Due mondi contrapposti, due modi differenti di esprimere se stessi: da una parte il football, lo strumento di una colonizzazione di fatto, dall'altra il fútbol, la risposta di chi rivendica la propria libertà, la propria essenziale anarchia. Una rivalità forte, quella tra Argentina e Inghilterra, che nasce agli albori sugli improvvisati campi ricavati dai potreros, i pascoli della pampa, si sposta sul nobile prato di Wembley nei Mondiali del 1966 e approda infine, con una drammatica evoluzione dal piano simbolico dello scontro sportivo a quello concretissimo della guerra reale, a un vero campo di battaglia. Nel 1982 l'Inghilterra di Margaret Thatcher difende le isole Falkland, il diritto acquisito e l'onore dell'Impero, mentre l'Argentina dei generali in cerca di consenso vuole riprendersi ciò che la storia le aveva tolto, le Malvinas. La sconfitta e l'umiliazione argentina trovano poi la loro vendetta popolare, la revancha, in uno stadio messicano nel 1986, grazie a un semidio del calcio, il simbolo sportivo e identitario dell'Argentina moderna: Diego Armando Maradona. Ma nonostante la vittoria in quella storica partita dei Mondiali la domanda resta aperta: la rivalità tra Argentina e Inghilterra si è davvero conclusa? Quella guerra finirà mai?
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21 luglio 2026
27 aprile 2026
“TANTO DI CAPPELLO” di Vincenzo Felici
Poco tempo fa, prima del fischio di inizio dell’amichevole San Marino-Andorra, ho assistito ad una toccante premiazione che ha avuto come protagonista il giocatore biancoceleste Matteo Vitaioli, che ha potuto annoverare ben cento presenze nella sua simpatica Nazionale. Gli é stato donato un bellissimo cappello celebrativo, che tanto mi ha fatto pensare a quelli che vengono utilizzati, per lo stesso motivo, nel calcio anglosassone.
Riscopriamone le origini.. La tradizione del berretto, ( in inglese “cap” ) per le presenze collezionate coi “Three Lions” ha origini risalenti alla fine del XIX secolo, precisamente al 1886. La “Football Association” ( FA ) decise, appunto, di premiare i calciatori che raggiungono tale record con un pregevole cappellino di velluto.
“I calciatori che faranno parte della nazionale per le partite internazionali riceveranno come simbolo e premio un cappellino di seta bianca con una rosa rossa ricamata sul fronte”
L'idea fu promossa da N.L. "Pa" Jackson, fondatore del Club Old Corinthians, ispirato dal cricket. Inizialmente veniva consegnato un copricapo blu, ( poi bianco) per ogni singola partita internazionale disputata. A quei tempi, i giocatori non indossavano divise “uniformi”, quindi i cappellini a spicchi servivano a distinguere le squadre in campo. Da questa usanza nasce l'uso comune nel calcio britannico di definire "cap" ogni singola presenza in Nazionale. Raggiungere le cento presenze ( o "caps" ) è un obiettivo assai ambito. In occasioni speciali, come nei casi di Harry Kane ( 2024 ) o Wayne Rooney ( 2014 ), la Federazione in questione consegna un cappello speciale, spesso d'oro o celebrativo, per onorare il traguardo.
Dal 2020, la FA ha introdotto il "legacy cap", un cappello numerato assegnato a ogni esordiente in Nazionale, per esaltare la storia dei "Tre Leoni".
Quelli ufficiali sono realizzati dalla “Toye, Kenning & Spencer”, azienda del Warwickshire e presentano lo stemma della FA con la data del match. A dir poco regali le frange decorative di questi tradizionali capi di abbigliamento sportivo, impreziositi dal ricamo riportante la partita oggetto del presente, dai cordoncini e dalle nappe stilose. Dall’originario blu, col tempo si è passato ad uno sgargiante rosso. Per la ricorrenza delle mille partite disputate dalla rappresentativa nazionale, ogni calciatore porta un proprio numero identificativo sul copricapo ( il cosiddetto “legacy number” ), un privilegio riservato a pochi eletti.. Dalla primavera del 2025, la FA ha stabilito che pure i familiari dei giocatori scomparsi ad avere raggiunto il numero di presenze tanto ambito, debbano ricevere l’oggetto incarnante i significati di bravura e fedeltà alla maglia in un colpo solo. Alcuni esempi sono costituiti dalle famiglie di Tommy Lawton e di Duncan Edwards, quest’ultimo deceduto nella terribile tragedia di Monaco di Baviera del 1958. Il primo a raggiungere l’obiettivo fu Robert Barker, portiere inglese, durante la prima partita internazionale della sua squadra, nel 1872.
