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26 gennaio 2026

"ROLLS ROYCE" di Giuseppe Lavalle

SE CHIEDI QUANTO COSTA, NON SEI UN CLIENTE ADATTO PER QUESTA VETTURA.
Si sintetizza così il mito elitario ed esclusivo della più lussuosa marca di automobili del mondo, la Rolls Royce. Tutto inizia 4 maggio del 1904, quando ci fu un incontro speciale da cui doveva nascere di qualcosa di molto speciale. In Inghilterra, nella sala da pranzo dell'hotel Midland di Manchester, si incontrarono un ricco giovane dal nome di Charles Stewart Rolls, rampollo di una famiglia d'Inghilterra, e il commerciante di auto Frederick Henry Royce.

I due condividevano la passione per i motori e si intesero subito. Amavano le auto, affascinati dagli orizzonti che il nuovo mezzo dischiudeva al mondo e ai loro occhi. Nell'incontro scoccò la scintilla di un sodalizio che ha dato vita a uno dei nomi più blasonati della storia industriale, in modo particolare dell'automobile. Rolls fino ad allora aveva dimostrato di essere un abile uomo di commercio; Royce aveva fatto fortuna come industriale. Dai progetti un po' visionari dei due nacque la Rolls-Royce che a più di un secolo dalla sua nascita continua a essere vista come il top dei top in tema di auto di prestigio.
Charles Stewart Rolls, nato nel 1877, si appassiona all'automobile fin dagli anni dell'università: già nel 1896 guida una Peugeot Phaeton 3,5 Cv. Piacere personale a parte, la sua innata vocazione per la tecnica e l'ingegneria (a 15 anni aveva dotato la casa della sua famiglia di impianto elettrico) lo guida anche negli studi, portandolo a conseguire un diploma in tale settore. Significativo (e curioso per il suo lignaggio) il soprannome che si guadagna in quegli anni: "Dirty Rolls", Rolls lo sporco, per il suo essere sempre bisunto a causa del suo trafficare attorno alle auto. In breve, l'automobile diventa la sua attività. Nel 1902 crea la C.S. Rolls and Co, società che svolge attività commerciale e di riparazione di autovetture nella zona di Londra.

Henry Royce aveva tutt'altra origine. Nato il 27 marzo 1863, già da ragazzino comincia a lavorare come fattorino per le Poste londinesi. Poi uno zio si fa carico di farlo studiare in una delle più importanti scuole tecniche. Inizia così un cammino dapprima tecnico poi anche imprenditoriale.
Nel 1884 infatti Royce fonda la sua F.H. Royce & Co, produttrice di motori e meccanismi elettrici. La sua prima vettura è una Decauville a due cilindri. In breve nasce in lui il desiderio di qualcosa di più potente, magari concepito e prodotto la lui stesso. E infatti costruisce tre piccole vetture Royce, con motore di due litri di cui gli appassionati dicono un gran bene. 
In questa attività Royce conosce Henry Edmunds che resta entusiasta della vettura prodotta da Royce e ne parla agli amici, tra cui c'è Charles Rolls di cui è buon amico. Proprio Edmunds si convince che dall'incontro tra le due R possono nascere cose importanti e combina il citato appuntamento all'hotel Midland di Manchester.
Dopo qualche Royce, cominciano le vendite della nuova vettura, la Rolls-Royce, il cui marchio era composto da due R rosse, proprio sopra il radiatore, già monumentale sin dagli esordi. Due anni dopo la Rolls-Royce Limited assorbe la società di Rolls e nell'atto di acquisizione si legge l'obiettivo di produrre tutto quanto fosse attinente al trasporto a motore “per terra, aria e mare”. Un obiettivo più che centrato vista la produzione successiva di motori marini e d'aereo. Nel 1906 Rolls vince la corsa del Tourist Trophy, con una Rolls-Royce 20HP. Intanto, proprio in quel periodo Royce mette a punto una vettura molto più potente e più grande: la Silver Ghost, con motore a 6 cilindri di sette litri che sviluppava 48 cavalli a 1200 giri. Elegante, silenziosa, comoda e soprattutto affidabile, nel 1907 uno di questi esemplari compie l'impresa di percorrere 14.371 miglia senza spegnere il motore e quasi senza fermarsi. 
Da allora la storia della Rolls Royce è stata un susseguirsi di modelli sempre più raffinati, eleganti e imponenti. Nel 1910 in un incidente aereo muore Charles Stewart Rolls. 
Due anni prima, in Francia, aveva compiuto il suo primo volo al fianco di Wilburn Wright, uno dei fratelli iniziatori dell'aviazione, e subito Rolls si era innamorato degli aeroplani. Oltre che ad avviare l'attività motoristica col marchio Rolls Royce, diventa subito pilota e proprio in una manifestazione aerea a Bournemouth, il 10 luglio del 1910, perse la vita.

