movimenti, per cui dopo qualche minuto capisco che è meglio se lui si accentra come seconda punta, mentre io retrocedo a fianco di Simon, che non perde un colpo, e giochiamo con una formazione sbilanciata ma efficace. Per fortuna mi riescono alcuni passaggi, tra cui uno che taglia la difesa e lancia - per modo di dire, non è il suo mestiere dato il fisico - Gary che però non se la sente di fare contropiede, e andiamo in gol tre volte: tiro da fuori di Simon, tocco di Nigel di sinistro incrociato, tocco di Nigel di esterno sinistro, pallonetto da appena fuori area, su uscita del portiere. Chiude Gary con un destro ravvicinato, qualche minuto dopo quella che mi era parsa una grande occasione: palla dalla destra che taglia il campo, la mancano in tre e dietro arrivo io controllandola in corsa, o in quello che corsa si può definire considerando il mio stato. In teoria davanti - a 30 metri, però - c'è solo il portiere, giù penso se è il caso di colpire con un pallonetto quando sento il fischio. Fuorigioco. Vabbè che nessuno che sia in fuorigioco pensa mai realmente di esserlo, ma ero partito da dietro e c'era stato il tempo per tre persone per "bucare" la palla e poi la bandierina l'ha alzata il ragazzino-sostituto, insomma non ero in fuorigioco e mi hanno impedito di segnare (o di fare una figuraccia uno contro uno...). Scherzi a parte, la nostra vittoria 4-1 è meritata e infatti il "loro" portiere, Steve, viene votato Man of the match per i "bianchi", mentre Nigel è giustamente premiato da noi.
Avrei voluto fare di più, avrei voluto rigiocare immediatamente per correggere gli errori, ma intanto mi sembrava surreale essere lì a bordo campo con i calzettoni abbassati sui parastinchi, ad applaudire ringraziando il pubblico, a dare la mano ad avversari e compagni di squadra, a fare tutto quel che può fare un quarantenne che ha 350 euro da spendere per vivere fantasie allevate fin da quand'era bambino, ed un po' se ne vergogna, un po' no, così come è stato abbastanza imbarazzante utilizzare 16.000 battute di testo e varie pagine di questa fanzine per descrivere una partita di valore tecnico inferiore a quello di tante che vedete la domenica mattina passando in auto lungo le strade di periferia.
Ma lo rifarei, allora? Certo. Domani. Anzi, oggi.
di Roberto Gotta, da UKFP (maggio 2006)

18 febbraio 2025

FULHAM. IL GRANDE VIAGGIO IN EUROPA LEAGUE

Il calcio è uno sport nel quale, ormai, fanno da padrone il denaro, gli sponsor ed i fuoriclasse plurimiliardari. Spesso a raggiungere grandi traguardi sono le solite note soprattutto nelle competizioni europee. Il calcio britannico negli anni ha avuto un forte ricarico di carattere economico dovuto, perlopiù, agli sponsor, al caro biglietti e agli investitori esteri con tanti “zeri” sui loro conti. Eppure, nel calcio moderno, ci sono stati momenti in cui, chi aveva tutti questi fattori non proprio dalla loro parte, sono riusciti a stravolgere tutto ciò che, tendenzialmente, era già predisposto.
Oggi verrà raccontata una storia dal retrogusto romantico e molto amarcord con la differenza che, questo racconto di calcio, è avvenuto più di 10 anni fa, in piena “età contemporanea” (chiedendo in prestito un sostantivo preso dalla distribuzione cronologica di accadimenti storici) del mondo “pallonaro”.

Quando, parlando di calcio d'oltremanica, viene citato Roy Hodgson si viene a conoscenza di un bravo allenatore inglese che ha allenato numerosi club non solo in Inghilterra ma, anche, in giro per l'Europa e per il mondo. A livello di trofei non può vantare i numeri di un Sir Alex Ferguson, piuttosto che un Arsenè Wenger o, ancora, un Josè Mourinho. Roy Hodgson, dal canto suo, ha la possibilità di poter raccontare una delle storie di calcio più romantiche di sempre dove, lui stesso, fu uno dei protagonisti.

