Visualizzazione post con etichetta Gianluca Ottone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gianluca Ottone. Mostra tutti i post

16 febbraio 2026

RONNIE LAWSON. "The Burscough Roar” di Gianluca Ottone

Nationwide era un programma televisivo della BBC che andò in onda tra il 1969 ed il 1983.

Programma di intrattenimento leggero si direbbe oggi, veniva trasmesso nel tardo pomeriggio, orario che per molte case inglesi corrispondeva con l’ora della cena, tipicamente piuttosto anticipata rispetto alle latitudini latine. Nationwide offriva servizi legati a notizie regionali, sport, un panorama di informazione nazionale, storie eccentriche. Proprio queste ultime incontravano molto favore tra i telespettatori e sovente regalavano un quarto d’ora di gloria al personaggio o all’evento di turno. E così fu per una puntata dell’ottobre 1975 quando la squadra esterna della BBC1 si recò nel Lancashire, ad  Ashton Under Lyne, praticamente periferia nord est di Manchester presso Hurst Cross, lo storico stadio dell’Ashton United Football Club ai tempi partecipante alla Cheshire League, campionato “non-league” che coinvolgeva squadre del Cheshire e del Lancashire. E’ giusto ricordare che Hurst Cross è dal 1884 casa dei biancorossi e risulta essere uno degli impianti più vecchi al mondo ad avere ospitato ininterrottamente le gesta della squadra locale. Ma l’obiettivo dell’inviato e della sua crew non era nessuno che avesse relazione con la squadra di casa ma bensì un tifoso ospite del Burscough Football Club, tale Ronnie Lawson

Lawson, al tempo 46 anni, anche se ne dimostra almeno una dozzina in più, di professione camionista, alto, struttura fisica possente con ventre da consumatore di pinte che ingurgita in pochi secondi, pressione sanguigna alta,  è salito alle cronache perché, nonostante si sia ad inizio stagione, ha già ricevuto due “banning orders” da altrettanti club ovvero dal Barrow e dal Lancaster City per i quali risulta essere ospite indesiderato.

Quindi un violento? Un tifoso aggressivo? Ha causato incidenti?

No, nulla di tutto ciò, Lawson è semplicemente conosciuto nel Lancashire e dintorni per essere un super tifoso del suo local club che segue in casa ed in trasferta ma grazie ad un fiato infinito, ad una voce baritonale ed una costanza invidiabile urla per 90 minuti incitamenti per i suoi colori ma soprattutto perseguita arbitro e guardalinee, oltre a mettere pressione agli avversari pur senza mai offendere o insultare. Tutto ciò gli ha conferito il soprannome di “the Burscough Roar, “ il ruggito di Burscough. Il giornalista della BBC1 lo attende all’ingresso di Hurst Cross il delizioso stadio dell’Ashton United dove il Burscough disputerà l’incontro di campionato. Arriva alla testa del gruppo di tifosi ospiti, un mix di giovani e meno giovani, alcuni con le sciarpe biancoverdi i colori del club della cittadina posta grosso modo a metà strada tra Liverpool e Preston. Lawson svetta fisicamente sui suoi compagni di trasferta, indossa un classico sheepskin coat, un cardigan, camicia e la cravatta ufficiale del suo club. Una volta all’interno dello stadio si posiziona nell’enclosure sotto al main stand, posti in piedi e da qui inizia a urlare, senza un attimo di pausa, incitamenti ai suoi beniamini caricandoli con continui inviti a non mollare, a stare addosso agli avversari, a calciare in porta, a sminuire le azioni della squadra di casa, rimproverando l’arbitro, beccando il guardalinee…

Tra i fans di casa reazioni contrapposte, chi sogghigna, chi gli urla senza mezzi termini “shut up!!!”, in particolare una anziana tifosa che lo rimprovera diverse volte. Ma lui non molla un attimo e per il secondo tempo guida i suoi compagni di tifo a posizionarsi dietro la porta difesa dal portiere di casa, uno zelante poliziotto lo segue e si sistema dietro a lui, non si sa mai, magari qualche esasperato fan dell’Ashton potrebbe perdere la pazienza e da qui nascere qualche problema di ordine pubblico. Sarà la presenza di Lawson, sarà che il Burscough gioca meglio ma proprio sotto gli occhi dei fans in trasferta i bianco verdi ospiti segnano il goal della vittoria scatenando ulteriori urla, di gioia in questo caso, del nostro Ronnie. Terminato il match, Lawson viene ammesso negli spogliatoi per congratularsi con la squadra che si trova già immersa nella vasca per il bagno, il tradizionalissimo “communal bath” che fino agli anni 80 ed oltre era il rito che si praticava nei più piccoli e vetusti spogliatoi della Non League come a Wembley dopo una finale di F.A. Cup…

Immediatamente dopo la crew della BBC1 lo segue nel pub dove i tifosi del Burscough celebrano la vittoria esterna e qui Lawson dà piena dimostrazione della sua abilità nel tracannare una pinta in una manciata di secondi. Tutta la settimana Lawson viaggia su e giù per l’Inghilterra con il suo camion, ma il pensiero costante è rivolto al sabato quando potrà recarsi a Victoria Park o in trasferta per non perdersi nemmeno una partita dei suoi idoli. Ronnie Lawson se ne andrà nel 2012 ad 84 anni, notevole come abbia potuto vivere così a lungo nonostante un fisico e una patologia che potevano tranquillamente causare problemi di cuore oltre ad un’attività estremamente sedentaria, il consumo di pinte e suppongo una dieta non propriamente bilanciata. Se un giorno doveste passare per Burscough o assistere ad una partita dei bianco verdi chiedete in giro se qualcuno conosceva Ronnie Lawson e chiunque vi risponderà affermativamente.

Sotto il video https://www.youtube.com/watch?v=frUqq4Q8gsg

15 settembre 2025

"DA SPORTSPAGES A GROUNDTASTIC PASSANDO PER LE PROGRAMME FAIRS" di Gianluca Ottone

Quando nelle ormai rare occasioni in cui incontro mio figlio (Natale, una manciata di giorni durante l’estate, sporadici ritorni in Italia per motivi lavorativi, mie saltuarie visite) capita di rimembrare episodi del passato e questo la dice lunga su quanto io sia ormai “anziano”…

Tra questi ricordi sovente si cade sui viaggi, ai tempi molto numerosi, che si facevano in Inghilterra con l’immancabile visita ad un nuovo stadio per una partita, già allora non importava la categoria ma il contesto, l’ambiente, la scoperta di una nuova area, di un nuovo territorio. Un giorno il figliolo mi raccontava del declino di Charing Cross Road, una delle vie più affascinante del centro di Londra, con l’infinito susseguirsi delle storiche librerie specializzate in testi usati.
Meravigliose nei freddi mesi invernali quando oltre al solito piacere di sfogliare testi con pagine ingiallite fornivano tepore grazie ai caminetti dove la carbonella sviluppava la fiamma, sembravano quasi tutte scorci di racconti Dickensiani.

