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8 gennaio 2026

LA STORIA DELLA FA Cup (part 1) - Dalla prima edizione al 1900






















La FA Cup.
Un vero mito per qualsiasi bambino inglese, che sogna un giorno di poter alzare il trofeo tra il giubilo dei tifosi della sua squadra, forse il primo legame con il calcio d’oltre manica per gli appassionati stranieri, inebriati dalla storia e dalla tradizione di questa competizione. E sì, perché quello che colpisce è proprio l’elemento storico della FA Cup, il più antico torneo calcistico sulla faccia della terra, istituito dagli inventori del calcio moderno, gli inglesi. Le tante finali appassionanti, gli eroi per un giorno sul palcoscenico indimenticabile di Wembley, ma anche le squadre dilettantistiche che fanno soffrire, ed alcune volte battono, le grandi, gli infiniti turni preliminari, i replays, che una volta potevano essere pure quattro o cinque, i tutto esaurito negli stadi di ogni dimensione e categoria. E’ anche questo mischiarsi senza criterio tra squadroni come Arsenal o Manchester United e piccoli team di provincia come Yeovil Town o Altrincham che alimenta il fascino della Coppa: sorteggio secco, niente teste di serie ed altre alchimie da calcio moderno. E poi la soddisfazione non è solo vincerla, ma pure giocare le semifinali in campo neutro e soprattutto arrivare alla finale a Wembley (beh, una volta era così, ma tra poco tornerà ad esserlo, non più però all’ombra delle mitiche torri). L’Imperial Stadium gremito all’inverosimile, perfettamente diviso a metà tra le due tifoserie, che quasi ti arrabbi se non hanno colori in forte contrasto tra loro, così da poterti godere l’effetto cromatico della bandiere e delle sciarpe al vento, il delirio dei festeggiamenti e la delusione cocente degli sconfitti. 

Ma come e quando nasce tutto ciò? Dall’intuizione di Charles Alcock (nella foto a destra), uno dei fondatori nel 1863 della Football Association, che nel 1871 lanciò l’idea di creare un torneo ad eliminazione diretta sulla falsariga di un gioco che lo stesso Alcock aveva praticato per anni nella sua scuola di Harrow, nel nord di Londra. Alla prima Coppa d’Inghilterra, che si tenne nel 1872, parteciparono 15 squadre, tra cui gli scozzesi del Queens Park di Glasgow, poi protagonisti sfortunati negli anni a venire. Il pareggio dava il passaggio del turno ad entrambe le squadre, e dal momento che gli abbandoni non erano infrequenti, il tabellone riusciva sempre ad essere uniformato alle forze rimaste. Al Queens Park fu dato diretto accesso alle semifinali – i calciatori di allora erano tutti dilettanti ed il biglietto per Londra costava abbastanza – ma il pareggio con i Wanderers, la squadra di Alcock, prima sorpresa nella storia della FA Cup, costrinse gli 18 scozzesi, a corto di fondi, a ritirarsi dalla competizione. Fu così che Wanderers e Royal Engineers si disputarono la prima finale, davanti a 2.000 persone, al Kennington Oval di Londra, oggi come allora un campo di cricket. Era il 16 marzo 1872, ben 131 anni fa. Le pesanti maglie di cotone dei Wanderers contrapponevano i colori nero,viola e rosa ad un più sobrio rosso e blu dei Royal Engineers, sconfitti da un gol di Betts al quindicesimo minuto e costretti a giocare in dieci per un infortunio quasi tutto il match. Il trofeo fu consegnato solo tre settimane dopo in una serata di gala tenutasi a Pall Mall. L’anno successivo i Wanderers si ripetono contro l’Oxford University, al Lillie Bridge. Il 1873 è anche l’unico caso di edizione giocata con la qualificazione automatica alla finale della detentrice del trofeo, esperimento che non verrà più ripreso. Per un altro po’ di anni si contendono la vittoria finale squadre di universitari, oltre ai Wanderers, vincitori per ben cinque volte, due i successi degli Old Etonians, uno dell’Oxford University, dei Royal Engineers (nel 1875, per 3-0 nel replay, prima finale ripetuta della storia) e degli Old Carthusians. La finale è sempre al Kennington Oval, senza mai superare i 7-8.000 spettatori, mentre nei turni preliminari non sono rare le rinunce o i problemi logistici. Ma il numero delle squadre partecipanti inizia a salire, team del nord o di quartieri londinesi cominciano a dire la loro. Già nel 1880 i Clapham Rovers si impongono in finale, e devono passare solo tre anni per vedere la vittoria di una squadra del nord, il Blackburn Olympic. Le squadre del nord erano quasi professionistiche, a testimonianza che, come oggi, tanta era la passione nelle regioni più settentrionali dell’Inghilterra. Dopo la tripletta dal 1884 al 1886 dei Blackburn Rovers, le prime due vittorie in finale con il Queens Park, unica squadra scozzese a raggiungere la finale della FA Cup, si capisce che il football sta attirando sempre più l’attenzione delle masse. Nei primi anni ’80 si supera la soglia delle 100 squadre iscritte, nel 1886 i primi club dilettantistici affermatisi agli albori della competizione iniziano a sparire a causa dell’emergente professionismo, dichiarato legale. Le finali vedono la presenza di più di 10.000 tifosi sempre più appassionati. 
Nel 1887, anno della prima vittoria dell’Aston Villa, giocano l’FA Cup squadre di tutto il Regno Unito. La squadra sconfitta è il WBA, e per questo derby si muoveranno da Birmingham e da West Bromwich più di 8.000 persone. Il WBA si rifarà l’anno dopo, mentre nel 1889 si impone il Preston, siglando il primo double, dopo essersi aggiudicato l’edizione d’esordio del campionato inglese e finendo anche la stagione imbattuto in assoluto. E’ evidente che le squadre fondatrici della Football League quegli anni la fanno da padrone, sempre con una netta predominanza delle formazioni del nord, che vincono, oltre che con i Rovers anche nel 1890 e nel 1891, con il WBA nel 1892, ultima finale al Kennington Oval, con i Wolves l’anno successivo, prima finale giocata fuori Londra, a Manchester al Fellowfield per continuare con Notts County (finale a Liverpool, al Goodison Park), Aston Villa, Sheffield Wedsnesday, ancora Aston Villa, Nottingham Forest, Sheffield United e Bury, impostosi nella prima edizione del nuovo millennio, nel 1900. Dal 1895, fino al 1914, la finale si disputerà al Crystal Palace Stadium a Londra. Tra queste la finale più appassionante è quella del 1897, tra Aston Villa ed Everton, conclusasi con un 3-2 molto lottato, mentre nel 1890 il 6-1 inflitto dai Blackburn Rovers ai malcapitati Sheffield Wednesday è il risultati più netto avutosi in un atto conclusivo tra le edizioni fino al 1900. Intanto già negli ultimi anni del diciannovesimo secolo le squadre più forti vengono 19 esentate dai primissimi turni, le iscrizioni aumentano in modo vertiginoso mentre il calcio inizia a far concorrenza sul serio a cricket, corse dei cavalli e canottaggio. Se si pensa che la finale del 1873 fu giocata al Lillie Stadium, vicino al Tamigi, proprio per attirare il numeroso pubblico accorso ad assistere alla concomitante classica del remo tra le università di Cambridge ed Oxford, allora l’evento con la e maiuscola, e si esamina la situazione alcuni decenni dopo, si capisce come quello che diventerà il Beautiful Game appassioni sempre più il pubblico inglese.
di Luca Manes, da "UK Football please"

LEGGI la prossima puntata.
LA STORIA DELLA FA Cup (part 2) - Dal 1900 alla seconda guerra mondiale.

21 febbraio 2025

1954. QUANDO I WOLVES SALVARONO L'ONORE D'INGHILTERRA

In un precedente articolo si è raccontata l’epopea internazionale dei Wolves, pionieri nello sviluppo del grande calcio in notturna giocato contro avversari continentali. L’apoteosi di quell’epoca, e uno degli eventi che ha scritto la storia del calcio inglese, arriva nell’inverno del 1954, pochi mesi dopo il trionfo per 4-0 sullo Spartak Moscow.