Ma la Rolls Royce non si fermò ed Henry Royce la fece crescere ampliando i settori di attività, sia quello delle auto che quella dei motori da aerei. Pur con l'attività dei motori per aerei (fondamentali per l'industria bellica della prima e seconda guerra mondiale) la Rolls Royce è sempre rimasta la casa automobilistica più prestigiosa con una serie di modelli via via sempre più ricercati e soprattutto con livelli di qualità e affidabilità mitiche. Un mito che la stessa casa sapeva coltivare molto bene. Nel 1931 la Rolls Royce acquista anche la Bentley, potenziandosi così come la maggiore realtà automobilistica per le limousine di rappresentanza e prestigio. Purtroppo in quegli anni viene a mancare anche Henry Royce, che cuore il 22 aprile del 1933, con la sua azienda ormai affermata. Da allora le vicende della Rolls Royce sono proseguite con momenti alti e bassi. Per decenni comunque il gruppo ha compreso sia le auto che i motori di aereo, poi nei primi anni 70 c'è stata la separazione, anticamera della vendita del ramo auto. 
Nel 1980 la Rolls Royce passa al gruppo Vickers e nel 1998 la parte automobilistica approda al gruppo Volkswagen in un accordo che la vedrà poi passare alla Bmw il primo gennaio del 2003. Fra i tanti aneddoti sulla Rolls Royce c'è quello che racconta di un nobile inglese che compie un viaggio in Africa con la sua Rolls-Royce e a un certo punto resta in panne. In modi fortuiti riesce a inviare una richiesta di aiuto alla sede della fabbrica, spiegando che cosa si era rotto. Dopo qualche giorno per vie ancora più fortuite arriva al viaggiatore disperato una cassa contenente il ricambio per la sua Rolls-Royce in panne. Così che il viaggio riprende fino al ritorno a Londra, dove l'automobilista in questione vuole saldare il suo debito e chiede alla Rolls-Royce il conto: "Impossibile: le Rolls Royce non si guastano mai" è la serafica risposta della casa.
di Giuseppe Lavalle, da Fever Pitch

27 dicembre 2025

"STILE INGLESE, QUELLO DI TRUEFITT&HILL" di Giuseppe Lavalle

Due parole che racchiudono un mondo intero. Un mondo fatto di gesti, di storie, di abitudini e comportamenti. Modi di fare che hanno reso uno stile di vita, quello inglese appunto, un esempio di comportamento per molti. L'Inghilterra, con la sua grande avventura imperialistica, ha imposto i suoi princìpi, i suoi costumi ed un suo modello di eleganza, anche attraverso figure esemplari che hanno gettato le basi dello stile classico maschile, da Lord Byron a Lord Bèau Brummèll, da Oscar Wilde al duca di Windsor. 
A Londra questo stile lo si ritrova nelle vie dell’eleganza a St James, dove il buon gusto è declinato nelle sue varie forme. Una delle quali, il gentleman’s grooming, è custodita da Treufitt&Hill al 71 di St James's Street, nell’aristocratico quartiere di Mayfair. Treufitt&Hill è il barber shop più famoso al mondo. La prima poltrona venne messa nel 1805 da William Francis a Long Acre (Londra), nello stesso anno in cui l'Ammiraglio Horatio Nelson vinse la battaglia a Cape Trafalgar in nome del Re d'Inghilterra Giorgio III e del suo Primo Ministro William Pritt il Giovane. Il negozio venne aperto in qualità di “Court Wigmaker, Court Hair Cutter and Court Head Dresser”. I notabili dell’epoca infatti, dovevano tenere i capelli regolati per poter indossare le classiche parrucche bianche che necessitavano anch’esse di frequenti interventi per essere sempre presentabili e Truefitt, con la sua professionalità, offriva alla sua clientela un livello di qualità e di servizio unico al mondo. 
Di questo se ne accorsero anche i Reali d’Inghilterra, che da oltre nove regni si recano presso il negozio di St James; mentre Sua Altezza Reale il Duca di Edimburgo attende i barbieri della Truefitt a Buckingham Palace o al Castello di Windsor per abbandonarsi ad una seduta di grooming eccezionale ed alle fragranze uniche ed evocative delle atmosfere della nobiltà di una volta. Questo real servigio vale alla Truefitt&Hill il Royal Warrant, la garanzia reale che viene rilascata ai fornitori della monarchia britannica. Il Royal Warrant ha più di cinquecento anni, già nel dodicesimo secolo veniva usato da Enrico II, nella forma di Royal Charter, un documento cartaceo in cui la casa Reale annotava il nome dei suoi fornitori. I Royal Warrant sono conferiti a persone o compagnie che abbiano regolarmente, ed almeno per cinque anni consecutivi, fornito, con prodotti o servizi, un membro della Casa Reale. 
Oggi i Royal Warrant possono essere concessi solo da tre membri della famiglia reale e sono soggetti a regolare revisione. Ciò che rende esclusivo ed importante il RW, è che ogni membro della famiglia Reale può conferire un solo Royal Warrant per ogni singola tipologia di prodotto o servizio. Esistono rigide norme che regolamentano e notificano i Warrants e sono tutelate da un’apposita Commissione, il Royal Household Tradesmen’s Warrants Commitee. 

