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17 aprile 2026

"STRIKERS - Viaggio in Irlanda del Nord tra George Best e Bobby Sands" di Alessandro Colombini (Urbone), 2015


Ogni singola foglia caduta da un qualsiasi albero a nord di Aughnacloy è riconducibile ai missili SAM dell'IRA o alle bombe dell'UVF. Da tutto questo ovviamente non poteva esimersi il calcio. Liam Coyle, leggendario calciatore del Derry nella stagione del treble, durante Irlanda del Nord-Cile viene accusato di essere un Provo, mentre George Best, il più grande giocatore di tutti i tempi e nativo di Belfast, viene minacciato dall'IRA.
Per parlare di calcio in Irlanda del Nord viene naturale sì parlare di Coyle e Best, ma è anche necessario spiegare chi fossero i Provos e cosa è l'IRA.

9 ottobre 2025

"BELFAST CELTIC. The Grand Old Team" di Damiano Francesconi

Tra i vari scenari di carattere sociale e geopolitico europeo non vi è luogo più ricolmo di contraddizioni e questioni ideologiche, molto spesso, contrastanti dell'Irlanda del Nord. 
Le “sei contee” a nord della Repubblica d'Irlanda sono state, da molto tempo, terreno fertile per vere e proprie battaglie sociali dove, nella maggior parte dei casi, finivano sempre con dei feriti o, peggio, dei morti da ambo le fazioni.
Queste due suddivisioni presero vita a partire dal 1922 a seguito della guerra anglo-irlandese la quale si concluse con la vittoria dell'IRA, sulla British Army, portando così l'Irlanda, come la conosciamo oggi, ad una tanto sognata indipendenza da Londra.
Nel nord dell'Irlanda, però, sei contee rimasero sotto il predominio della corona. Queste sei contee sono racchiuse nella cosiddetta regione “Ulster” e, dal 1922, sono sempre rimaste fedeli a Sua Maestà. In Irlanda del Nord i cittadini cattolici, nonché simpatizzanti per l'unità e per l'indipendenza irlandese, venivano discriminati sia dalla maggioranza protestante che dal governo della provincia dove, partito di maggioranza del parlamento autonomo nordirlandese, era l'Ulster Unionist Party.
Per i cattolici era più difficile trovare lavoro. Questi subivano discriminazioni anche quando si trattava delle assegnazioni delle case popolari. Tutto ciò avveniva anche dove i cattolici erano la maggioranza come, per esempio, a Derry. Anche da quelle parti le circoscrizioni elettorali erano disegnate in modo da non permettere ai cattolici di vincere le elezioni.
In una perenne polveriera come quella nordirlandese determinate tensioni si sono, molto spesso, mescolate con lo sport più seguito al mondo. Il calcio.
Tra i club che fecero e fanno grande il calcio nordirlandese vi sono: Linfield, Glentoran, Lisburn Distillery e Belfast Celtic.
Proprio quest'ultima è la protagonista di questo articolo. Oggi, purtroppo, il Belfast Celtic non esiste più in quanto venne investita da una triste sorte che verrà spiegata più avanti nell'articolo. Andiamo con ordine.

Il club venne fondato il 14 marzo del 1891 portando il nome, semplicemente, di “Celtic” prendendo palese ispirazione dal più noto Celtic Football Club di Glasgow. Tra gli altri riferimenti con il club di Glasgow, oltre al nome, vi erano anche i colori sociali. Venne adottata la casacca da gara a bande orizzontali bianche e verdi. Nel 1901 il club divenne un società per azioni così dovette mutare il suo nome in Belfast Celtic FC proprio per differenziarsi dagli amici di Glasgow. Lo storico simbolo del club era la nota Arpa Irlandese con un predominio di tonalità color verde. Le partite casalinghe venivano giocate al Celtic Park (stesso nome dell'impianto del più famoso Celtic scozzese) soprannominato dai propri tifosi: “The Paradise”. Questo impianto era sito in Donegal Road a West Belfast, non lontanissimo dal quartiere “lealista” colmo di tifosi del Linfield, storici tifosi rivali filo britannici.
Il Belfast Celtic vinse il suo primo titolo nel 1900 proprio ai danni dei più blasonati rivali del Linfield. La violenza politica che travolse l'Irlanda negli anni '20 si riversò sugli spalti della Lega irlandese. Nel 1920, l'Irish Football Association multò e sospese il club in seguito a violenti incidenti avvenuti durante la semifinale della Irish Cup
Quel giorno il Belfast Celtic affrontava il Glentoran: una persona portò una pistola allo stadio e iniziò a sparare sulla folla. Come detto in precedenza quelli erano anni molto difficili per l'Irlanda in cui era in pieno svolgimento la guerra d'indipendenza irlandese.
Quando il club venne reintegrato dalla Football Association questi attraversò un periodo di straordinaria grazia vincendo numerosi trofei nazionali tra coppe e campionati di massima serie. Il periodo a cavallo tra le due guerre mondiali venne rinominato “era d'oro del Belfast Celtic”.
Sul campo, il Celtic di Belfast, dava vita a straordinarie prestazioni e vittorie cercando di emulare il, “fratello maggiore”, Celtic Glasgow in Scozia. D'altro canto, però, l'Irlanda del Nord e Belfast in particolare erano sempre terreni fertili per tensioni sociali non da poco e, molto spesso, i tifosi del Belfast Celtic si trovavano coinvolti in questioni di ordine pubblico particolarmente quando l'avversario dinnanzi a loro era il tanto odiato Linfield Fc.

