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2 marzo 2026

"MAESTRI DI CALCIO. BRIAN CLOUGH" di Christian Giordano

«I wouldn’t say I was the best manager in the business. But I was in the top one.» – Brian Clough

OBE. Officer of the British Empire, ufficiale (dell’Ordine) dell’Impero Britannico (quartultima fra le cinque classi dell’onorificenza istituita da re Giorgio V nel 1917), per i suoi fan più accaniti; Old Big ’Ead, vecchio testone, per i suoi – altrettanto irriducibili – detrattori.
Comunque si voglia interpretare, la sigla identifica un manager che ha scritto la storia del calcio (non solo) britannico degli anni Settanta-Ottanta. E l’ha fatto in realtà pressoché amatoriali che, dopo il suo trionfale passaggio, sono ripiombate nell’anonimato.
Mai avute mezze misure: adorato o detestato come capita a chiunque provi (e magari riesca) ad affrancarsi dalla mediocrità. Anche se mediocre, Cloughie, nelle sue molteplici reincarnazioni, non lo è stato mai. Fenomenale goleador a cavallo fra gli anni Cinquanta-Sessanta con Middlesbrough e Sunderland (251 reti in 274 partite di massima divisione), in campo è stato fra i pochi ex campioni diventati poi grandi allenatori; e fuori, nella pionieristica e ingessata tv dell’epoca, un José Mourinho con quarant’anni di anticipo sull’originale. Il primo Special One. Anche lui con il suo Pep, il nemico fierissimo Don Revie.

Quinto degli otto figli (in realtà sesto di nove, la primogenita Elizabeth morì a 4 anni di sepsi, nda) di Joseph e Sara, Brian Howard Clough nasce a Valley Road (Middlesbrough), Inghilterra, il 21 marzo 1935. Lasciata presto la scuola, trova un impiego alla ICI (Imperial Chemicals Industries, la maggiore azienda chimica britannica, nda) e gioca centravanti in club di non league, il Billingham Synthonia e il Great Broughton.
Nel novembre del 1951 entra nei Ragazzi del Middlesbrough, la squadra per cui tifava da bambino, sulle gradinate di Ayresome Park, sognando di emulare le gesta di Wilf Mannion e di George Hardwick. Il primo contratto professionistico lo firma nel maggio 1952, poi parte per la leva, nel National Service. Il debutto fra i titolari (fortissimi) arriva solo il 17 settembre 1955, in casa con il Barnsley, in seguito alla serie d’infortuni che hanno falcidiato l’attacco. Una volta in prima squadra non ne esce più e, superata la concorrenza di Charlie Wayman e Lindy Delapenha, è capocannoniere per tre stagioni consecutive senza però riuscire a portare il Boro in Second Division.

Già allora il lato polemico della sua natura comincia a emergere, perché il club non vuole cederlo nonostante il gran numero di acquirenti e la volontà di andarsene del giocatore, invero espressa sin troppe volte (la prima dopo nove partite).
Nel novembre 1959 la maggior parte della squadra (il portiere Peter Taylor escluso) firma una petizione affinché a Clough, sempre più arrogante e presuntuoso, siano tolti i gradi di capitano. Si scoprirà poi che al ragazzo non andava giù che i compagni scommettessero illegalmente contro la propria squadra, e incassando volutamente quei gol che, una stagione dopo l’altra, erano costati al club la promozione. O perlomeno la chance di giocarsela fino in fondo. Finalmente, nel luglio 1961, dopo aver segnato 204 gol in 222 partite fra campionato (197 in 213 gare) e coppa, può andarsene. E lui che ti combina? Passa agli odiati cugini, il Sunderland, per 42.000 sterline.

