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2 aprile 2026

"L'AVVENTURA DI ELTON JOHN AL WATFORD" di Luca Manes

Uno squadra mediocre, uno stadio decrepito, solo tre impiegati full time che si dovevano occupare dei compiti più disparati, dall'ufficio stampa alla cura del terreno di gioco, passando per le incombenze amministrative e il calcolo dei salari dei calciatori.


Questa era la realtà del Watford a metà degli anni Settanta, quando a tirar fuori gli Hornets dall'aurea mediocritas della Quarta Divisione si presentò mister Reg Dwight. Forse vi sarà più familiare il suo nome d'arte: Elton John.
Si narra che per trovare un manager di buon livello il buon Reg chiese consiglio a Don Revie. “Prendi Graham Taylor, ha fatto miracoli con il Lincoln”. La risposta del grande fautore dei successi del Leeds United di quell'epoca.
Anche Elton John si era accorto che con gli Imps Taylor aveva svolto un lavoro eccellente: nel 1975-76 avevano dato una bella ripassata al suo Watford: 1-3 in casa e 1-5 in trasferta.
“Entro 10 anni voglio che questo club giochi in Europa”, la richiesta di Elton John al suo manager. Per far ciò servivano considerevoli migliorie al vetusto Vicarage Road. Per prima cosa si eliminò la pista per le corse dei levrieri. Così facendo si permise ai tifosi di essere fisicamente più vicini alla squadra, che ne aveva bisogno. Ma il rapporto con l'intera comunità del gradevole sobborgo di Londra fu rafforzato “invitando” i giocatori a partecipare alle varie attività che il club promosse a Watford.

Taylor diede al team un'impronta molto offensiva e, anche grazie ai consistenti assegni staccati da Elton John, arrivarono due promozioni consecutive nel 1978 nel 1979. Uno splendido bis a cui si aggiunse una semifinale in Coppa di Lega persa contro il Nottingham Forest, poi laureatosi campione d'Europa.
Nel 1978-79 la coppia composta da Ross Jenkins e da un giovane Luther Blissett (sì, proprio lui...) mise a segno ben 65 goal tra coppe e campionato, roba da leccarsi i baffi. Dopo un paio di stagioni di consolidamento in Seconda Divisione, ecco l'ennesimo salto di qualità, con lo storico primo approdo in First Division. Gli investimenti nel settore giovanile stavano dando i loro frutti. Sulle ali c'erano due giocatori di grande qualità come Nigel Callaghan e John Barnes, arrivato dal Sudbury Court e promosso rapidamente dalla squadra riserve. Nel magico 1981-82 della promozione nella massima serie, il Watford esordì allo Stamford Bridge. Barnes, appena diciassettenne, si beccò gli odiosi “versi della scimmia” per 90 minuti. Non si scompose, trafiggendo la difesa dei Blues e contribuendo in maniera decisiva al 3-1 finale. Era l'inizio di nove mesi che entreranno per sempre nei cuori dei supporter giallo-rosso-neri. La notizia della conquista di un posto in First Division raggiunse Elton John in Norvegia, dove si trovava per un concerto. Successivamente chiamò tutti i giocatori, per complimentarsi con loro. Il sogno si stava avverando.
L'ascesa degli Hornets sembrava veramente inarrestabile.

Nel 1982-83 la matricola terribile si arrese solo al grande Liverpool. Secondi davanti al Manchester United e al Tottenham. Ma soprattutto, prima, fantastica qualificazione alle coppe europee, quattro anni in anticipo rispetto alla tabella di marcia fissata all'arrivo di Taylor. Ciliegina sulla torta, Luther Blissett capocannoniere con 27 reti. Un risultato che gli fruttò il passaggio al Milan, dove sappiamo tutti come andò a finire (male).
Nel 1983-84 le Hornets sfiorarono la FA Cup. Dopo una cavalcata trionfale, nell'atto conclusivo dovettero ammainare bandiera bianca al cospetto dell'Everton. Elton John era in tribuna a trepidare per i suoi giocatori e a fine partita pianse lacrime amare, quasi sapesse che la bella favola del Watford era terminata senza il tanto atteso lieto fine. Il 1987 fu l'anno degli addii: Taylor si trasferì al Villa Park, Barnes al Liverpool, Elton John vendette la società (poi ricomprata nel 1997, prima di un ulteriore passo indietro dal ruolo di presidente nel 2002).
Ora il celebre cantante si fa vedere di rado dalle parti del Vicarage Road, ma siamo abbastanza certi che, qualora Gianfranco Zola riuscirà a riportare le Hornets in Premier, sarà il primo a festeggiare, casomai ricordando con un sorriso quando si presentava agli allenamenti della squadra agghindato in maniera improbabile e Taylor lo cacciava via. “Questa è una squadra di calcio, qui ci sono degli standard da mantenere, un dress code da rispettare”, tuonava il futuro manager dei Tre Leoni.
E guai a contraddirlo!
di Luca Manes

7 settembre 2024

WATFORD, Il volo del calabrone.





















