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27 marzo 2026

"MOORE THAN A FOOTBALL CLUB" di Roberto Pivato (Urbone), 2016

Wembley, 2 maggio 1964: il West Ham United batte all’ultimo minuto il Preston North End e conquista la sua prima FA Cup. Stesso luogo, un anno dopo, 19 maggio 1965: superando per 2-0 il Monaco 1860 gli Hammers alzano al cielo londinese la Coppa delle Coppe, il loro primo titolo continentale, alla loro prima apparizione in Europa.
Passa un altro anno: a Wembley Bobby Moore solleva il suo terzo trofeo in tre anni, stavolta con la nazionale inglese da lui capitanata. Il 30 luglio 1966 una rete di Martin Peters e la tripletta di Geoff Hurst abbattono la Germania Ovest, consegnando all’Inghilterra la sua unica Coppa Rimet, un successo a fortissime tinte claret-blue.Nell’anno della demolizione di Boleyn Ground, la storica casa degli Irons, quest’opera ripercorre l’epopea del West Ham di metà anni ’60, attraverso il racconto del cammino in FA Cup e nella Coppa delle Coppe, con un occhio particolare a coloro che di quelle imprese sono stati i protagonisti e con un excursus su tutte le apparizioni del club di Newham in Europa.

3 marzo 2026

[UK CINEMA] THE FIRM. (1989)

Il film racconta la vita di Clive "Bex" Bissell, un insospettabile agente immobiliare che nasconde una natura violenta come capo della "Inter City Crew". Questo gruppo è il riflesso cinematografico della reale
Inter City Firm, la leggendaria banda di hooligan legata al West Ham United. Bex vive nei sobborghi eleganti, ma il suo cuore appartiene ai quartieri popolari dell'East End di Londra, dove il calcio è vissuto come una guerra per il territorio.
La trama si sviluppa tra le strade grigie e i pub dell'est di Londra, con diverse scene girate nei pressi dello storico stadio Upton Park, la casa degli "Hammers". I luoghi del film non sono monumenti famosi, ma parcheggi desolati, sottopassaggi e case popolari che trasmettono un senso di oppressione e realtà. Bex vuole unificare tutte le tifoserie inglesi sotto il suo comando per sfidare le altre nazioni durante gli Europei, ma trova resistenza nei leader rivali che non vogliono cedere il potere.
Il protagonista frequenta i luoghi simbolo della cultura casual dell'epoca: i negozi di abbigliamento sportivo e i pub dove si organizzano gli scontri. Molte sequenze esterne mostrano la zona di Newham e i dintorni dei moli londinesi, aree che all'epoca stavano cambiando volto ma che conservavano un'anima dura. Bex si muove in questi spazi con arroganza, convinto che la sua posizione nel West Ham lo renda intoccabile.

La squadra del West Ham, con i suoi simboli dei martelli incrociati, fa da sfondo costante alla sua identità. Per lui, il club non è solo sport, ma un marchio di appartenenza da difendere con i pugni. Nonostante i tentativi della moglie di riportarlo alla realtà familiare, Bex continua a dare appuntamenti alla sua banda nei parchi e nelle stazioni ferroviarie, pronti a partire per la prossima battaglia.
Il film si chiude mostrando come quei luoghi, apparentemente normali, diventino campi di battaglia urbani. La regia di Alan Clarke usa lunghi piani sequenza per farci camminare accanto a Gary Oldman tra i vicoli di Londra, facendoci sentire parte di quella sottocultura pericolosa. Alla fine, "The Firm" resta un viaggio brutale dentro l'ossessione di un uomo per la propria squadra e per il potere che essa gli conferisce in strada.


Il film è uscito ufficialmente il 26 febbraio 1989, trasmesso per la prima volta nel Regno Unito sul canale BBC Two all'interno della collana antologica Screen Two. Nonostante sia stato prodotto nel 1988, la sua messa in onda avvenne l'anno successivo proprio in quella data.

19 dicembre 2025

"CONGRATULAZIONI hai appena incontrato la I.C.F." di Cass Pennant (Baldini & Castoldi), 2003


Molto calcio, siamo inglesi, molti calci, siamo l'I.C.F. (InterCity Firm) l'incontrollabile gruppo di hooligans al seguito del West Ham United (una delle più blasonate squadre di Londra). Il West Ham è la squadra più proletaria della capitale, la squadra del popoloso e violento East End. Bill Gardner, Big Ted, Andy Swallow, «Ani-mal» Ikoli e molti altri sono stati per anni i suoi più fedeli e decisi sostenitori: migliaia di ragazzini inglesi si sono ispirati alle gesta di questi guerrieri degli spalti. Cass Pennant, nero londinese, tra i membri originari e più rispettati, ha deciso di raccontare la sua storia e quella di un gruppo ristretto di amici, i fondatori e le guide spirituali di questa organizzata e solidissima armata. Si leva un coro sincero che canta la leggenda nata alla fine degli anni Settanta, la leggenda di un gruppo di autoconvocati, di fuoriusciti stufi di lotte intestine e di gelosie tra «mob», tra bande di tifosi dello stesso club. E così che nasce «The InterCity Firm», forte di una scala gerarchica definita, una sezione giovanile (la temuta Under Fives Posse) e regolari biglietti da visita: quelli che lasciavano ai doloranti e feriti tifosi avversari dopo gli scontri.
Semplici biglietti rettangolari con una scritta a caratteri cubitali:
«Congratulazioni -Hai appena incontrato la I.C.F.».

