Visualizzazione post con etichetta Luca Manes. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luca Manes. Mostra tutti i post

2 aprile 2026

"L'AVVENTURA DI ELTON JOHN AL WATFORD" di Luca Manes

Uno squadra mediocre, uno stadio decrepito, solo tre impiegati full time che si dovevano occupare dei compiti più disparati, dall'ufficio stampa alla cura del terreno di gioco, passando per le incombenze amministrative e il calcolo dei salari dei calciatori.


Questa era la realtà del Watford a metà degli anni Settanta, quando a tirar fuori gli Hornets dall'aurea mediocritas della Quarta Divisione si presentò mister Reg Dwight. Forse vi sarà più familiare il suo nome d'arte: Elton John.
Si narra che per trovare un manager di buon livello il buon Reg chiese consiglio a Don Revie. “Prendi Graham Taylor, ha fatto miracoli con il Lincoln”. La risposta del grande fautore dei successi del Leeds United di quell'epoca.
Anche Elton John si era accorto che con gli Imps Taylor aveva svolto un lavoro eccellente: nel 1975-76 avevano dato una bella ripassata al suo Watford: 1-3 in casa e 1-5 in trasferta.
“Entro 10 anni voglio che questo club giochi in Europa”, la richiesta di Elton John al suo manager. Per far ciò servivano considerevoli migliorie al vetusto Vicarage Road. Per prima cosa si eliminò la pista per le corse dei levrieri. Così facendo si permise ai tifosi di essere fisicamente più vicini alla squadra, che ne aveva bisogno. Ma il rapporto con l'intera comunità del gradevole sobborgo di Londra fu rafforzato “invitando” i giocatori a partecipare alle varie attività che il club promosse a Watford.

Taylor diede al team un'impronta molto offensiva e, anche grazie ai consistenti assegni staccati da Elton John, arrivarono due promozioni consecutive nel 1978 nel 1979. Uno splendido bis a cui si aggiunse una semifinale in Coppa di Lega persa contro il Nottingham Forest, poi laureatosi campione d'Europa.
Nel 1978-79 la coppia composta da Ross Jenkins e da un giovane Luther Blissett (sì, proprio lui...) mise a segno ben 65 goal tra coppe e campionato, roba da leccarsi i baffi. Dopo un paio di stagioni di consolidamento in Seconda Divisione, ecco l'ennesimo salto di qualità, con lo storico primo approdo in First Division. Gli investimenti nel settore giovanile stavano dando i loro frutti. Sulle ali c'erano due giocatori di grande qualità come Nigel Callaghan e John Barnes, arrivato dal Sudbury Court e promosso rapidamente dalla squadra riserve. Nel magico 1981-82 della promozione nella massima serie, il Watford esordì allo Stamford Bridge. Barnes, appena diciassettenne, si beccò gli odiosi “versi della scimmia” per 90 minuti. Non si scompose, trafiggendo la difesa dei Blues e contribuendo in maniera decisiva al 3-1 finale. Era l'inizio di nove mesi che entreranno per sempre nei cuori dei supporter giallo-rosso-neri. La notizia della conquista di un posto in First Division raggiunse Elton John in Norvegia, dove si trovava per un concerto. Successivamente chiamò tutti i giocatori, per complimentarsi con loro. Il sogno si stava avverando.
L'ascesa degli Hornets sembrava veramente inarrestabile.

Nel 1982-83 la matricola terribile si arrese solo al grande Liverpool. Secondi davanti al Manchester United e al Tottenham. Ma soprattutto, prima, fantastica qualificazione alle coppe europee, quattro anni in anticipo rispetto alla tabella di marcia fissata all'arrivo di Taylor. Ciliegina sulla torta, Luther Blissett capocannoniere con 27 reti. Un risultato che gli fruttò il passaggio al Milan, dove sappiamo tutti come andò a finire (male).
Nel 1983-84 le Hornets sfiorarono la FA Cup. Dopo una cavalcata trionfale, nell'atto conclusivo dovettero ammainare bandiera bianca al cospetto dell'Everton. Elton John era in tribuna a trepidare per i suoi giocatori e a fine partita pianse lacrime amare, quasi sapesse che la bella favola del Watford era terminata senza il tanto atteso lieto fine. Il 1987 fu l'anno degli addii: Taylor si trasferì al Villa Park, Barnes al Liverpool, Elton John vendette la società (poi ricomprata nel 1997, prima di un ulteriore passo indietro dal ruolo di presidente nel 2002).
Ora il celebre cantante si fa vedere di rado dalle parti del Vicarage Road, ma siamo abbastanza certi che, qualora Gianfranco Zola riuscirà a riportare le Hornets in Premier, sarà il primo a festeggiare, casomai ricordando con un sorriso quando si presentava agli allenamenti della squadra agghindato in maniera improbabile e Taylor lo cacciava via. “Questa è una squadra di calcio, qui ci sono degli standard da mantenere, un dress code da rispettare”, tuonava il futuro manager dei Tre Leoni.
E guai a contraddirlo!
di Luca Manes

6 febbraio 2026

"MUNICH 1958. UN RICORDO DEI BUSBY BABES" di Luca Manes



Quante volte avrete sentito un tifoso di una squadra di calcio, forte o debole non importa, pronunciare con grande enfasi la frase “ah, se tal dei tali avesse segnato quel gol” oppure “se l’arbitro tizio avesse dato quel rigore”, quasi come se quegli eventi non verificatisi, vuoi per presunte colpe altrui o per un apparente scherzo del destino, avrebbero potuto contribuire a cambiare non solo la storia di quel club, ma di una intera fetta della storia del calcio. E’ invece certo, e non siamo gli unici a pensarla così, che se un maledetto incidente aereo non avesse falcidiato le fila di una meravigliosa nidiata di campioni, il Manchester United avrebbe mietuto ancor più successi, arricchendo un albo d’oro che a tutt’oggi fa comunque la gioia dei supporter bianco-rossi. Certo, senza la tragedia consumatasi sulla pista dell’aeroporto di Monaco di Baviera il 6 febbraio di 60 anni fa, il mito dei Red Devils, della squadra che rinasce dalle sue ceneri come una sorta di fenice del football, sarebbe più “ordinario”, più simile a quello delle altre grandi dinastie calcistiche del pianeta.

Meglio così, ci viene da pensare. Gli appassionati inglesi e del resto d’Europa avrebbero visto per altri anni le mirabili imprese dei Busby Babes, i “bimbetti” di Matt Busby, placido allenatore scozzese, in seguito divenuto Sir per meriti calcistici, capace di far resuscitare un club agonizzante, che dopo la Seconda Guerra Mondiale si ritrovò con le casse vuote e lo stadio squassato dalle bombe tedesche, e di portarlo ai vertici in patria e all’estero. Il Manchester United con un mix di giocatori navigati e giovani promesse, poi sfiorite troppo presto, tornò al successo già all’inizio degli anni Cinquanta. Ma il capolavoro di Busby e del suo assistente e responsabile delle giovanili Jimmy Murphy fu poi quello di plasmare una squadra da sogno fatta di ragazzetti in buona parte nati e cresciuti a poche centinaia di metri dall’Old Trafford. Ragazzetti destinati a fare epoca, così bravi che non ci misero molto a dettare legge nell’allora First Division – quella che oggi chiameremmo Premier League – vincendo due campionati consecutivi nel 1956 e nel 1957. La stampa li soprannominò subito Busby Babes, narrandone le gesta con ammirazione ed entusiasmo. Tra di loro c’erano un non ancora stempiato e già fortissimo Bobby Charlton, lo scapestratello ma talentuoso Eddie Colman e soprattutto Duncan Edwards, the Tank, un superlativo mediano che nel dicembre 2007 è stato eletto dai tifosi miglior giocatore di sempre nella storia del club.
La stagione 1957-58 doveva essere quella della consacrazione definitiva, grazie ad un primo, storico successo in Europa su cui tutti all’Old Trafford erano pronti a scommettere. Busby aveva capito che per entrare in pompa magna nell’olimpo del calcio serviva il trionfo nell’allora Coppa dei Campioni, quella competizione osteggiata dal presidente della Football League, Alan Hardaker, preda di manie isolazionistiche che adesso fanno sorridere ma a quei tempi avevano il loro peso – tanto che il Chelsea fu dissuaso dal partecipare alla prima edizione della manifestazione, datata 1955/56.

