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15 aprile 2026

"HILLSBOROUGH 1989" di Simone Galeotti

Prima di parlare dell'inizio credo sia giusto partire dalla fine. 
Dal momento in cui 97 tifosi hanno lasciato questa terra avvolti dai colori di quella bandiera che tante volte ha sventolato per loro a scrivere idealmente nel vento l'orgoglio del popolo che rappresenta. 
La bandiera con il “Livebird”, uccello mitologico metà cormorano e metà aquila. Per tutti la fenice della Mersey. Quella fenice che sembrò chiudere le sue ali e posarsi leggera sulle bare di tutte quelle vittime innocenti, come a fermare in un caldo abbraccio la passione di una vita. Ma il legame con la squadra non si spezza neppure nel culto della sepoltura. Chi resta, fissa simboli e momenti come tributo alla memoria per gli sfortunati che non ci sono più. Come elemento identificativo del loro passaggio sulla terra: l'onore di essere appartenuti con intensità al cuore di un club, e un merito terreno che richiede tutta la visibilità possibile, ben oltre la dimensione temporale. Verso l'eternità. Come eterna sarà l'immagine struggente del terreno di gioco dell' Hillsborough completamente ricoperto da un placido mare di mazzi di fiori, di messaggi di dolore. Come i cancelli d' ingresso della maledetta Leppings Lane, su cui saranno addossati cappellini, sciarpe, gagliardetti. 
Non solo del Liverpool. Ci saranno tutti, proprio tutti. Edera multicolore sulle rovine del calcio. Santuario improvvisato di un pellegrinaggio continuo. Pellegrinaggio popolare, autenticamente popolare. Dolore, lacrime e rimpianti.


Ma di cosa stiamo parlando? E' giusto fare un piccolo ma doveroso passo indietro per chi non ha ancora capito, per i più giovani o per chi in ogni caso non mastica tutti i giorni pane e football.
E' il 15 aprile 1989. Sheffield. 
La città dell'acciaio, costruita su 7 colline nei pressi del fiume Sheaf che a Sheffield ha regalato il nome. La città della squadra di calcio più antica del mondo, lo Sheffield F.C.. Data di fondazione 1857. Notte dei tempi. Dopo, solo dopo, arriveranno lo Wednesday e lo United. 
Civette e lame. Hillsbourogh e Bramall lane.
E' un pomeriggio insolitamente soleggiato nel South Yorkshire. In aprile generalmente la pioggia non fa mistero di essere particolarmente generosa in quelle terre. Nel sobborgo di Owlerton, pochi km a nord ovest dal centro cittadino c'è la casa dello Sheffield Wednesday. Hillsbourogh appunto. Ad essere esatti la seconda casa delle civette, inaugurata il 2 settembre 1899 dopo l'abbandono dell' Olive Grove.
C'è da giocare la semifinale di F.A. Cup, la celeberrima coppa d'Inghilterra che nel periodo dell'isolamento continentale, dovuto ai fatti dell'Heysel ha assunto un importanza e un valore ancora maggiore. E ciò è tutto dire....
Come da tradizione la partita deve svolgersi in campo neutro e a giocarsi l'accesso ai fasti di Wembley arrivano due club che se non sono formalmente acerrimi rivali sicuramente non nutrono l'un per l'altro grandi simpatie. Liverpool e Nottingham Forest. 
Per il Liverpool in quegli anni è diventata una piacevole abitudine arrivare alle fasi finali della manifestazione, e spesso anche di aggiudicarsi l'ambito trofeo. I tricky trees del City Ground invece non salgono i 39 gradini del royal box per ricevere la “coppa” dal 1959. Trenta anni esatti.
Ho accennato prima all' Heysel. Finale della coppa dei campioni 1985 a Bruxelles, di fronte Liverpool e Juventus. Trentanove morti. Una tragedia in proporzioni umane. Una mazzata in provvedimenti disciplinari. Il movimento calcistico inglese è escluso dalle competizioni europee per cinque anni.
Le ripercussioni interne sono altrettanto pesanti. In quello stesso anno la Lady di Ferro al secolo Margareth Thatcher approva lo “Sporting Event Act” dove si ratifica l'abolizione della vendita di alcolici negli stadi e nei parcheggi limitrofi. Nel 1986 arriva un'altra ingiunzione. Si tratta del “Public order act”, ovvero, guai a comportarsi in maniera non consona anche se non violenta. Ai tribunali viene conferita ampia autonomia in merito. Non sarà sufficiente. Non perché si tratti di prescrizioni inutili, ma perché se per prime vengono a mancare le capacità organizzative tutto il resto sono solo inutili dettagli.
Quel 15 aprile incomincia male sin dalle prime ore del mattino. Lavori in corso sulla M62 ostruiscono e ritardano l'afflusso del pubblico, segnatamente quello proveniente da Liverpool. Ma la contingenza viaria del traffico che scorre a rilento non è niente di fronte alla leggerezza con cui viene deciso di distribuire i settori dello stadio alle due squadre e ai rispettivi tifosi. Non ci scordiamo che otto anni prima sempre a Hillsborough, e sempre per una semifinale di coppa d'Inghilterra avvennero incidenti in occasione di Tottenham-Wolverhampton. Fortunatamente non gravi nel bilancio, ma che comunque obbligarono il club tenutario dell'impianto ad intervenire sulla struttura.
Ma tutto sembrava dimenticato. Tutto pareva rimosso dalla memoria. Chi non guarda agli errori del passato è destinato a ripeterli in futuro. E “Cassandra” aveva già lanciato la sua profezia. Derisa. Inascoltata.





