19 settembre 2025

"MILLWALL vs WEST HAM. Il derby della working class londinese" di Luca Manes (BradipoLibri), 2014

A Londra sono le nove del mattino di una domenica di fine novembre.
Sulle strade semideserte della capitale inglese un cielo cupo da metter spavento distilla una pioggerellina quasi invisibile. Il freddo umido ti si attacca alle ossa senza pietà, non concedendoti nemmeno un istante di tregua. Mettere il naso fuori dall’uscio di casa è un’impresa da sconsigliare anche ai fanatici del jogging. C’è solo da compatire chi deve percorrere gli ampi viali del centro cittadino perché gli è toccato un turno di lavoro infame come il tempo nel cuore d’autunno.
È il caso dei tanti poliziotti, circa mille, impegnati nel servizio d’ordine di uno dei match più temuti del panorama calcistico inglese, se non mondiale: Millwall vs West Ham United

5 settembre 2025

"ADDIO WEST HAM: Il nostro ultimo anno ad Upton Park" di Roberto Gotta (Indiscreto), 2016

L'ultima stagione del West Ham nel suo storico Boleyn Ground, raccontata da un giornalista che l'ha vissuta nel modo migliore possibile. Quindi non dalla tribuna stampa o intervistando i calciatori, come in oltre trent'anni di lavoro, ma da fedele spettatore con tanto di abbonamento 2015-16 (Bobby Moore Stand Upper, fila S, posto 34). L’esplorazione dell’East End e del mondo claret&blue per spiegare l'evoluzione del calcio inglese: sospeso fra nostalgia ed esigenze di marketing, localismo ed internazionalizzazione, valori umani e showbusiness. Il tutto con il filtro della nostalgia per un mondo che in alcuni anni ha raggiunto la perfezione. Un passato di stadi costruiti fra le case, un passato impresso in modo quasi fisico nella memoria e nella pelle, un passato che rappresenta l'essenza più vera e indimenticabile del calcio inglese: le maglie senza sponsor, i calciatori e gli spettatori quasi tutti britannici, l'assenza di protagonismo sugli spalti. Passato ma anche tanto presente, il West Ham e la Premier League di oggi, con uno sguardo preoccupato al futuro dell’Inghilterra non soltanto calcistica. Più tante storie riguardanti una Londra popolare e poco conosciuta, lontana dalle rotte turistiche: città impossibile da spiegare in maniera definitiva, da cui però tutti sono inesorabilmente attratti. Non soltanto le migliaia di tifosi italiani degli Hammers, che in questo libro ritroveranno però le sensazioni e la passione di tante trasferte.
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Scrivere questo libro è stato molto semplice e al tempo stesso infinitamente difficile. La semplicità deriva dalla sua natura di racconto di viaggio, la complicazione viene invece dalla necessità, per me assoluta e totalizzante, di lasciare qualcosa di concreto, di leggibile anche a distanza di tempo e soprattutto di non banale o scontato.
Da quando esiste il web chiunque può scrivere libri e chiunque pubblica libri, spesso senza neanche accertarne il valore. Con una cospicua serie di copia-incolla si possono mettere assieme la biografia di un calciatore o il ritratto di una squadra senza mai aver messo piede nel loro stadio, aggiungendo poi qualche luogo comune e cialtroneggiando. Se dunque già prima del web il mio atteggiamento di base era quello di vedere e riferire, togliendo di mezzo le mediazioni altrui quando possibile, da metà anni Novanta in poi tutto si è accentuato al punto che ormai, fosse per me, parlerei solo di ciò che ho visto con i miei occhi dal vivo.
Le necessità e le modalità del lavoro ufficiale però spesso penalizzano questa mentalità. E alla fine bisogna arrangiarsi da soli, nei propri spazi e momenti. È quello che ho fatto, abbonandomi al West Ham per la stagione 2015-16 e seguendo dal vivo tutte le sue partite di Premier League, tranne una. Una stagione particolare, ovviamente: l’ultima al Boleyn Ground, o Upton Park, 111 anni dopo la prima, iniziata l’1 settembre 1904 in occasione di una gara contro il Millwall che stava già diventando la grande rivale locale. In tutto l’anno calcistico ho saltato appunto soltanto la partita del 14 settembre, contro il Newcastle United, per motivi di lavoro. Dunque ho visto 18 delle 19 partite in casa degli Irons: esperienza totalizzante e indimenticabile, frenetica e al tempo stesso rilassante. Delirio e poesia, anche se una poesia graffiata con il punteruolo sui mattoni, sul cemento, sullo sbrecciato delle strade dell’East End che ho cercato di percorrere come non ho mai fatto con alcun altro ambiente in vita mia, nemmeno nel quartiere in cui sono cresciuto.