Purtroppo ne sono rimaste poche mi diceva, alcune mestamente chiuse ed in cerca di qualche coraggioso affittuario visti i canoni mensili richiesti altre sostituite dai soliti kebab o Poke perché in questi tempi bui pare sopravviva solo più chi sforni cibo strano a qualsiasi ora.
Almeno ci fossero dei “chippies”, dei “greasy spoons” o dei “caffs”…
Però, mi ricordava il figliolo, che si riteneva fortunato di avere ancora visto e frequentato “Sportspages” che si trovava in una rientranza di Charing Cross Road.
Aaaahhhh….Sportspages….fondata nel 1985 da un neozelandese che viveva a Londra, tale John Gaustad, disperato perché non riusciva a trovare in tutta la Capitale dell’Impero una solo libreria che avesse libri sui suoi adorati All Blacks!
Così decise che un bookshop esclusivamente dedicato allo sport l’avrebbe aperto lui e ci sarebbe stato di tutto, dal calcio al rugby (union e league), al cricket, al badminton, all’hockey, alle arti marziali!!! Nessuno a Londra avrebbe più dovuto penare per trovare un volume che trattasse qualsiasi sport. Il successo fu notevole e divenne una sorta di meta di un pellegrinaggio per chiunque adorava il calcio britannico e qui trovava poco o nulla, chiaramente nell’era pre internet.
La prima volta che decisi di visitarlo ci misi del tempo per trovarlo…Si trovava in questa rientranza di Charing Cross Road, o meglio “off Charing Cross Road” come si dovrebbe dire correttamente ed aveva una piccola insegna e una vetrofania. Fu una folgorazione…ore spese a sfogliare tomi sulle storie dei singoli clubs, dall’Arsenal al Wycombe Wanderers, qui stava il bello…poi annuari, autobiografie, fanzines.
Era talmente fornito che non si poteva non sbirciare testi su rugby o cricket, anche solo per le meravigliose immagini che contenevano. Il problema semmai era quando si doveva decidere cosa acquistare…soprattutto negli anni in cui per avere una Sterlina bisognava sborsare 2.500 Lire…

Quindi iniziava la tragica e triste selezione che di norma mi vedeva sempre metter in borsa un libro, massimo due e una pila di fanzines… Eh si, le fanzines costavano poco e nel contempo erano affascinanti, ricche di chicche e soprattutto riflettevano il pensiero del tifoso sempre condito con molto umorismo, sagacia, critica feroce. Tutto bene fino a quando l’avvento di internet permise a chiunque, anche ad un abitante di una sperduta isola del Pacifico, di acquistare qualsiasi cosa senza muoversi dal divano.
Di conseguenza, diminuiva costantemente il numero di visitatori ma soprattutto di acquirenti, in più le nuove generazioni se ne fregavano del piacere di avere tra le mani un tomo.
Così, dopo avere addirittura aperto una filiale a Manchester, nel 2006 John Gaustad dovette arrendersi e chiuse tutto.

Non vi dico lo shock, quando, ignaro di questa tragedia, arrivai un giorno davanti alle vetrine di Sportspages e trovai tutto chiuso, solo un foglio sulla porta d’ingresso informava con sommo dispiacere ciò che era accaduto e si ringraziava tutti coloro, quindi me compreso, che avevano reso possibile questa stupenda avventura durata ben 21 anni.
Tra le fanzines che acquistavo da Sportspages c’era sempre una sorta di rivista molto artigianale che si occupava degli stadi britannici sia esistenti che scomparsi.

Si chiamava e si chiama tuttora Groundtastic, fondata nel 1995, vari contributori inviavano immagini e dettagli, tutto veniva dattiloscritto e fotocopiato ma il risultato finale era per me superbo perché potevo scoprire e conoscere impianti minori mai sentiti, con aneddoti storici, record di spettatori, le modifiche avvenute negli anni.
Aveva cadenza di quarterly quindi un quadrimestrale con uscite a marzo, giugno, settembre e dicembre. Le prime annate prevedevano una singolare copertina fatta di semplice carta colorata sulla quale compariva la foto adesiva a colori dello stadio protagonista principale del numero. Con il passare degli anni Groundtastic migliorò continuamente l’aspetto grafico sino a prendere le sembianze di una rivista vera e propria dove le immagini a colori crescevano e oltre agli stadi britannici si dedicava spazio ad impianti europei e successivamente anche extraeuropei.
Degni di nota i tre volumi della serie The Cemetery End che raccolgono praticamente quasi tutti i servizi pubblicati da Groundtastic nel corso della sua lunga storia.
Ora Groundtastic esiste sottoforma di sito e di pagina Facebook attraverso i quali si possono ordinare i nuovi numeri, quelli ancora disponibili del passato, oltre ai sopracitati volumi riepilogativi.

Proseguendo sul filone cartaceo mi pare doveroso citare il programma, l’official programme, l’organo di comunicazione di ogni club dalla massima divisione alle leghe dilettantistiche più sconosciute. Una tradizione, una usanza, un rito collettivo per il tifoso britannico. Tanto più doveroso parlarne in questi periodi in cui sono già diversi i club che hanno annunciato che non li pubblicheranno più…
Troppo alti i costi di stampa rispetto al numero delle vendite, il programma esce già vecchio ci dicono, lo smartphone informa il tifoso in tempo reale su tutto, il programma non viene più acquistato dai giovani e giovanissimi ormai disabituati a leggere “su carta” (io direi disabituati a leggere in generale, ma non solo loro), rimaneva solo più un’abitudine per tifosi più anziani o collezionisti.

Questa è un’altra batosta che aumenta il mio distacco verso il calcio moderno, io, che da avido accumulatore di carta in generale, ho messo da parte qualche centinaio di programmi, di tutte le categorie, della Nazionale, finali di Coppa, principalmente degli anni ’60 e ’70, più ovviamente tutto il resto cioè coccarde, distintivi, gagliardetti, annuari, oggetti vari.
Allora è bene, se non lo avete mai fatto, di recarvi almeno una volta nella vita ad una Football Programme Fair, si, una fiera di programmi calcistici.
Se ne tengono ancora moltissime da Plymouth su fino al Teesside, da minuscoli villaggi a locali messi a disposizione negli stadi, anche di massima serie.
Nei tanti luoghi che ho visitato durante i miei viaggi oltre Manica mi sono imbattuto in Fiere casualmente oppure mi recavo in località apposta perché sapevo che lì si svolgeva un evento del genere.
La mia preferita rimane sempre quella che si svolge nei locali forniti dalla chiesa di St. Stephen su Cromwell Road a Londra, due passi dalla fermata della Metropolitana di Gloucester Road, quattro passi da Earl’s Court.
Si scendono alcuni gradini, si pensa di finire in una cantina, invece si sbuca in un salone che la chiesa adibisce ad eventi, feste, ricorrenze, si paga un fee di 1 pound come ingresso e si spalanca un mondo meraviglioso fatto di tavoli ricoperti di scatole, scatoloni, scatoline pieni zeppi di programmi di ogni tipo ed era.
C’è il collezionista specializzato nel “pre-war”, quello che tratta solo Non League, chi solo finali di F.A. Cup o League Cup o F.A. Amateur Cup, chi propone solo programmi di determinati club, chi li divide per decenni.
In più di solito si trova memorabilia varia, dai distintivi alle figurine o cigarette-cards, autografi, press-photos originali.
Nella St. Stephen Hall, appunto il locale della chiesa che ospita il tutto, volontari mettono a disposizione tea and coffee, torte, sandwich, biscotti a prezzi popolari.