La capiente “Spion Kop End” che conteneva all'incirca 21.000 spettatori viene assegnata alla “Travelling Kop” del Nottingham Forest, squadra che notoriamente ha un seguito di pubblico meno numeroso del Liverpool, mentre al club di Anfield Road sarebbe spettata la dirimpettaia “Leppings Lane” con i suoi 14000 posti. Piccola e angusta. 
Basti pensare poi che in totale gli ingressi riservati ai tifosi dei reds saranno solo sei, contro i sessanta dei supporters del Forest. A poco più di mezz'ora dall'inizio del match la situazione in curva appare relativamente tranquilla. Ci sono famiglie intere con bambini molti dei quali alla loro prima trasferta. Si parla di come farà giocare la squadra Dalglish, di come si comporterà il “redento” Ian Rush reduce dalla penosa esperienza italiana. 
Qualcuno discute se ci sarà intesa fra Ronnie Whelan e John Barnes. Altri scommettono che il goal decisivo lo segnerà Aldrige. Tutti sognano di andare a Wembley.
I problemi iniziano a manifestarsi quando cessa l'intasamento stradale e la M62 riversa sullo stadio tutti i sostenitori del Liverpool, e improvvisamente ci si rese conto della marea umana che stazionava all'esterno della Leppings Lane. Si presume approssimativamente 5000 persone. Iniziò a salire la tensione. 
All'interno dello stadio nel frattempo si incominciano a scandire cori, a cantare “You'll never walk alone”. Fuori montava l'impazienza, c'era chi iniziava a spingere, chi a lamentarsi della calca eccessiva. Una pressione enorme. La polizia andò letteralmente in corto circuito non aspettandosi di dover gestire una situazione così complicata. E qui scattò una decisione. Terribile e fatale. Per smaltire la congestione le forze dell'ordine decidono di aprire un grosso cancello d'acciaio posto nei pressi di un tunnel che conduce all'interno della curva. Il “Gate C”. Sarà come aprire le porte dell'inferno. In genere, in questi casi, ufficiali di polizia a cavallo si sistemano all'ingresso con la funzione di avvisare ed evitare pericolosi sovraccarichi. Per motivi ancora ignoti ciò non successe quel pomeriggio. Entrano tutti. Con e senza biglietto Il gate scarica una quantità di tifosi di gran lunga superiore alla capienza, e in breve non avendo nessuna via di fuga gli spettatori a ridosso del terreno di gioco vengono spinti verso le recinzioni. Le famigerate “Fences”. Fu un massacro. 
Calpestati, spinti, soffocati. Un olocausto di ferro e corpi. Di morte. E altra morte colpisce gli sventurati rimasti schiacciati nel tunnel. Il tutto mentre l'incontro è già cominciato da sei minuti. Lunghi, interminabili, paradossali. Perché nessuno si era accorto delle dimensioni di quello che stava accadendo a pochi passi dal rettangolo verde, se non purtroppo i diretti interessati. Poi un funzionario di polizia capisce che c'è qualcosa che non va e richiama l'attenzione dell'arbitro. Per la cronoca il signor Ray Lewis. E arriva un fischio anomalo. Tanto insolito da sembrare quasi triste. Stridulo complemento sonoro in mezzo a urla e invocazioni. La partita viene interrotta. Ma la polizia commette uno sbaglio. Un altro. Non si renderà immediatamente conto del problema, ma anzi tenterà goffamente di respingere coloro che reputa invasori e non sopravvissuti. Intanto i più fortunati troveranno scampo sulla West Stand tratti in salvo da mani misericordiose. Chi perdeva l'equilibrio o cedeva alla paura era perduto. Quando ci si rende conto del disastro la tragedia si è già consumata. I morti in totale a fine giornata saranno 93 e oltre 200 i feriti. Fra scene di panico e pianto c'è anche chi con abnegazione e grande coraggio cerca di aiutare e rincuorare i contusi. I cartelloni pubblicitari verranno usati come barelle di fortuna, mentre le sirene delle ambulanze urlano nel limpido sabato di Sheffield. Fra le vittime anche John Paul Gilhooley 10 anni, cugino del futuro capitano Steven Gerrard. E' crudele il destino. Sarah e Victoria Hicks sono due sorelle di Pinner sobborgo londinese, entrambe fanatiche del Liverpool. Per Sarah 19 anni il tagliando della semifinale era il regalo di compleanno. Travolta e uccisa. Victoria invece spirerà fra le braccia del padre che inutilmente cercherà di rianimarla. Tony Bland 22 anni rimarrà in stato di coma vegetativo fino al 1993. Fino a quando i genitori Allan e Barbara non decideranno di farlo morire con “dignità” interrompendo la terapia. “Non è cosciente non soffrirà”, dissero i medici. I familiari delle vittime si costituiranno parte civile. 
Ci sarà un processo che avrebbe dovuto essere esemplare ma che in sostanza non ha mai fatto piena luce sull'attribuzione delle colpe. 
Ci sarà un giornale, il “Sun” che getterà sporcizia spacciandola per verità. 
Ci sarà un orologio ad Anfield che segnerà per sempre le 15:06 del 15 aprile 1989. Lest we forget.