Solo le aziende che hanno ottenuto questo riconoscimento possono utilizzare la dicitura
"By appointment..." e mostrare le Royal Arms, ossia lo stemma reale, nella loro carta intestata e sui propri prodotti. E questo stemma apparve sui prodotti Truefitt soltanto nel 1875 quando la compagnia iniziò anche l’attività di produzione per la commercializzazione di profumi, essenze e prodotti per la rasatura e per la cura dei capelli. Prodotti che resero il marchio ancora più esclusivo ed unico, capace di appagare le aspettative più difficili e perfino strava­ganti dei suoi clienti. Come quella da cui è nata la famosissima C.A.R. lotion, una lozione per capelli ribelli creata ai primi del ‘900 su espressa domanda degli intraprendenti membri del Royal Automobile Club (RAC) i quali, abituati a viaggiare in decappottabile per rag­giungere le loro residenze di campa­gna o spostarsi nelle diverse località della Costa Azzurra in cui erano soliti trascorrere i mesi più freddi, neces­sitavano di un prodotto che tenesse in ordine i loro capelli, evitando che venissero scompigliati dal vento. 
La fama di cui godeva è testimoniata anche dal ritrovamento tra i resti del relitto del Titanic, affondato nel 1912, di molti prodotti Truefitt ora in mostra al Museo Marittimo di Greenwich ed alla esposizione permanente di New York. Nel 1935 la Truefitt acquistò il vicino concorrente Edwin Hill fondendo le due attività nella Truefitt&Hill. Questo evento segnò l'inizio di un nuovo successo. Dando uno sguardo ai quaderni degli appuntamenti di Truefitt&Hill, accuratamente custoditi negli anni, si scopre che sono stati registrati come clienti i personaggi più importanti e più noti di ogni epoca, come lo Zar Nicola di Russia, Sir Wiston Churchill, John Wayne, Lord Lawrence Olivier, Frank Sinatra, Gary Grant, Alfred Hitchock oltre ai vari membri della famiglia reale. 
Nel 1955 al 150° Anniversary Dinner il padrino d’eccezione fu un fedele cliente: il Visconte Montgomery di Alamein. In questa occasione disse, con tipico british sense of humor: “Io non so se potrò scoprire la prossima targa commemorativa tra 150 anni, ma spero di assistere a questa cerimonia da un luogo non troppo caldo!”. Fu sempre Montgomery, che subito dopo la vittoriosa campagna in Nord Africa, inviò a Truefitt un pezzo di un elica di un aeroplano tedesco abbattuto dando istruzioni per la realizzazione di due spazzole una per lui ed una da regalare al Generale Eisenhower. Il giorno prima dell’Invasione dell’Europa trovò il tempo di scrivere a Truefitt per confermare di averle appena ricevute, di gradirne molto la fattura e garantendo che le “avrebbe portate con se fino a Berlino”. Oggi da Truefitt&Hill sono ancora attivi barbieri che vantano oltre 60 anni di servizio. Alcuni dipendenti sono ancora ricordati per l’impronta che diedero al prestigio della casa e tra loro il fedelissimo collaboratore John B. Donnel di cui resta conservato il manoscritto originale del 1860 che lo legava a Truefitt, forse il primo esempio di un contratto di collaborazione in esclusiva.

Oppure Miss Amelia West giunta a Londra nel 1880 dagli Stati Uniti e che prestò servizio per 60 anni come manicure o Miss Christine Drew che le succedette e che si ritirò dopo 62 anni di attività nel 1973. O ancora C. Rutland che preparò le essenze, le lozioni ed i profumi dal 1895 al 1961 per passare poi l’incarico a Miss Joyce. Truefitt&Hill non chiuse l’attività un solo giorno neanche durante i pesanti bombardamenti della seconda guerra mondiale. L’unica eccezione venne fatta per onorare il giorno della morte di uno dei suoi clienti più affezionati: Sir Wiston Churchill. Nel 1994 Truefitt&Hill ha spostato l’attività all’indirizzo attuale, 71 St.James’s Street, a pochi passi dal palazzo residenziale della Famiglia Reale. Negozi Truefitt&Hill sono presenti anche negli USA e in Canada dove l'antica arte dei barbieri inglesi è riproposta con particolare cura e molto apprezzata. Ancora oggi le sue fragranze inglesi tradizionali della migliore qualità, gli accessori da barba e da toelette dai nomi che evocano l'indimenticabile eleganza e grandezza dei tempi andati, sono studiate, preparate e prodotte con tecniche moderne e con la cura e la selezione che una tale reputazione pretende, proponendo una linea di prodotti marchiati Truefitt&Hill che incontrano e soddisfano i gusti sofisticati e rigorosi dei consumatori odierni. Degli attuali clienti non viene divulgata per discrezione la lista. Una seduta da Truefitt&Hill, sulle poltrone da barbiere solennemente allineate con precisione militare, per un taglio di capelli, una rasatura con pezzuoline calde applicate sul viso ed una perfetta manicure, regala certamente la piacevolezza di aver ricevuto un accurato servizio degno di un dignitario di Corte, e magari perché no, anche la possibilità di poter parlare amabilmente col cliente a fianco, per poi scoprire che quella gradevolissima persona altri non era che...
di Giuseppe Lavalle, da Fever Pitch

9 dicembre 2025

"SOGNO BRITISH" di Giuseppe Lavalle

Era l’ultimo giorno dell’anno, in casa c’era molta confusione, tra il soggiorno e la cucina un andirivieni continuo. Gli amici di lì a poco avrebbero invaso il mio parquet e riempito la stanza di parole e profumi. Le donne con le loro borse ed i loro completi luccicanti di strass, gli uomini con i soliti abiti blu e cravatta rossa da festa. Altro che british style. Eppure qualcosa per far capire cos’è questo modo di vivere doveva esserci. Un libro, un film, un racconto che aprisse il mio mondo a loro. Sul tavolino la mia agenda
smythson, presa pochi giorni prima alla stationery di Bond Street, mi guardava sconsolata. Hai riempito casa di libri, suppellettili, sciarpe, abiti, e tutto ciò che ha una connessione con la bandiera inglese e non riesci a far capire cosa intendi nel “tuo” mondo Questo sembrava dirmi. Oddio sto diventando pazzo! Din don. Il campanello della porta mi ha distolto dai pensieri molto confusi. Ma la confusione è diventata caos quando davanti alla porta di casa ho trovato Lei, l’eleganza inglese in persona. Santo cielo. E da lì ha iniziato a raccontare…