E se per caso stufi delle monotone, uniformate, senza più anima arene moderne fate un salto a est, a Dagenham, un tempo qui la Ford inglese aveva gli enormi stabilimenti produttivi che arrivarono ad impiegare più di 40.000 lavoratori.
Qui il Dagenham & Redbridge F.C. erede, in seguito a fallimenti e fusioni, di vari club dell’east end gioca a Victoria Road dove anche solo assistere ad un match in piedi appoggiati ad una crush-barrier nella popular terrace con la vecchia copertura sopra la testa merita il costo del biglietto.
Nel retro il van che sforna burgers o pies insieme a Bovril o tea e tra questa gradinata e la home end c’è una casetta prefabbricata che vende programmi di qualsiasi club e di qualsiasi periodo. Ce ne sono a centinaia, il tutto serve a dare una mano al club e a creare un angolo di paradiso per collezionisti o appassionati generici.

Anni fa un incendio distrusse parzialmente questo luogo straordinario e parte del materiale contenuto, una tragedia pensai quando lo venni a sapere. Nel giro di poche settimane il club fu inondato da programmi provenienti da ogni angolo d’Inghilterra, gente comune, tifosi di chissà quale squadra, collezionisti li inviarono in modo che questa tradizione non scomparisse e che si potesse rimettere in piedi il tutto.

18 agosto 2025

"Semplicemente.. ANDY CAPP" di Gianluca Ottone


























E’ uno dei miei “eroi” preferiti, fin da ragazzino era la “strip” più desiderata, non è totalmente collegata col football di cui tratta questa pubblicazione ma indubbiamente per molti versi ha le stesse passioni, pregi (pochi…) e difetti (molti di più…) dei frequentatori degli stadi britannici di un tempo.

Andy Capp nasce nel 1957 come intrattenimento domenicale per i lettori del Daily Mirror nell'edizione dedicata al nord dell'Inghilterra.
La direzione del Mirror chiese esplicitamente a Reg Smythe, l'autore e ideatore di Andy Capp, di studiare una figura che facesse sorridere i “northerners” possibilmente narrando vicende di vita vissuta non così lontane dalla realtà quotidiana degli abitanti di Newcastle o Middlesbrough.
Fu così che Smythe pensò di trasporre su carta ciò che ricordava della sua giovinezza trascorsa nella città natale di Hartlepool in pieno nord est, quando era testimone della vita quotidiana dei propri genitori e dei vicini di casa.
Reginald “Reg” Smyth (che diventò noto come Smythe, aggiungendo una e al suo cognome) nacque a Hartlepool nel 1917.
I genitori erano tipici rappresentanti della working class britannica, il papà era operaio presso i cantieri navali di Hartlepool, la mamma casalinga.
Lasciata la scuola a 14 anni il nostro Reg bighellona per un po' sino alla decisione di arruolarsi nell'esercito, dove dopo 10 anni di servizio raggiunse il grado di sergente.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale Smythe fu inviato in nord Africa.
Al termine del conflitto mondiale si congedò e si stabili a Londra dove trovò lavoro come impiegato delle Poste.
Successivamente si impiegò presso un'agenzia specializzata nella realizzazione di cartoons. Qui si fece apprezzare per una sua dote naturale, la capacità di disegnare.
Intorno alla metà degli anni ‘50 Smythe collabora quasi esclusivamente col Daily Mirror ed è qui, come già accennato, che nasce Andy Capp.
Il successo fu immediato, tanto che in breve tempo, le sue “strips” passarono dall'edizione “nord” a quella nazionale e nel 1963 fu lanciato negli USA dove incontrò altrettanto gradimento. Uguale riscontro lo ottenne in quasi 40 paesi e centinaia di quotidiani nel mondo. Smythe procedette senza sosta a disegnare le avventure della sua creatura ed ad ideare quasi quotidianamente le battute e freddure che renderanno Andy Capp un evergreen del fumetto. Continuò sino alla data della sua morte, avvenuta nel 1998, a causa di un tumore alla gola complice anche il suo vizio per le sigarette (solo negli ultimi mesi precedenti la sua dipartita Smythe decise di smettere di fumare e contemporaneamente tolse la sigaretta dalle labbra di Andy Capp).


Del nostro Andy che dire? Chi più chi meno lo conosce e lo “frequenta” da anni.
In Italia arrivò alla fine degli anni 60, i suoi albi pubblicati dall'Editrice Corno ebbero molto successo e le sue strips comparvero per anni sulle pagine de “La settimana enigmistica” con il titolo de “Le vicende di Carlo e Alice”.
Andy Capp è un ometto di bassa statura, porta un flat cap calato sugli occhi e sul nasone, una onnipresente cicca penzolante dalle labbra, un abito scuro ed al posto della cravatta usa una sciarpetta annodata. Insomma, né più né meno il ritratto del tipico inglese popolare degli anni 40/50. E' perennemente disoccupato anche pechè non cerca lavoro o comunque lo evita, tirando avanti col sussidio di disoccupazione che gli basta a malapena per qualche giorno di sbronze e scommesse su cani e cavalli.
Il pub è il suo regno, la sua vera casa!
Qui trascorre intere giornate tra sfide a freccette, biliardo, corteggiamenti alle giovani cameriere e ovviamente “qualche” pinta di bitter ale.
A casa ci sta il meno possibile.
Di solito nelle ore in cui il pub è chiuso, sonnecchia sul divano evitando accuratamente di sbrigare qualsiasi lavoro domestico, non risponde (o risponde male) all'esattore dell'affitto.
Nonostante non sia più un giovanotto è uno sportivo praticante; è parte integrante delle locali squadre amatoriali di calcio, rugby, cricket, freccette, biliardo.
In qualsiasi di questi sports riesce sempre a litigare con arbitri, avversari e anche a volte con i compagni di squadra!
E' rinomato per la foga con cui affronta i contrasti, tanto che, sovente, gli avversari che lo conoscono...lo evitano! Oltre a praticare sport è anche un tifoso accanito che segue la sua squadra del cuore (probabilmente l'Hartlepool United...) in casa ed in trasferta finendo sovente coinvolto in risse con i tifosi avversari.
Andy da vero “provinciale” e popolano, raramente esce dalla propria città dove in effetti ha tutto ciò che gli serve per andare avanti: i pubs, lo stadio, le corse dei cani, le maratone di biliardo, gli amici... Al massimo si concede una trasferta al seguito del suo club o un raro week end a Blackpool con la moglie.
Già, la moglie. Si, Andy nonostante tutto è sposato!
Lei si chiama Florence detta Flo o Florrie, più alta di lui, grassoccia, con una pazienza infinita. Lei è l'unico sostegno della famiglia, lavora in fabbrica e fa pulizie a domicilio, difende accanitamente il suo stipendio dagli assalti del marito che chiede continuamente prestiti per una bevuta Nonostante tutto è addirittura gelosa del suo Andy e non di rado lo aspetta sveglia nel cuore della notte per capire se sta rientrando dai bagordi con gli amici o se ha perso tempo dietro alle sottane delle cameriere.
Qui si scatenano furibonde discussioni che a volte terminano in scazzottate feroci (d'altro canto nei quartieri popolari di ogni città inglese il “wife beating” da parte del marito ubriaco o le bastonate della moglie al consorte tornato brillo dal pub sono sempre state una consuetudine piuttosto radicata).
Insomma, il successo di Andy Capp derivò dal fatto che le sue avventure non erano altre che uno spaccato della società inglese con i suoi lati postivi e negativi.
Le sbronze del venerdì e sabato sera, le risse fuori dal pub, le tifoserie arrabbiate, il rapporto col poliziotto di quartiere, la passione per gli sports (anche praticati), le scommesse...
Alla fine Andy Capp è un po' come vorremmo essere tutti noi, si dedica con passione e volontà alle cose che gli piacciono, evita volutamente le cose più impegnative e meno soddisfacenti come il lavoro, le cose imposte dagli altri o le serate noiose in compagnia dei parenti.
La sua ironia è graffiante, irriverente e non risparmia nessuno.
Non risparmia il Pastore che cerca di indirizzarlo verso una vita più sana e serena; non risparmia Rube, la vicina di casa che incita Flo a mollare Andy o la suocera, con la quale parla solo attraverso la porta e che non accetta in casa!
Alla fine di tutto Andy è contento così; lui dalla vita non chiede nulla (se non qualche scellino per le pinte e qualche scommessa) e non dà nulla in cambio...
I volumi editi in Italia dalla Corno sono facilmente reperibili a prezzi popolari ma il mio consiglio è di accaparrarsi alcuni volumi originali.
Intanto molte avventure inglesi non sono mai state pubblicate in Italia e poi il lessico usato è spettacolare. Con un minimo di dimestichezza e abitudine apprenderete espressioni e dialoghi diffusi nell'inglese popolare dove il “me” sostituisce il “my”, il “ya” al posto del “you” e “cheeky monkey” non è una razza di scimmia ma sta ad apostrofare una persona irriverente, un po' “faccia da schiaffi”...
Per concludere, bisogna segnalare che la città di Hartlepool nel 2007, dopo anni di discussioni, ha eretto una statua ad Andy Capp...
In fin dei conti Andy ed il suo creatore, sono sicuramente tra i “figli” più importanti della ventosa città del nord est!
di Gianluca Ottone