Nel Novembre del 1953, mentre i Wolves volavano verso il primo titolo della loro storia, a Wembley arrivava l’Ungheria per sfidare l’Inghilterra in una partita amichevole che avrebbe cambiato la storia del calcio britannico. L’attesa era stata spasmodica, anche per la fama che precedeva la nazionale magiara, portatrice di un’interpretazione nuova e rivoluzionaria dello sport che proprio gli inglesi avevano inventato. 
In ogni caso, nessuno avrebbe potuto pronosticare l’umiliante 6-3 che Puskas & c. inflissero all’Inghilterra, capitanata tra l’altro da Billy Wright, capitano e condottiero dei Wolves. La durissima lezione ebbe grande risonanza anche al di fuori dell’ambiente calcistico, e prostrò l’intero movimento in uno stato di depressione. Condizione che si acuì nell’estate del 1954, quando l’Inghilterra aveva reso la visita, sperando di vendicare l’onta subita a Wembley. Era finita invece 7-1 per i padroni di casa, un risultato che aveva ulteriormente lacerato l’orgoglio calcistico e patriottico di un’intera nazione e aveva scritto la pagina più nera della sua storia sportiva. In patria, nel frattempo, i Wolves avevano vinto il titolo e proseguivano con successo la serie di ‘amichevoli’ notturne (di ‘amichevole’ in realtà c’era poco, con in palio onore e prestigio internazionale contavano quasi quanto Coppa e campionato) con le più forti squadre d’Europa, in una specie di Coppa dei Campioni ante litteram. In palio non c’è ancora un trofeo ufficiale, ma la risonanza di questi match li rende tutt’altro che amichevoli. La serie si era aperta con la visita della nazionale sudafricana, battuta per 3-1. Era poi toccato a Celtic, Racing Club di Buenos Aires, First Vienna, Maccabi Tel Aviv e Spartak Mosca, tutte sconfitte ad eccezione degli austriaci, che avevano pareggiato per 0-0. E così, quando viene annunciato che il prossimo avversario sarà la Honved di Budapest, l’attesa sale alle stelle in tutta l’Inghilterra. E’ l’occasione di ristorare l’orgoglio ferito di un’intera nazione, che tutta si schiera a sostegno dei Wolves.
L’importanza dell’appuntamento è tale che la partita è trasmessa in diretta tanto alla TV (il solo secondo tempo) che alla radio. L’impegno si presenta tuttavia difficilissimo, visto che la Honved schiera ben sei dei componenti di ‘quella’ nazionale ungherese. Quando le squadre entrano finalmente sul terreno di gioco in una fredda serata di Dicembre, 55,000 spettatori (è il dato ufficiale, ma le testimonianze dirette dei giocatori in campo parlano di numeri ben superiori) vocianti sono solo la punta di un iceberg di trepida attesa che si estende all’intera nazione. Alla guida delle due squadre due grandissimi, Ferenc Puskas e Billy Wright. Per il capitano dei Wolves, in particolare, questa partita rappresenta un’occasione unica per vendicare l’umiliazione patita con la maglia della nazionale, unico rappresentante del suo club a prendere parte (da capitano) al doppio confronto con l’Ungheria. L’inizio è prudente, le squadre si studiano e il gioco ristagna a centrocampo. L’entusiasmo è alle stelle, l’atmosfera magica ed eccitante, ma al 10° arriva la doccia fredda: Puskas mette al centro un calcio di punizione dal limite, Koscis anticipa la difesa e mette in rete il gol dell’1-0. Un minuto dopo i Wolves sciupano clamorosamente l’occasione del pareggio con Swinbourne, e sono puniti dal contropiede micidiale degli ungheresi, finalizzato in gol da Machos. 2-0 dopo nemmeno un quarto d’ora e i fantasmi di Wembley si materializzano sotto i riflettori del Molineux. I padroni di casa prima sbandano, poi riordinano le idee e riprendono a giocare, sostenuti da un pubblico che non vuole rassegnarsi alla sconfitta. Con il passare dei minuti la pressione aumenta, la Honved si fa vedere solo con sporadici contropiede ma sono i Wolves a sfiorare più volte il gol con Smith, Wilshaw e ancora Swinbourne. Ma il gol non arriva, complice anche la serata di grazia del portiere ungherese Farago, e all’intervallo il punteggio è sempre 0-2. Negli spogliatoi Stan Cullis cerca di tranquillizzare i suoi, che vede troppo nervosi e contratti. ‘Tornate fuori e cominciate a giocare come sapete’; così, secondo la leggenda, avrebbe concluso il suo discorso.


Che sia vero o no, la squadra torna in campo trasformata, e dopo 4 minuti accorcia le distanze: Hancocks penetra in area palla al piede ed è atterrato da Kovacs; è rigore, trasformato dallo stesso numero 7 dei Wolves. L’attacco si trasforma in assedio, sospinto dall’incitamento costante dei 55.000 del Molineux. I Wolves trovano due alleati preziosi in una condizione fisica che in quegli anni diventerà proverbiale e in un improvviso rovescio molto ‘British’ che spiazza i magiari. Puskas è costretto ad arretrare per trovare palloni giocabili, e nonostante qualche contropiede insidioso la difesa dei Wolves non si fa sorprendere. In mezzo al campo sale in cattedra Peter Broadbent, che detta i tempi di un’offensiva tambureggiante. La pressione dei Wolves è infine premiata al 76°, quando Swinbourne realizza il 2-2 che manda in delirio milioni di fans in tutta l’Inghilterra. Non è finita, ora sono gli ungheresi ad essere in confusione; due minuti dopo Smith scatta per l’ennesima volta sulla sinistra, salta due difensori e centra per Swinbourne che insacca alle spalle dell’incredulo Farago: 3-2. E’ l’apoteosi, ma anche l’inizio di un’altra partita; la Honved rompe gli indugi e si riversa in attacco, sono dieci minuti che sembrano non passare mai. 
I Wolves imbastiscono qualche contropiede, ma sono gli ungheresi a fare la gara.

Il triplice fischio dell’arbitro Griffiths arriva come una liberazione, il boato del pubblico scuote il Molineux dalle fondamenta. In proposito è suggestivo il racconto di Bert Williams, il portiere di quella squadra magnifica: ‘l’affluenza ufficiale fu di 55.000 spettatori, ma credo ci fossero molte migliaia di persone in più…ogni volta che i cancelletti d’entrata giravano, nell’ufficio centrale si aggiornava il contatore…che però si ruppe molto prima del calcio d’inizio, quando dentro c’erano già oltre 50.000 tifosi, altre migliaia rimasero fuori, facendosi passare le notizie da quelli dentro…le gradinate erano così piene che la gente non riusciva nemmeno a muoversi…se mettevi le mani in tasca, avresti fatto fatica a tirarle fuori, ma la cosa più incredibile fu che ogni volta che la folla si spostava per esultare o semplicemente cercare una visuale più aperta, molti perdevano le scarpe perché quelli dietro erano così serrati da montargli sulle suole e sfilargliele. Il giorno dopo feci un giro al Molineux e c’erano decine di scarpe sparse dappertutto. Un altro che assapora emozioni speciali uscendo dal campo è Bill Shorthouse, fra i primi a sbarcare sulle spiagge di Normandia nel giugno 1944. Arruolato nel 263° reparto del Genio Reale, Shorthouse era stato ferito al braccio e aveva temuto di non poter tornare a giocare e invece quella sera raccoglie anche i complimenti di Puskas, che al termine gli confessa di non aver mai giocato contro un avversario così brillante e resistente nel mettergli pressione quando aveva la palla. All’uscita del campo Wright incrocia Marosi, allenatore della Honved, che stringendogli la mano riconosce il merito della vittoria. Più tardi, Wright dichiarerà: ‘Sono orgoglioso della squadra. Tutti hanno giocato una partita magnifica, tutto è stato magnifico’. Il giorno dopo, l’impresa dei Wolves occupa le prime pagine di tutti i giornali; il Daily Mail titola con enfasi ‘I Wolves sono campioni del Mondo’, il News Chronicle ‘Grandi i Wolves, un’altra soddisfazione per l’Inghilterra: battuta la Honved’
E’ un sollievo per tutta la nazione, una rivincita attesa per mesi, una vittoria conquistata dai Wolves ma festeggiata da tutti. Nessuno dei 55,000 fortunati che quella sera assiepavano il Molineux dimenticherà mai quella partita, una delle pagine più gloriose della storia dei Wolves e di tutto il calcio inglese.
di Giacomo Mallano, da "UK Football please"

12 febbraio 2025

"QUEEN'S PARK FC. LUDERE causa LUDENDI" di Damiano Francesconi



Questa citazione sta a significare “giocare per il gusto di giocare”, è il “motto” della più antica squadra di club scozzese.
Il club in questione è il Queen's Park FC che, non è da confondere con il Queens Park Rangers (club londinese che milita nel Championship inglese). Questo club ha, purtroppo per lui, preso vita nella città di Glasgow nel lontano 1867...già, Glasgow, la città élite del calcio scozzese, la città dell'Old Firm, la città dei cattolici del Celtic e dei protestanti dei Rangers, la città dei club scozzesi più forti di sempre.
Il Queens Park, però, può vantare una storia da brividi e, dati alla mano, è la squadra con più Coppe di Scozia alzate al cielo dopo, appunto, Celtic e Rangers. Va anche fatto presente che, nonostante il club militi nel Championship, è l'unico club amatoriale a farne parte.
E' il 9 Luglio 1867, attorno alle 20:30 un gruppo di giovani ragazzi si sono incontrati presso il N. 3 Eglinton Terrace con lo scopo di aprire un dibattito che, come argomento, aveva la fondazione di un club calcistico. Secondo alcune voci, sembra che il dibattito si accese molto quando bisognava scegliere il nome da dare a questo nuovo club calcistico; tra le proposte vi era “The Celts”, “The Northern” e “Morayshire”. Alla fine, a spuntarla, fu QUEENS PARK FC con un solo voto di vantaggio in più su gli altri citati in precedenza. Il primo storico incontro avvenne il 1 Agosto 1868 contro, l'ormai oggi defunta, Thistle FC. Si vocifera che vinse il Queens Park per 2-0.