Nel 1946, terminato il secondo conflitto mondiale, riprese il campionato di calcio nel nord dell'Irlanda nonostante negli della guerra non venne mai realmente sospeso. Le vecchie rugini tra filo-indipendentisti irlandesi e filo-britannici persistevano, il Belfast Celtic era sempre la squadra dei cattolici pro-indipendenza ed il Linfield rimaneva la rivale lealista alla corona. Sulle gradinate, ad ogni incontro, si temeva sempre il peggio ovviamente non per il fatto che le due squadre più blasonate erano sempre in cima alla classifica a contendersi la Premiership. Anche la tensione sociale lontano dai campi gioco era terribilmente aumentata nel secondo dopoguerra. I cattolici erano ancora la minoranza in molte zone non solo di Belfast ma anche di tutta l'Irlanda del Nord. La situazione, purtroppo, precipitò durante il Boxing Day del 1948. 
Si giocava a Windsor Park, la tana del Linfield. I padroni di casa non vincevano un titolo dal 1935 in quanto sovrastati dalla forza dominante del Belfast Celtic. A questo si aggiungeva, anche, la proclamazione della Repubblica d'Irlanda con il riconoscimento britannico. La Repubblica d'Irlanda rivendicava anche le sei contee dell'Ultster e questo fece sì ad alimentare tensioni ulteriori nella capitale. La partita si giocava in un tipico clima nord europeo colmo di freddo e grigiore. I calciatori in campo, da una parte e dall'altra volevano a tutti i costi vincere e di certo nessuno tirava indietro la gamba. La tensione era ai massimi storici e, molto spesso, i calciatori in campo arrivavano alle mani. La partita era bloccata sullo 0-0 i padroni di casa del Linfield giocavano in 9 uomini a causa di due espulsioni; a 10 minuti dalla fine il Belfast Celtic passò in vantaggio grazie al rigore messo a segno da Harry Taylor ma, incredibilmente, poco prima del 90esimo minuto il Linfield pareggiò la contesa grazie alla fortunosa rete di Jackie Russel. Triplice fischio, 1-1, tutti a casa con un punto per parte. Assolutamente no! Fu in quel momento che scoppiò il finimondo con i tifosi del Linfield che invasero il rettangolo di gioco cercando di aggredire i giocatori del Belfast Celtic. Tre calciatori biancoverdi rimasero feriti tra cui Jimmy Jones, centravanti del Belfast Celtic, il quale venne preso di forza dai tifosi di casa trascinato nella tribuna e pestato con una violenza tale tanto da spezzargli un gamba. La sua colpa principale fu quella di essere un protestante che militava in una squadra di chiare radici cattoliche.

La notte stessa la dirigenza del club decise di ritirare la squadra dal campionato in quanto venne superato un certo limite che lasciò tutti sbigottiti in terra d'albione. La rabbia della dirigenza biancoverde era, perlopiù, dovuta alla totale disorganizzazione della polizia la quale rimase in disparte per molto tempo prima di intervenire seriamente a sedare gli animi dei facinorosi. La decisione ormai era stata presa. Si era giunti ad un livello di odio, intolleranza e violenza di ogni genere da parte dei lealisti senza precedenti. Le ultime apparizioni del Belfast Celtic furono in una tournée negli U.S.A. in sporadiche amichevoli nel 1949.
Il Belfast Celtic cessò definitvamente di esistere, a livello di societario, nel 1960 ma, come detto qualche rigo sopra, nel 1949 fu l'ultima partita dei biancoverdi di Belfast.
Finì così, in questa maniera così cruenta e triste, la breve ma intensa storia di uno dei club più importanti e titolati del calcio nordirlandese. Il Belfast Celtic voleva essere, oltre che un squadra di calcio, un punto di riferimento per molti tifosi, più o meno giovani, di fede cattolica e di chiare ideologie indipendentiste. Voleva rappresentare un punto di aggregazione per quella minoranza presente nella capitale dell'Irlanda del Nord. Nel 2011 il noto giornale d'oltremanica, The Guardian, chiese ad un ex tifoso del Belfast Celtic, tale Jimmy Overend, cosa rappresentasse il Belfast Celtic per lui.
L'ottantaseienne rispose così: “il club, aveva illuminato le vite dei cattolici politicamente oppressi e impoveriti come me. Lo scioglimento fu come una nuvola nera che scendeva su di noi. Sembrava come se non ci fosse più nulla per cui vivere. E' un dolore che non se ne è mai andato”
Per gli amanti della questione irlandese, a prescindere da come la si voglia guardare, e per gli amanti dello sport più seguito al mondo, la triste sorte che toccò al Belfast Celtic lascia tanto malumore e rancore. Com'è possibile che in un terra martoriata, come quella nordirlandese, da continue tensioni sociali si possa essere arrivati a questo? Com'è possibile che un club così importante debba cessare di esistere in questa maniera così violenta e priva di senso? Sicuramente chi vive da quelle parti ne saprà molto più di noi che vediamo il tutto dalla nostra “comfort zone” e forse ancora non ne cogliamo realmente la gravità di questo triste finale che colpì il Celtic di Belfast. Senza dubbio è un finale che con il calcio non ha nulla a che vedere. In conclusione è giusto ricordare che nel 2003 è stata creata la “Belfast Celtic Society” un'organizzazione che ha lo scopo di preservare e diffondere la conoscenza storica del “Grand Old Team”.
di Damiano Francesconi