Ironia di un destino quanto mai beffardo, fu proprio una trasferta europea a trasformare in dramma la bella favola di quel Manchester United fatto di giovani fuoriclasse. Di ritorno da Belgrado, dove un pirotecnico pareggio per 3-3 contro la Stella Rossa davanti ai 50mila del Marakana aveva assicurato ai Red Devils il passaggio alle semifinali della Coppa, la squadra con il suo seguito di dirigenti e giornalisti fu costretta a fare scalo a Monaco di Baviera. La bufera di vento e neve che tormentava la città tedesca non convinse il comandante dell’aereo che doveva riportare a casa i Busby Babes che forse era meglio lasciar perdere e rimanere in Germania ancora per qualche ora , in attesa di una schiarita. Al terzo tentativo di decollo il velivolo si schiantò rovinosamente sulla pista imbiancata da cumuli di neve e andò ad urtare con un’ala un deposito di carburante. Tra le macerie dell’aereo, smembrato e parzialmente in fiamme, rimasero i corpi senza vita di sette Babes e di altre undici persone, tra dirigenti del club e giornalisti. Non ce la fece l’alter ego in campo di Busby, l’indomabile capitano Roger Byrne, così come si spensero Eddie Colman, il prolifico attaccante Tommy Taylor ed i giovanissimi Mark Jones (24 anni), David Pegg (22) e Liam Whelan (22). Come spesso capita nel caso di simili incidenti, una delle vittime non sarebbe dovuta essere lì. Geoff Bent fu convocato per la trasferta solo perché Byrne non era sicuro al 100% di poter scendere in campo.
Duncan Edwards smise di lottare dopo due settimane di straziante agonia, quando l’intera Inghilterra aveva già pianto tutte le sue lacrime per una squadra già assurta a simbolo di un Paese capace di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra. 
Nel frattempo, il 19 febbraio, il Manchester United era tornato in campo in un Old Trafford lacerato dal dolore per disputare il quinto turno di Coppa d’Inghilterra, mettendo su una formazione composta da parecchie riserve e alcuni giocatori presi in prestito. Il programma di quella partita, però, recava lo stesso undici spazi vuoti al posto dei nomi degli idoli di casa. In realtà a battere gli Owls quel giorno c’erano anche due superstiti di Monaco, Bill Foulkes e Harry Gregg. Altri scampati, Jackie Blanchflower e Johnny Berry, finirono anzi tempo la loro carriera, mentre il carattere dell’allora poco più che ventenne Bobby Charlton rimase per sempre segnato dal ricordo di quell’evento luttuoso.

E Sir Matt? Busby rimase giorni a combattere contro la morte, così malridotto che inizialmente nemmeno suo figlio Sandy fu in grado di riconoscerlo. Le ferite nell’animo furono però le più dure da guarire. Busby era oppresso da una colpa tanto grande quanto ingiustificata: non essere riuscito a proteggere i suoi ragazzi.
In tanti hanno accostato la sciagura del Manchester United a quella del grande Torino. Molti addetti ai lavori hanno fatto notare che il Toro non si è mai del tutto ripreso da Superga, lasciando definitivamente il predominio cittadino e non solo ai cugini in bianco e nero. Il Manchester United, invece, seppe prendere alla lettera lo spirito della fenice, simbolo scelto per ricordare la sciagura dell’aeroporto Reim. Busby mise su un'altra squadra fenomenale, ispirata dalla grinta di Nobby Stiles, dalla classe di Bobby Charlton, dai numeri di Dennis Law ma soprattutto dal genio assoluto del Belfast Boy, il migliore di nome e di fatto: George Best. Il sogno di dominare l’Europa del pallone sarebbe divenuto realtà sotto la luce dei riflettori del tempio di Wembley – quello delle due torri e non dell’arco – durante una calda serata della fine del maggio 1968. A soccombere per 4-1 dopo i supplementari nella finale di Coppa dei Campioni c’era il Benfica di Eusebio. Con dieci anni di ritardo, i Red Devils erano diventati campioni d’Europa e Busby e Charlton potevano finalmente abbracciarsi in un misto di felicità e commozione. Avevano onorato in modo degno la memoria di chi non c’era più per colpa di un maledetto incidente aereo.
di Luca Manes

8 gennaio 2026

LA STORIA DELLA FA Cup (part 1) - Dalla prima edizione al 1900






















La FA Cup.
Un vero mito per qualsiasi bambino inglese, che sogna un giorno di poter alzare il trofeo tra il giubilo dei tifosi della sua squadra, forse il primo legame con il calcio d’oltre manica per gli appassionati stranieri, inebriati dalla storia e dalla tradizione di questa competizione. E sì, perché quello che colpisce è proprio l’elemento storico della FA Cup, il più antico torneo calcistico sulla faccia della terra, istituito dagli inventori del calcio moderno, gli inglesi. Le tante finali appassionanti, gli eroi per un giorno sul palcoscenico indimenticabile di Wembley, ma anche le squadre dilettantistiche che fanno soffrire, ed alcune volte battono, le grandi, gli infiniti turni preliminari, i replays, che una volta potevano essere pure quattro o cinque, i tutto esaurito negli stadi di ogni dimensione e categoria. E’ anche questo mischiarsi senza criterio tra squadroni come Arsenal o Manchester United e piccoli team di provincia come Yeovil Town o Altrincham che alimenta il fascino della Coppa: sorteggio secco, niente teste di serie ed altre alchimie da calcio moderno. E poi la soddisfazione non è solo vincerla, ma pure giocare le semifinali in campo neutro e soprattutto arrivare alla finale a Wembley (beh, una volta era così, ma tra poco tornerà ad esserlo, non più però all’ombra delle mitiche torri). L’Imperial Stadium gremito all’inverosimile, perfettamente diviso a metà tra le due tifoserie, che quasi ti arrabbi se non hanno colori in forte contrasto tra loro, così da poterti godere l’effetto cromatico della bandiere e delle sciarpe al vento, il delirio dei festeggiamenti e la delusione cocente degli sconfitti. 

