Visualizzazione post con etichetta Newcastle United. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Newcastle United. Mostra tutti i post

9 settembre 2025

"GASCOIGNE. GENIO & SREGOLATEZZA" di Luca Manes

























“Paul Gascoigne è l’unica star di livello mondiale prodotta dall’Inghilterra dal 1966 ad oggi”.
Lo diceva Alex Ferguson – che di giocatori di un certo spessore tecnico ne ha allenati un bel po’ – forse c’è da credergli. Ovviamente Gazza rimane uno dei grandi rimpianti dello scozzese, che un tentativo di metterlo sotto contratto lo aveva anche fatto. “Annoverandolo nella mia squadra sono sicuro che sarei riuscito a fare qualcosa di buono per lui”
E anche in proposito non sussistono molti dubbi. Chissà, forse Sir Alex sarebbe riuscito a imbrigliarlo a dovere, o quanto meno a mettere un freno ai suoi eccessi, come fece con un’altra testa calda quale Eric Cantona.
Chi però deve rimpiangere ancor di più il mancato approdo a una squadra di altissimo livello come lo United è proprio lui, quel mattacchione di Gascoigne.
Troppi gli episodi che lo hanno penalizzato, quasi tutti da imputare alla sua condotta non proprio irreprensibile, dentro ma soprattutto fuori dal campo. Eppure che fosse un predestinato si capì fin dagli esordi nel Newcastle United, la sua squadra del cuore, dove formava coppia con il brasiliano Mirandinha e deliziava le gradinate del St. James’ Park con colpi di genio assoluti. Personaggio lo è stato fin dalla prima ora e gli aneddoti su di lui si sprecavano già quando vestiva la maglia bianconera. Tanto per capirci, quando i tifosi avversari gli davano del ciccione e gli tiravano le barrette di cioccolato, lui rispondeva mangiandosele!

Nel 1988 un Tottenham quanto mai ambizioso, allenato da Terry Venables e in procinto di strappare Gary Lineker al Barcellona, superò la concorrenza del Manchester United e fece sì che Gazza diventasse il primo inglese a doversi accollare l’ingombrante etichetta di giocatore da oltre due milioni di sterline. Con gli Spurs giunse la definitiva consacrazione in patria, ma a livello internazionale ci pensò Italia 90 a farlo entrare nell’esclusivo club dei fuoriclasse assoluti. Gascoigne quel torneo lo giocò da protagonista. Le sue lacrime durante la semifinale persa contro la Germania commossero il Paese, ma non bisogna scordare che il quarto posto raggiunto a quella Coppa del Mondo è tuttora il miglior risultato dei Tre Leoni a un mondiale, eccezion fatta per il trionfo del 1966. Finalmente nel firmamento delle stelle globali si poteva annoverare un calciatore inglese, che riusciva a coniugare alla perfezione estro e fantasia di stampo latino con grinta e determinazione, le caratteristiche tipiche del calcio britannico.

All’epoca la nostra bistrattata Serie A era ritenuta, a ragione, il campionato più bello e competitivo del Pianeta, la destinazione più ambita di tutti i campioni. Gazza non fece eccezione, meritandosi le attenzioni della Lazio cragnottiana. Peccato che il ragazzo, poche settimane prima di trasferirsi a Roma, nei primi minuti della finale di FA Cup contro il Nottingham pensò bene di commettere un fallo da indagine di Scotland Yard, procurandosi la rottura dei legamenti del ginocchio destro. Singolare il fatto che Gazza si accorse della reale entità del suo infortunio qualche minuto dopo essersi pure schierato in barriera e aver assistito al vantaggio del Forest… Gli Spurs finirono per vincere quella coppa, portata di fretta e furia in ospedale dal povero Paul per rendere partecipe della festa anche lui. Quel trofeo, l’unico vinto su suolo inglese, portava anche la sua firma. Se nell’atto conclusivo era stato quanto meno sciagurato, in semifinale contro l’Arsenal aveva incantato Wembley, segnando una punizione alla Zico.
I nefasti effetti dell’entrata assassina su Gary Charles valsero a Gascoigne un anno di inattività e alla Lazio un cospicuo sconto sul contratto di acquisto dal Tottenham (da 5,5 milioni di sterline si passò a 3,5).
Con i bianco-celesti, a causa di altri problemi fisici, Gazza giocò poco, ma tutto sommato bene. Nei minuti finali di un derby segnò un goal di testa sotto la Curva Nord che accrebbe in maniera esponenziale la sua posizione di idolo assoluto della tifoseria laziale, che del nativo di Gateshead amava il genio quanto la sregolatezza, tante le sue goliardate nel periodo romano, con rutti davanti alle telecamere e vagonate di scherzi ai compagni di squadra. 

A metà degli anni Novanta, però, colui che Diego Armando Maradona non tanto tempo prima aveva designato come suo erede naturale si ritrovò con un fisico pieno di acciacchi (un altro infortunio molto serio lo rimediò in allenamento fratturandosi tibia e perone in un contrasto con Alessandro Nesta) e un bisogno urgente di rivitalizzare una carriera in apparente declino accasandosi ai Rangers. 
Una carriera purtroppo già condizionata in maniera pesante da episodi extra-calcistici (botte alla sua fidanzata e qualche ubriachezza molesta di troppo). A differenza della versione attuale, agonizzante e sull’orlo del fallimento, la compagine di Glasgow all’epoca era una delle corazzate del calcio europeo, che con Gazza si aggiudicò due dei nove campionati consecutivi fra il 1989 e il 1997. Nel mentre si ricordano altre prestazioni da incorniciare in nazionale durante l’Europeo casalingo del 1996 e un’altra delusione nella semifinale persa ancora ai rigori contro la solita Germania. La marcatura nel derby contro la Scozia – sombrero a Colin Hendry e stoccata al volo per trafiggere Andy Goram – è stato forse l’ultimo lampo di classe ad abbagliare la platea internazionale. Durante il primo Old Firm del 1998 rispose con un “gesto settario”, ovvero mimando di suonare il flauto delle marce orangiste protestanti, a una provocazione dei tifosi del Celtic. Apriti cielo. Dopo minacce di morte e reprimende della Scottish Football Association, decise lasciare Glasgow per riavvicinarsi a casa.