9 marzo 2026

1946 . "IL DISASTRO DI BURNDEN PARK" di Max Troiani


Il 9 marzo 1946, il calcio inglese visse il suo primo grande incubo. A
Burnden Park, casa del Bolton Wanderers, era in programma una sfida di FA Cup contro lo Stoke City del leggendario Stanley Matthews. 
Era il primo dopoguerra e la voglia di normalità spinse una folla oceanica verso lo stadio: si stima che oltre 85.000 persone cercarono di entrare in un impianto che poteva ospitarne molte meno.
Poco dopo il fischio d'inizio, la pressione dei tifosi rimasti fuori spinse chi era già dentro verso il campo. Due barriere di sicurezza cedettero sotto il peso umano, scatenando una calca fatale. La tragedia fu assurda e silenziosa: la partita venne sospesa solo per pochi minuti. 
I corpi delle vittime furono adagiati lungo le linee laterali e coperti con i cappotti, mentre il gioco riprese tra la confusione generale, perché le autorità temevano che uno stop definitivo scatenasse rivolte tra chi non capiva la gravità dell'accaduto.

Il bilancio fu di 33 morti e centinaia di feriti. Nonostante l'orrore, il disastro rimase a lungo nell'ombra rispetto a tragedie successive come Hillsborough. Solo negli ultimi anni Bolton ha abbracciato pienamente questo ricordo, onorando quei tifosi che erano usciti di casa per una festa e non fecero più ritorno. Il disastro di Burnden Park non fu solo una tragedia sportiva, ma un fallimento sistemico figlio di un’epoca che sottovalutava la sicurezza delle masse. Il clima era elettrico: dopo gli anni bui della Seconda Guerra Mondiale, il calcio rappresentava la libertà ritrovata.

Quel giorno, i cancelli vennero chiusi ufficialmente alle 14:40, ma migliaia di tifosi rimasti fuori iniziarono a scavalcare le recinzioni o a forzare i tornelli arrugginiti. La folla si riversò nel settore Railway Embankment, già stipato all'inverosimile, creando un effetto "onda" inarrestabile.

Quando le due barriere di ferro cedettero, il collasso fu immediato. Chi si trovava davanti venne schiacciato contro le ringhiere o calpestato. La cosa più agghiacciante fu la gestione dell'ordine pubblico: l'arbitro sospese la gara al 12° minuto dopo che i tifosi avevano invaso il campo per sfuggire alla morte, ma dopo mezz'ora, su ordine del capo della polizia, si ricominciò a giocare. 
I calciatori rientrarono in campo passando a pochi metri dai cadaveri allineati sotto le tribune, coperti pietosamente dai cappotti dei sopravvissuti.  Molti spettatori dall'altra parte dello stadio rimasero ignari del numero delle vittime fino al mattino seguente.

L'inchiesta che seguì, affidata a Moelwyn Hughes, segnò una svolta storica. Il suo rapporto fu il primo a mettere nero su bianco la necessità di controllare rigorosamente il numero di ingressi tramite tornelli meccanici contatutto (turnstyle) e a suggerire la creazione di corridoi di emergenza tra gli spalti. Purtroppo, molte di quelle raccomandazioni rimasero sulla carta per decenni, fino a quando disastri simili (come Hillsborough) non obbligarono il governo a leggi più severe. Per anni, Bolton ha vissuto con un senso di colpa silenzioso; oggi, quella ferita è diventata un simbolo di rispetto, ricordando che la sicurezza non è un optional, ma un diritto di chiunque compri un biglietto per un sogno.

