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12 marzo 2026

"MUSIC, SUBCULTURE & OF COURSE FOOTBALL" di Damiano Francesconi

Connubio è quella parola che, spesso, viene usata per star a significare un'unione di più cose tutte insieme. Cose che, unite tra di loro, possono dar vita ad un qualcosa di unico, raro, particolare, indimenticabile e per, alcuni, identificativo.





















L' Inghilterra, da sempre, è una nazione in continua evoluzione ed in continuo cambio di vesti. Storicamente parlando è stato, probabilmente, uno degli epicentri per lo sviluppo di determinate tendeze, culture sociali ed identitarie. Erroneamente, talvolta, pensando all'Inghilterra si pensa che sia stata sempre e solo Londra la portavoce di vari sviluppi in ambito socio-culturale. Eppure le cose non stanno proprio così.
Andiamo con ordine, di cosa si parlerà in questo mio scritto? Il Regno Unito non è sempre stato, solamente, un faro che ha illuminato la sola strada legata al calcio, con le sue tradizioni, le sue storie, i suoi aneddoti ricolmi di un fascino senza tempo. 
Nella terra d'Albione, tra gli anni 50 fino ai primi 2000, vi è stata una vera e propria rivoluzione (parola presa in prestito) di strada e giovanile che ha dato il là a nuove tendenze sia musicali che attitudinali.

La storia che verrà raccontata questa volta dista, circa, 150 km da Londra. Ci troviamo nelle West Midlands (nord-ovest rispetto la capitale inglese) più precisamente nella città di Coventry. Una città del nord dal tipico clima oceanico con estati fresche ed inverni, più o meno, tiepidi. Coventry è, rispetto alle vicine Birmingham e Leicester, una città di gran lunga più antica ed è stata, per tanto tempo, uno degli epicentri per la lavorazione di tessuti divenendo, nel periodo medievale, una delle più importanti città a livello economico. Durante la seconda guerra mondiale insieme a Londra ed Hull fu una delle città più duramente colpite dagli attacchi portati avanti dalla Germania nazista. Nel secondo dopoguerra molte furono le difficoltà ed altrettanti gli strascichi lasciati dal conflitto. La ripresa economica locale non fu per nulla semplice ma, con il tempo, la città riuscirà, pian piano, a risollevarsi grazie anche al boom delle aziende automobilistiche che aprirono, da quelle parti, negli anni 70.

Alla fine degli anni 50 vi fu un grande esodo, dalle ex colonie britanniche, in particolare dalla Giamaica, di diversi migranti di colore i quali cercavano miglior fortuna nella "terra promessa" chiamata Inghilterra. Insieme a Londra, la città di Coventry, fu una di quelle che più di tutte subì questa "invasione". Ma con il senno di poi, questa "invasione", porterà tanta ma tanta notorietà alla città delle Midlands ed una forte ventata di novità soprattutto tra la gioventù cresciuta tra gli anni 60, 70 ed 80.
Quelli erano anni di forte rabbia sociale e di forte contrasti tra quella generazione appena uscita dalla seconda guerra mondiale e quella nata subito dopo. I giovani dell'epoca erano rabbiosi, rancorosi e non vedevano di buon occhio l'avvenire. I ragazzi della cosiddetta working class britannica erano alla ricerca continua di nuove sfide, tendenze e stili. C'era quella voglia matta di cambiare tutto. Eppure quella novità arrivò proprio dall'immigrazione. Non a caso con i flussi migratori, dalla Giamaica, venne importato uno stile musicale che per i ragazzi bianchi della classe operaia inglese fu una vera e proprio ventata d'aria fresca. Reggae, Rocksteady e, soprattutto, lo Ska furono delle vibrazioni totalmente nuove a livello musicale che crearono una miscelazione tra i giovanotti bianchi e neri di quei tempi. Ma non fu solo la musica a fare da padrone. Infatti i giovani inglesi rimasero molto affascinati dal dress-code di molti coetanei dalla pelle scura. Fu grazie a loro che, in Inghilterra, fecero il loro esordio i cosiddetti "rudeboys". Questi erano dei ragazzi di colore con una stile molto "dandy" (per così dire) e molto curato. Giacca, cravatta, scarpa lucida, bretelle, pantalone stretto. Tutto ciò venne assimilato dai kids britannici i quali, soprattutto, la sera dopo le fatiche del lavoro giornaliero andavano al club a ballare a ritmi musicali sopracitati qualche rigo sopra. Un aspetto "smart" ma con un attitudine molto "riottosa". Si perchè sia il classico rudeboy giamaicano che il rudeeboy versione british avevano in comune anche il fatto di far bisboccia, casino e perchè no...menare un pò le mani. 
Dopotutto si trattava di due stili provenienti dalle difficoltà della strada. 
Una strada che congiungeva Kingston e Londra...anzi Coventry.