Deve sapere che ogni persona ha una sua preferenze nelle scelte di gusto. Prediligere un colore ad un altro, una forma ad un’altra, un segno, un taglio di capelli, un profumo o un tipo di camicia, contribuiscono a creare e riconoscere uno stile. Uno stile fatto di modi di comportamento e regole di vita, di inclinazioni ed usi che spesso identificano un intero periodo storico. Se guardiamo alla moda, ci vengono subito in mente lo stile anni ’60, quello degli anni ’80 e via dicendo. Per arrivare al mio stile, che è lì da sempre e rimane faro, dobbiamo fare un lungo giro. L’evoluzione storica ha portato l’impero britannico, e Londra in particolare, ad essere l’ultima capitale dell’umanità, dove il nuovo modo di intendere l’imperialismo ha ribaltato il concetto di forza. Che è divenuta mera servitrice del paese e dei suoi abitanti, i quali hanno posto al centro del loro status di cittadini l’orgoglio civile. Questo modo di intendere le cose funziona da entrambe le parti, ed il patrimonio paese è protetto da questo rapporto stretto tra chi ha il potere e chi, avendo un forte rispetto per se stessi e per i valori sociali, concede il potere. Una tradizione che è stata portata avanti per secoli, facendo degli inglesi un popolo con un fortissimo senso di appartenenza. Senso di appartenenza che ha permeato il british style rendendolo modello universale. 
A due personaggi è attribuita la paternità dell’eleganza inglese. Lord Brummell (nella foto sotto) la creò, definendo canoni di eleganza per nobiltà e borghesia, ed offrendo alla classe dirigente dell’epoca modelli consoni ai tempi. Il Duca di Windsor introdusse la vitalità di uno stile di vita moderno e dinamico negli stanchi paradigmi edoardiani. Seduto per pochi mesi sul trono del Regno Unito, resterà eternamente su quello dell'Eleganza. Nessuno mai potrà più giungere alle altezze dove egli si muoveva con trascendente naturalezza. Essi stabilirono norme non scritte che invasero ogni aspetto della vita inglese. Dall’auto allo sport, fino alla letteratura ed alla musica una fase di crescita del british world che va dall’incoronazione della Regina Vittoria fino al sessantotto. In quel periodo Londra fu la capitale del gusto, un gusto che si formò con le continue contaminazioni provenienti dalle differenze, all’epoca molto nette, tra universo maschile e femminile, tra città e campagna, tra lavoro e tempo libero. Alcune contaminazioni, con molta parsimonia, mettevano di tanto in tanto in contatto i poli opposti, generando corto circuiti ad alta energia. Terminato questo sistema, che col dandismo aveva anche raggiunto le vette del sublime, inutilmente si prova ora a stupire con trentacinque orecchini, mentre negli anni trenta un duca faceva parlare i giornali e i salotti solo per aver calzato scarpe di camoscio nella city.

Il low profile, il non urlato, il non mostrato, la banalità delle considerazioni sul tempo, sono i tratti che celano gli archetipi dello stile inglese, che segretamente si uniscono e quando appaiono hanno infiniti aspetti. Girare per un mercatino ci da la misura di quanto gli inglesi hanno dedicato ad ogni attività, influenzandola intimamente. Dagli stiracravatte alle scatole per tabacco, dal set per il pic-nic all’ombrello con fiaschetta, hanno creato di tutto. Molti di questi oggetti sono scomparsi, altri sono entrati nell’uso comune. In essi manca spesso qualcosa che oggi è sopravvalutato: la praticità.

La concezione che gli inglesi hanno dell’eleganza è strettamente legata alla comodità intesa come la capacità che ogni oggetto ha di raggiungere al meglio il suo scopo. E questo contrasta con la praticità, la diva del nostro tempo. La vanità è cosa che sta dentro un gentleman, ma essa non è il motore bensì la capote ribaltabile. Arriva dopo. Una valigia inglese è bella, ma pesante. Chi ama il grosso cuoio bridle, i punti da selleria, i coperchi sovrapposti e le finiture in ottone pieno, non vedrà alcun problema e prima dirà che è pesante, ma bella, poi solo che è bella e a quel punto ne apprezzerà sino in fondo la semplicità e l’infinita durata. Il tramonto dello stile di vita inglese è coincide con l’alba di un uomo che non ha servitori e non aspira ad averli. Nell’indossare una cosa ricerchiamo il piacere di possederla e l’approvazione in quanti la vedono. L’esatto opposto di quanto è british style, in cui un oggetto non viene valutato per se stesso, ma per la rispondenza ad un criterio di opportunità. Per cui ordinare un abito non risponde ad un esigenza di bellezza, ma è connesso all’insistenza di avere un abito consono. Anni fa un gentleman-rider milanese, persona che ha passato più ore a cavallo che in casa, si recava a Londra per ordinare una giacca da equitazione. Nella sartoria troneggiava un cavallo in legno, dove al cliente si prendono le misure che permettono di far aprire nel modo giusto lo spacco posteriore mentre si monta. Il nostro connazionale, trattandosi di un simulacro, salì inforcando la staffa destra invece della sinistra, come vuole una tradizione inglese universalmente accettata. Immediatamente il commesso ebbe un moto di sorpresa e disappunto, dicendo qualcosa del tipo: “il solito continentale”. E’ dominando ogni appetito immediato e segnatamente quello di una vanità riconoscibile come tale, che l’uomo diviene gentiluomo. Secondo questo criterio, nessuno potrà essere elegante se non è “proper”, cioè coerente.