Ma come e quando nasce tutto ciò? Dall’intuizione di Charles Alcock (nella foto a destra), uno dei fondatori nel 1863 della Football Association, che nel 1871 lanciò l’idea di creare un torneo ad eliminazione diretta sulla falsariga di un gioco che lo stesso Alcock aveva praticato per anni nella sua scuola di Harrow, nel nord di Londra. Alla prima Coppa d’Inghilterra, che si tenne nel 1872, parteciparono 15 squadre, tra cui gli scozzesi del Queens Park di Glasgow, poi protagonisti sfortunati negli anni a venire. Il pareggio dava il passaggio del turno ad entrambe le squadre, e dal momento che gli abbandoni non erano infrequenti, il tabellone riusciva sempre ad essere uniformato alle forze rimaste. Al Queens Park fu dato diretto accesso alle semifinali – i calciatori di allora erano tutti dilettanti ed il biglietto per Londra costava abbastanza – ma il pareggio con i Wanderers, la squadra di Alcock, prima sorpresa nella storia della FA Cup, costrinse gli 18 scozzesi, a corto di fondi, a ritirarsi dalla competizione. Fu così che Wanderers e Royal Engineers si disputarono la prima finale, davanti a 2.000 persone, al Kennington Oval di Londra, oggi come allora un campo di cricket. Era il 16 marzo 1872, ben 131 anni fa. Le pesanti maglie di cotone dei Wanderers contrapponevano i colori nero,viola e rosa ad un più sobrio rosso e blu dei Royal Engineers, sconfitti da un gol di Betts al quindicesimo minuto e costretti a giocare in dieci per un infortunio quasi tutto il match. Il trofeo fu consegnato solo tre settimane dopo in una serata di gala tenutasi a Pall Mall. L’anno successivo i Wanderers si ripetono contro l’Oxford University, al Lillie Bridge. Il 1873 è anche l’unico caso di edizione giocata con la qualificazione automatica alla finale della detentrice del trofeo, esperimento che non verrà più ripreso. Per un altro po’ di anni si contendono la vittoria finale squadre di universitari, oltre ai Wanderers, vincitori per ben cinque volte, due i successi degli Old Etonians, uno dell’Oxford University, dei Royal Engineers (nel 1875, per 3-0 nel replay, prima finale ripetuta della storia) e degli Old Carthusians. La finale è sempre al Kennington Oval, senza mai superare i 7-8.000 spettatori, mentre nei turni preliminari non sono rare le rinunce o i problemi logistici. Ma il numero delle squadre partecipanti inizia a salire, team del nord o di quartieri londinesi cominciano a dire la loro. Già nel 1880 i Clapham Rovers si impongono in finale, e devono passare solo tre anni per vedere la vittoria di una squadra del nord, il Blackburn Olympic. Le squadre del nord erano quasi professionistiche, a testimonianza che, come oggi, tanta era la passione nelle regioni più settentrionali dell’Inghilterra. Dopo la tripletta dal 1884 al 1886 dei Blackburn Rovers, le prime due vittorie in finale con il Queens Park, unica squadra scozzese a raggiungere la finale della FA Cup, si capisce che il football sta attirando sempre più l’attenzione delle masse. Nei primi anni ’80 si supera la soglia delle 100 squadre iscritte, nel 1886 i primi club dilettantistici affermatisi agli albori della competizione iniziano a sparire a causa dell’emergente professionismo, dichiarato legale. Le finali vedono la presenza di più di 10.000 tifosi sempre più appassionati. 
Nel 1887, anno della prima vittoria dell’Aston Villa, giocano l’FA Cup squadre di tutto il Regno Unito. La squadra sconfitta è il WBA, e per questo derby si muoveranno da Birmingham e da West Bromwich più di 8.000 persone. Il WBA si rifarà l’anno dopo, mentre nel 1889 si impone il Preston, siglando il primo double, dopo essersi aggiudicato l’edizione d’esordio del campionato inglese e finendo anche la stagione imbattuto in assoluto. E’ evidente che le squadre fondatrici della Football League quegli anni la fanno da padrone, sempre con una netta predominanza delle formazioni del nord, che vincono, oltre che con i Rovers anche nel 1890 e nel 1891, con il WBA nel 1892, ultima finale al Kennington Oval, con i Wolves l’anno successivo, prima finale giocata fuori Londra, a Manchester al Fellowfield per continuare con Notts County (finale a Liverpool, al Goodison Park), Aston Villa, Sheffield Wedsnesday, ancora Aston Villa, Nottingham Forest, Sheffield United e Bury, impostosi nella prima edizione del nuovo millennio, nel 1900. Dal 1895, fino al 1914, la finale si disputerà al Crystal Palace Stadium a Londra. Tra queste la finale più appassionante è quella del 1897, tra Aston Villa ed Everton, conclusasi con un 3-2 molto lottato, mentre nel 1890 il 6-1 inflitto dai Blackburn Rovers ai malcapitati Sheffield Wednesday è il risultati più netto avutosi in un atto conclusivo tra le edizioni fino al 1900. Intanto già negli ultimi anni del diciannovesimo secolo le squadre più forti vengono 19 esentate dai primissimi turni, le iscrizioni aumentano in modo vertiginoso mentre il calcio inizia a far concorrenza sul serio a cricket, corse dei cavalli e canottaggio. Se si pensa che la finale del 1873 fu giocata al Lillie Stadium, vicino al Tamigi, proprio per attirare il numeroso pubblico accorso ad assistere alla concomitante classica del remo tra le università di Cambridge ed Oxford, allora l’evento con la e maiuscola, e si esamina la situazione alcuni decenni dopo, si capisce come quello che diventerà il Beautiful Game appassioni sempre più il pubblico inglese.
di Luca Manes, da "UK Football please"

LEGGI la prossima puntata.
LA STORIA DELLA FA Cup (part 2) - Dal 1900 alla seconda guerra mondiale.

26 dicembre 2025

"MADE IN ENGLAND: Luci e ombre del football dei Maestri" di Luca Manes (BradipoLibri), 2008

Stadi comodi e sicuri come il salotto di casa. La violenza degli hooligans (quasi) del tutto sconfitta. Il campionato più ricco del pianeta, che tra diritti televisivi, sponsor e merchandising fattura la mirabolante cifra di 1,8 miliardi di sterline l’anno. 
Ma se la Premier League è una vera e propria macchina da soldi, come se la passano le realtà minori e soprattutto come si è arrivato a quello che in Italia per tanti versi viene definito in maniera un po’ stucchevole il “modello inglese”?
Dal nuovo Wembley al vecchio Highbury, dalle terraces agli all seater stadium, ma anche da come sono cambiati il tifo e le abitudini dei tifosi a come viene gestito l’ordine pubblico delle partite, passando per il ruolo delle televisioni e degli altri media, fino ad arrivare ai football trust e ai club gestiti dalle organizzazioni di supporter. Un excursus nella sempre affascinante realtà del football d’oltre Manica, con tanti richiami ad un passato carico di tradizione, passione ma anche tragedie e lati oscuri e la descrizione di un presente dove non è tutto oro quello che luccica.


20 ottobre 2025

STADIA. "EVERTON. IL MERSEY E UNA NUOVA CASA" di Luca Manes

L’ultima volta che l’Everton traslocò in un nuovo stadio la regina Vittoria sedeva sul trono e Liverpool era il crocevia del commercio mondiale. Si era, infatti, nel lontano 1892 e la prima squadra per anzianità della città sul fiume Mersey fece il breve tragitto, meno di un miglio, che da un estremo all’altro dello Stanley Park separava la vecchia casa, Anfield, per il più grande e allora moderno Goodison Park. Proprio Anfield andò ai cugini del Liverpool, che lì hanno poi vissuto una caterva di giornate gloriose.

Ora l’Everton si è spostato in quello che una volta era il cuore pulsante della città, l’area dei Docks. Un’area che poi divenne simbolo di decadenza e degrado, soprattutto nei lunghi anni di macelleria sociale del governo guidato da Margaret Thatcher. Dove sorge l’Hill Dickinson – nome «imposto» dallo sponsor di turno – prima c’era il bacino artificiale del Bramley-Moore Dock. Un video di due minuti racconta come l’invaso sia stato prosciugato, ricoperto di terra e poi sopra sia stata costruita la nuova arena, costata oltre 800 milioni di euro e inaugurata lo scorso 24 agosto con il match di Premier tra i Toffees e il Brighton, 133 anni esatti dopo l’esordio al Goodison Park. Noi l’abbiamo visitata tre giorni dopo, in occasione dell’incontro di secondo turno di Coppa di Lega – la sorella povera della Coppa d’Inghilterra – contro il team di terza serie del Mansfield Town. Anche in quell’occasione i 52mila posti di capienza erano andati tutti esauriti.

Dal Royal Liver Building, il palazzone con alla sua sommità le statue del mitologico liver, uccello metà cormorano e metà aquila, ci vogliono quasi 40 minuti di cammino fino all’Hill Dickinson. Sul lungo fiume, dalla parte già ampiamente riqualificata dei Docks, piena di musei e locali e con la celeberrima statua dei Fab Four, bastano pochi metri per essere poi scaraventati nel passato. Magazzini abbandonati, pub defunti e deliri brutalisti, come i tubi di ventilazione del tunnel che passa sotto il fiume Mersey, compongono il panorama. Già si intravedono, però, i germogli dell’incipiente gentrificazione: i cartelli dei lavori in corso sono onnipresenti, l’immensa Tobacco House sta già riprendendo vita, mentre il Bromley Moore pub, dopo anni di magra, è invaso dai tifosi.

Già, i tifosi. Per loro l’Hill Dickinson Stadium è una sorta di epifania, un nuovo inizio per la nobile decaduta del calcio inglese quale è l’Everton, a digiuno di vittorie da troppi anni e pericolosamente vicina alla zona retrocessione in varie occasioni. Il tutto mentre gli «altri», i cugini del Liverpool, continuano a veleggiare nell’élite del calcio mondiale.
Come a voler confermare questo stato mentale, durante l’anabasi verso la nuova arena scorgiamo vari cappellini che fanno il verso al MAGA trumpiano, con Everton al posto di America. Il riferimento alla proprietà a stelle e strisce, quel Friedkin Group che da noi è al comando della AS Roma, non appare per nulla casuale.

L’unica perplessità che abbiamo colto nel flusso di supporter è il doversi accollare la lunga camminata durante i mesi più freddi dell’anno, quando il vento che arriva dalla Mersey è implacabile e ti taglia la faccia. In macchina bisogna parcheggiare almeno a 20 minuti dallo stadio, i collegamenti con i mezzi pubblici sono al momento un problema, quindi serviranno tante sciarpe e giacconi pesanti.