Non riusciamo assolutamente ad interpretarne il senso, ma ultimamente la distribuzione dei cappelli é stata estesa anche alle personalità del mondo musicale, facendo perdere, dal punto di vista di chi scrive, quel tocco di esclusività assoluta che detiene solo il british foootball..
Il cappello ( si dice che le più antiche tracce risalgono addirittura al terzo millennio a.C, epoca in cui il feltro era utilizzato sia dai romani che dai greci, ma i ritrovamenti più antichi sono stati rinvenuti in Siberia ) costituito da un intreccio di fibre naturali, si pensa sia stato utilizzato ancor prima della lana ed incorpora da sempre un simbolo pittoresco nel calcio d’oltremanica, soprattutto nell’immaginario legato ai “nicknames” delle formazioni..
Esempi lampanti di “cappellai” sono quelli legati allo Stockport County ed al Luton Town. I primi per la forte tradizione della industria tessile radicata in quelle zone ( dove sorge perfino un Museo-cappellificio” ! ), i secondi perché per quasi due secoli, a partire dall'Ottocento, Luton è stata il centro principale della produzione di cappelli in Inghilterra, prettamente di quelli femminili. Il soprannome è un riferimento diretto alla industria locale che ha definito l'economia e la storia della città per intere generazioni. L'attività era così nota che è legata all'espressione
"matto come un cappellaio"
( richiamata dallo scrittore e poeta di Daresbury, Lewis Carroll ), derivante dall'uso di nitrato di mercurio nella lavorazione dei copricapi, pratica comune nelle fabbriche di Luton.
Tornando a Stockport, l’ “Hat Works” è un museo nella Greater Manchester, aperto dal 2000, in un mulino restaurato ed è l’unico del Regno Unito dedicato a questo singolare tipo di produzione: offre due piani di mostre interattive, accompagnate dalla esposizione di ben venti macchine vittoriane completamente restaurate e una collezione di oltre 400 cappelli provenienti da tutto il mondo. Spazio elegante e ben progettato, merita una visita guidata che richiede il tempo di circa novanta minuti, guarda caso esattamente lo stesso periodo necessario a gustarsi una partita di calcio.
9 aprile 2026
SCOTLAND. "THE AULD ENEMY" di Simone Galeotti
Inghilterra- Scozia? Partiamo con la signora MacLeod.
La donna sarebbe dovuta apparire in primo piano, sorridente e vestita con semplicità. Avrebbe dovuto dire che era la moglie di Ally, l'allenatore di quella invincibile armata del calcio e a quel punto tutte le casalinghe di Scozia, secondo i piani, si sarebbero precipitate a fare acquisti al supermercato. Non si conosce con esattezza la cifra spesa per l’iniziativa pubblicitaria, si sa solamente che quel contratto, dopo il crollo della nazionale ai campionati del Mondo, fu invalidato e la catena di grandi magazzini in questione si rivolse immediatamente ad altri mezzi di seduzione del consumatore.
Nel giorno della partita contro l'Olanda valida per i mondiali del 1978 (ossia la resa dei conti del girone), i parsimoniosi scozzesi oltre ai calcoli sulla qualificazione si misero a fare anche un altro tipo di conti, quantificando quello che sarebbe costato l'eventuale mesto ritorno a casa della loro squadra. Secondo un computo che teneva presente diversi aspetti, il mancato passaggio del turno (nonostante l’epigrafe allucinogena del “Non mi sentivo così da quando Archie Gemmill segnò all'Olanda nel '78”) avrebbe comportato una perdita economica di oltre un milione di sterline.
Dentro la bolla speculativa c’erano gli accordi con la casa automobilistica Chrysler (300 mila sterline per pubblicizzare un nuovo modello attraverso i 22 nazionali), con l'industria discografica capeggiata da Rod Stewart e Andy Cameron (lancio di dischi commemorativi inneggianti al successo nella Coppa del Mondo), e con il settore tessile per via di magliette, camicie e bandiere incensate di vittoria. Qualcuno, probabilmente in malafede, dirà che la privazione finanziaria superò perfino la delusione dei tifosi. Insomma parve che la sconfitta sul campo dovesse passare in secondo piano davanti alla quantità enorme di soldi che velocemente scivolarono via come un ruscello nelle Highlands.
Una vignetta di fine ottocento mostra un ministro della Chiesa di Scozia che incontra un compaesano mentre si prende cura del camposanto: “Mi fa piacere che lavori nel giardino del Signore, Jock.” - “Grazie Reverendo ma avreste dovuto vedere in che stato lui lo aveva lasciato.” Irrispettosi dei ranghi, dissacranti, disincantati. Poco inclini ad andare d’accordo fra di loro, figuriamoci con quelli del piano di sotto.