9 giugno 2025

BACK TO THE “SIXTIES” - Footballers and cars in the 60s

Da tempo immemore avevo promesso a Max un pezzo sulle automobili dei footballers degli anni 60, il mio spirito “sociologico” mi ha sempre spinto ad esplorare gli aspetti extra sportivi dei protagonisti del calcio della golden era.
Ho sempre trovato affascinanti le immagini che si trovavano sulle riviste come Shoot o Football Monthly o sui tantissimi annuari che uscivano astutamente nel periodo natalizio che ritraevano i footballers nelle loro case oppure nei pub con i compagni di squadra o immortalati mentre si dedicavano ai loro hobby.
Da cultore di tutto ciò che riguarda gli anni 60 ho sempre apprezzato i documenti che vedevano ritratti i protagonisti del sabato pomeriggio in abiti borghesi mentre esibivano abiti sartoriali o completi più sportivi per il week-end, tutto deliziosamente eleganti, stilosi, con i dettagli tipici di quel periodo. Sovente accadeva che i footballers erano immortalati a bordo o al fianco delle loro auto, mixando così abbigliamento e motori e che motori… Anche per ciò che riguarda le quattro ruote i sixties furono, a mio giudizio, gli anni più belli, ricchi di stile, dettagli, finiture mai più visti dopo.

Ora, dopo anni di desideri mai realizzati per mille motivi, sono tornato ad avere una classica e questo mi ha spinto a saldare il mio debito con Max, ovvero mettere su carta qualche aneddoto relativo appunto al binomio footballers+cars.
Giusto per dovere di informazione, il mezzo che mi sono concesso (che mi porterà nei prossimi anni ad una dieta a base di pane e cipolle oltre a farmi rammendare gli abiti anziché acquistarne di nuovi…) è una strepitosa MGB GT del 1967, colore Sandy Beige pastello, interni in pelle rossa con “piping” bianchi, ruote a raggi e ovviamente guida a destra (la potete vedere qui sotto..).
Unica precedente proprietaria una gentile lady del Cheshire che ha conservato tutte le fatture dal primo giorno, da quella di acquisto ai singoli tagliandi, cambi gomme, rabbocchi di olio…
Ora che avrete perdonato la mia lunga e noiosa premessa passiamo al tema principale.

Come tutti voi saprete prima del 1961, data dell’abolizione del maximum wage che prevedeva £ 20 a settimana come massima retribuzione per i calciatori professionisti, i footballers conducevano una esistenza più simile a quella di normali impiegati che a quella di milionari viziati. Duncan Edwards, giovane stella del Manchester United che perì nel disastro aereo di Monaco, era solito recarsi ad Old Trafford in sella ad una bicicletta che assicurava con una catena alla grondaia più vicina all’ingresso degli spogliatoi, altri usufruivano dei mezzi pubblici, pochissimi possedevano una automobile, tra questi Stanley Matthews proprietario di una Ford Consul Classic, non una Jaguar o una Rover…
Proprio l’abolizione del maximum wage beneficiò immediatamente Johnny Haynes, al tempo numero 10 del Fulham e della Nazionale che risultò il primo calciatore a ricevere £ 100 a settimana ed infatti diviene uno dei primi professionisti ad essere immortalato al fianco di una fiammante MG Magnette, sorridente, indossando il blazer blu dell’Inghilterra con i tre leoni ricamati in oro. Nonostante i sensibili aumenti di stipendio, la maggior parte dei calciatori che si concessero un’automobile nuova sceglievano modelli medi della Vauxhall, della Austin, della Morris o della Ford (quella inglese, ovviamente, con gli impianti produttivi a Dagenham) né più né meno che l’uomo medio che svolgeva mansioni impiegatizie o piccoli commercianti.

Il mondiale 1966 rappresenterà una svolta, l’Inghilterra oltre che campione del mondo è la nazione a cui tutti fanno riferimento per stile, musica, cinema, moda, way of life, insomma si sa, è la famosa “England swings”, il periodo che oltre Manica può essere paragonato ad un boom economico, di conseguenza anche i footballers iniziano a lasciarsi andare, soldi ora ne arrivano decisamente di più, ci sono contratti con i primi sponsor, si viene pagati per rilasciare interviste o per apporre la firma su articoli preparati da ghost writer.
Le Austin, le Ford e le Vauxhall vengono lasciate a coloro che non vogliono destare troppa visibilità, insomma, un classico “understatement” britannico, molti altri alzano l’asticella.
Tra coloro che non vogliono apparire troppo si notano i manager, più anziani, hanno provato le sofferenze e le difficoltà del periodo bellico, rimangono legati alle vacanze sulla costa inglese anziché le prime mete esotiche come Maiorca o Malta o Cipro. Ma anche campioni ultra celebrati come i fratelli Charlton comprano Vauxhall anche se nelle versioni Victor e Cresta ovvero quelle più potenti e rifinite o Jimmy Greaves che punta sull’ammiraglia della Ford inglese, la Zodiac MK3 con abbondanti cromature e dimensioni.

