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26 gennaio 2026

"ROLLS ROYCE" di Giuseppe Lavalle

SE CHIEDI QUANTO COSTA, NON SEI UN CLIENTE ADATTO PER QUESTA VETTURA.
Si sintetizza così il mito elitario ed esclusivo della più lussuosa marca di automobili del mondo, la Rolls Royce. Tutto inizia 4 maggio del 1904, quando ci fu un incontro speciale da cui doveva nascere di qualcosa di molto speciale. In Inghilterra, nella sala da pranzo dell'hotel Midland di Manchester, si incontrarono un ricco giovane dal nome di Charles Stewart Rolls, rampollo di una famiglia d'Inghilterra, e il commerciante di auto Frederick Henry Royce.

I due condividevano la passione per i motori e si intesero subito. Amavano le auto, affascinati dagli orizzonti che il nuovo mezzo dischiudeva al mondo e ai loro occhi. Nell'incontro scoccò la scintilla di un sodalizio che ha dato vita a uno dei nomi più blasonati della storia industriale, in modo particolare dell'automobile. Rolls fino ad allora aveva dimostrato di essere un abile uomo di commercio; Royce aveva fatto fortuna come industriale. Dai progetti un po' visionari dei due nacque la Rolls-Royce che a più di un secolo dalla sua nascita continua a essere vista come il top dei top in tema di auto di prestigio.
Charles Stewart Rolls, nato nel 1877, si appassiona all'automobile fin dagli anni dell'università: già nel 1896 guida una Peugeot Phaeton 3,5 Cv. Piacere personale a parte, la sua innata vocazione per la tecnica e l'ingegneria (a 15 anni aveva dotato la casa della sua famiglia di impianto elettrico) lo guida anche negli studi, portandolo a conseguire un diploma in tale settore. Significativo (e curioso per il suo lignaggio) il soprannome che si guadagna in quegli anni: "Dirty Rolls", Rolls lo sporco, per il suo essere sempre bisunto a causa del suo trafficare attorno alle auto. In breve, l'automobile diventa la sua attività. Nel 1902 crea la C.S. Rolls and Co, società che svolge attività commerciale e di riparazione di autovetture nella zona di Londra.

Henry Royce aveva tutt'altra origine. Nato il 27 marzo 1863, già da ragazzino comincia a lavorare come fattorino per le Poste londinesi. Poi uno zio si fa carico di farlo studiare in una delle più importanti scuole tecniche. Inizia così un cammino dapprima tecnico poi anche imprenditoriale.
Nel 1884 infatti Royce fonda la sua F.H. Royce & Co, produttrice di motori e meccanismi elettrici. La sua prima vettura è una Decauville a due cilindri. In breve nasce in lui il desiderio di qualcosa di più potente, magari concepito e prodotto la lui stesso. E infatti costruisce tre piccole vetture Royce, con motore di due litri di cui gli appassionati dicono un gran bene. 
In questa attività Royce conosce Henry Edmunds che resta entusiasta della vettura prodotta da Royce e ne parla agli amici, tra cui c'è Charles Rolls di cui è buon amico. Proprio Edmunds si convince che dall'incontro tra le due R possono nascere cose importanti e combina il citato appuntamento all'hotel Midland di Manchester.
Dopo qualche Royce, cominciano le vendite della nuova vettura, la Rolls-Royce, il cui marchio era composto da due R rosse, proprio sopra il radiatore, già monumentale sin dagli esordi. Due anni dopo la Rolls-Royce Limited assorbe la società di Rolls e nell'atto di acquisizione si legge l'obiettivo di produrre tutto quanto fosse attinente al trasporto a motore “per terra, aria e mare”. Un obiettivo più che centrato vista la produzione successiva di motori marini e d'aereo. Nel 1906 Rolls vince la corsa del Tourist Trophy, con una Rolls-Royce 20HP. Intanto, proprio in quel periodo Royce mette a punto una vettura molto più potente e più grande: la Silver Ghost, con motore a 6 cilindri di sette litri che sviluppava 48 cavalli a 1200 giri. Elegante, silenziosa, comoda e soprattutto affidabile, nel 1907 uno di questi esemplari compie l'impresa di percorrere 14.371 miglia senza spegnere il motore e quasi senza fermarsi. 
Da allora la storia della Rolls Royce è stata un susseguirsi di modelli sempre più raffinati, eleganti e imponenti. Nel 1910 in un incidente aereo muore Charles Stewart Rolls. 
Due anni prima, in Francia, aveva compiuto il suo primo volo al fianco di Wilburn Wright, uno dei fratelli iniziatori dell'aviazione, e subito Rolls si era innamorato degli aeroplani. Oltre che ad avviare l'attività motoristica col marchio Rolls Royce, diventa subito pilota e proprio in una manifestazione aerea a Bournemouth, il 10 luglio del 1910, perse la vita.