A sanare le divergenze non ci riuscì nemmeno Giacomo VI, primo sovrano a regnare su tutte le isole britanniche, successore di Elisabetta I. Il rapporto con il cosiddetto “Auld Enemy” (il vecchio nemico) è rimasto burrascoso, e se si vuole aprire perbene il pomo della discordia, va fatto a nord, sia di Edimburgo, sia di Glasgow, coinvolgendo un arco immaginario la cui estremità flessibile parte da Greenock, tocca nell'impugnatura Inverness e scende fino all'altro vertice di Dundee. E' in questo comprensorio, dove si allungano enormi laghi silenti e l’orizzonte si serra davanti a aspre vette cariche di erica, che il sentimento del “Tartan”, del “Bonnie Scotland”, caro all' orgogliosa rivolta Stuart, resiste, piegandosi senza spezzarsi come il cardo selvaggio di Stirling, sotto le raffiche di ovatta soffiate dal goffo conformismo contemporaneo.
L’indole scozzese plasmata dal clima duro, da vigorosi sorsi di whisky e dall’etica presbiteriana ha potuto trovare ampie sacche di separazione da Londra attraverso una sostanziale separazione di poteri nel diritto pubblico e privato. In Scozia sin dai disordini del 1706 è sorto un sistema d’istruzione di alto livello accessibile da tutte le fasce sociali. Questo approccio verso la scuola, finanziato con i proventi del sistema fiscale, ha permesso alla popolazione di essere fra le più colte d’Europa, facendo sbocciare illustri scienziati nonché noti letterati. Esiste, è vero, un rovescio della medaglia dato dal ricordo di essere stati gli impavidi coraggiosi ma anche i fatalmente perdenti e oppressi. Questo corto circuito fa strisciare un ancestrale senso di sfiducia e una tendenza a sminuirsi, degna del miglior Freud in "Al di là dei principi di piacere", macerata nel continuo risentimento del predominio politico e culturale inglese.
Nel calcio si comincia a darsele di santa ragione il 30 novembre del 1872 all’Hamilton Crescent di Glasgow in una empirica, trasandata, partita conclusasi 0-0. La Scozia, completamente formata da giocatori del Queen's Park, ebbe in prestito dalla nazionale di Rugby le divise blu e da allora blu resteranno. La carica del “Flower of Scotland” invece arriverà tardi, circa un secolo dopo. Nel frattempo incomincia a scatenarsi la furia dell’Old Firm e sulle placide sponde del Loch Ness, il 20 aprile 1934, Robert Kenneth Wilson scatterà una foto fatale che il giorno dopo farà impazzire il mondo stampata sulle pagine del Daily Mail: il mostro, nemmeno poi così mostro, esisteva davvero? Oh, fu un grandioso falso, ma il buon scozzese deve credere nel dogma di "Nessie" a qualunque costo (altrimenti mettiamo in cattiva luce San Colombano e allora come si dice: scherza con i fanti ma lascia stare i santi..).
Tornando in musica la canzone, divenuta inno, fu composta da Roy Williamson, componente del gruppo musicale folk "The Corries" nel 1967 e adottata negli anni settanta. Buckingham Palace ne permise l'uso nonostante fosse una canzone deliberatamente e profondamente anti-inglese ispirata alla battaglia di Bannockburn del 1314.
Nel 1993 sostituì Scotland the Brave che nel 1980, vivaddio, a sua volta aveva preso il posto del fischiatissimo God Save The Queen, e qualcuno, dai finestroni rigati di pioggia del palazzo di Holyroodhouse, giurò di aver visto il fantasma della povera Regina Mary.
Poche soddisfazioni e molte delusioni a dire il vero per il Leone rosso di Robert the Bruce. Nel 1961 la Scozia sprofondò a Londra sotto un clamoroso 9-3, il risultato peggiore nei confronti diretti con i bianchi di sua Maestà. Uno strepitoso Jimmy Greaves segnò una tripletta con l’imbarazzante difesa scozzese che riuscì nell’impresa di concedere 5 goal in 10 minuti. Il portiere della Scozia, Frank Haffey, per la vergogna, decise addirittura di abbandonare il paese ed emigrò in Australia.
La rivincita, per fortuna, arrivò sei anni dopo quando il gruppo di Bobby Brown espugnò Wembley per 3-2 battendo i neo campioni del mondo in serie positiva da 19 incontri. La rete d'apertura la segnerà il leggendario Denis Law, Pallone d’Oro 1964, eccezionale attaccante che ha scritto pagine di storia del Manchester United, ma che a Manchester giocò anche con il City e proprio una sua marcatura, durante il drammatico derby del 1974 disputato a Old Trafford, paradossalmente condannerà alla retrocessione i red devils.