Perché il racconto non è quello di ogni partita ma quello di ogni trasferta. Ho provato ad avvicinarmi al Boleyn Ground da tutte le direzioni possibili annusando in mattinata, o in serata, luoghi collegati alla storia del club quando ancora si chiamava Thames Ironworks e aveva tutt’altro scopo nella vita. Scherzando, ho voluto riproporre quell’antica e orrenda espressione usata da cronisti poveri di fantasia: sono arrivato o mi sono avvicinato allo stadio con ogni mezzo, comprese funivie e barche. Ho toccato con mano – letteralmente – monumenti e abbracciato cancelli, ho indossato maglie che giacevano da anni in un cassetto e ho quasi perso l’equilibrio quando al terzo gol di Andy Carroll contro l’Arsenal il signore seduto dietro di me si è sporto in avanti per festeggiare.
È un libro, questo, scritto non da giornalista: quello che ho fatto e i posti che ho visitato erano alla portata di tutti. Esempio: non ho cercato di parlare con giocatori del West Ham perché avrei avuto le facilitazioni e la corsia preferenziale del cronista. Ma è anche un libro scritto da un non-tifoso: da ormai parecchi anni ho messo in un angolo la preferenza emotiva per questo o quello. Avendo un ruolo da commentatore non posso permettermi di tifare, ma non è solo per questo che non tifo. Sul calcio inglese e sullo sport americano mi riservo infatti il diritto di godermi quello che vedo senza farmi condizionare da gelosie, antipatie o ripicche. L’ho già scritto molte volte e mi ripeto: se vado a Bramall Lane e rimango ammaliato dall’ambiente dello Sheffield United, perché non provare le stesse sensazioni a Hillsborough a vedere il Wednesday? Perché devo odiare gli uni se mi piacciono gli altri, scimmiottando – da persona nata e cresciuta a migliaia di chilometri di distanza, in ambienti totalmente diversi – rivalità locali che nascono da età, sensazioni, ambiti a noi sconosciuti? Libertà di pensiero a chiunque, ma spesso mi sembra che ci sia molto di prefabbricato nelle diatribe tra tifosi di club di altre nazioni, quasi che si dovesse seguire un manuale di comportamento e non ciò che si prova realmente. Fare poi il tifoso per dovere, in questo anno, sarebbe stato anche offensivo verso i tifosi veri, quelli cresciuti lì intorno, dediti da sempre alla causa, gente che magari si rovina la serata – spero non oltre, altrimenti diventa ossessione – se la propria squadra perde.
Sono un non-tifoso che ha però sempre avuto simpatia per i colori claret&blue, anche per la loro assenza in altri campionati, e per lo stadio, al punto da poter dire che non avrei fatto altrettanto per un’ultima stagione al Selhurst Park – non di sicuro da quando il Palace ha tifosi che scimmiottano tristemente quelli europei – o a Stamford Bridge. Un non-tifoso che è rimasto affascinato in modo definitivo dall’estetica di alcune maglie, avvolte nel cuore prima ancora di essere state avvolte dalla memoria. Quelle dal 1976 al 1981, ad esempio. Compresa la migliore di tutte, almeno per il mio gusto estetico: la maglia del West Ham per la finale di FA Cup del 1980, vinta 1-0 contro l’Arsenal, è la più bella mai indossata da una squadra di calcio.Tra i primi posti di questa classifica, che in realtà non è tale dato che detesto graduatorie basate su sensazioni, c’è quella proprio dell’Arsenal nella medesima partita e dunque si capisce come mai il mio cervello vada in cortocircuito e trasmetta messaggi disturbati quando vedo foto o immagini di quella partita. Così come quando capito davanti a foto di stadi inglesi degli anni Sessanta o Settanta: basta un particolare per capire se si è a Portman Road o a Goodison Park, un particolare che può anche essere architettonicamente non esaltante ma che rendeva comunque unico quel luogo. Inutile dire che su entrambi i piani rimpiango il passato, nel quale cerco spesso un disperato rifugio dal ribrezzo del presente. Un ribrezzo che parte da basi molto diverse, anzi opposte a quelle di chi solitamente protesta contro il calcio moderno: non ho nulla contro il calcio delle televisioni in sé, ma ho molto contro il calcio aperto tutto l’anno, contro le ossessioni del mercato e chi le alimenta, contro la globalizzazione del tifo che rende tutto indistinto e fa entrare nella famiglia gli ignoranti e i cafoni.