Ma questo barlume di negatività sparisce alla vista dello stadio, contornato dai muri e dalle torrette del vecchio dock e con una struttura esterna dove i mattoncini rossi di vittoriana memoria si amalgamano bene con materiali più moderni. Per intenderci, non c’è l’effetto astronave come per tante arene moderne, per esempio quelle di Tottenham e Arsenal a Londra. Poi all’interno l’architetto statunitense Dan Meis è riuscito a sfruttare il massimo della pendenza consentita per permettere ai tifosi di sentirsi vicino al campo.

Parlando con alcuni tifosi dei Blues, però, traspare un po’ di nostalgia per il vecchio e glorioso Goodison Park. Le lacrime versate in occasione dell’ultima partita nell’impianto che ha ospitato anche i mondiali del 1966 sono state tante, ci sono centinaia di video a testimoniarlo. Ma per una volta la storia del traumatico addio alla casa di mille emozioni calcistiche ha preso una direzione diversa: Goodison Park non sarà abbattuto per favorire speculazioni edilizie, come accaduto per tanti stadi storici, come il Boleyn Ground del West Ham o il Maine Road del Manchester City. Goodison Park continuerà a ospitare partite di calcio, quelle della prima squadra femminile dell’Everton. Un’ottima notizia per gli amanti della tradizione e del calcio del bel tempo andato.
di Luca Manes, da https://ilmanifesto.it

19 settembre 2025

"MILLWALL vs WEST HAM. Il derby della working class londinese" di Luca Manes (BradipoLibri), 2014

A Londra sono le nove del mattino di una domenica di fine novembre.
Sulle strade semideserte della capitale inglese un cielo cupo da metter spavento distilla una pioggerellina quasi invisibile. Il freddo umido ti si attacca alle ossa senza pietà, non concedendoti nemmeno un istante di tregua. Mettere il naso fuori dall’uscio di casa è un’impresa da sconsigliare anche ai fanatici del jogging. C’è solo da compatire chi deve percorrere gli ampi viali del centro cittadino perché gli è toccato un turno di lavoro infame come il tempo nel cuore d’autunno.
È il caso dei tanti poliziotti, circa mille, impegnati nel servizio d’ordine di uno dei match più temuti del panorama calcistico inglese, se non mondiale: Millwall vs West Ham United

9 settembre 2025

"GASCOIGNE. GENIO & SREGOLATEZZA" di Luca Manes

























“Paul Gascoigne è l’unica star di livello mondiale prodotta dall’Inghilterra dal 1966 ad oggi”.
Lo diceva Alex Ferguson – che di giocatori di un certo spessore tecnico ne ha allenati un bel po’ – forse c’è da credergli. Ovviamente Gazza rimane uno dei grandi rimpianti dello scozzese, che un tentativo di metterlo sotto contratto lo aveva anche fatto. “Annoverandolo nella mia squadra sono sicuro che sarei riuscito a fare qualcosa di buono per lui”
E anche in proposito non sussistono molti dubbi. Chissà, forse Sir Alex sarebbe riuscito a imbrigliarlo a dovere, o quanto meno a mettere un freno ai suoi eccessi, come fece con un’altra testa calda quale Eric Cantona.
Chi però deve rimpiangere ancor di più il mancato approdo a una squadra di altissimo livello come lo United è proprio lui, quel mattacchione di Gascoigne.
Troppi gli episodi che lo hanno penalizzato, quasi tutti da imputare alla sua condotta non proprio irreprensibile, dentro ma soprattutto fuori dal campo. Eppure che fosse un predestinato si capì fin dagli esordi nel Newcastle United, la sua squadra del cuore, dove formava coppia con il brasiliano Mirandinha e deliziava le gradinate del St. James’ Park con colpi di genio assoluti. Personaggio lo è stato fin dalla prima ora e gli aneddoti su di lui si sprecavano già quando vestiva la maglia bianconera. Tanto per capirci, quando i tifosi avversari gli davano del ciccione e gli tiravano le barrette di cioccolato, lui rispondeva mangiandosele!

Nel 1988 un Tottenham quanto mai ambizioso, allenato da Terry Venables e in procinto di strappare Gary Lineker al Barcellona, superò la concorrenza del Manchester United e fece sì che Gazza diventasse il primo inglese a doversi accollare l’ingombrante etichetta di giocatore da oltre due milioni di sterline. Con gli Spurs giunse la definitiva consacrazione in patria, ma a livello internazionale ci pensò Italia 90 a farlo entrare nell’esclusivo club dei fuoriclasse assoluti. Gascoigne quel torneo lo giocò da protagonista. Le sue lacrime durante la semifinale persa contro la Germania commossero il Paese, ma non bisogna scordare che il quarto posto raggiunto a quella Coppa del Mondo è tuttora il miglior risultato dei Tre Leoni a un mondiale, eccezion fatta per il trionfo del 1966. Finalmente nel firmamento delle stelle globali si poteva annoverare un calciatore inglese, che riusciva a coniugare alla perfezione estro e fantasia di stampo latino con grinta e determinazione, le caratteristiche tipiche del calcio britannico.

All’epoca la nostra bistrattata Serie A era ritenuta, a ragione, il campionato più bello e competitivo del Pianeta, la destinazione più ambita di tutti i campioni. Gazza non fece eccezione, meritandosi le attenzioni della Lazio cragnottiana. Peccato che il ragazzo, poche settimane prima di trasferirsi a Roma, nei primi minuti della finale di FA Cup contro il Nottingham pensò bene di commettere un fallo da indagine di Scotland Yard, procurandosi la rottura dei legamenti del ginocchio destro. Singolare il fatto che Gazza si accorse della reale entità del suo infortunio qualche minuto dopo essersi pure schierato in barriera e aver assistito al vantaggio del Forest… Gli Spurs finirono per vincere quella coppa, portata di fretta e furia in ospedale dal povero Paul per rendere partecipe della festa anche lui. Quel trofeo, l’unico vinto su suolo inglese, portava anche la sua firma. Se nell’atto conclusivo era stato quanto meno sciagurato, in semifinale contro l’Arsenal aveva incantato Wembley, segnando una punizione alla Zico.
I nefasti effetti dell’entrata assassina su Gary Charles valsero a Gascoigne un anno di inattività e alla Lazio un cospicuo sconto sul contratto di acquisto dal Tottenham (da 5,5 milioni di sterline si passò a 3,5).
Con i bianco-celesti, a causa di altri problemi fisici, Gazza giocò poco, ma tutto sommato bene. Nei minuti finali di un derby segnò un goal di testa sotto la Curva Nord che accrebbe in maniera esponenziale la sua posizione di idolo assoluto della tifoseria laziale, che del nativo di Gateshead amava il genio quanto la sregolatezza, tante le sue goliardate nel periodo romano, con rutti davanti alle telecamere e vagonate di scherzi ai compagni di squadra. 

A metà degli anni Novanta, però, colui che Diego Armando Maradona non tanto tempo prima aveva designato come suo erede naturale si ritrovò con un fisico pieno di acciacchi (un altro infortunio molto serio lo rimediò in allenamento fratturandosi tibia e perone in un contrasto con Alessandro Nesta) e un bisogno urgente di rivitalizzare una carriera in apparente declino accasandosi ai Rangers. 
Una carriera purtroppo già condizionata in maniera pesante da episodi extra-calcistici (botte alla sua fidanzata e qualche ubriachezza molesta di troppo). A differenza della versione attuale, agonizzante e sull’orlo del fallimento, la compagine di Glasgow all’epoca era una delle corazzate del calcio europeo, che con Gazza si aggiudicò due dei nove campionati consecutivi fra il 1989 e il 1997. Nel mentre si ricordano altre prestazioni da incorniciare in nazionale durante l’Europeo casalingo del 1996 e un’altra delusione nella semifinale persa ancora ai rigori contro la solita Germania. La marcatura nel derby contro la Scozia – sombrero a Colin Hendry e stoccata al volo per trafiggere Andy Goram – è stato forse l’ultimo lampo di classe ad abbagliare la platea internazionale. Durante il primo Old Firm del 1998 rispose con un “gesto settario”, ovvero mimando di suonare il flauto delle marce orangiste protestanti, a una provocazione dei tifosi del Celtic. Apriti cielo. Dopo minacce di morte e reprimende della Scottish Football Association, decise lasciare Glasgow per riavvicinarsi a casa.