Coventry, come spiegato poc'anzi, fu un vero e proprio fulcro di questa miscelazione. Nulla aveva da invidiare a Londra in tal senso. Le prime sottoculture nacquero, infatti, nelle Midlands oltre che, ovviamente, nella capitale. I Rudeboys giamaicani in "salsa britannica" furono, forse, gli Skinheads della prima ondata nata a fine anni 60. I cosiddetti "originals". Anche i Mods, nati anni prima degli Skin, senza dubbio hanno subito una forte influenza, soprattutto, a carattere musicale.

La città di Coventry negli anni 70/80 divenne la città il simbolo con cui combattere la piaga del razzismo che, comunque sia, in quegli anni attanagliava tutto il Regno Unito. Spesso, ai concerti Ska o Reggae, personalità vicine a movimenti notoriamente ed estramamente destrorsi, i quali avevano avuto l'astuzia di "accalappiare" molti giovani sbandati vicini al mondo sottoculturale, tendevano a rovinare i concerti o a fare volantinaggi di dubbio gusto circa l'apertura mentale verso nuove realtà entiche. Ciò comportava, talvolta, violente risse tra giovani di vedute differenti. Non sempre ciò accadeva ai concerti Reggae o Ska, forse più nella scena, che sorse verso la fine degl anni 70, chiamata Oi!...una scena nata, a sua volta, da una costola del già noto, in quegli anni, Punk.
Questa dilagante piaga fu utile, molto spesso, alla stampa per dare vita ad articoli, il più delle volte, fantasiosi dove si tendeva ad etichettare i giovani legati ad una sottocultura, piuttosto che un'altra. "Violenti e razzisti senza cervello" questi i termini. Il "folk devil" per eccellenza, per gli "addetti stampa, erano un pò tutti: Skinheads, Mods, Rockers, Punk. Tutti colpevoli insomma, intercambiabili in base all'articolo da "sfornare".

Per combattere questi stereotipi, a Coventry, iniziò una vera e propria battaglia sociale e, molto spesso, le frecce da usare per questo arco erano date proprio dalla musica. Musica popolare, meticcia, urbana, sintomo di angoscia e sofferenza, ma anche di un desiderio collettivo di gioia, rivalsa e rabbia gridata a gran voce. Una musica che desse voce a tutti, agli ultimi reietti della società giovanile britannica post-coloniale e multiculturale.
Band arcinote come The Specials, Madness, The Selecters, Bad Manners, The Beat furono i portabandiera i questa svolta suonata al ritmo dello Ska "Black-British Version".

Questi gruppi sopracitati erano le "top band" del genere musicale nato a fine anni 70, a Coventry, famoso come 2Tone Ska. Ad onor di cronaca va detto che solo i The Specials, veri pionieri del movimento, erano proprio di Coventry. Questa musicalità prevedeva una miscelazione tra il classico Ska alimentato con un poco di New Wave, Pop e Punk. Da lì a poco nascerà anche la label chiamata 2Tone Records ideata da Jerry Dammers già membro dei The Specials.
L'obiettivo era semplice: abbattere tensioni sociali e divisioni razziali nell'Inghilterra neo-liberista dell'era Margharet Thatcher. Molti giovani erano attratti da questa scena che andava mano a mano crescendo. Una scena sottoculturale che accomunava tutti: mods, rudeboys, skinheads, bianchi, neri...tutti insieme appassionatamente!

Ma in tutto ciò...il calcio? Il club noto della città di Coventry è il Coventry City. Un club che non ha mai avuto i grandi riflettori puntati. Nel suo palmarés può vantare, solamente, una Coppa d'Inghilterra ma ha, da sempre, un grande seguito soprattutto nella regione delle West Midlands. Le sue storiche arcirivali sono, da sempre, Aston Villa e Leicester City. Rivalità dovute alla "supremazia territoriale" vista la stessa locazione geografica.
Il club ha sempre fatto grandi campagne contro ogni forma di razzismo soprattutto negli ultimi anni e, proprio recentemente, ha creato un CONUBBIO (ecco che torna la prima parola dell'articolo) che unisce calcio, sottocultura e musica per una nobile battaglia qual'è quella contro il razzismo. Nel 2019, a quarant'anni dalla nascita della 2Tone, il Coventry City creò una bellissima collaborazione con la label in onore di essa. La terza maglia, infatti, venne fatta completamente a scacchi bianconeri. La stessa armocromia che rappresenta da più di quarant'anni il genere Ska. Bianchi e neri insieme (le band più influenti della scena erano formate da membri inglesi e giamaicani). Ma non è tutto, su queste maglie da gara andate completamente a ruba, vi era rappresentato, ovviamente, anche il mitico Walt Jabsco, rudeboy in abito nero, camicia bianca, cravatta nera, cappello stile "pork pie", calzini bianchi e mocassini neri simbolo di questo movimento/label.