6 febbraio 2026

MONACO 1958 di David Peace (Il Saggiatore), 2024


David Peace torna a raccontare attraverso il calcio la Gran Bretagna del dopoguerra, i suoi incubi e i suoi fantasmi, i suoi traumi e le sue rinascite. Monaco 1958 è il romanzo della più grande tragedia dello sport inglese: l’inno a una generazione che riuscì a risorgere dal lutto collettivo e a trascinare con sé un intero paese verso una nuova epoca.

Il pomeriggio del 6 febbraio 1958, durante il decollo, il volo British European Airways 609 si schianta sulla pista di Monaco di Baviera. A bordo c’è la squadra in trasferta del Manchester United e i giornalisti che la accompagnano: venti passeggeri muoiono nell’incidente; i superstiti vengono ricoverati nell’ospedale più vicino, molti in condizioni critiche, compreso l’allenatore Matt Busby. La disgrazia sconvolge profondamente l’intero Regno Unito, anche perché il Manchester United, con la sua rosa di giovani e geniali giocatori, i «Busby Babes», è una delle squadre più amate e seguite.

Attorno a queste vite David Peace compone un canto di luce e ombra, che dai rottami fumanti sulla pista di Monaco riecheggia fino all’erba calpestata dei campi di gioco, passando per stanze di ospedale, spogliatoi, camere ardenti, strade in lutto e stadi gremiti di tifosi. Pagina dopo pagina, la catastrofe vissuta da un’intera nazione si frammenta e si moltiplica nel flusso delle voci individuali: i timori dei superstiti di non poter più giocare, il dolore delle famiglie nei molteplici, ininterrotti funerali, le preghiere e le speranze dei tifosi e, sopra a tutto, il rimorso e i dubbi dell’assistente di Busby, Jimmy Murphy, costretto a mettere insieme una squadra d’emergenza con le riserve e i giovani dello United. Perché il campionato non si ferma mai. Ma anche perché talvolta il pallone è una necessità; l’unica cosa cui aggrapparsi per andare avanti.

"MUNICH 1958. UN RICORDO DEI BUSBY BABES" di Luca Manes



Quante volte avrete sentito un tifoso di una squadra di calcio, forte o debole non importa, pronunciare con grande enfasi la frase “ah, se tal dei tali avesse segnato quel gol” oppure “se l’arbitro tizio avesse dato quel rigore”, quasi come se quegli eventi non verificatisi, vuoi per presunte colpe altrui o per un apparente scherzo del destino, avrebbero potuto contribuire a cambiare non solo la storia di quel club, ma di una intera fetta della storia del calcio. E’ invece certo, e non siamo gli unici a pensarla così, che se un maledetto incidente aereo non avesse falcidiato le fila di una meravigliosa nidiata di campioni, il Manchester United avrebbe mietuto ancor più successi, arricchendo un albo d’oro che a tutt’oggi fa comunque la gioia dei supporter bianco-rossi. Certo, senza la tragedia consumatasi sulla pista dell’aeroporto di Monaco di Baviera il 6 febbraio di 60 anni fa, il mito dei Red Devils, della squadra che rinasce dalle sue ceneri come una sorta di fenice del football, sarebbe più “ordinario”, più simile a quello delle altre grandi dinastie calcistiche del pianeta.

Meglio così, ci viene da pensare. Gli appassionati inglesi e del resto d’Europa avrebbero visto per altri anni le mirabili imprese dei Busby Babes, i “bimbetti” di Matt Busby, placido allenatore scozzese, in seguito divenuto Sir per meriti calcistici, capace di far resuscitare un club agonizzante, che dopo la Seconda Guerra Mondiale si ritrovò con le casse vuote e lo stadio squassato dalle bombe tedesche, e di portarlo ai vertici in patria e all’estero. Il Manchester United con un mix di giocatori navigati e giovani promesse, poi sfiorite troppo presto, tornò al successo già all’inizio degli anni Cinquanta. Ma il capolavoro di Busby e del suo assistente e responsabile delle giovanili Jimmy Murphy fu poi quello di plasmare una squadra da sogno fatta di ragazzetti in buona parte nati e cresciuti a poche centinaia di metri dall’Old Trafford. Ragazzetti destinati a fare epoca, così bravi che non ci misero molto a dettare legge nell’allora First Division – quella che oggi chiameremmo Premier League – vincendo due campionati consecutivi nel 1956 e nel 1957. La stampa li soprannominò subito Busby Babes, narrandone le gesta con ammirazione ed entusiasmo. Tra di loro c’erano un non ancora stempiato e già fortissimo Bobby Charlton, lo scapestratello ma talentuoso Eddie Colman e soprattutto Duncan Edwards, the Tank, un superlativo mediano che nel dicembre 2007 è stato eletto dai tifosi miglior giocatore di sempre nella storia del club.
La stagione 1957-58 doveva essere quella della consacrazione definitiva, grazie ad un primo, storico successo in Europa su cui tutti all’Old Trafford erano pronti a scommettere. Busby aveva capito che per entrare in pompa magna nell’olimpo del calcio serviva il trionfo nell’allora Coppa dei Campioni, quella competizione osteggiata dal presidente della Football League, Alan Hardaker, preda di manie isolazionistiche che adesso fanno sorridere ma a quei tempi avevano il loro peso – tanto che il Chelsea fu dissuaso dal partecipare alla prima edizione della manifestazione, datata 1955/56.