Nella stagione 2009-2010 il tecnico inglese è alla guida del Fulham Fc per il terzo anno consecutivo. Da quando è alla guida del club, i Cottagers, hanno avuto alti e bassi ma, pian piano, stanno costruendo una discreta squadra che tende sempre più ad amalgamarsi. Dopo diversi anni, i tifosi del Fulham, percepiscono che si respira una straordinaria aria dalle parti del Craven Cottage. Al termine della della stagione 2008-2009 il Fulham si posiziona settimo in classifica ed avrà, in questo modo, la possibilità di giocare nella prossima edizione della Coppa Uefa la quale, proprio dalla stagione 2009-2010, cambierà nome in Europa League.
Il titolo del presente articolo fa riferimento proprio all'avventura europea che vedrà gli Whites londinesi protagonisti fino alla fine.

Il 30 luglio 2009 va in scena al LFF Stadionas, in Lituania, la partita tra i lituani del Vetra ed il Fulham. Inizia così, con il terzo turno preliminare di Europa League, questo viaggio che avrà dell'incredibile. Il Fulham s'impose per tre reti a zero in casa del Vetra grazie alle reti di Zamora, Murphy e Seol Ki Hyeon. Nella partita di ritorno, a Craven Cottage, sarà un altro 3-0 per i londinesi ad archiviare la pratica grazie alla rete di Etuhu e alla doppietta di Johnson.
Nel successivo turno, i play-off prima di accedere alla fase a gironi, il Fulham si troverà davanti, tra le mura amiche, i russi del Amkar Perm. Al quarto minuto è subito Johnson a siglare la rete del vantaggio. Nella ripresa saranno Dempsey ed il solito Zamora ad un aumentare lo “score”. Due minuti dopo la rete di Zamora, però, i russi riusciranno ad andare a segno chiudendo così il match di andata sul 3-1 per i Cottagers. Il ritorno si giocò il 27 agosto 2009 allo Stadion Zvezda in Russia. La partita si concluderà con il risultato di 1-0 per i padroni di casa ma, nonostante la sconfitta, saranno gli inglesi del Fulham a passare il turno forti del risultato dell'andata. Una volta approdati alla fase a gironi non restava altro che attendere i sorteggi e scoprire quali avversari avrebbero trovato, dinnanzi a loro, i tifosi del Fulham. Dall'urna verranno sorteggiate Roma, Basilea e CSKA Sofia. Non sarà una passeggiata vista l'esperienza che potevano vantare, le antagoniste, in ambito europeo.

Il 17 settembre 2009 avrà inizio, ufficialmente, l'edizione 2009-2010 della vecchia Coppa Uefa, ora Europa League, ed il Fulham volerà a Sofia per affrontare il CSKA Sofia. La partita fu abbastanza equilibrata ma al 62esimo saranno i padroni di casa ad andare in vantaggio. Forti, però, di una grande disciplina tattica e mentalità combattiva tipicamente british, gli Whites non si arrendono e subito dopo tre minuti sarà Zamora a pareggiare i conti. Non male come inizio soprattutto per la fame mostrata in campo da parte degli uomini di Hodgson. Il prossimo avversario saranno gli svizzeri del Basilea in casa. Al Craven Cottage il Fulham si imporrà per una rete a zero grazie alla goal del suo capitano, il mediano Murphy. Nel terzo match di andata al Craven Cottage arriverà la favorita al passaggio del turno. L'AS Roma di Claudio Ranieri. Gli Whites fecero una grandissima partita e riuscirono, al 24esimo, a passare in vantaggio grazie alla rete, di testa, del difensore Hangeland. Nonostante la quasi eroica resistenza dal goal di vantaggio, nei minuti di recupero, i giallorossi riusciranno a pareggiare grazie alla rete di Andreolli. La partita, contro la favorita, terminerà 1-1, ma il 5 novembre le due squadre si riaffronteranno in un'altra bella partita allo stadio Olimpico di Roma.