Il club di Glasgow è noto anche per aver gettato le basi del calcio come lo conosciamo noi oggi. Inizialmente si giocava “calcio” nelle scuole pubbliche e non vi era un vero e proprio regolamento; fu così che il Queen's Park diede vita al calcio come è oggi per noi, ossia passaggi e controllo della palla (con assoluta destrezza per l'epoca che correva). Il club lavorò moltissimo anche sulle tattiche, schemi, verticalizzazioni, dribbling palla al piede, tutto questo sempre con un gioco molto ruvido stile anglosassone.
Tra le caratteristiche di questo club, vi è il loro motto (titolo dell'articolo) che sta a significare “giocare per il gusto di giocare”, tutto questo perché anche oggi il club non stipendia i suoi calciatori, al Queens Park si gioca per amor del calcio giocato.
Nel 1872 il club prese parte alla fondazione della Scottish Football Assosation e fu l'organizzatore dello storico match, giocato il 30 Novembre 1872, tra Scozia ed Inghilterra. Nello stesso anno venne invitato a prendere parte alla FA Cup inglese dove non arrivò in finale perdendo contro i Wanderers in semifinale.
Nel 1873, fu membro fondatore della Scottish Cup che prese il via il 18 ottobre dello stesso anno e vide esordire il Queens Park il 25 ottobre 1873. Quell'anno sarà ricordato per tre episodi fondamentali, il primo fu l'avvio del progetto dello storico stadio Hampden Park, successivamente le storiche maglie a strisce orizzontali bianco nere e, come ciliegina sulla torta, la vittoria per 7-0 contro il Dumbreck nella finale della Scottish Cup.
Verso il terminare del 19esimo secolo, il calcio diveniva sempre di più lo sport popolare dell'epoca vittoriana. Nel 1890, la Scottish Football League, venne formata ed invitò il Queens Park a parteciparvi ma ciò avrebbe comportato la trasformazione del club in squadra professionistica. I membri appartenenti al club rifiutarono il tutto e rimasero fedeli alla loro etica dilettantistica, in quanto sapevano che con il professionismo sarebbero entrati nel circolo vizioso del denaro ed il club avrebbe potuto scomparire. Successivamente accetterà di entrarne a far parte ma rimarrà sempre un club dilettantistico.
Con gli anni, continuano vittorie nella Coppa di Scozia; il trofeo verrà raggiunto anche nel 1875, 1876, 1880, 1881, 1882, 1884, 1886, 1890, 1893.
Nel 1900, prese parte al campionato per la prima volta riuscì a salvarsi arrivando all'ottavo posto in un campionato di undici squadre.

Il primo '900 verrà ricordato il reclamo/sentenza che fecero al Clyde che provò a soffiare, al Queens Park, Willie McAndrew. Dopo questo episodio il club chiese alla Lega di avere delle tutele per i calciatori dilettantistici, ciò venne accettato ed il Queens Park ebbe il diritto di trattenere i suoi calciatori fino al 30 Aprile di ogni anno. Tale sentenza è oggi ancora in vigore.
Sempre più spesso, i "dilettanti" hanno trovato difficoltà a competere con le loro controparti professionali e alla fine della stagione 1921-1922, il club retrocesse per la prima volta, avendo concluso, in un campionato di 22 squadre, penultimo. La vita in Division Two è stato di breve durata e un anno dopo tornarono al livello superiore della Lega scozzese come campioni appena incoronato seconda divisione, vincendo 24 delle loro 38 partite. Rimasero in prima divisione fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Durante gli anni della guerra, vennero istituite gare regionali in Scozia. Anche se questi campionati non erano ufficiali, veniva visto come un diversivo per una popolazione devastata dalla guerra, oltre ad essere un modo per aiutare a raccogliere fondi tanto necessari per lo sforzo bellico troppo.
Queens Park venne assegnato al campionato scozzese Southern e mise in campo i giovani per sostituire quelli che avevano lasciato il club per andare in guerra.
Mentre il mondo ha cominciato a tornare a una sorta di normalità dopo anni di guerra, il campionato scozzese ha annunciato la sua ripresa nel 1945, e il Queens Park si trovò immediatamente rilegato nella massima serie scozzese. Rimase in questa serie fino alla stagione 1947-1948 dove scese in serie cadetta e vi rimase per otto anni fino alla stagione 1955-1956.
Il periodo tra la stagione 1958-1959 e 1974-1975 fu mediocre e, il club, rimase in Division Two. Durante questo periodo i migliori piazzamenti saranno nel 1964-65 e di nuovo nel centenario del club 1967-1968. In entrambe le occasioni, finirono al 4° posto.
Vale la pena ricordare che, in questo periodo, due giovani calciatori emersero tra le fila del Queens Park. Diventeranno leggende nel mondo del calcio. Il primo fu, niente meno che Alex Ferguson (o Sir Alex) che continuerà, poi, a giocare per i Rangers ed il Dunfermline, prima di diventare un manager di successo al St. Mirren, Aberdeen e , soprattutto, Manchester United.
L'altro fu Andy Roxburgh che è ricordato per aver allenato la nazionale scozzese dall'Under 18 alla nazionale maggiore e per aver, successivamente, lavorato con la FIFA come direttore tecnico.


Nella stagione 1975-1976 il campionato scozzese subì variazioni. Venne introdotto un campionato Premier per i top club, seguita rispettivamente da una prima e seconda divisione.
Il Queens Park FC si sono trovati nella seconda divisione composto da 14 squadre. Fecero una buonissima stagione finendo il campionato al 4 ° posto, in quella stagione.
Cinque anni più tardi (1980-1981), il club conquistò la promozione, la prima volta dalla stagione 1955-1956. Campioni, ancora una volta, il Queens Park tornò in prima divisione anche se, con le nuove variazioni, una prima divisione voleva dire “TOP” ed a farne parte vi erano Celtic, Rangers e la forza crescente di Aberdeen e Dundee United.
Un'ulteriore ristrutturazione, del calcio scozzese, si ebbe a partire dalla stagione 1994-1995. Vennero formate quattro divisioni composte da dieci club e, il Queens Park si ritrova nel “seminterrato” della Scottish Third Division.

I dilettanti del Queens Park nonostante non abbiano mai avuto una vita costellata da successi, eccetto il periodo iniziale della loro storia, ha sempre potuto vantare, però, uno stadio straordinario icona del calcio scozzese. Nel 1903, i fondatori del Queens Park FC, acquisirono 33 acri di terra nella parte a sud di Glasgow e diedero il via ai lavori del più grande e tecnologicamente avanzato stadio del mondo, Hampden Park.
E' stato immediatamente adottato come Stadio Nazionale della Scozia ed è diventato una Mecca per i club e calciatori internazionali in tutto il mondo. La sua forma conca naturale e ampie “terrace” contava circa 150.000 posti. In quei tempi, i controlli erano meno rigorosi di oggi. Si ricordano memorabili partite giocate in questa strutture come nel 1937, amichevole internazionale, Scozia v Inghilterra, 1937 Scottish Cup Final tra Celtic ed Aberdeen e 1970 semifinale dell'European Cup tra Celtic e Leeds United.
Negli anni '90, però, iniziarono le ristrutturazioni dell'impianto e i vari ammodernamenti come: la nuova South Stand (con posti a sedere per 17.000 spettatori), inaugurato nel maggio del 1999 e le East e West Stand per facilitare l'entrate e l'uscita dei tifosi dallo stadio. La capienza attuale, ad oggi è, 52.000 spettatori.

Oggi questo club, militante in Championship, gioca le proprie partite casalinghe al Ochiview Park ma tutto ciò è provvisorio visto che, il club, ha acquisito il Lesser Hampden, un piccolo impianto vicino proprio ad Hampden Park. Ultimati i lavori, il Queen's Park, potrà vantare, di nuovo, un impianto tutto suo proprio vicino a quel tempio calcistico che tanto importante è stato per loro. 
Forse farà strano pensare che un club amatoriale di dilettanti possa giocare tra i professionisti, forse farà strano, anche, che questi dilettanti abbiano vinto qualche trofeo.
Statene certi che, quasi sicuramente, la cosa che potrebbe suscitare più perplessità, agli attuali “addetti ai lavori” del calcio moderno, è il fatto che i calciatori di questo antico e tradizionale club non percepiscano un salario e “giochino per il gusto di giocare” (com'è da loro motto). Ricordiamoci sempre che se questo club non fosse nato (il più antico di Scozia) il “football” oggi non avrebbe una storia così romantica da raccontare.
di Damiano Francesconi