Il 18 dicembre 2022 è venuto a mancare la voce ed il leader dei The Specials, Terry Hall. Un vero e proprio figlio di Coventry, nato e cresciuto in quelle strade. Un'icona musicale ed un perno fondamentale, anche, nell'ambito sottoculturale. Il Coventry City, già prima della sua dipartita, era solito mettere in filodiffusione, prima d'ogni match casalingo al City of Coventry Stadium, musica Ska della 2tone ma dalla morte di Terry Hall è diventata un consuetudine imprescindibile.

In un'intervista del 2019 Terry disse testualmente: "Quando siamo nati con gli Specials abbiamo compreso e giudicato la nostra condizione sociale. Eravamo giovani ragazzi, senza lavoro, senza futuro, zero, un bel niente! Decidemmo di fare qualcosa e di condividere con gli altri le nostre difficoltà. I problemi della società non se ne sono andati. 
Hanno solo cambiato forma e colore". Questa è stata, probabilmente, la missione della 2Tone e della sua "prima linea musicale". Una luce nel buio in una situazione sociale, quella dell'Inghilterra thatcheriana, molto difficile soprattutto per i giovani troppo spesso usati come caprio espiatorio di turbolenti situazioni nelle strade, sugli spalti e/o nelle fabbriche. Tensioni sociali e razziali che tendevano, perlopiù, a creare spaccature non da poco.

Questo raccontato non è stato l'unico esempio di una miscela che è stata in grado amalgamare calcio, musica e sottocultura. Doveroso fare altri esempi quali il connubio tra Manchester City e lo storico club musicale mancuniano noto con il nome di The Hacienda, anche le continue sponsorizzazioni tra il Manchester United e la famosa band, sempre di Manchester, degli Stone Roses. Anche nelle realtà meno note vi è l'esempio della giovanile squadra del Seven Sisters FC di Neath sponsorizzata dalla band degli Sleaford Mods.

Diciamo che di esempi ve ne sono ma, quello di Coventry, è forse quello con un chiaro richiamo, oserei dire, politico-sociale non da poco. Una chiara presa di coscienza della propria unicità in ambito territoriale e del tessuto sociale della città stessa. Città da sempre aperta al multiculturalismo che ha dato modo di salire alla ribalta soprattutto in ambito musicale e CULTURALE. Voglio scriverla in grande questa parola perchè a Coventry, ormai, si tratta proprio di cultura e non più di una mera subcultura di strada. Chissà se anche il suo ultracentenario club calcistico locale riuscirà mai a raggiungere risultati importanti e ad arricchire un giorno (chissà) il suo palmarés, ad oggi, alimentato solo da quell'unica FA Cup vinta negli 80's. Anni, come spiegato, di grande rivolta nelle strade, una rivolta cantata e ballata a più riprese sotto i palchi ai concerti Ska della 2Tone.

Vediamo quale destino per gli Sky Blues del Coventry City... nel frattempo mettiamo su un bel disco dei The Specials, chiudiamo gli occhi ed immaginiamo di essere nel moderno City of Coventry Stadium. Vicino a noi qualche amico, due passetti a ritmo Ska per smorzare la tensione prima del match e poi in alto le pinte se sul maxischermo dello stadio dovesse apparire il volto di Terry Hall. Un brindisi gli è più che dovuto.
"Too much...too young!"
di Damiano Francesconi