Nel primo match di ritorno della fase a gironi, come detto, allo stadio Olimpico di Roma, gli uomini di Hodgson perderanno per 2-1 e l'unica rete del Fulham sarà siglata, dal dischetto, da Kamara per il momentaneo vantaggio degli Whites. Prima sconfitta in Europa League ma c'è, comunque sia, un forte entusiasmo da parte dell'ambiente che attornia al club londinese.
Nella partita di ritorno contro il CSKA Sofia, al Craven Cottage, il Fulham avrà ragione sugli avversari per una rete a zero, siglata dall'esterno ungherese Gera.
Ora, però, i Cottagers si trovano in una situazione di classifica particolare che nessuno si auspicava all'inizio di questa avventura europea. Fin qui il Fulham ha perso solo all'Olimpico contro la Roma e si trova a pari punti con il Basilea il quale sarà proprio il prossimo avversario della banda di Hodgson.
Il 16 dicembre 2009 si gioca al St. Jakob-Park di Basilea in Svizzera. Tra le due compagini chi vince passa il turno, come secondo, chi perde vedrà svanire il sogno. Il Fulham, così come il Basilea, è pronto a dar battaglia. Hodgson sente questa sfida come una sorta di finale e cerca di trasmettere questo stato d'animo a tutta la squadra. Giocare e dare tutto fino alla fine. La partita ha inizio, si combatte su ogni pallone è il Basilea che cerca di prendere più spesso l'iniziativa ma il Fulham resiste alle continue onde d'urto. Al 42esimo, però, il St. Jakob-Park ammutolisce perché sono proprio i ragazzi di Hodgson a passare in vantaggio grazie al loro bomber Bobby Zamora. Lo stesso Zamora si ripete tre minuti più tardi. Incredibile, il Fulham sta vincendo per 0-2 in Svizzera. Al 64esimo accorcia le distanze, su rigore, il Basilea grazie alla rete di Frei ma tutto questo risulterà inutile perché tredici minuti dopo sarà Gera ad andare a segno per l'1-3 in favore degli Whites. I tifosi inglesi accorsi in Svizzera quasi non ci credono a ciò che stanno assistendo. Il Basilea attacca senza tregua spinta dai propri tifosi e da uno stadio tutto a favore dal punto di vista del supporto. All'87esimo Streller segna il goal del 2-3. Ora il rischio è altissimo, resistere fino al triplice fischio è la parola d'ordine. L'arbitro svedese, Stefan Johannesson, mette fine alle ostilità. È FATTA! Il Fulham, contro ogni pronostico, passa la fase a gironi di Europa League ed accede ai sedicesimi di finale. Il bello deve ancora arrivare...

Nel Regno Unito gli esperti di calcio e tutti i vari tabloid si domandano, a questo punto, dove possa arrivare questo Fulham in questa avventura europea. I tifosi sono soddisfatti a prescindere in quanto nessuno immaginava di arrivare almeno ai sedicesimi di finale, eppure il Fulham è lì ed ora non gli resta che godersi questo viaggio e ragionare partita dopo partita. Nel frattempo, in campionato, ci sono alti e bassi i quali, però, lasciano il Fulham sempre nella metà della classifica cercando di strappare un posto nell'eventuale edizione di Europa League 2010-2011. Le partite in Premier League tolgono senza dubbio qualche energia ma, Roy Hodgson, conosce i suoi ragazzi e sa come trarre il massimo da ognuno di loro. Ai sedicesimi di finale di Europa League viene sorteggiato lo Shakhtar Donetsk. Senza dubbio, gli ucraini, hanno una notevole esperienza in ambito europeo ma perché darsi già per sconfitti? Non è nelle vene e nella testa di questo Fulham.
Il 18 febbraio del 2010 c'è un Craven Cottage stracolmo di tifosi perlopiù Whites. C'è una forte carica nell'aria, la birra lungo i pub di Stevenage Road scorre a fiumi. I tifosi confidano in un'altra grande serata e in un'altra grande prestazione dei loro beniamini Zamora, Murphy, Gera, Duff, Davies, Hangeland, Dempsey e tutti gli altri.
La partita inizia ed è subito esplosione al Craven Cottage. Al terzo minuto il Fulham passa in vantaggio grazie alla rete di Gera che gela il sangue degli ucraini. La partita continua ad esser lottata e nessuno vuol cedere neppure un millimetro. Al 32esimo, però, lo Shakhtar Donetsk pareggia grazie alla rete di Luiz Adriano. Tutto da rifare. Nella ripresa si continua a lottare, il tifo a Craven Cottage cresce ed ecco che al 63esimo è Bobby Zamora a riportare avanti i Cottagers con una splendida conclusione dalla distanza sotto l'incrocio dei pali. È di nuovo il delirio totale sugli spalti. Un po' per il vantaggio riconquistato, un po' per il super goal di Zamora. Il Fulham resisterà fino al triplice fischio e volerà in Ucraina con un vantaggio rispetto allo Shakhtar Donetsk.
Nella partita di ritorno il Fulham sarà chiamato ad un'altra impresa importante, difendere quel 2-1 conquistato a Londra ed accedere agli ottavi di finale di Europa League. Lo Shakhtar Donetsk ha dalla sua il tifo molto caldo e chiassoso tipico dell'Europa dell'est ed anche questo sarà una grande prova di nervi per i calciatori del Fulham. Eppure in una partita praticamente a senso unico è il Fulham a passare in vantaggio grazie alla rete di Hangeland al minuto trentatré. Al 69esimo, però, i padroni di casa vanno a segno con Jadson ed ecco che ora ci sarà un vero e proprio assedio. Gli attacchi dello Shakhtar Donetsk vengono prontamente respinti, il Fulham resiste, Roy Hodgson dà indicazioni, si lotta e si contrasta fino alla fine. Il capitano Murphy è costretto al fallo nei minuti di recupero e si becca il cartellino rosso. Triplice fischio, il Fulham ha resistito ed ha eliminato lo Shakhtar Donetsk niente di meno che i campioni in carica della vecchia ed ultima edizione della Coppa Uefa. Incredibile, il Fulham va agli ottavi. Incredibile? Vedrete che cosa accadrà dopo.


