Ma la Rolls Royce non si fermò ed Henry Royce la fece crescere ampliando i settori di attività, sia quello delle auto che quella dei motori da aerei. Pur con l'attività dei motori per aerei (fondamentali per l'industria bellica della prima e seconda guerra mondiale) la Rolls Royce è sempre rimasta la casa automobilistica più prestigiosa con una serie di modelli via via sempre più ricercati e soprattutto con livelli di qualità e affidabilità mitiche. Un mito che la stessa casa sapeva coltivare molto bene. Nel 1931 la Rolls Royce acquista anche la Bentley, potenziandosi così come la maggiore realtà automobilistica per le limousine di rappresentanza e prestigio. Purtroppo in quegli anni viene a mancare anche Henry Royce, che cuore il 22 aprile del 1933, con la sua azienda ormai affermata. Da allora le vicende della Rolls Royce sono proseguite con momenti alti e bassi. Per decenni comunque il gruppo ha compreso sia le auto che i motori di aereo, poi nei primi anni 70 c'è stata la separazione, anticamera della vendita del ramo auto. 
Nel 1980 la Rolls Royce passa al gruppo Vickers e nel 1998 la parte automobilistica approda al gruppo Volkswagen in un accordo che la vedrà poi passare alla Bmw il primo gennaio del 2003. Fra i tanti aneddoti sulla Rolls Royce c'è quello che racconta di un nobile inglese che compie un viaggio in Africa con la sua Rolls-Royce e a un certo punto resta in panne. In modi fortuiti riesce a inviare una richiesta di aiuto alla sede della fabbrica, spiegando che cosa si era rotto. Dopo qualche giorno per vie ancora più fortuite arriva al viaggiatore disperato una cassa contenente il ricambio per la sua Rolls-Royce in panne. Così che il viaggio riprende fino al ritorno a Londra, dove l'automobilista in questione vuole saldare il suo debito e chiede alla Rolls-Royce il conto: "Impossibile: le Rolls Royce non si guastano mai" è la serafica risposta della casa.
di Giuseppe Lavalle, da Fever Pitch

27 dicembre 2025

"STILE INGLESE, QUELLO DI TRUEFITT&HILL" di Giuseppe Lavalle

Due parole che racchiudono un mondo intero. Un mondo fatto di gesti, di storie, di abitudini e comportamenti. Modi di fare che hanno reso uno stile di vita, quello inglese appunto, un esempio di comportamento per molti. L'Inghilterra, con la sua grande avventura imperialistica, ha imposto i suoi princìpi, i suoi costumi ed un suo modello di eleganza, anche attraverso figure esemplari che hanno gettato le basi dello stile classico maschile, da Lord Byron a Lord Bèau Brummèll, da Oscar Wilde al duca di Windsor. 
A Londra questo stile lo si ritrova nelle vie dell’eleganza a St James, dove il buon gusto è declinato nelle sue varie forme. Una delle quali, il gentleman’s grooming, è custodita da Treufitt&Hill al 71 di St James's Street, nell’aristocratico quartiere di Mayfair. Treufitt&Hill è il barber shop più famoso al mondo. La prima poltrona venne messa nel 1805 da William Francis a Long Acre (Londra), nello stesso anno in cui l'Ammiraglio Horatio Nelson vinse la battaglia a Cape Trafalgar in nome del Re d'Inghilterra Giorgio III e del suo Primo Ministro William Pritt il Giovane. Il negozio venne aperto in qualità di “Court Wigmaker, Court Hair Cutter and Court Head Dresser”. I notabili dell’epoca infatti, dovevano tenere i capelli regolati per poter indossare le classiche parrucche bianche che necessitavano anch’esse di frequenti interventi per essere sempre presentabili e Truefitt, con la sua professionalità, offriva alla sua clientela un livello di qualità e di servizio unico al mondo. 
Di questo se ne accorsero anche i Reali d’Inghilterra, che da oltre nove regni si recano presso il negozio di St James; mentre Sua Altezza Reale il Duca di Edimburgo attende i barbieri della Truefitt a Buckingham Palace o al Castello di Windsor per abbandonarsi ad una seduta di grooming eccezionale ed alle fragranze uniche ed evocative delle atmosfere della nobiltà di una volta. Questo real servigio vale alla Truefitt&Hill il Royal Warrant, la garanzia reale che viene rilascata ai fornitori della monarchia britannica. Il Royal Warrant ha più di cinquecento anni, già nel dodicesimo secolo veniva usato da Enrico II, nella forma di Royal Charter, un documento cartaceo in cui la casa Reale annotava il nome dei suoi fornitori. I Royal Warrant sono conferiti a persone o compagnie che abbiano regolarmente, ed almeno per cinque anni consecutivi, fornito, con prodotti o servizi, un membro della Casa Reale. 
Oggi i Royal Warrant possono essere concessi solo da tre membri della famiglia reale e sono soggetti a regolare revisione. Ciò che rende esclusivo ed importante il RW, è che ogni membro della famiglia Reale può conferire un solo Royal Warrant per ogni singola tipologia di prodotto o servizio. Esistono rigide norme che regolamentano e notificano i Warrants e sono tutelate da un’apposita Commissione, il Royal Household Tradesmen’s Warrants Commitee

Solo le aziende che hanno ottenuto questo riconoscimento possono utilizzare la dicitura
"By appointment..." e mostrare le Royal Arms, ossia lo stemma reale, nella loro carta intestata e sui propri prodotti. E questo stemma apparve sui prodotti Truefitt soltanto nel 1875 quando la compagnia iniziò anche l’attività di produzione per la commercializzazione di profumi, essenze e prodotti per la rasatura e per la cura dei capelli. Prodotti che resero il marchio ancora più esclusivo ed unico, capace di appagare le aspettative più difficili e perfino strava­ganti dei suoi clienti. Come quella da cui è nata la famosissima C.A.R. lotion, una lozione per capelli ribelli creata ai primi del ‘900 su espressa domanda degli intraprendenti membri del Royal Automobile Club (RAC) i quali, abituati a viaggiare in decappottabile per rag­giungere le loro residenze di campa­gna o spostarsi nelle diverse località della Costa Azzurra in cui erano soliti trascorrere i mesi più freddi, neces­sitavano di un prodotto che tenesse in ordine i loro capelli, evitando che venissero scompigliati dal vento. 
La fama di cui godeva è testimoniata anche dal ritrovamento tra i resti del relitto del Titanic, affondato nel 1912, di molti prodotti Truefitt ora in mostra al Museo Marittimo di Greenwich ed alla esposizione permanente di New York. Nel 1935 la Truefitt acquistò il vicino concorrente Edwin Hill fondendo le due attività nella Truefitt&Hill. Questo evento segnò l'inizio di un nuovo successo. Dando uno sguardo ai quaderni degli appuntamenti di Truefitt&Hill, accuratamente custoditi negli anni, si scopre che sono stati registrati come clienti i personaggi più importanti e più noti di ogni epoca, come lo Zar Nicola di Russia, Sir Wiston Churchill, John Wayne, Lord Lawrence Olivier, Frank Sinatra, Gary Grant, Alfred Hitchock oltre ai vari membri della famiglia reale. 
Nel 1955 al 150° Anniversary Dinner il padrino d’eccezione fu un fedele cliente: il Visconte Montgomery di Alamein. In questa occasione disse, con tipico british sense of humor: “Io non so se potrò scoprire la prossima targa commemorativa tra 150 anni, ma spero di assistere a questa cerimonia da un luogo non troppo caldo!”. Fu sempre Montgomery, che subito dopo la vittoriosa campagna in Nord Africa, inviò a Truefitt un pezzo di un elica di un aeroplano tedesco abbattuto dando istruzioni per la realizzazione di due spazzole una per lui ed una da regalare al Generale Eisenhower. Il giorno prima dell’Invasione dell’Europa trovò il tempo di scrivere a Truefitt per confermare di averle appena ricevute, di gradirne molto la fattura e garantendo che le “avrebbe portate con se fino a Berlino”. Oggi da Truefitt&Hill sono ancora attivi barbieri che vantano oltre 60 anni di servizio. Alcuni dipendenti sono ancora ricordati per l’impronta che diedero al prestigio della casa e tra loro il fedelissimo collaboratore John B. Donnel di cui resta conservato il manoscritto originale del 1860 che lo legava a Truefitt, forse il primo esempio di un contratto di collaborazione in esclusiva.