20 gennaio 2025

HERBERT CHAPMAN. Tutta colpa del sistema



Un solo uomo al comando: primo in tutto, migliore di tutti. Ecco che cosa è stato, per i suoi club e per il calcio, il “controriformista” Chapman. Quinto dei sette figli del minatore John e della casalinga Emma, Herbert nasce il 19 gennaio 1878 nel sud dello Yorkshire (Inghilterra), al numero 17 di Kiveton Wales, frazione di Kiveton Park, piccolo centro minerario tra Sheffield e Worksop. Il padre, analfabeta, lavora nelle immaginabili condizioni figlie dell’epoca vittoriana. Come per il resto della comunità locale, il destino di Herbert sarebbe quello del genitore, e cioè a estrarre carbone, se non fosse che nel 1870 era stato promulgato l’Elementary Education Act, svolta storica per introdurre in Inghilterra e nel Galles l’istruzione elementare obbligatoria. Per abolire le lingue celtiche (gallese, irlandese e scozzese), lo Stato si assumeva per la prima volta la responsabilità nell’istruzione di tutti i bambini, così, compiuti i cinque anni, anche un figlio della “working class” come Herbert può andare a scuola. 
Un passaggio fondamentale che ne contiene un altro: là può praticare gli sport (è il caso di dirlo) più popolari: il calcio d’inverno e il cricket d’estate. L’attitudine al comando ne fa a undici anni il capitano e il segretario della squadretta di calcio, e insieme con i fratelli entra nella formazione juniores del paese. Ma al momento di guadagnarsi da vivere, scriverà giocando con le parole il suo più attento biografo, Stephen Studd, era il «coal (carbone) e non il goal» a dettar legge, altro che l’Education Act. Finita la scuola, comincia l’apprendistato in una “colliery” (miniera di carbon fossile), ma in seguito all’Education Act, in tutto il Paese si aprono corsi di formazione e Herbert segue quello di ingegneria mineraria allo Sheffield Technical College. Intanto porta avanti la sua passione per il pallone, amore condiviso con il più talentuoso fratello minore (di un anno) Harry, anche lui futuro professionista. Herb la consuma da modesta mezzala destra in club di Sheffield e dintorni, sempre a livello di non-league: Kiveton Park, Ashton North End, Stalybridge Rovers (nel Lancashire), Rochdale (dove debutta il 16 ottobre 1897, 1-1 a Horwich nel secondo turno di Coppa; due settimane dopo segna il suo primo gol con il club, contro l’Ashton North End), Grimsby Town (società in crisi nera dove apprende quanto sia deleterio far gestire la squadra ad un comitato anziché a un responsabile unico, che costerebbe almeno 150 sterline: troppe), Swindon Town, Sheppey United e Worksop Town.

La svolta arriva con il passaggio al professionismo, al Northampton Town nel 1901. Da lì in poi, lasciato il lavoro di ingegnere minerario, cambia squadra ogni anno: Sheffield United (dopo averlo affrontato in FA Cup), Notts County (dal maggio 1903, per 300 sterline) e, dal marzo 1905, Tottenham Hotspur (dove è subito miglior marcatore degli Spurs: 11 reti nella Southern League 1905-1906 prima di regredire a riserva); ma soprattutto capisce cosa vuol fare “da grande”. Nel 1907 torna da giocatore-allenatore al Northampton Town, dove nel 1909 vince la Southern League. Ma come calciatore Herbert, a differenza di Harry (91 gol in 269 gare di campionato, 8 su 29 in FA Cup), non era granché, e di lui si ricordano più le scarpe giallognole che le prodezze in campo. 
Da manager, invece, carisma, sagacia tattica e fiuto nel riconoscere il talento ne faranno uno dei più grandi costruttori di squadre vincenti di sempre. Nel 1912 diventa il segretario al Leeds City (progenitore dell’attuale Leeds United, risorto sulle ceneri del fallito City nel 120, ndr)
Le sue pressioni per far riammettere il club alla Football League hanno successo, ma durante la Prima Guerra Mondiale la società sarà coinvolta in «irregolarità finanziarie», relative ai pagamenti sottobanco effettuati ai giocatori “ospitati” nel periodo bellico, che portarono allo scioglimento della società nel 1919 e nella radiazione di alcuni dirigenti. Tra questi, Chapman, che in appello riesce ad evitare la squalifica vita, adducendo che all’epoca non aveva il controllo amministrativo diretto della società, lasciata per andare a dirigere una fabbrica di munizioni come coinvolgimento coatto nel conflitto. 
Sul piano tecnico, la sua gestione parla da sola: nonostante il sesto posto, l’affluenza media di Elland Road cresce dalle quasi 8000 unità del 1911-12 alle oltre 13.000 dell’anno seguente, il che consente al club di registrare un profitto di 400 sterline, una bella inversione di tendenza rispetto ai problemi finanziari della stagione precedente. «Chapman (...) ha fatto un gran lavoro per il club; si è guadagnato la fiducia di tutti», scrive ai tempi lo Yorkshire Post
L’anno in cui va più vicino alla promozione è il 1913-14 quando il City finisce quarto a sei punti dal Notts County, campione di seconda divisione, e a due dalla seconda, il Bradford Park Avenue; un piazzamento che, secondo il Yorkshire Post, «tenuto conto delle risorse del club, deve essere considerato soddisfacente, non solo perché la squadra non era mai arrivata così in alto ma anche perché incassi e affluenze hanno stracciato ogni record». Se ne va il 16 dicembre 1919 e diventa dirigente industriale in una ditta di Selby che lavora oli combustibili e carbone. Nel frattempo, continua la battaglia legale per i presunti abusi operati dalla Commissione della Football Association che, secondo Chapman, non aveva tenuto conto che lui non era in sede quando, si presumeva, quei pagamenti irregolari erano stati effettuati. 

Nel settembre 1920, scontata la squalifica, rientra nel calcio come segretario dell’Huddersfield Town, club del natio Yorkshire nel quale sarà manager a tempo pieno da marzo. Nei cinque anni successivi, il club di Leeds Road vivrà il suo periodo di maggior successo vincendo la FA Cup nel 1922 (1-0 al Preston North End in finale) e tre Football League (1924-1925-1926), l’ultima delle quali senza il grande capo. La prima, in particolare, merita di essere raccontata. All’ultima giornata il Cardiff è in testa con il minimo vantaggio sull’Huddersfield Town. I gallesi sono a un passo dallo storico trionfo e giocano a Birmingham, i Terriers in casa contro il Nottingham Forest. L’Huddersfield vince 3-0 mentre al St Andrew’s va in scena un finale-thrilling: il Cardiff conquista un rigore, ma nessuno se la sente di tirarlo; sul dischetto va allora Len Davies, che non ne ha mai battuto uno e che “ovviamente” sbaglia. I Blue Birds non sbloccano lo 0-0 e per la prima volta il campionato viene deciso dalla media di gol segnati, in quello che resterà il margine (0.024 gol/partita) più esiguo fra la prima e la seconda. Chapman, come i generali graditi a Napoleone, è anche fortunato.

Quando, nel 1925, passa all’Arsenal, eredita una formazione di bassa o media classifica e a digiuno di vittorie. Con lui, diventerà il club più famoso d’Inghilterra. In giugno l’International Board modifica la regola del fuorigioco riducendo da tre a due il numero di giocatori fra l’attaccante e la linea di porta e il buon Herbert, che ha la testa dura ma anche furbizia da vendere, è lesto ad approfittarne. Già dal primo match l’interno Charlie Buchan, il giocatore più rappresentativo e suo primo acquisto (dal Sunderland), preme affinché il centromediano Jack Butler operi soltanto da difensore. Il tecnico nicchia, ma dopo la memorabile batosta (7-0) del 3 ottobre al St James’s Park contro il Newcastle United, si convince, anche perché Buchan minaccia di tornarsene al Sunderland. 
Nasce così il celeberrimo Chapman’s System, il modulo tattico che soppianterà l’ormai superato Metodo (WW) e si diffonderà come Sistema (o WM, dalla disposizione in campo: un 3-2-2-4 con i due mediani e le due mezzeali schierati a quadrilatero). L’idea di Buchan è semplice: spostare il centromediano (Butler e, subito dopo, l’ex mezzala Andy Neil) dalla posizione di movimento a centrocampo a quella fissa di “stopper” (da qui il nome al ruolo di marcatore della prima punta), e retrocedere un attaccante, per non perdere la superiorità numerica a centrocampo. Ne consegue che, a far scattare la cosiddetta “trappola del fuorigioco” non sono più i due terzini, ma il difensore centrale, che è il più arretrato, mentre i laterali si “allargano” verso l’esterno per prendere in consegna le ali. Dopo l’illusorio 4-0 del 5 ottobre ad Upton Park con il West Ham United (doppietta di Buchan), i risultati sono altalenanti. Chapman però non molla. Alla sua rivoluzionaria controriforma tattica aggiunge la firma di alcune delle maggiori stelle del calcio britannico, tra cui Cliff Bastin, David Jack (arrivato per 10.890 sterline in sostituzione di Buchan, ritiratosi, e primo a sfondare il muro delle cinque cifre), lo scozzese Alex James (£ 9000) e il prossimo capitano, il terzino Eddie Hapgood; gente che assieme alle ali Joe Hulme e Cliff “Boy” Bastin, al nuovo stopper Herbie Roberts, agli altri terzini Tom Parker e George Male e al portiere Frank Moss farà dei biancorossi (indovinello facile facile: di chi è la trovata della manica bianca su maglia rossa?) una corazzata dalla formidabile prima linea (Hulme, Jack, Lambert, James e Bastin) che vincerà una FA Cup (nel 1930, 2-0 proprio all’Huddersfield Town; successo sfiorato nel ’32, quando a vincere per 2-1 sarà il Newcastle United) e quattro campionati; il primo nel 1931 (i londinesi sono la prima squadra del sud dell’Inghilterra a laurearsi campione) e gli altri consecutivi (1933-1934-1935) ma ancora una volta con Chapman a perdersi la tripletta. 