Il mio mondo mi aveva parlato. Quando è andato via ho trovato un biglietto dentro la mia Smythson, "Non confondere la bellezza con l’eleganza".
di Giuseppe Lavalle, da Fever Pitch

20 novembre 2025

RUGBY. "TRA VERITA’ E LEGGENDA" di Giuseppe Lavalle

Era un pomeriggio invernale del 1823, il cielo britannico non prometteva niente di buono e la vita di alcuni ragazzini si stava consumando dietro ad un pallone.
Fuori dal rettangolo di gioco, perso nei suoi tormenti, William Webb Ellis guardava quel gruppo muoversi come uno stormo, come un battaglione in pieno combattimento. La testa andava lì, al padre morto in una delle tante guerre che l’esercito di Sua maestà combatteva in giro per il mondo.
Su quel campetto della Public School Ellis ci era finito grazie ad una borsa di studio per orfani di guerra. Messo lì per decisione di altri, a rispettare regole fatte da altri e ad inseguire quello che altri ritenevano giusto per la sua vita.
Nato a Manchester, di origine irlandese, ora Ellis si trovava nella cittadina di Rugby nel Warwickshire, tra l’indifferenza dei suoi pari età e la sua voglia di esplodere.

“In grave spregio delle regole del football di quel tempo…” come recita ora una lapide affissa su uno dei muri della scuola, Ellis iniziò a correre verso la palla, la prese e la strinse forte al petto, correndo tra i ragazzi che cercavano di fermarlo, arrivò sulla linea di fondo, schiacciò la palla a terra ed alzo le braccia la cielo.

Era nato il rugby!

È sul suo exploit, che ci sarebbero dei forti dubbi, anche perché, sembra che, all’epoca, in Inghilterra, il football fosse praticato in numerose varianti, che cambiavano di scuola in scuola e che venivano modificate, di anno in anno, dagli stessi studenti. In quel periodo, pare che, in alcune scuole, fosse permesso bloccare la palla con le mani. Era il trattenerla e correre, che era proibito. È plausibile, comunque, che all’interno di queste diverse regolamentazioni sia successo, in posti diversi e nel corso degli anni, che qualcuno abbia praticato una variante in cui fosse permesso correre con la palla in mano.

La storia di Ellis comparve per la prima volta nel 1876, quando un certo Bloxan pubblicò un articolo sul “Rugby Meteor”, il giornale locale. L’articolo si rifaceva alla storia raccontata da un testimone anonimo, che avrebbe assistito al gesto eretico di Ellis. Quando la Rugby Football Union decise di indagare, era già il 1895, Bloxam era morto da 7 anni, Ellis da quasi venticinque; gli investigatori della RFU interrogarono tutti quelli che, all’epoca dei fatti, frequentavano la scuola di Rugby.
Pochi però si ricordavano di Ellis. E quei pochi lo dipingevano come un giocatore di cricket. Ma, soprattutto, non avevano mai sentito parlare di quella corsa contro le regole. Quell’articolo, scritto 53 anni dopo quella mitica corsa con il pallone in mano, basato interamente sui ricordi di un misterioso testimone, resta il solo indizio di un qualcosa che forse è accaduto, forse no. Ellis, senza saperlo, aveva dato vita, con il suo gesto, ad uno sport, una passione che oggi vive ancora.
Davanti alla sua tomba, nel Cimitero del Vecchio Castello a Mentone (Francia), di fronte al mare, Ellis ora è lì seduto con un pallone tra le mani e si compiace al pensiero di cosa ha scatenato quella sua corsa contro le regole.
di Giuseppe Lavalle

13 ottobre 2025

[BRIT MUSIC] "CLAPTON IS GOD" di Giuseppe Lavalle

Non lo dico io, ci mancherebbe, ma la scritta apparsa nella stazione della metro di Islington, a Londra, nel 1967. Ed io ne ho le prove! 
Qualche anno fa ero ad Hyde Park per ascoltare la sua chitarra. Una giornata memorabile, da chitarrista pivello quale sono, ero di fronte al Dio del blues. La sua musica racconta la sua anima, il suo percorso di vita, con alti e bassi come tutti noi. La scoperta di essere quasi orfano e di essere stato cresciuto dai nonni e non dai genitori, con una sorella che in realtà era la madre, la droga e l’alcolismo, le donne e gli amori impossibili, la tragedia della morte assurda del figlio di 4 anni precipitato dalla finestra di un grattacielo e la malattia degenerativa. Tutto questo passa tra le note delle sue canzoni e la frasi suonate con la stratocaster. Non sono assoli stupefacenti o virtuosismi eccessivi, non a caso lui e soprannominato slowhand, ma racconti di quello che sente, di quello che è. C’è un bellissimo libro dal titolo "La filosofia di Eric Clapton. Il blues come sapere dell’anima", Memesis Edizioni scritto da Alberto Rezzi, che racconta la vita del 80enne di Ripley come “un percorso filosofico nella musica e nelle traiettorie esistenziali di Eric Clapton, per ricercare quel sapere dell’anima che per il chitarrista inglese significa blues”. Clapton ha avuto un enorme successo suonando in tanti gruppi, ma lasciandoli quando sentiva che non era quello che voleva, lui voleva fare blues. E’ diventato l’uomo del blues, e ad Hyde Park era di fronte a me.