Ripercorrendo Scozia- Inghilterra o Inghilterra- Scozia ci sarebbe da menzionare tutta la trafila del cosiddetto Home British Championship, ossia il più antico torneo per nazionali e conseguentemente l'epopea dei vari Jimmy Johnstone, Sandy Jardine, Greame Souness, Joe Jordan e Kenny Dalglish, e ogni altra vecchia gloria, oblio di una manifestazione sicuramente importante purtroppo calata nel fetido, aspro, respiro condominiale con gli inglesi naturlamnete avanti nei conteggio dei successi. Alla partita di Londra del 1977 pare ci fossero 70.000 tartaners sui 98.000 spettatori presenti. L'atmosfera, quando le squadre uscirono dal tunnel di Wembley era indescrivibile; le reti di Gordon McQueen e Dalglish scatenarono l’invasione di campo più celebre della storia. Per vincere di nuovo a Wembley servì una rigore di John Robertson nel 1981 ma in quel caso, nonostante l’ennesima massiccia presenza scozzese, le nuove balaustre dello stadio bloccarono sul nascere ogni festeggiamento alimentato da un trip troppo esuberante.
Invece tornando alle sfide a tenore internazionale si giunge a quella del giugno 1996, valevole per i campionati europei organizzati dall’ Inghilterra del “Football Coming Home”. Finì 2-0 per gli inglesi con le firme di Alan Shearer e Paul Gascoigne e con il portiere David Seaman sugli scudi per aver parato un tiro dal dischetto al capitano Gary McAllister a dodici minuti dal termine sul punteggio di 1-0. Resta famosa la frase rivolta da McAllister al suo compagno John Collins allorché gli sussurrò: “If I score, we win the game”. E invece non solo ci sarà l’errore dal dischetto ma pochi attimi dopo pure la beffa attraverso il pallonetto show di Gazza sopra la testa di Colin “Braveheart” Hendry, seguito dal colpo al volo di sinistro spedito alle spalle di Andy Goram. Un pomeriggio amarissimo quello e mai digerito, neppure vendicato nel play off del 1999 valido per la qualificazione agli Europei del 2000 in Belgio e Olanda. Uno spareggio sanguinoso che premiò ancora gli inglesi. Il primo dei due match si disputò il 13 novembre all’Hampden Park di Glasgow e la squadra allenata da Kevin Keegan si portò via il successo grazie ad una doppietta di Paul Scholes. Al ritorno, a Wembley, nonostante le minime possibilità di rimonta in mano agli scozzesi, ci fu la solita battaglia. La Scozia vincerà 1-0, (centro di Don Hutchison) sfiorando più volte il il raddoppio che le avrebbe consentito di disputare i tempi supplementari. Anche stavolta David Seaman sbarrò le porte della gloria ai blu parando un calcio di rigore, ironia della sorte, proprio all'autore della rete del vantaggio. Gli ultimi faccia a faccia sono stati quello dell’11 novembre 2017, Inghilterra- Scozia 3-0 e quei sei minuti di follia allo stato puro nella gara di Glasgow: la Scozia, sotto di una rete riversa in campo tutto il cuore e una magnifica doppietta di Griffiths ribalterà lo contesa mandando in visibilio l'intero paese. A riportare la partita sul definitivo 2-2 ci penserà Harry Kane. “It feels like a defeat” dirà dopo la partita Leigh Griffiths, l’unico nel girone ad essere riuscito ad abbattere il muro difensivo inglese: già, un pari amaro come una sconfitta perché per la nazionale allenata da Gordon Strachan i tre punti avrebbero significato sperare ancora nella qualificazione al Mondiale. Sebbene i risultati negativi spesso siano stati meno netti di quelli mostrati dai referti, è oggettivo che per sperare di sconfiggere fra un paio di settimane gli inglesi a casa loro servirebbe una Scozia almeno parente di quella degli anni settanta. Servirebbe una sorta di ultima chiamata, un suono di cornamusa, (ah, attenti, quelle a tre bocche mi raccomando, poichè a due sono strumenti irlandesi e fanno un suono più dolce..) come accadde prima dello scontro sulla terra brulla di Culloden Moor, e fra i mattoni rossastri di Hampden lo sanno bene: “Everyone needs stroke luck sometimes”, disse, ferito gravemente e attorniato dai suoi uomini, il buon Principe Charles.
di Simone Galeotti, da https://lettereinchiaroscuro.blogspot.com
13 marzo 2026
"ENGLAND MY ENGLAND" di Dougie & Andy Brimson (Libreria dello Sport), 2004
La violenza nel calcio, conosciuta ovunque come “il male dell’Inghilterra”, è così diffusa come non lo è mai stata prima, sostengono gli autori del libro. Ci raccontano particolari riferiti a viaggi all’estero al seguito della nazionale Inglese ed esplora avvenimenti e miti che circondano la violenza del calcio e i più temuti gruppi di tifosi nel mondo – i tifosi inglesi.