Ironia di un destino quanto mai beffardo, fu proprio una trasferta europea a trasformare in dramma la bella favola di quel Manchester United fatto di giovani fuoriclasse. Di ritorno da Belgrado, dove un pirotecnico pareggio per 3-3 contro la Stella Rossa davanti ai 50mila del Marakana aveva assicurato ai Red Devils il passaggio alle semifinali della Coppa, la squadra con il suo seguito di dirigenti e giornalisti fu costretta a fare scalo a Monaco di Baviera. La bufera di vento e neve che tormentava la città tedesca non convinse il comandante dell’aereo che doveva riportare a casa i Busby Babes che forse era meglio lasciar perdere e rimanere in Germania ancora per qualche ora , in attesa di una schiarita. Al terzo tentativo di decollo il velivolo si schiantò rovinosamente sulla pista imbiancata da cumuli di neve e andò ad urtare con un’ala un deposito di carburante. Tra le macerie dell’aereo, smembrato e parzialmente in fiamme, rimasero i corpi senza vita di sette Babes e di altre undici persone, tra dirigenti del club e giornalisti. Non ce la fece l’alter ego in campo di Busby, l’indomabile capitano Roger Byrne, così come si spensero Eddie Colman, il prolifico attaccante Tommy Taylor ed i giovanissimi Mark Jones (24 anni), David Pegg (22) e Liam Whelan (22). Come spesso capita nel caso di simili incidenti, una delle vittime non sarebbe dovuta essere lì. Geoff Bent fu convocato per la trasferta solo perché Byrne non era sicuro al 100% di poter scendere in campo.
Duncan Edwards smise di lottare dopo due settimane di straziante agonia, quando l’intera Inghilterra aveva già pianto tutte le sue lacrime per una squadra già assurta a simbolo di un Paese capace di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra. 
Nel frattempo, il 19 febbraio, il Manchester United era tornato in campo in un Old Trafford lacerato dal dolore per disputare il quinto turno di Coppa d’Inghilterra, mettendo su una formazione composta da parecchie riserve e alcuni giocatori presi in prestito. Il programma di quella partita, però, recava lo stesso undici spazi vuoti al posto dei nomi degli idoli di casa. In realtà a battere gli Owls quel giorno c’erano anche due superstiti di Monaco, Bill Foulkes e Harry Gregg. Altri scampati, Jackie Blanchflower e Johnny Berry, finirono anzi tempo la loro carriera, mentre il carattere dell’allora poco più che ventenne Bobby Charlton rimase per sempre segnato dal ricordo di quell’evento luttuoso.

E Sir Matt? Busby rimase giorni a combattere contro la morte, così malridotto che inizialmente nemmeno suo figlio Sandy fu in grado di riconoscerlo. Le ferite nell’animo furono però le più dure da guarire. Busby era oppresso da una colpa tanto grande quanto ingiustificata: non essere riuscito a proteggere i suoi ragazzi.
In tanti hanno accostato la sciagura del Manchester United a quella del grande Torino. Molti addetti ai lavori hanno fatto notare che il Toro non si è mai del tutto ripreso da Superga, lasciando definitivamente il predominio cittadino e non solo ai cugini in bianco e nero. Il Manchester United, invece, seppe prendere alla lettera lo spirito della fenice, simbolo scelto per ricordare la sciagura dell’aeroporto Reim. Busby mise su un'altra squadra fenomenale, ispirata dalla grinta di Nobby Stiles, dalla classe di Bobby Charlton, dai numeri di Dennis Law ma soprattutto dal genio assoluto del Belfast Boy, il migliore di nome e di fatto: George Best. Il sogno di dominare l’Europa del pallone sarebbe divenuto realtà sotto la luce dei riflettori del tempio di Wembley – quello delle due torri e non dell’arco – durante una calda serata della fine del maggio 1968. A soccombere per 4-1 dopo i supplementari nella finale di Coppa dei Campioni c’era il Benfica di Eusebio. Con dieci anni di ritardo, i Red Devils erano diventati campioni d’Europa e Busby e Charlton potevano finalmente abbracciarsi in un misto di felicità e commozione. Avevano onorato in modo degno la memoria di chi non c’era più per colpa di un maledetto incidente aereo.
di Luca Manes

29 maggio 2025

"HEYSEL. Le verità di una strage annunciata"

Dalla prefazione di Walter Veltroni del libro "Heysel. Le verità di una strage annunciata" di Francesco Caremani.