22 settembre 2025

[BRIT MUSIC] "CAMDEN TOWN IS DEAD" di Giuseppe Lavalle

"Devi assolutamente andare a Camden Town, un posto carinissimo". Così mi ha detto la mia amica quando ha saputo del mio giro a Londra. 
Mercatini, gente, caldo, tutto ciò che per me è respingente, ma non perché sono snob, semplicemente non mi piace. No a Camden non ci vado. 
Però lì è conservato un set di Joe Strummer, nel negozio Dr. Martens, va bene, ci vado. 
Ci arrivo una mattina non troppo calda, una passeggiata per Camden High st. tra i palazzi colorati ed i numerosi negozi. Si respira un’aria da festa finita, la festa degli anni del punk, brevi ma intensi, nati sotto la genialità di Vivienne Westwood e Malcom McLaren che nel 1971 aprirono un negozio, e da lì un continuo crescere con le performance di gruppi come i Sex Pistols, i Madness, i Rolling Stones, i Joy Division, David Bowie, i Clash, gli Smiths e si potrebbe andare avanti. Quell’aria non si respira più, il fermento della subcultura di quegli anni è morto e sepolto, e camminare sulle sue ceneri fa effetto. 

Come fa effetto entrare nei negozi di dischi e strumenti musicali che erano il centro di quella vita musicale in quegli anni. Provo una Stratocaster, poi una Les Paul, illudendomi di sentire addosso il fremito degli artisti che son passati da lì, che sciocco! 
Poi vado allo store di Dr. Martens, tra anfibi e arredi stilosi vedo il set di Joe Strummer, è in una teca, come gli oggetti del passato che si mostrano nei musei. Un ricordo di quello che è stato e che non tornerà più. Esco dallo store, sono troppo deluso da tutto quello che ho visto, attraverso il mercatino “carinissimo” di Camden pieno di bancarelle vintage e ristoranti, è pieno di turisti come me, ha cambiato pelle e la musica che prima invadeva l’aria di Camden adesso è stata sostituita dal brusìo di quelli come me che camminano e guardano i vestiti usati sulle bancarelle.

Camden è come una di quelle giacche esposte nei negozi vintage, indossate da qualcun altro, la guardi, ti piace, ti evoca un periodo storico che hai letto sui libri e sentito nei dischi o nei racconti di qualcuno e che ti affascina, la indossi provando a respirare la vita del suo originario proprietario, e poi la riponi dove l’hai presa, avendo la consapevolezza che non è la tua giacca.

23 giugno 2025

"WIMBLEDON. FRAGOLE & PANNA.." di Giuseppe Lavalle


Quella mattina del 1877 il giardiniere del The All England Lawn Tennis & Croquet Club mai avrebbe immaginato di diventare l’artefice di una delle tradizioni più British che esistano. Agganciò il rullo al suo pony ed iniziò a rasare l’erba dei campi. Era un maestro. Il rullo dopo poco si ruppe e le vuote casse del circolo non avevano le necessarie 10 sterline per sostituirlo. I soci, riuniti in assemblea, ebbero l’idea di organizzare un torneo di tennis. Solo gentleman selezionati, invitati personalmente dal Club. Bastava uno scellino per un posto da spettatore ed una coppa di fragole con crema avrebbe addolcito i lunghi pomeriggi di fine giungo. Spencer Gore fu il primo dei ventidue giocatori che presero parte alla contesa, vinse il torneo seguito da ben duecento spettatori. Quattro giorni d’incontri avevano portato nelle casse diciassette sterline.

“ Fenomeno interessante - dissero i soci - dobbiamo ripeterlo l’anno prossimo”.

Il torneo di Wimbledon, ufficialmente chiamato The Championships, era appena nato.
Di anno in anno il rito si è perfezionato ed arricchito, senza mai tralasciare la connotazione british che lo rende unico. Il torneo si disputa sei settimane prima del primo lunedì di agosto e dura due settimane. Tradizionalmente il torneo non si giocava nel 'Middle Sunday', ovvero la domenica intermedia tra l’inizio e la finale di Wimbledon. A seguito di interruzioni per pioggia, in alcune edizioni passate, gli organizzatori hanno riprogrammato i match nel 'Middle Sunday' e dal 2022 via anche il 'Manic Monday', con tutti gli ottavi al lunedì.

