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2 febbraio 2026

"STAN BOWLES. UN DIAMANTE ALLO STATO GREZZO"

Se avete sempre pensato che George Best simboleggi più di altri il prototipo del calciatore britannico tutto genio (in campo) e sregolatezza (fuori) degli anni ’60, la figura opaca di Stanley Bowles, seppur traslata in epoca leggermente successiva, vi apparirà per molti versi sorprendente, permeata da qualche lato poco chiaro e, globalmente, molto meno appariscente dell’alone misto di sacro e profano che circonda tutt’ora l’eterno ragazzo irlandese. Le vicende meno note, ma di certo non meno clamorose e burrascose, che hanno caratterizzato la carriera e la vita di Bowles sono frutto di un’indole votata alla contrapposizione con il mondo intero, che sfociava in atteggiamenti costantemente sopra le righe e profondamente irriverenti. Indubbio fu il suo genio calcistico, che ne ha fatto uno degli idoli più famosi del calcio albionico nel cuore dei fantastici anni ’70. Un genio naturalmente a corrente alternata, come vuole la tradizione e come si conviene alle teste matte. Un inglese atipico in campo, dotato di grande tecnica sopraffina e di un talento straordinario, seppur mai completamente espresso appieno. Il suo gioco era fatto da dribbling ubriacanti e finte micidiali. Bowles amava irridere più volte i difensori malcapitati dalle sue parti di campo e questo elettrizzava il pubblico. Quando era in giornata, risultava decisivo e devastante.

Nato la vigilia di Natale del 1948 a Collyhurst, sobborgo della grande Manchester, il giovane Stan cresce nei ranghi giovanili del Manchester City di Joe Mercer, nelle cui fila debutta giovanissimo nel Settembre ’67 rifilando due reti al Leicester City in Coppa di Lega. In quella stagione il City vincerà il titolo inglese, ma non ci fu posto per la pur brillante promessa , chiuso da campioni del calibro di Summerbee e Bell. La cessione fu inevitabile, ma ne’ al Bury ne’ al Crewe il giovane Bowles ritrova lo smalto mostrato in precedenza. Sarà il passaggio al Carlisle per £12.000 e l’incontro con Ian Mc Farlane, manager del club rossoblu, a rappresentare il definitivo lancio di Bowles nella Lega inglese. Mc Farlane ne forgia la tecnica e lavora a livello psicologico sul ragazzo, intuendo che va lasciato libero di esprimersi se lo si vuole mettere a proprio 29 agio. Il periodo al Carlisle lo impone come un grande campione in prospettiva, e di conseguenza molti clubs di First Division ne fanno un loro obiettivo. Jim Gregory, presidente del QPR, più di altri crede nel talento cristallino di Bowles ed arriva a sborsare ben £112,000 (una gran bella cifra per i tempi) nel settembre ‘72 per la sua firma. L’approdo a Loftus Road e’ la svolta della carriera: Stan veste la famosa casacca a cerchi blu in campo bianco, e trova la sua dimensione ideale come giocatore.Un “friendly” club, un presidente che stravede per lui, tifosi in visibilio per le sue gesta. Il QPR passera’ da modesta squadra di seconda divisione ad uno dei team piu’ forti d’Inghilterra,che pratica un calcio particolarmente spettacolare. Bowles vi sarebbe rimasto per cinque anni, collezionando 255 presenze in Lega e 70 reti. Ma Londra propone a Bowles orizzonti nuovi anche fuori dal campo:il vizio per le scommesse assume in questo periodo proporzioni preoccupanti ancorché grotteschi. Non era insolita infatti ai tifosi del QPR in fila per entrare a Loftus Road la scena di Bowles, in tenuta da gioco,che sgaiattolava di nascosto fuori dagli spogliatoi a pochi minuti dal fischio d’inizio per andare a piazzare al più vicino allibratore la puntata dell’ultimo momento! Bowles era di conseguenza assiduo frequentatore anche dell’ufficio del presidente Gregory, a cui sempre più spesso si rivolgeva per avere congrui anticipi su premi e stipendi, atti a far fronte ai debiti che aveva con mezza Londra per il suo vizio del gioco. Nell’aprile del ’74 arriva per Bowles anche la maglia dei tre leoni. Il debutto avviene a Lisbona,con Sir Ramsey ,ma il rapporto con la nazionale sarà breve, a causa del solito carattere ribelle. La sua miglior stagione coincise con il leggendario 2° posto del QPR al termine della stagione 75-76, dove gli uomini di Dave Sexton contesero al grande Liverpool di Paisley e Keegan il titolo fino all’ultima partita e forse avrebbero meritato quel riconoscimento per il gioco altamente spettacolare espresso in campo.Con DaveThomas e Gerry Francis , Bowles componeva un trio assolutamente fantastico,incastonato all’interno di una squadra perfetta, geniale e quindi poco costante. Tanti gli episodi della carriera di Bowles che ne hanno fatto un personaggio del calcio inglese. Su tutti, l’episodio di Sunderland, rimasto tra leggenda e realta’ nel folklore dei tifosi britannici.

Un Sunderland-QPR, ultima di campionato stagione 72/73.I londinesi sono già promossi in First Division da più di un mese, i padroni di casa sono freschissimi 30 vincitori della FA Cup, impresa storica per il club dei black cats, che mostrano orgogliosi il trofeo, conquistato battendo il fortissimo Leeds di quel periodo. Ben 43.265 persone stipano il vecchio Roker Park all’inverosimile: l’occasione di vedere la FA Cup a casa propria e’ irrinunciabile. Bowles, annoiato ed evidentemente seccato da tanto giubilo, colpisce(deliberatamente? chissà..) con un violento tiro proprio il sacro trofeo, facendolo cadere dal piedistallo ove era stato posto in prossimità della linea laterale. Fu il finimondo. Invasione di campo e caccia all’uomo; partita sospesa per circa 20 minuti prima che la polizia riuscisse a sedare i furiosi tifosi del Sunderland. Nel gesto dissacrante e provocatorio di Bowles c’e’ un po’ tutto lui stesso.Come anche nell’episodio che ha chiuso di fatto la sua carriera da professionista di un certo livello.
Il Forest gli aveva dato la possibilita’ di ritornare il giocatore che era stato al QPR, quando nel 1980 Stan ne combina un'altra delle sue. Alla vigilia della finale della Coppa dei Campioni, dove i reds di Clough affronteranno l’Amburgo, Bowles litiga ferocemente con il tecnico e capisce che non sarà schierato tra i titolari, ma si accomoderà in panchina. Senza avvertire nessuno Bowles non si presenterà alla partenza per Madrid ed il Nottingham ebbe solo quattro riserve invece di cinque, per la prima volta (ad oggi anche unica..) nella storia della Coppa dei Campioni. Il nostro eroe avrebbe potuto coronare il sogno di una carriera con una medaglia da campione d’Europa, magari con qualche minuto giocato nella serata del Bernabeu, ma a lui non interessavano questo tipo di riconoscimenti. Voleva giocare, far divertire i suoi fans, far ammattire i difensori…poi magari passare da Ladbrokes per una puntatina! Si e’ ritirato nel 1984 a 36 anni …non ha mai vinto nulla, ma è entrato nella storia dei “mavericks” del calcio inglese.
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (dicembre 2003)

23 ottobre 2025

"UK, UN CALCIO A TUTTA BIRRA" di Christian Giordano

«Team which drinks together wins together», la squadra che insieme beve insieme vince. 
La nota citazione di Richard Gough, ex capitano dei Rangers, spiega molto della drinking culture del calcio britannico. A metà anni 90 i Blues dettavano legge in campo e al pub, ambiti dove Gascoigne, lo stesso Gough, Ally McCoist, Ian Durrant e compagni dettavano legge. Altri tempi.

Nel calcio britannico la “cultura del bere” era tradizione. E lo è ancora, nelle serie inferiori. Si gioca, e dopo si va a pinte. George Best, Paul “Gazza” Gascoigne, Paul Merson, Tony Adams (56 giorni di carcere alla Chelmsford Open Prison nel ’90 per guida in stato di ebbrezza; a Jamie Pennant del Liverpool, Jermaine Defoe del Portsmouth e tanti altri è andata meglio), sono solo i più famosi ad essersi spinti troppo oltre, fino a scivolare nell’alcolismo o in altre patologiche dipendenze.

Merson (oltre 500 mila sterline perse alle scommesse) si ritrovò a guidare di notte a fari spenti in cerca di un muro, prima di rendersi conto dell’abisso - di droga, gioco d’azzardo, alcool - in cui era precipitato e che gli era costato la famiglia.