A Middlesbrough arrivarono le ultime perle di calcio di un giocatore già assalito dai demoni dell’alcool e di chissà cos’altro, che alla notizia dell’esclusione dalla rosa dell’Inghilterra per i mondiali francesi fece a pezzi una camera d’albergo. In seguito le poche presenze raccattate tra Everton, Burnley, i cinesi del Gansu Tianma e Boston United sembrarono solo l’estremo tentativo di posticipare un ritiro ormai inevitabile, coinciso con la stagione 2004/05.
Sparito dal rettangolo da gioco, Gazza continuò a essere una presenza fissa sui tabloid. Colpa dei suoi eccessi, delle incredibili dosi di alcool trangugiate (per mesi si scolò una bottiglia di whisky al giorno) e delle risse, degli incidenti di macchina e delle strisce di cocaina, dei guai con le giustizia e di terapie riabilitative che, a suo dire, lo hanno quasi spedito all’altro mondo. La sua confusione mentale era così estrema che quando il Barnsley sconfisse il Chelsea nella FA Cup del 2008 lui decise di festeggiare alla grande, per “rendere omaggio” alla sua ex squadra. Peccato che con i Tykes non avesse mai giocato e che semplicemente avesse confuso Barnsley (città dello Yorkshire) con Burnley (che si trova in Lancashire e con il cui club aveva avuto una fugace apparizione nel 2002). Ma di storie anche meno amene ce ne sarebbero da raccontare così tante da riempire un’enciclopedia.

Da questo punto di vista non aveva proprio nulla da invidiare al suo mentore Maradona, né al gruppo di giocatori talentuosi ma scavezzacollo che a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta furono bollati dalla stampa con l’appellativo di Mavericks (letteralmente, vitelli senza marchiatura). “Irregolari” che tra le loro fila ospitavano di diritto una celebrità come George Best, del quale in fatto di frequentazioni femminili e predisposizione alcolica si sa un po’ tutto. Non che i vari Stan Bowles, Rodney Marsh, Peter Osgood e Frank Worthington fossero da meno nell’approccio “molto spensierato” al football. In comune questi ultimi avevano tutti un intenso ostracismo da parte dei responsabili tecnici della nazionale inglese. Le loro presenze con la nazionale, infatti, furono scarsissime, un po’ per i loro caratteri alquanto complicati, un po’ perché espressione di un calcio fantasioso e anticonformista che in terra d’Albione non era troppo apprezzato. Lo stesso Bobby Charlton, l’ultimo campionissimo inglese prima di Gascoigne, è rinomato per la concretezza e il suo fiuto del goal, non esattamente per invenzioni degne del suo compagno di squadra dalla chioma fluente e dal tocco vellutato (Best, per l’appunto). Quanto meno Gazza con i Tre Leoni ha messo insieme 57 presenze e 10 reti e se ne fosse stato per i problemi fisici e le mattate varie di caps ne sarebbero arrivati ancora di più. Un chiaro segnale di come pian piano il football d’oltre Manica stia cambiando. Il problema è che al momento gente con la fantasia e i piedi di Gascoigne in Inghilterra non se ne trovano. L’unico che forse può essergli accostato è Wayne Rooney. Il soprannome è simile (Wazza), le marachelle non mancano (anzi), a essere differente è il rendimento in nazionale (troppi i suoi flop durante le grandi competizioni internazionali) e soprattutto un dettaglio non proprio insignificante: ad allenare il ragazzo di Croxteth è stato Alex Ferguson.
di Luca Manes

10 luglio 2025

"MALCOM McDONALD. Questo è un lavoro per SuperMac" di Christian Giordano

Comincia la carriera da terzino nel Tonbridge prima di arrivare, nell’agosto 1968, al Fulham, dove Bobby Robson lo avanza a centravanti. Quando Robson se ne va, MacDonald cade in disgrazia e nell’estate 1969 viene ceduto al Luton Town per 30 mila sterline. In due stagioni agli Hatters viaggia a oltre un gol ogni due partite: 49 in 88 gare di campionato. Nel maggio 1971 il Newcastle United lo firma per 180 mila sterline, allora record del club. 

Nel Tyneside, Macdonald diventa l’idolo più grande dai tempi di Jackie Milburn. In uno dei suoi primi match coi Magpies (si dice “mègpìs”, non “megpàis”) rifilò una tripletta al Liverpool, e per tutte le sue cinque stagioni fu il miglior marcatore del Newcastle, segnando un totale di 138 gol in 258 presenze. Quando i Magpies raggiunsero la finale di FA Cup, nel 1974, andò a rete in tutti i turni della competizione, e l’anno seguente eguagliò il record realizzativo individuale con l’Inghilterra infilando una cinquina contro Cipro. Di conseguenza, l’intero Tyneside restò di sale quando, nell’agosto del 1976 per 333.333 sterline, lasciò St James’s Park per l’Arsenal. Nella sua prima stagione ad Highbury, con 25 gol vinse la classifica marcatori della First Division. Nel 1977-78 trascinò i Gunners alla finale di FA Cup, persa 1-0 contro l’Ipswich Town. La stagione seguente, dopo appena quattro partite, subì un serio infortunio a una gamba in una trasferta di Coppa di Lega contro il Rotherham United. 

Nel luglio 1979, a soli 29 anni, Malcolm Macdonald annuncia il ritiro. In poco più di due stagioni ad Highbury, aveva realizzato 27 gol in 107 partite fra campionato e coppe. Al Craven Cottage torna come dirigente di marketing, poi viene nominato allenatore. Nei suoi primi mesi in carica, tiene il club alla larga dalla zona-retrocessione in Fourth Division e nell’1981-82 guida il club alla promozione in seconda divisione.La stagione seguente per poco non porta i Cottagers alla massima serie, ma nel marzo 1984, in seguito a rivelazioni sulla sua vita privata, lascia il Fulham per gestire un pub a Worthing. Rientra nel calcio come manager dell’Huddersfield Town prima di trasferirsi, nel 1993, a Milano come impiegato nelle telecomunicazioni sportive. Per un periodo fa anche il procuratore calcistico e contribuisce a portare al St. James’s Park un suo assistito, la (presunta) stella brasiliana Mirandinha.Da allora è nel cosiddetto “after-dinner circuit” come speaker, oltre che commentatore per radio locali e columnist del nord-est dell’Inghilterra. Celebre il suo talk-show radiofonico sull’emittente Century FM intitolato "The 3 Legends". Con Supermac, le altre due leggende sono Eric Gates e Bernie Slaven.
di Christian Giordano, da http://footballpoetssociety.blogspot.com

25 aprile 2025

NEWCASTLE UNITED. Perchè bianconeri?