Il 3 gennaio 1934, si prende una polmonite nella ventosa Guildford, dove si è recato, nonostante il forte raffreddore e il divieto del medico, per seguire una partita della terza squadra. «Sarà una settimana che non vedo i ragazzi…» aveva detto, tre giorni dopo morirà. Il suo successore, il corpulento George Allison, ex inviato al seguito della squadra entrato poi nello staff tecnico, proseguirà nel solco tracciato dal maestro (la cui somiglianza indurrà numerosi errori nelle didascalie di svariate pubblicazioni, ndr) e metterà in bacheca, oltre ai titoli del ’34 e ’35, la FA Cup del ’36. In quella del ’27, invece, la sorte aveva riscosso da Chapman il credito elargitogli all’Huddersfield nel vittorioso campionato del ’24: a un quarto d’ora dal termine della finale con il Cardiff City, un rasoterra senza troppe pretese scagliato da Hugh Ferguson passò sotto il portiere dell’Arsenal, il gallese Daniel Lewis, ed entrò in porta. In pieno delirio da sconfitta, Chapman attribuirà la colpa della papera al... maglione nuovo di Lewis. Da allora, nella gestione Chapman, mai il portiere dei Gunners (a proposito: il copyright è suo) scenderà in campo senza prima aver fatto lavare, per infeltrirla, la nuova divisa da gioco. Una “innovazione” da niente, rispetto a quelle introdotte o solo sperimentate da Chapman, in campo e fuori: il tempo effettivo, i giudici sulla linea porta, i ritiri, le riunioni tattiche (compresi i discorsi pre-gara), le tournée in aereo, i palloni bianchi, le maglie numerate, i terreni sintetici, l’orologio dei 45’, i riflettori. Questi ultimi li vide andando a trovare un vecchio amico in Austria, dove assistette a una partita in notturna su un campo illuminato dai fari di 40 auto. «Ti rendi conto che se fossero piazzati su aste alte 40 piedi potremmo giocare come se fossimo in pieno giorno?»
Non ci volle molto perché la stampa venisse convocata a un allenamento che l’Arsenal sostenne di sera, dopo che il padre-padrone del club aveva fatto disporre una decina di furgoncini con i fari accesi. In un’altra occasione, aveva fatto installare un orologio gigante che scandiva i 45 minuti così che i giocatori sapessero sempre quanto mancava alla fine. Ma la Football Association non gradì e l’orologio tornò a segnare le ore. Sempre in quel periodo nasceva l’abitudine tutta britannica di adornare con mazzi di fiori nei colori della squadra ospite il salotto di ricevimento dei dirigenti avversari, e pazienza se, dove non arrivava la natura, si provvedeva con petali dipinti. Sarà per quello che, dal 1936, all’ingresso della East Stand Marble Hall, dove campeggia il busto che lo ritrae, commissionato da 12 suoi amici a Jacob Epstein, sembra accennare un bonario sorriso. Anche nell’epoca del calcio finto, Chapman sarebbe stato primo in tutto, il migliore di tutti.

La Controriforma del WM
Nel 1925 l’International Board modificò la regola del fuorigioco e di fatto sancì la fine del Metodo (detto anche “Modulo a W” o WW), adottato in Italia attorno agli Anni 30. Quello schieramento prevedeva i terzini liberi da compiti di marcatura, i mediani a guardia delle ali e il centromediano nel duplice ruolo di costruttore e interdittore. 
Le mezzeali elaborano la manovra a centrocampo, le due ali e il centravanti sono punte pure. Era un gioco congeniale alla scuola italiana, più portata alla tecnica che alla corsa, e il CT azzurro Vittorio Pozzo, con piccoli correttivi (il centromediano arretrato e rapidi contropiede), ne fece un “mezzo Sistema” che bissò nel 1938 il titolo mondiale del ’34. In quel periodo, Chapman introdusse in difesa l’uso della diagonale, per non restare mai con solo un difensore, che, una volta saltato, avrebbe lasciato campo libero agli avanti avversari. Fu, probabilmente, la prima rivoluzione calcistica e come conseguenze ebbe: l’allargamento della difesa verso l’esterno, i terzini (e non i mediani) in marcatura sulle ali e il centromediano stabilmente sul centravanti. Nel WM, mediani e mezzeali formano un quadrilatero a centrocampo (celeberrimo quello del Grande Torino: Grezar e Castigliano vertici bassi, Loik e V. Mazzola in appoggio alle punte), creando il gioco e liberando il centromediano da compiti di regia. Il modulo richiede una condizione atletica notevole e non a caso, in Europa, dopo gli inglesi, fu adottato dai tedeschi e dal “Wunderteam”, la meravigliosa nazionale austriaca assemblata da Hugo Meisl. 
Uno dei migliori Arsenal “sistemisti” si ammirò ad Highbury il 24 dicembre 1932, quando batté per 9-2 lo Sheffield United. Davanti al portiere Moss, tre difensori in linea, Male, Roberts e Hapgood, a centrocampo Hill e John alle spalle di Jack e di James, e le punte Hulme, Lambert e Bastin, secondo un didascalico 3-2-2-3. All’ultimo momento, Lambert sostituì il titolare Coleman al centro dell’attacco e realizzò cinque dei nove gol. Come per ogni modulo, erano i singoli a fare il Sistema.
di Christian Giordano, da http://footballpoetssociety.blogspot.com

29 dicembre 2024

"LE ORIGINI DEL CALCIO INGLESE" (part 2) di Giacomo Mallano
























In realtà l’approvazione dei 13 principi comuni, lungi dall’essere un punto d’arrivo, rappresenta solo il primo passo di un percorso ancora irto di ostacoli. Le prime ‘grane’ le piantano le Public Schools, a lungo i principali focolai di diffusione del nuovo gioco, ma quasi completamente escluse dal procedimento di formazione della FA e dalla codificazione delle prime regole comuni. 

Poi ci sono le ‘federazioni’ locali, ognuna della quali recepisce e modifica il codice della FA secondo le proprie inclinazioni. Fra le più dinamiche del periodo è la Sheffield Association, la quale adotta per esempio una diversa regola del fuorigioco. La vera minaccia all’affermazione del calcio è, tuttavia, l’attitudine di fondo di molti dei membri della neonata FA. Riunitisi con l’obiettivo precipuo di determinare un codice di regole comuni che consentisse di organizzare incontri senza doverne prima ‘contrattare’ le condizioni, i gentiluomini della Freemason’s Tavern (nella disegno sopra) sono adesso pronti a riprendere ognuno la propria strada. Solo la lungimiranza e la determinazione di ‘monumenti’ come C.W. Alcock (sotto) tengono accesa la fiamma nei primi, difficili anni della FA. 
Si arriva così, nel 1864, al primo match ufficialmente disputato con le nuove regole. Si gioca il 9 gennaio a Battersea Park, fra due selezioni facenti capo, rispettivamente, al segretario ed al presidente della FA.

L’esperimento ha successo, ma non basta ad imporre in tutta la nazione il codice approvato qualche mese prima. Esso attecchisce bene a Londra, dove il più importante dei club in attività, il Forest FC, l’adotta senza riserve. Ma è regolarmente disatteso altrove, soprattutto a Sheffield, dove peraltro il calcio si sta imponendo rapidamente grazie all’azione dello Sheffield, il club più antico del mondo, ufficialmente fondato nel 1857 ma già attivo dal 1855. 
All’inizio del 1865 il cosiddetto ‘Association Football’ (per distinguerlo, ad esempio, dallo ‘Sheffield Football’) è comunque giocato da un buon numero di club, fra i quali il Barnes, i Wanderers, il già menzionato Forest, il Civil Service, il No Names Kilburn, il Crystal Palace, il Forest School, che tutti troveremo più avanti fra i protagonisti delle prime competizioni ufficiali organizzate dalla FA. A parziale ‘discolpa’ dei ribelli va tuttavia ricordato che le 13 regole approvate dalla FA tacevano su aspetti fondamentali del gioco, quali il numero dei calciatori per squadra e la durata delle partite, lasciando ai rispettivi capitani l’incombenza di accordarsi prima del match. 