Nel Wearside diventa subito una leggenda segnando 63 volte in 74 partite (46 in 61 di campionato) in neanche una stagione e mezza. L’incredibile media realizzativa (quaranta gol a stagione per quattro annate consecutive dal 1956-57, e cinquina nel 9-0 al Brighton) non basta però a convincere appieno il Ct inglese Walter Winterbottom, che gli concede appena due chance, entrambe nel 1959: con il Galles (1-1) al Ninian Park di Cardiff e con la Svezia (2-3) a Wembley. Il sogno di una carriera da predestinato gli si spezza nel 1962 insieme con il ginocchio destro nel Boxing Day, come oltremanica chiamano il giorno di Santo Stefano, nello scontro in area con il portiere del Bury, Chris Harker. Il sordo rumore dell’impatto ammutolisce il Roker Park. Brian non tornerà in campo per il resto della stagione (e il Sunderland fallirà la promozione) né in quella successiva, quando l’approdo in First Division diventa finalmente realtà. Da neopromosso, il Sunderland parte malissimo. Il manager Alan Brown, passato allo Sheffield Wednesday in estate, non era stato rimpiazzato. I tifosi sono in fermento, così Clough si rimette le scarpette in tre occasioni. Pur clinicamente guarito, non è però più il giocatore che in 296 partite era andato a segno 267 volte. Torna anche al gol, al Roker Park il 5 settembre 1964, un colpo di testa ravvicinato nel 3-3 con il Leeds United di (eh sì) Don Revie, ma è ormai l’ombra dell’attaccante di un tempo e sia lui sia il Sunderland devono arrendersi: a 29 anni Clough è – alla lettera – un calciatore finito.

Chiusa la carriera agonistica, entra nello staff tecnico dei Black Cats come allenatore della squadra giovanile e centra subito la finale della FA Youth Cup, la Coppa d’Inghilterra di categoria. Pochi mesi dopo, nell’ottobre 1965, diventa il più giovane manager (trent’anni) della Football League accettando la panchina dell’Hartlepool United, in quarta divisione, che guiderà assieme all’amico Peter Taylor, suo compagno ai tempi del Boro. Quello che nel novembre 1959 la lettera non l’aveva firmata, e che adesso, per raggiungerlo, lascia il Burton Albion. Comincia lì un sodalizio tecnico che segnerà vent’anni di football albionico ed europeo. E che porterà, ma altrove, successi inimmaginabili. I due setacciano i pub della città per raccogliere fondi per il club.
Il 21 maggio 1966 fanno esordire un 16-enne, John McGovern, che poi seguirà Clough ovunque. In maggio però la strana coppia Brian & Peter lascia (per il Derby County) il club del Victoria Park dopo aver portato la squadra dal diciottesimo all’ottavo posto e prima di vedere coronato il loro lavoro: la promozione, infatti, i Pools la centreranno nella stagione successiva, la 1967-68, con in panchina Angus “Gus” McLean. Grazie anche ai loro acquisti in difesa – Dave Mackay e Roy McFarland – la sin lì non ancora premiata ditta Clough & Taylor si rifà vincendo con i Rams la Division Two 1968-69; e tre stagioni più tardi, dopo il sorprendente quarto posto del primo anno, addirittura la Division One. Come non bastasse, l’anno successivo arrivano il settimo posto in campionato e la semifinale di Coppa dei Campioni persa contro la Juventus (3-1 al Comunale, 0-0 al Pride Park), poi finalista battuta a Belgrado dall’Ajax (gol di Johnny Rep). La favola però finisce lì perché, nell’ottobre 1973, dopo una serie di contrasti (eufemismo) con il presidente Sam Longson, la adesso sì premiata ditta saluta il club del Baseball Ground.

A Derby quasi scoppia la rivoluzione. I giocatori minacciano lo sciopero, ma è tutto inutile: il dinamico duo non tornerà. Neanche un mese ed eccolo ridiscendere in Third Division, al Brighton & Hove Albion, che termina il torneo al 19° posto. La stagione seguente il sodalizio si separa. Clough va – udite udite – addirittura al Leeds United per rimpiazzare Don Revie, appena nominato Ct della nazionale inglese. Taylor resta al BHA.
Cloughie al club dell’Elland Road dura 44 giorni, quelli de Il Maledetto United di David Peace diventato letteratura da film per Tom Hooper. Se ne va sbattendo la porta per l’eccessivo potere che i giocatori (specie i veterani, in testa il capitano Bremner, fedelissimo di Revie) esercitano sulla società. Dopo quattro mesi senza calcio, e una buonuscita di 100 mila sterline, l’8 gennaio 1975 Clough torna nelle Midlands: con un lungo lavoro ai fianchi, il presidente del club, Stuart Dryden, lo convince ad allenare il Nottingham Forest.

Nel luglio 1976 la strana coppia Clough-Taylor si ricompone e il terzo posto dei Reds, che schierano giovani di qualità come Peter Withe in attacco e Larry Lloyd al centro della difesa, vale la promozione in First Division. L’anno successivo il neopromosso Forest vince il campionato e la Coppa di Lega (0-0 dopo i tempi supplementari con il Liverpool a Wembley, rigore di Robertson nel replay all’Old Trafford).