“Semplicemente brillante” – Sky Sports Magazine -
24 dicembre 2025
"KEN BAILEY. LA MASCOTTE D'INGHILTERRA" di Max Troiani
Ken Bailey (1911–1993) è stato il tifoso più iconico delle nazionali inglesi di calcio e rugby, noto per averle seguite con ineguagliabile dedizione per oltre trent'anni. Visse gran parte della sua vita nella città di Bournemouth, sulla costa meridionale dell'Inghilterra. Sebbene fosse nato a Burnham-on-Sea, nel Somerset, nel 1911, si stabilì a Bournemouth dove divenne il residente più celebre della città.
Si autoproclamò la mascotte "non ufficiale" dell'Inghilterra, diventando un volto fisso sugli spalti dagli anni '50 fino alla sua scomparsa. Ciò che lo rendeva unico era il suo inconfondibile abbigliamento: un completo "tops and tails" con gilet e cappello a cilindro decorati con la bandiera del Regno Unito, e guanti bianchi.
Oltre al suo personaggio pubblico, Bailey, originario di Bournemouth, conduceva una vita tanto ordinaria quanto eccentrica: lavorava come impiegato civile e scriveva una rubrica sociale con lo pseudonimo di "Genevieve". Era anche un appassionato nuotatore che sfidava il gelo del mare ogni Natale.
La sua dedizione lo portò a ricevere il prestigioso titolo di "Freeman of Bournemouth", la massima onorificenza cittadina riservata a chi compie servizi eccezionali per la comunità. Questo titolo, puramente onorifico oggi, lo ha celebrato come simbolo vivente della sua città. Bailey detiene un primato unico al mondo: è l'unico uomo a essere stato sia un insignito di tale onore che un personaggio della celebre serie di miniature Subbuteo.
La sua figura, sebbene talvolta controversa, è ricordata da molti come quella di una persona simpatica e un "grande personaggio". Con la sua morte nel 1993, l'Inghilterra ha perso un simbolo di folclore sportivo mai più eguagliato.
9 gennaio 2025
RECCOMENDED READING. “The Glory Game” & “Boys of '66” di Gianluca Ottone
Trovandomi sovente nelle condizioni di ogni accumulatore seriale ho approfittato delle recenti vacanze natalizie per cercare di mettere un po’ di ordine nella mia biblioteca.
Chi mi conosce sa che da oltre 40 anni accumulo ogni sorta di memorabilia relativa al footy degli anni 60 e 70, dai distintivi alle coccarde, dai gagliardetti ai programmi, cartoline di stadi, figurine, riviste, oggettistica varia.
I libri ricoprono una parte importante dei miei “accumuli”, si spazia dagli annuari alle biografie, dalle storie dei club ai testi sugli stadi fino a volumi sulle “firms” (più si tratta di tifoserie “minori” e meglio è..) e proprio dando una sistemata a scaffali e librerie mi sono tornati tra le mani due testi che mi hanno dato notevole soddisfazione, si tratta di “The glory game” di Hunter Davies e “Boys of 66” di John Rowlinson.
Il primo è il risultato di un esperimento socio-sportivo che risulta essere stato unico nel suo genere: per tutta la stagione 1971-72 l’autore ebbe l’autorizzazione a trascorrere l’intero periodo che andava dal precampionato fino al termine dello stesso con il Tottenham Hotspur.
Partecipò agli allenamenti, ai ritiri, fu ammesso negli spogliatoi prima, durante e dopo le partite assistendo ad ogni tipo di confronto tra giocatori e allenatore e tra giocatori stessi, viaggiò con la squadra sia in Inghilterra che all’estero, visitò i giocatori a casa, fu presente alle riunioni tra i dirigenti e lo staff tecnico. Non bisogna essere simpatizzanti o tifosi degli Spurs per essere affascinati dalla lettura, è un testo estremamente coinvolgente, pieno di curiosità e dettagli senza precedenti, soprattutto se si pensa a come oggigiorno siano blindati non solo gli spogliatoi ma anche i campi di allenamento, le sedi dei club, giocatori e allenatori che si muovono su SUV dai vetri oscurati e sotto “protezione” anche solo per avvicinarsi allo stadio.
La cosa che più colpisce è che Davies ottenne il permesso di riportare tutto ciò che vide e sentì nonostante l’iniziale diffidenza di Bill Nicholson, leggendario manager degli Spurs, uomo d’altri tempi che poco tollerava le novità del calcio di quegli anni, in primis i suoi giocatori che si facevano crescere i capelli stagione dopo stagione..