Per molti altri invece “il limite è il cielo” per cui Bobby Moore non ci pensa troppo ed esibisce una serie di splendide Jaguar, la più nota una MK2 3.8 abbinata ad una Mini Cooper S per la moglie o per lui quando preferisce sgusciare meglio nel traffico cittadino. Leggenda vuole che Moore tenesse nel cruscotto della “Jag” un berretto da chauffeur con visiera che indossava alle prime ore della notte mentre guidava verso casa dopo qualche drinking session. Era noto che la polizia non fermasse mai gli autisti con auto prestigiose perché era scontato che chi svolgeva un lavoro così delicato non fosse mai alticcio mentre era in servizio…
Anche Mick Summerbee stella del Manchester City possedeva un’auto come quella di Moore ma arricchita da un mangia dischi oltre all’autoradio. Sensibile al fascino del giaguaro troviamo anche Francis Lee, compagno di squadra di Summerbee che nei 70s passerà poi alla Daimler, in pratica una Jaguar ancora più sofisticata.
Alan Ball si indirizzò su una prestigiosa e performante Rover 2000 TC P6, l’auto dei medici e degli avvocati come si diceva ai tempi. L’acquisto avvenne con il papà che lo accompagnò dal concessionario e furono ritratti insieme mentre osservano il vano motore della slanciata berlina. Peter Osgood stella in ascesa del Chelsea, per forza maggiore viaggiava sempre su Ford, pur cambiandone in continuazione. Il motivo? Molto semplice, una concessionaria di Windsor aveva messo sotto contratto Ossie che per ovvie ragioni di sponsorizzazione usava il meglio della produzione di Dagenham del periodo, dalle Cortina alle Corsair, dalle Zephir alle Zodiac. Non potendo tediarvi in eterno direi che potremmo concludere questa carrellata niente meno che con George Best, lui proprio non sapeva cosa fosse l’understatement, anzi, aveva deciso che in fatto di donne, abiti, case, sperpero di denaro e soprattutto automobili non ci si doveva porre limiti. Tra gli anni 60 e i 70 fu ritratto con ben tre diverse meravigliose Jaguar E-Type. Nell’ordine una roadster, una coupè e una coupè V12 (quest’ultima venduta ad un’asta nel 2015 per £ 43.000), poi la nota Lotus Europa gialla ma il suo parco auto prevedeva anche una Jaguar MK2 3.8 bianca che veniva usata come auto di rappresentanza quasi sempre condotta da un autista. Famosissima la serie di scatti eseguiti dal fotografo free-lance Bob Thomas che intercettò l’auto nei pressi di Old Trafford. Ne scaturì la richiesta di potere immortalare Best ed il resto degli occupanti, (appunto l’autista in livrea, la sua segretaria personale ed il suo business manager). Richiesta accolta favorevolmente da Georgie che si prestò a diverse pose con il suo team. Non male come parco auto per un giovanotto di Belfast che quando prese la patente acquistò una normalissima Austin 1100.

Impossibile però non citare l’operazione della Ford in occasione dei mondiali di Mexico 70 con la quale direi che chiuderemo idealmente il decennio dei sixties. L’azienda di Dagenham divenne un main sponsor, come si direbbe oggi, della spedizione messicana insieme ad altri, tra cui la Findus.
La Ford allestì 30 Cortina 1600 E (il top di gamma, la E stava per Executive) bianche, cerchi in lega Rostyle, fari di profondità, sospensioni ribassate di derivazione Lotus, sui parafanghi anteriori una decalcomania con le bandiere incrociate di Gran Bretagna e Messico, sulle porte il simbolo “Chosen for England”, con targhe che iniziavano con GWC (Great World Cup) e le diede in comodato d’uso per un anno ai 30 membri della spedizione.
Una volta terminati i mondiali essi potevano decidere di tenerle acquistandole ad un prezzo speciale. Furono davvero pochi coloro che accettarono l’offerta, tra questi Francis Lee che la acquistò per la moglie e Les Cocker, coach e trainer della Nazionale.
Lee dopo non molto tempo la rivendette perché trovava troppo vistose le decals presenti sui fianchi e a Manchester e dintorni si era diffusa la notizia che quell’auto fosse sua per cui, sovente, i fans del United quando la vedevano parcheggiata lasciavano traccia del loro passaggio sotto forma di righe sulla carrozzeria o scritte pro United e anti City.

Il giornalista James Ruppert ha svolto una folle quanto meticolosa ricerca riuscendo a ritrovarle tutte o almeno a conoscerne il destino e ha dato vita al piacevolissimo libro “World Cup Cortinas”.
di Gianluca Ottone

30 aprile 2025

STADIA - Gli stadi di Sheffield

Dopo alcuni articoli di vario genere torno ad occuparmi di stadi, rubrica che aveva destato interesse con i precedenti servizi sugli impianti progettati dall’Arch. Leitch e su quelli scomparsi in Londra.




















Per questo viaggio ci spostiamo più a nord e precisamente in Yorkshire, a Sheffield che un tempo era universalmente riconosciuta come la capitale dell’acciaio, della lavorazione di lame, delle posaterie oltre che dell’argento. Il calcio era un tipico svago dei lavoratori delle tante fabbriche locali visto che questa grande città non offriva, e se ci è consentito, non offre tutt’ora grossi diversivi e svaghi alternativi. Per fortuna che il football non venne a mancare, almeno quello, durante gli anni 70 e 80 quando il declino delle industrie locali lasciò senza lavoro o in condizioni precarie migliaia di operai e impiegati. 
Come ben saprete qui troviamo due clubs storici della football league, il Sheffield Wednesday fondato nel 1867 e il Sheffield United nato nel 1889 con le rispettive case ovvero Hillsborough e Bramall Lane. Hillsborough è un luogo caro a tutti noi appassionati poiché è stato usato innumerevoli volte come sede della semifinale di FA Cup, tra cui anche quella tragica del 1989 quando 96 sostenitori del Liverpool perirono soffocati, calpestati o schiacciati contro le recinzioni allora purtroppo in voga, estrema difesa negli anni bui dell’hooliganismo. Aperto nel 1899, fu conosciuto fino al 1912 come Owlerton. Il primo consistente intervento fu la costruzione del South Stand che aveva sul tetto il sontuoso padiglione con orologio ed il nome del club. Fortunatamente nei più recenti ammodernamenti il gable in questione ha mantenuto il suo posto sia pure in forma più attuale. Successivamente anche le West e North Bank furono coperte, mentre l’ East End meglio conosciuta come Kop dovette attendere ancora molto prima di permettere agli occupanti una protezione dagli elementi.
Successivi importanti interventi furono realizzati in occasione della scelta di inserire Hillsborough come una delle sedi del mondiale 1966. Furono realizzati in successione un nuovo North Stand, un nuovo West Stand e furono aumentati i posti a sedere nel South Stand. Il successivo drastico cambiamento giunse in seguito al noto Taylor Report che ridusse la capienza e fece si che nel giro di due anni tutto l’impianto diventasse completamente con posti a sedere. Si passò così dai 60.000 posti dei primi anni 70 all’attuale capienza di poco superiore ai 36.000 seats. Il record di presenze, quasi 73.000, si registrò nel 1934 per un quinto round di FA Cup contro il Manchester City. 
Da segnalare un paio di curiosità: in Leppings Lane, la via che passa dietro il West Stand, c’è un piccolo ma fornitissimo negozio di memorabilia calcistica; se un giorno doveste fare una visita alla casa degli Owls andateci e magari vi troverete quel vecchio programma o annuario che mancavano alla vostra collezione. Il Wednesday prima di giungere a Hillsborough usò per alcune partite di cartello lo stadio dei “cugini” dell’United ovvero Bramall Lane.

