Jimmy Greaves ne uscì, e per anni non toccò un goccio. Negli anni 70 in Stan Bowles, Alan Hudson, Rodney Marsh, Frank Worthington (e persino Robin Friday, il più grande mai giunto nei pro’) veniva identificata una intera generazione di Mavericks: purosangue in campo, senza controllo fuori.
Nel 1998 Malcolm McDonald, ex centravanti di Newcastle Utd e Arsenal e recordman di reti (cinque) in una partita con la nazionale, per disintossicarsi, convinto da Merson, entrò in una clinica da 325 sterline il giorno, cifra co-versata dalla PFA, il sindacato giocatori.

Per emularlo, nel 2000, Adams – prostrato da anni di “Tuesday club”, le bevute del martedì – ne ha addirittura fondata una, la Sporting Chance (appena sovvenzionata con 50 mila sterline dalla FA), specializzata nella disintossicazione di sportivi professionisti affetti da varie forme di dipendenza: alcool, gioco d’azzardo, stupefacenti. Tra i primi a beneficiarne Adrian Mutu, l’attaccante romeno della Fiorentina licenziato (anni fa) dal Chelsea per uso di cocaina.

L’esempio di Adams è stato seguito anche da Alex Rae, ex giocatore di Sunderland, Millwall e Rangers. Ha smesso di bere, 29enne. E a Glasgow ha aperto una struttura no-profit di recupero per alcolisti e tossicodipendenti. Bere in compagnia, in passato, veniva visto come lasciapassare per essere accettati dal gruppo, per non dire branco. O come passatempo sociale. Emblematici i casi degli irlandesi al Manchester United: Norman Whiteside (del nord), Roy Keane, compagno di sbronze dello sciupafemmine Lee Sharpe, e il nero Paul McGrath («bere mi dava coraggio»). O quello di James Beattie, che aggredì con una mazza da golf John Arne Riise nel ritiro del Liverpool.

Gascoigne era così abituato alla “poltrona del dentista” – famigerata usanza da ritiro che toccò il culmine con l’exploit dei nazionali inglesi in un pub di Hong Kong prima di Euro 96– che dopo un gol con l’Inghilterra la mimò nell’esultanza: steso a terra a bocca e braccia aperte, beveva a getto dalla borraccia che Teddy Sheringham, in piedi, gli spremeva contro sotto gli occhi di Gary Neville. Per una volta, però, era acqua.

Tutto è cambiato con l’arrivo di calciatori e tecnici stranieri, primi fra tutti Dennis Bergkamp e Arsène Wenger, il quale all’Arsenal impose subito la chiusura del bar del club ai giocatori.
Lo stesso hanno fatto al Liverpool lo spagnolo Rafa Benítez, e prima di lui il francese Gérard Houllier (quando i turbolenti giovani dei Reds venivano chiamati Spice Boys), e l’Aston Villa ai tempi di John Gregory. Il Manchester United di Alex Ferguson, uno della vecchia scuola, è arrivato a proibire ai suoi i nefasti party natalizi, l’ultimo dei quali (2007) sfociato con un mai chiarito episodio di violenza sessuale ai danni di una 26enne.

Coi bei soldoni in ballo dalla Premier League in giù, ogni club ora dispone di dietologi, nutrizionisti e specialisti che ragguagliano i giocatori sui disastrosi effetti di alcool e altri abusi.
Con non infrequenti, spesso fragorose eccezioni (lo show di John Terry del Chelsea davanti agli atterriti passeggeri americani all’aeroporto l’indomani dell’Undici settembre; le 7-8 pinte di vodka e rum di Jonathan Woodgate la notte in cui venne attaccata Sarfraz Najeib e pagate con 100 ore di servizi sociali, il Lee Bowyer, allora suo compagno al Leeds United, «del tutto fuori di sé» al nightclub Majestyk di Leeds; l’intero Leicester City cacciato da un hotel spagnolo nel 2000; Stan Collymore che picchia la compagna Ulrika Jonsson, poi fiamma di Eriksson, o stacca un estintore), perlomeno nel calcio di alto livello la drinking culture è cessata di colpo. Adesso, la squadra che vince insieme beve insieme. Non viceversa.
di Christian Giordano, da https://sportspoetssociety.blogspot.com

21 ottobre 2025

"SIMPLY GEORGE BEST" di Diego Mariottini (Edizioni LaSerra), 2025

Verso la metà degli anni Sessanta i calciatori inglesi non portano ancora i capelli lunghi fin sotto le spalle e non giocano con la maglia fuori dai calzoncini. Inoltre, George Best ha un’altra particolarità che sembra infrangere qualsiasi forma di etichetta in campo (anche se non è il primo in assoluto ad averlo fatto): non si sente granché a suo agio con i parastinchi, se può non li mette. A suo rischio e pericolo, ma non per vezzo o altro. 
È per altri motivi che vuole farsi notare da quelli sugli spalti e da chi scrive sul giornale. Matt Busby ne è perfettamente consapevole. Infatti, chiude un occhio, anzi, talvolta se li benda entrambi. Come fa il presidente stesso, Harold Hardman. «Hey, che problema c’è? Una bevutina ogni tanto non fa male a nessuno» sostiene convinto il capo supremo. 
A dire il vero il problema c’è, perché a forza di tenere gli occhi chiusi possono sfuggire dettagli importanti. Come, per esempio, il fatto che un ragazzo promettente passi buona parte del tempo libero nei pub di Manchester dove notoriamente non servono aranciata e Coca-Cola. 
Per di più, la fama sta rendendo sempre più appetibile agli occhi delle ragazze un giovane che, per carità, brutto non è, ma quando si diventa personaggi pubblici non serve un genio per rendersi piacenti agli occhi altrui. La sottovalutazione di un problema è essa stessa un problema.

3 ottobre 2025

"MAVERICKS & CULT HEROES del calcio Britannico" di Remo Gandolfi (Urbone), 2019

L’impossibilità di essere normali è un bene o un male? Come per molti aspetti della vita, dipende. Specialmente se il giudizio sulla normalità o sul suo contrario arrivano a posteriori, dopo molti anni, e in un contesto completamente diverso dal punto di vista mediatico. Remo Gandolfi va ad esplorare personaggi al limite, spesso oltre il limite, e sono i MAVERICKS cioé i cavalli pazzi, e quelli che anche senza aver fatto nulla di rivoluzionario sono diventati eroi popolari, calciatori il cui ricordo permane al di là del loro talento. EROI DI CULTO, sopravvissuti nel ricordo alla fine della loro carriera e in alcuni casi ingigantiti dal tempo oltre i loro meriti: ma quando si ha la passione per un calcio che non esiste più, inghiottito dalla globalizzazione tra le risate di scherno di molti verso chi non si vuole prestare al gioco, è cosa buona e giusta mantenere e incrementare la memoria di chi ha fatto parte di periodi irripetibili della storia del calcio inglese. La domanda che viene posta proprio alla fine del profilo di molte di queste storie è quella che ci poniamo noi: dove sarebbero arrivati questi “cavalli pazzi”se avessero avuto una testa diversa? Ma la risposta c’è: con una testa diversa non sarebbero stati maverick e dunque di loro non si parlerebbe tuttora con questa devozione, con questo rammarico e con questo affetto, anche quando sia addolorato per le occasioni perdute. La scelta dell’autore di introdurre quasi tutti i capitoli - evitando per sensibilità quelli in cui il giocatore sia deceduto o in condizioni non ideali, come Gary Speed o Stan Bowles - con un discorso in prima persona del relativo protagonista, un discorso verosimile e circostanziato, è una porta di ingresso al ritratto più dettagliato che segue e alla ricchezza di aneddoti che chiudono ogni ritratto, una serie di perle frutto di una ricerca e di una memoria eccezionali.

Memorizzateli e teneteveli stretti, per fare bella figura alla prossima cena, alla prossima giornata in spiaggia o al pub. Dopo, saprete chi ringraziare.


29 settembre 2025

"JIM BAXTER. RIBELLE PER VOCAZIONE" di Leonardo Aresi

Tonight I'm a Rock 'N' Roll Star.
Il talento di uno sportivo è innato, indomito e spesso destinato alla grandezza. Così è stato il talento di James Curran Baxter, nato il 29 Settembre del 1939 a Hill O’Beath, un minuscolo villaggio situato sulla ventosa costa orientale della Scozia. Una volta conclusa con ottimi voti la carriera scolastica, Jim venne instradato dai genitori ai lavori in miniera come molti altri suoi coetanei. Era il secondo dopoguerra e le fameliche fauci dell’industria britannica bramavano carne fresca.
L’esaltazione delle sue enormi potenzialità con la palla tra i piedi era quindi circoscritta al rito pagano di quartiere: la partita della domenica con gli amici. Il ragazzo era un autentico narciso, uno sbruffone pieno di sé e del proprio gioco. La sfera rimaneva incollata ai suoi scarpini fin quando decideva lui e soltanto lui. Dei continui richiami che riceveva in campo dai compagni se ne fregava alla grande. Guascone per natura. E Baxter non l’ha mai rinnegata la sua natura. Né tantomeno ha provato ad arginarla. Anzi l’ha assecondata ed esasperata fino in fondo, anche a costo di pagarne un tragico conto.