A Middlesbrough arrivarono le ultime perle di calcio di un giocatore già assalito dai demoni dell’alcool e di chissà cos’altro, che alla notizia dell’esclusione dalla rosa dell’Inghilterra per i mondiali francesi fece a pezzi una camera d’albergo. In seguito le poche presenze raccattate tra Everton, Burnley, i cinesi del Gansu Tianma e Boston United sembrarono solo l’estremo tentativo di posticipare un ritiro ormai inevitabile, coinciso con la stagione 2004/05.
Sparito dal rettangolo da gioco, Gazza continuò a essere una presenza fissa sui tabloid. Colpa dei suoi eccessi, delle incredibili dosi di alcool trangugiate (per mesi si scolò una bottiglia di whisky al giorno) e delle risse, degli incidenti di macchina e delle strisce di cocaina, dei guai con le giustizia e di terapie riabilitative che, a suo dire, lo hanno quasi spedito all’altro mondo. La sua confusione mentale era così estrema che quando il Barnsley sconfisse il Chelsea nella FA Cup del 2008 lui decise di festeggiare alla grande, per “rendere omaggio” alla sua ex squadra. Peccato che con i Tykes non avesse mai giocato e che semplicemente avesse confuso Barnsley (città dello Yorkshire) con Burnley (che si trova in Lancashire e con il cui club aveva avuto una fugace apparizione nel 2002). Ma di storie anche meno amene ce ne sarebbero da raccontare così tante da riempire un’enciclopedia.

Da questo punto di vista non aveva proprio nulla da invidiare al suo mentore Maradona, né al gruppo di giocatori talentuosi ma scavezzacollo che a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta furono bollati dalla stampa con l’appellativo di Mavericks (letteralmente, vitelli senza marchiatura). “Irregolari” che tra le loro fila ospitavano di diritto una celebrità come George Best, del quale in fatto di frequentazioni femminili e predisposizione alcolica si sa un po’ tutto. Non che i vari Stan Bowles, Rodney Marsh, Peter Osgood e Frank Worthington fossero da meno nell’approccio “molto spensierato” al football. In comune questi ultimi avevano tutti un intenso ostracismo da parte dei responsabili tecnici della nazionale inglese. Le loro presenze con la nazionale, infatti, furono scarsissime, un po’ per i loro caratteri alquanto complicati, un po’ perché espressione di un calcio fantasioso e anticonformista che in terra d’Albione non era troppo apprezzato. Lo stesso Bobby Charlton, l’ultimo campionissimo inglese prima di Gascoigne, è rinomato per la concretezza e il suo fiuto del goal, non esattamente per invenzioni degne del suo compagno di squadra dalla chioma fluente e dal tocco vellutato (Best, per l’appunto). Quanto meno Gazza con i Tre Leoni ha messo insieme 57 presenze e 10 reti e se ne fosse stato per i problemi fisici e le mattate varie di caps ne sarebbero arrivati ancora di più. Un chiaro segnale di come pian piano il football d’oltre Manica stia cambiando. Il problema è che al momento gente con la fantasia e i piedi di Gascoigne in Inghilterra non se ne trovano. L’unico che forse può essergli accostato è Wayne Rooney. Il soprannome è simile (Wazza), le marachelle non mancano (anzi), a essere differente è il rendimento in nazionale (troppi i suoi flop durante le grandi competizioni internazionali) e soprattutto un dettaglio non proprio insignificante: ad allenare il ragazzo di Croxteth è stato Alex Ferguson.
di Luca Manes

2 settembre 2025

"CELTIC FOREVER. You’ll never walk alone" di Max Troiani & Luca Manes (BradipoLibri), 2009

Celtic Forever è una cavalcata tra la miriade di successi e i tanti personaggi che hanno fatto grande il club cattolico di Glasgow. Nato nel 1887 su intuizione di un prete, Fratello Walfrid, per finanziare la mensa dove i poveri di origine irlandese trovavano aiuto e cibo caldo. Dai primi Old Firm con i Rangers, ai Lisbon Lions che nel 1967 conquistarono una storica Coppa dei Campioni contro l’Inter di Herrera, fino ad arrivare ai giorni nostri, la splendida maglia a strisce bianco-verde del Celtic è divenuta un’icona, il simbolo di un’intera comunità, quella irlandese, sparsa per tutto il mondo. Una comunità che si riconosce in tutto e per tutto in un club ormai tra i più famosi del pianeta. Non a caso anche i supporter del Celtic al Parkhead hanno adottato come loro inno il celebre “You’ll never walk alone” di liverpuldiana memoria. Perché i Bhoys non cammineranno mai soli e non scorderanno mai le loro origini e la loro storia, che vale certamente la pena di essere raccontata.

...Il Celtic è stata la prima squadra britannica a conquistare la Coppa dei Campioni. Poi vennero gli inglesi, ma in principio furono i biancoverdi di Glasgow. Loro. Gli autori si lasciano guidare dalla passione senza precipitare nel pozzo dell’enfasi. Raccontano, spiegano, «spogliano». Dalla fondazione all’incoronazione. Gli anni bui, l’epoca d’oro, le ordalie dell’Old Firm, il romanzo di una squadra che, partendo dalla fiera ma angusta Scozia, ha fatto strage di cuori nel resto d’Europa…
Dalla prefazione di Roberto Beccantini
_____________________________________________________

Di squadre che rappresentano qualcosa di più di una semplice società calcistica ne è pieno il mondo. Identitarismi politici, religiosi, etnici, patriottici si mescolano di frequente con l’arte pedatoria. Una di queste squadre, forse l’esempio più radicale e radicato, è il Celtic Football Club. La squadra dei cattolici, irlandesi in prevalenza, di Glasgow. Una squadra che rappresenta tutto di quella comunità: la storia, le battaglie, la religione, l’identità più pura, la passione politica, l’espressione patriottica per l’Irlanda finalmente unita e libera. Ma anche la rivalità acerrima con i protestanti, che si riconoscono nell’arcirivale del Celtic, i Rangers. Il tutto è racchiuso in una citazione, riportata nel libro “Celtic forever”, in calce al capitolo 6: “I giocatori del Celtic devono capire che quando indossano questa maglietta non giocano per una squadra di calcio, giocano per una causa, per un’intera comunità”. Musica e parole di Tommy Burns, 352 partite in 14 anni con la maglia biancoverde.
A raccontarci la storia di questa mitica compagine, dalla fondazione voluta da un prete, Fratello Walfrid, alla Coppa dei Campioni contro l’Inter del 1967, dai primi Old Firm contro i Rangers ai successi del nuovo millenio, sono Luca Manes, habitué della letteratura calcistica d’oltremanica, e Max Troiani.
Il libro spiega perché il Celtic è una squadra unica. Unica anche nel suo più grande trionfo: la Coppa dei Campioni del 1967, quando 11 giocatori tutti provenienti dal vivaio biancoverde misero fine al ciclo della Grande Inter di Herrera. Si, avete capito bene: tutti provenienti dal vivaio biancoverde. Tutti nati e cresciuti a non più di 30 chilometri dal Parkhead, l’area dove è situato il Celtic Park. Caso unico, mai successo in tutta la storia della principale competizione europea. da www.opinione-pubblica.com

8 agosto 2025

"QUANDO ARRIVA IL SABATO. Storie di calcio britannico" di Luca Manes (Urbone), 2024

Il calcio britannico è una miniera inesauribile di storie. Tante ci avvolgono con la loro epicità dal passato, ma non mancano quelle legate ai giorni nostri, in un panorama che sta mutando, purtroppo non sempre in meglio. “Quando arriva il sabato” vi immergerà nella lotta infinita tra i vecchi nemici di Scozia e Inghilterra, vi farà entrare nella casa di George Best e nel minuscolo stadio del Clapton, vi narrerà le storie travagliate di Bury e Bolton, del feroce e poco conosciuto Cotton Mills Derby e quella infinitamente romantica del glorioso Ayresome Park inviso agli italiani, concedendovi escursioni nel mondo del rugby gallese e nella musica di Madchester, con una sana spruzzata di 2 Tone Ska dalle strade di Coventry. Perché parlare di calcio è una buona scusa per raccontare un Paese che val la pena girare in lungo e in largo, come ha fatto l'autore.