È un paradosso, questo, e lo sento al cento per cento: lo stadio inglese ideale, nella mia visione, è quello al cui interno siedono solo inglesi, anzi solo tifosi della città o del circondario in cui ha sede la squadra, magari provenienti da altre zone in cui si siano trasferiti. Ma nessun altro, dunque nemmeno io. Secondo me nessuno di noi, per quanto si atteggi, può comprendere in fondo le sensazioni, la mentalità, i giochi di parole, i sentimenti di chi intorno a una squadra o a uno stadio è cresciuto. Per questo motivo durante la stagione 2015-16 ho contribuito a rendere peggiore il Boleyn Ground, sedendo al posto di un residente locale – o para-locale – che magari avrebbe cantato di più, avrebbe assorbito, rielaborato e trasferito le sensazioni e le battute degli spettatori circostanti, avrebbe costituito una cellula di passaggio e trasmissione più immediati di cosa voglia dire tifare West Ham. Ed è vero che in realtà intorno a me, dal 15 agosto al 10 maggio, solo in 6 o 7 hanno fatto partire cori o si sono fatti realmente sentire durante la partita, per cui alla fine un East Ender (londinese dell’East End) silenzioso equivale a uno straniero silenzioso, ma pur avendola voluta e adorata ho sentito in questa mia partecipazione di nove mesi (toh!) alle sorti di uno stadio, più che di una squadra, quasi una contaminazione. Teoria, lo so, non comune e forse esagerata, ma lasciando perdere il tragico discorso hooligan, rimpianti a quanto pare soprattutto da chi idealizza la violenza e non ci è mai stato immerso – io sì, e non li rimpiango proprio -, quando vedo le masse omogenee ed ondeggianti sugli spalti degli anni Settanta vedo un mondo che ho amato, che ha dato un segno alla mia esistenza più che al mio lavoro e che però ora è sparito, così come i palloni bianchi Mitre o Minerva, i gol festeggiati con una semplice stretta di mano, le lettere dell’alfabeto sulla recinzione, i cartelloni pubblicitari Everard Ovenden Papers ed Esso, le musichette anche ingenue prima del calcio d’inizio.
In questa stagione al Boleyn Ground sono andato a rendere omaggio allo stadio ma anche, dunque, a cercare una sorta di immersione nel passato, cercando di coglierne elementi che altrove sono già scomparsi e ora scompariranno anche al West Ham United. Club che diventa altro, pur restando se stesso. È avanzamento e progresso, non è un delitto anche se è ovviamente un’imposizione. Ma è solo una delle tante, nella vita delle persone.
P.S. L’ultima parte di questa introduzione l’ho scritta nella stanza 312 del West Ham United Hotel, l’albergo ospitato dentro il Boleyn Ground. C’ero già stato in passato e ho voluto tornare per un ultimo saluto. Molti di voi lo sanno già: le stanze dell’hotel nei giorni di partita devono – dovevano… – essere sgomberate entro le 8, perché lo staff del club le trasformava in meno di un’ora nei salottini di lusso dai quali aziende e vip paganti potevano assistere alla partita. La porta-finestra, con vista sul campo, si apre direttamente sui seggiolini imbottiti con prospettiva perfetta sul prato, non troppo alti né troppo bassi. È mio compito e dovere dare corpo fisico alle sensazioni che si provano, ma quella di poter leggere la sera tardi grazie alle luci dello stadio accese fino a mezzanotte, insieme a quella di alzarsi al mattino e vedere come prima cosa il campo, faccio davvero fatica a raccontarle
                                                              RECENSIONI
LA GAZZETTA DELLO SPORT – L’East End londinese, l’Aunt Sally’s Caffè e la sua monumentale colazione, il venditore di programmi, il Nathan’s e la sua ‘pie’ all’anguilla, il Boleyn Pub, il Queen’s market, gli odori di fritto e poi, tra le case, piano piano, i primi squarci dello stadio, il Boleyn Ground. In ‘Addio West Ham’ (ed. Indiscreto, pag. 324, euro 18,90) Roberto Gotta ci accompagna per una stagione intera a Upton Park, lo stadio degli Hammers che dopo 112 anni di onorato servizio ha chiuso i battenti. Giornalista di Fox Sports, già autore di un libro di culto per gli amanti del calcio inglese, ‘Le reti di Wembley’, purtroppo mai più ristampato, Gotta ha pensato bene di abbonarsi al West Ham per l’ultima stagione nel mitico impianto. Ha visto tutte le partite in casa della squadra, tranne quella col Newcastle, e ce le ha raccontate in un diario che è un tuffo nelle tradizioni e nella storia del calcio d’Oltremanica. Ma non di solo calcio si parla, perché il libro è un viaggio nel quartiere del club, ogni partita un itinerario diverso, ogni tappa un percorso a caccia dei luoghi della memoria, girovagando in una Londra che meno turistica non si può. E ogni volta inseguendo il fiume di maglie ‘claret&blue’, quell’accoppiata unica di colori. marchio di fabbrica della squadra che fu di Bobby Moore. Qui a parlare non sono le star, ma il 65enne vicino di posto dell’autore con la faccia di uno che “deve averne viste parecchie”, il gestore del pub e lo storico venditore di una fanzine che chiuderà con la morte di Upton Park. Domina su tutto una quasi commovente nostalgia per il calcio inglese che fu. (Articolo di Paolo Avanti, pubblicato sulla Gazzetta dello Sport di martedì 20 dicembre 2016)