Le spensierate sgambate di pasoliniana memoria rappresentarono solamente il punto di partenza verso qualcosa di molto più grande. Quel talento non poteva certo sfiorire sotto i colpi di piccone. Baxter in cuor suo ne aveva piena consapevolezza ma a prendersi sul serio faceva davvero fatica. E lo dimostrò in maniera eclatante quando per la prima volta gli fu concessa la possibilità di firmare nero su bianco un contratto da calciatore. Quel moccioso arrogante, nel giorno del suo provino con la squadra giovanile dell’Halbeath, rimase inchiodato al tavolo da gioco della sala scommesse di Hill O’Beath.

Una partita a poker e una fumata di sigaro circondato da manovali e pescatori avevano la priorità. Persa la mano decisiva e finiti i denari da sperperare, a Baxter non restò altro che sfogare la propria delusione incantando con prodezze mirabolanti gli allenatori a cui inizialmente aveva dato buca. Non se la fecero scappare quella fenomenale testa di cazzo. Questione di poco tempo e l’attenzione delle squadre più blasonate della regione era tutta su di lui. Nel 1957 fu il Raith Rovers ad assicurarsi i suoi colpi di genio. Memorabile la vittoria contro i Rangers nel 1958 di cui fu indiscusso fautore.

“È nata una stella” titolavano le pagine sportive di tutti i giornali all’indomani del trionfo.

Gli anni trascorsi a Kirkcaldy fecero da trampolino di lancio per una delle più appassionanti ed intense storie che il calcio scozzese abbia mai conosciuto. Baxter nel 1960 approdò, per la cifra record del tempo di 17.500 sterline, proprio nei Blues di Glasgow, giganti assoluti del movimento calcistico nazionale che all’epoca già potevano vantare 31 titoli in bacheca. L’allenatore Scot Symon era fermamente convinto che le giocate di quello scapestrato centrocampista avrebbero permesso ai suoi uomini di fare il definitivo salto di qualità.

Slim Jim, come lo ribattezzarono i tifosi per il suo fisico longilineo, debuttò con lo stemma della casata di Govan cucito sul cuore in occasione di un incontro estivo di Coppa di Lega contro il Partick Thistle. A Novembre mise a segno le sue prime reti in campionato e nei quarti di finale della Coppa delle Coppe contro il Borussia Mönchengladbach. Finì 8-0 quel match: uno dei più grandi massacri europei di sempre a tinte blu. L’agile eleganza di quello spilungone fece immediatamente breccia nei cuori del popolo di Ibrox. Il suo estro fuori dagli schemi mozzava il fiato a chi fino ad allora era stato abituato a concepire il calcio come una scienza esatta. Baxter con i suoi guizzi al di là di ogni logica era riuscito a scatenare in campo una rivoluzione pari a quella che Beatles e Rolling Stones trasmisero dal palco con la loro musica.

«Un giorno ero un giocatore del Raith Rovers che cercava di rimorchiare al Cowdenbeath Palais, ed il giorno dopo ero a Glasgow circondato da ragazze che si gettavano impazzite su di me. Si era verificato un grande cambiamento nella mia vita e di certo non me lo sono lasciato sfuggire».

In un’epoca nella quale la parola del manager era legge, Jimmy decise di farsi guidare solo dall’istinto. Le donne, l’alcol, il gioco d’azzardo, gli abiti firmati e la vita notturna spericolata nei locali di Glasgow alimentarono come benzina sul fuoco la sua leggenda. Il levriero del Fife è stato l’emblema della classe operaia catapultata in paradiso. Allenarsi con regolarità ovviamente era fuori discussione e questo lo portò a scontrarsi più volte a muso duro con i senatori della squadra e con lo stesso Scot Symon che a malincuore era continuamente costretto a chiudere un occhio sulla sua condotta indisciplinata. Quel demonio se ne infischiava di qualsiasi codice comportamentale presentandosi ubriaco ai raduni prima delle gare ufficiali o addirittura concludendo in commissariato le notti brave della vigilia.

I giocatori dei Rangers allora più che mai rappresentavano l‘establishment protestante ed unionista della nazione ma a Baxter poco importava. Fu tra i pochissimi in quegli anni a fraternizzare con i nemici cattolici dell’altra sponda del fiume Clyde. Bandiere del Celtic come il capitano Billy McNeill, Pat Crerand e Mike Jackson divennero infatti suoi carissimi amici. Del settarismo religioso, politico e sociale che divideva le due fazioni non se ne curava. Nelle stracittadine però non conobbe pietà. Fu una vera e propria bestia nera per i biancoverdi con un invidiabile score di due sole sconfitte in diciotto incontri totali. Dal 1960 al 1964 la popolarità di Jim Baxter non ebbe eguali nel panorama calcistico scozzese. Il suo ostinato anticonformismo era sulla bocca di tutti. Come diceva Oscar Wilde, amare se stessi è l’inizio di un romanzo lungo quanto la vita.

Baxter fu il Deus ex machina in ogni conquista collettiva dei Gers di quel periodo. Il bottino recita 10 titoli di cui 3 campionati, 3 Coppe di Scozia e 4 Coppe di Lega. Non male per uno che era solito consumare senza tregua quantità industriali di Bacardi. Il culto del ragazzone fece proseliti anche tra i sostenitori della Nazionale. La Tartan Army stravedeva per lui. Il 6 Aprile 1963 davanti ad una platea oceanica di quasi 100.000 spettatori, Slim Jim fece del tempio del calcio il suo salotto di casa. Oltre a mettere a segno una doppietta, con un tiro dal limite dell’area ben angolato ed un superbo calcio piazzato su rigore, riuscì letteralmente a destabilizzare gli inglesi presenti a Wembley con i suoi improvvisi cambi di direzione ed i suoi lanci balistici da una parte all’altra del campo.

90 minuti di assoluta perfezione consegnati alla storia: il masterpiece della sua carriera. Un gruppo di tifosi dell’Arsenal dopo quella sconfitta per 1–2 firmarono addirittura una petizione pregando in tutti i modi il loro board di portarlo ad Highbury. La proposta non si concretizzò mai. Le voci sulla sua profonda mancanza di professionalità avevano fatto il giro dell’isola e per molti club Jim era considerato uno squilibrato da tenere alla lontana.

«Tutto quello che ho fatto in campo è stato puro istinto. Forse mi sono divertito un po’ troppo, ma in fondo cos’è troppo? La moderazione l’ho sempre lasciata ai moderati. Senza pentirmene nemmeno una volta».

Il 23 Ottobre 1963 partecipò alla sfida tra l’Inghilterra ed una rappresentativa FIFA per celebrare i 100 anni della Football Association. Un ulteriore lustro a livello internazionale in quella annata magica. Giocò al fianco di campioni che siedono di diritto nell’Olimpo del calcio come Francisco Gento, Alfredo Di Stéfano, Ferenc Puskás, Eusébio, Raymond Kopa e Lev Yashin. Qualche anno più tardi, dopo l‘amichevole tra Scozia e Brasile, un certo Edson Arantes do Nascimento meglio noto come Pelé disse ai cronisti che lo tempestavano di domande fuori da Hampden Park che Baxter sarebbe dovuto nascere brasiliano viste le qualità tecniche di cui era padrone. George Best poco prima di morire, in un’intervista rilasciata al magazine FourFourTwo, lo inserì nel suo undici ideale. E chissà di cos’altro sarebbe stato capace se nel 1964 una frattura scomposta alla gamba durante una gelida trasferta viennese di Coppa Campioni non avesse pregiudicato il prosieguo della sua carriera.
di Leonardo Aresi, da https://www.rivistacontrasti.it

9 settembre 2025

"GASCOIGNE. GENIO & SREGOLATEZZA" di Luca Manes

























“Paul Gascoigne è l’unica star di livello mondiale prodotta dall’Inghilterra dal 1966 ad oggi”.
Lo diceva Alex Ferguson – che di giocatori di un certo spessore tecnico ne ha allenati un bel po’ – forse c’è da credergli. Ovviamente Gazza rimane uno dei grandi rimpianti dello scozzese, che un tentativo di metterlo sotto contratto lo aveva anche fatto. “Annoverandolo nella mia squadra sono sicuro che sarei riuscito a fare qualcosa di buono per lui”
E anche in proposito non sussistono molti dubbi. Chissà, forse Sir Alex sarebbe riuscito a imbrigliarlo a dovere, o quanto meno a mettere un freno ai suoi eccessi, come fece con un’altra testa calda quale Eric Cantona.
Chi però deve rimpiangere ancor di più il mancato approdo a una squadra di altissimo livello come lo United è proprio lui, quel mattacchione di Gascoigne.
Troppi gli episodi che lo hanno penalizzato, quasi tutti da imputare alla sua condotta non proprio irreprensibile, dentro ma soprattutto fuori dal campo. Eppure che fosse un predestinato si capì fin dagli esordi nel Newcastle United, la sua squadra del cuore, dove formava coppia con il brasiliano Mirandinha e deliziava le gradinate del St. James’ Park con colpi di genio assoluti. Personaggio lo è stato fin dalla prima ora e gli aneddoti su di lui si sprecavano già quando vestiva la maglia bianconera. Tanto per capirci, quando i tifosi avversari gli davano del ciccione e gli tiravano le barrette di cioccolato, lui rispondeva mangiandosele!