A differenza di molti club anche di antica fondazione, il Newcastle ha ininterrottamente vestito il bianconero dal 2 agosto 1894, quando i direttori del club (da poco tempo Newcastle United) decisero di abbandonare i colori originali del Newcastle East End, una delle due metà del calcio dei pionieri in riva al Tyne. Dopo un decennio di aspra rivalità, infatti, gli East Enders avevano sostanzialmente ‘assorbito’ il Newcastle West End e il St. James Park, loro terreno di gioco. Negli anni del dualismo entrambi i club avevano seguito la ‘moda’ del calcio del Nord-est, adottando divise imperniate sul rosso. L’East End aveva addirittura vestito in alcune occasioni la ‘sacrilega’ maglia bianco-rossa in stile Sunderland, mentre i West Enders avevano ‘esplorato’ anche altre tonalità, arrivando ad un nero-azzurro a bande orizzontali. 
A seguito dell’unione, un po’ per marcare la discontinuità rispetto al dualismo precedente, un po’ per eliminare i frequenti conflitti ‘cromatici’ in occasione degli incontri di Second Division (lungi erano ancora i tempi dei colori di riserva…), il club decise di adottare una nuova divisa, con maglia bianca e nera e knickers scuri. Se è abbastanza chiaro il motivo del cambiamento, misteriosa resta la scelta dei nuovi colori. Sull’argomento si sono fatte molte congetture, ma in assenza di riscontri sui registri ufficiali del club e dei testimonianze probanti, tutto resta avvolto in un alone di mito e suggestione. Una prima teoria ruota intorno a Padre Dalmatius Houtmann, un religioso olandese del monastero dei Frati Neri, a due passi dal St. James Park. Assiduo frequentatore dello stadio e dei giocatori, secondo alcuni fu proprio quale segno di devozione e rispetto nei suoi confronti che al momento di cambiare i colori sociali si optò per il bianco e nero dell’abito talare. 
Un’altra storia, di ispirazione più ‘bucolica’, ruota intorno ad un paio di gazze che avevano fatto del vecchio Victorian Stand del St. James Park il loro nido. Leggenda vuole che i giocatori del Newcastle si affezionarono tanto alla loro presenza da riprenderne i colori per le nuove divise e darsi quale nickname proprio quello di Magpies, le Gazze. 
La soluzione più accreditata dagli studiosi della materia è però di tipo storico, e affonda le radici nella Guerra Civile che insanguinò l’Inghilterra del XVII secolo. All’epoca le regioni del Tyneside e del Northumberland erano sotto l’influenza dominate di William Cavendish, duca di Newcastle ed erede di una famiglia di antica e consolidata nobiltà.

Nella zona i Cavendish possedevano castelli e possedimenti, e ancora oggi la toponomastica cittadina evoca lo stretto legame della stirpe con il Tyneside: Cavendish Place, Portland Terrace, Devonshire Place, Welbeck Road sono chiari tributi a questo rapporto, e lo stemma bianco e nero del casato fu sicuramente la prima documentata connessione del black’n’white con Newcastle. Allo scoppio della Guerra Civile, Sir Cavendish organizzò un suo esercito, i Newcastle Whitecoats, per difendere le ragioni del Sovrano. 
L’uniforme dei militi, con elmo, pantaloni e stivali neri su camicia bianca (in onore dello stemma di famiglia) divenne l’elemento distintivo della milizia, identificando la prima vera Toon Army della storia. Per la verità il primo bianconero (fino alla Grande Guerra) fu tale solo in parte, visti i pantaloncini blu scuro che completavano la divisa. In quegli anni si videro anche maglie con le classiche bande verticali davanti (molto larghe) e completamente nero dietro. Negli anni ’20 le bande si ‘restrinsero’, assumendo la misura che diventerà quella ‘classica’. Nonostante marginali ritocchi al colletto della maglia e all’alternanza di bianco e nero, infatti, la divisa rimase sostanzialmente immutata fino alla fine degli anni ’50, quando il manager Charlie Mitten decise di rivoluzionare il kit varando una maglia affusolata e aderente, rivoluzionaria per l’epoca. L’esperimento non ebbe grande successo, e a grande richiesta il club tornò all’antico per tutti gli anni ’60, salvo riprendere la ‘visione’ di Mitten quando i nuovi dettami della moda continentale avrebbero invaso anche il Regno Unito alle soglie degli anni ’70. Questo fu anche il decennio in cui il calcio conobbe la sua prima ‘rivoluzione’ in termini di esposizione mediatica e afflusso di denaro, con la comparsa di sponsor e fornitori ufficiali. Nella stagione 1982-83 comparve sulla maglia la celebre stella blu della Newcastle Breweries, primo sponsor ufficiale del club.
di Giacomo Mallano

29 gennaio 2025

WYN DAVIES. Il gallese volante del Newcastle



Delle tante storie che rendono unica la tradizione del Newcastle, quella di Wyn Davies non è proprio da ‘prima pagina’. Eppure mi ha sempre colpito per l’incrocio ‘magico’ fra il suo calcio offensivo operaio e fisico e una delle stagioni più gloriose del club, i cosiddetti ‘anni europei’. Wyn Davies non è stato un ‘numero 9’ tipico nella tradizione del Newcastle. Non ha segnato gol a grappoli come Gallagher, Milburn o Shearer né ha incantato le folle con i suoi colpi di genio come alcuni dei suoi predecessori e successori. Spesso nei suoi cinque anni al St. James Park è stato anche aspramente criticato, ma nonostante tutto ha lasciato un segno indelebile nella storia del club; con la sua personalità, la sua forza aerea, e soprattutto con la firma sull’ultimo grande trionfo del Newcastle, la Coppa delle Fiere del 1969.

Proprio in quell’anno, nel corso di un’intervista, Ivor Broadis (ricordate l’amico di Tom Finney in ‘quel’ ritiro della nazionale inglese?) lo descrisse così: ‘se si potessero avvitare dei tacchetti sulla sua testa, sarebbe un nuovo George Best’. Paradossale ma incisivo nel sottolineare la straordinaria capacità nel gioco aereo, stridente contrasto con la (stentata) sufficienza con i piedi. Davies arrivò a Newcastle nell’autunno del 1966, al termine di una saga protrattasi per oltre un anno. Il centravanti del Bolton (con cui realizzò 74 gol in 170 partite) aveva infatti attirato l’attenzione del manager dei Magpies, Joe Harvey, già nell’estate del 1965. Il trasferimento saltò all’ultimo minuto, ma Harvey non cancellò l’appunto dalla sua agenda, e dopo aver evitato di poco la retrocessione, al termine della stagione successiva tornò alla carica. La trattativa si era intanto complicata, perché Davies continuava a segnare ed altri club (Arsenal, Sheffield Wednesday e Sunderland) avevano fatto offerte. La cosa si trascinò ben oltre l’inizio della stagione, e nel frattempo il gallese andò a segno 12 volte nelle prime 12 uscite.