6 ottobre 2025

"CYRILLE REGIS. The Human face of football" di Alessandro Nobili

Siamo negli anni 70. In Inghilterra. Un periodo segnato da crisi economica, tensioni sociali, disillusione e la salita all'estrema destra del National Front Party. Questo quadro sociale fece verificare una recrudescenza del sentimento razzista anche grazie alla presenza massiccia di immigrati, che occuparono interi quartieri nelle città inglesi. 
L’aria era pesante e tutto questo malcontento veniva spesso riversato all’interno degli stadi. Bersaglio facile erano quei pochi “colored” che giocavano nella allora First Division. Tra questi ce n’era uno che a modo suo fece epoca: Cyrille Regis. Come ebbe a ricordare anche lo stesso calciatore - A quei tempi se eri un “colored” eri un facile bersaglio per i tanti idioti che frequentavano gli stadi inglesi alla fine degli anni ’70. Insulti di ogni tipo, dal verso ripetuto della scimmia fino al lancio di noccioline o banane. Allora era di moda urlare il proprio odio nei nostri confronti e quasi vantarsi della stupidità razzista –

Cyrille Regis nacque a Maripasoula, nella Guyana Francese, il 9 febbraio 1958. Durante la sua carriera, si dimostrerà un professionista esemplare, persona umile, riflessiva e di grande spessore umano. Un calciatore dalle qualità straordinarie la cui storia tramandata non gli dà assolutamente giustizia. Ma andiamo con ordine. Regis inizia a dare i primi calci nella modesta squadra del Molesey per poi passare nella più prestigiosa FC Hayes (squadra scomparsa nel 2007) dove, inoltre, passò prima una leggenda come Robin Friday e successivamente un’altra icona come Les Ferdinand. Nello Hayes, Cyrille si fa subito notare per la sua prestanza fisica e le doti atletiche fino a che un osservatore del WBA non lo segnala e cercherà di portarlo via. Non fu facile. 
Così dopo un intervento economico personale del capo dello scouting del West Bromwich Albion, Regis approda finalmente in una squadra blasonata e professionista della First Division. È l’estate del 1977 e sulla panchina del WBA dopo l’esonero dell’allenatore scelto dalla dirigenza, a sorpresa, siede proprio il suo scopritore Ronnie Allen e da quel momento in poi Regis inizierà la sua scalata verso la gloria. Il suo esordio avviene con una doppietta in una partita di coppa contro il Rotherham e il suo debutto in campionato contro il Middlesbrough dove segnerà la sua prima rete. Da quel momento in poi, Regis prende in mano l’attacco del WBA e segnerà 10 gol, conclusa con un sesto posto e la qualificazione per la Coppa Uefa. D’altronde in quella squadra c’erano dei giovani talenti come Cunningham e quel Brian Robson che poi fu colonna portante del Manchester United. 
Negli anni successivi tenne fede alla fama che si stava creando come calciatore eccellente, attaccante prolifico e pesante tanto che, con Ron Atkinson in panchina, arriva un terzo posto e soprattutto il WBA diventa la squadra più spettacolare della First Division. Ma nelle Midlands non hanno i soldi che hanno dalle parti di Nottingham o Manchester così, loro malgrado, si vedono costretti a cedere i loro Big. Nel giro di pochi anni parte Cunningham al Real Madrid e Robson che andrà con Atkinson al Manchester United. Nelle Midlands rimane Regis che continua a fare gol e a mantenere il WBA nell’eccellenza del calcio inglese ma Arsenal e Tottenham faranno carte false per portarlo via. Solo che, queste squadre non hanno fatto i conti con la riconoscenza che Regis deve al WBA e al suo mentore che nel frattempo è tornato sulla panchina dei The Baggies. Seguirà una salvezza tribolata in gran parte raggiunta grazie ai 17 gol di Regis che in quella stagione stabilirà il suo record personale. Quello stesso anno Regis siglerà anche 8 reti fino alle due sfortunate semifinali di FA CUP e Coppa di coppa di Lega contro il QPR e il Tottenham Hotspur. Ormai la sua carriera sembra destinata ad essere solo di un colore il bianco e blu quello degli WBA e questo succederà fino al 1984 quando verrà ceduto al Coventry City. Sembrerebbe la fine di un bel sogno e invece proprio al Coventry vinse il suo unico titolo della carriera la FA CUP 1986/87, vinta in una delle più rocambolesche finali viste a Wembley e che vide trionfare il Coventry per 3 reti a 2 nei confronti del Tottenham Hotspurs. Regis fece la sua parte anche questa volta fino alla scadenza del contratto quando l’età anagrafica segnerà 33 primavere fino a che un’altra squadra del Midland lo chiama: l’Aston Villa dove ritroverà Ron Atkinson. Non è più il giocatore esplosivo di qualche tempo fa ma fa il suo e soprattutto è un punto di riferimento. Se gioca spalle alla porta e si piazza tra palla e difensore non c’è verso di spostarlo. 