La casa dello Sheffield United nasce come impianto per il cricket nel 1854. Proprio dal locale cricket club sorge l’United e di conseguenza l’impianto ebbe sino agli anni 70 una situazione particolare, ovvero i terreni di gioco delle due discipline erano confinanti e la parte dedicata al football aveva solo tre blocchi di gradinate, mentre il quarto lato era aperto sul campo da cricket. Durante l’ultimo conflitto mondiale, ben 10 bombe colpirono e danneggiarono seriamente le strutture esistenti. Una volta terminati i lavori post-bellici di recupero e restauro, che durarono diversi anni, l’United iniziò a fare pressioni al fine di poter ottenere il campo da cricket per edificarvi un nuovo Stand. Ciò avvenne nel 1975 quando fu inaugurata la nuova tribuna, dopo che l’ultima partita dedicata a bats e wickets avvenne nell’agosto del 1973. 
La parte più vecchia era il John Street Stand, ovvero la tribuna principale, mentre dietro le rispettive porte si trovavano due ampie terraces di cui quella ad est era chiamata, anche qui, Spion Kop. Drastica la diminuzione di capienza per effetto del solito Taylor Report che ridusse ad un comunque più che confortevole 30.000 posti quello che sino ai primi anni 70 ne ospitava 55.000. Il record di presenze si ebbe nel 1936 per un quinto turno di FA Cup contro il Leeds United con oltre 68.000 spettatori. 
La tipologia dello stadio di Bramall Lane non fu unica visto che anche il County Ground di Northampton si divideva tra football e cricket ed anche in questo caso solo tre lati di tribune vennero erette. Ma il Northampton Town a differenza dei Blades non costruì mai il quarto Stand, ma si trasferì nel nuovo impianto di Sixfields nel 1994.
Al Sheffield United invece, con l’acquisizione del terreno destinato al cricket, oltre alla quarta tribuna ed al completo enclosing dell’impianto, restò abbastanza spazio per costruire uno dei parcheggi più ampi della FL. Considerando che gli stadi di Sheffield sono affascinatamente incastrati tra file di terraced houses, quello di un ampio parcheggio adiacente le tribune è sicuramente un enorme plus.
di Gianluca Ottone, da "UK Football please"

11 aprile 2025

BACK TO THE "SIXTIES" - La memorabilia.."petrolifera".

Torno a scrivere di memorabilia (da buon collezionista quale sono è la mia grande passione) ed in questo caso di chicche che venivano distribuite soprattutto nei primi anni 70 da varie stazioni di servizio quali Esso, Texaco e Cleveland.
La Esso fu la più prolifica nel marchiare e distribuire prodotti legati al mondo del football probabilmente anche in funzione del fatto che nella prima metà degli anni 70 la compagnia petrolifera fu uno degli sponsors ufficiali della Football League; come non ricordare i cartelloni pubblicitari a bordo campo in tutti gli stadi con lo slogan “buy Esso, drive Esso, go Esso”.
Il primo grande successo fu la collezione di monete prodotte in occasione dei mondiali messicani del 1970. Ogni “coin” argentata riproduceva il ritratto di uno dei 22 nazionali inglesi selezionati per difendere il titolo di campioni del mondo e venivano omaggiati ogni 4 galloni di benzina acquistati. Una volta collezionate tutte le monete si poteva richiedere al benzinaio di fiducia l’espositore/contenitore che ospitava la collezione. Esso produse anche, per alcuni anni, dei dettagliati annuari che coprivano le prime tre divisioni della FL e la prima della Scottish FL ottenibili sempre tramite le stazioni di servizio. Visto il grande successo delle monete “messicane”, nel 1971 venne lanciata una raccolta degli stemmi delle principali squadre inglesi di ogni divisione, realizzate in metallo a colori. Anche qui al termine della collezione si otteneva il raccoglitore e resta probabilmente la più bella a livello estetico delle iniziative della Esso. 
Poi nel 1972 in occasione del centenario della FA Cup tornano le monete argentate, una per ogni squadra che avesse vinto almeno una volta la coppa più la medaglia dei vincitori dell’edizione del centenario ovvero il Leeds United. Su un lato era inciso lo stemma del club e sul retro i risultati delle finali vittoriose. Nuovamente ottenibile il contenitore/espositore e la distribuzione delle monete era sempre il solito ovvero 1 “coin” per 4 galloni di carburante o il corrispettivo in olio motore e potete immaginare come frotte di ragazzini indirizzassero il papà verso le stazioni Esso! 
Da ricordare anche gli “Squelchers”, bellissima serie di 16 libretti con foto a colori su vari argomenti che coprivano le 4 Home Countries, i vari ruoli (i grandi portieri, i grandi attaccanti etc.) e altri aspetti come i nicknames delle squadre. Il raccoglitore si apriva a fisarmonica e una volta chiuso risultava una splendida e pratica mini enciclopedia tascabile del beautiful game.
Non mancarono altre iniziative come i posters dei clubs ma concediamo spazio anche alla concorrenza. Anche la Texaco, sempre nello stesso periodo, entrò nel mondo del calcio sponsorizzando la “Texaco Cup” una sorta di torneo interbritannico che si svolgeva prima dell’inizio dei vari campionati che serviva sia come rodaggio per la nuova stagione sia come confronto “internazionale”. Il prodotto che riscosse maggiore successo della Texaco fu la guida alle 4 divisioni inglesi ed alla maggiore divisione scozzese; si trattava della collezione intitolata “Grandstand”
, magnifici volumi che per ogni club coprivano storia, stemma, piantina per raggiungere lo stadio, dati vari come l’albo d’oro e foto a colori del team. Anche la Texaco poi si distinse per la realizzazione di posters a colori ovviamente sempre ottenibili presso le stazioni di servizio. Concludiamo citando la Cleveland, compagnia petrolifera minore dell’epoca ora non più esistente, perché realizzò un superbo volume intitolato “Golden goals” con copertina rigida e pagine interne tutte a colori. Venivano esaminati i vari aspetti della stagione come la finale di FA Cup o il British Championship (oh, good old days…), ritratti dei protagonisti, il tutto corredato da illustrazioni, foto e figurine adesive; il risultato finale era eccezionale in quanto si otteneva un completissimo volume con splendide immagini a colori. I clienti venivano fidelizzati con la richiesta delle bustine con le figurine adesive che servivano per completare il volume. 
Sempre dalla Cleveland, nel 1971, giunse un pezzo assolutamente originale come la collezione dei mini busti dei migliori giocatori britannici, la selezione dei fuoriclasse che ebbero l’onore di esservi ritratti toccò a Joe Mercer l’indimenticato manager degli anni gloriosi del Manchester City e successivamente, nel 1974, “caretaker” manager della nazionale.
Personalmente posseggo diversi dei prodotti sopracitati come gli Squelchers, la serie di monete della FA Cup del 72, l’annuario Esso, un paio di volumi Grandstand e quello Golden Goals; tutti sono assolutamente splendidi dal punto di vista estetico, per le informazioni e per le immagini. Ora grazie a e-bay si possono trovare saltuariamente in vendita (mentre il sottoscritto penò non poco a reperirli qualche anno fa…) a prezzi accessibili tranne le collezioni di monete e stemmi che a volte raggiungono all’incirca i 30 pounds, mentre gli Squelchers (completi e con raccoglitore) restano piuttosto rari.
di Gianluca Ottone, da "UK Football please" (marzo 2006)

28 febbraio 2025

CRICKETERS OR FOOTBALLERS?