Alla fine Harvey ebbe il suo uomo, sborsando la cifra di 80.000 sterline, quasi il doppio del precedente acquisto-record del Newcastle. Un attimo ancora di esitazione e probabilmente sarebbe saltato tutto; poco dopo la firma, infatti, sul tavolo di Davies arrivò l’offerta del Manchester City di Joe Mercer, che dalla sua aveva la vicinanza della città a Bolton e al Galles, dove il centravanti manteneva tutti gli interessi personali e familiari.
Ma ormai il dado era tratto, e Davies arrivò al St. James Park per iniziare la nuova avventura con un severo taglio a spazzola, un cappotto di pelliccia e le scarpette in mano. Schivo e riservato, si trovò letteralmente investito da un’ondata di giornalisti, telecamere, centinaia di tifosi e ragazzini in cerca di autografi, assaggio della passione unica con cui si viveva i calcio sul Tyneside. Volevano farne la prima superstar dell’era del calcio televisivo, ma Davies non era l’uomo giusto; ritroso, spesso solitario e difficile da capire anche per i compagni di squadra, il gallese era il prototipo dell’antidivo. Per un protagonista adeguato, Newcastle avrebbe dovuto attendere ancora qualche anno e l’arrivo da Londra di Malcolm MacDonald.
Davies esordì il giorno dopo essere arrivato, peraltro nella prestigiosa occasione del derby casalingo contro il Sunderland, e non senza prima aver rischiato il ‘rapimento’ goliardico da parte di un gruppo di studenti universitari, sventato nascondendosi per tutto il giorno in casa di uno dei dirigenti del club. A parte gli aspetti di contorno, Davies si rimboccò subito le maniche per raddrizzare una baracca pericolosamente vicina alla zona retrocessione. Fisicamente poderoso, era a proprio agio nell’area di rigore, dove scambiava senza paura colpi proibiti con i difensori, spesso incapaci di contrastarne regolarmente lo strapotere fisico. Insuperabile di testa, riusciva a rimanere sospeso per aria una frazione di secondo in più del suo marcatore, prendendogli spesso il tempo e lo spazio dell’intervento. Con la palla a terra Davies diventava un giocatore normale, ma con gli anni aveva imparato a sfruttare comunque le sue doti fisiche, offrendosi costantemente come boa avanzata del gioco e punto di riferimento per i compagni. Harvey modellò progressivamente il gioco della squadra alla nuova risorsa offensiva, utilizzando sempre di più le palle lunghe a trovare la testa di Davies. 
A volte arrivavano conclusioni dirette, molto più spesso il tocco del centravanti apriva spazi per i compagni di reparto, Bennett prima e Pop Robson negli anni successivi. Un vero e proprio schema, che non fruttava però a Davies un ritorno realizzativo proporzionale alla mole di lavoro svolta per la squadra. Nella prima stagione segnò 9 reti in 30 partite, nella seconda 12 in 40 uscite. Di qui le critiche spesso ingenerose di chi era abituato ad associare al numero 9 del Newcastle decine di gol a stagione. Il vero impatto di Davies fu però evidente quando i Magpies approcciarono le loro prime esperienze continentali. Dopo il match contro il Real Saragozza, per esempio, Pop Robson riferì dello stupore del fortissimo difensore spagnolo Santamaria quando, al primo spiovente, Davies saltò mezzo metro più in alto di lui e praticamente lo oscurò con la sua mole in volo. Con grande onestà Lord Westwood, chairman del Newcastle di quegli anni, affermò che senza Wyn Davies non avrebbero mai vinto la Coppa delle Fiere. In Europa Wyn trovò terreno fertile, realizzando 10 gol in 24 partite; protagonista di duelli fisici epici con i difensori continentali, pagò la sua irruenza con diversi punti di sutura, gomitate, una frattura dello zigomo, la rottura del setto nasale, spesso senza alcuna protezione da parte degli arbitri.

Esaurita l’esperienza europea del Newcastle, cominciarono nuovamente i problemi. Qualche infortunio di troppo e la prevedibilità del gioco del Newcastle che indusse Harvey a ricercare nuove soluzioni emarginarono progressivamente Wyn the Leap. Nell’estate del 1971 arrivò così la cessione al Manchester City, per la somma di 52.000 sterline; Davies chiuse la sua esperienza al St. James Park con 216 partite e 53 gol. Pur continuando ad impaurire le difese con la sua potenza aerea, Davies non riuscì più a replicare la forma degli anni trascorsi a Bolton e Newcastle. Dopo una sola stagione al Maine Road si trasferì ai rivali del Manchester United, e nel 1973 al Blackpool. Anche a Bloomfield Road rimase poco, prendendo la via del sud verso Crystal Palace, Stockport e Crewe, dove chiuse la carriera nel 1978, dopo quasi 700 partite ufficiali e 200 gol al suo attivo. Una carriera iniziata nel 1960 con il Wrexham, dopo la gavetta del calcio amatoriale gallese. Seguito dagli osservatori di diverse squadre importanti, fu il Bolton a fare la prima mossa e lo portò a Burnden Park nel 1962. Il resto è storia, così come le 34 presenze con la nazionale maggiore gallese, dopo aver vestito tutte le maglie giovanili. Non un fenomeno, quindi, ma un giocatore onesto, determinato ed efficace, uno che al St. James Park ha lasciato un segno importante fra i tifosi, che cantavano per lui ‘You’ve not seen nothing like the Mighty Win’, non avete mai visto niente come il meraviglioso Wyn, il Gallese Volante.
di Giacomo Mallano, da "UK Football please"

4 dicembre 2024

LA NOTTE DEL FAX DI BLATTER A KING KEV.

"Ultimamente ho preso parte a un match di beneficenza tra vecchie glorie del classico Liverpool-Newcastle del 1996. Qualcuno mi ha chiesto come mai stavamo celebrando quella partita, considerato che che non ci aveva fatto vincere nulla, anzi".





















La domanda non coglieva il punto. Continuiamo a celebrarla per il calcio che siamo stati in grado di offrire e per i ricordi che abbiamo lasciato. È stato il momento migliore per essere un tifoso delle Magpies. "L'intera città ci credeva". Così si è espresso Robbie Elliott, all'epoca giovane e promettente terzino della squadra allenata da Kevin Keegan.