L'urna di Nyon sorteggia una veterana delle competizioni europee che è appena tornata in Europa, dopo qualche anno, per via di uno scandalo calcistico che la vide coinvolta nel proprio paese. Stiamo parlando, niente poco di meno, che della Juventus. Soltanto il nome potrebbe far tremare le gambe a molti club non abituati in competizioni europee ma chissà cosa potrà fare il Fulham. Tra le fila di quella Juventus vi erano personalità importanti quali Del Piero, Trezeguet, Camoranesi, Cannavaro, Buffon e tanti altri. Roy Hodgson impone ai suoi di giocare come se fossero due finali.
Giovedì 11 marzo 2010 si gioca allo Stadio Olimpico di Torino il match di andata. Partita molto intensa dove è la Juventus a fare la voce grossa fin da subito. I goal arrivano tutti nel primo tempo: Legrottaglie al nono minuto, Zebina al minuto venticinque portano la Juventus sul 2-0. A rianimare le speranze sarà Etuhu per il Fulham che crede nell'impresa. Sul 2-1, però, ecco la rete di Salihamidžić che riporta i bianconeri avanti di due lunghezze di nuovo. La Juventus sprecherà molte altre palle goal nella ripresa ed il Fulham reggerà per quel che potrà fino al termine della gara. L'andata termina 3-1 in favore degli italiani, ora ci sarà il ritorno al Craven Cottage.
Il Fulham crede nell'impresa in quanto, comunque sia, ha creato qualche piccolo grattacapo alla Vecchia Signora e quel goal a Torino ne è stata la prova. Il 18 marzo 2010 alle ore 19:00 l'arbitro Björn Kuipers dà il via alla gara. Il Fulham ci prova tenacemente quasi incurante di chi ha davanti a sé. Al secondo minuto la Juventus passa in vantaggio grazie alla rete di Trezeguet e al Craven Cottage sembra già calare il sipario. Per passare il turno, ora, il Fulham deve fare ben quattro goal. Al nono minuto è il solito Bobby Zamora a rianimare i tifosi Whites. I padroni di casa attaccano senza sosta ed ecco che al 39esimo il Fulham passa ancora grazie alla rete di Gera. Il risultato alla fine del primo tempo è di 2-1. Al Craven Cottage ci credono anche perché la Juventus gioca in dieci uomini a causa dell'espulsione di Fabio Cannvaro al minuto ventisei. Basterebbero due goal per ribaltare la situazione e l'ideale sarebbe una segnatura appena inizia il secondo tempo. Neanche il tempo di pensarla questa ipotesi che viene assegnato un calcio di rigore al Fulham al 48esimo. Lo stesso penalty verrà trasformato sempre da Gera. Assurdo ciò che sta accadendo, 3-1 per i Cottagers. Al minuto settantadue esce Kelly ed entra Dempsey per il Fulham e questa sarà la sostituzione decisiva in quanto, dieci minuti dopo, l'americano sarà protagonista di un goal magistrale. Un pallonetto da fuori area che scavalcherà Chimenti. Triplice fischio e Welcome to the Party: Fulham 4 - Juventus 1, gli Whites vanno ai quarti di finale di Europa League.