Trentanove presenze e 11. Ma quella stagione sarà il suo canto del cigno. Finirà la carriera al Chester in quarta divisione. Dopo una collaborazione nella dirigenza del WBA si perdono un po' le sue tracce. La sua vita si fa anche difficile soprattutto quando perde il suo amico e collega Cunningham. Baratro, luce, baratro si riprende e poi nel gennaio del 2018 un infarto se l’è portato via. Durante gli anni i tributi ricevuti in parte spiegano l’importanza che ha avuto questo calciatore nella storia del calcio inglese. Per esempio, nel centro di West Bromwich c’è una statua in bronzo che ricorda il trio Regis-Cunningham-Batson, i tre colored della squadra definiti -The three Degrees – dal mitico Ron Atkinson. 

Ma ci sono anche le testimonianze degli addetti ai lavori dell’epoca che lo definiscono come un punto di riferimento contro la lotta al razzismo. Basti pensare alle parole spese dallo scrittore, opinionista Kenan Malik, indiano cresciuto in Inghilterra che ricorda come Regis fu un punto di riferimento. Il coro più frequente che sentiva ad Anfield, stadio che frequentava, era - There ain’t no black in the Union Jack, all the Pakis can fuck off back – Poi gli bastava vedere Regis giocare e sopportare e pensava che avrebbe potuto farcela anche lui in tribuna. Ma le lodi verso Regis arrivarono anche da campioni che non ti aspetti come Johann Cruyff che avrebbe voluto portarlo all’Ajax nel suo momento di maggior splendore. Oppure le dolci parole di Andy Cole - era il mio idolo da bambino ed è la principale ragione per cui volessi a tutti i costi diventare un calciatore. Era veramente una persona speciale. Tutti noi gli dobbiamo qualcosa –. O ancora il suo mister Ron Atkinson che non lo ha mai abbandonato che esprime in queste frasi rilasciate tutta la sua ammirazione verso Cyrille - Il più forte attaccante che io abbia mai allenato. In campo era una belva assatanata, che lottava come un indemoniato su ogni pallone. Fuori dal terreno di gioco era una delle persone più gentili, disponibili e riflessive che io abbia mai conosciuto. Ricordo come gli insulti e gli abusi che riceveva lo caricassero come una molla. Durante una partita a Leeds fu fischiato e insultato ad ogni tocco di palla. Cyrille segnò due reti fantastiche. A fine partita il pubblico di Elland Road era tutto in piedi ad applaudirlo -

Ma a renderlo leggenda, oltre ai ricordi di un cinquantenne che si crede ancora adolescente e i suoi 158 gol in 600 partite, c’è questa sua battaglia, silenziosa e sorridente, contro il razzismo. I ricordi dei muri del quartiere imbrattati con la scritta - Vota Labourista, se vuoi un nero nel quartiere -. Lui, nel frattempo, ha votato il silenzio e la volontà di far ricredere tutti. Lavoro e abnegazione. Corsa, fisico, determinazione. Più veniva insultato più diventava forte. Nella sua carriera ha reso il razzismo fuorilegge in un’epoca dove l’insulto non era notizia. L’ha fatto con i gol, con la forza fisica e mettendoci sempre la faccia, la faccia umana del calcio. Lui ha fatto da apripista. Ha combattuto per i giocatori della sua epoca e tutelato quelli futuri. Lui, Cunningham, Batson, Viv Anderson (il primo nero nella nazionale inglese).
Lui era Cyrille Regis The Human Face Of Football.
di Alessandro Nobili
https://www.youtube.com/watch?v=eaCVze6H9B4

8 ottobre 2024

[BRIT MUSIC] "CENERI di COVENTRY, musica, taxi e speranza" di Luca Manes

Pochi luoghi rappresentano in maniera plastica l'orrore della guerra come la cattedrale di Coventry, in Inghilterra. Costruita a cavallo fra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo e sventrata da un bombardamento della Luftwaffe nei primi mesi del secondo conflitto mondiale, ora della chiesa di St Michael rimangono solo le mura esterne. Accanto a queste, su progetto di Basil Spence, negli anni sessanta del 1900 è sorta la nuova cattedrale. Spiazzante, tanto è imponente ed essenziale nelle sue forme architettoniche, è un luogo di culto anch'esso a suo modo ideato per fungere da monito sulla follia auto-distruttrice dell'uomo. L'arazzo del Cristo in gloria che domina la parete absidale, del maestro inglese Graham Sutherland, è l'opera più di rilievo e che subito colpisce l'attenzione una volta entrati nell'immenso spazio della cattedrale. Ora nel perimetro scoperchiato dell'antica chiesa, invece, si tengono eventi musicali e si rinnova ogni anno una sorta di gemellaggio di riconciliazione con un altro edificio religioso distrutto nella seconda guerra mondiale: la Gedächtniskirche del quartiere berlinese di Charlottenburg. Il “dente cavo”, come è stata ribattezzata dagli abitanti della capitale tedesca, perché tra i resti c'è quello della torre campanaria spezzata da un ordigno scagliato dalla RAF.


