Fra il 1979 e il 1980, l’apoteosi: due Coppe dei Campioni consecutive.

La prima a Monaco, 1-0 al Malmö (guidato dall’inglese Bob Houghton) con zuccata del centravanti Trevor Francis, futuro sampdoriano e primo giocatore inglese acquistato per un milione di sterline (inutile lo stratagemma antipressioni cloughiano di firmarlo a 999.999, comunque poi salite a 1,1 milioni, considerando le tasse). La seconda a Madrid, punteggio minimo sull’Amburgo con invenzione della funambolica ala sinistra ribelle John Robertson che, incurante degli urlacci di Clough e Taylor di rientrare, taglia verso il centro, scambia con Birtles e in diagonale buca Kargus sul palo più lontano. Due brutte finali (in quella del “Bernabéu” l’assenza dell’infortunato Francis si aggiunse agli acciacchi di Horst Hrubesch, entrato al 46’, e alla giornata-no della star Kevin Keegan) chiudono un’impresa unica. Mai una matricola, che sino a un paio d’anni prima era ancora in cadetteria, aveva conquistato due volte il trofeo in altrettante partecipazioni. Sarà la più grande sorpresa nella storia del calcio britannico, e forse europeo, fino alla storica Premier League 2016 vinta dal Leicester City allenato da Claudio Ranieri. In campionato il Forest deve invece accontentarsi della seconda piazza dietro altri reds, l’imprendibile Liverpool di Clemence, Neal, Kennedy, Dalglish, Case e Hansen: 30 vittorie, 4 sconfitte, 85 gol fatti e 16 subiti. Eppure in Coppa dei Campioni i detentori erano riusciti a eliminarlo: 2-0 al City Ground, 0-0 all’Anfield. Nel magico 1979 arrivano pure la seconda Coppa di Lega (a Wembley, 3-2 con doppietta di Gary Birtles al Southampton) e la Supercoppa Europea (1-0 al Barcellona in casa, 1-1 fuori; nel 1980 il trofeo continentale va invece al Valencia: 2-1 al City Ground, 0-1 al Mestalla). L’Intercontinentale no. Perché, dopo la rinuncia pro-Malmö nel 1979, nel 1980 (ma si giocò l’11 febbraio 1981) il Forest cede a Tokyo contro il Nacional Montevideo per un gol della futura meteora cagliaritana Waldemar Barreto Victorino. Di lì a due anni la rosa, fra trasferimenti e ritiri, è smantellata. Ingaggi onerosi quali il 19-enne Justin Fashanu (primo calciatore nero costato quanto Francis, e senza lo stratagmma della sterlina in meno), Ian Wallace e Peter Ward non producono i risultati attesi, e il Forest va a fondo. In classifica e nel mare di debiti.

Taylor si ritira nel 1982 per motivi di salute (e forse per i mancati risultati a fronte dei grandi nomi arrivati), ma un anno più tardi diventa manager del Derby County e si porta dietro, sembra all’insaputa di Clough, l’ultima stella del Forest, John Robertson. I due vecchi amici, uno dei più riusciti binomi nella storia del calcio tout court, non si parleranno più. Anche se Brian sarà presente al funerale di Peter, deceduto a Mallorca il 4 ottobre 1990.
Dopo il terzo posto in First Division e la semifinale UEFA del 1984 (2-0 casalingo all’Anderlecht, 3-0 al ritorno con un assurdo rigore concesso dallo spagnolo, e forse non integerrimo, Guruceto Muro e gol decisivo di Erwin Vandenbergh all’88’), il Forest raccoglie due vittorie in quattro finali di Coppa di Lega e due Full-Members Cup. Non realizza però il sogno di Clough, la FA Cup, sfiorata nel 1991 perdendo 1-2 la finale contro il Tottenham Hotspur. La stagione 1992-93 si chiude in disarmo. Il 22° posto significa retrocessione e Clough, che a quattro turni dalla fine si era dimesso perché un membro del CDA, Chris Wooton, ne aveva rivelato l’alcolismo nell’edizione domenicale di un quotidiano nazionale, dice stop.