28 agosto 2025

"IL CASO MO JOHNSTON" di Simone Galeotti

Quartiere di Govan, esterno giorno. Luce tenue della mattina, asfalto bagnato, un chiosco di chips&fish e hot dog infradiciato dalla pioggia appena cessata gronda acqua sporca, odore di salse e bacon grigliato. Si muove Jimmy, vent'anni, professione disoccupato, un giovanotto magro, nervoso, spiritato, sulle spalle uno sbiadito giacchetto di pelle nera, un paio di “Docs” ai piedi, di quelle prodotte dalla Martens R. Griggs & Co. di Wollaston, maglietta dei "King Krimson" e bretelle d’ordinanza ad agganciare i jeans stretti col risvoltino; cammina sul selciato fra sgocciolii umidi, poca gente in giro, assenza apparente di calore umano, qualche gatto dagli occhi nocciola. Il pub dagli infissi scarlatti è dietro l’angolo, spera in una pinta con nelle tasche due sterline scarse di immaginazione ma Tim Chassels, proprietario di lunga data del Richard’s, è un omaccione con nelle narici l’odore di vecchi pestaggi e resta rigido nel suo broncio di intenditore presunto di perditempo e casinisti, sogghigna alla vista del ragazzo; allora Jimmy si appoggia a un angolo del locale dove lo spazio e più esiguo di un corridoio. 
È estate, luglio 1989, un’estate del cazzo, estate per modo di dire, perchè a Glasgow l’estate vira impazzita, non è terra di tepori, si fa alla svelta a rendersi conto che il sole non ami questa città. Jimmy si siede su uno sgabello in noce, sotto la fronte gli splendono due occhi cupi, rossi, la nottata quasi in bianco, le dita giallognole di nicotina, nocchiute e deluse come a sfilare ingannevoli assi di un poker, fumacchia di una Benson&Hedges. 
Dio ha detto che oggi è tempo di soffiare una pedina apparentemente incolorabile a quelli col pigiama, ma appare scelta discutibile, un orzaiolo, un bruscolo nell’occhio del creatore, una infelicissima mossa, stridente da far pensare a un eresia messa in giro da qualcuno. Infatti, macchè Dio, colpa del vizio ambizioso del sognare e del trasognare di quel Greame Souness, perbacco gran giocatore, niente da dire, bel baffo e bella chioma di ricci ma anche furbissimo picchetto da ippodromo, donnaiolo e scaltro come i garzoni di un macello. Glasgow luogo di bisticci e "nonsense", carbonari e certosini nell’eterogenesi dei fini, pigionanti della città dove nei tram si leggono polizieschi da viaggio, quotidiani stropicciati, sul fluttuare costante di working class e modesta borghesia, cattolici e protestanti, vangeli identici eppure contrapposti nell'interpretazione, sermoni ed eucarestie, Repubblicani e Lealisti, oppure, l'equazione più semplice di tutte: Celtic contro Rangers
Un’accetta a spaccare dritto per dritto il fiume Clyde. A Jimmy adesso risuona un nome nella testa: Don Kitchenbrand detto Rhino. Un sudafricano che aveva vestito la maglia dei Rangers fra gli anni Venti e Trenta, un cattolico, l’unico certificato, tuttavia con molta probabilità non molto ligio alla liturgia da paramenti e incensi di santa romana chiesa, eppure stavolta sembrava esserci altro a galleggiare nel cielo grigio. Qualcosa di nuovo, troppo nuovo e sconcertante. Nel pub entra James sporgendo il naso in avanscoperta, secco, ulivigno, inforca spesse lenti da miope, la maglietta con un' abbozzata "union jack". L’amico di una vita, dalla scuola, allo sballo di serate senza ipotesi, agli spalti simmetrici di Ibrox. Dietro di lui arriva il “vecchio” Allan, irrompendo nel pub col piglio di un basso che sorprende soprano e tenore. Non occorsero spiegazioni, fu subito chiaro che, se era già fuori a quell’ora senza né cappello né bastone e in faccia mostrava un brutto colore e alle occhiate investigative rispondeva solo con un’epilessia delle mani, una cosa grossa doveva essere capitata davvero. Furono tutti in un balzo ai suoi fianchi per sorreggerlo mentre Tim accorreva con mezzo bicchierino di Glenlivet. Venne praticamente deposto come un Cristo sulla seggiola più vicina. Sbalordimmo, poiché nella voce insieme alla indignazione che ne svisava i toni fino al falsetto, inequivocabilmente un gorgoglio di riso squittiva da far pensare che quanto ci veniva raccontando non lo facesse soffrire più di quanto lo divertiva e che comunque la "disgrazia", lo avesse si, sulle prime accasciato, ma trasformatolo subito dopo in elettrica marionetta. Insomma, cosa diavolo era accaduto?