E, lui sì, il punto l'ha colto alla perfezione. Liverpool-Newcastle del 3 aprile di quell'anno è stata ritenuta la partita più bella della storia della Premier League. A mio parere, non solo. 
È difficile ricordare un altro match che abbia saputo condensare gli elementi dello spettacolo e del dramma in maniera così generosa. A tratti violenta. Un freddo dato, tanto per capire di cosa si parla: il Liverpool guidato da Roy Evans e con il formidabile Robbie Fowler in attacco concluse verso la porta avversaria 29 (ventinove!) volte, mentre i bianconeri, che in attacco schieravano contemporaneamente Ginola, Beardsley, Asprilla e Les Ferdinand, una quindicina. Un tiro ogni due minuti circa. Numeri impensabili per il grigio e orizzontale calcio dei giorni nostri. Ma numeri che non dicono tutto: i capovolgimenti di fronte e del risultato furono numerosi, i tackle volavano come non ci fosse un domani nell'atmosfera elettrica di Anfield. Emozioni da togliere il respiro anche agli spettatori neutrali, in un confronto privo di qualsivoglia tatticismo nonostante la pesantissima posta in palio. 

Proprio King Kev sembrò quasi somatizzare ciò che accadeva sul tappeto verde. Vestito con un improbabile blazer color rosso scuro, poi sostituito dal classico giaccone sportivo, al goal di Stan Collymore al 90, si accasciò come un vecchio leone morente sui tabelloni pubblicitari. Un immagine che commosse i più. Non lo meritava lui, non lo meritava la sua squadra, pur nel rispetto della prova altrettanto epica dei Reds. 
Persino Sepp Blatter, in un momento di rara lucidità, confessò di essere stato tanto rapito dallo spettacolo da prendere carta e penna e inviare personalmente un fax a Keegan, complimentandosi per la filosofia di calcio offensivo data al suo team, un'attitudine che aveva onorato lo sport che tutti amiamo. Con quel 4-3 il Newcastle perse dopo mesi la testa della classifica (a gennaio i punti di vantaggio erano stati persino 12) a vantaggio dello spietato United di Sir Alex, trascinato dalle reti del suo genio francese. Fu una mazzata decisiva nella lotta per il titolo. Il Liverpool non approfittò della gloria della vittoria all'ultimo respiro, che sembrò avergli succhiato quasi tutte le energie: chiuse terzo e fu sconfitto, senza brillare, sempre dallo United nella finale di FA Cup. Ma la magia di quella partita rimarrà eterna.
di Massimiliano Parli

27 novembre 2024

NEWCASTLE UNITED-SUNDERLAND, Tyne-Wear derby.

A due passi dalla contea di Northumberland, nel nord d'Inghilterra, l'ebrezza del Mar del Nord non fa altro che rendere un luogo come la contea del Tyne-Wear l'archivio ideale per storie, aneddoti, leggende e dicerie.


























Il territorio è perlopiù pianeggiante e viene letteralmente diviso in due dallo scorrere del fiume Tyne dove, dalle sue parti, sorgono i suoi cinque “borough”: Gateshead, Newcastle, North Tyneside, South Tyneside e City of Sunderland.

Patria del mondo “pallonaro”, la terra d'Albione, in ogni sua anche minuscola realtà geografica conserva al suo interno realtà indelebili calcistiche che, da oltre un secolo, hanno plasmato il senso di appartenenza ad un club e al territorio dove questo ha sede.
Nella contea del Tyne-Wear sono due i club calcistici più rinomati e conosciuti. Il Sunderland ed il Newcastle United. Queste due compagini danno vita ad una delle rivalità più note del calcio britannico. Mettetevi pure comodi, oggi si parlerà del “Tyne-Wear Derby”.
Noto anche come il “Derby Nord-Orientale”, la rivalità tra i “Black Cats” (Sunderland) ed i “Magpies” (Newcastle) è considerato una delle faide più accese in tutto il Regno Unito e non solo in Inghilterra. Le due città sono divise da soli 19 Km e, come già detto in precedenza, dal solo fiume Tyne.
La rivalità ha origine anche per questione extra calcistiche. Nello specifico bisogna tornare ai tempi della guerra civile inglese quando vi erano forti proteste contro i vantaggi di cui godevano i realisti di Newcastle. Questo causò il passaggio di Sunderland al fronte parlamentarista. Le due città si trovarono di nuovo contrapposte durante l'insurrezione giacobina, con Newcastle a sostegno degli Hannover con il re tedesco George e Sunderland dalla parte degli Stuart scozzesi.

Tornando al campo di gioco non vi è mai stata un vera e propria supremazia a livello di vittorie nei confronti tra le due e tendenzialmente, a livello numerico, vi è una situazione piuttosto equilibrata nella sommatoria delle vittorie di una e dell'altra.
La prima storica partita risale al 1883, mentre il primo confronto competitivo venne disputato nel 1887 in un incontro valevole per un turno di FA Cup il quale si concluse con una vittoria, per 2-0, in favore del Sunderland.
Intorno al XX secolo, la rivalità cominciò ad emergere. Il Venerdì Santo del 1901, si disputò al St James Park (stadio del Newcastle) un derby il quale venne sospeso poiché vi fu l'afflusso di 120.000 fans nonostante l'impianto ne potesse ospitare solo 30.000. La notizia della sospensione fu accolta con rabbia e ne seguirono rivolte le quali portarono ad un ampio numero di tifosi feriti. Tuttavia, in generale, sebbene il derby abbia attirato grandi folle, con i tifosi che spesso scalavano alberi ed edifici per vedere la partita, ci sono poche prove che suggeriscano animosità o violenza tra i due gruppi di sostenitori nel periodo prebellico e immediato postbellico.
La più grande vittoria in un Tyne-Wear Derby risale al 5 dicembre del 1908 quando, sempre al St. James Park, il Sunderland battè i padroni di casa con un risonante 1-9. Nonostante quella sconfitta, i Magpies, in quella stagione vinceranno il campionato con nove punti di distacco dai rivali i quali si piazzarono al terzo posto in classifica nella massima serie inglese dell'epoca.





