Ora, i tifosi del Fulham, non sapevano esattamente cosa pensare dopo tutto questo percorso fin qui. Il tutto sembrava essere totalmente surreale ai limiti del fantascientifico, anche gli stessi media non trovavano parole per l'impresa fatta contro un club leggendario come la Juventus. A questo punto, però, bisognava già pensare al quarto di finale Europa League e se tutto ciò doveva essere un sogno, ecco che i tifosi Whites non volevano essere svegliati.
Il primo Aprile del 2010 si gioca il match di andata e davanti, questa volta, c'è una squadra davvero temibile che, con gli anni, stava facendo parlar di sé in campo europeo. Gli avversari, quella sera, erano i tedeschi del Wolfsburg. A Londra c'era un'aria elettrizzante, nei pub limitrofi al Craven Cottage la birra veniva versata a fiumi nei vari boccali e tutti erano pronti a spingere la squadra di Hodgson ad un'altra impresa. Ormai, il Fulham, era in ballo, tanto valeva ballare. Il match ha inizio e tutto sommato la partita è abbastanza equilibrata, il Fulham ci prova ma anche il Wolfsburg non è lì a guardare e soprattutto non vuol cadere nell'errore di sottovalutare questa banda di pazzi in maglia bianca. Al 59esimo, però, ecco che la partita cambia ed il solito Zamora, da fuori area e col mancino, trova una rasoiata che batte il portiere, Benaglio, del Wolfsburg. Al minuto 63 arriva il raddoppio di Damien Duff su una sponda all'indietro del leader d'attacco Zamora.. Al Craven Cottage non ci credono che stanno conducendo ancora una volta. È una, quasi, apoteosi. Dico quasi in quanto, all'89esimo, il Wolfsburg accorcia le distanze. Ora in Germania sarà più complicata la questione. Al ritorno sarà, ancora una volta, Bobby Zamora a prendere le luci della ribalta. Fischio d'inizio alla VfL Wolfsburg Arena e subito vantaggio, al primo minuto, Zamora, spalle alla porta, si gira bene liberandosi del suo marcatore e con il mancino insacca la palla in rete. Da lì in poi un monologo tedesco il quale, però, sbatte continuamente contro la solida difesa del Fulham, qualche bella parata di Mark Schwarzer e quel pizzico di fortuna a favore dei Cottagers. Nessuno sembra crederci ma i londinesi gestiscono il risultato e conquistano un posto in semifinale per la prima volta nella loro storia.

Come detto nel rigo sopra, nessuno crede a quello che sta facendo il Fulham. I ragazzi di Hodgson stanno scrivendo una pagina di storia importante per la storia del club, ora tutta Inghilterra parla dell'impresa che stanno compiendo, in Europa, i calciatori in maglia bianca. I tifosi si sentono quasi appagati ma vogliono, però, godersi questo GRANDE VIAGGIO quanto il più possibile ed ora il penultimo ostacolo sarà, ancora una volta, una tedesca. È la volta dell'Amburgo. Neanche a dirlo i pronostici sono tutti dalla parte dei tedeschi ma adesso, in Europa, tutti conoscono il potenziale e la “sornionità” di questo Fulham che, in qualsiasi momento, può volgere la situazione a proprio favore. La partita di andata si gioca in Germania al Volksparkstadion di Amburgo il 22 aprile 2010. Questa partita fu segnata anche da un aneddoto che non aiutò di certo il Fulham sul piano fisico e mentale. Infatti mister Roy Hodgson ed i suoi ragazzi dovettero affrontare un viaggio di 17 ore in autobus per arrivare in Germania a causa degli eventi legati all’eruzione vulcanica in Islanda. Nonostante tutto il Fulham riuscì ad uscire indenne da quella partita ed uno 0-0 rimandò la questione di accesso alla finale di Europa League nel match di ritorno a Londra.