È una mano pietosa e indignata, quella di Francesco Caremani che ci guida in quel 29 maggio 1985, il giorno in cui lo sport dismise i panni dell’amicizia e della gioia per vestire quelli del dolore e della violenza.

Avvenne, a Bruxelles, ciò che in molti avrebbero potuto facilmente prevedere ed evitare, e non vollero o non seppero farlo. Quel giorno lo stadio del gioco diventò lo stadio della morte, una morte trasmessa in diretta e in mondovisione. Una morte che si mescolò col gioco del pallone (e per questo fu più crudele e più odiosa) che portò via il soffio della vita a chi avrebbe voluto semplicemente applaudire, vincere o perdere con la propria squadra, coi propri beniamini. E invece persero tutti, nonostante la coppa alzata, il giro del campo, nonostante i sorrisi, i ‘non sapevamo’, nonostante il gol. Nonostante la vittoria, persero tutti, in quella sera luttuosa all’Heysel, quando il battito del cuore improvvisamente cessò per trentanove persone. Erano italiani in gran parte, ma il necrologio riporta anche quattro nomi belgi, due francesi e un nordirlandese. Il più giovane aveva undici anni e si chiamava Andrea. Seicento furono i feriti.

Le cronache ci raccontarono che la violenza degli hooligans inglesi non rispettò nemmeno i poveri corpi senza vita, oltraggiati col furto, con la denigrazione. La pietà muore più volte, e ciò che chiamiamo bestiale è, purtroppo, proprio dell’Uomo, non della ferinità, poiché solo l’Uomo può adoperare con consapevole raziocinio la crudeltà, l’offesa, il gesto delittuoso fine a sé stesso. Scriveva Salvatore Quasimodo in “Uomo del mio tempo”, nel 1946, cogli orrori della guerra davanti agli occhi: “(...) Hai ucciso ancora,/ come sempre, come uccisero i padri, come uccisero/ gli animali che ti videro per la prima volta./ E questo sangue odora come nel giorno/ Quando il fratello disse all’altro fratello:/ «Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,/ è giunta fino a te, dentro la tua giornata (...)”.

Anche all’Heysel si udì quell’eco, nelle urla degli hooligans, nel silenzio della polizia belga, nei piani di sicurezza mal attuati. È facile alzare la mano sugli innocenti, sui più deboli, sugli inermi. Questo ci insegna la strage dell’Heysel: il Male ha una sua feroce semplicità, lo si incontra anche nel luogo che per sua fattura dovrebbe invitare all’amichevole aggregazione, come uno stadio. E invece no: il gioco è il pretesto, la violenza è il fine. Quegli hooligans cercavano lo scontro, questo ci racconta il libro, e cercavano d’uccidere, dopo aver fatto crescere l’eccitazione con fiumi di alcol.

Nelle pagine successive i lettori troveranno ricostruzioni esatte e agghiaccianti. Un testimone così racconta: “Queste cose dovete scriverle. Quelli del Liverpool avevano pistole, forbici, coltelli, spranghe. Hanno ammazzato un ragazzo con un lanciarazzi, ho visto tutto con i miei occhi... È cominciato tutto col lancio di razzi. Dalla zona degli inglesi ne è arrivato uno, poi un altro e un altro ancora. Il quarto razzo ha colpito in pieno un tifoso. Era a venti metri da me. L’ho visto cadere, era una maschera di sangue. Nessun poliziotto è intervenuto”.

I lettori troveranno spiegazioni, opinioni, denunce. Troveranno le cronache dei processi, i pareri degli avvocati. Troveranno le parole di Otello Lorentini, l’anziano padre di Roberto, uno dei morti dell’Heysel cui è dedicato il libro. Roberto è morto mentre tentava di salvare un bambino ferito con la respirazione bocca a bocca.