Nel 1988 un Tottenham quanto mai ambizioso, allenato da Terry Venables e in procinto di strappare Gary Lineker al Barcellona, superò la concorrenza del Manchester United e fece sì che Gazza diventasse il primo inglese a doversi accollare l’ingombrante etichetta di giocatore da oltre due milioni di sterline. Con gli Spurs giunse la definitiva consacrazione in patria, ma a livello internazionale ci pensò Italia 90 a farlo entrare nell’esclusivo club dei fuoriclasse assoluti. Gascoigne quel torneo lo giocò da protagonista. Le sue lacrime durante la semifinale persa contro la Germania commossero il Paese, ma non bisogna scordare che il quarto posto raggiunto a quella Coppa del Mondo è tuttora il miglior risultato dei Tre Leoni a un mondiale, eccezion fatta per il trionfo del 1966. Finalmente nel firmamento delle stelle globali si poteva annoverare un calciatore inglese, che riusciva a coniugare alla perfezione estro e fantasia di stampo latino con grinta e determinazione, le caratteristiche tipiche del calcio britannico.

All’epoca la nostra bistrattata Serie A era ritenuta, a ragione, il campionato più bello e competitivo del Pianeta, la destinazione più ambita di tutti i campioni. Gazza non fece eccezione, meritandosi le attenzioni della Lazio cragnottiana. Peccato che il ragazzo, poche settimane prima di trasferirsi a Roma, nei primi minuti della finale di FA Cup contro il Nottingham pensò bene di commettere un fallo da indagine di Scotland Yard, procurandosi la rottura dei legamenti del ginocchio destro. Singolare il fatto che Gazza si accorse della reale entità del suo infortunio qualche minuto dopo essersi pure schierato in barriera e aver assistito al vantaggio del Forest… Gli Spurs finirono per vincere quella coppa, portata di fretta e furia in ospedale dal povero Paul per rendere partecipe della festa anche lui. Quel trofeo, l’unico vinto su suolo inglese, portava anche la sua firma. Se nell’atto conclusivo era stato quanto meno sciagurato, in semifinale contro l’Arsenal aveva incantato Wembley, segnando una punizione alla Zico.
I nefasti effetti dell’entrata assassina su Gary Charles valsero a Gascoigne un anno di inattività e alla Lazio un cospicuo sconto sul contratto di acquisto dal Tottenham (da 5,5 milioni di sterline si passò a 3,5).
Con i bianco-celesti, a causa di altri problemi fisici, Gazza giocò poco, ma tutto sommato bene. Nei minuti finali di un derby segnò un goal di testa sotto la Curva Nord che accrebbe in maniera esponenziale la sua posizione di idolo assoluto della tifoseria laziale, che del nativo di Gateshead amava il genio quanto la sregolatezza, tante le sue goliardate nel periodo romano, con rutti davanti alle telecamere e vagonate di scherzi ai compagni di squadra. 

A metà degli anni Novanta, però, colui che Diego Armando Maradona non tanto tempo prima aveva designato come suo erede naturale si ritrovò con un fisico pieno di acciacchi (un altro infortunio molto serio lo rimediò in allenamento fratturandosi tibia e perone in un contrasto con Alessandro Nesta) e un bisogno urgente di rivitalizzare una carriera in apparente declino accasandosi ai Rangers. 
Una carriera purtroppo già condizionata in maniera pesante da episodi extra-calcistici (botte alla sua fidanzata e qualche ubriachezza molesta di troppo). A differenza della versione attuale, agonizzante e sull’orlo del fallimento, la compagine di Glasgow all’epoca era una delle corazzate del calcio europeo, che con Gazza si aggiudicò due dei nove campionati consecutivi fra il 1989 e il 1997. Nel mentre si ricordano altre prestazioni da incorniciare in nazionale durante l’Europeo casalingo del 1996 e un’altra delusione nella semifinale persa ancora ai rigori contro la solita Germania. La marcatura nel derby contro la Scozia – sombrero a Colin Hendry e stoccata al volo per trafiggere Andy Goram – è stato forse l’ultimo lampo di classe ad abbagliare la platea internazionale. Durante il primo Old Firm del 1998 rispose con un “gesto settario”, ovvero mimando di suonare il flauto delle marce orangiste protestanti, a una provocazione dei tifosi del Celtic. Apriti cielo. Dopo minacce di morte e reprimende della Scottish Football Association, decise lasciare Glasgow per riavvicinarsi a casa.

A Middlesbrough arrivarono le ultime perle di calcio di un giocatore già assalito dai demoni dell’alcool e di chissà cos’altro, che alla notizia dell’esclusione dalla rosa dell’Inghilterra per i mondiali francesi fece a pezzi una camera d’albergo. In seguito le poche presenze raccattate tra Everton, Burnley, i cinesi del Gansu Tianma e Boston United sembrarono solo l’estremo tentativo di posticipare un ritiro ormai inevitabile, coinciso con la stagione 2004/05.
Sparito dal rettangolo da gioco, Gazza continuò a essere una presenza fissa sui tabloid. Colpa dei suoi eccessi, delle incredibili dosi di alcool trangugiate (per mesi si scolò una bottiglia di whisky al giorno) e delle risse, degli incidenti di macchina e delle strisce di cocaina, dei guai con le giustizia e di terapie riabilitative che, a suo dire, lo hanno quasi spedito all’altro mondo. La sua confusione mentale era così estrema che quando il Barnsley sconfisse il Chelsea nella FA Cup del 2008 lui decise di festeggiare alla grande, per “rendere omaggio” alla sua ex squadra. Peccato che con i Tykes non avesse mai giocato e che semplicemente avesse confuso Barnsley (città dello Yorkshire) con Burnley (che si trova in Lancashire e con il cui club aveva avuto una fugace apparizione nel 2002). Ma di storie anche meno amene ce ne sarebbero da raccontare così tante da riempire un’enciclopedia.

Da questo punto di vista non aveva proprio nulla da invidiare al suo mentore Maradona, né al gruppo di giocatori talentuosi ma scavezzacollo che a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta furono bollati dalla stampa con l’appellativo di Mavericks (letteralmente, vitelli senza marchiatura). “Irregolari” che tra le loro fila ospitavano di diritto una celebrità come George Best, del quale in fatto di frequentazioni femminili e predisposizione alcolica si sa un po’ tutto. Non che i vari Stan Bowles, Rodney Marsh, Peter Osgood e Frank Worthington fossero da meno nell’approccio “molto spensierato” al football. In comune questi ultimi avevano tutti un intenso ostracismo da parte dei responsabili tecnici della nazionale inglese. Le loro presenze con la nazionale, infatti, furono scarsissime, un po’ per i loro caratteri alquanto complicati, un po’ perché espressione di un calcio fantasioso e anticonformista che in terra d’Albione non era troppo apprezzato. Lo stesso Bobby Charlton, l’ultimo campionissimo inglese prima di Gascoigne, è rinomato per la concretezza e il suo fiuto del goal, non esattamente per invenzioni degne del suo compagno di squadra dalla chioma fluente e dal tocco vellutato (Best, per l’appunto). Quanto meno Gazza con i Tre Leoni ha messo insieme 57 presenze e 10 reti e se ne fosse stato per i problemi fisici e le mattate varie di caps ne sarebbero arrivati ancora di più. Un chiaro segnale di come pian piano il football d’oltre Manica stia cambiando. Il problema è che al momento gente con la fantasia e i piedi di Gascoigne in Inghilterra non se ne trovano. L’unico che forse può essergli accostato è Wayne Rooney. Il soprannome è simile (Wazza), le marachelle non mancano (anzi), a essere differente è il rendimento in nazionale (troppi i suoi flop durante le grandi competizioni internazionali) e soprattutto un dettaglio non proprio insignificante: ad allenare il ragazzo di Croxteth è stato Alex Ferguson.
di Luca Manes

15 luglio 2025

"LE TISSIER. Lo chiamavano LE GOD" di Ivano Brindisi (Garrincha Edizioni), 2025

"Le God". Icona dei Saints. Tutto si tiene. Un fisico strano, capace di movimenti sinuosi, bellissimi. Un' andatura caracollante ma in grado di produrre giocate incredibili. Matthew Le Tissier, dall'Isola di Guernsey a Southampton, nell'Hempshire. Ivano Brindisi ci conduce nel viaggio di un calciatore di classe sopraffina che ha legato la sua carriera, la sua vita, ad un'unica squadra, riempiendo gli occhi di una città "periferica" del calcio inglese, di una bellezza che resta, unica. Eterna.