Oppure Miss Amelia West giunta a Londra nel 1880 dagli Stati Uniti e che prestò servizio per 60 anni come manicure o Miss Christine Drew che le succedette e che si ritirò dopo 62 anni di attività nel 1973. O ancora C. Rutland che preparò le essenze, le lozioni ed i profumi dal 1895 al 1961 per passare poi l’incarico a Miss Joyce. Truefitt&Hill non chiuse l’attività un solo giorno neanche durante i pesanti bombardamenti della seconda guerra mondiale. L’unica eccezione venne fatta per onorare il giorno della morte di uno dei suoi clienti più affezionati: Sir Wiston Churchill. Nel 1994 Truefitt&Hill ha spostato l’attività all’indirizzo attuale, 71 St.James’s Street, a pochi passi dal palazzo residenziale della Famiglia Reale. Negozi Truefitt&Hill sono presenti anche negli USA e in Canada dove l'antica arte dei barbieri inglesi è riproposta con particolare cura e molto apprezzata. Ancora oggi le sue fragranze inglesi tradizionali della migliore qualità, gli accessori da barba e da toelette dai nomi che evocano l'indimenticabile eleganza e grandezza dei tempi andati, sono studiate, preparate e prodotte con tecniche moderne e con la cura e la selezione che una tale reputazione pretende, proponendo una linea di prodotti marchiati Truefitt&Hill che incontrano e soddisfano i gusti sofisticati e rigorosi dei consumatori odierni. Degli attuali clienti non viene divulgata per discrezione la lista. Una seduta da Truefitt&Hill, sulle poltrone da barbiere solennemente allineate con precisione militare, per un taglio di capelli, una rasatura con pezzuoline calde applicate sul viso ed una perfetta manicure, regala certamente la piacevolezza di aver ricevuto un accurato servizio degno di un dignitario di Corte, e magari perché no, anche la possibilità di poter parlare amabilmente col cliente a fianco, per poi scoprire che quella gradevolissima persona altri non era che...
di Giuseppe Lavalle, da Fever Pitch

21 ottobre 2025

🇬🇧UK in ITALY. La rivista "FEVER PITCH. Storia e storie di calcio e cultura britannica" (2008-2012)

Ancora una volta è Giacomo Mallano insieme a tanti amici appassionati di calcio inglese. Nel dicembre 2008 esce il primo numero di "FEVER PITCH. Storia e storie di calcio e cultura britannica", con una grafica accattivante, questa nuova rivista è uscita per ben 4 anni con 16 numeri + 2 monografie (una dedicata alla Fa Cup e l'altra al Dirty Leeds). Tanti articoli e tante storie raccontate fino al 2012. 

📌https://feverpitchfanzine.blogspot.com

25 aprile 2025

NEWCASTLE UNITED. Perchè bianconeri?

A differenza di molti club anche di antica fondazione, il Newcastle ha ininterrottamente vestito il bianconero dal 2 agosto 1894, quando i direttori del club (da poco tempo Newcastle United) decisero di abbandonare i colori originali del Newcastle East End, una delle due metà del calcio dei pionieri in riva al Tyne. Dopo un decennio di aspra rivalità, infatti, gli East Enders avevano sostanzialmente ‘assorbito’ il Newcastle West End e il St. James Park, loro terreno di gioco. Negli anni del dualismo entrambi i club avevano seguito la ‘moda’ del calcio del Nord-est, adottando divise imperniate sul rosso. L’East End aveva addirittura vestito in alcune occasioni la ‘sacrilega’ maglia bianco-rossa in stile Sunderland, mentre i West Enders avevano ‘esplorato’ anche altre tonalità, arrivando ad un nero-azzurro a bande orizzontali. 
A seguito dell’unione, un po’ per marcare la discontinuità rispetto al dualismo precedente, un po’ per eliminare i frequenti conflitti ‘cromatici’ in occasione degli incontri di Second Division (lungi erano ancora i tempi dei colori di riserva…), il club decise di adottare una nuova divisa, con maglia bianca e nera e knickers scuri. Se è abbastanza chiaro il motivo del cambiamento, misteriosa resta la scelta dei nuovi colori. Sull’argomento si sono fatte molte congetture, ma in assenza di riscontri sui registri ufficiali del club e dei testimonianze probanti, tutto resta avvolto in un alone di mito e suggestione. Una prima teoria ruota intorno a Padre Dalmatius Houtmann, un religioso olandese del monastero dei Frati Neri, a due passi dal St. James Park. Assiduo frequentatore dello stadio e dei giocatori, secondo alcuni fu proprio quale segno di devozione e rispetto nei suoi confronti che al momento di cambiare i colori sociali si optò per il bianco e nero dell’abito talare. 
Un’altra storia, di ispirazione più ‘bucolica’, ruota intorno ad un paio di gazze che avevano fatto del vecchio Victorian Stand del St. James Park il loro nido. Leggenda vuole che i giocatori del Newcastle si affezionarono tanto alla loro presenza da riprenderne i colori per le nuove divise e darsi quale nickname proprio quello di Magpies, le Gazze. 
La soluzione più accreditata dagli studiosi della materia è però di tipo storico, e affonda le radici nella Guerra Civile che insanguinò l’Inghilterra del XVII secolo. All’epoca le regioni del Tyneside e del Northumberland erano sotto l’influenza dominate di William Cavendish, duca di Newcastle ed erede di una famiglia di antica e consolidata nobiltà.