Bisogna ripartire. Non cercate termini di paragone. Non lì troverete. Questo è un affare per stomaci forti. Noi galleggiamo sulla superficie liscia del semplice antagonismo sportivo, l'Old Firm scende in profondità, giù fino ai cromosomi di un popolo, fino alle ragioni di una comunanza forzata decisa dalla fame e dalle opportunità. Il trionfo delle conseguenze non volute. A Glasgow c'è una data d'inizio a tutto questo. Iniziate a cercarla a Gallowgate nel sud est della città. Edilizia popolare e negozietti a buon mercato che sventolano bandiere irlandesi. Sui pub troneggiano scritte in onore dei “Lisbon Lions 1967”, l'anno in cui il Celtic vinse la Coppa dei Campioni a Lisbona contro l'Inter di Helenio Herrera e contro i pronostici. Prima squadra non latina a farlo. Prima, sopratutto degli inglesi, che marceranno d'invidia e dovranno aspettare la stagione successiva per festeggiare, nella notte di Wembley, di Bobby Charlton e del Manchester United. “Qui troverete ovunque questa scritta”, - ti dicono orgogliosi. Qui, si riversarono navi di emigranti provenienti dall'Irlanda a seguito della penosa carestia delle patate scoppiata nella metà del XIX secolo e che causò la morte di quasi un milione di irlandesi. Ad attrarli il grande porto di Glasgow, i suoi moli, i suoi cantieri navali. Da qui, e non solo da qui, il Regno Unito è partito per il mondo e se lo è portato a casa. In breve, l'afflusso immigratorio definì ancora meglio la fisionomia della città. Operaia, proletaria, e laburista. Un giorno fratello Walfrid, nome religioso di Andrew Kerins, irlandese nato a Ballymote nel 1840 e anche lui emigrato nella cittadina scozzese viene convocato dal suo arcivescovo che ha in mente di creare ciò che ha già preso piede a Edimburgo. Ciò che già funziona con l'Hibernian. Una squadra di calcio che raccolga fondi da devolvere in beneficenza ai bambini più sfortunati: Poor Children's dinner table. Walfrid è entusiasta del progetto. Si darà subito da fare; affitta per 50 sterline un lembo di terra accanto al cimitero di Janefield, proprio nella zona di Gallowgate, e lo trasforma in un empirico campo da calcio. 
Nel 1888 partorisce la sua “creatura”, al grido di “viva San Patrizio”. È nato il Celtic Football Club. È nata una “banda di straccioni” che gioca accanto alle lapidi sbrecciate di un camposanto, con una maglia bianca e verde e un quadrifoglio come emblema. Diventerà icona, simbolo, rifugio, ed eccellenza sportiva. Ma intanto la massiccia iniezione di manodopera irlandese non poteva non provocare reazioni in città. Dell'altra faccia della città. Quella protestante, e presbiteriana, quella delle prediche infuocate di John Knox a una platea che lo ascolta ma non si muove. Perché farsi il segno della croce è da fanatici, da adulatori del Papa e delle sue politiche d'interesse, da fondamentalisti cristiani, da superstiziosi cattolici. Le braccia locali si vedono sfilare posti di lavoro e stipendi. Irlandesi e scozzesi. Cugini di genesi celtica. Troppo simili per non odiarsi. La religione, la politica, ma non solo. Ne nasce un attrito che il tempo provvederà ad accrescere e amplificare.

Nel 1872 erano nati i Rangers, anche se alcune cronache non collimano con questa data. Quello che è certo e che nascono dalle idee di quattro padri fondatori. I fratelli Moses e Peter McNeil, Peter Cambell e William McBeath. I primi due sono figli di un giardiniere che lavora presso la residenza estiva di John Honeyman, un mercante di grano. Per il nome si ispirano a una squadra inglese di rugby, per i colori al blu scozzese che gli anni a venire macchieranno di una britannicità palesemente ostentata da venature bianche e rosse. I colori della Union Jack. Mentre i cori racconteranno della battaglia di Boyne e di quando Guglielmo d'Orange sconfisse il re cattolico Giacomo II. Prima partita contro il Callander FC con pareggio finale a reti inviolate. Sedi vacanti e provvisorie per i primi anni, poi dal 1899 arriva definitivamente il quartiere di Ibrox e uno stadio progettato del celebre architetto Archibald Leitch. Diventerà il tribunale del popolo. Ibrox, Govan, South Side, salsedine, brividi freddi, gabbiani rauchi, i cantieri navali di Gorbals, e cieli neri per il fumo costante delle ciminiere. Sarà il riflesso opposto a Gallowgate. Oggi Govan è mestamente fatiscente ma la zona adiacente di Pacific Quay è stata oggetto di uno straordinario lavoro di rinnovamento, dal Glasgow Science Centre, al Riverside Museum, agli studi della BBC. Dalla fondazione dei due giganti calcistici della città, dal loro primo match ufficiale disputato nel maggio del 1888 (un amichevole si noti bene) malgrado numerosi segnali di distensione, la rivalità è cresciuta costantemente. Dissidi, rancori, incidenti e un episodio fra i tanti che ha destato l'attenzione di tutto il mondo.