20 giugno 2025

"THE HAMMERS AND THE LION" di Danilo De Nardis (Arduino Sacco Editore), 2013

Londra maggio 1926, lo sciopero generale s'insinua prepotente a turbare l'amore di due giovani e le vite delle rispettive famiglie. Il ragazzo rimane ucciso nel derby dell'East end pochi anni dopo, in circostanze misteriose. A molti anni dai drammatici eventi che portarono all'inevitabile scontro fratricida tra le due classi operaie e fazioni calcistiche, Matt, il figlio adolescente di Ron, ex capo della farm del West Jam, incontra April. 
Entrambi discendono dai personaggi coinvolti in quella primavera di fame e fuoco di ottant'anni prima; si piacciono e, forse, s'innamorano senza sapere nulla dei drammatici avvenimenti del passato...

13 maggio 2025

"LA STANZA DEI SOGNI" di Giampiero Vola (Urbone), 2016


(Prefazione Roberto Gotta)
Il Football, visto, vissuto con gli occhi di un bambino e dei suoi amici, giocato con la fantasia e con i sogni dei ragazzi. Lo sfiorare e il toccare per attimi il calcio importante, quello sognato e ambito. 
Una passione, un fuoco che a tratti scalderà il cuore di noi eterni ragazzini. Noi che amiamo il football, che sappiamo quello che si prova a tirare un calcio a un pallone, noi che abbiamo sognato di diventare dei campioni, di fare gol o di parare tutto quello che ti arriva a tiro. Giorni, mesi, anni vissuti in compagnia del Guerin Sportivo, fino all’incontro con il mondo Inglese e la sua Premier League, prima con le poche immagini rapite dalle tv e poi con le avventure in terra britannica. Una storia di sport, ma non solo, anche ritagli di vita, vissuta a piene mani, le mani di un portiere, una vita che “Non capirai mai se non sei uno di noi”… Un viaggio, sentire, rivedere vecchi e nuovi amici. Ringraziarli! Un Gruppo, Station 936 con al centro del mirino il West Ham, con la voglia di vivere e divertirsi senza se e senza ma!

2 marzo 2025

A Luglio si festeggiano i 30 anni del West Ham England Group Station 936 a Robilante (CN)

Il 26 e 27 Luglio 2025 - 16° Raduno Nazionale - 1995-2025 festa dei 30anni del gruppo West Ham England Group Station 936 a Robilante in provincia di Cuneo casa dell'amico Gian Vola.
L'incontro si svolgere in due giorni e tante saranno gli eventi: Torneo di calcio a 7 - Racconto teatrale sulle origini e storia West Ham - Cena - Incontro dibattico con giornalisti e autori - Musica - e tanto divertimento.
Cari amici, cari Hammers, si ritorna a casa, dove tutto ebbe inizio, dopo 11 anni a girare per l’Italia, abbiamo deciso di ritornare a Robilante, in provincia di Cuneo, un paesino di circa 2500 anime, tra le Alpi Marittime che tanto ricordano la fortezza di Upton park. Sarà il nostro 16° Raduno Nazionale, saremo ospiti dell’Asd Valvermenagna Calcio, l’impianto sportivo Felice Bosco sarà a nostra disposizione, pronto a festeggiare i nostri 30anni (1995-2025) di Station 936. Sabato 26 Luglio 2025 nel primo pomeriggio inizieremo con un torneo di calcio a 7 (chiunque potrà partecipare), si proseguirà con il racconto teatrale di Paolo Arduino “Sogni, acciaio e bolle di sapone”. Cena tra amici, birra, vino e per chi si ricorderà non potrà mancare il Genepi. Dopo cena con “Giornalisti e Autori a confronto”, football inglese, britannico, libri, dibattiti e tante storie da raccontare e ascoltare, avremo anche il nostro mercatino vintage, con tanti ricordi di un football che non esiste più, e non potrà mancare il nostro Subbuteo. Infine musica per tutti. La domenica la dedicheremo a scoprire le bellezze del paese, colazione e aperitivo in piazza. La farmacia dovrebbe essere aperta, così da sollevare il probabile mal di testa.
Oltre alle strutture che la zona potrà offrire (Hotel, Alberghi, B&B, Camere in affitto) presso l’area sportiva avremo una zona tende, zona parcheggio e servizi spogliatoi, docce. Insomma saremo pronti ad accogliervi come meglio potremo. Per le famiglie al seguito, non preoccupatevi, zona relax, giardini, parco giochi, passeggiate nel verde, e se vorrete il fiume, vi daremo anche il fiume.
Robilante, Station 936, con la stazione a due passi dall’impianto sportivo, il treno merci, dalla sigla 936 che tanto mi tormentava saranno lì ad accogliervi, come la fabbrica alle porte del paese, con la sua mensa e le mille storie sportive che sono passate tra i tanti amici che hanno animato il nostro gruppo. Faremo anche un salto all’oratorio del paese, dove bastava un gol per farci volare, una parata per sentirti Peter Shilton, un dribbling per diventare in un attimo Kevin Keegan, e se vincevi il torneo alzavi la Coppa proprio come Bobby Moore. Chi ha partecipato in passato al Raduno di Robilante credo che conservi grandi ricordi, e senza esagerare un caro amico un giorno mi disse;
“Il ritrovo di Robilante è stato un flash. Un breve passaggio spazio temporale che ha visto persone di varie età e mansioni incontrarsi in un borgo che faceva da cornice ad un evento che dovrebbe essere ormai la base ed il contrappeso di ogni suo componente: l’Amicizia. Il passaggio obbligato per essere inclusi nella Station. La porta di accesso alla conoscenza di un sentimento che da “luce” alla nostra spiritualità di tifosi di calcio. Perché l’Amicizia, in fondo, è intelligenza. La stessa intensità che una volta c’era nello sguardo di mio Padre appena dopo aver fatto una cazzata, facendomi immediatamente correggere il tiro. Perché nella Station le parole sono superflue. Basta guardarsi in faccia e tutto si risolve. L’Amicizia è un sentimento che ormai ha investito irrimediabilmente i componenti del gruppo. Le persone intelligenti sanno come si traduce la parola Amicizia. Chi era a Robilante, prima d’amare il WHU, ama la Station”.
Per informazioni: https://www.station936.it