Oltre a ciò Davies viaggiò anche in treno con i fans che si recavano a Coventry in trasferta, testimoniò come i giocatori ricevevano telefonate dopo ogni partita dai giornalisti che proponevano somme di denaro per avere commenti esclusivi o addirittura si presentavano alla porta di casa. Un’accurata descrizione dello stile di vita dei protagonisti ci regala uno spaccato sociale di quegli anni, scoprendo così in che case abitavano, che programmi televisivi seguivano, che auto guidavano, che ambizioni avevano.
Da trovare e da leggere tutto d’un fiato, la prima edizione del 1972 ha costi più elevati ma ne sono state pubblicate diverse riedizioni alla portata di tutti.
Il secondo volume era stato per me una piacevolissima sorpresa dato che ritenevo di avere letto, visto, collezionato quasi tutto ciò che si riferisce al mondiale del 66 ed ai loro protagonisti.
Uscito nel 2016 in occasione del cinquantesimo anniversario del trionfo mondiale è stato curato da John Rowlinson, una laurea in storia a Cambridge e successivamente una lunga carriera alla BBC.
Quando lo comprai scontato in un “W.H. Smith” di Liverpool lo feci soprattutto perché veniva esaltato il fatto che le oltre cento fotografie presenti erano totalmente inedite, frutto di un ritrovamento negli archivi del Daily Mirror.Già questo bastava ma la lettura successiva mi diede una soddisfazione immensa perché un approfondimento così dettagliato del percorso intrapreso da Ramsey per arrivare ai ventidue selezionati per la fase finale della Coppa del Mondo del 1966 era a dir poco eccezionale.
Forse solo il molto acclamato e stupendo “Back Home”, che sviscera la spedizione messicana dei Campioni del mondo in carica per il mondiale del 1970, può rivaleggiare con questo volume.
Nei tre anni e mezzo precedenti all’inizio del mondiale Ramsey arrivò a pre-selezionare cinquanta calciatori, alcuni verranno convocati praticamente sempre, altri scartati solo pochi giorni prima del via, altri ancora verranno presi, dimenticati e poi ripresi.
Anche il profilo dei futuri Campioni del mondo sono curati con ricchezza di curiosità e aneddoti, in poche parole…tutti sanno come è andata a finire ma chi, veramente, sa come tutto iniziò?
di Gianluca Ottone
30 dicembre 2024
A SEA OF FLAGS, St. George's Cross o la Union Jack.
Siate sinceri, quante volte, seguendo una partita della nazionale o di clubs in trasferta, siete rimasti affascinati, colpiti, attirati dal vero e proprio mare di stendardi, bandiere, vessilli che solitamente vengono affissi negli stadi che ospitano l'incontro?
Si, sono convinto che tra le tante cose che ci hanno entusiasmato nel corso degli anni seguendo il footie, proprio la massiccia presenza di tifosi che seguono la nazionale o il proprio club, portandosi dietro bandiere di svariate dimensioni rigorosamente da appendere e non da sventolare, abbiano avuto un ruolo notevole. Inoltre per chi era o è abituato a frequentare gli stadi italiani colpisce il fatto della presenza di bandiere nazionali anziché vessilli con i colori dei clubs anche quando si segue la propria squadra, eccezione fatta per i tifosi di Liverpool e Everton e, più recentemente da quelli del Manchester United, che portano con sé nella stragrande maggioranza, stendardi con i colori ed i simboli del club piuttosto che le bandiere nazionali.
Si, perchè, si segua la nazionale o il proprio club, la caratteristica delle tifoserie inglesi è sempre quella di usare la St. George's Cross o la Union Flag (o Union Jack) o le “ensignes” della marina (red o blue ensign della marina civile e commerciale, white ensign della marina militare), mentre, singolarmente, chissà come mai non è mai stata diffusa la RAF ensign ovvero la bandiera dell'aeronautica militare peraltro bellissima, quella celeste con il “target” circolare rossobiancoblu e la Union Jack nell'angolo in alto a sinistra.
I suddetti stendardi sono sempre stati poi impreziositi con le iniziali o il nome del club stesso o della città di provenienza e più recentemente, con l'ausilio della tecnica, anche stemmi e immagini varie. Se, come me, seguite il footie da molto tempo, avrete avuto modo di notare come la qualità degli stendardi sia cambiata molto rispetto a quelli che si vedevano durante i 70s, sicuramente si è guadagnato in qualità (materiali impermeabili come nylon o pvc, fori dotati di anelli di rinforzo per l'affissione, scritte stampate) ma si è perso in fascino, originalità, varietà (tessuti vari e non nylon, affissione tramite lacci cuciti dalla zia, lettere fatte con la vernice, con il nastro adesivo o in stoffa cucite pazientemente dalla mamma, dimensioni diverse).