Thomson Street, lunga teoria di case squadernate nell’est di Glasgow, più lontana di quanto si pensi dalle luci di Buchanan e Argyle Street, la mansarda è in cima a una di quelle palazzine dal colore indefinito, quasi minerale, è colma delle note dei Simple Minds, la voce chiara di Jim Kerr e il riff tagliente della chitarra di Charlie Burchill. Tutto partì da quel loro primo album "Life in a Day", rilasciato nel 1979, segnale indiscusso del loro talento musicale. Il sound punk rock combinato con elementi di elettronica adesso, dieci anni dopo, risuona con Belfast Child. Seán vorrebbe approfondire ancora una volta il tepore del corpo di Orna, la ragazza in piedi a due passi da lui, tenta di carezzarle piano i capelli, ciclamini di respiro, Orna si ritrae, ha la fronte larga bianca come le scogliere d’Irlanda, sotto una coppia di occhi azzurri e silenziosi, osserva Seán con aria di cocciutaggine e sazietà, la loro storia sta giungendo al termine, anzi è finita, la loro alcova ormai un nido consunto di un amore sbocciato sulle tribune ovali e oracolari di Parkhead nel solito putiferio, consueto, della "Jungle". Seán osserva le pozze d’acque dalla finestra, brillano come pupille che non sembrano intenerirsi in vezzi di fiume, le storie scappano via nel destino di parole storte, bizzarre, atte a corrompere, sono le linee oblique del nostro personale juke box di ricordi programmato a disobbedire, specchio portato a spasso o lasciato in soffitta come il ritratto di Dorian Gray. Porco cane di quel re pagliaccio, sussurrato alle canne di un fosso, quell’ impostura, quell’acquaforte morsa appena dall’acido del possibile, nell’assemblea di Guinness. Solo per un attimo, - le dice,- ma ci siamo anche io e te in quell’inquadratura. Forse adesso dovrei ridere di quel pomeriggio; nell’istante in cui "Mo" Johnston ci fotte al novantesimo io perdevo te. Ti vedevo sparire a poco a poco, trascinata dolorosamente fuori dall’onda umana dei tifosi che per non subire altra onta uscivano trafelati e corruschi da Ibrox. Mi guardavi, sospinta verso l’uscita, come scusandoti per quella tristezza. 
Lasciarsi in quello stadio per un litigio su quel rosso di merda che si era voluto mettere la maglia dei Rangers per dei sacchi di sterline in più era una cosa da idioti. Ecco perché, quando segnò, in fondo non immaginavo di chiudere in un modo così improbabile la nostra storia. “Good things come to those who wait”
Lui parlava dell’Old Firm e io pensavo a noi. Già seppi che disse proprio così il telecronista mentre Johnston stava per colpire il pallone decisivo. Lo vidi qualche giorno dopo sul nuovo TV color della Philips appena comprato dai miei per sostituire il vetusto apparecchio in bianco e nero. A questo proposito c’è una cosa che penso, mi fa star male e paradossalmente mi fa sorridere: hai mai pensato che ogni tifoso dei maledetti Rangers di tanto in tanto, andrà a cercarsi la videocassetta di quella rete e si commuoverà? Tutti quanti quei maledetti "huns" insomma, alle volte, si rifugeranno in quel giorno bislacco della nostra vita per essere felici. Assurdo. Seán guarda l’alba, le ombre di case che resistevano ancora al giorno, sullo sfondo la sagoma del Celtic Park, nello adesso stereo gira Angel of Harlem degli U2, Orna esce, c’è suo fratello Liam a prenderla. Bottiglie vuote, zodiaci sul soffitto, mentre sul muro un timido sole comincia ad accarezzare il poster di Paul McStay, “The Maestro”.

La notizia pareva già nell’aria fetida, ma pare che un quotidiano di Belfast, il Telegraph (tanto per far capire che una parte consistente di Old Firm si gioca in Irlanda del Nord) aveva annunciato per primo che i Rangers, sotto la pressione del loro allenatore Graeme Souness, vogliono venire meno alla loro storica “unwritten rule” di non tesserare giocatori di fede cattolica. 
Era ufficialmente aperto il caso Maurice Johnston. Maurice John Giblin Johnston, per tutti “Mo”, nasce a Glasgow il 14 aprile 1963. Rossiccio di capelli, qualche lentiggine e lo sguardo di chi conosce le insidie della strada. È cattolico oltre che calciatore promettente. Per uno di quelle parti il Celtic sembrava la destinazione naturale. Ci arriverà nel 1984 e in tre anni collezionerà 140 presenze siglando 52 reti. Poi arrivano le sirene francesi e l’esperienza nel Nantes. Nella Loira non smarrisce le sue doti di bomber facendo intendere di non voler più tornare, anzi no, improvvisamente rilancia il suo amore per il Celtic e dichiara che rivuole Parkhead. Frank Mc Avennie, il suo sostituto, se ne ritorna al West Ham. E Johnston tornerà a Glasgow, sì, ma nella parte blu. Una bella merda di problema. Souness risponderà alle domande dicendo:

“Sono scozzese e protestante, capisco certe cose, ma nel calcio come nel mondo moderno non devono contare, io ho il dovere di scegliere i più bravi e poi ho sposato una cattolica figuriamoci se avrò problemi ad allenarne uno”.

Anche il neopresidente David Murray avalla la scelta del “padrino di Edimburgo”. I tifosi no. Di ambo le parti. Per quelli del Celtic è semplicemente un “Judas” un maledetto traditore. E mentre dall' East End volano offese e minacce, sui cancelli di Ibrox bruciano le sciarpe dei Rangers e vengono stracciati gli abbonamenti. Edminston Drive viene presa d'assalto. Il 13 luglio fu una notte infinita, urla, rabbia e tanta polizia. Nemmeno una subdola regia occulta avrebbe fatto meglio, siamo infatti nel bel mezzo delle marce orangiste a Belfast. Benzina sul fuoco. Johnston fu costretto a difendersi da tutti. Da quelli dei Rangers, e da quelli del Celtic. Per muoversi avrà bisogno di tre guardie del corpo. Stessa storia per la moglie e i quattro figli. Fu persino costretto a prepararsi da solo la divisa da gioco in quanto anche il magazziniere dei “gers” si rifiutava di farlo. Billy McNeill l'allenatore del Celtic non avrà mezze parole:

“Non lo posso perdonare e credo che nemmeno i fans lo faranno mai perché ha mancato di rispetto a tutti a noi e alla nostra causa”.

4 novembre 1989, ad Ibrox, andò in scena l’Old Firm, il pubblico di casa parve ambiguo, prudente, Johnston apparve dal tunnel degli spogliatoi con un riso stizzoso, nell’abbrivio di scorgere il raccapriccio, fragorosamente evitato ai primi cori, ed evitato lo scandalo, cadde ogni verginità, ogni caldana di gelosia, anzi furono calori e ovatte nuziali, lui rosso come un lume di carro nottambulo, lui per gli altri solo bivacco di ladro di passo, “opus incertum” delle facce, colpi proibiti. I Rangers scendono sul terreno con Woods, Stevens, Munro, Brown, Wilkins, Butcher, Steven, Ferguson, McCoist, Johnston, Walters, il Celtic con Bonner, Morris, Burns, Aitken, Elliott, Whyte, Galloway, McStay, Dziekanowski, Coyne, Miller.