31 ottobre 2024

"HOOLIGAN. L'ultima parola" di Carlton Leach (Altaforte Edizioni), 2023

"Hooligan. L'ultima parola" è la storia di Carlton Leach, uno dei volti della gradinata del West Ham, i muscoli della Inter City Firm, ma soprattutto la vicenda umana di un uomo che ha diviso la sua vita dove finanza, politica, spettacolo, calcio e criminalità si toccano senza incontrarsi mai pur incontrandosi sempre. Dalla sua infanzia passata nell'East-End di Londra, fatta di voglia di riscatto, velata di granata e blu, al giro della sicurezza nei locali, alle avventure nei meandri più torbidi delle esperienze umane, fino al suo rapporto con il mondo ultras italiano. Uno guardo nella vita privata, più intima e nascosta di Carlton Leach, un racconto autobiografico dove trovano spazio anche le voci di chi gli è stato accanto, giorno dopo giorno: parenti, amici, colleghi, fratelli. "Hooligan. L'ultima parola" il libro di Carlton Leach è pronto a portarvi nelle viscere di chi ha rischiato in ogni frangente della sua esistenza, un romanzo dove non esistono sconti di pena.

24 settembre 2024

the LADS. Danilo Perolini. Un Hammer a Crema (West Ham United)

Ciao, sono Danilo Perolini ho 49 anni, vivo a Crema e sono appassionato di calcio inglese dai primi anni ’90, da quando è entrato nelle case degli italiani attraverso la Pay Tv (Tele +).

- Di quale squadra britannica sei tifoso e per quale motivo?
Sono tifoso del West Ham United.
Tutto è iniziato seguendo le partite di Paolo Di Canio per gli hammers.
Lui e Matthew Le Tissier erano i miei giocatori preferiti.
Col tempo mi sono appassionato alle sorti di questa squadra, della sua storia, della sua tifoseria turbolenta, del fascino della working class londinese, dei martelli incrociati, e di quei colori di maglia tanto inusuali per i confini italiani. Ho avuto la fortuna e il privilegio di seguire gli hammers per un paio di volte nel vecchio Upton Park prima che lo demolissero anche se il ricordo più bello che ho è riferito a Wembley, Maggio 2012, finale di playoff di Championship contro il Blackpool. Viaggio e partita indimenticabili suggellati dal gol di Vaz Te al novantesimo che ci ha riportati in Premier League. Il West Ham poi mi ha permesso di stringere grandi amicizie in giro per l’Italia. Tanti amici e birre assicurate quasi in ogni città….il mio West Ham è proprio questo più che i risultati sportivi della squadra

- Come è iniziata la tua passione per il calcio britannico e quali sono le caratteristiche che piu' ti piacciono?
Come ti dicevo la mia passione è iniziata seguendo il campionato inglese su Tele + ed in poco tempo è stata una passione che mi ha travolto.
Sono stato abbonato fin dai primi numeri alla fanzine “UK Football Please”, fanzine che conservo ancora con cura in una scatola ermetica nel soppalco del garage.
Era un periodo in cui mi stavo stufando del calcio italiano per mille motivi. Il calcio inglese è arrivato nel momento giusto. Mi è sempre piaciuto l’attaccamento viscerale alla squadra del cuore, gli stadi pieni, le birre al pub dopo il match, il far finire le partite al triplice fischio senza polemiche inutili per una settimana, certe tradizioni come il replay di FA CUP (sigh!) o il sorteggio integrale nella stessa, le maglie e certi gruppi musicali che si abbinavano in modo deciso a certe squadre (Oasis, Blur, Booze and Glory). Insomma la cultura inglese mi ha sempre affascinato e purtroppo la globalizzazione sta rendendo sempre più il calcio inglese un prodotto di plastica….ma si cerca di resistere!