9 maggio 2025

CORREVA L'ANNO 1892, da una costola dell'Everton nacque il Liverpool



“Mi avete stufato, mi prendo la palla e il campo e vado a giocare per conto mio”.
Ormai John Houlding ne aveva le scatole piene dei suoi colleghi del board dell'Everton. L'ennesimo furibondo litigio gli fece prendere la decisione che avrebbe cambiato la storia del football, non solo sulla Merseyside. 
Era il 1892, Liverpool poteva contare su uno dei porti più importanti del Regno Unito e di riflesso del Pianeta; l'Inghilterra vittoriana era il cuore di un impero smisurato.
L'Everton, nato nel 1878, era uno dei 12 membri fondatori della Football League e già nel 1891 si era laureato campione nazionale. Insomma, era senza dubbio una delle realtà di spicco del gioco che in Inghilterra stava appassionando le masse e che per molti esponenti della working class era diventato una professione molto meno alienante di un'occupazione da operaio in una fumosa fabbrica o da scaricatore di porto nei docks.
Dal 1884 i Toffeemen si esibivano presso l'impianto sulla Anfield Road, di proprietà dell'amico di Houlding John Orrell, il quale affittò l'arena al club dell'omonimo quartiere a ridosso del centro di Liverpool.
Houlding era uno dei personaggi più in vista della città. Proprietario di una fabbrica di birra di grande successo, titolare di un seggio in Parlamento, in futuro sarebbe stato anche Lord Mayor, ovvero sindaco di Liverpool. Sembra che per mere questioni economiche – l'aumento degli interessi sul prestito concesso al club in primis – i dissidi tra il parlamentare conservatore e gli altri membri del consiglio dell'Everton raggiunsero un punto di non ritorno, con scontri durissimi con personaggi quali George Mahon, astemio molto “radicale” e per questo inviso al padrone di una delle brewery più importanti del Paese. I Toffeemen decisero di attraversare lo Stanley Park e farsi una nuova casa al Goodison Park, a Houlding rimase l'allora piccolo stadio di Anfield Road, al quale il facoltoso uomo d'affari diede subito un inquilino nuovo di zecca e dalla denominazione molto poco originale: Everton Athletic.
Per decisione delle massime autorità calcistiche, Houlding fu quasi subito costretto a cambiare nome al “secondo” Everton.
Nacque così il Liverpool F.C.
Un club che si rivelò fin dai primi vagiti molto ambizioso. Il braccio destro del presidente, tale John McKenna, fu sguinzagliato a nord del Vallo di Adriano alla ricerca di talenti, che all'epoca in Scozia abbondavano, soprattutto perché lì il calcio non era un fatto di contrasti assassini e anarchia totale, come in Inghilterra, ma di passaggi accurati e dribbling brucianti. Fu così che le grandi scozzesi di fine Diciannovesimo secolo – Dumbarton, Renton e Cambuslang – fornirono il loro tributo di ben 12 giocatori alla compagine non a caso definita “the team of all the Macs”, che era di bianco, blu e azzurro vestita. 
E sì, perché i futuri Reds il rosso cittadino come colore sociale lo adottarono solo nel 1896. Quando avevano già vinto una Lancashire League e due volte la Second Division del calco inglese. Robetta, in confronto alla messe di vittorie degli anni a venire, allorché un personaggio leggendario come Bill Shankly “made the people happy”. Ovvero fece impazzire di gioia la metà rossa di Liverpool.
di Luca Manes

24 aprile 2025

"FOOTBALL IS COMING HOME" di Luca Manes (BradipoLibri), 2016

Football is coming home è un libro di viaggi nella patria del calcio: Portsmouth, Londra, Ipswich, Birmingham, Wolverhampton, Nottingham, Liverpool, Manchester, Sheffield, Leeds, Newcastle.
Football is coming home è soprattutto un libro sul football, sulle storie del passato e su quelle del presente, su club famosi e meno famosi, sui luoghi della passione, su personaggi che se non ci fossero bisognerebbe inventarli. È pure la scusa per provare a riflettere sullo stato del calcio nel Paese che lo ha inventato. E non sempre c’è di che essere entusiasti, nonostante l’euforia mediatica che avvolge la Premier League. Per fortuna ci sono i tifosi, che a Portsmouth salvano il club o a Newcastle continuano a stare accanto alla squadra nonostante decenni di fallimenti. 
Questo libro è scritto per loro, per tutti i veri appassionati che contribuiscono ancora a rendere i 90 minuti di una partita un’esperienza unica e impareggiabile.

2 aprile 2025

NOTTINGHAM. La ribelle del football

“Ribelle una volta, ribelle per sempre. Non si può fare a meno di esserlo. Non puoi negarlo. Ed è meglio essere un ribelle per dimostrare loro che non conviene metterti alla prova”. 
Nel libro Sabato notte e domenica mattina lo scrittore Alan Sillitoe ha così reso omaggio alla sua città d'origine, Nottingham. La rebel city per eccellenza, sin dai tempi del mitologico Robin Hood e della guerra civile inglese.

Perdonateci l'analogia un po' irriguardosa, ma negli ultimi mesi Nottingham ha ripreso la sua verve ribelle almeno nel football, visto che il Forest è tornato gioiosamente a contrastare l'establishment del beautiful game. Per qualche settimana ha perfino cullato il sogno del bis del titolo del 1978, cui fecero seguito due clamorose affermazioni nell'allora Coppa dei Campioni. 
Sì, perché il Nottingham Forest è l'unica squadra che ha vinto più massimi trofei europei che campionati. Adesso è comunque in piena lotta per un posto in Champions League, dove spera di ripetere i fasti del leggendario allenatore Brian Clough. Ecco, a proposito di personaggi anti-conformisti, di outsider nati, capaci di ribaltare lo status quo, Clough era un una sorta di archetipo perfetto, tanto che a Nottingham gli hanno dedicato una statua in pieno centro cittadino. Finita l’era del grande Brian, sono arrivate tante stagioni buie, trascorse a rimediare batoste in seconda e in terza serie. Ma ora il Forest è protagonista di uno spettacolare revival in Premier League, nonostante la squadra sia stata costruita per lo più raccattando qua e là scarti delle altre grandi del football inglese. Insomma, le casacche rosso Garibaldi sono tornate a incutere timore a tutti. La citazione dell'eroe dei due mondi non è casuale. I colori sociali del Nottingham sono davvero ispirati alle camicie rosse di ottocentesca memoria, mentre uno dei soprannomi storici del club è proprio the Garibaldi's. La denominazione Forest invece si dice sia dovuta al primo campo di gioco che era tecnicamente nel perimetro di quello che restava della foresta di Sherwood – quella dove si nascondevano Robin Hood e i suoi accoliti.

A proposito di colori, c'è un altro aneddoto tutt'altro che banale che riguarda l'altra squadra cittadina, il Notts County. Il bianco e nero di quello che è il club professionistico più antico del pianeta, fondato nel lontanissimo 1862, è molto legato all’Italia perché è stato mutuato niente meno che dalla Juventus, grazie a un pacco di magliette inviato a inizio Novecento da Nottingham a Torino.
L’impianto del Notts County, il Meadow Lane, è separato da quello dei cugini, il City Ground, solo dal fiume Trent, a testimonianza che Nottingham è sì una rebel city, ma anche tanto una football city. I bianconeri, che abbiamo visto in azione un umidissimo martedì sera di inizio marzo (2025), hanno una storia e un presente meno scintillanti del Forest, sebbene stiano provando a risalire la china partendo dalla quarta divisione. Ma almeno si sono sbarazzati del misterioso fondo Munto Finance, che nel 2009 aveva addirittura messo sotto contratto il povero Sven Goran Eriksson, per poi dileguarsi lasciando solo molti debiti e tante promesse infrante.