Venendo più vicini ai nostri tempi, nel 1979, venne giocato un derby che, i tifosi del Sunderland, ricordano con molto piacere. I Black Cats vinsero per 4-1 con una tripletta di Gary Rowell originario proprio del nord est inglese, precisamente della contea di Durham. Gary è rimasto un beniamino per i tifosi biancorossi per via della sua militanza di dieci anni nel Sunderland. Rowell racconta spesso un aneddoto di quella partita: “Quando abbiamo fatto il quarto goal parlai con Kevin Arnott riguardo il fatto di provare a fare un quinto goal oppure lasciar perdere. Decidemmo di non infierire ulteriormente”
Sulla sponda bianconera, invece, viene ricordato con piacere il derby disputato il 1° gennaio del 1985 quando Peter Beardsley, nativo di Newcastle, segnò una tripletta nella partita vinta per 3-1 dal Newcastle contro il Sunderland. In quella stagione i Black Cats retrocessero a fine stagione.
Il derby per eccellenza, però, venne giocato nel 1990 quando entrambe le compagini militavano in seconda divisione inglese. Quel derby viene ricordato come il più sentito in quanto si trattò della semifinale play-off che avrebbe permesso di accedere alla finale e poi, conseguentemente, avrebbe dato modo di approdare nella massima serie inglese. L'andata venne giocata al Roker Park, casa del Sunderland fino al 1997, e, lo scontro, si concluse a reti inviolate. Nel ritorno, giocato al St. James Park, vi fu la vittoria del Sunderland ai danni del Newcastle. Invano fu, quel giorno, il tentativo, da parte dei tifosi bianconeri, di invadere il campo al fine di far sospendere la gara.
Un famoso derby che, invece, vide vittoriosi i Magpies fu quello giocato il 17 aprile del 2006. Si giocava allo Stadium of Light, nuovo impianto dei Black Cats. Al minuto 32 il Sunderland passò in vantaggio grazie alla rete di Hoyte. Il Newcastle non riusciva proprio a reagire nei primi 45 minuti. Nella rispresa, però, sembrava sceso in campo un altro Newcastle. I Magpies, rinvigoriti, agguantarono il pareggio al minuto 60 con la rete di Chopra e, soltanto un minuto più tardi, Alan Shearer realizzò il goal del vantaggio dal dischetto battendo Davis. Più tardi N'Zgobia e Luque firmeranno per il poker dei bianconeri in quel di Sunderland.
Tre stagioni più tardi arrivò, invece, un'altra vittoria per i Black Cats. Erano diversi anni che il Sunderland non vinceva un derby in casa e, così, il 28 ottobre del 2009 i biancorossi riuscirono nell'impresa. I padroni di casa passarono in vantaggio grazie alla rete, al 20esimo minuto, del francese Cissè. Il Newcastle pareggiò il conto con la rete, al minuto 30, di Ameobi. Al 75esimo Kieran Richardson porterà di nuovo avanti il Sunderland con una punizione, dal limite dell'area, veramente potente da trovare impreparato un certo Shay Given (portiere del Newcastle).


Dal 2013 fino al 25 ottobre del 2015 vi sarà una supremazia a tinte, perlopiù, biancorosse.
In un contesto sempre caldo come il calcio d'oltremanica ogni singola faida, spesso, ha sfociato in problemi di ordine pubblico. Anche lo stesso Tyne-Wear Derby è stato vetrina di spiacevoli turbolenze legate allo scontro fisico tra le due tifoserie. Come già detto in precedenza, nel 1990, vi fu un'invasione di campo, da parte dei tifosi del Newcastle, con l'obiettivo di far sospendere la partita, che li vedeva sconfitti, valevole per l'approdo alla finale play-off della Second Division. Il 16 gennaio 2011 le due squadre si affrontarono in Premier League allo Stadium of Light: un 17enne tifoso del Sunderland invase il campo e spinse il portiere del Newcastle, Steve Harper, e fu tra gli arrestati per i disordini causati da un gruppo di “facinorosi” allo stadio e fuori lo stesso. 
Quella stessa stagione però i tifosi del Sunderland vinsero il premio di tifoseria più corretta nella stagione 2010-2011. Tutto questo malgrado gli arresti nel giorno del derby. Nell'aprile del 2013 dopo una sconfitta interna, in un derby, per 0-3 un nutrito numero di tifosi del Newcastle United causarono disordini per le strade di Newcastle upon Tyne. Il caos regnò sovrano quel giorno. Quattro agenti di polizia rimasero feriti ed un poliziotto a cavallo venne attaccato da un tifoso. Oltre a questo vi fu un contatto piuttosto violento tra i tifosi Magpies e Black Cats alla “Newcastle railway station”. Quel giorno furono 29 gli arresti.
Il Tyne-Wear Derby rientra tra le rivalità più antiche del calcio d'oltremanica; Newcastle e Sunderland sono due città che, come la storia ci ha raccontato, diedero vita alla loro rivalità per questioni sociali e politiche, ma forse neanche tanto se si pensa che, già dalla rivoluzione industriale, vecchi rancori vennero messi da parte. Però, all'improvviso, irruppe come un ciclone, nella quotidianità della cittadinanza della contea di Tyne-Wear, il calcio. Ed ecco che vecchi dissapori sono tornati e si sono presto spostati sul campo di gioco e sugli spalti portando il senso di appartenenza, d'una o dell'altra realtà, a livelli piuttosto alti. Se ti trovi a Newcastle ed hai un accento diverso da quello “Geordie”, verrai visto con sospetto. Altrettanto se ti trovi a Sunderland ed hai un accento diverso dal “Mackem”, verrai visto con sospetto anche da quelle parti.
Comunque vada l'importante è che entrambe le città, ed i loro rispettivi club, continuino a dar vita sempre a delle belle battaglie dove, forse, non avremo mai un vero e proprio favorito. Dopo tutto, statistiche alla mano, è uno dei derby più equilibrati d'Inghilterra.
di Damiano Francesconi

8 novembre 2024

PAUL GASCOIGNE, JIMMY e una pinta di birra.