Danilo, raccontaci com'è nata l'idea del libro in memoria di Christian LaFauci, ed ora che sta uscendo anche il secondo avete altre iniziative legate a questo progetto?
Ti ringrazio per la domanda che mi da la possibilità di parlare di un persona a me cara. Ho conosciuto Christian per via del libro che aveva scritto su Matthew Le Tissier ed è stato subito feeling intenso.
Abbiamo creato “Radio Cruijff” un programma radiofonico in streaming che raccontava di calcio passato, musica e strada. Purtroppo Christian e la madre sono venuti a mancare in modo tragico nel Luglio di 3 anni fa e da allora il suo ricordo e certe esigenze impellenti sono presenti in maniera costante.
Abbiamo raccolto delle storie di calcio fra i suoi amici di penna e stampato un libro all’indomani della sua morte. I proventi sono serviti per pagare uno spazio e una lapide al cimitero di Genova (visto che la situazione economica di Christian non era delle più ottimali).
Ora uscirà un secondo volume in sua memoria (il titolo è "La mia passione, Il mio calcio).
Il libro è edito da Urbone Publishing (costo 15 euro) e ancora una volta raggrupperà 25 storie di calcio scritte o concesse da alcuni suoi amici. I proventi andranno alla Band degli Orsi, un’associazione di Genova (città di Christian) che si occupa di dare sostegno logistico ai parenti dei bambini ricoverati all’ospedale Gaslini di Genova.
Per il futuro l’obiettivo è di ricordare Christian con iniziative in sua memoria e di farci trovare pronti economicamente fra qualche anno (2030) ad affrontare le spese di rinnovo del posto al cimitero di Genova.

6 settembre 2024

BEST IN BLACK. Storia di uno dei primi giocatori di colore del campionato inglese.