Nella zona i Cavendish possedevano castelli e possedimenti, e ancora oggi la toponomastica cittadina evoca lo stretto legame della stirpe con il Tyneside: Cavendish Place, Portland Terrace, Devonshire Place, Welbeck Road sono chiari tributi a questo rapporto, e lo stemma bianco e nero del casato fu sicuramente la prima documentata connessione del black’n’white con Newcastle. Allo scoppio della Guerra Civile, Sir Cavendish organizzò un suo esercito, i Newcastle Whitecoats, per difendere le ragioni del Sovrano. 
L’uniforme dei militi, con elmo, pantaloni e stivali neri su camicia bianca (in onore dello stemma di famiglia) divenne l’elemento distintivo della milizia, identificando la prima vera Toon Army della storia. Per la verità il primo bianconero (fino alla Grande Guerra) fu tale solo in parte, visti i pantaloncini blu scuro che completavano la divisa. In quegli anni si videro anche maglie con le classiche bande verticali davanti (molto larghe) e completamente nero dietro. Negli anni ’20 le bande si ‘restrinsero’, assumendo la misura che diventerà quella ‘classica’. Nonostante marginali ritocchi al colletto della maglia e all’alternanza di bianco e nero, infatti, la divisa rimase sostanzialmente immutata fino alla fine degli anni ’50, quando il manager Charlie Mitten decise di rivoluzionare il kit varando una maglia affusolata e aderente, rivoluzionaria per l’epoca. L’esperimento non ebbe grande successo, e a grande richiesta il club tornò all’antico per tutti gli anni ’60, salvo riprendere la ‘visione’ di Mitten quando i nuovi dettami della moda continentale avrebbero invaso anche il Regno Unito alle soglie degli anni ’70. Questo fu anche il decennio in cui il calcio conobbe la sua prima ‘rivoluzione’ in termini di esposizione mediatica e afflusso di denaro, con la comparsa di sponsor e fornitori ufficiali. Nella stagione 1982-83 comparve sulla maglia la celebre stella blu della Newcastle Breweries, primo sponsor ufficiale del club.
di Giacomo Mallano

24 marzo 2025

SUTTON UNITED. LOCAL HEROES



Continua il viaggio nell’affascinante galassia non league.
Stavolta andiamo a Sutton, sobborgo di Londra che ospita una delle più tradizionali realtà amatoriali del panorama inglese. Il Sutton United è fondato il 5 marzo 1898 dalla fusion di due importanti squadre giovanili, il Sutton Guild Rovers e la Sutton Association. Il nuovo club si comporta bene nelle locali competizioni giovanili e amatoriali, ma resta in un sostanziale anonimato fino al 1910, quando si iscrive alla Southern Suburban League, giocando le proprie gare su diversi campi della zona.
L’approdo al Gander Green Lane avviene una prima volta nel 1912; la prima partita è contro il Guards Depot in FA Cup, e gli U’s la vincono per 1-0 davanti ad 800 spettatori (numero di tutto rispetto). Dopo una breve emigrazione al The Find, il Sutton torna al Lane nel 1919, ed anche la seconda ‘inaugurazione’ è incoraggiante, un sonoro 4-1 ai danni del Green Old Boys.
Da quel momento il Lane sarà la casa degli U’s, teatro di tutti gli alti e bassi di un club che conquisterà uno status di primo piano nel panorama amatoriale. I primi ammodernamenti significativi arriveranno nei primi anni ’50, con la costruzione di un nuovo stand, cui segue nel 1962 il rifacimento dell’impianto di illuminazione per partecipare alla Isthmian League. Il record di affluenza per il Gander Green Lane è stabilito in occasione di Sutton vs Leeds, FA Cup 1969/70, quando sulle terraces si accalcano ben 14.000 persone. Tornando al campo, nel 1921 il Sutton è ammesso alla Athenian League, e dopo alterne vicende segna finalmente la propria presenza conquistando il campionato nel 1928. Negli anni ’30 il club si consolida come una forza crescente del calcio amatoriale, reputazione avallata anche dalle due semifinali (1929 e 1937) nella FA Amateur Cup. Nella prima occasione il Sutton è escluso dalla competizione per aver schierato due giocatori militanti anche nelle leghe del Sunday Football.
Durante la Seconda Guerra Mondiale il calcio non si ferma ma viene ridimensionato nelle sue competizioni; il Sutton in ogni caso continua a progredire, grazie all’emergere di una delle leggende del club, il bomber Charlie Vaughan. Alla ripresa delle attività ‘normali’, stagione 1945-46, i suoi 42 gol consentono agli U’s di vincere nuovamente la Athenian League, ed a seguire la Surrey Senior Cup. Gli exploit di Vaughan non passano inosservati, ed il ragazzo finisce al Charlton, ma il Sutton continua a rimanere nell’elite amatoriale, distinguendosi per la spiccata progettualità della sua dirigenza.
Proprio in questo solco di crescita generale, nel 1953 la proprietà del club viene ristrutturata nella Sutton United Limited, e negli stessi anni è edificato un nuovo stand del Gander Green Lane. Si lavora con attenzione ed impegno sui giovani, ingaggiando uno staff di livello assoluto, fra cui spiccano i nomi di Jimmy Hill e Malcolm Allison. 
Inizia l’epoca d’oro del club, a partire dall’avvento in panchina di George Smith che porta a riconquistare la Athenian League per la terza volta (1958) e la London Senior Cup nello stesso anno. Nel 1963, sotto la guida di Sid Cann (già vincitore da giocatore della FA Cup con il Manchester City), arriva anche la prima visita a Wembley, per la finale della Amateur Cup. Il Sutton perde 4-2 contro il Wimbledon (altra grande forza amatoriale dell’epoca), ma l’ascesa continua sotto forma di ammissione alla Isthmian League.  Nel 1967 il Sutton conquista il primo dei quattro campionati di League, mentre la maledizione di Wembley prosegue nel 1969, stavolta la sconfitta è per mano del North Shields.
La fama nazionale arriva una prima volta nel 1970, quando gli U’s arrivano fino al 4° turno di FA Cup, dove affrontano il grande Leeds di Revie. Di fronte ad undici -dico- undici nazionali l’impegno e la buona volontà dei dilttanti del Sutton non bastano; il Leeds vince 6-0 ma resta il ricordo indelebile di una FA Cup-run raccontato ancora oggi dalle parti del Lane.