Che Nottingham sia forse troppo piccola per avere due squadre di alto livello lo dimostra il divario numerico tra le due tifoserie. Per quanto abbiamo potuto notare, i supporter dei bianconeri hanno un seguito un po' “attempato”; è abbastanza scontato che tanti giovanissimi si appassionino alle sorti del ben più “attraente” Forest. Ma che non ci sia nemmeno una rivalità così forte e sentita come nella stragrande maggioranza dei derby in terra d’Albione ce lo racconta un murales su un edificio accanto a una delle tribune del Meadow Lane. Raffigura infatti uno accanto all’altro il già citato Brian Clough e Jimmy Sirrel, allenatore di culto del County. Due simboli di uno degli orgogli cittadini, il football, fa niente se su sponde opposte.
di Luca Manes, da "Il Manifesto"   

11 marzo 2025

"LONDON CALLING - La storia dell'Arsenal e di un secolo e mezzo di football all'ombra del Big Ben" di Luca Manes & Max Troiani (BradipoLibri), 2011

London Calling, è il libro di Luca Manes & Max Troiani, (prefazione di Massimo Marianella) edito da Bradipolibri e parla della storia dell'ARSENAL e di un secolo e mezzo di football all'ombra del Big Ben.

Monarchia, ma anche mode e sottoculture giovanili. Democrazia parlamentare e pure gruppi musicali. E ancora finanza e musical. Londra è sinonimo di queste e di un'infinità di altre cose. Non poteva allora non essere sinonimo di football. Nella capitale inglese sono state codificate le regole poi adottate in giro per il globo, sono nate la prima federazione nazionale, la prima lega e la prima competizione a squadre. Nessuna città al mondo può vantare così tante squadre professionistiche, così tanti derby, così tanti stadi. L’Arsenal, la squadra più amata a Londra, vanta in Italia un nutrito numero di fan club. Inoltre, sono decine di migliaia gli italiani appassionati del calcio inglese.

10 marzo 2025

JACK LESLIE. Il primo giocatore di colore convocato dalla nazionale inglese

Negli ultimi mesi in Gran Bretagna, così come in buona parte del mondo occidentale, la tendenza è quella di “eliminare” statue inopportune, dedicate a personaggi controversi e dal passato macchiato da nefandezze di ogni genere.  Nella città portuale inglese di Plymouth, da dove nel 1620 partirono con la Mayflower i padri pellegrini per l'America, c'è invece chi sta raccogliendo denaro per erigerla, una statua. Ma l'obiettivo ultimo è lo stesso: fare i conti con un passato intriso di razzismo e discriminazione. A essersi attivati sono numerosi sostenitori del team calcistico locale, per cui fra il 1921 e il 1934 ha giocato Jack Leslie, destinatario dell'omaggio marmoreo che dovrebbe sorgere davanti allo stadio dei nero-verdi. 
Leslie è stato il primo giocatore nero a essere convocato per la nazionale inglese. Nonostante giocasse nella terza serie, si era distinto come uno dei migliori attaccanti del Paese. Come narrarono le cronache dei tempi, fu protagonista assoluto della tournée in Sud America dell'estate del 1924, quando l'Argyle prese a pallonate argentini e uruguagi che da lì a qualche anno si sarebbero contesi la prima Coppa del Mondo, allora dedicata a Jules Rimet, in quel di Montevideo.

Tutti buoni motivi che spinsero i selezionatori della nazionale – all'epoca non c'era un vero e proprio allenatore in carica – ad inserirlo nell'undici titolare comunicato pochi giorni prima dell'amichevole con l'Irlanda dell'ottobre 1925. Ci sono ritagli di giornali che certificano la scelta della direzione tecnica dei Tre Leoni, poi cancellata dagli alti papaveri della Football Association, inorriditi alla sola idea che un ragazzo di padre giamaicano e dalla pelle scura potesse indossare la maglia bianca dell'Inghilterra. Leslie non scese mai in campo contro gli irlandesi e non fu mai più convocato in nazionale. Continuò a giocare per il Plymouth, acquisendo lo status di leggenda, grazie alle 401 partite disputate e ai 137 gol. Dopo 14 anni culminati dalla promozione in Seconda Divisione e una memorabile vittoria per 4-1 sul Manchester United nella Coppa d'Inghilterra del 1933, Jack si ritirò con i gradi di capitano e un rimpianto immenso: quel cap (il cappellino che viene dato per ogni presenza con i Tre Leoni) mai ricevuto.

Dovettero passare altri 53 anni prima che Viv Anderson, terzino del Nottingham Forest, potesse entrare nei libri di storia come il primo nero a giocare un match in nazionale. Quando scese in campo contro la Cecoslovacchia, la portata dell'evento fu tale che la regina Elisabetta spedì a Anderson un telegramma per complimentarsi con lui. In quel periodo Leslie faceva il magazziniere per il West Ham United, squadra dell'East End londinese proletario e multietnico dove era nato nel 1901 e nella quale, negli anni Sessanta, giocava Clyde Best, ragazzo delle Bermuda che si prese anch'egli la sua buona dose di epiteti razzisti, facendo senza dubbio tornare alla mente a Jack il suo travagliato passato di calciatore. 
Leslie se n'è andato nel 1988, senza riuscire a vedere i progressi raggiunti dal mondo del calcio inglese: la campagna Kick it Out, le misure draconiane contro i tifosi razzisti, la nazionale infarcita di ragazzi dalla pelle nera (undici solo all'ultima Coppa del Mondo in Russia) e l'omaggio alla campagna Black Lives Matter durante il restart della Premier dopo il lockdown. Certo, di strada bisogna farne ancora tanta e il problema è lungi dall'essere risolto, per questo è importante che storie come quella di Leslie siano raccontate. Il crowd funding sta andando molto bene e il Plymouth Argyle ha già fatto sapere che sarà ben contento di mettere la statua davanti all'entrata principale dell'Home Park, l'impianto dove il buon Jack faceva ammattire i difensori avversari.
di Luca Manes, da https://ilmanifesto.it

7 febbraio 2025

PRESENTAZIONE BOOK. A Milano [Bootleg Pub] il 19 febbraio, Luca Manes presenta il libro "Quando arriva il sabato"


Il 19 Febbraio ore 20.00 a Milano, nel pub Bootleg - Pub & Kitchen
Luca Manes presenta il suo libro "QUANDO ARRIVA IL SABATO. Storie di calcio britannico", casa editrice Urbone publishing.
Un appuntamento da non perdere, quando in pub.. si spillano birre a volontà e si parla di football, quello inglese naturalmente. [FIRST Division]

6 febbraio 2025

"MANCHESTER UNITED - La leggenda dei Busby Babes" di Luca Manes (BradipoLibri), 2006


Senza di loro, forse, il mito del Manchester United non sarebbe mai nato. Senza quel maledetto incidente aereo, che un freddo pomeriggio di febbraio di quasi cinquant’anni fa li decimò a Monaco di Baviera, la storia del calcio inglese sarebbe sicuramente differente. Li chiamavano Busby Babes per via della loro giovane età e perché erano allenati da uno dei più grandi tecnici di tutti i tempi.
Quel sir Matt Busby che, dopo aver fatto resuscitare i Red Devils una volta terminata la Seconda guerra mondiale ed essere riuscito a costruito un team formidabile fatto di sole stelle del vivaio, seppe ricominciare da capo. Con pazienza e determinazione il tecnico scozzese una calda serata del maggio 1968 arrivò a coronare il suo sogno, vincere la Coppa dei Campioni per onorare la memoria di quegli otto ragazzi che dieci anni prima avevano trovato la morte sulla pista di un aeroporto tedesco.

13 gennaio 2025

RECCOMENDED READING. "Monaco 1958" di Luca Manes

David Peace, uno dei più grandi scrittori inglesi contemporanei, torna a raccontare di calcio nel suo ultimo libro, Monaco 1958, edito da Il Saggiatore. 
Lo fa scavando nel passato, come già accaduto con Red or Dead sull’allenatore socialista del Liverpool Bill Shankly e Il Maledetto United incentrato sul fumantino Nigel Clough. Questa volta lo spunto è una tragedia che segnò l’immaginario collettivo di un Regno Unito che stava a fatica riprendendosi dalle profonde ferite inferte dalla guerra. 
L’anno e il luogo sono quelli della “Superga inglese”, quando in un 6 febbraio da tregenda dal punto di vista atmosferico sulla pista dell’aeroporto della città bavarese l’aereo che riportava a casa il Manchester United fallì il terzo tentativo di decollo, schiantandosi al suolo. I Red Devils erano reduci da un match di quarti di finale di Coppa dei Campioni, come allora si chiamava la Champions League, contro la Stella Rossa di Belgrado. Quello di Monaco era uno scalo tecnico, trasformatosi in incubo. 
La narrazione di Peace comincia dai minuti successivi all’incidente, dai sopravvissuti che tra macerie e cumuli di neve trovano la strada della salvezza. Il suo stile fatto di ripetizioni insistenti, che avvolgono il lettore, questa volta è più sfumato, quasi che un tale dramma avesse bisogno di un tocco più delicato. Sì, perché fu davvero un dramma. I Busby Babes, i ragazzini terribili dell’allenatore scozzese antesignano del Re Mida Alex Ferguson, furono decimati in quel terribile pomeriggio tedesco. Otto persero la vita, tra loro il capitano Roger Byrne, il centravanti Tommy Taylor e il prodigio Duncan Edwards, un predestinato che secondo molti avrebbe riscritto la storia del calcio. Altri due furono costretti al ritiro, Jackie Blanchflower e Johnny Berry, a causa delle ferite subite, mentre nella conta dei morti (23) ci furono tecnici dello United e numerosi giornalisti.