È il 29 aprile e al Craven Cottage non c'è posto neanche per uno spillo. È il giorno in cui, i tifosi del Fulham, sanno di dover fare la differenza, ne vale un pezzo di storia. Roy Hodgson esorta i suoi a compiere l’ultimo passo verso la finale in un cammino che, diciamolo chiaramente, è già epico. Nessuno mai si sarebbe immaginato che, i Cottagers, sarebbero arrivati ad un passo dal raggiungere la finale di UEFA Europa League alla loro seconda stagione europea in assoluto. A questo punto non resta che far parte della storia a prescindere da tutto. L'arbitro turco Cüneyt Çakır dà il via alle ostilità. Il Fulham ci prova ma anche l'Amburgo, arrivato fin qui, non è da meno e, al minuto ventidue, sono proprio i tedeschi a passare in vantaggio grazie al goal, su calcio di punizione, di Petrić. Per un istante cala il gelo nel West London (dislocazione geografica del quartiere Fulham & Hammersmith in Londra). Tempo di riassestarsi e ricominciare a tifare. La svolta, però, arriva nella ripresa. Precisamente al 68esimo il gallese Simon Davies viene innescato con un lancio da capitan Murhpy il quale si rende protagonista di una giocata magistrale. Sombrero su Demel, in area di rigore, e con il sinistro spinge a rete il pallone del pareggio. Palla al centro, al Craven Cottage ci credono...NON HANNO MAI SMESSO DI CREDERCI!
Al minuto settantasei ecco il sorpasso. Corner dalla bandierina per gli Whites, mischia in area di rigore, la palla rimane nella arietta piccola ed ecco che è Gera, in girata, a buttarla dentro. Improvvisamente a Stavenage Road sembra essere esplosa una bomba. Basta usare la parola “incredibile”. È tutto vero, il Fulham è avanti per 2-1 e sta per compiere l'IMPRESA più grande della sua storia. L'Amburgo prova il tutto per tutto ma nulla da fare, è insuperabile quella difesa. Una difesa che sembra essere una muraglia innalzata dagli stessi tifosi. L'arbitro consulta il cronometro. È FINITA!

Il telecronista britannico di una nota pay-tv d'oltremanica grida al microfono: “Now you can believe it!” e poi: “what a team, one heart, what a character, what a spirit!”.
Si piange di gioia a Craven Cottage, tutta la Londra Ovest si prende una parte della scena europea per la prima volta in tutta la sua ultracentenaria storia fatta, perlopiù, di bassi piuttosto che di alti. Il manager Roy Hodgson dirà, quella sera, in un'intervista: "dopo aver subito il gol dell'Amburgo, immeritatamente, siamo riusciti ad entrare nella storia. Ricorderò a lungo l'atmosfera dello stadio, ma devo ammettere che ora sono esausto. È stato come un giro sulle montagne russe, ma non potrei essere più felice.”ESAUSTO DI FELICITA'.

