Fiorente centro industriale, Coventry divenne subito uno dei fulcri dello sforzo bellico britannico. Qui venivano realizzati decine di migliaia di veicoli militari, compresi aerei, e per questo fu presa di mira dalle bombe tedesche. Tale fu la virulenza degli attacchi che è stato coniato il termine coventrizzare, ovvero radere al suolo senza pietà. Un triste destino che in Europa si sperava rimanesse solo una lugubre eco del Novecento, ma che nelle ultime settimane sembra sia toccato anche alla città ucraina di Mariupol.

Oggigiorno della cittadina medievale che nel suo intrico di viuzze ed edifici doveva ricordare altri splendori inglesi come York o Norwich rimangono pochissimi segni. Oltre ai resti del priorato, c'è Spon Street, la via dei sellai e degli orologiai, dove l'Old Windmill pub – che si ritiene sia nato addirittura nel 1451 – è un tuffo in un passato sempre più lontano, non foss'altro perché predilige le real ale artigianali e rifugge dalle birre più commerciali.

Il resto è tutto una forte iniezione di modernità che ha avvolto la maggior parte del centro cittadino. Ai nostri occhi appare già irrimediabilmente sbiadita e triste, ormai un remoto ricordo del boom post-guerra. Un'epoca di speranza e relativo benessere, con industrie fiorenti e salari del 20-25 per cento superiori alla media nazionale. Poi è arrivata la crisi e il neo-liberismo sfrenato di Margaret Thatcher che ha colpito duro anche da queste parti. Il nadir si è toccato fra il crepuscolo degli anni settanta e l'alba degli ottanta, quando la forza lavoro cittadina fu di fatto brutalmente dimezzata.

Proprio in quegli anni così travagliati, a Coventry ci fu la clamorosa esplosione della 2 tone, musica ska con una spruzzata di punk, il cui simbolo fu l'omonima etichetta discografica 2 Tone Records, fondata dal leader e tastierista degli Specials Jerry Dammers. Figlio del decano di un'altra cattedrale, quella di Bristol, Dammers portò la 2 Tone agli onori della cronaca con il primo singolo pubblicato in sole 1.500 copie, “The Specials AKA, Gangsters vs The Selecter”, capace di raggiungere la sesta posizione delle classifiche nazionali. Dammers e i suoi collaboratori provarono a creare la Tamla-Motown del Regno Unito, con un “label sound” molto identificabile. Ci riuscirono fino al 1986, anno in cui la 2 Tone fu costretta a chiudere i battenti. Colpa di una politica fin troppo generosa nei confronti delle band, che potevano abbandonare la casa discografica dopo un solo disco, di investimenti un po' avventurosi e della crisi in cui sprofondarono gli stessi Specials dopo un quanto mai ambizioso tour americano. Ma la 2 Tone ci ha regalato un mucchio di perle, arrivando a produrre il primo Elvis Costello e singoli leggendari come “The Prince” del gruppo ska londinese dei Madness, “On my Radio” dei Selecter e “Ghost Town” degli Specials, una hit giunta al vertice assoluto dei singoli inglesi ma soprattutto una canzone che raccontava alla perfezione la decadenza urbana dell'Inghilterra. Dove le città erano assediate dal processo di de-industrializzazione, dalla disoccupazione e dalla violenza. Coventry non faceva eccezione, anzi.
I luoghi d'elezione del 2 tone ska sono rapidamenti spariti. La Locarno Ballroom, dove gli skinhead e i mod si ritrovavano a ballare i successi degli Specials e delle altre band è stato trasformato in una biblioteca, ma almeno di recente è stato aperto il Music Museum. Si trova a una ventina di minuti dal centro ed è un vero e proprio ricettacolo di tesori e memorabilia dell'epoca. Come la Vauxhall Cresta del 1961 usata per il video di Ghost Town.