L’invocazione alla rete sforza le labbra, una spina d’apprensione, Johnston è un John Silver senza benda sull’occhio ma con la stessa follia piratesca, sterline o meno giocare in quella situazione sarebbe stato impossibile per molti, sgomita, anelante di dimostrare, nel rantolo dei 7500 tifosi ospiti barricati e fieri dietro i tricolori irlandesi, imballati nella Broomloan Stand dalla polizia dopo aver colpito Johnston in testa con un pasticcio di carne e intenti negli insulti d’addio. A un minuto dal termine tutto si scioglie nel singulto dell’azione: Stevens partì sulla fascia destra, Morris respinse in modo inadeguato il cross e la palla si contorse verso Johnston pronto a colpire rasoterra oltre Bonner. Alla pari di un'amante abbandonato il Celtic provò il dolore terribile di vedere il suo ex spezzargli definitivamente il cuore con il goal della vittoria a 60 secondi dalla fine; modo più crudele non poteva esserci. L’esultanza di Johnston è sfrenata, corre sotto il lato della curva occupata dai propri tifosi. Uno a zero e abbracci. Qualcosa era cambiato mutuando il film di Jack Nicholson ma nemmeno tanto, Johnston dimostrerà una forza di carattere notevole e se ne andrà da Ibrox solo nel 1991 dopo aver segnato 46 reti, qualcuna applaudita, qualcuna no perché appunto, mica tutti suonarono il flauto orangista di benvenuto per lui, ma la vicenda resterà pietra angolare nelle successive fasi della storia di questa partita, passione e scorza dura al tatto di qualunque ordinaria rivalità sportiva.

30 ottobre 2024

OLD FIRM. Senza termini di paragone..



Non cercate termini di paragone. Non lì troverete. 
L’Old Firm resta un affare per stomaci forti. Noi ci limitiamo a galleggiare sulla superficie liscia del semplice antagonismo sportivo ma a Glasgow si scende in profondità, fino ai cromosomi di un popolo, fino alle ragioni di una comunanza forzata decisa dalla fame e dalle opportunità, il trionfo delle conseguenze non volute, l'eterogenesi dei fini. C'è una data d'inizio a tutto questo. Iniziate a cercarla a Gallowgate nel sud est della città. Edilizia popolare e negozietti che sventolano bandiere irlandesi mentre sui pub troneggiano scritte in onore dei “Lisbon Lions”. E qui che si riversarono gli emigranti provenienti dall'Irlanda a seguito della carestia delle patate scoppiata nella metà del XIX secolo. Ad attrarli il grande porto e i suoi stabilimenti. Un giorno fratello Walfrid, nome religioso di Andrew Kerins, irlandese di Ballymote, fu convocato dal suo arcivescovo che aveva in mente di creare ciò che aveva già preso piede a Edimburgo, ciò che già funzionava con l'Hibernian, ossia una squadra di calcio che raccogliesse fondi da devolvere in beneficenza ai bambini più sfortunati: “Poor Children's dinner table”.
Walfrid è entusiasta del progetto. Si darà subito da fare affittando per 50 sterline un lembo di terra accanto al cimitero di Janefield trasformandolo in un empirico campo da gioco e nel 1888, al grido di “viva San Patrizio”, nasce il Celtic Football Club: una “banda di poveracci” che tira calci a una palla accanto alle lapidi di un camposanto indossando una maglia biancoverde e un quadrifoglio sul petto. Con il tempo diventerà icona, simbolo, rifugio e eccellenza sportiva.
La massiccia iniezione di nuova manodopera provocò malumore nell’altra faccia della città. Quella protestante, presbiteriana, quella dei sermoni infuocati di John Knox a una platea che lo ascolta ma non si muove, perché farsi il segno della croce è da fanatici, da adulatori del Papa e delle sue politiche d'interesse, da superstiziosi cattolici. Le “braccia locali” si vedono sfilare qualche posto di lavoro e in fondo essendo cugini di genesi celtica sono troppo simili per non odiarsi. Ne nacque un attrito via via accresciuto e amplificato.
Nel 1872 erano nati i Rangers anche se alcune cronache non collimano con questa data. Quello che è certo e che nascono dalle idee di quattro padri fondatori. I fratelli Moses e Peter McNeil, Peter Cambell e William McBeath. I primi due sono figli di un giardiniere che lavorava presso la residenza estiva di John Honeyman, un mercante di grano. Per il nome si ispirano a un team inglese di rugby, per i colori al blu scozzese che gli anni a venire macchieranno di una britannicità palesemente ostentata da venature biancorosse, e i cori racconteranno della battaglia del Boyne e di quando Guglielmo d'Orange sconfisse il Re cattolico Giacomo II. Sedi vacanti e provvisorie per i primi anni poi dal 1899 tirano su i mattoni cremisi di Ibrox, il tribunale del popolo, lassù fra Govan e i brividi umidi dei cantieri di Gorbals.
1989/90.