Wimbledon non è un torneo, è il torneo, fatto di magia e leggenda, tradizione e gloria il tutto profumato da quell’odore di antico che rende mito questo evento. Si comincia dalla caccia al biglietto. Biglietto che non è per tutte le tasche. Il tennis è sempre stato uno sport nobile e tale deve essere anche il suo pubblico. Questo avranno pensato gli organizzatori. Prezzo da nobili, si, ma la vera difficoltà è trovare il biglietto. Si parte da The Queue, ovvero la coda, quella che fanno migliaia di persone per aggiudicarsi un biglietto d’accesso al Centrale, al Campo 1 e Campo 2. Ma non è una coda come quelle a cui siamo abituati noi, no Signori, siamo a Wimbledon, ed anche la coda deve essere da mito. Se si passa a Wimbledon Park si vedono gli aspiranti spettatori con borsone da tenda, sacco a pelo, cibo e tutto il necessario per un camping, che vengono accolti dagli steward, che mostrano loro dove sistemare la tenda. Ci sono linee lunghe circa 200 metri, segnate con il gesso, e paletti cui sono attaccati due buste, una trasparente per l’immondizia normale e una violetta per il riciclo. Ci sono i bagni, la postazione di polizia, telecamere che controllano la fila e chioschi dove rifocillarsi. C’è anche un ufficio ‘Cerca Persona’, dove contattare qualcuno che sta in ‘The Queue’, tu chiami lì e loro fanno un annuncio.

Varcati i cancelli siamo dentro la storia. Sogniamo di far parte dell’All England Lawn Tennis & Croquet Club, uno dei più esclusivi club del mondo. Dove i membri permanenti possono essere al massimo 375, non uno di più. Per entrare a farne parte e sorseggiare il tè con gli altri membri nella Club House, bisogna essere invitati da almeno quattro soci previa approvazione del consiglio direttivo. Sulla porta del Club è scritta una frase tratta dalla poesia If del poeta Rudyard Kipling: “Se puoi andare incontro al trionfo e al disastro, e trattare questi due impostori allo stesso modo…. allora sarai un uomo, figlio mio”.

Chi vive fino in fondo questo stato emotivo, perché tale è trovarsi sull’erba del centrale, è il giocatore, che inizia a respirare il vero profumo di storia varcando i Doherty Gates, la celebre entrata del campo centrale. Un profumo che fa dimenticare i problemi organizzativi che ogni anno si presentano agli atleti. Alle teste di serie del torneo spettano gli spogliatoi migliori, agli altri giocatori invece viene assegnato un posto più scomodo e disordinato, dove non è difficile perdersi. Per non parlare del pass, che a Wimbledon non può essere più di uno. Significativo ciò che successe a Andrei Medvedev, giocatore ucraino arrivato in finale al Roland Garros, prestigiosissimo torneo parigino, nel 1999. Giunto a Wimbledon chiese due pass, per lui e per il massaggiatore, gli risposero che poteva averne solo uno, poi lo riconobbero e gli dissero “Ah, sì, è stato in finale a Parigi, dovrebbe averne due, ma non è possibile, sorry” suscitando le ire del tennista. Le palle sono uno degli elementi fondamentali di Wimbledon. Dunlop Slazenger Group è la fabbrica incaricata di fornire le palline ufficiali del torneo, che nel tempo sono diventate un importante oggetto di merchandising. Ognuna delle circa 50mila palline utilizzate viene accuratamente ispezionata nei minimi dettagli e a fine torneo vengono per lo più vendute ad altri tennis club o a tifosi, spesso con fini benefici. Il colore giallo delle palline è stato introdotto nel 1986 per esigenze televisive.

Il verde ed il viola sono i colori della moltitudine di fiori disseminata per tutto il “villaggio di Wimbledon” e, soprattutto, sono i colori ufficiali del torneo, quelli che si ritrovano nel logo e negli indumenti indossati dai giudici. Le stesse divise, che stanno diventando sempre più un fenomeno di moda (negli ultimi anni sono state disegnate da Ralph Lauren), a Wimbledon non possono essere fatte a caso considerato che gli atleti sono obbligati ad indossare solo completi rigorosamente bianchi. Anche i loghi presenti sulle divise dei giocatoir devono rispettare le regole; sono ammessi due marchi, ciascuno non superiore a 13 cm2, oppure un singolo marchio non superiore a 26 cm2. In caso di strappo alle regole, arriva una multa salata, come capitò nel 2013 a Roger Federer, sanzionato per aver indossato delle scarpe con una suola arancione. Durante gli incontri, le giocatrici donne sono sempre appellate "Miss" o "Mrs" mentre gli uomini sono chiamati solo per cognome o con l’appellativo di “Gentleman”. La tradizione continua sugli spalti, dove il real pubblico, che occupa le suite sul campo centrale affittate con tanto di maggiordomo, è solito mangiare fragoline del Kent annegate nello champagne, o sorseggiare il Pimm, un cocktail a base di gin, limonata e frutta. Ogni anno i 500 mila appassionati consumano circa ventisette tonnellate di fragole, dodicimila bottiglie di champagne e ottantamila bicchieri di Pimm.

La storia di Wimbledon è segnata da due elementi “naturali” imprescindibili. La pioggia e l’erba.

L’erba di Wimbledon è croce e delizia di giardinieri, organizzatori, giocatori e spettatori. Negli ultimi anni è stata adattata alle esigenze del tennis moderno, ma in passato era un’incognita. Quando Borg faceva una scivolata in mezzo al terreno di gioco si creava una immensa voragine che rendeva il rimbalzo imprevedibile e costringeva tutti a giocare a rete per la gioia del pubblico. Adesso non è più così. Fino al 2000 l’erba di Wimbledon era composta al 70% da loglio e al 30% da festuca rossa strisciante. In seguito si è passati al solo loglio perenne che rende la superficie più secca e dura dando maggiore regolarità al gioco. Durante l’anno sono 15 (altri 12 si aggiungono durante il torneo) i giardinieri, guidati dal 1991 da Eddie Seaward, che curano i 41 campi del club stando ben attenti agli 0,8 cm di altezza cui deve essere tosata l’erba. A questi si uniscono, anche di notte, le pattuglie antivolpi, animali non infrequenti nei sobborghi Sud-Ovest di Londra: l’urina delle femmine di volpe bianca brucia l’erba.