Gateshead. Già sembra un brutto posto al solo pronunciarlo. Assomiglia al rumore di una catena che cigola, una specie di stridore sofferto, spietato. Dio non c’è, o se c’è non è a Gateshead, perché a Gateshead l’unico rosario che scorre davanti agli occhi è quello delle porte sbarrate dall’ordine di sgombero. Esercizio quotidiano in questo stramaledetto buco di culo dove la crisi non finisce mai, dove è regola, non eccezione. Gateshead, Tyne and Wear, Newcastle: una tenaglia urbana chiamata Tyneside, uno spicchio di sud del mondo in quel profondo nord inglese che un tempo si sporcava col carbone e che ora passa il tempo domandandosi se è il cielo plumbeo a specchiarsi nel fiume o viceversa. Sputate sulla coscienza, sui tribuni della coscienza, se cercate il Dottor Jekyll qui troverete solo Mister Hyde e cazzo quanto è bella quella maglia a strisce bianconere con in mezzo la stella blu della Brown Ale, o il cane se volete, perché a Newcastle quando i mariti vogliono uscire di casa la sera e farsi una bevuta con gli amici dicono alla moglie: “I’am going to take the dog for a walk” (vado a portare a spasso il cane…). Insomma è un postaccio lurido e freddo, tuttavia ci sono fondamenti sicuri: il pub, la birra, le freccette e il sussidio di disoccupazione. Il ragazzino sbilenco e ricciolino vuole giocare con quei colori, il piccolo Paul vuole giocare con le "magpies". 



Ogni giorno calcia un pallone lacero contro un muro ancora più lacero dello stesso pallone al civico 29 di Pitt Street. Paul Gascoigne, secondo di quattro figli, Paul Gascoigne che quando fa sera torna a casa di corsa, sale le scale e si ritrova in un monolocale con il bagno condiviso con altre famiglie e mangia crocchette di pesce di fronte alle prepotenze di un padre violento e semialcolizzato che si appresta ad emigrare in Germania alla ricerca di un impiego. E’ dura uscire da questa bolla di assordante inedia. Ma al grande teatro serve il dramma per manipolare il destino. Paul a 10 anni assiste alla morte di un amico, un incidente, un camion di surgelati spazza via da questo mondo il coetaneo Steven Spraggon. Paul smette di piangere tra le mura di casa, sospende le sedute dagli psicologi, comincia a vincere la sua fottuta paura del buio, smette di rubare nei negozi e allenta il vizio di inserire "pound's" nelle slot machine. Ora è sicuro che il calcio gli allungherà una mano salvifica. A scuola scarabocchia autografi, “diventerò un calciatore famoso”, dichiara convinto alla professoressa. Eppure stecca i primi provini, finché, eccolo il maledetto e bellissimo Newcastle. Lo prendono ed entra in confidenza con il gestore di un pub vicino ai campi d’allenamento (guarda te alle volte la stranezza della vita…) che lo vede giocare e gli affibbia il soprannome “Gazza” per via di quella falcata vacillante, sgangherata, quasi da volatile. Capitano della squadra giovanile allenata da Colin Surgett vince una FA Youth Cup segnando un bellissimo goal contro il Watford e brinda con qualche bicchierino di troppo che accendono la prima, enorme, spia rossa sul suo personale cruscotto mentale. Si, ok, ora però spunta lui. Jimmy “ five bellies” Gardner ossia il compiuto guardiano dell’identità locale. La storia di Jimmy Cinque pance è un autentico mosaico. Un insieme di frammenti tesi a comporre il tratteggio di un’amicizia, di un disegno a base alcolica che ha i tratti di una gigantesca sbronza, di una pinta ancora da svuotare. Jimmy è il migliore amico di Gazza. Da sempre. Difficile ricostruire il percorso del personaggio. Per farlo bisogna abbandonare qualsiasi speranza di continuità narrativa e lasciarsi trasportare dallo scorrere dell’aneddoto, apprezzare la fugace briosità dell’effervescenza. In ogni momento della vita al limite di Gazza, in ogni suo segmento emerso, vi è un attimo in cui dal cono d’ombra esce Jimmy, e non potrebbe essere diversamente, poiché Jimmy non è altro che una figura evocativa che accompagna le gesta del folle; è il suo ritratto di Dorian Gray, il suo contratto faustiano con i bassifondi del delirio, l’immagine decadente di quello che sarebbe stato se, un giorno del 1967, le muse del calcio non avessero guardato un attimo in quel fumoso angolo d’Inghilterra per regalare talento dall’unione di papà John con mamma Carol. Gardner di professione è “builder”, il classico “Northern fat lad” un bestione capace di filare via tranquillo con quindici “Snakebite” a sera. Con Gazza fu amore a prima vista, avevano 14 anni i protagonisti e “ lard arse” il primo delicato epiteto. Nelle parole di Jimmy c’è sempre grande riconoscenza per l’amico talentuoso che gli ha permesso di viaggiare un po’ dovunque, nonché di diventare una modesta celebrità. A sua volta, questo ragazzone è continuamente presente nei momenti decisivi e cervellotici della vita di Paul. Fu lui, infatti, a volare insieme al padre del calciatore in Cina, quando l’ex nazionale inglese pensò bene di finire fuori strada improvvisandosi autista del bus dei Langzhou Flying Horses concludendo il suo squilibrio in hotel a bersi un goccio, o due, o tre, di vodka. Ad interrompere il delirio etilico di Gazza, rannicchiato in posizione fetale nel letto alla stregua del personaggio della metamorfosi di Kafka diventato insetto, fu proprio “ cinque pance” che, una volta in stanza, cominciò a bere “neat whiskey to cheer him up”. Il simile cura il simile, non c’è che dire. 

























Azione terapeutica di una legge naturale enunciata due secoli fa da Samuel Hahnemann. Nella polvere e sull’altare Jimmy Gardner lo ha marcato stretto. Molto peggio della presa bassa di Vinnie Jones. Da quando il suo amico calciatore gli fece mangiare una torta ”modificata” con la merda di gatto, a quando gli regalò un robot programmato per andare nella sua stanza e intimargli: "Make a cup of tea, fat man", a quando furono cacciati dal West Lodge Park Hotel di Londra dopo che le cinque pance di Jimmy erano state viste farsi largo in mezzo alle spaventate anatre del laghetto. Quando Gardner si muove da solo nelle acque della vita, invece, non sembra essere altrettanto efficace come quando divora ali di pollo: nel 1999 viene arrestato per possesso illegale di arma da fuoco. Una vicenda da ricondursi a un certo squallore metropolitano: qualche bicchiere oltre il consentito, un gruppo di ragazzi che lo apostrofa amabilmente ”animal bastard“, la scontata reazione, ed ecco saltar fuori la pistola. Si prenderà sei mesi di carcere per non aver sopportato gli insulti. Dopo il carcere una vicenda di debiti finita in imparruccate aule giudiziarie, misere vicende di ordinaria amministrazione.

“Dovrai aspettare mille anni per rivedere qualcosa di simile, disse Bobby Charlton all’assistente Maurice Setters”.