Ne vengono così fuori episodi come il 9 contro 14 di Barnes-Crystal Palace, o il 9 contro 9 di NN Kilburn-Wanderers, match durato solo un’ora. Stravaganze e disomogeneità di cui nessuno si preoccupa troppo; in fondo il calcio è ancora un gioco, e soprattutto si va in campo su base assolutamente amichevole, senza altra posta in palio che la supremazia sugli avversari di turno. Al gennaio 1865 risale un’altra ‘prima volta’ nella storia del calcio inglese. 
A Nottingham si affrontano Notts County, il club professionistico (lo sarebbe diventato dopo qualche anno) più antico del mondo (la fondazione ufficiale risale al 7 dicembre 1864) e lo Sheffield, di cui si è detto sopra. E’ il primo match ufficiale disputato da un club ancora oggi membro della Football League), e il Nottingham Review del 6 gennaio lo racconta come ‘un match che ha attratto un buon numero di spettatori. Di fronte il Notts County, formato 6 da pochi giorni, e lo Sheffield, club di lunga militanza’.

Pochi mesi dopo quest’incontro nasce il secondo club di Nottingham, il Forest, che nella stagione 1865-66 darà vita ad una serie di derby con il County, organizzati su andata e ritorno. Nella stessa stagione la FA organizza un incontro fra una rappresentativa londinese ed una di Sheffield, il primo dei match ‘inter-county’ destinati a prendere piede negli anni successivi. Il primo non è tuttavia un grande successo, a causa delle solite divergenze sulle regole del gioco, che impediranno ulteriori incontri Londra-Sheffield fino al 1871. Nel frattempo il calcio approda ufficialmente anche in Scozia, dove nel luglio del 1867 nasce il leggendario Queen’s Park, primo club scozzese e protagonista assoluto degli anni ’70 e ’80. 
Negli ultimi anni del decennio il calcio da un lato subisce la concorrenza del rugby, e dall’altro comincia a muoversi verso l’inevitabile approdo della ‘competitività’. Dal primo punto di vista, una serrata campagna di stampa favorevole al gioco ‘di mano’ codificato dalla Rugby School favorisce l’esodo di club e atleti dal gioco ‘di piedi’ della FA. A poco serve la considerazione che il rugby è di qualche anno indietro rispetto al calcio, non avendo ancora uno ‘statuto’ condiviso né un’organizzazione; in questi anni è più ‘di moda’ e tanto basta per attrarre giocatori e spettatori. 
Le cronache dell’epoca raccontano che ogni sabato, giorno tradizionalmente dedicato all’attività sportiva, a Londra si giocano match di rugby in numero da tre a quattro volte superiore rispetto a quelli di calcio. Forse anche per questo il calcio avverte l’esigenza di fare un passo avanti, tanto nel modo di giocare che nello scopo stesso del gioco. Non è insomma più sufficiente giocare solo per il gusto di giocare, si fa strada l’esigenza di giocare per un motivo, e dunque per vincere. Si inizia con la messa a punto dei primi rudimenti tattici del gioco, e la prima codificazione di posizioni e ruoli in campo.


















All’avanguardia in questo campo è la scuola di Eton, probabilmente la prima ad elaborare una disposizione razionale della squadra sul terreno di gioco, con tanto di definizione dei diversi ruoli. I primi ‘moduli’ di cui si abbia notizia prevedono un difensore centrale, un mediano e ben otto giocatori d’attacco, disposti ‘ad arco’ sul fronte offensivo. All’unico difensore è chiesto di lanciare il pallone nella metà campo avversaria appena ne viene in possesso, senza indulgere in un pericoloso possesso. Al mediano è lasciata più libertà di azione e la possibilità di optare fra i calcio lungo e l’azione palla al piede. L’azione degli attaccanti è invece una sorta di ‘mischia’ di ispirazione rugbistica, con tutto il reparto a proteggere il portatore di palla.

Con l’affinamento del modo di stare in campo e il lento ma costante aumento degli incontri disputati, comincia a definirsi anche una sorta di gerarchia informale fra i diversi club. L’ultima stagione del decennio è così dominata dai Wanderers e dai Royal Engineers, da poco affacciatisi sulla scena. Il loro quartiere generale è a Chatham, dove è anche il campo da gioco. E’ tuttavia una zona molto ventilata, e il gioco ne risente non poco, costringendo la squadra ‘di casa’ addirittura a dotarsi di palloni di riserva per non interrompere troppo spesso il gioco. In questa stagione i Sappers – così sono soprannominati gli Engineers – disputano diciassette partite perdendone solo una, ‘in trasferta’ sul campo della Charterhouse School. E anche questa va correttamente inquadrata nella prospettiva dell’epoca. In perfetta armonia con lo spirito cavalleresco degli albori, infatti, i Sappers scendono in campo con un atteggiamento diverso a seconda dell’avversario di turno. Contro squadre alla loro altezza mettono in campo quel gioco duro e ruvido che è il loro marchio di fabbrica; famose sono in quegli anni le ‘combined rush’ della linea offensiva degli Engineers, una specie di carica di cavalleria difficile di arrestare per qualunque difesa. Contro avversari più deboli (e le Scuole all’epoca lo sono), invece, i Sappers si astengono dai ‘pezzi’ più duri del loro repertorio, esponendosi quindi al gioco ‘gentile’ degli avversari. 
Anche questi eccessi di ‘cavalleria’, è chiaro, sono figli della connotazione assolutamente amichevole del calcio delle origini, in cui il risultato è solo un accessorio di una giornata di sport. I tempi sono però maturi per il definitivo salto di qualità, il passaggio alla competitività degli incontri; un salto che passerà per il primo incontro fra Inghilterra e Scozia (1871), ma soprattutto per il varo della FA Cup, al via nell’autunno del 1872.
di Giacomo Mallano, da "UK Football please"

28 dicembre 2024

"LE ORIGINI DEL CALCIO INGLESE" (part 1) di Giacomo Mallano






















Lo sport più amato e diffuso al mondo nasce come un gioco spontaneo, di strada, spesso violento ma arcanamente affascinante, tanto da attecchire in più luoghi e con varianti diverse, accomunate spesso solo dagli elementi di base: una ‘palla’, due squadre, una contesa. 
Le prime testimonianze di un gioco in qualche modo assimilabile al football ci arrivano dalla Cina, dalla Grecia e da Roma, e risalgono addirittura a duemila anni fa. Senza alcuna regolamentazione, quasi come una forma di vita ‘autonoma’, il ‘calcio’ attraversa i secoli, e torna alla ribalta nel rinascimento con le violente tenzoni di ‘calcio fiorentino’. Poi ancora oblio, fino al ‘colpo di fulmine’ fra il gioco e l’Inghilterra del XIX secolo, che ne diventa il terreno elettivo e la culla, il contesto dove nasce finalmente il calcio moderno. 

La prima metà del secolo è caratterizzata dalla prima diffusione del nuovo gioco fra i giovani dei ceti popolari. Si gioca in strada, senza particolari regole e con una veemenza che spesso sfocia in violenza. Si assiste a vere e proprie ‘battaglie di strada’, combattute fra squadre che possono essere composte anche di cinquecento persone e della durata di interi giorni. Alla fine restano sul campo danni agli edifici circostanti, feriti e in alcuni casi anche vittime. È comprensibile, dunque, che le autorità non vedano di buon occhio la diffusione del nuovo ‘passatempo’ popolare, e sostenuti dal clero e da gran parte della stampa tentino di soffocarne la crescita. Tentativo vano, anche perché la combinazione di fisicità e agonismo rende il calcio sempre più attraente agli occhi dei giovani, che anche nelle scuole iniziano a praticarlo. E proprio i college e le università diventano il vero motore della diffusione del nuovo gioco. Si inizia a definire delle regole, che tuttavia ogni istituzione fissa a modo proprio, non risolvendo pertanto l’anarchia che caratterizza questa fase. Il radicamento del calcio nelle istituzioni scolastiche, che con esso cominciano ad identificarsi, costringe tuttavia a compiere il passo definitivo verso la fissazione di standard comuni. Le prime partite amichevoli, infatti, evidenziano la difficoltà di misurarsi e divertirsi se ognuno fa riferimento alle proprie regole, spesso in totale contrasto con quelle dell’avversario.