È il 12 maggio del 2010, finalmente è arrivato il grande giorno della finalissima. Il Fulham è entrato nella storia ora manca l'atto finale: ENTRARE NELLA LEGGENDA. Il Regno Unito, ma soprattutto tutta Europa, ha gli occhi puntati su questa finale inaspettata. Lo stadio è lo stesso della semifinale in terra teutonica. Si gioca al Volksparkstadion di Amburgo ma, ora, davanti ci sono gli spagnoli dell' Atletico Madrid i quali vantano calciatori del calibro di Raul Garcia, Reyes, Diego Forlan, Paulo Assunção ed un giovane talento dal nome Sergio Agüero. Il Fulham ormai è arrivato al grande evento e non può fare a meno di far bella figura. I suoi tifosi partono da Londra in massa pronti a spingere i propri beniamini nell'ultima fatica, quella cruciale, quella che, qualora dovesse essere superata, porterebbe i Cottagers nell'Olimpo del calcio europeo per la prima volta in assoluto. L'arbitro italiano, Nicola Rizzoli, dà il via alla gara. Sembra essere fin da subito l'Atletico Madrid ad avere il pallino del gioco e alla prima azione utile, Diego Forlan, colpisce il palo al termine di un contropiede. È Davies, qualche minuto più tardi a rispondere con un tiro dalla distanza bloccato da un giovane ed in prospettiva formidabile portiere: David De Gea. Al minuto trentadue, però, ecco che i madrileni passano in vantaggio grazie alla rete di Diego Forlan. Un contropiede fulmineo che vede l'uruguagio andare a segno dopo un tiro sporcato di Aguero. Il Fulham non ci sta ed attacca con caparbietà nonostante il divario tecnico tra le due formazioni. Grazie alla sua tenacia, al 37esimo, ecco arrivare il goal del pareggio ad opera di Davies su di un cross (viziato da un colpo di testa di un giocatore degli spagnoli) di Gera. La partita sembra essere un affare personale tra Forlan e Davies in quanto, le altre due palle goal per parte, sono state sempre degli autori delle due reti. Triplice fischio. Si va ai tempi supplementari ed ora entrambe le squadre sono stanche ma il Fulham ed i suoi tifosi hanno il dovere di credere in questa impresa. Sono arrivati fin quì, è d'obbligo dar battaglia fino all'ultimo secondo di gara. I Cottagers resistono agli attacchi degli spagnoli e tantano delle ripartenze che, fin qui, hanno sempre portato al goal i ragazzi di Roy Hodgson. Il pallino del gioco è tutto dell'Atletico Madrid e nel finale del primo tempo supplementare il Fulham rischia la beffa ma, fortunatamente, Aguero non riesce a spingere la palla in rete. La lotteria dei rigori sembra inevitabile e a quel punto sarebbe la sorte a ridere alla più fortunata od audace. Dipende. Il problema, però, è che il calcio sà essere un sport davvero ingrato quando ci si mette ed ecco che a quattro minuti dalla fine dei tempi supplementari il tabellino viene aggiornato. È ancora una volta Diego Forlan ad incidere il suo nome tra i marcatori. L'uruguagio, sul cross di Agüero, anticipa Brade Hangeland e, grazie alla deviazione del difensore norvegese sul tocco di esterno dell'attacante dei Colchoneros, il risultato vede scritto: Atletico Madrid 2 – Fulham 1.
I tifosi Whites accorsi, per la seconda volta, in Germania vedono al traguardo finale andare in fumo tutto ciò che hanno conquistato lungo questo percorso. La partita finisce con i calciatori ed i supporters del Fulham che scoppiano in un pianto al quale non riescono a dare un senso. In semifinale contro l'Amburgo, al Craven Cottage, furono lacrime di felicità questa volta, invece, sembrano essere lacrime di rammarico misto a consapevolezza del percorso affrontato.
Il giorno dopo tutto il Regno Unito incensa, nonostante la sconfitta in finale, questi ragazzi che sembrano aver vissuto un'avventura unica nel suo genere. Un viaggio, in giro per l'Europa, il quale viene intrapreso quasi sempre da club milionari con diversi trofei in bacheca. Quel Fulham, nonostante il triste finale, verrà ricordato e raccontato di generazione in generazione non tanto per l'impresa in sè ma per quel che ha rappresentato e per il fatto che tutta Europa, per una volta, si è fermata a guardare le sorti di una piccola, ma straordinariamente romantica, realtà tipicamente inglese che è stata in grado di ricoprire il ruolo di mina vagante in giro per il vecchio continente diventanto una “Kill Giants” (utilizzando un termine legato alla cultura calcistica britannica) europea. Noi appassionati abbiamo bisogno di storie così che fanno bene al calcio, a prescindere se vi sarà o meno un lieto fine.

L'orgoglio Cottagers è sempre vivo e forte ed il nostro augurio è quello di poter rivedere il PICCOLO, ma GRANDE, Fulham diventare GRANDISSIMA tra le giganti d'Europa come qualche anno fà. GOOD LUCK COTTAGERS!
di Damiano Francesconi

Articolo premiato da: Off the post #60

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