Il futuro pallone d’oro Bobby Charlton e lo stesso Busby si salvarono, rimanendo però segnati per sempre nell’animo. Soprattutto il grande allenatore, perché si sentiva in colpa per aver catapultato i ragazzi nell’avventura della Coppa dei Campioni, le competizioni europee non erano viste di buon occhio dalla iper-conservatrice federazione inglese, che pochi anni prima aveva dissuaso il Chelsea da prendere parte alla prima edizione del trofeo. Busby aveva invece capito che il palcoscenico continentale era la dimensione perfetta per i Red Devils, che infatti sarebbero divenuti uno dei club più famosi e prestigiosi dell’orbe terracqueo. Per raggiungere il successo, l’allenatore scozzese aveva puntato sui talenti delle giovanili, che in Inghilterra stavano dominando ed erano già pronti per rivaleggiare con il Real Madrid di Di Stefano in Europa.
Ragazzi semplici, eroi della porta accanto, come fa emergere con maestria Peace nelle pagine di Monaco 1958. Nulla di paragonabile con le superstar strapagate dei nostri giorni. E questo “stacco” così netto tra il mondo pallonaro di oggi e quello del passato è un po’ il filo rosso che lega i tre libri sul football dell’autore. Ma la descrizione a tratti straziante delle settimane, dei mesi del post-Monaco, intervallati tra momenti di lutto, con i funerali delle vittime, e di ricostruzione, con i match di quel che rimaneva dello United, ha un ulteriore elemento in comune soprattutto con Red or Dead: il senso di comunità. Una comunità che si stringe attorno ai suoi eroi, i quali sono figli del popolo, figli di minatori, operai, manovali, insomma della working class.

Oltre all’ovvia dimensione intima della tragedia, a emergere con forza è quella collettiva, che per Peace è funzionale per illustrare al meglio il tessuto sociale dell’epoca. Compito che, come già nei suoi altri libri, pensiamo solo a 1984, all’autore riesce in maniera impeccabile.
I “giorni neri” come il lutto, punteggiati dal rosso dalle maglie dello United e dal bianco della neve che in quell’inverno del 1958 sembrava non finire mai, si concludono con il primo tentativo di rinascita: l’insperata finale di coppa d’Inghilterra, allora il match più importante dell’anno, giocata con un’aquila rampante che però sembrava una fenice sul petto. Charlton e compagni persero quella partita, ma chiusero almeno in parte i conti con il destino dieci anni dopo. Quando a Wembley un ragazzo di Belfast, George Best, regalò al suo padre putativo Matt Busby la Coppa dei Campioni.
di Luca Manes

16 dicembre 2024

BRIAN CLOUGH, il migliore a non aver mai allenato l'Inghilterra


























Sono stati 44 giorni d'inferno, quelli di Brian Clough alla guida del Leeds United. 
Era il lontano 1974, ma sembra solo l'altro ieri, grazie all'acclamato libro Damned United di David Peace - astro nascente delle letteratura britannica -, da cui hanno tratto anche un film di buon successo al botteghino a Londra e dintorni.
Clough, ahimè, non c'è più dal 2004, mentre il Leeds langue nella seconda serie del calcio inglese. 50 anni fa, però, il buon Brian era uno dei tecnici più ambiziosi e di successo del Regno mentre il team dello Yorkshire si era appena laureato campione d'Inghilterra per la seconda volta in cinque anni. Il problema era che oltre alle doti tecniche - che senza dubbio giocatori del calibro di Billy Bremner e Norman Hunter avevano in abbondante quantità - i Whites usavano fin troppo spesso scorrettezze e mezzucci più da squadra sudamericana che inglese. Colpa della gestione del manager precedente, quel Don Revie passato nel luglio del 1974 alla panchina della nazionale dei Tre Leoni? Abbastanza probabile.

O almeno così la pensava Clough che, reduce da un brillante periodo al Derby County, raccolse la sfida di sostituire il da lui mai troppo amato Revie provando subito a mettere in chiaro le proprie idee riguardo al suo predecessore. Peace ci narra di un primo faccia a faccia con i giocatori a dir poco esplosivo, in cui il tecnico accusava sostanzialmente i suoi nuovi dipendenti di aver vinto il campionato in maniera sporca. "Potete buttare le vostre medaglie nel secchio della spazzatura, perché le avete ottenute imbrogliando" è la frase che gli viene attribuita dagli storici del football. Lo spogliatoio, ovviamente, andò subito sul piede di guerra. Il conflitto, durissimo e senza quartiere crebbe in modo esponenziale, alimentato dai cattivi risultati del Leeds sul campo da gioco.
Clough passò una sfilza di notti insonni a ingurgitare alcool - viziaccio che si portava dietro dai tempi di quando giocava centravanti di sfondamento a Sunderland - e fumare una sigaretta dopo l'altra. "Non c'era nulla di preordinato, non mettemmo in atto nessun piano per cacciare l'allenatore. Certo, non ci sentivamo a nostro agio, mentre con Revie eravamo tutelati e per questo davamo il 100 per cento": così ha dichiarato di recente al Guardian Peter Lorimer, fantasioso centrocampista scozzese e tra le punte di diamante di quella squadra bella e dannata. Sia come sia, il regno di Clough all'Elland Road terminò bruscamente dopo soli 44 giorni, con la compagine dello Yorkshire in piena zona retrocessione e i tifosi infuriati. Roba da mandare in fumo una carriera.

E invece Cloughie, come lo chiamavano gli amici, decise di rincominciare tutto dal Nottingham Forest, ovvero i rivali storici del Derby. Forse dopo l'esperienza al Leeds il passaggio al "nemico" delle East Midlands dovette sembrargli una cosa da niente. Come è andata a finire nella città di Robin Hood lo sanno forse tutti gli appassionati di calcio dai trentacinque anni in su: il Forest vinse un campionato da neopromossa e due Coppe dei Campioni consecutive. Possiamo solo immaginare il piacere che deve aver provato il nostro Brian ad alzare quel trofeo che nel 1974-75 i "dannati" avevano solo sfiorato, perdendo in modo molto controverso la finale con il Bayern Monaco di Gerd Muller e Franz Beckenbauer.

Spirito libero, dotato di una innata vis polemica e di una sportività da vero britannico, Clough divenne nell'arco di pochi anni una vera icona non solo per i fan del Nottingham, che lo idolatravano, ma anche per tutto il movimento del football inglese. Dopo 18 anni al timone della squadra, nel 1993 si ritirò, anche a causa del suo fisico ormai compromesso dall'abuso di alcool, oltre che dalla delusione patita per la retrocessione del suo amato club. Il testimone è poi passato al figliolo Nigel, prima attaccante di buone qualità al Forest e al Liverpool e, appesi gli scarpini al chiodo, tecnico del Derby County. Club che però di recente gli ha dato il benservito.
Chissà, forse tra qualche anno lo vedremo sulla panchina del Nottingham, dove proverà a ripetere le imprese del padre. Un compito veramente improbo.
di Luca Manes
Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità e non può quindi essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7/03/2001. L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti che siano lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi all'autore, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima. Le foto di questo blog sono pubblicate su Internet e sono state quindi ritenute di pubblico dominio. Se gli autori desiderano chiederne la rimozione, è sufficiente scrivere un'e-mail o un commento al responsabile del sito.