Quando Caremani chiede il motivo per cui ha deciso di costituire l’Associazione tra le famiglie delle vittime di Bruxelles, Lorentini risponde che non poteva sopportare che si pensasse anche solo per un attimo che “39 persone erano morte da sole, per pura fatalità”. Arrivando alla fine del libro, quelle parole saranno una delle chiavi di lettura dell’intera vicenda, perché quel giorno della fine di maggio del 1985 furono gli uomini e non il Fato a decidere come in un’antica arena romana se avesse dovuto esserci il pollice verso, e fu così che morirono gli innocenti dell’Heysel: qualcuno li uccise, qualcuno lasciò fare.

Caremani è un ottimo giornalista. Ci emoziona, ci commuove anche, eppure ci avverte a ogni passo di non lasciarci distogliere dal dolore, perché oltre il dolore deve esserci giustizia. Non è un lieto fine, quello che l’autore ci racconta, né potrebbe esserlo, poiché non c’è letizia per chi ha perso i propri amici e familiari, ma c’è un risultato importante che l’impegno di Otello Lorentini e di altri riescono a raggiungere: la condanna della Uefa non è solo un atto giudiziario, ma indica un dovere di assunzione di responsabilità. Caremani sa bene che la giustizia degli uomini non è infallibile, ma è conscio di come quella sentenza rappresenti davvero un fatto storico per la giurisprudenza.

Questo libro è prezioso e bellissimo. Lo è perché ci ammonisce a non dimenticare e perché narra puntualmente e con notizie verificate tutto ciò che è accaduto; ma lo è anche perché è un libro d’inchiesta che ha dentro la passione del diario, della pagina biografica. Caremani dichiara che questo è il libro che non avrebbe voluto mai scrivere, eppure ciò che è avvenuto ha trasformato queste pagine nel “suo libro”.

Dentro e dietro il cumulo di dimenticanze, di superficialità, di pressappochismo, di mancanze, di colpe, l’autore indaga con la passione di chi ha ricevuto il testimone più scomodo: quello della memoria. Egli raccoglie indizi, ascolta e riferisce, forse affinché quel suo dolore si asciughi almeno un poco, e davvero quel dolore, quel nodo scuro, quel groppo alla gola che Caremani si portava dentro, si trasformano in coraggio e tenacia. La rabbiosa voglia di sapere diventa forte denuncia civile, diventa un pezzo di storia da leggere e conservare, diventa testimonianza lucida e critica di un massacro evitabile.

Voglio bene a questo libro: è un grande atto d’amore verso trentanove innocenti, e un monito a non perdere la strada dell’umanità e della pietas.
di Walter Veltroni

"HEYSEL. LE VERITA' DI UNA STRAGE ANNUNCIATA" di Francesco Caremani (Bradipolibri), 2025


Edizione aggiornata.
Il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool, muoiono 39 tifosi bianconeri. Muoiono nel settore Z, schiacciati e soffocati dalla calca, sotto i colpi degli hooligans inglesi instupiditi dall’alcool, con la connivenza decisiva delle autorità e della polizia belghe, incapaci di prevedere e d’intervenire. Una tragedia annunciata che si abbatte con disperante drammaticità sul calcio come sport e sulle coscienze di tutti noi come uomini prim’ancora che come sportivi. Una ferita aperta e mai rimarginata, perché non si può e non si deve morire di calcio. Tutti hanno raccontato quello che è successo prima di Juventus-Liverpool, molti hanno raccontato il durante e il dopo, anche il proprio, ma nessuno s’è mai veramente addentrato nelle scomode verità. Gli effetti personali rubati, l’arroganza delle autorità, la lunga, faticosa e snobbata battaglia legale portata avanti dall’Associazione delle vittime, da Otello Lorentini che in Belgio ha perso il figlio Roberto. L’umanità calpestata di 39 famiglie tra meschinità d’ogni genere. Questo libro è un atto dovuto alla memoria e alla dignità di 39 persone che hanno perso la vita per assistere a una partita.

L’unico libro ufficialmente riconosciuto dall’Associazione familiari vittime Heysel

15 aprile 2025

"15 APRILE 1989: La verità sul disastro di Hillsborough" di Indro Pajaro (Urbone), 2016

Prefazione Roberto Gotta
Sheffield, stadio di Hillsborough, 15 aprile 1989.
Novantasei tifosi del Liverpool muoiono schiacciati e soffocati nel settore Leppings Lane durante la semifinale di Coppa d’Inghilterra contro il Nottingham Forest. Sei minuti dopo il calcio d’inizio, l’arbitro sospende la partita. Si è appena verificato il maggiore disastro nella storia dello sport britannico.
Le autorità, la stampa e il governo Thatcher addossano immediatamente la responsabilità agli stessi tifosi, vedendo nella furia di hooligans ubriachi e senza biglietto il perfetto capro espiatorio.
Ma la realtà dei fatti è ben diversa, destinata a rimanere nascosta per molto tempo da una coltre di accuse infamanti, false verità e depistaggi. A distanza di quasi trent’anni dal disastro che cambiò per sempre il calcio inglese, il libro offre la cronaca di quanto avvenne prima, dopo e durante quel giorno. In maniera emozionale, senza filtri o censure, svelando retroscena e avvalendosi di testimonianze in prima persona per fare piena luce sulla vicenda all’indomani della fine del processo più lungo nella storia legale britannica.