14 luglio 2025

"ALAN GROVES. UN TALENTO NON VALORIZZATO" di Gian Paolo Manfredini

ALAN GROVES (24 October 1948 – 15 June 1978)
"A sad, a sad day for those fans who enjoy the unpredictable, the unorthodox and the unconventional'.

Sono queste le parole di commiato a seguito della improvvisa morte per arresto cardiaco di Alan Groves centrocampista di 29 anni nato a Southport Mersyside.
Chi è stato Alan Groves? Pochi lo conoscono perchè non ha calcato grandi palcoscenici, ma forse per la morte prematura o per aver vissuto il periodo calcistico dei 'mavericks' tanti lo ritengono superiore a Robin Friday come 'best player you never knew..".
Fisico possente, oltre 6 piedi di altezza e nonostante la carnagione chiara con i suoi capelli afro e le perline al collo ricorda più un surfer che un suddito di sua Maestà.
Gioca a centrocampo con spiccate propensioni offensive si avvicina al football professionistico a 20 anni. Ignorato dal club della sua città lavora come camionista e gioca in un club di amatori il BLOWICK FC prima che il Southport noti il suo ritmo e la sua forza di gioco. Solo 14 partite in 2 anni poi nel 1971 se ne va agli ambiziosi rivali del Chester City. L'anno dopo raggiunge uno dei superstiti di Monaco Harry Gregg in Third Division allo Shrewsbury.
Nel 1973 Groves firma per Bournemouth dove gioca davanti ad un pubblico di 20.000 spettatori ed ha come compagno di squadra Harry Redknapp il quale attonito ricorda: un giorno mentre scendiamo dal pulman a Chesterfield per una trasferta una ragazza avvicina Alan e gli dice "Eccoti qua maledetto! prendilo" e gli consegna il suo bambino e se ne va. Alan non fa una piega, consegna il bambino ad alcuni fans perchè lo custodiscano durante la partita poi lo porta con se in pulman al ritorno. Lo affida ai suoi fratelli che lo adottano a Portland Bill dove abitano. Non lo dimenticherò mai. Ma al Bournemouth le cose non funzionano e Hartley manager della squadra lo vende all'Oldham. Dopo poco il Bournemouth gioca a Boundary Park perdendo 4-2 con goal di Groves. Sempre Redknapp ricorda: "Ad un certo punto Alan si sposta con la palla sulla fascia e comincia a scartare tutti quelli che cercano di contrastarlo finchè non arriva nei pressi della panchina e calcia una fucilata addosso ad Hartley il manager che lo aveva cacciato."

Nella grigia cittadina di Oldham con i suoi capelli afro e il suo fascino porta un po' del glamour di Kings Road aprendo la sua boutique e contribuisce a costruirsi la fama di 'George Best' locale, in campo e fuori..
Nei tre anni ad Oldham incanta il pubblico con le sue giocate, i suoi dribbling e le sue invenzioni. Durante una partita contro il Bristol City si prende gioco dell'intera squadra avversaria fingendo durante un'azione di allacciarsi le scarpe per poi ripartire e segnare con una cannonata dalle 20 yarde. Un artista prestato al calcio capace di inventarsi sul momento le giocate più fantasiose o imprevedibili. Come quando avvicinandosi ai ragazzini che seguono la partita a bordo campo gli chiede come vorrebbero che dribblasse gli avversari.
Nonostante la classe, le giocate ed il resto non si è ai tempi dell'informazione globale, i suoi dribbling non vanno su YouTube e Sky o chi per lei non trasmette gli highlights e pochi lo notano. Solo l'Arsenal fa un timido tentativo che l'Oldham respinge avendo in mano il giocatore (non certo come adesso..).
E tanto per non restare anonimo il 18 Settembre 1976 sposa la sua ragazza Debbie. Niente di strano senonchè Debbie ha appena compiuto 16 anni. L'unione desta scalpore e titoli di giornali che aumentano quando il comune gli ordina di rimandare a scuola la sua 'figliola' per terminare gli studi. Alan si rifiuta dicendo che sapendo quando è stata combattuta la battaglia di Hastings non farà di Debbie una moglie migliore. 
Naturalmente si va in tribunale e il padre di Debbie Huxley viene condannato ad un'ammenda di £5, ma Alan non cambia idea e a chi gli chiede se così facendo non ostacola la crescita intellettuale di Debbie egli risponde che ha sposato una donna e non un intellettuale. La saga raggiunge il vertice quando durante il quinto turno di FA Cup la Kop a Liverpool gli canta 'Only Sixteen' di Sam Cooke. I Latics perdono, ma la coppia vince la causa e Debbie dichiara "odio andare a scuola, ho imparato di più in questi mesi che in tutti gli anni di scuola".
L'esperienza a Boundary Park è al termine ed Alan viene ceduto nel 1978 per £35.000 al Blackpool sperando che sia il gradino per raggiungere il top level che gli si addice. Ma la squadra non gira e termina il campionato facendo 5 punti nelle ultime 11 partite e pensando di essere al sicuro si imbarca per una tournee in Florida imparando là che i risultati dell'ultima giornata hanno portato la retrocessione del club.
Groves diventa subito un lusso per la Terza Divisione ed egli pensa di ritornare ad Oldham. Ma la mattina del 15 Giugno 1978 mentre egli sta dormendo nella sua casa di Oldham muore per arresto cardiaco. Sparisce un atleta figlio dei tempi di allora che incarna genio e sregolatezza di cui non sono rimaste immagini, ma solo i ricordi folgoranti dei fans e dei compagni. Un ennesimo caso di talento non valorizzato.
di Gian Paolo Manfredini

6 giugno 2025

QUEL PAZZO DI ROBIN FRIDAY..


























Robin Friday, nasce il 27 luglio 1952 ad Acton, un quartiere difficile della zona ovest di Londra. Figlio della working class, Robin si avvicina sin da piccolo al mondo del calcio, ed in un certo senso il suo è un percorso da predestinato essendo la madre figlia di un ex giocatore del Brentford. Dopo aver fallito vari provini per club famosi quali QPR, Chelsea e Crystal Palace abbandona a 16 anni gli studi, si mette a fare il muratore e comincia la sua pazza carriera di calciatore nel Walthamstow Avenue Football Club, club dilettante di Londra fondato nel 1900 ed estinto nel 1988 in seguito ad una fusione con altri club. Passa poi nei "missionari" dell'Hayes, ad ovest di Londra, e quindi più vicino ad Acton, come detto quartiere di nascita di Robin. Con l'Hayes ( club di non-league anch'esso estinto di recente ) Friday guadagna 30 sterline a partita. Durante un match con la maglia biancorossa dell'Hayes Friday entra nella storia dei pazzi del calcio lasciando i suoi compagni a giocare con un uomo in meno per ben 10 minuti, tornando poi in campo, ubriaco, per segnare l'unico e decisivo goal della partita. Nei 10 minuti di assenza Robin era infatti nel pub adiacente il Church Road di Hillingdon, lo stadio dell'Hayes. Il 9 e il 12 dicembre 1972 la sua carriera calcistica prende una svolta: nel secondo turno di fa cup il Reading viene sorteggiato con l'Hayes. Il primo match in casa dei royals termina 0 a 0, il replay, a Londra vede uscire la squadra di Friday sconfitta per 1 a 0. Charlie Hurley, manager del Reading ( all'epoca club di quarta divisione ), si innamora del genio calcistico di Friday e lo porta in biancoblu l'anno successivo versando nelle casse dell'Hayes 750 sterline. Nel febbraio del 1974 debutta contro il Barnsley. I Royals perdono 3 a 2 e lui sigla una delle due reti. Pochi giorni dopo il suo esordio casalingo contro l'Exeter City; nel 4 a 1 finale per il Reading Friday sigla una splendida doppietta. La sua prima stagione è in chiaro scuro, ma Hurley è l'unico a saper gestire i suoi eccessi dentro e soprattutto fuori dal campo, e Friday colleziona 19 presenze e 4 reti in campionato.