Breaking hearts. E' il maggio del 1984 e Elton John, è nel pieno di un tour in Germania per promuovere il suo ultimo album. Breaking hearts, infrangere i cuori. Ma il cuore è un muscolo involontario, al cuore non si comanda. E allora nel bel mezzo dei concerti tedeschi, c'è uno stop, una sosta prestabilita, una fermata obbligatoria, quanto basta per prendere l'aereo e tornare a Londra. Si, perchè la storia aveva chiamato, fissando l'appuntamento. A Wembley il 19 maggio il Watford F.C sarebbe stato protagonista della finale di coppa d'Inghilterra contro l' Everton. Mai successo ne prima ne dopo.. almeno fino ad oggi.

La parabola era cominciata sette anni prima, quando lo stravagante cantante nato a Pinner distretto di Harrow nord-ovest londinese, decide che è giunta l'ora di provare a risollevare le sorti di quella che da sempre è la squadra per la quale fa il tifo. Watford appunto. The hornets, i calabroni per via del giallo nero delle maglie.
Il primo tassello si chiama Graham Taylor, inglese di Worksop.
Assomiglia a un ufficiale al servizio di sua maestà, sarebbe stato a suo agio anche a prua della Victory accanto a Lord Nelson fra i gorghi di Trafalgar, oppure in mezzo ai quadrati di Wellington a Waterloo a respingere i poderosi assalti della vecchia guardia napoleonica. Stratega accanto a strateghi. Ma le battaglie di Taylor sono sul campo di calcio. Da calciatore veste le maglie di Grimsby Town e Lincoln, ed è proprio lavorando come allenatore nel city che Elton John lo chiama e lo porta nel Watford, nella feroce quarta divisione inglese, nella pioggia e nel fango di Vicarage Road.
Ed e una scalata senza precedenti, solo il Wimbledon qualche anno dopo sarà capace di fare qualcosa di simile. 
Nel 1982/83 i golden boys sono ai nastri di partenza della massima serie, e sarà solo per lo strapotere del Liverpool che i ragazzi di Taylor non si sederanno sul trono d'Inghilterra. Certa nobiltà non ammette intrusioni al potere..
L'anno seguente non sarà un campionato felicissimo, ma c'è anche l'impegno europeo in coppa UEFA a limare le energie. Un avventura che si chiuderà negli ottavi di finale per mano dei cechi dello Sparta Praga.
Ma è la F.A. Cup a tenere banco a far sperare, a far brillare gli occhi, e il sogno va vicinissimo dall' essere realizzato. Nell' ordine cadono gli Hatters i cappellai del Luton Town in due derby infuocati, Charlton, Brighton, e Birmingham City. Poi si aprono le porte del Villa Park per la semifinale, giocata di fronte a 43000 spettatori . C'è il Plymouth a contendere l'accesso ai fasti di Wembley. Ci pensa Hot cross John Barnes a telecomandare un traversone per la testa del biondo George Reilly che segna il goal sicuramente più importante di tutta la sua carriera. 1-0.
Ci sono immagini di repertorio che testimoniano, la gioia, quasi l'incredulità dei tifosi del Watford all'indomani del successo di Birmingham. Cartelli affissi davanti alla sede del club, riportano: “FA cup final terrace tickets £ 5 Queue”. E poi sorrisi di gente entusiasta che mostra l'agognato biglietto dove spicca in nero l'inconfondibile sagoma della coppa più bella del mondo. Da Watford all' Empire Stadium la distanza è breve, solo poche miglia più a sud, non si cambia nemmeno linea, una decina di stazioni della metropolitan (quella viola..) e si scende a Wembley Park.
Il capitano è Les Taylor numero 4 che presenta i suoi compagni alle autorità;
Sherwood, Bardsley, Price, Terry, Sinnott, Callaghan, Johnston, Reilly, Jackett, Barnes. Allineato a pochi passi da loro c'è l' undici di Howard Kendall, forse l' Everton più forte di sempre, e che l'anno successivo a Rotterdam contro il Rapid Vienna conquisterà anche l'ormai ahimè scomparsa coppa delle coppe.
Per pura nota di cronaca questa è la prima finale giocata con maglie dove appare lo sponsor. “Iveco”, per il Watford su una “Umbro” giallo rossa da favola, “Hafnia”, per l' Everton su una “Le coq sportif”di un vivace blu per niente male. Il contrasto cromatico rende gloria al Dio del football.

Nella prima mezz'ora gli uomini di Taylor partono alla grande e si fanno anche piuttosto pericolosi, ma due episodi li condannano. Il primo avviene al 38' del primo tempo quando Greame Sharp intercetta un tiro di Stevens maldestramente sfiorato da Barnes che accarezza il palo e termina placidamente in rete . Poi al 51' della ripresa Andy Gray approfitta di un uscita diciamo non perentoria di Sherwood per sospingere in goal di testa un cross di Steven che sembrava non finire mai. Finisce 2-0, c'e solo la sempre suggestiva consolazione di salire i gradini del palco reale e ritirare la silver medal. I tifosi dell' Everton espongono uno striscione che recita: “sorry Elton- i guess that's why they call us the blues !” Scusaci Elton immaginiamo che sia per questo che ci chiamano i Blues.
Eh si, breaking hearts,.. è proprio il caso di cantarlo Sir, ci avete davvero spezzato il cuore.
di Simone Galeotti, https://lettereinchiaroscuro.blogspot.com
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