Nel museo è onnipresente la classica scacchiera bianca e nera, simbolo iconografico della 2 Tone e anche della mescolanza di musicisti di diverse razze che nell'Inghilterra di fine settanta era tutt'altro che banale. La scacchiera è ormai talmente tanto un segno distintivo della città che anche il Coventry City l'ha immortalata in una seconda maglia speciale. Al City se ne intendono di divise iconiche, tanto che c'è gente disposta a pagare una fortuna per quella originale di un inusuale color marrone vestita negli anni settanta (nella foto sopra). La squadra di calcio è un po' la metafora delle fortune alterne della città. Dopo 34 anni consecutivi nella massima divisione del football inglese, grazie alle intuizioni del visionario presidente ed ex calciatore Jimmy Hill, è precipitata in maniera rovinosa nelle serie minori trovandosi anche per due stagioni senza stadio perché la Ricoh Arena (dal 2021 Coventry Building Society Arena) era oggetto di contenziosi con i proprietari dell'impianto, il club di rugby dei Wasps. Da una decina di mesi, però, lo stadio ospita di nuovo il City, anche grazie ai buoni uffici dell'amministrazione comunale. Un piccolo segno di speranza in una città dove si producono ancora i caratteristici taxi londinesi e stanno spuntando come funghi start up sulla mobilità e il trasporto sostenibile. Ma non c'è nessun segno di una nuova 2 Tone Records.
di Luca Manes

27 settembre 2024

COVENTRY CITY. Magie di FA Cup.


























L'Inghilterra è considerato il paese con la più famosa, bella e tradizionale coppa nazionale che, molto spesso, ha regalato sorprese uniche, grandi partite e replay storici. Secondo alcuni dati della Football Association, la FA Cup è il trofeo che, per almeno una volta, è stato vinto da quasi tutte le squadre di categorie differenti e città (o contee) differenti.
Una famosa cavalcata storica, in questo ambita competizione anglosassone, fu quella del Coventry City che, nella stagione 1986-87, alzò al cielo dell'Empire Stadium (Wembley).
Il Coventry City è un squadra di calcio originaria del distretto cittadino di Coventry, appunto, sito nelle West Middlands. Storicamente parte del Warwickshire, Coventry è la decima città più popolosa d'Inghilterra e la tredicesima dell'intero Regno Unito.
Il club calcistico fu fondato nel 1883 per diventare, nel 1892, un club professionistico a tutti gli effetti. La sua storia non è mai stata del tutto avvincente, ha spesso militato il categorie inferiori alla First Division (oggi Premier League) e vanta, nel suo palmares, un sola Coppa d' Inghilterra.
Questo articolo tratta proprio di quella corsa a quell'unico trofeo presente in bacheca degli “Sky Blues”.
Nella stagione calcistica 1986-87, il Coventry City militava nella First Division ma, ovviamente, non rientrava tra le favorite e, di fatto, concluse il campionato con uno scialbo decimo posto in classifica. Il club di Coventry, però, prese sul serio la FA Cup in quanto non lo riteneva un trofeo impossibile da vincere.
Al sorteggio del Terzo Turno di coppa d'Inghilterra, l'urna mise di fronte agli Sky Blues il Bolton Wanderers che, all'epoca, vacillava in fondo alla Terza Divisione. 
La vittoria al Highfield Road fu uno schiacciante 3-0 per il Coventry City.
Nel Quarto Turno, però, sembrava che tutto potesse svanire in quanto, il City, si trovò a dover affrontare un test molto importante in quel di Manchester, per la precisione ad Old Trafford. Davanti a sé non vi era un Manchester United grandioso (che oltretutto terminò la stagione sotto al Coventry) ma erano sempre i Red Devils. Il team del West Middlands, però, riuscì ad espugnare la tana dello United per 0-1.
Negli ottavi di finale vi fu la trasferta in casa del Stoke City dove, ancora una volta, il Coventry City vinse con un risultato di 0-1.
Ormai tutti i tifosi della cittadine credevano nell'impresa dei loro beniamini ed il sorteggio, per i quarti, diede un agguerrito Sheffield Wednesday che però venne schiacciato, in casa, da un Coventry City che vinse per 1-3. Dopo questa vittoria, c'era fiducia nei propri mezzi e il club ed i loro supporters credevano nella speranza di portare l'ambita FA Cup nelle West Middlands.
In semifinale, l'avversario fu un Leeds United che si trovava in Second Division ma, visto che si trovava in semifinale, non avrebbe ceduto di un centimetro agli assalti del Coventry. Si giocò ad Hillsborough. Passò in vantaggio il Leeds United con Ronnie ma poi vi fu una rimonta per 2-1 da parte del Coventry con le reti di Gynn ed Houchen ma, quando sembrava fatta, al 83esimo il Leeds United pareggiò con Edwards. Sarà il goal di Bennett ai tempi supplementari che permise l'accesso alla finalissima.
La finale fu giocata, ovviamente, a Wembley contro i londinesi del Tottenham Hotspurs che batterono, in semifinale il Watford.
L'Empire Stadium raccolse a sè ben 96.000 spettatori, l'arbitro di gara fu il mancuniano Neil Midgley che diede il fischio alle ore 15:00 del 16 Maggio 1987.
Alla prima azione buon per il Tottenham , la difesa del Coventry si fece trovare impreparata e, su un cross dalla destra di Waddle, Clave Allen bucò, di testa, la porta degli Sky Blues difesa da Ogrizovic. Questo, però, non abbattè il Coventry City che che reagì subito e, dopo soli sei minuti arrivò alla rete del pareggio grazie al solito Barnett. L'azione ebbe inizio da centrocampo, zone metà campo degli Spurs, e Greg Downs fece un lancio verso l'area di rigore avversaria, Houchen giocò di sponda e, un rapido Bernett, agganciò il pallone nei pressi dell'arietta piccola, smarcò il portiere avversario andando a rete. 1-1. Da lì il Coventry City prese coraggio e macinò molto gioco ed arrivò al goal anche con Regis ma venne subito annullato per presunto fallo da parte del numero 9 degli Sky Blues. Verso il terminare del primo tempo il portiere del Coventry Ogrizovic si avventurò fuori dall'area di rigore di competenza e, quando rinviò, colpì un giocatore del Tottenham rischiando di combinare la frittata visto che che poi i londinesi sprecarono l'occasione.
Al 40esimo, però, gli Spurs tornarono in vantaggio grazie ad un colpo di testa di Mabbutt. Anche qui il portiere del Coventry non fu incolpevole, visto che prima uscì poi tornò indietro tra i pali. Il primo tempo terminò così con il Tottenham in vantaggio. Nella ripresa si vide un Coventry City molto più agguerrito che lottava su ogni pallone e, al 62esimo, un cross dalla destra di Barnett attraversò l'area di rigore degli Spurs e sbucò indisturbato Houchen che, in tuffo di testa, concluse a rete per il goal del pareggio. Sugli spalti ci credevano i supporters degli Sky Blues mentre, in campo, il team allenato, all'epoca, da Sillett iniziò anche a giocare più duro mettendo sempre la gamba; clamoroso fu il contrasto, sul finire di gara, tra Klicline (Coventry City) e Mabbutt (Tottenham) dove, quest'ultimo, spiccò letteralmente il volo dopo il contrasto con l'avversario.

