L'anno successivo esplode il suo enorme talento: 49 presenze totali distribuite fra campionato e coppa, a fine anno è il capocannoniere della squadra con ben 20 centri, di cui 18 in campionato ( dove il Reading si classifica settimo) con appena due penalty. Nell'annata 75/76 i royals centrano la promozione in terza divisione arrivando terzi dietro il Northampton e il Lincoln City. A trascinarli è Robin che, tra una sbronza e l'altra, segna la bellezza di 22 reti in 46 presenze, di cui 21 in campionato. I suoi goal e le sue giocate gli valgono il titolo di giocatore dell'anno per il Reading. Il celebre gol nel 5-0 al Tranmere del 31 marzo 1976 è ancora impresso nella mente e negli occhi di chi c'era quel giorno, quando Friday realizzò il suo goal più bello: stop di petto appena fuori area con le spalle alla porta e veloce girata al volo senza far toccare terra al pallone che va a morire sotto l’incrocio destro della porta, con la Tilehurst end e l’intero Elm Park a spellarsi le mani. La stagione successiva è avara per Friday, i royals vanno male e a fine stagione tornano in quarta divisione, lui colleziona 21 presenze e 7 reti e viene ceduto, dopo 135 presenze e 53 reti al Cardiff City per la somma di 30mila sterline. Alcuni tifosi storici del Reading raccontano che in quell'anno Friday era spesso irrascibile e che una volta, durante il secondo tempo di un match casalingo contro lo Swindon Town, sotto una pioggia incessante, Robin si avvicinò alla tribuna chiedendo ai propri tifosi quale fosse il risultato della partita in corso. Un'altra volta, in un match contro il Preston NE venne espulso per una manata al difensore Mark Lawrenson. Friday rientrò ma non nel suo spogliatoio bensì in quello del Preston dove defecò nella borsa di Lawrenson.

Al Cardiff, all'epoca in second division, le cose andarono peggio: appena arrivato in Galles venne arrestato alla stazione centrale e la notte prima del suo debutto contro il Fulham andò in un pub a scolarsi una dozzina di bottiglie di birra per poi tornare al suo hotel. Il giorno dopo segnò due goal, a marcarlo c'era un certo Bobby Moore, che seppur calcisticamente in declino, venne surclassato dalla potenza di Robin e poi omaggiato dallo stesso Friday con una irrispettosa strizzata ai testicoli...All'interno dello spogliatoio del Cardiff tutti sapevano dei suoi problemi con l'alcool e la sua attrazione per le belle donne e l'lsd. Di quell'anno in Galles si ricordano le sue impressionanti giocate in campo divise in appena 21 presenze e 6 reti, di cui una irriverente contro il Luton nel quale Friday, capello lungo e basetta folta, venne immortalato nel gesto ( diretto al portiere avversario ) del vaffa a v effettuato con l'indice ed il medio della mano destra, foto poi che divenne anche la copertina di un disco
Jimmy Andrews, all'epoca team manager dei bluebirds, ad un giornalista che gli chiedeva come pensasse di gestire l'esuberanza di Robin rispose: " Non so quale è il suo problema, era già cosi quando lo acquistai dal Reading. Temo che Robin sia un caso disperato e irrecuperabile". Il Cardiff gli revocò il contratto, Friday tornò a Londra e iniziò la sua discesa all'inferno in un turbine di alcool, droghe e problemi mentali...

Purtroppo, per il ribelle Robin, Andrews non sbagliò: Friday, il più grande calciatore mai visto ( titolo del libro inglese a lui dedicato ), venne trovato morto nel suo appartamento londinese il 22 dicembre del 1990. Arresto cardiaco da overdose disse il medico legale. Robin aveva appena 38 anni...
di Giacomo Mallano

14 maggio 2025

GIORGIO CHINAGLIA. Lo Swansea e Wembley

Tanti appassionati di calcio conoscono o hanno sentito nominare Giorgio Chinaglia, indimenticato condottiero della Lazio tricolore del 1974. Molti altri ne avranno sentito parlare a metà degli anni 80, quando divenne presidente del club biancoceleste di Roma e soprattutto quando nel tentativo di acquistare di nuovo la Lazio dall’attuale presidente Lotito è finito nel mirino dei magistrati per presunti affari legati alla camorra. 


Noi in questo articolo racconteremo il Chinaglia delle origini, quelle che in pochi conoscono. Voi ci chiederete cosa c’entri Long John con il calcio anglosassone. Leggete il nostro racconto e lo scoprirete. Agli inizi degli anni 50 il padre di Giorgio Chinaglia, Mario, emigrò in Galles, precisamente a Cardiff, per cercare un lavoro che potesse migliorare le condizioni economiche della sua famiglia in quel di Carrara. Giorgio, tre anni dopo la partenza del padre, all’età di 8 anni, raggiunse i genitori a Cardiff. Gli ci vollero due giorni per arrivare in Galles: da Carrara a Genova, poi a Milano, Calais, Folkestone, Londra e alla fine Cardiff. 
All’età di 11 anni Giorgio si sentiva più gallese che italiano e due anni più tardi, nel 1961, dopo il match tra Inghilterra ed Italia vinto dagli inglesi 3 a 2 all’Olimpico di Roma con rete decisiva del mitico Jimmy Greaves confessò al padre che aveva tifato per la nazionale di Sua Maestà. Mario Chinaglia, ferito nel suo orgoglio di italiano emigrante, per poco non linciò suo figlio, che si rinchiuse in bagno per diverse ore, fino a quando la furia del padre non si placò. In pochi anni Mario Chinaglia, uomo di sani principi e attaccatissimo al suo paese d’origine, divenne, da operaio in un’acciaieria a proprietario di un ristorante. Giorgio in quegli anni frequentava la Lady Mary’s Grammar School di Cardiff

Come molti sanno lo sport nelle scuole anglosassoni è molto considerato e di conseguenza praticato. Giorgio giocava a rugby ma nelle sue vene scorreva il sacro fuoco del calcio. Si trovò di fronte ad una scelta difficile per un ragazzino, seppur sveglio, di 12 anni: o il rugby o il football, oltretutto l’allenatore di rugby della scuola era un tipo tosto, di poche parole, che voleva che il futuro attaccante della Lazio preferisse la palla ovale. Giorgio però era un ribelle e seguì il suo istinto, scegliendo il calcio. I goals gli riuscivano facili già all’epoca sia quando giocava nella Lady Mary’s sia nella Cardiff School, che a volte giocava nello stadio
Ninian Park. Proprio dopo una partita giocata nella casa del Cardiff, in cui fece faville, venne notato da un osservatore del più famoso club gallese, che invitò Giorgio ad effettuare un provino. Alla fine, non se ne fece nulla e Chinaglia accettò le offerte di un'altra persona che aveva assistito a quella partita, un certo Walter Robbins che era l’allenatore dello Swansea Town Club ( che attualmente si chiama Swansea City). 
Dopo il periodo di apprendistato dove Giorgio puliva anche le tribune dello stadio, Chinaglia ebbe un primo anonimo esordio nella serie B della lega calcistica inglese a 15 anni, in un match di Football League contro il Rotherham. Circa un anno dopo venne impiegato nella sua prima partita di campionato, contro il Portsmouth. Il capitano e terzino dei Pompey era il veterano Jimmy Dickinson, che in gioventù era stato uno dei migliori centrocampisti di tutta l’Inghilterra e quel giorno fu messo alle costole del giovane Chinaglia. Nonostante avesse la metà degli anni di Dickinson Giorgio non strusciò un pallone. Non molti sanno che all’epoca l’idolo indiscusso di Chinaglia, così come di tanti ragazzini degli anni 60, era il grande Bobby Charlton. Giorgio voleva diventare come lui e quel giorno, impotente di fronte all’esperienza di Dickinson, la sua corsa subì una brusca frenata. Dopo 6 presenze in prima squadra nella stagione 64/65 l’allora presidente dello Swansea Town, Glen Davis, svincolò il diciannovenne attaccante italiano e quando alcuni addetti ai lavori chiesero a Davis perché lasciasse andare un giovane centravanti che segnava molti goal (seppur nella squadra riserve) senza cercare di venderlo a qualche altro club lui seccato rispose: <<Perché non sarà mai un professionista>>.