Nel 1974 Sid Cann è sostituito da Ted Powell (ex nazionale inglese), cui succedono diversi manager fino a Keith Blunt, che riprende il filo di un lavoro positivo.
Nel 1979 arriva addirittura un successo internazionale, l’anglo-Italiano conquistato a Chieti (2-1), ma nel 1981 la maledizione di Wembley colpisce ancora: terza finale (FA Trophy), terza sconfitta, stavolta da super-favorito contro il Bishop’s Stortford.
Per il resto il Sutton continua a vincere coppe di categoria (nel 1983 realizza addirittura un prestigioso ‘treble’), e nel 1985 arriva il titolo della Isthmian League. Non segue l’ammissione alla Conference per problemi legati allo stadio, ma nel 1986 il Sutton vince ancora il campionato e stavolta si aprono le porte della Conference, una sorta di Premiership per un club di queste dimensioni, un punto di arrivo di valore storico. Per non mancare ancora l’appuntamento, dopo la delusione del 1985 sono gli stessi tifosi a darsi da fare nell’estate successiva. Conquistato il titolo, un gruppo di volontari trascorre le vacanze a sgomberare travi e materiali di legno accatastati dietro una delle due porte, per fare spazio ad un nuovo stand in muratura. Completata a tempo di record la mini ristrutturazione, i volontari (volenterosi) trovano il tempo anche per posizionare la recinzione perimetrale e dipingere stand principale e spogliatoi.

L’impatto con la massima categoria (amatoriale) è estremamente positvo, l’impressione è che il Sutton possa addirittura porre le basi per il salto fra i professionisti, dato che infila una lusinghiera serie di piazzamenti di alta classifica, sotto la guida positiva e coraggiosa di Barrie Williams. La permanenza in Conference si interrompe invece bruscamente nella stagione 1990-91, dopo un’altra stagione tranquilla che degenera bruscamente nel finale, spezzando l’ascesa degli U’s. C’è però il tempo di segnare la vittoria record in trasferta per la Conference (9-0 al Gateshead), un memorabile 8-0 al Kettering e soprattutto l’insuperata impresa del 1989, quando il Sutton elimina dalla FA Cup il Coventry (terzo turno). 

A tutt’oggi è l’ultima volta che un club non-league elimina dalla Coppa un club della massima divisione, ed è una storia nella storia che merita una parentesi speciale. Il Sutton inizia la sua avventura dal quarto turno di qualificazione, contro il Walton & Hersham; dopo un pareggio casalingo la spunta al replay, ed entra nel tabellone principale. La sorte è favorevole nell’assegnare al Sutton prima il Dagenham (vittoria per 4-0 al primo turno) poi l’Aylesbury United (vittoria per 1-0), ma soprattutto nel combinare il match più suggestivo del terzo turno, Sutton vs Coventry
La partita il sette gennaio 1989, in programma c'è il 3° turno della FA Cup, tradizionalmente collocato nel primo sabato dell’anno. La Coppa è ancora al suo massimo appeal, vale quanto (e forse più) di un titolo nazionale, anche perché lascia ancora spazio ai sogni. Un sogno realizzato è sicuramente quello del Wimbledon, la Crazy Gang che detiene il trofeo dopo aver superato in finale il mitico Liverpool degli invincibili, con un’impresa che entrerà per sempre nel folclore del calcio inglese, e quindi l’attesa per un potenziale giantkilling è alta. Da parte sua il Coventry si presenta al terzo turno da club della massima divisione, che sfida alla pari le migliori squadre d’Inghilterra e ancora celebra la Coppa conquistata nel 1987. Nessuno può dunque ragionevolmente temere la trasferta sul campo del Sutton, quattro categorie più sotto nella piramide calcistica inglese, fuori dai ranghi professionistici.
Va detto che in quegli anni il Sutton si è fatto conoscere (nell’ambiente amatoriale) per il suo stile di gioco offensivo e tecnico, agli antipodi del ‘kick and rush’ imposto in quegli anni dall’epopea del Wimbledon ‘forward thinking, forward running and forward passing’ è il motto preferito da Barrie Williams; lo ripropone anche al Times, che lo intervista proprio il giorno della partita. ‘Proveremo ad attaccare il Coventry perché non conosciamo altro tipo di gioco’ -proclama – ‘d’altra parte dopo l’esperienza dell’anno scorso sappiamo cosa aspettarci. Avremo più spazio rispetto a quando giochiamo in Conference, tranne nella loro area. Abbiamo visto il Coventry tre volte e sappiamo che sono molto dotati fisicamente, anche se siamo abituati a questo tipo di calcio. La differenza maggiore è la classe individuale. Loro sono quinti in First Division, noi a metà classifica in Conference e questo dice tutto…’.