E’ ora di prima squadra. Nel tempio pagano del St James’s Park resterà tre stagioni guadagnandosi il titolo di giovane dell’anno nel 1988 in First Division. Lo vuole il Manchester United, Paul si promette a Alex Ferguson ma al termine di una triangolazione telefonica finirà a Londra, al Tottenham Hotspur, per la cifra record di 2,3 milioni di sterline. In ogni caso sotto la guida di Terry Venables esplode il talento di Gascoigne e altro: i tifosi l’adorano, dopo ogni rete gli lanciano bambole gonfiabili da baciare e gli cantano bonariamente “he’s fat, he’s round, he bounces on the ground” (è grasso, è rotondo, rimbalza sul prato), gli avversari lo insultano chiamandolo “porky”, gli lanciano delle barrette di “Mars”, lui scarta le confezioni e trangugia gli snack ridendo di gusto e a quel punto, finito l’avanspettacolo, arriva l’accademia: un repertorio di finte, di serpentine, calci di punizione letali e naturalmente qualche bizza come la strizzata ai testicoli dell’arbitro Jeff Courtney o provocatorie annusate di ascella. Attenzione, è ufficialmente esplosa la “Gazzamania”. Bobby Robson, tecnico dell’Inghilterra lo definisce “daft as a brush” (pazzo come una spazzola) ma è impossibile non portarlo ad Italia ’90 dove i tre leoni cedono ai tedeschi in semifinale. 

Con gli Spurs vince la FA Cup contro il Nottingham Forest ma in finale s’infortuna a causa di una stupida ed evitabilissima entrata sulle gambe del terzino avversario Gary Charles. Sedici mesi di stop e tutto da rifare, legamenti del ginocchio destro compresi. Nonostante l’episodio, la Lazio pazienta e acquista Gazza nell’estate del 1991 per circa otto miliardi di lire: il 23 agosto l’aeroporto di Fiumicino è una babilonia: il “naughty boy” arriva nella Città Eterna protetto da un paio di Ray-Ban e da otto gorilla, poi sfreccia via su una Mercedes nera. Quarantasette presenze e sei gol in tre anni, il gretto bottino di Gascoigne, che a Roma si fa notare per i colpi di testa, e non parliamo soltanto di quello andato a segno sotto la Nord nello storico derby del 29 novembre 1992. Le “vacanze romane” con la Lazio del taciturno Dino Zoff e del tabagista Zdenek Zeman finiscono non prima di essersi spogliato completamente nudo su un bus in autostrada. I sanpietrini avviano ad essere estremamente sdrucciolevoli e per converso lo prendono i protestanti dei Rangers dove invece di seguire i sermoni dei pastori e darsi pace dapprima raccoglie il cartellino rosso caduto dal taschino di un direttore di gara e finge di espellerlo ma più che altro si mette a mimare il suono di un flauto orangista durante un usuale, tiratissimo, Old Firm con il Celtic rischiando di scatenare una nuova guerra civile a pochi anni di distanza dal caso Maurice Mo Johnston. 
L’iconica nazionale inglese del decennio continua a coccolarlo e lui all’europeo casalingo la ripaga piroettando gli scozzesi a Wembley e dopo scivola beffardo sul prato nella scenetta della sedia del dentista ma le note indubitabili di “football coming home” non sono sufficienti e anche stavolta si arrende ai rigori alla solita Germania. Dopodiché l’oblio, lento, inesorabile, le cliniche, le terapie, uno scheletro ambulante, pigiami e vestaglie imbarazzanti, segnali di ripresa, minimi, impercettibili. Del resto non si può pretendere eccessive dosi di riflessione da uno che si è fatto bruciare il naso per scommessa. E Jimmy? L’addio, passeggero, fra i due resta tragicomico. Gazza è serrato al Marriot Hotel di Gateshead (la solita regressione materna) e Jimmy corre da lui per portagli delle sigarette, sulla strada, prima di arrivare, decide di fare una sorpresa all’amico in crisi: compra un pollo (potenza terapeutica delle pietanze, altro che ansiolitici). La visita però non risultò felicissima, il lauto pasto non era la medicina giusta che Paul cercava per lenire le ferite, Jimmy non seppe, o forse non volle, gestire la situazione e andò via, lasciando Gazza solo con il minibar vuoto, con il letto della stanza disfatto a fargli da triste specchio dell’anima. Per fortuna i protagonisti di questa storia in fondo sono come Newcastle e Gateshead, inseparabili destini uniti dal disegno urbanistico della vita, yin e yang del talento, tanto quello sprecato che quello mai avuto e quindi destinati a riconciliarsi in eterno per continuare a legittimarsi l’un l’altro. Le ultime notizie ci riportano un Jimmy Gardner convertito sulla via del salutismo supportato nella faticosa sfida alla bilancia dal recupero del suo amico, dalla sua nuova vita. I giorni di Paul Gascoigne pare comincino la mattina presto quando si presenta in una palestra davanti alla spiaggia ghiaiosa di Folkestone (dove ormai vive) e si mette a fare esercizi: addominali, piegamenti e qualche corsetta a cui aggiunge una partitella di calcetto ogni venerdì con una squadra di Bournemouth, qualche puntatina sul campo di golf e occasionali battute di pesca. Dicono non tocchi più un bicchiere e non assuma più droga. “Non so se berrò ancora, –dice Gazza – ma so che non ho bevuto ieri e che non ho bevuto oggi e, toccando ferro, che non berrò neanche domani”. Sembra strano pensare che gli Snakebite e le English breakfast siano uscite dalla vita del nostro “Geordie”. E infatti in un anonimo lunedì del 2012 viene fermato con l’accusa di molestie sessuali su un treno in partenza da York dove una donna ha raccontato di essere stata toccata in maniera inappropriata dall’ex calciatore. Dopo alcune ore di fermo presso la stazione di Durham Gascoigne è stato rilasciato dalla polizia che però ha continuato le indagini fino a una mezza assoluzione previa contante. Le cose sono cambiate? Si, quando non torna ad annegare nel gin. Paradossalmente solo con Jimmy potrebbe farcela, l’uno di fronte all’altro, come Gateshead e Newcastle. Paul “Gazza” Gascoigne e Jimmy “five bellies” Gardner, i figli venuti alla luce dalle acque del Tyne. Riflesso melmoso delle reciproche desolazioni.
Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità e non può quindi essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7/03/2001. L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti che siano lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi all'autore, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima. Le foto di questo blog sono pubblicate su Internet e sono state quindi ritenute di pubblico dominio. Se gli autori desiderano chiederne la rimozione, è sufficiente scrivere un'e-mail o un commento al responsabile del sito.