La pioggia è Wimbledon. La prima volta che si giocò sui campi del circolo attuale, in Church Road nel 1922, piovve tutti i santi giorni. E negli ultimi vent’anni solo una volta nel 1993, l’erba del torneo è rimasta asciutta. Wimbledon e pioggia fanno subito pensare a Sir Alan Mills, un signore di nobile aspetto, fasciato nel suo doppiopetto, che entrava in campo insieme al giardiniere, si chinava a tastare il terreno, scrutava il cielo, si fermava a pensare, ripensava e poi faceva cenno ad una squadra di addetti di srotolare il telo di protezione dei campi. Il telo coprente era tecnologico e lasciava filtrare aria e luce, ed era così da quando nel 1996 tre giorni di campo coperto a causa della pioggia resero il prato inutilizzabile. Ho usato il passato perché da qualche anno c’è la grande novità del tetto mobile trasparente che in soli dieci minuti è capace di coprire il Centre Court(ma a bordo campo continua a esistere una squadra di emergenza di 17 persone che in 22-28 secondi sono in grado di stendere il telo). E ciò ha segnato la fine di un’epoca. Niente più lunghe pause, il gioco continua con tanto di soddisfazione per le televisioni e per le casse del Club che si porta a casa quasi 30 milioni di euro. Soldi che vengono prontamente girati alla federazione inglese del tennis nella speranza di finanziare il prossimo Fred Perry che vinse nel 1936. Gli inglesi hanno dovuto aspettare il 2013, quando Andy Murray (scozzese) ha vinto il torneo, rivincendolo poi nel 2016.

La storia del torneo ha visto trionfare tutti i più grandi, Doherty, Wilding, Lacoste, Hoad, Newcombe, Connors, Laver, Borg, McEnroe, Sampras, Becker, Federer, Nadal, Navratilova, Graf, Evert, Lenglen, Williams e Seles. I primi vincitori del torneo erano tutti di nazionalità inglese, se non altro perché a parteciparvi erano soprattutto i giocatori d’oltremanica. Re incontrastato del torneo, è Federer che ne ha vinti otto ( e perso quattro finali) di cui cinque consecutivi. Ma come non citare Borg che ha vinto cinque edizioni di fila, o il suo storico avversario McEnroe. Lo statunitense, soprannominato “The Genius”, sul verde di Wimbledon ne ha combinate di tutti i colori. Ha vinto tre volte il titolo, ma è ricordato soprattutto per la sua personalità. Celebre il suo “You can not be serious!”, “Non puoi dire sul serio!” indirizzato agli arbitri che avevano chiamato un suo colpo fuori. Oppure quando dopo aver vinto il titolo tenne la mano sinistra in tasca davanti alla contessa che lo premiava. Con gli arbitri era in lotta continua. Una volta urlò: «Sei una disgrazia per l' umanità». Un'altra volta sputò su una spettatrice che aveva applaudito un doppio fallo. In effetti subito dopo si rammaricò dicendo: «Non l'ho presa». Quando giocava a Wimbledon, la Bbc imbavagliava i microfoni di campo per timore delle sue reazioni. Ad un passo dal record anche Dijokovic, che ne ha vinti sette e quest’anno cercherà di eguagliare il record di Re Roger, sempre che Alcaraz, che ha vinto gli ultimi due titoli, e Sinner, a caccia del suo primo titolo davanti alla Regina, glielo permettano.

Wimbledon è il torneo più antico dello slam, ha attraversato due guerre mondiali ed è riuscito ad arrivare sino ad oggi conservando il suo carico di tradizione e storia. Forse ha ceduto un po’ di spazio al business, ma i cartelloni pubblicitari ameno per ora non tappezzano i campi.

Wimbledon è tradizione, certo, ma anche capacità di essere sempre protagonista dei tempi. Nel 2003 dopo l’epidemia Sars, L’All England Club ha stipulato una polizza assicurativa che è costata 23 milioni di sterline in 17 anni, ma quando la crisi Covid ha costretto a cancellare il torneo nel 2020, il Club ha incassato 174 milioni di sterline. Già nel 2009 aveva introdotto il tetto retrattile sul campo centrale e nel 2019 ha costruito il tetto retrattile anche sul campo 1. Quest’anno, la 138esima edizione del torneo, dopo l’installazione delle coperture sui campi, vedrà un’epocale novità, non saranno presenti i giudici di linea, che verranno rimpiazzati dall'Electronic Line Calling. Tale tecnologia viene impiegata già da anni sia all'Australian Open che allo US Open.

“A Wimbledon prendiamo molto seriamente il compito di bilanciare tradizione e innovazione" ha dichiarato il capo dell’England Lawn Tennis, Sally Bolton.

In ogni caso si è adeguato ai tempi e comportato da vero Signore, quando, nel 2007, ha introdotto la parità di premi tra Gentlemen e Mrs. That’s british…
di Giuseppe Lavalle
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