Dunque Williams non si fa molte illusioni, ma ha un obiettivo ben preciso:
‘La cosa più importante è fare onore al calcio non- League’…non immagina nemmeno quanto…
Gli 8.000 che gremiscono il Gander Green Lane (2.500 sono tifosi del Coventry) assistono all’irripetibile spettacolo di una squadra di bancari, agenti assicurativi e mediatori immobiliari che impartisce una severa lezione di gioco e intelligenza tattica ad una delle migliori formazioni professionistiche del paese.
Per tutta la mattinata della partita, nel parco pubblico che costeggia il campo, gli uomini di Williams provano e riprovano gli schemi offensivi sui calci piazzati, avendo individuato proprio in questo fondamentale una debolezza degli Sky Blues. E immaginate quale soddisfazione
per il manager quando entrambi i gol che sanciscono il 2-1 finale arrivano proprio da calci piazzati, per merito di Rains e Hanlan. Certo, come in tutte le imprese c’è anche il contributo della fortuna: sul 2-1, l’assalto disperato del Coventry si infrange prima su una parata ‘impossibile’ e decisiva del portiere degli U’s (tipo quella di Zoff ai Mondiali del 1982, per intenderci…), poi su un ancora più incredibile triplo legno in mischia. E’ il segnale, gli dei del calcio tifano Sutton e conducono in porto l’incredibile vittoria degli U’s.

Sarebbe però ingeneroso identificare il clamoroso giantkilling (che il Times qualifica come il più memorabile risultato in FA Cup da quando il Wimbledon aveva espugnato il Turf Moor di Burnley per 1-0 nel 1975) solo con due occasionali calci piazzati. Williams sfrutta al meglio
le fasce, lanciando Stephens e Hanlan molto in profondità ad aprire la difesa del Coventry e mettere in mezzo cross sempre pericolosi. Eccellente anche l’organizzazione difensiva, con Regis & c. sempre tenuto lontano dalla porta difesa da Roffey.
Rains, che con il suo gol entra di diritto nell’Olimpo degli eroi della Coppa, ricorda così quel giorno: "Avevamo avuto sentore di cosa potevamo combinare un anno prima, portando al replay il Boro. Ma quando il sorteggio ci accoppiò al Coventry, tutto ciò che volevamo era evitare una brutta figura. La cosa bella fu invece che non li aggredimmo fisicamente. Nel
secondo tempo non facemmo nemmeno un fallo. Segnai il vantaggio da un corner di Stephens prima dell’intervallo. Ad inizio ripresa loro pareggiarono, ma Hanlan segnò quasi subito il 2-1. Al fischio finale, dopo nemmeno 30 secondi dopo il fischio finale il campo era invaso dai tifosi. Noi non volevamo perderci la scena, ma invece di restare nella mischia fingemmo di tornare negli spogliatoi per poi salire sulle tribune a goderci lo spettacolo dall’alto. Fu irripetibile, di gran lunga il momento più emozionante della mia carriera.
Fu anche l’apice di quell’epopea. Nel quarto turno perdemmo 8-0 a Norwich, ma quel giorno contro il Coventry mi rimarrà per sempre, e ancora oggi incontro tanti che vogliono parlarne".

L’analisi più obiettiva è quella del manager del Coventry: ‘L’ospitalità del Sutton è stata superba, non siamo stati presi a calci in campo e l’arbitro ha operato bene. Davanti non siamo mai stati lucidi e in generale eravamo sempre secondi sulla palla. Complimenti vivissimi al Sutton’. Sportività d’altri tempi, come quella dei 2.500 tifosi giunti da Coventry, alla fine tutti in piedi ad applaudire il Sutton e i suoi tifosi impazziti che hanno invaso il terreno di gioco. Scene d’altri tempi, che il Times commenta così: ‘E’ stato un giorno da cui il calcio e la sportività escono come i veri vincitori’…magia della FA Cup…

E proprio a riprova di questa misteriosa e incomparabile magia, l’ordine naturale delle cose torna a prevalere nel prosieguo della stagione. Il Sutton United (che non è una squadra di fenomeni) finisce il campionato di Conference a metà classifica ed è eliminato rovinosamente dalla FA Cup al 4° turno per mano del Norwich City (a Carrow Road finisce 8-0).
Il Coventry (che non è una squadra di brocchi), passata la ‘tempesta’ dei primi giorni, con i giornali impegnati a ricercare iperboli e paragoni umilianti per ‘raccontare’ la figuraccia del Gander Green Lane, riprende il proprio cammino in First Division e chiude con un o4mo settimo posto, secondo miglior piazzamento di sempre. E tuttavia ‘quel’ giorno, inimitato e insuperato da ormai ventidue anni è nella storia della FA Cup e del calcio inglese, e francamente è sempre più difficile che possa accadere di nuovo, in un calcio moderno dove il dominio del denaro ha scavato gap incolmabili fra le diverse divisioni.