Provate a ricordare o tirate fuori dalla vostra videoteca immagini di vecchi turni di coppe europee o di gare della nazionale dei 70s e 80s. Noteremo immediatamente dove si trovavano i nostri supporters.. una linea continua o una sovrapposizione di Union flags (la maggioranza in quegli anni, molte meno le St.George's Crosses) di dimensioni varie, di provenienza varia. Non era poi così raro che i tifosi che partivano “on tour” al seguito dei Three Lions se non avevano già uno stendardo, andassero a cercarlo in un “military surplus store” ovvero un magazzino di materiale e abbigliamento militare usato, o nei tanti mercatini di cui solo a Londra se ne trovano un'infinità, piuttosto che nella soffitta della nonna o, casi realmente accaduti, si trafugavano dai pennoni di qualche edificio pubblico..
Il fascino di quell'epoca era sicuramente il livello più spontaneo, grezzo, vario, originale del football, del tifo, dei tifosi e dei loro vessilli (e anche troppa “esuberanza” sulle terraces e fuori..).
Alla suddetta varietà di bandiere si abbinavano gli stendardi a due aste (che riportavano frasi di incitamento piuttosto che frasi ironiche o a doppio senso ma sempre riferite all'evento sportivo in corso) retti dai tifosi che nel corso dei 70s e 80s passarono dalle sciarpe al collo e coccarde appuntate sul bavero alle “coppole” a spicchi, alle sciarpe annodate al polso, rarissimo l'uso delle replica shirts, in ogni caso tutti “stili” che faranno adepti nel corso degli anni successivi ovunque in Europa.
Dagli anni 90 in avanti sia al seguito della Nazionale che dei clubs ha iniziato a prendere il sopravvento l'uso della St. George's Cross che ha quasi del tutto soppiantato la Union jack.
Diciamo che i tifosi inglesi hanno voluto sempre più identificare l'appartenenza alla loro Home Country e fronteggiare il sempre più crescente senso nazionalistico e di indipendenza di scozzesi, irlandesi, gallesi che non perdevano e non perdono occasione di esibire alle manifestazioni sportive e non le loro bandiere. Intanto però come già accennato precedentemente, si assiste ad una evoluzione grafica e di materiali. I vessilli non si procurano più ai mercatini o nei bauli della vecchia zia ma si ordinano a ditte specializzate (attualmente ve ne sono diverse che dominano il mercato, realizzando qualsiasi formato, qualsiasi scritta, qualsiasi disegno) inviando un bozzetto si riceve via e-mail o fax un preventivo, insomma anche in questo c'è stata la stessa evoluzione che c'è stata tra il caro vecchio footie dei 70s e 80s e quello attuale dove gli stadi, le maglie, i tifosi sono sempre più simili tra loro.
Per carità, l'effetto che fa anche tutt'oggi il mare di bandiere, ovunque giochi la nazionale o un club impegnato nelle coppe europee, è pur sempre magnifico e unico.
Però, chissà se anche in queste cose non ci troveremo a rimpiangere la vecchia “white ensign” macchiata o la Union Jack scolorita con le lettere ritagliate e cucite rispetto alla perfezione e all'impermeabilità del pvc e delle precisissime scritte stampate, proprio come, almeno a me, mancano tanto le terraces, le maglie in cotone, il rotolo di carta igienica che piove in area dopo un goal...
di Gianluca Ottone, da "UK Football please"
3 dicembre 2024
BACK TO THE “SIXTIES” - 1966
In questa puntata della rubrica dedicata agli anni ’60 vi porterò indietro nel tempo, esattamente a quella storica estate 1966 che vide l’Inghilterra ospitare l’ ottava edizione della Coppa Rimet ovvero i campionati mondiali di calcio.
Non sarà però un viaggio tra statistiche o ricordi di partite che tutti, chi più chi meno, conosciamo ma un percorso attraverso tutto ciò che accadde di contorno alla manifestazione. Innanzitutto il contesto sociale in cui si svilupperà il mondiale: siamo nel 1966, in piena “swinging London” ovvero all’apice della fama internazionale della capitale Inglese come fulcro di avvenimenti legati alla moda, alla musica, allo stile. In questo frizzante e vivace ambiente dove dominano gli stilisti Inglesi, le mode di Carnaby Street, il Beat sound di Beatles, Stones, Yardbirds, Who, gli spy-movies con Bond in testa non poteva mancare la ciliegina sulla torta, ovvero l’organizzazione dei mondiali.