Oggi si parla di Best. L’altro Best, non il mitico Georgie, bensì Clyde, a suo modo anch’egli una leggenda, un’icona, un simbolo. Forse non del calcio, a dispetto di qualità fisiche e atletiche comunque non disprezzabili, sicuramente però dell’intera popolazione di colore, essendo stato uno dei primi giocatori neri a calcare i campi della massima divisione inglese, quella che oggi chiamiamo Premier League. 
Accadeva sul finire degli anni Sessanta, quando il 17enne Clyde lasciava il suo paese d’origine, le Isole Bermuda, per effettuare un provino con il West Ham
L’aggancio era arrivato grazie all’inglese Graham Adams, all’epoca commissario tecnico della nazionale delle Bermuda, tra le cui fila Best (nato il 24 febbraio 1951) aveva esordito addirittura all’età di 14 anni. Fisico da boxeur, voce profonda, pelle color ebano; non esattamente il prototipo di attaccante che il popolo degli Hammers si sarebbe aspettato di veder sbarcare ad Upton Park a cavallo tra la fine dei Sixties e l’inizio dei Seventies, ovvero in un’epoca in cui il calcio in Inghilterra rimaneva uno sport ad uso e consumo quasi esclusivo della popolazione bianca e in cui proliferavamo luoghi comuni secondo i quali i giocatori di pelle nera non era adatti a sopportare i rigori del clima invernale, i campi fangosi e la durezza dei difensori inglesi. Un razzismo nemmeno troppo strisciante, se si considerano gli ululati che si udivano in diversi stadi del Regno Unito al momento dell’ingresso in campo di Best, spesso preso di mira anche da certa stampa londinese come capo espiatorio delle sconfitte del West Ham. Sono ancora lontani i tempi di Viv Anderson, il primo giocatore di colore a vestire la maglia della nazionale inglese.
Best sbarca non ancora maggiorenne in una Londra già multirazziale (“in aeroporto circolavano persone di ogni nazionalità, ma soprattutto indiani, tanto che mi chiesi se per caso non fossi arrivato a Bombay”), ma non trova nessuno ad accoglierlo, e così è costretto a prendere un bus da Heathrow fino a Victoria Station per poi fermare un paio di passanti e chiedere indicazioni per raggiungere il Boleyn Ground. Essendo domenica però trova lo stadio chiuso; fortuna vuole che nei paraggi si imbatte in un vicino di casa dei fratelli John e Clive Charles, giocatori del West Ham nonché residenti nei pressi di Upton Park. Inizia così l’avventura in terra inglese del giovane Clyde, che il tecnico degli Hammers Bruce Greenwood farà esordire in campionato qualche mese dopo il suo 18esimo compleanno in una partita contro l’Arsenal, il 25 agosto 1969. 
Ha la scorza dura Best, e ciò a piace a Greenwood. In patria si era abituato alla fisicità di un certo calcio di stampo europeo giocando contro selezioni della Royal Navy, la marina militare delle forze armate britanniche, di stanza alle Bermuda. Impegno e adattabilità sono i suoi punti di forza; “la seconda caratteristica è fondamentale in tutti i giocatori che vivono un’esperienza all’estero”, commenta oggi Best. “Quando sento che alcuni giocatori della nazionale inglese in partenza per una trasferta in Russia si lamentano perché giocheranno su un terreno sintetico capisco che partono già sconfitti in partenza. Sei tu che devi controllare la palla, non viceversa”. Una filosofia che Best ha applicato in tutte e sei le stagioni spese a giocare accanto a leggende quali Bobby Moore, Geoff Hurst e Martin Peters con la maglia del West Ham, per un totale di 186 presenze in campionato e 47 reti (218 e 57 contando tutte le competizioni), impreziosite dalla vittoria della FA Cup nel 1975, anche se lui ha dovuto guardare i compagni battere 2-0 il Fulham (reti di Alan “Sparrow” Taylor, attaccante prelevato qualche mese prima dal Rochdale, club dell’allora League Two, la quarta divisione, che già nei quarti e in semifinale si era reso protagonista di due doppiette che avevano eliminato rispettivamente Arsenal, sconfitto 2-0, e Ipswich Town, 2-1 al replay dopo uno 0-0) essendo finito in panchina per scelta tecnica del nuovo allenatore del West Ham John Lyall, subentrato a inizio stagione a un Ron Greenwood diventato nel frattempo direttore generale del club.
Mentre all’esterno qualcuno continua a deridere quel gigante di colore in maglia claret & sky blue che sbuffa e lotta nel cuore delle difese avversarie, tra i tifosi del West Ham crescono per contro i consensi, tanto che in piena era Subbuteo qualcuno confessa di aver dipinto di nero il figurino di plastica targato Hammers da schierare al centro dell’attacco nelle interminabili partite pomeridiane. Anche nello spogliatoio tutto fila liscio per Best, i cui modi da gentiluomo ne facilitano l’inserimento. “Razzismo? Indubbiamente c’era, ma non nel West Ham. E dai fischi negli altri stadi non mi sono mai fatto impressionare. Giocare a fianco di Bobby Moore, quello poteva farti tremare le gambe. Se oggi uno come John Terry guadagna 130mila sterline alla settimana, quando avrebbe dovuto essere pagato uno come Moore? O come George Best?”. Il Best che invece è stato un inconsapevole apripista alla diffusione dei calciatori di colore nel campionato inglese ha lasciato l’Inghilterra nel 1975 per la NASL (North American Soccer League) statunitense. Tornerà in Europa nell’estate del 1977 per una disastrosa esperienza in Olanda nel Feyenoord, diventando uno dei più grandi bidoni nella storia del club di Rotterdam. Ma questa è un’altra storia.
Clyde Best ha terminato la propria carriera giocando sempre nella NASL con il Portland Timbers e successivamente con i canandesi del Toronto Blizzards. Poi è diventato allenatore, operando per molti anni negli Stati Uniti prima di fare ritorno a casa (dal 1997 al 1999 è stato anche ct della nazionale), dove ha trovato una situazione disastrosa dal punto di vista sportivo. “Alle Bermuda i giovani sono bravi con il Nintendo, ma non su un campo da calcio, all’interno del quale non sanno nemmeno come muoversi. Ma temo che a breve questo diventerà un problema mondiale”
In Inghilterra ci è tornato nell’estate del 2006, per ricevere l’onorificenza di Membro dell’Impero Britannico (MBE) assegnatagli per i servizi resi al mondo del calcio e alla propria comunità nelle Bermuda. Questa volta ad attenderlo all’uscita dell’aeroporto c’era un piccolo gruppo di persone. Prima di dirigersi a Buckingham Palace gli rimaneva però una cosa da fare; andare a comprarsi un bel cappello, un top hat, di quelli a cilindro alla Fred Astaire, che avrebbe reso ancora più impeccabile il suo completo nero griffato. Ne ha scelto uno da 500 sterline, sua moglie non ha battuto ciglio. 
Era davvero the Best. Almeno fino a quando scese dal taxi di fronte alla residenza dei reali d’Inghilterra. “Sicurezza, signore”, gli disse un gorilla grosso quanto lui, “devo chiederle di consegnarmi il cappello. Non può portarlo dentro”. 
Com’era bella Londra quarant’anni prima.
di Alec Cordolcini, da UKFP (marzo 2008)

22 luglio 2024

"PAOLO DI CANIO. L'autobiografia" di Paolo Di Canio & Gabriele Marcotti (Libreria dello Sport), 2005

Paolo Di Canio è senza dubbio un giocatore che è riuscito a farsi notare per il talento calcistico di cui è capace ma anche per i lazzi e i frizzi di un carattere forte che a volte non è riuscito a trattenere. Ambivalente, Di Canio, infatti, si era costruito una cattiva fama, quella da giocatore che "brutalizza" gli arbitri (prese undici giornate di squalifica per avere strattonato un malcapitato arbitro) arrivando poi a conseguire, dopo due anni di purgatorio, il Premio Fair Play della Fifa. Nel libro insomma trovate, in perfetto stile inglese, le "esternazioni", i commenti ed i giudizi del poliedrico giocatore.
Giudicatelo voi : "Dottor Jeckyll" o "Mister Hide"?
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