Si andò ai supplementari ed entrambi i team volevano chiudere la pratica il prima possibile. A chiuderla è, al 95esimo, il Coventry City con la complicità del Tottenham. McGrath del Coventry si avventurò, sulla fascia di destra, in una corsa fino al fondo tentò un cross potente terra-aria che, però, venne intercettato da Mabbutt. Sfortuna, per il numero 6 del Tottenham, volle che la palla prendesse uno strano effetto e sorprese con una “palombella” il portiere degli Spurs: Clemence.
E' 3-2, è, goal, anzi autogoal, è Coventry City in vantaggio, è delirio sugli spalti (settore Coventry) dell'Empire Stadium di Wembley. Nel resto dei tempi supplementari, il Tottenham provò, come potè, a rimontare ma sbatteva con un muro celeste. Al momento del triplice fischio da parte di Midgley, lo stadio scoppiò in una festa tutta a tinte celesti, era fatta: il Coventry City conquistò il suo primo (unico a tutt'oggi) trofeo prestigioso. I tifosi Sky Blues erano al settimo cielo la festa continuò per giorni. Oggi, se si va a visitare il Museo dei Trasporti di Coventry, vi è esposto il bus Double-Decker con la quale il team sfilò per le strade della città del West Middlands
La FA Cup ha regalato, regala e regalerà sempre romantiche storie di calcio la magie ed il fascino che possiede è tutta raccolta in un'antica tradizione che non va mai snobbata, anzi, è da considerata, spesso, molto più importante di un campionato vinto, di una salvezza raggiunta o una qualificazione europea.
di Damiano Francesconi
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