L’ultima gara al City Ground, contro lo Sheffield United, termina con Brian portato in trionfo da migliaia di tifosi “retrocessi” eppure adoranti. Sposato con Barbara, tre figli (Nigel, anch’egli buon centravanti ma poi solo discreto allenatore, Simon ed Elizabeth detta Libby), nei suoi ultimi anni Clough si è goduto i nipoti e il giardino, è stato columnist del mensile Four Four Two e ha evitato, per quanto gli fosse possibile, gli eccessi.

Il 20 gennaio 2003 un trapianto di fegato durato dieci ore gli aveva salvato la vita, che altrimenti si sarebbe interrotta entro un paio di mesi. In carriera gli è mancata soltanto l’agognata panchina dell’Inghilterra, incarico che solo l’indole rissosa, la carenza d’istruzione e l’essere politicamente scorretto (vergognoso il suo mobbing, per non dire bullying, sul compianto Justin Fashanu, primo gay dichiarato del calcio inglese) gli hanno negato. Mai noto come grande stratega (l’italo-svizzero Raimondo Ponte rivelò poi che al Forest le partite nemmeno si preparavano) o fine psicologo, Clough è stato soprattutto un eccezionale motivatore. Ma per quanto compiuto a Nottingham e a Derby, comuni di cui è diventato cittadino onorario, al Vecchio Testone si perdonava tutto. Comprese le accuse (mai provate) di fare la cresta in campagna acquisti.
Più difficile dimenticare la mancata riconciliazione con l’amico di sempre. Quella no. Quella, OBE non se l’è mai perdonata.
di Christian Giordano, da https://sportspoetssociety.blogspot.com

8 febbraio 2026

ROBERT MAXWELL. "UNA SPIA AL DERBY COUNTY" di Max Troiani

Robert Maxwell è stato un magnate dell'editoria britannica che ha legato il suo nome al
Derby County tra il 1984 e il 1991. Intervenne in un momento critico, salvando il club dal fallimento imminente grazie a un'iniezione di capitali che estinse i debiti con il fisco. 
Sotto la sua proprietà, il club visse una rinascita sportiva fulminea, passando dalla Third Division alla massima serie (First Division) in soli tre anni, grazie anche all'acquisto di campioni come Peter Shilton, Dean Saunders e Mark Wright.
Tuttavia, la sua gestione fu estremamente controversa e segnata da un forte egocentrismo. Maxwell, che possedeva contemporaneamente anche l'Oxford United, impose il proprio nome come sponsor sulle maglie del Derby e minacciò ripetutamente di lasciare la società se i tifosi non avessero risposto con maggiore entusiasmo allo stadio. Il suo stile autoritario e i sospetti conflitti d'interesse crearono tensioni costanti con la Football League.
Il legame si interruppe nel maggio 1991, quando Maxwell vendette il club a un consorzio locale pochi mesi prima della sua misteriosa morte in mare. Solo dopo la sua scomparsa emerse il colossale scandalo finanziario legato al furto dei fondi pensione dei suoi dipendenti; fortunatamente, la cessione tempestiva del Derby County permise al club di non essere trascinato nel crack del suo impero mediatico, salvaguardando la sopravvivenza della storica squadra inglese.
Maxwell era anche il padre di Ghislaine Maxwell, condannata nel 2021 per traffico sessuale di minori nel caso legato a Jeffrey Epstein. Ghislaine era la sua figlia prediletta, tanto che battezzò il suo yacht di lusso Lady Ghislaine in suo onore.

A lungo sospettato di essere una risorsa del KGB sovietico, grazie a un accesso privilegiato ai leader del Cremlino e al monopolio sulla diffusione della scienza russa in Occidente tramite la sua Pergamon Press. Documenti del National Archives britannico confermano che i servizi segreti lo tenevano sotto stretta sorveglianza sin dagli anni '50 come potenziale agente d'influenza. Agiva come un intermediario oscuro, sfruttando i suoi canali mediatici per ammorbidire l'immagine dell'URSS in cambio di favori economici. La sua morte misteriosa nel 1991 e i legami con il software di spionaggio PROMIS hanno alimentato la tesi che fosse un agente "triplo", fedele solo al proprio potere. Recentemente, indagini sui contatti del clan Maxwell con figure legate all'intelligence russa hanno riacceso il dibattito sulla sua natura di spia.