Maurice John Giblin Johnstone, per tutti Mo nasce a Glasgow il 14 aprile 1963. Rossiccio di capelli, qualche lentiggine e lo sguardo di chi conosce le insidie della strada. E' cattolico oltre che calciatore promettente. E per uno nativo di quelle parti il Celtic sembrava la destinazione naturale. Ci arriverà nel 1984 e in tre anni collezionerà 140 presenze siglando 52 reti. Poi arrivano le sirene francesi e l'esperienza nel Nantes. 
Nella Loira non smarrisce le sue doti di bomber facendo intendere di non voler più tornare, anzi no, improvvisamente rilancia il suo amore per il Celtic e dichiara che rivuole Parkhead. Frank Mc Avennie, il suo sostituto, se ne ritorna al West Ham. E Johnstone tornerà a Glasgow, sì, ma un attimo, ritorna nella parte blu. Soldi. Il primo giornale a darne la notizia è il Belfast Telegraph (tanto per far capire che una parte consistente di Old Firm si gioca in Irlanda del Nord). I Rangers sotto la pressione di Greame Souness vengono meno alla loro regola storica di non tesserare giocatori cattolici anche se a dirla tutta negli archivi dei Rangers pare ci siano stati precedentemente al “rosso” altri 15 giocatori cattolici nelle loro fila come per esempio il sudafricano Don Kitchenbrand ma l'impatto del profilo di Maurice Mo Johnstone non era certo eguagliabile. Souness risponderà alle domande dicendo:
“Sono scozzese e protestante, capisco certe cose, ma nel calcio come nel mondo moderno non devono contare, io ho il dovere di scegliere i più bravi e poi ho sposato una cattolica figuriamoci se avrò problemi ad allenarne uno”.
Il neo presidente David Murray avalla la scelta del “padrino di Edimburgo”. I tifosi no. Di ambo le parti. Per quelli del Celtic è un “Judas” un traditore. E mentre dall' East End volano offese e minacce, sui cancelli di Ibrox bruciano le sciarpe dei Rangers e vengono stracciati gli abbonamenti. Edminston Drive venne presa d'assalto. 
Nemmeno una subdola regia occulta avrebbe fatto meglio, visto che il calendario riportava 13 luglio guarda caso nel bel mezzo delle marce orangiste. Johnstone fu costretto a difendersi da tutti. Da quelli dei Rangers e da quelli del Celtic. Per muoversi avrà bisogno di tre guardie del corpo. Stessa storia per la moglie e i quattro figli. Fu persino costretto a prepararsi da solo la divisa in quanto il magazziniere si rifiutava di farlo.
Billy McNeill, l'allenatore del Celtic, non avrà mezze parole: “Non lo posso perdonare e credo che nemmeno i fans lo faranno mai perché ha mancato di rispetto a tutti a noi e alla nostra causa”.
Ma nonostante tutto Johnstone dimostrerà una forza di carattere notevole. Sterline o meno giocare in quella situazione sarebbe stato impossibile per tutti. 
Invece se ne andrà da Ibrox solo nel 1991 dopo aver segnato 46 reti ed essersi lentamente ingraziato il sostegno della gente. 
Oggi le cose sono cambiate, il settarismo è più attutito. 
In ogni caso evitate di segnarvi o di mimare flauti orangisti, non si sa mai. (Boruc e Gazza docet)
di Simone Galeotti

3 ottobre 2024

"CAMPO INSANGUINATO. Il massacro di Croke Park e la Guerra d’indipendenza Irlandese" di Michael Foley (Bradipolibri), 2022

Nel 1922 l’Irlanda spezzava otto secoli di giogo britannico, ma dopo aver pagato un prezzo molto alto costituito, nel solo Novecento, da una sanguinosa Guerra d’Indipendenza, da una spietata Guerra Civile, dalla morte di eroi nazionali come Michael Collins e dalla partizione tra nord e sud che dura tutt’oggi e che per decenni trascinò l’Ulster in un crudele confronto settario. Nel 1972 i Troubles in Irlanda del Nord registrarono uno degli episodi più cruenti: l’uccisione di 14 manifestanti disarmati a Derry, in quella domenica 30 gennaio che gli U2 resero celebre con la canzone Bloody Sunday.
Ma nella storia irlandese c’è un’altra Domenica di sangue, che ha contribuito a dare una svolta alla lotta per l’indipendenza e a plasmare la coscienza nazionale. Il 21 novembre 1920, la mattina, un’azione spettacolare dell’IRA decapitò con una serie di omicidi mirati il sistema di spionaggio britannico sull’isola. Ma il pomeriggio si scatenò la vendetta…

Stadio di Croke Park, Dublino. In occasione di un incontro di calcio gaelico, i reparti speciali inviati dalla Corona per soffocare l’indipendentismo irlandese irruppero in campo col pretesto di una perquisizione tra il pubblico e spararono sulla folla che gremiva l’impianto, uccidendo 14 persone, tra cui un calciatore, una donna e tre bambini. Una delle pagine più nere della storia “coloniale” britannica. Un minuto e mezzo che cambiò l’Irlanda. Considerati veri e propri elementi fondanti dell’identità irlandese assieme alla lingua gaelica, alla musica e ai balli folk, alla mitologia celtica, alla religione e al pub, gli sport gaelici hanno svolto un ruolo di primo piano nei momenti di più decisivo scontro con Londra.
Il volume di Foley fornisce un ritratto vivido della Domenica di sangue e della Guerra d’Indipendenza Irlandese, ricostruisce le vicende storiche e sportive che hanno fatto da prologo al massacro di Croke Park e quelle processuali che ne sono seguite. Anche quella strage contribuì, di lì a poco, ad ammainare lo Union Jack a Dublino.

Michael Foley, è un giornalista e saggista irlandese esperto di sport gaelici, di cui scrive abitualmente per il Sunday Times. Dopo aver dedicato due libri a giocatori e allenatori di tali discipline, si è concentrato sul massacro di Croke Park. La prima edizione originale di questo volume, nel 2014, ha vinto il più prestigioso premio nazionale dedicato ai libri sugli sport gaelici e ha avuto una nuova edizione ampliata nel 2020.