Nel 1984 un cittadino australiano si recò a Scunthorpe in visita ai cugini inglesi.
Durante la vacanza i parenti inglesi lo portarono ad assistere ad un match di calcio della locale squadra, lo Scunthorpe United, in quanto era incuriosito dal “soccer” sport che in Australia era alquanto poco praticato. Tutto avrebbe immaginato di vedere tranne che trovare in campo per gli “Irons” niente meno che Ian Botham (nella foto sopra), notissimo giocatore di cricket a livello internazionale, già capitano dell’Inghilterra.
Il cricket insieme al rugby è uno degli sports più diffusi in Australia ed infatti il nostro turista riconobbe immediatamente Botham e chiese conferma e spiegazioni ai cugini.
La conferma fu immediata, si trattava proprio del notissimo cricketer e la spiegazione apparentemente semplice: Botham si teneva in forma nei mesi invernali giocando a calcio!
Potrebbe apparire impensabile al giorno d’oggi che uno sportivo di alto livello pratichi un’altra disciplina nei mesi di sosta del suo sport principale ma ciò era alquanto diffuso in Inghilterra, soprattutto per quel che riguarda il connubio cricket-calcio.

Fin dalla fine dell’800 e fino, soprattutto agli anni ’70 del secolo scorso, molti sono stati i calciatori, professionisti e non, a dedicarsi con successo anche al cricket.
Il suddetto Botham è probabilmente uno degli esempi più noti, ma in questo caso siamo di fronte ad un ruolo invertito; Botham come già detto era infatti prima di tutto un cricketer per le contee del Somerset e del Worcestershire e nazionale inglese di cui fu anche capitano.
Tra l’altro detiene tutt’ora il record di wickets abbattuti per la nazionale, il suo ruolo era quello del “all-rounder” ovvero colui che svolge il compito sia di lanciatore che di battitore.
Con lo Scunthorpe, quindi da professionista, disputò undici incontri e molti di più a livello Non-League con il Yeovil Town.
Come detto l’elenco dei calciatori impegnati anche nel cricket è lunghissimo per cui qui di seguito vengono riportati alcuni dei casi più eclatanti.
Negli anni tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 spicca la figura di C.B. Fry che rappresentò l’Inghilterra in entrambe le discipline mentre era impegnato calcisticamente con Corinthian F.C. (amateurs), Portsmouth, Southampton e con le contee di Hampshire e Sussex per il cricket. Negli anni ’30 e fino allo scoppio della seconda guerra mondiale il notissimo Denis Compton, stella dell’Arsenal disputò ben settantotto “test matches” per l’Inghilterra segnando diciassette “centuries”, ricordando che una “century” equivale a mettere a segno ben cento punti in un incontro!
Anche suo fratello Leslie fu un eccellente giocatore dei Gunners e cricketer internazionale.
Ted Drake è ricordato dai tifosi più anziani del Chelsea per essere stato il manager dei Blues che nel 1955 guidò la squadra di Stamford Bridge ad aggiudicarsi il primo titolo di campioni d’Inghilterra. Ma Drake, negli anni ’30, fu apprezzato giocatore di Southampton e Arsenal e valido cricketer per il Hampshire County Cricket Club.
Possiamo anche citare Ron Tindall, footballer per Chelsea, West Ham, Reading e Portsmouth tra il 1953 e il 1969 nonché “all-rounder” per il Surrey C.C.C. di cui fu giocatore di First Class.
Il portiere del West Ham dei ‘60s, Jim Standen, che contribuì alla conquista della F.A. Cup del 1964 e della Coppa delle Coppe del 1965, era presenza fissa per la contea del Worcestershire nel ruolo di “bowler”, ovvero di lanciatore.
Altro portiere, questa volta scozzese, il rinomato Andy Goram era un eccellente cricketer a dispetto della modesta attitudine dei residenti a nord del Vallo di Adriano per il gioco del “bat’n’ball”.
Estremo difensore di Oldham, Hibernian e Rangers nonché della nazionale scozzese si aggiudicò tre “caps” con la nazionale di cricket del suo Paese affrontando l’Australia in tour nelle isole britanniche nel 1989.
E poi tanti altri, da Jim Cumbes (Aston Villa e Worcestershire) a Dave Bairstow (Bradford City e Yorkshire) a Graham Cross (Leicester City e Leicestershire) che nel 1975 contribuì alla vittoria del Leicestershire C.C.C. (per la prima volta) del County Championship.
Nuovamente un portiere, Steve Ogrizovic del Coventry City, fu eccellente cricketer con la contea del Shropshire e Chris Balderstone, pedina fondamentale nella promozione in massima divisione nel 1974 del Carlisle United, era un ottimo “batsman” per la contea del Leicestershire. Balderstone giocava a fianco del sopracitato Graham Cross nell’XI che si aggiudicò nel 1975 il campionato delle Contee e nel 1972 la Benson & Hedges Cup oltre ad essere convocato due volte dalla nazionale inglese.
Ma sicuramente può incuriosire il fatto che due campioni del mondo del ’66, l’indimenticato capitano Bobby Moore e il mattatore della finale, Geoff Hurst furono ottimi giocatori di cricket a livello scolastico e convocati dalla selezione delle Essex Schools .

In particolare Hurst (nella foto a fianco), tuttora detentore dell’onore di essere l’unico giocatore ad avere segnato una tripletta in una finale mondiale, era talmente bravo con mazza e palla da trovarsi ad un bivio: scegliere se proseguire come cricketer oppure passare al calcio nel quale era comunque valido. La scelta la conosciamo tutti, grande realizzatore con il West Ham e a fine carriera con il Stoke City nonché pedina inamovibile dell’Inghilterra di Ramsey.
Chiunque abbia a cuore le vicende dei “Three Lions” non può che essere grato per la scelta che fece…
Fino a circa la metà degli anni ’70 era alquanto diffuso assistere, durante la stagione estiva, a partite amichevoli o charity matches di cricket in cui i protagonisti erano footballers professionisti anche di massimo livello.
Bene o male quasi tutti in Inghilterra hanno praticato il cricket, chi a scuola chi per diletto in un parco o chi, come abbiamo visto, abbinando professionalmente il “bat’n’ball” al football.
Con l’aumento della congestione dei calendari calcistici, i sempre maggiori impegni dei calciatori a livello di club e nazionale oltre ai divieti delle società nel vedere i propri tesserati cimentarsi in altri sports che potrebbero causare loro infortuni, la figura del “cricketer footballer” è scomparsa.
Vi immaginate vedere un attuale top player di massima divisione o anche solo di “Championship” o “League One” (le orrenda denominazioni moderne per la care vecchie Second e Third Division…) che d’estate va in tour con la nazionale o prende parte al County Championship?
di Gianluca Ottone, estratto da "Shots and Kicks (Boogaloo Publishing)

4 febbraio 2025

"SHOTS AND KICKS" di Gianluca Ottone (Boogaloo), 2014

Una serie di aneddoti, storie, brevi racconti sul calcio inglese, non quello attuale della Premier League globalizzata ma quello del passato , esattamente degli anni ’60 e ’70, che portò tanti successi, dalla Coppa del Mondo del 1966 a una quantità di Coppe europee. In campo giocatori eccellenti che facevano parlare e discutere anche fuori dal rettangolo di gioco. Non troverete trattati sugli aspetti tecnici e tattici ma vicende sconosciute ai più, un viaggio a ritroso nel tempo quando il calcio era veramente “the people’s game”. Ogni capitolo rappresenta una tappa di un percorso. Dai treni speciali per i tifosi alle particolarità della stampa sportiva serale e dell’editoria calcistica. Dall’evoluzione delle divise da gioco alle figurine del tempo. Dall’organizzazione delle football gangs londinesi agli stadi non più esistenti. Dalle stranezze della Football Association per affrontare la spedizione dei mondiali messicani del 1970 a vari ritratti di personaggi a dir poco fuori dal comune. Leggerete della scarsa fortuna di Bobby Moore come imprenditore e di come andò a scontrarsi con la malavita dell’East End londinese. Scoprirete che nel Luton Town giocava un’ala talentuosa che però fuori dal campo ne combinava di tutti i colori tanto da fare sembrare George Best un angioletto. O di un italiano che giocò oltre Manica molto prima dei vari Vialli, Zola, Di Canio , addirittura al fianco di Charlton, Law e Best. Vi stupirete leggendo delle disavventure internazionali toccate a Moore e Keegan oppure dei molti calciatori che si cimentavano anche nel gioco del cricket. Un'epopea vintage, quando in Inghilterra gli allenatori erano al massimo scozzesi e i giocatori più esotici provenivano dal Galles e dall’Irlanda. Il tutto condito con stupende immagini provenienti dalla collezione privata dell’Autore. 
In poche parole…”when football was football and footballers were men”!!!