La F.A. accoglie di buon grado l’onore e (e onere) della gestione della più importante manifestazione calcistica del mondo. Sicuramente gioca un ruolo importante Sir Stanley Rous allora presidente della FIFA, ma al di la di eventuali pesi “politici”, pare giusto ai più fare svolgere tale manifestazione nella nazione maggiormente di tendenza di quegli anni oltre che un premio al paese che ha codificato e reso noto in tutto il mondo il “beautiful game”. Gli organizzatori sapranno dare una svolta senza precedenti alla manifestazione: innanzitutto per la prima volta nasce una mascotte che troverà spazio sui manifesti ufficiali, su riviste, guide, sui sottobicchieri oltre ad essere realizzato sotto forma di pupazzo per la gioia dei bambini e… dei grandi. Si tratta del famoso “Willie” un simpatico leoncino che veste una maglietta con i colori dell’ Union Jack, calzoncini, 14 calzettoni e scarpette bullonate. L’immagine più diffusa è quella che si vedrà sui posters della manifestazione, con “Willie” intento a calciare un classico pallone “18 panels”. All’avanguardia sarà anche il film del mondiale che per la prima volta non sarà solo una carrellata di immagini di gioco ma un vero e proprio lungometraggio, con tanto di colonna sonora degna di uno spy-movie del periodo, che vedrà tante riprese fuori dal campo di gioco.
Ad esempio si inizia con l’arrivo delle squadre partecipanti all’aeroporto di Heathrow, il loro trasferimento sui buses verso i ritiri, quindi scene riprese tra la folla sia dentro che fuori gli stadi. Splendido il pezzo sui preparativi della finale con le telecamere che seguono i custodi e gli stewards nelle ore che precedono la gara intenti, chi a sistemare le reti chi a posare le coperte sulle poltrone del Royal Box; veramente imperdibile! Inoltre, anche qui una novità, si cerca di avere una serie di partners che provvedano a fornire gli “strumenti” di gioco. La Umbro supplirà a quasi tutte le nazionali l’abbigliamento, mentre l’ Adidas (al tempo rappresentata in UK proprio dalla Umbro) metterà a disposizione le scarpe. Anche i palloni verranno uniformati il più possibile individuando un fornitore e due colori “ufficiali” che saranno poi il bianco e l’arancione; proprio con una sfera arancione si disputerà la leggendaria finale. Lo stesso Sir Stanley Rous prenderà parte alla scelta dei palloni insieme ad un gruppo di produttori, di ex giocatori e di dirigenti della FIFA. Tutto il contorno della manifestazione viene organizzato in modo esemplare, tanto che qualcuno sostiene che tutti i mondiali successivi prenderanno esempio e spunti da quello Inglese, vedasi l’uso di una mascotte e la collaborazione con partners commerciali e fornitori ufficiali. Vengono prodotte guide per ogni città che ospiterà gare con infos su locali, divertimenti, ristoranti, bar e indicazioni su come raggiungere gli stadi. Ci fu anche lo spazio per un giallo mai completamente risolto: il 20 marzo 1966 sparisce la coppa Rimet mentre si trovava esposta a Londra per una esibizione pubblicitaria del mondiale nel contesto di una mostra filatelica. La tensione e la preoccupazione svaniscono il 27 marzo, quando il cagnolino Pickles durante la quotidiana passeggiata con il suo padrone annusa e scova uno strano oggetto nei giardini di Norwood nel Middlesex.
E ‘ la coppa Rimet in perfetto stato avvolta in un quotidiano. Respiro di sollievo per tutti e grande notorietà per alcuni giorni per cane e proprietario che verranno fotografati ed invitati in trasmissioni radiofoniche e televisive. Nessuno saprà mai se si trattò di uno scherzo oppure, più probabilmente di un vero e proprio furto con tentativo (fallito) di estorsione. Il mondiale 1966 stabilisce il record di spettatori (1.458.043) per questo tipo di competizione e l’incasso della finale (Lst. 200,000) diventa il più alto incasso mai registrato per una partita di world cup. I giocatori Inglesi ricevettero Lst. 60 per partita (ovvero il normale gettone per gare internazionali) mentre le riserve intascarono Lst. 30; inoltre un bonus di Lst. 22,000 per la vittoria (offerto dalla F.A.) fu diviso equamente tra i 22 selezionati su precisa richiesta dei giocatori stessi. Per concludere uno sguardo alle competizioni Inglesi che precedettero il mondiale: il titolo della first division va al Liverpool (che perderà per 2-1 la finale di Coppa delle coppe contro il Borussia Dortmund), mentre la F.A. Cup finisce 15 sulla sponda Blue del Mersey ovvero all’ Everton.
La League Cup viene sollevata dal WBA che nella doppia finale avrà la meglio sul West Ham con un “aggregate” di 5-3. nel frattempo John Lennon dirà che i Beatles sono più popolari di gesù Cristo e la Barclay’s bank introduce la “Barclaycard” ovvero la prima carta di credito in Gran Bretagna.
di Gianluca Ottone, da UK Football please
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