3 settembre 2024

"Irlanda, Calcio e Rivoluzione" di Greta Selvestrel (Rogas), 2024

Lo sport è capace di riflettere le sfumature contrastanti di un’intera comunità, contribuendo alla decolonizzazione di un determinato contesto socioculturale. L’obiettivo di questo libro è perciò quello di dimostrare come il calcio sia stato utilizzato come strumento strategico di ribellione e di riconoscimento da parte dei popoli oppressi, in particolare dall’Irlanda, al fine di poter reinterpretare in maniera rivoluzionaria il concetto di radice.
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L’autrice dimostra uno spiccato spirito critico nel corredare fatti e, oserei dire, misfatti che la corona inglese ha perpetrato nei confronti della popolazione irlandese, dando davvero contezza di un odio che si registra in ogni epoca analizzata, sfogato attraverso una violenza inaudita e mediante un disprezzo culturale alimentato dalla stampa dei vari periodi e dalle normative varie volte create ad hoc per screditare un popolo senza pace. Personalmente non ho potuto che inorridire di fronte alla riproposizione di avvenimenti e di prove inconfutabile volte a definire quello che è stato un odio razziale a tutti gli effetti, alimentatosi nel corso del tempo con un livore sempre più crescente. Certi articoli riproposti anche di epoca relativamente recente sono stucchevoli e non sembra forzato metterli a confronto con questioni sociali e razziali di portata più elevata e più rilevanti globalmente. Sempre sotto questo punto di vista ho trovato davvero centrata un’opinione dell’autrice, la quale ritiene “l’Irlanda più simile ad una dittatura sudamericana che a una democrazia europea”; per quanto indicato da Selvestrel nella sua copiosa opera tale paragone trova triste veridicità.

Accanto a fatti più acclarati, come il Bloody Sunday del 1972 od il tragico sciopero della fame di Bobby Sands e compagni trovano spazio tante tremende storia che vanno a comporre un puzzle terribili e per certi versi impunito, a riprova di un atavica lotta e di un mai sopito disprezzo. I tanti murales di Belfast e Derry (mai chiamarla Londonderry quando si parla con un irlandese) restano a testimonianza dei cosiddetti troubles e di una situazione civile e sociale raccapricciante.

Il calcio riveste un ruolo fondamentale nel contesto irlandese, con squadra come lo scomparso Celtic Belfast e il Derry FC a rappresentare molto di più di una squadra, ma il simbolo dell’orgoglio e delle lotte di una popolazione, la quale riesce ad affermarsi ed a farsi sentire attraverso l’esistenza stessa delle compagnie calcistiche. L’autrice analizza molto bene il fenomeno, fornendo una precisa ricostruzione storica ed andando davvero a fondo della questione, dandone precisi connotati sociali e antropologici. E’ proprio vero, per citare sempre l’autrice come “il calcio abbia contribuito alla decolonizzazione di un determinato contesto socioculturale”. Molto interessante anche il riferimento agli storici sport gaelici, spiegati nella loro autenticità, ma anche nelle differenze in termini di risonanza rispetto al calcio.

Il punto di vista di Greta Selvestrel è volutamente è fortemente filo-irlandese e, specificatamente, vicino all’ambito protestante negli anni più recenti della sua indagine, lasciando che siano i fatti e la loro perfetta contestualizzazione a dare sostegno al senso stesso dell’opera, senza forzare la mano più di tanto e senza abbandonarsi a strumentali e poco affini esagerazioni, raccogliendo davvero i frutti di un lavoro di ricerca di alto livello. Mi permetto di segnalare una diversa ottica fornita nel considerare e per certi versi giustificare il ruolo dell’IRA, senza per questo avallare la matrice violenta e dimostrando, un’ottima capacità di analizzare una critica situazione sociale e politica con grande apertura mentale e sensibilità.

Al termine della lettura avrete a disposizione un prezioso e completo strumento volto a valutare il calcio come riflesso della società e, congiuntamente, come ci si appassioni e ci si sacrifichi sotto tanti punti di punti di vista per una squadra per autodeterminarsi e trovare, finalmente, un riconoscimento che va davvero oltre il rettangolo di gioco. Le belle testimonianze raccolte dall’autrice in Irlanda fungono da perfetta giustificazione di tale tendenza, così come le belle foto conferiscono maggior fascino all’opera e permettono un’immedesimazione ancora maggiore al contesto trattato.
di Giovanni Fasani

22 luglio 2024

"THE POPPY E THE LILY. Calcio ed etnia a Belfast" di Gianluca Cettineo (Urbone), 2018

The Poppy and the Lily, il papavero ed il giglio, sono simboli che rappresentano la memoria storica delle due comunità nordirlandesi.
La comunità nazionalista irlandese e quella unionista scoto-ulsteriana sono in costante lotta tra di loro da quando la colonizzazione dell’Ulster ha avuto inizio (all’incirca 400 anni fa). Questa polveriera etnica, ben pressata all’interno dei confini dello stato nordirlandese, è esplosa in tutta la sua violenza al termine degli anni '60, ma si trascinava già dalla fine del XIX secolo. Le divisioni culturali, presenti nell'Irlanda del Nord e propagatesi nel resto del Regno Unito, si riflettono in tutti i campi della vita sociale della comunità nazionalista irlandese ed unionista scoto-ulsteriana. Il calcio non fa eccezione ma, anzi, essendo un fortissimo catalizzatore sociale, è termometro ed amplificatore delle tensioni etniche presenti nell’Ulster.
The Poppy and the Lily racconta di come il calcio nordirlandese rifletta la situazione politico-sociale nelle tormentate sei contee del nord d’Irlanda e non solo. Un viaggio tra le strade di Belfast e tra i suoi mosaici di quartieri divisi tra l’arancio ed il verde.
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