Purtroppo per gli U’s il giorno di gloria è breve, torna presto la routine e dopo due anni, appunto la retrocessione-shock. Si tenta la pronta risalita, ma nonostante diversi buoni piazzamenti le porte della Conference non si riaprono. Sono tuttavia anni in cui il club sforna tanti buoni giocatori, che approdano rapidamente a squadre professionistiche. Efan Ekoku, Paul Rogers, Andy Scott, Paul McKinnon, Ollie Morah e Mark Watson sono i più famosi,
nomi che crescono e si impongono al Lane prima di prendere la via di Blackburn, West Ham, Sheffield United. Nel 1993 un’altra buona FA Cup vede il Sutton superare Colchester e Torquay (club professionistici) prima di inchinarsi 3-2 al Notts County (nel 3° turno). 
Nel 1996 un nuovo cambio manageriale riporta ‘a casa’ i fratelli Rains, già leggendari per essere secondo e terzo nella graduatoria all-time di presenze (dietro a Larry Pritchard).
Nelle prime due stagioni conquistano due ottimi terzi posti, sfiorando una fantastica promozione nell’anno del centenario. Finalmente un anno dopo (1999), dopo una magnifica rincorsa di 13 vittorie e 3 pareggi nelle ultime 17 partite, il Sutton torna a vincere il campionato e la promozione in Conference. Festa raddoppiata dal trionfo in Surrey Senior Cup ai danni dei rivali di sempre del Carshalton (3-0). La permanenza in Conference è tuttavia molto meno brillante di quella precedente, e si conclude dopo solo una stagione con una retrocessione molto amara. Il ritorno nelle divisioni inferiori segna la fine di una intera fase storica, in coincidenza con il trapasso nel nuovo secolo. La squadra è anziana, non ha forza e brio per competere con le iper-competitive concorrenti di Conference. Per il Sutton inizia un lungo periodo di transizione, con l’innesto di tante facce nuove che forniscono momentaneo rilancio, salvo poi lasciare per lidi più attraenti e depotenziare qualunque strategia di rilancio.
Fra alterne vicende il Sutton riesce comunque a garantirsi l’accesso alla nuova Conference South varata nella stagione 2004- 05. 
Nel solco delle stagioni precedenti, tuttavia, i migliori giovani vengono ceduti, in particolare il centrocampista Nick Bailey che arriva fino alla Championship con la maglia del Charlton.
La ‘resistenza’ dura tre stagioni, poi inesorabile arriva la retrocessione, fra cambi di manager, turnover vorticoso sul campo e incapacità di trattenere i migliori talenti prodotti dal settore giovanile. Che è il vero ‘traino’ del Sutton negli ultimi anni, inanellando ottime performance nella FA Youth Cup e completando addirittura un intero anno solare senza sconfitte ufficiali nella lega giovanile.
di Giacomo Mallano, da Fever Pitch

23 gennaio 2025

YOU’LL NEVER WALK ALONE

Abbiamo iniziato a concepire questo pezzo mentre il Liverpool sembrava finalmente (dal suo punto di vista) tornato a dominare la scena nazionale, guidando con passo sicuro la Premier League.
Ed è una storia che suona ancor più strana perché tanti anni di astinenza non hanno coinciso con un declino del club, che anzi ha continuato con una certa regolarità a conquistare Coppe inglesi ed europee, a schierare grandi giocatori, ad essere a tutti gli effetti una ‘grande’. Ecco perché suonava quasi ‘inedita’ la mini-fuga dei Reds in testa alla classifica, presagio (o auspicio) di un sortilegio in procinto di svanire. Chissà come sarà la situazione quando questo articolo alla fine lo leggerete; di una cosa però possiamo essere certi: che sia di giubilo o di consolazione, dalla Kop di Anfield si alzerà puntuale ed emozionante la melodia struggente e liberatoria di You’ll never walk alone, l’inno di calcio più famoso al mondo. 
In realtà è qualcosa di più di un semplice coro da stadio, è ormai divenuto uno dei simboli più evocativi della cultura e dello stile dei tifosi d'oltremanica. Le sue origini, mai del tutto chiarite, sembrano risalire a una vecchia canzone dei marinai irlandesi emigrati in gran numero a Liverpool all'inizio del secolo scorso. A livello ‘ufficiale’, però, YNWA vede la luce nel 1945, scritta da Rodgers e Hammerstein per il musical Carousel
Per ‘contestualizzare’ il testo, va detto che nello spettacolo la canzone è cantata sulla morte del protagonista, per dare coraggio alla disperata vedova, per di più in attesa di un figlio. Dunque una canzone con due anime: da un lato il sostegno e l’incoraggiamento in una situazione di difficoltà, dall’altro il cordoglio per un lutto. E’ chiaramente la prima a fare breccia nel cuore dei tifosi, ma la seconda tornerà prepotente quando diventerà la struggente colonna sonora di tanti addii e commemorazioni. 
La ‘seconda vita’ di YNWA inizia quasi per caso nel 1963, quando il celebre gruppo beat dei Gerry & the Pacemakers (esponenti di quel Mersey Sound da cui usciranno anche i Beatles) la interpreta in un ’singolo’ che schizza in vetta alla hit parade per diverse settimane. 

I tifosi assiepati nella Kop iniziano a canticchiarla come tutte le hit dell’epoca, mandate in onda dal dj di Anfield Road  prima di ogni partita. Solo che YNWA continua a risuonare in quell’inverno del 1963, anche quando esce dalla hit parade, e settimana dopo settimana si trasforma in qualcosa di diverso, un incitamento ai propri beniamini, un canto per i propri colori. Secondo un’altra versione, fu addirittura Bill Shankly a scegliere la canzone come nuovo inno ufficiale del club, dopo che Gerry Marsden (leader dei Pacemakers) gliela aveva presentata in anteprima nell’estate del 1963. Sta di fatto che ci sono immagini del 1964 che attestano come la Kop canti YNWA a mò di incitamento, e nel 1965 durante un Match of the Day che riprendeva Liverpool-Leeds, il commentatore Kenneth Wolstenholme sottolinea con ammirazione l’impressionante impatto sonoro dell’inno che si alza dalle terraces di Anfield. Altra storiella legata a YNWA è quella sui Beatles, che dovendo scegliere un brano per il loro singolo d’esordio ’scartarono’ proprio quello, considerandolo troppo «shuffle music» e preferendogli ‘Please please me’. Non meno curioso è che mentre YNWA si imponeva come il primo vero canto da stadio (e cominciava a sentirsi anche a Glasgow, Edinburgo, Rotterdam, Twente), diventava una ‘cover’ con cui si misuravano tantissimi interpreti ‘nobili’, da Frank Sinatra a Jody Garland, passando per Doris Day ed Elvis Presley, confermando di essere una combinazione di suoni e parole davvero unica.