19 novembre 2024

"PETER SHILTON. Superbia e mano de Dios" di Alessandro Nobili



Ogni volta che proviamo a pensare alla vita di un portiere, almeno tra i pali, la immaginiamo solitaria, concentrata estroversa e condita, a tratti, da quella schizofrenia che li rende affascinanti. Sono gli eroi silenziosi, quelli che fanno poco rumore rispetto agli attaccanti o ai giocatori più tecnici che rubano la scena e strappano gli applausi al pubblico.
Nella realtà alcuni di loro, con un pizzico di delusione, potrebbero anche risultare timidi, taciturni e vergognosi.
Nel caso di Peter Shilton siamo invece di fronte ad un personaggio devastante sia in campo che fuori anzi nella vita privata di casini ne ha combinati parecchi. 
Shilton, detiene un record ancora imbattuto quello dell’unico calciatore che abbia superato le 1000 presenze nei campionati inglesi perché praticamente ha calcato tutti i campi di categoria dal momento che si è ritirato a 48 anni. Pazzesco! Questo dà l’idea di un uomo senza mezze misure. Infatti i record andavano di pari passo con quello che combinava nella vita privata costellata di scelte dubbie, come quella di dilapidare le Sterline guadagnate regalandole agli allibratori delle corse di Cavalli oppure, alle frizioni familiari che sopraggiungevano ogni volta che c’era una relazione extraconiugale. Da buon inglese non si fece mancare nemmeno il problema con l’alcool tanto che fu arrestato per guida in stato di ubriachezza. 
Ma Shilton era comunque un grande, un leader assoluto che seppe dettare la sua legge tra i pali e che fu capace di vincere trofei passati alla storia come le due Coppe dei Campioni vinte con quel Nottingham Forest di Brian Clough. L’allenatore se ne rese conto subito che tipo di uomo era e con saggezza lasciò spazio e fiducia al suo portiere che poi lo ripagò diventando il dominante per quell’irripetibile cavalcata vincente. Fin dagli albori della sua carriera, il suo obiettivo dichiarato era sempre stato quello di essere il migliore e diede subito un assaggio di sé quando scoperto da Gordon Banks poi lo fece fuori, calcisticamente intendiamoci. Continuò ad essere il migliore anche quando ci fu un dualismo generazionale, vinto peraltro, con un altro grande portiere molto diverso da lui, Ray Clemence del Liverpool. E così nel pieno della sua maturità Peter Shilton si tolse la soddisfazione di togliere il posto al suo rivale e di farsi tre mondiali di fila 1982-1986-1990

Ma, con calma, proviamo a ripartire dall’inizio: Shilton crebbe nel Leicester squadra della sua città natale e di cui era tifoso. Militò nelle Foxies per otto stagioni conoscendo anche una retrocessione per poi risalire in premier league. Cambiò aria e decise di accettare la sfida dello Stoke City. Gli anni che passò a Stoke non furono memorabili anzi conobbe di nuovo l’amarezza della retrocessione e quindi decise di trovare una squadra che avesse ambizione e il suo destino si incrociò con una neopromossa dal futuro inimmaginabile: il Nottingham Forest. Scelta non fu mai più azzeccata perché coincise con l’apice della sua carriera. Shilton aveva un fisico pazzesco per la media di quegli anni: massiccio, non altissimo ma molto agile. La sua prerogativa era quella delle uscite alte, le prese volanti soprattutto dai corner. Non nelle respinte di pugno che furono il suo tallone d’Achille. Fu l’uomo che cambiò la concezione solitaria di quel ruolo. Il portiere, che era l’unico baluardo a difesa degli avversari, si trasformò in una sorta di coach che dava indicazioni di come difendersi infischiandosene dei dettami del mister. Clough al Forest ne capì l’innovazione e infatti vinse un campionato, quattro coppe di lega, una super coppa europea e due coppe dei campioni consecutivamente: l’unica squadra ad aver vinto più Coppe Campioni che Campionati.