L’anno successivo al “licenziamento” dallo Swansea, Chinaglia grazie anche all’intervento del padre Mario, ottenne un ingaggio alla Massese, serie C1 italiana. La gente di Massa ricorda ancora l’arrivo di Giorgio nella cittadina toscana: sembrava tutto meno che un italiano, aveva assorbito totalmente la cultura giovanile inglese e il suo modo di vestire con giacche di velluto, pantaloni a tubo attillati e capelli lunghi alla Beatles provocò non pochi commenti tra la gente di Massa. Nel frattempo il Cardiff City si era nuovamente interessato a lui ma ormai era iniziata la sua carriera italiana, che passò per l’Internapoli sempre in C fino a sfociare nella Lazio del calcio totale di Maestrelli che portò a Roma, sponda laziale, il primo storico scudetto.
Chinaglia, nella sua decennale carriera italiana, incrociò pochissime volte i club d’oltremanica, ma in quel suo memorabile 1973 (che poi è l’anno di nascita del sottoscritto) Long John ebbe modo di farsi perdonare una volta per tutte da suo padre Mario risultando decisivo nella storica Inghilterra – Italia 0 a 1 del 14 novembre del 1973. 
Quella sera gli azzurri riuscirono a sconfiggere per la prima volta a Wembley la nazionale inglese allenata all’epoca da Sir Alfred Ramsey, lo stesso che 6 anni prima aveva portato i leoni d’Inghilterra al titolo mondiale. Quella sera Chinaglia, con una devastante azione sulla destra conclusa con un tiro non trattenuto da Peter Shilton, propiziò il famoso goal di Capello a 4 minuti dal termine che fece impazzire di gioia tutti gli emigranti italiani a Londra.
Quella sera di novembre l’Inghilterra perse la sua imbattibilità e fu soprattutto merito dello Swansea Town...
di Christian Cesarini, da "UK Football please"

9 aprile 2025

ERIC CANTONA. THE KING

E’ difficile scrivere di Eric Cantona. Non riesci a scegliere. Non sai mai se premiare i suoi gol, le sue serpentine, le sue punizioni, o se devi sottolineare le sue sbronze, i suoi sputi o i suoi calci. La bilancia è in perfetto equilibrio. Ma non è un gioco. Non è semplice. Eric Cantona, nato a Marsiglia il 24 maggio 1966, inizia a giocare, a soli 7 anni, per l’S.O. Caillols, e, rivelatosi un ottimo centravanti, nel 1981, dopo essere stato bocciato dal Nizza, passa all’Auxerre. Qui gioca per 7 anni, ed esordisce, nella Serie A francese nel 1983, all’età di 17 anni. Un prodigio. Un baby prodigio. Nel 1988 vince il titolo europeo Under 21. Ma non tardano ad emergere i problemi: passato al Marsiglia, litiga con l’allenatore Bernard Tapie e và via. Idem da Bordeaux, mentre a Montpellier prende a schiaffi un compagno di squadra. Ma è con la Nazionale Francese che vive il suo rapporto più travagliato.
Epiche le sue sfuriate, anche in diretta tv, quando non viene convocato dal ct di turno. I suoi malumori non tardano a palesarsi nemmeno nella sua città d’origine, Marsiglia, dove nel frattempo era tornato. Litiga con l’allenatore Goethals e va a giocare a Nimes dove, però, durante una partita di campionato colpisce l’arbitro che lo aveva ammonito e insulta i dirigenti della federazione che lo avevano convocato proprio in seguito al suo gesto scellerato. 
Gli vengono inflitti due mesi di squalifica. Decide di lasciare il calcio e dedicarsi alle sue passioni: l’arte e la pittura. Dopo la squalifica, decide, su consiglio di Michel Platini, di cambiare aria e di emigrare in Inghilterra: sceglie il Leeds come sua nuova squadra, e fa centro. Esce fuori il vero Cantona e, The King, come lo chiamano i tifosi d’oltremanica, trova la sua dimensione. Una dimensione vincente. 

Nel 1992 si apre l’epopea Manchester: Cantona gioca nei Red Devils per 5 anni sino al 1997 conquistando campionati e coppe. Ma anche in Inghilterra riemergono gli incubi del passato, e nel 1995 perde la testa e colpisce con una mossa stile karate uno spettatore sugli spalti. La sanzione della federazione inglese è immediata, pesante e senza ripensamenti: 8 mesi fuori! Gira qualche spot e inizia l’attività di attore, per incanalare la creatività che non può esprimere sui campi da gioco. Quando rientra capisce che qualcosa si è rotto, il calcio non fa più per lui, il rettangolo verde comincia a stargli stretto. Nel 1998, dopo aver subito l’umiliazione di non essere stato convocato nella Nazionale Francese per i mondiali che si svolgevano proprio in Francia decide di appendere le scarpe al chiodo. Il calcio, lo sport che ama tanto, non gli piace più, rovinato dal business imperante. 
Si ritira per la disperazione dei tifosi dell’Old Trafford che lo hanno sempre amato e idolatrato e che, in un recente sondaggio, lo hanno eletto come calciatore più amato dei Diavoli Rossi. Dietro di lui, due mostri sacri del football inglese: Georgie Best e Ryan Giggs. Dal 1998 in poi si dedica agli hobby: il cinema, è comparso in ben 4 film, e la promozione in Francia del beach-soccer. Attualmente è allenatore della Nazionale Francese di beach-soccer. Cantona è stato un grande. In tutto. Anche negli eccessi. Per la sua classe sarebbe potuto entrare nel gotha del calciatori di sempre.
Ma è stato fermato dal carattere: irascibile, scontroso e focoso. C’era e ci doveva essere solo lui. Il suo score, di tutto rispetto, parla di 43 presenze e 19 gol in Nazionale e di 185 presenze e 81 gol in Inghilterra.
di Giuseppe Granieri, da "UK Football please"

25 febbraio 2025

L'ALTRO GEORGE BEST.



Ogni appassionato di calcio inglese conosce George Best e chiunque si è avvicinato al mondo del calcio, anche marginalmente, ne ha sentito parlare almeno una volta. Fiumi di parole sono stati scritte sulla sua vita, sul suo modo di interpretare il gioco di calcio, sul suo essere star, sul suo rapporto alcool-donne, sul suo funerale. 
E’ stato fatto un film, inguardabile aggiungo io, qualcuno gli ha anche dedicato canzoni, e si vendono ancora t-shirt con il suo volto-icona. Io da amante del calcio britannico conoscevo Best anche se il massimo che avevo visto di lui in tv fino a qualche anno fa erano i suoi goal più famosi ed in particolare quello della finale della coppa dei campioni del 1968, ripetuto all’infinito, come se fosse stato il suo unico momento di gloria. Per molti, soprattutto giovanissimi, Best rappresenta la trasgressione, l’eroe dannato immerso in un mix di calcio, donne, soldi e alcool, l’esaltazione dello sballo, l’eccesso, il mito…
Per fare un paragone con la musica Best era il Jim Morrison del football. Tutto vero ma io volevo capirne di più e volevo una risposta esauriente alla mia domanda ricorrente: chi era in realtà George Best?