Nella versione ‘calcistica’, da quel 1963 ha contraddistinto indelebilmente la tifoseria del Liverpool, nella buona e nella cattiva sorte. Perché il Liverpool degli anni ’60, ’70 e ’80 è quello vincente di Shankly, Paisley e Dalglish, ma anche quello dell’Heysel e di Hillsborough. E proprio la tragedia del 1989, quel maledetto pomeriggio di Sheffield che si portò via una messe di vite e l’innocenza (residua) del calcio inglese, conferì a YNWA una connotazione malinconia e quasi ‘liturgica’ che ancora oggi è forte ad ogni esecuzione. Alzi infatti la mano chi, di fronte alla Kop che canta con le sciarpe levate al vento, non libera ogni volta un pensiero a quei caduti, ed alla lapide che li ricorda ad Anfield, con epitaffio proprio ‘You’ll never walk alone’...

Dopo Hillsborough niente fu più uguale, nemmeno la Kop originaria, quella fatta di terraces che spaventa al solo rivederla nelle immagini d’epoca, enorme e gremita oltre l’inverosimile. Quella Kop è stata demolita per far posto ad un'altra tribuna con i seggiolini numerati, da dove però continuano a levarsi puntualmente le note di You'll never walk alone, e sono sempre brividi veri, come se la ’modernizzazione’, che tutto ha sfumato e attenuato, non sia riuscita a scalfire la potenza emotiva di un inno quasi cinquantennale. In realtà, secondo alcuni, in anni recenti YNWA è diventato anche una specie di segno distintivo all’interno della ormai ’globalizzata’ tifoseria dei Reds. Quelli che lo cantano sempre, insieme ad un altro canto altrettanto storico (Pour Tommy Scouser), si considerano ’veri’ Scousers: sono i nativi della città, i tifosi più autentici, portatori di uno spirito orgoglioso e irruente tipico di Liverpool. E’ gente che arriva a ’snobbare’ la nazionale inglese perché la considera una cosa che riguarda soltanto l'Inghilterra del sud, quella con i soldi, quella dei Cockneys. Gli Scousers sono i figli dei lavoratori dei docks del porto, a maggioranza irlandese, vittime di una crisi economica che si rinnova periodicamente, lasciando sfracelli sociali che solo la fede sportiva riesce in qualche modo a ricomporre. Sono quelli che beneficiano del welfare per tirare avanti, quelli che un tempo si definivano la ’working class’ e che nell’industriale e portuale Liverpool hanno sempre rappresentato la base della tifoseria ‘rossa’. A questi ‘die hard’ non piace granchè un altro ’tipo’ di tifoso del Liverpool, quello che viene da fuori, che magari tifa Liverpool in modo genuino, ma non è nato in riva alla Mersey. 
Fans dei Reds per scelta, non per nascita, legati alla squadra dalla tradizione, dai risultati o dal fascino del merchandising, e considerati dagli Scousers alla stregua di ‘intrusi’, nonché usurpatori di biglietti per le trasferte (dato che spesso si tratta di persone con maggiori disponibilità finanziarie). E poi ci sono i ‘ricchi’ di Liverpool, quelli che (semplificando molto) tifano Everton, gli odiati rivali cittadini dei Toffeemen.

























Per gli Scousers autentici, quindi, cantare YNWA è anche un’affermazione di identità e di distinzione forte, quasi la rivendicazione dello spirito più intimo di una città che negli anni ‘60 (quando il coro entrò ad Anfield) trainava il Regno Unito con le sue attività economiche e le sue avanguardie culturali. Ecco perchè You'll never walk alone continua nonostante tutto a rimbombare nel vecchio stadio di Anfield Road, segnato dal tempo, eppure uno dei simboli più autentici della città, luogo di venerazione da parte di chi lo abita settimanalmente e di ammirazione degli appassionati di tutto il mondo.

Al punto che in ogni angolo di Europa ci sono tifoserie che hanno provato ad adottare (e adattare) YNWA, come fosse uno status symbol da imitare. Tralasciando le (spesso) patetiche interpretazioni ‘latine’ (in Italia andò molto di moda negli anni ‘90), merita una menzione quella dei tifosi del Dortmund. Encomiabili nel loro gremire costantemente gli oltre 80.000 posti dello stadio di casa, riescono a ricreare un’atmosfera suggestiva, seppure lontanissima dall’originale. E poi ci sono i tifosi del Celtic di Glasgow, legati a quelli del Liverpool da una antica e comune radice ‘irlandese’, e quindi in qualche modo ‘legittimati’ ad intonare YNWA. E quando il Celtic Park accoglie le squadre in campo fra le note di YNWA e un oceano di sciarpe bianco verdi, i brividi sono assicurati. Non per niente uno dei momenti ‘di tifo’ più intensi in assoluto è stato il doppio confronto di Coppa Uefa del 2003 fra Reds e Bhoys. Tanto all’andata che al ritorno le due tifoserie (storicamente amiche) hanno intonato ad una voce You’ll never walk alone, creando una magia davvero indimenticabile e quasi irripetibile.
Una magia che questo inno si porta dentro da decenni, pronta a liberarsi ogni volta che la Kop leva le sciarpe per intonare ’When you walk through a storm…’
di Giacomo Mallano, da Fever Pitch
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