Dopo qualche problema extraconiugale di troppo, Shilton decise di cambiare di nuovo aria e molti, in primis la feroce critica dei tabloid inglesi, pensava che fosse ad un passo dal declino. Invece il buon Peter si reinventò ultimo baluardo a difesa dei pali del Southampton nel 1982 dove militava anche un certo Keegan. E come resuscitato a nuova vita, nel 1984 la sua leadership riuscì a portare i Saints al secondo posto. Saints che erano una squadra che alla metà degli anni ’70 viaggiava tra una retrocessione in Second ed una promozione in
First Division. Chiusa la parentesi nel Sud dell’Inghilterra, Shilton si trasferì nel Derbyshire accasandosi al Derby County fino al 1991 quando retrocesse in Second Division. Ormai la sua parabola discendente era iniziata confermata anche dal fatto che divenne prima player manager al Plymouth e poi manager a tempo pieno fino ad uno spareggio perso per la promozione. Di nuovo però, ad un passo dall’addio al calcio giocato, si convinse di poter dare ancora qualcosa. 
Nel 1995 venne ingaggiato dal Wimbledon FC e successivamente dal Bolton, con il quale giocò poco e poi dal West Ham. Ma ora, c’era un record da battere. Shilton aveva partecipato a 998 partite ufficiali. Era obbligatorio raggiungere la cifra tonda. Lo fece con il Leyton Orient in Terza Divisione il 22 dicembre 1996. Alla fine le sue presenze ufficiali furono 1005 e si ritirò dai campi di calcio all'età di quasi 48 anni.
Con la nazionale invece ebbe un rapporto altalenante così come è stato il destino di quella Nazionale nonostante fosse la migliore mai vista per talento messo in campo con giocatori del calibro di Lineker, Gascoigne, Waddle, Pearce, Butcher, Hoddle, Robson, Platt, Beardsley. Il suo debutto fu con l’Italia in una partita di qualificazione agli europei persa 1 a 0, per poi prendere parte ai campionati del mondo di Spagna 1982, Messico 1986 e Italia 1990, ai campionati d'Europa di Italia 1980 e Germania Ovest 1988. La sua ultima esibizione con la nazionale fu sempre con l’Italia in occasione della finale del terzo quarto posto del mondiale del 1990. Quel quarto posto fu il miglior risultato con la Nazionale inglese.
Ma è proprio la nazionale che farà in modo che l’immagine di Peter Shilton rimarrà indimenticabile. Un episodio che lui odierà con tutto sé stesso e che la storia del calcio ce lo lascerà lì indelebile tra i ricordi più rocamboleschi e falsi della storia dei mondiali. Città del Messico giugno 1986 quarti di finale Argentina - Inghilterra, la famosa mano de Dios di Diego Armando Maradona. Il vecchio Peter a distanza di anni non ha ancora mandato giù quella che lui stesso definisce la più grande beffa subita. E possiamo immaginarlo.

























Lo Shilton sbruffone, arrogante, la superbia con cui tolse il posto a Gordon Banks, le Coppe dei Campioni vinte con il Forest, le 125 presenze in nazionale, liquefatte di fronte a quell’affronto che fu vergogna ovunque lui andasse. Il ricordo che brucia. 
La vendetta che arde, la rabbia che sale possono essere riassunte in queste poche ma evidenti parole:

“…Ho sempre saputo che sarebbe arrivato un giorno in cui avrei pagato tutto, un giorno in cui qualcuno mi avrebbe fatto scontare il mio lato oscuro. Quel giorno venne, e decise di punirmi con la mano di Diego Maradona. La sola cosa che mi infastidisce è non avere mai avuto le sue scuse. A fine partita, quando succede qualcosa tra noi giocatori, se ne parla. Se c'è da dirsi qualcosa, ce la diciamo. Tutto finisce lì, nel campo. Lui no, Maradona non venne a parlarmene. Fui l'unico a non accorgermi di niente, non ebbi neppure la soddisfazione di protestare. Le uscite con i pugni erano da sempre il mio punto debole, nonostante le esercitazioni continue, sul pallone andavo come se fossi stato un pugile, caricavo e pam, un cazzotto alla palla. Diego diede un cazzotto prima di me e io non lo vidi. Lui correva, esultava e io pensavo che mi aveva battuto, non sapevo che mi aveva fregato…”

Ad ogni modo, il nostro caro Shilton, per noi ragazzi di allora che giocavamo a rifare il verso a quei miti che ammiravamo in tv in quelle sporadiche occasioni in cui arrivavano immagini dall’Inghilterra, rimarrà uno dei portieri migliori, iconici, quelli che indossavano maglie strette e pantaloncini attillati. Un classico di quel calcio fatto di fisici asciutti, anche se lui era una bestia, gambe tozze e magliette sporche di fango e sangue. E poi come non dare credito a Sir Robert William Robson detto Bobby che disse:
“Shilton? He was the very best goalkeeper for long long time. A very special guy”
Come On Guys
di Alessandro Nobili
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