I rappresentanti di alcuni club fissano dunque un incontro alla Freemason’s Tavern (nel disegno sopra l'evento alla Freemason's), con lo scopo proprio di fissare regole comuni e costituire un’associazione che ne verifichi l’applicazione. Il primo meeting si tiene il 26 Ottobre 1863, e segna la storica data di nascita della Football Association, la prima istituzione calcistica al mondo. 
Intervengono i rappresentanti di dodici club: Forest (che diventerà i Wanderers, primi vincitori della FA Cup), NN Kilburn, Barnes, War Office, Crusaders, Perceval House, Crystal Palace, Blackheath, Kensington School, Surbiton, Blackheath School, Chartehouse School

Tutti concordano sulla petizione associativa, e deliberano che ‘i club rappresentati a questo meeting si riuniscono in un’associazione denominata The Football Association’. 
Più difficile l’accordo sulle regole, tanto che le diverse e spesso contrastanti proposte in discussione costringono a rinviare la decisione definitiva. La contesa si polarizza su due posizioni: quella sostenuta soprattutto dal Blackheath, che intende adottare la variante di calcio codificata dalla Rugby School, e quella che invece predilige il codice della Cambridge University. Il dissidio è di non poco conto e si rivelerà di importanza capitale nel definire il calcio moderno. La ‘variante Rugby’, infatti, consente di prendere la palla con le mani, placcare gli avversari per riconquistarne il possesso e perfino ‘caricare’, ovvero scalciare e sgambettare. Dall’altra parte, invece, la ‘variante Cambridge’ predilige il ‘dribbling game’ sul quale il calcio moderno si basa.
Dopo numerose e sempre più accese riunioni, il 1° Dicembre si giunge ad una votazione, e la posizione del Blackheath è sconfitta per 13 voti a 4.
Il club si dimette immediatamente dalla Football Association per proseguire sulla via intrapresa; nel 1871 ne nascerà la Rugby Union, a sua volta ‘madre’ del moderno rugby. La maggioranza della FA può finalmente sancire il primo codice di regole comuni. La votazione finale avviene l’8 Dicembre, e ne escono 13 principi:

1. La lunghezza massima del terreno di gioco è 200 yards, la larghezza massima di 100 yards e il terreno sarà delimitato da bandiere; la porta sarà delimitata da due pali verticali distanziati di 8 yards, senza alcun nastro o traversa a collegarli.

2. il lancio di una moneta determinerà quale delle due squadre inizierà il gioco dal centro del campo; l’altra squadra resterà ad almeno 10 yards dalla palla fino a quando non sia dato i calcio di avvio.

3. dopo un gol, la squadra che lo ha subito ha diritto a rimettere in gioco la palla, e le due squadre invertiranno la porta dopo ogni gol.

4. un gol sarà assegnato quando la palla attraversa i pali o lo spazio da questi delimitato (a qualunque altezza), senza esservi lanciata o comunque portata con le mani.

5. quando la palla esce dal campo, il giocatore che la rimette deve farlo dal punto in cui è uscita ed in direzione perpendicolare alla linea di delimitazione; la palla non si considera di nuovo in gioco finchè non ha toccato il terreno.

6. quando un giocatore calcia la palla, ognuno appartenente alla medesima squadra che si trovi più vicino alla porta avversaria è considerato fuori gioco e non può toccare la palla né ostacolare gli avversari fino a quando non torna in gioco. Nessun giocatore è tuttavia considerato fuori gioco quando la palla è calciata da dietro la linea di porta.

7. Se la palla finisce oltre la linea di porta, se è toccata da un giocatore cui appartiene la porta, egli avrà diritto ad un calcio da fermo dalla linea della porta. Se la palla è invece toccata da un giocatore avversario, questi avrà diritto ad un calcio da fermo verso la porta da una distanza minima di 15 yards dalla linea, e la squadra avversaria resterà all’interno della propria linea di porta fin quando non avrà calciato.

8. se un giocatore effettua un’intercettazione corretta, avrà diritto ad un calcio da fermo, a condizione che lo richieda tracciando un segno sul terreno; per calciare, 6 potrà andare indietro a suo piacimento e nessun giocatore avversario avanzerà oltre il suo segno fino a quando non avrà calciato.

9. nessun giocatore può correre con la palla.

10. non è ammessa la trattenuta né lo sgambetto, e nessun giocatore può usare le mani per bloccare o spingere l’avversario.

11. è vietato lanciare o passare la palla ad un calciatore della stessa squadra con le mani. 

12. nessun giocatore è autorizzato a prendere la palla con le mani mentre questa è in gioco, quale che sia la ragione o la necessità.

13. nessun giocatore è autorizzato a vestire protezioni metalliche o a cospargere di guttaperca le suole o i tacchi delle proprie calzature.

Con regole comuni finalmente fissate e condivise (anche se alcune suonano abbastanza enigmatiche…), nasce finalmente il calcio moderno. Ora si inizia a giocare davvero…
di Giacomo Mallano, da "UK Football Please"

20 dicembre 2024

"I WOLVES DAL DOPOGUERRA AI PRIMI FLOODLIGHT MATCHES." di Giacomo Mallano





Nel 1946, con la fine della guerra, anche il calcio, come tutte le attività, riparte faticosamente.
La stagione 1946/47 è difficile e tormentata, ma la voglia di voltare pagina, di divertirsi e darsi a cose più leggere e liete è troppa. Sono gli anni della ricostruzione, anche per lo sport più popolare del Regno Unito; molti club hanno sospeso l’attività, diversi stadi sono stati distrutti dai bombardamenti tedeschi, un’intera generazione di calciatori è stata decimata dalla guerra. E’ quasi tutto da rifare, ma l’entusiasmo è grande, e all’ombra del Molineux si coniuga con la competenza e la lungimiranza di una dirigenza che proprio in questi anni pone le basi del periodo più glorioso della storia del Wolverhampton Wanderers.

Nel 1939, all’alba delle ostilità belliche, i Wolves avevano loro malgrado scritto una pagina storica del calcio inglese, perdendo per 4-1 la finale di FA Cup contro la ‘cenerentola’ Portsmouth. E’ uno smacco che i Wolves provano a vendicare subito, ma nel 1946-47 cadono ancora una volta sul traguardo, chiudendo il campionato al 3° posto, ma con un solo punto meno del Liverpool campione. Il manager è Ted Vizard, succeduto nel 1944 alla leggendaria figura del Maggiore Frank Buckley. Quella squadra annovera tanti talenti, il più grande dei quali, Stan Cullis, sciocca tutti a fine stagione annunciando il ritiro dall’attività agonistica per diventare vice di Vizard.
Nel 1948 Cullis diventa manager al termine di una stagione mediocre (i Wolves finiscono il campionato al 5° posto), e apre quello che sarà il ciclo più glorioso della storia del club. 
Il successo arriva subito, nelle forme della FA Cup, conquistata a Wembley nella finale contro il Leicester. Contro una squadra di categoria inferiore, i Wolves non ripetono l’errore del 1939 e dominano il match davanti ai 99.500 spettatori di Wembley. I gol di Pye (2) e Smyth fissano il 3-1 e quantificano la netta superiorità della squadra di Cullis. 
Il successo è un perfetto manifesto della rivoluzionaria filosofia calcistica di Cullis, convinto assertore di un gioco diretto fatto di passaggi di prima, lontano dal calcio ‘palla al piede’ allora dominante. Un modello tattico che però non funziona altrettanto bene in campionato, dove i Wolves finiscono 6°. Per Cullis, però, è proprio la conquista del titolo nazionale che comincia a diventare un’ossessione. Il manager era infatti in campo nelle ultime due stagioni prebelliche, quando i Wolves erano finiti per due volte al 2° posto. E l’ossessione si acuisce nel 1949/50, quando la squadra termina la First Division a pari punti con il Portsmouth (53) ma vede sfumare il titolo per la peggiore differenza reti. Una beffa atroce, resa ancora più amara dalla sconfitta in FA Cup per mano dell’Arsenal. Sembrano le premesse di un grande ciclo, ma le due stagioni successive non mantengono le promesse, e i Wolves finiscono lontano dalla vetta; nel 1952/53 comincia la riscossa, con la squadra di Cullis che finisce al 3° posto.
E proprio in questo periodo, destinato a culminare con il sospirato titolo della stagione 1953/54, la dirigenza dei Wolves si conferma all’avanguardia, decidendo di dotare il Molineux di riflettori per consentire il gioco anche in notturna. I Wolves sono fra i primi club ad andare in questa direzione rivoluzionaria, aprendo di fatto una irripetibile stagione di grandi match internazionali in notturna, prodromo e modello delle coppe europee che saranno varate dopo qualche anno. Non è tuttavia una decisione che incontra il favore immediato delle istituzioni calcistiche nazionali. Tanto la Football League che la Football Association negano ai Wolves il permesso di disputare match ufficiali di campionato o di coppa in notturna, limitando così il possibile impiego della nuova infrastruttura di illuminazione alle gare amichevoli. 
La dirigenza del club non rinuncia però a realizzare la propria avveniristica visione, e incarica la France’s Electric Ltd di Darlaston di realizzare il migliore impianto possibile sulla 18 L’onore di inaugurare l’illuminazione è inizialmente riservato al Celtic Glasgow, con cui è concordata un’amichevole per il 14 ottobre 1953. Succede però che la messa a punto dell’impianto è completata prima del previsto, e la dirigenza dei Wolves decide di approfittarne, posticipando alla sera del 30 settembre la prestigiosa amichevole contro la rappresentativa nazionale del Sud Africa, originariamente programmata per il pomeriggio dello stesso giorno. Stimolare la curiosità di vedere finalmente in opera i riflettori artificiali con una partita internazionale, assai poco frequente in quegli anni, è un’altra grande intuizione della dirigenza del Molineux.
L’attesa della vigilia è tale da oscurare anche il clamoroso 8-1 rifilato al Chelsea il sabato precedente, con il grande Johnny Hancocks autore di una tripletta. Il ‘Football in Technicolor’, come definito da alcuni mezzi di informazione, è ufficialmente inaugurato alle 7.45 serali di mercoledì 30 settembre 1953, davanti a 33.681 appassionati. 
L’attesa non è solo per lo spettacolo dell’illuminazione: il Sud Africa è squadra vera, nel pieno di una tourneè di grande successo, nel corso della quale ha pareggiato 2-2 con l’Arsenal e con il Birmingham County FA, battendo invece per 4-0 una rappresentativa amatoriale, 3-1 il Charlton e 4-2 il Norfolk FA. Per i Wolves è quindi un test probante, oltre che l’ideale coronamento della trionfale tourneè compiuta in Sudafrica nel 1951, con dodici vittorie in altrettante partite, sessanta reti realizzate e solo cinque subite. In un clima di grande sportività e rispetto reciproco, le squadre entrano in campo guidate dai rispettivi capitani Ross Dow (Sud Africa) e Eddie Stuart (Wolves). Per Stuart, nato proprio in Sudafrica, è un grande onore concessogli da Bill Shorthouse, all’epoca capitano della squadra. In campo, alcuni dei nomi entrati nella storia del club, protagonisti fra l’altro della rincorsa che porterà pochi mesi dopo al primo sospirato titolo. Billy Wright, Jimmy Mullen, Johnny Hancocks, Roy Swinbourne, l’ancora dilettante Bill Slater, Peter Broadbent sono nomi che ancora fanno sospirare I fedelissimi del Molineux, e in questa serata regalano sprazzi di grande calcio, liquidando gli ospiti sudafricani con un secco 3-1 firmato dai gol di Mullen, Broadbent e Swinbourne.




