24 gennaio 2025

BACK TO THE "SIXTIES" - La trasformazione delle maglie in business.

Tanto tempo fa, così potremmo iniziare questo pezzo come fosse una fiaba, i ragazzini correvano dietro un pallone tra l’ora del tè e l’ora di cena in campetti fangosi o nei pubblici giardini o nei playgrounds delle scuole dopo avere posato a terra il loro “montgomery” o parka o la giacca della divisa della scuola.


Chi sceglieva di essere Bobby Charlton o Denis Law, chi Bobby Moore o Jimmy Greaves, tutti avevano un idolo ma nessuno si sognava di scendere in campo con indosso la maglia o se volete “replica shirt” del club preferito.
Erano i fantastici e vivaci sixties (sia dal punto di vista pallonaro che musicale che stilistico che sociale), periodo in cui a mio giudizio si videro le più belle e stilose divise da gioco in UK, semplici eppure eleganti, girocollo, con accurati stemmi ricamati.
Poi, ad inizio seventies qualche colpo di ammodernamento assolutamente ancora gradevole come l’uso del tessuto traforato Aer Tex della Umbro, le iniziali del club ricamate in corsivo, l’aggiunta di colletti e l’inserto triangolare a chiudere lo scollo a “V”, look che andava di pari passo con la crescita dei capelli e delle basette dei giocatori (basette vere non le ridicole, sottili sculture a colpi di rasoio che si vedono oggi su campioni e pseudo campioni che prima di scendere in campo si sistemano il cerchietto tra i capelli.. fortunatamente soprattutto nel continente).

Poi, un giorno del 1973, sulla maglia del Leeds apparve un simbolo, un grado da ammiraglio ed infatti sotto questo strano logo c’era proprio la dicitura Admiral. Apparentemente innocuo ma secondo gli esperti questo fu l’inizio del “great kit business”.
L’anno successivo, 1974, Don Revie divenne il nuovo manager della nazionale ed una delle prime azioni che fece fu di introdurre presso la FA l’Admiral con la quale l’anno precedente aveva deciso la sponsorizzazione tecnica del Leeds essendo Revie allora manager della squadra del Yorkshire. Il tutto, come dissero allora le solite malelingue (ma a ragione) fruttò un bel po’ di pounds al buon Revie, questo fu una sorta di investimento da parte della Admiral che quindi riuscì ad estromettere la Umbro da fornitrice ufficiale della nazionale cosa che aveva fatto per 60 anni. Inoltre l’Admiral ottenne il permesso di ammodernare la divisa tutta bianca dei 3 Lions e qui fecero la loro comparsa le famose striscie rossoblu sulle maniche (biancorosse sui calzoncini blu) ed il logo della casa. I tifosi piu’ tradizionalisti e quasi tutta la carta stampata gridarono all’orrore ma il nuovo kit immesso sul mercato e spinto da una potente campagna pubblicitaria vendette eccezionalmente tra il pubblico piu’ giovane. 
Dopo che la nazionale aveva venduto la propria anima (come sostennero alcuni giornalisti) molti clubs cedettero alle lusinghe dell’Admiral sentendo la necessità di adeguarsi ai tempi correnti e soprattutto di vestire come la selezione del Paese. Ecco quindi Norwich, Southampton, Manchester Utd, Coventry, West Ham indossare il grado dell’ammiraglio mentre la Umbro combatteva su altri fronti tenendosi stretti la selezione scozzese, Derby, Everton, Manchester City, Arsenal, Liverpool.

Tra la metà dei seventies e l’inizio degli
eighties vi fu il picco produttivo e di fama dell’Admiral che proprio ad inizio del nuovo decennio ristilizzò la maglia della nazionale proponendo la famosa striscia rossoblu orizzontale tra petto e spalle (o come direbbe correttamente un sarto, sul carrè); subito altre polemiche ma anche tanta pubblicità e anche favori tanto che in un recente sondaggio tra tifosi questa resta una delle maglie preferite della storia dei 3 Lions. Insomma quella dell’europeo dell’80 e dei mondiali dell’82 che onestamente anche a me, seppure tradizionalista convinto che metterà sempre al primo posto quella tutta bianca girocollo dei sixties, non dispiaceva nè allora né tuttora. Poco dopo però il colosso Adidas iniziò a mettere il naso in UK e forte delle sue dimensioni e potenzialità cercò di prendersi una fetta di quell’interessante mercato. In breve clubs come QPR, Ipswich, Forest vestirono le note tre striscie e dopo poco anche Liverpool ed Arsenal entrarono nella scuderia della casa tedesca.
A seguire giunsero anche Hummel dalla Danimarca che vestì Spurs, Villa, Swansea, Darlington, Southampton e la nazionale gallese e Le Coq Sportif dalla Francia. Insomma la torta si faceva sempre più piccola e quando a metà eighties la Umbro riuscì a riprendersi la nazionale proponendo nuovamente un design sobrio e semplice ed una proposta economica che l’Admiral non potè contrastare per la casa del grado della marina iniziò il declino.
Per Umbro invece si trattava di una seconda giovinezza che durò per molti degli anni 90 mentre Admiral si trovava a fronteggiare una crisi finanziaria che la portò ad essere l’ombra di quel che era stata. 
Negli ultimi anni l’Admiral sta cercando di rialzare la testa partendo dalle divisioni minori  mentre la Umbro tiene duro con la nazionale ed alcuni clubs di grande potenzialità ma questa è storia recente che anche i ragazzini possono giudicare con i propri occhi e notare come ormai il mercato se lo contendano un paio di grandi nomi non britannici o poco piu’ che per qualsiasi squadra propongono lo stesso modello cambiando solo i colori; per noi un po’ piu’ “maturi” invece resteranno per sempre negli occhi e nel cuore le meravigliose divise e tute degli anni d’oro che ci videro scoprire il football d’oltre Manica che avevano solo due simboli sulla parte destra del petto ovvero il diamante stilizzato della Umbro e il grado dell’Admiral.
di Gianluca Ottone, da UKFP (settembre 2006)
Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità e non può quindi essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7/03/2001. L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti che siano lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi all'autore, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima. Le foto di questo blog sono pubblicate su Internet e sono state quindi ritenute di pubblico dominio. Se gli autori desiderano chiederne la rimozione, è sufficiente scrivere un'e-mail o un commento al responsabile del sito.