George Best nasce a Belfast, il 22 maggio del 1946. la sua è una famiglia modesta e numerosa, di quelle che sgobbano per tirare avanti, in un paese, l’Irlanda del Nord, a dir poco difficile. Il Belfast boy cresce in un quartiere povero, e coltiva la sua passione per il calcio. La madre di George, Anne, disse più tardi che assieme a George c’era sempre una palla. Intorno ai 15 anni la svolta: disputa una partita contro una squadra formata da ragazzi due anni più grandi. Segna due goal e fa ammattire il suo marcatore. A guardare il match c’è un osservatore del Manchester United, Bob Bishop, che annota il suo nome e spedisce un telegramma al grande Matt Busby, padre padrone dello United, sottolineando di aver trovato un genio. Convocato dai Red Devils George, in compagnia di un coetaneo che poi diventerà suo compagno di squadra, prende una nave e parte per Liverpool, poi con un treno raggiunge la stazione centrale di Manchester. Sale su un taxi e alla richiesta di George di essere portato all’Old Trafford l’autista risponde quale Old Trafford? A Manchester infatti ci sono due Old Trafford, quello famoso del calcio e quello meno famoso del cricket. Alla fine arriva in quello giusto ma l’impatto per lui è devastante, George è un ragazzino timido, ha nostalgia di casa, dopo un solo giorno nel nord dell’Inghilterra scappa e torna a Belfast. Ma i dirigenti dello United hanno intuito che sono di fronte ad un potenziale fenomeno, leggenda vuole che sia proprio il grande Matt Busby ad andare a Belfast a chiedere al ragazzo di riprovare. George, spinto anche dalla famiglia, si convince, torna a Manchester, e dopo due anni di 
“apprendistato” il diciassettenne venuto dal nulla ha la sua occasione, fa l’esordio in First Division contro il West Bromwich Albion, è il 14 settembre 1963 e nasce la stella immortale di George Best.
Io non mi sono soffermato sui suoi goal, sulle sue foto da copertina, sulle sue finte e i suoi dribbling, come la maggior parte dei tifosi di calcio fanno. Tramite internet e non solo mi sono documentato, ho analizzato filmati, sono andato a cercare decine e decine di siti in lingua inglese, letto libri, raccolto circa un migliaio di foto ed interviste rare. Ho cercato di comprendere l’uomo prima del calciatore, per capire cosa rappresentò l’essere Best per la sua generazione, la generazione per eccellenza, quella del rivoluzionario 68. Un uomo, Best, con un cognome da predestinato, divenuto eroe di un’epoca in cui tutto sembrava possibile, in una nazione, l’Inghilterra, che sul finire degli anni 60 è l’ombelico del mondo, fonte ed ispirazione di nuove tendenze in moltissimi campi, tra i quali la moda, la musica, la tecnologia e il football. George, senza ovviamente pianificarlo, diventa il re di un modo di essere anticonformista, capelli lunghi, sguardo fiero. Lo è anche il suo modo di giocare, che prima dei suoi atteggiamenti fuori dal campo, lo eleggono all’idolo indiscusso delle folle, il mattatore, il geniale intrattenitore del beautiful game. George in campo mette il cuore, la gente lo percepisce e incomincia ad amarlo alla follia. Non solo funambolici, ubriacanti dribbling e sublimi goal ma anche tanta generosità, tanta corsa, tanto sudore e mai il piede indietro nei tackle duri. E’ al tempo stesso primadonna e gregario, due giocatori in uno: la perfezione, il genio. Il tutto sotto l’aspetto di un ragazzo gracile, statura 1,72 ma forse proprio per questo leggiadro ed imprendibile nei suoi intuitivi spostamenti. A volte, mentre vola verso l’aria avversaria tiene stretto nel pugno il polsino della maglietta, le sue esultanze dopo un goal emozionano quanto il goal stesso, in un’epoca in cui dopo una rete si tornava a centrocampo dopo aver ricevuto una stretta di mano dal compagno di squadra. 
Non sono il successo, il denaro a motivare le scorribande di George in campo, lui gioca mettendo tutto se stesso in un’azione, in un tiro, in un bel cross per un compagno di squadra. Crea un modo di essere e i ragazzi lo eleggono a loro idolo. Io, per capire meglio il genio di Best, sono andato fino a Manchester. Ho passato ore ad osservare le sue foto private, le sue giocate meno conosciute, cercato di capire il suo modo di essere, letto nei dettagli i suoi libri, trovato aneddoti e per ultimo visto da vicino la sua maglia, i suoi scarpini, i suoi oggetti personali esposti nel maestoso museo situato all’interno del suo stadio, l’Old Trafford. 
George aveva molti soprannomi, era detto El beatle, Georgie, geordie, bestie, Belfast boy, the genius. Ho letto spesso, anche da penne di primo livello, che George era un grande calciatore ma poteva esserlo molto di più, che ha vinto trofei ma che poteva vincerne molti di più. Io, ma è solo una mia opinione personale, ho sempre digerito male queste considerazioni. George è stato un grande calciatore, punto. Non importa se è stato il più grande o poteva esserlo. Ha vinto campionati da indiscusso protagonista, classifiche cannonieri, una coppa campioni, un pallone d’oro partendo da un posto chiamato Cregagh Estate, Irlanda del Nord, dove sei fortunato se hai un lavoro per mangiare tutti i giorni. Era un ragazzo timido George, con la passione per il calcio, come ce ne sono migliaia in tutti i quartieri poveri del mondo. Lui aveva un dono e la vita, la sua stella, l’ha eletto a Dio delle folle calcistiche. Lui voleva correre dietro ad un pallone e così fece. Voleva far divertire, perché era consapevole di averlo quel dono e voleva condividerlo con chi aveva la sua stessa passione. Lo fece e se leggete le sue interviste sorvolando le solite frasi ad effetto che comunque a lui piaceva fare, capirete che George giocava per se stesso, per i suoi compagni, ma soprattutto per la gente, quella con la sua stessa passione. Era un ragazzo di una sensibilità enorme, spesso tormentato dai sensi di colpa nei confronti della sua famiglia dovuti alla sua enorme fama. Amava la sua gente ma ne era spaventato allo stesso tempo. Non è un caso il fatto che lui stesso ricordasse spesso nelle sue interviste il rumore della folla nel giorno del suo esordio. Si è goduto la vita George e non l’ha mai rinnegato. Ho letto mille volte che è stato travolto dalla sua stessa fama degna di una rockstar, che è stato il primo giocatore di calcio a diventare un’icona. Tutto vero, ma lui era George Best, era nato per diventare quello che è diventato e non si è sottratto al suo destino, nonostante a volte non capisse la morbosità generata dal suo personaggio. 
Ha vissuto da George Best mantenendo quel suo essere semplice nonostante i suoi molti eccessi. Al suo funerale c’erano 500mila persone e milioni di tifosi nel mondo hanno pianto la sua morte. Eppure non è di certo un uomo di quelli da prendere come un esempio, tutt’altro. Se la gente l’ha capito, spesso difeso, amato alla follia e tra questi ora c’è anche il sottoscritto, è semplicemente perchè la gente, quella con la passione pura per il calcio, quella che viene da dove veniva lui, capiva il suo eroe, nei suoi giorni di gloria ma soprattutto nei suoi momenti bui. Perché il calcio generato da Best era il calcio puro, ancora lontano anni luce dall’industria mediatica che è oggi. Se andate nei pub di Manchester e chiedete ai cinquantenni intenti a sorseggiare una pinta chi fosse George Best non ne troverete uno pronto a parlar male di quel ragazzo venuto dal nulla. Chi lo conosce superficialmente ripete come una moda le sue frasi celebri a base di donne, macchine e soldi. George se l’è goduta, eccome se l’è goduta la sua vita da George Best ma se andate a scavare in fondo al mito troverete un ragazzo timido che una volta divenuto il giocatore più famoso d’Inghilterra evitava di andare a trovare la sua famiglia, nonostante volesse, per non turbare la tranquilla vita dei suoi cari. Prima di morire la sua foto di un uomo con le ore contate, ridotto cosi a causa dell’alcool, ha fatto il giro del mondo. Non morite come me recitava lo slogan, la migliore delle pubblicità per la campagna anti alcolici. Fonti vicine a George, tra cui un compagno di squadra che gli ha parlato prima che lui, il grande intrattenitore entrasse in coma, raccontano che quella foto, quello slogan è stata in pratica un’estorsione. George non avrebbe detto non morite come me ma piuttosto rifarei tutto, me la sono goduta questa vita e rifarei tutto. La stampa ha glissato, preferendo la versione politically correct. Forse non sapremo mai la verità ma in fondo poco importa. 
Una delle sue ultime interviste è l’essenza del suo pensiero. Quel ragazzo dagli occhi azzurri nato nel 1946, figlio del boom demografico del dopo guerra, diceva che gli mancavano i giorni di gloria, come succede ad ogni ex calciatore. A chi gli ricordava che lui aveva fatto la storia dello sport più famoso del mondo lui rispondeva così: ”Boh, la storia... Io ho sempre giocato per piacere, per divertire me stesso e i miei fan". Quando ho iniziato io, l'Inghilterra era fantastica. Si cominciavano a portare i capelli lunghi, la musica era favolosa, la moda era meravigliosa e anche il calcio britannico non era male. Vincevamo le coppe europee e ogni anno una squadra diversa vinceva il campionato. Oggi invece ci sono solo Manchester United, Chelsea e Arsenal. Che noia...". Non si giocava con gli orecchini, i capelli colorati, i tatuaggi sui polpacci. Io, Di Stefano, Pelè, i miei amici dello United facevamo divertire la gente. Allora il calcio era divertimento... Penso che si dovrebbe sempre scendere in campo sorridendo ed è quello che facevo io. Oggi invece è tutto troppo maledettamente serio, perché ci sono troppi soldi, perché se perdi è la fine del mondo. E ti dico che se tornassi in campo oggi, rifarei tutto allo stesso modo, giocherei per far divertire il pubblico, e basta". 
Questo era l’altro George Best, un “ragazzo” che appena metteva piede in uno stadio, scaldava i cuori della gente.
di Christian Cesarini, da "UK Football please"
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