Al termine del match, fra reciproci attestati di stima e scambio di doni, la dirigenza assapora la perfetta riuscita dell’evento, annunciando per l’immediato futuro altre grandi serate di calcio internazionale che confermino la crescente reputazione dei Wolves fra i grandi club del continente. Un mesetto dopo, di fronte a 41.820 spettatori, lo spettacolo si ripete, ospite il Celtic. Si gioca ancora di mercoledì, per non interferire con il campionato, e Cullis si concede addirittura un primordiale assaggio di turn-over. In porta Nigel Sims sostituisce Bert Williams, in difesa rientra Shorthouse mentre il 17enne Bobby Mason esordisce con la casacca Old Gold. Soprattutto, però, in campo va Tennis Wilshaw, reduce dalla doppietta segnata al Galles nel giorno dell’esordio con la maglia della nazionale inglese. Wilshaw conferma il momento di grazia realizzando la doppietta che nella ripresa fissa il 2-0 finale. Nel primo tempo, tuttavia, il Celtic (pure privo del talentuoso Jock Stein) impressiona per la velocità della manovra e la precisione dei passaggi, pur non trovando mai lo spiraglio giusto per battere la magistrale difesa guidata da Billy Wright e Slater, due accomunati dal singolare record di non essere mai stati ammoniti in tutta la carriera. Dopo la sfida con gli scozzesi, il Molineux aspetterà quasi sei mesi per riaccendersi in notturna. 
Con il titolo quasi conquistato, l’occasione è però di quelle di assoluto prestigio: arriva il Racing Club di Buenos Aires, grande d’Argentina nel pieno di un tour europeo che porta i ‘Cancioneros de America’ (così chiamati dal canto che usano intonare prima delle partite) in Italia, Jugoslavia, Spagna e Belgio, a sfidare i più grandi club del momento. La curiosità è alimentata anche dal calcio giocato dal Racing, completamente diverso da quello inglese e anche da quello ‘coloniale’ dei sudafricani; un calcio fatto di possesso palla e passaggi corti, ritmi bassi e pochi cross verso il centro dell’area. La forza e la velocità dei Wolves hanno però la meglio anche su avversari così ‘diversi’ da quelli affrontati settimanalmente. L’esordiente Doug Taylor apre le marcature ma Pizzuti pareggia dopo pochi minuti. Nella ripresa la superiore preparazione fisica dei Wolves emerge e prevale, e i gol di Deeley e Mullen fissano il punteggio sul 3-1 finale.

Un altro grande successo di grande prestigio seppure senza valore ufficiale, ma comunque un degno coronamento di una stagione straordinaria. Arriva infatti il tanto sospirato titolo, ancor più bello perché soffiato ai rivali di sempre del W.B.A., secondo a quattro punti. In estate si giocano i Mondiali svizzeri, e i Wolves restano protagonisti fornendo alla nazionale inglese le grandi firme Billy Wright, Dennis Wilshaw e Jimmy Mullen. 
Fra agosto e settembre la squadra di Cullis prosegue il suo personale campionato internazionale per club facendo visita al First Vienna FC (battuto 2-0) e al Celtic (3-3 in un match ad alta tensione). Soprattutto, però, il 29 settembre il Molineux ospita in notturna una fantastica Charity Shield fra Wolves e W.B.A., trionfatori della FA Cup 1954. Ne viene fuori un classico del calcio inglese, un 4-4 che elettrizza ed entusiasma gli oltre 40.000 spettatori. I Wolves vanno avanti 4-1 grazie ai gol di Swinbourne (2), Deeley e Hancocks, ma subiscono nel finale il ritorno dei Baggies trascinati da uno strepitoso Ronnie Allen, futuro manager proprio dei Wolves ed autore di una tripletta. 
Due settimane dopo il Molineux ospita un’altra ‘prima volta’, con la prima visita di un club dell’Europa continentale, l’Austria Vienna. Cullis è costretto ad effettuare diversi cambiamenti rispetto alla formazione ‘tipo’, spostando addirittura in attacco Bill Slater. Il generoso difensore dà il massimo per non far notare la bizzarria della sua posizione, ma non riesce ad andare ad un palo colpito di testa. Il portiere austriaco Schmeid fa il resto, opponendosi a tutto quanto gli arrembanti Wolves gli tirano addosso, assurgendo al ruolo di eroe e consentendo ai suoi di uscire imbattuti dal match, primi a riuscirci nella nuova era dei floodlight matches. La rivincita dell’Old Gold non tarda però ad arrivare; a farne le spese gli israeliani del Maccabi Tel Aviv, travolti due settimane dopo con il clamoroso punteggio di 10-0. Roy Swinbourne è l’eroe della serata, realizzando una tripletta, ma è tutta la squadra a girare al meglio, producendo una superba prestazione di calcio offensivo. Il momento di grazia, peraltro, era iniziato già in campionato, con un clamoroso 4-0 rifilato al WBA quattro 20 giorni prima. 
Ed è un momento che prosegue per tutto il 1954, con le vette dei match contro Spartak Mosca e Honved Budapest. Sull’onda della crescente attenzione dei mezzi d’informazione, infatti, il Molineux ‘in notturna’ diventa una sorta di ‘salotto buono’ del grande calcio europeo, e molti club si candidano ad affrontare i Wolves, la cui reputazione cresce di pari passo. A metà novembre arriva quindi il turno del temibile Spartak Mosca, reduce dalle clamorose vittorie contro Standard Liegi, Anderlecht e Arsenal.

Negli anni ’50, in piena guerra fredda, la visita di una squadra sovietica aggiunge al confronto anche una valenza politica, caricando la partita di un’attesa quasi spasmodica. La dirigenza decide quindi di rendere il match ‘all-ticket’, scatenando una frenetica caccia al biglietto. Sono addirittura installati riflettori supplementari per consentire alla BBC di trasmettere in diretta televisiva il match. Il 16 novembre l’evento finalmente ha luogo, davanti a 55.184 spettatori. Il primo tempo (chiuso sullo 0-0) fa correre brividi sulla schiena a Bert Williams, salvato per due volte da salvataggi sulla linea dei suoi difensori.
Lo Spartak gioca la palla con grande precisione e risponde colpo su colpo al classico gioco offensivo dei padroni di casa. Nella ripresa, gradualmente, la superba preparazione fisica dei Wolves prevale, e finalmente al 62° Wilshaw supera Piraev dopo che il portiere russo gli rimpalla il primo tentativo. Ora lo Spartak soffre, ma resiste all’incessante spinta dei Wolves, spronati da un pubblico incontenibile. Nel finale la diga sovietica cede, e Hancocks (2) e Swinbourne trovano la via della porta, dando al risultato proporzioni esaltanti anche se forse eccessive per quanto di buono fatto vedere dallo Spartak. Il 4-0 onora al meglio una delle prime dirette televisive della storia, e proietta le sgargianti casacche color oro dei Wolves nell’immaginario sportivo di tutta l’Inghilterra. 
Forte di quest’aura di imbattibilità, la ‘sfida finale’ arriva il 13 dicembre 1954. Avversario la Honved Budapest, succursale di quella nazionale ungherese che ha inflitto al calcio inglese la più grande umiliazione della storia, superando i maestri prima a Wembley con un sonoro 6-3 e poi a Budapest con un ancor più pesante 7-1. Ai Wolves è dunque affidato l’orgoglio calcistico di un’intera nazione, da riabilitare in 90 minuti. 
Ma questa è un’altra storia, anzi questa serata è LA storia, e magari la racconteremo la prossima volta…
di Giacomo Mallano, da "UK Football please"
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