6 febbraio 2025

"MANCHESTER UNITED - La leggenda dei Busby Babes" di Luca Manes (BradipoLibri), 2006


Senza di loro, forse, il mito del Manchester United non sarebbe mai nato. Senza quel maledetto incidente aereo, che un freddo pomeriggio di febbraio di quasi cinquant’anni fa li decimò a Monaco di Baviera, la storia del calcio inglese sarebbe sicuramente differente. Li chiamavano Busby Babes per via della loro giovane età e perché erano allenati da uno dei più grandi tecnici di tutti i tempi.
Quel sir Matt Busby che, dopo aver fatto resuscitare i Red Devils una volta terminata la Seconda guerra mondiale ed essere riuscito a costruito un team formidabile fatto di sole stelle del vivaio, seppe ricominciare da capo. Con pazienza e determinazione il tecnico scozzese una calda serata del maggio 1968 arrivò a coronare il suo sogno, vincere la Coppa dei Campioni per onorare la memoria di quegli otto ragazzi che dieci anni prima avevano trovato la morte sulla pista di un aeroporto tedesco.

18 novembre 2024

1971 IL DISASTRO DI IBROX.

Tra tutti gli episodi negativi – e ce ne sono stati – che hanno contraddistinto l’Old Firm, la sfida infinita tra Celtic e Rangers, uno spicca per l’enorme costo di vite umane che ha comportato: la tragedia di Ibrox del 2 gennaio 1971.
Quel giorno il derby tra i protestanti e i cattolici, tra i filo irlandesi e i fedeli alla corona britannica, sembrava destinato a terminare sullo 0-0, giusto epilogo di un match noioso e quasi privo di occasioni da rete. A un minuto dal termine Jimmy Johnstone, leggenda del Celtic di quegli anni, siglò un gol che alla maggioranza dei presenti apparve decisivo. Non a caso una parte dei quasi 100mila che affollavano gli spalti di Ibrox Park decise di prendere la via di casa, all’apice della depressione calcistica per aver perso un derby in maniera così rocambolesca. Ma a pochi secondi dal fischio finale del direttore di gara, Colin Stein pareggiò la disfida. Cosa sia successo in quei drammatici secondi all’interno dello stadio non è ancora certo al 100 per cento. La versione andata in voga per tanti anni è che i tifosi, sentite le urla d’esultanza per l’insperata marcatura del pari, provarono a tornare sugli spalti, creando un tragico “scontro” con coloro che stavano uscendo festanti. Più verosimilmente, si suppone ormai che la caduta di una persona con un bambino sulle spalle provocò un effetto domino a dir poco disastroso.




























La realtà dei fatti è che a perire furono ben 66 tifosi dei Gers, di età compresa tra i 9 e i 43 anni. Tra loro cinque studenti del villaggio di Markinch che abitavano nella stessa strada e che erano andati a vedere la partita insieme. Per percepire tutta la drammaticità di quanto accaduto in quei pochi minuti di parapiglia infernale basti pensare che le crash barriers dell’East Stand furono piegate quasi fossero di gomma. Le peggior tragedia della storia del calcio britannico, tristemente superata per l’ammontare delle vittime solo dal dramma dell’Hillsborough nell’aprile del 1989 (in quel caso i morti furono 97) è certamente da addebitare a una tremenda fatalità, ma anche, se non soprattutto, alla struttura obsoleta e inadeguata a ospitare folle oceaniche.

A differenza dei nostri tempi, allora gli impianti britannici erano tutto fuorché moderni e funzionali. Il fascino d’antan non faceva per niente rima con sicurezza. Ma se in tutto il Paese bisognò attendere i tanti lutti degli anni Ottanta per una sterzata decisa nella giusta direzione, almeno i Rangers impararono sin troppo bene la lezione, apportando subito delle significative migliorie al loro glorioso stadio.
Per la verità quello del 1971 non fu il primo “Disastro dell’Ibrox”. Oltre a due significativi incidenti nel 1961 e nel 1969 – che costarono la vita a due persone – ce n’è uno celebre quanto molto datato e legato al grande architetto di stadi, lo scozzese Archibald Leitch.

La sua primissima opera, proprio l’Ibrox Stadium, non resse all’urto delle oltre 68.000 persone accorse per assistere a una sfida tra Scozia e Inghilterra dell’aprile del 1902. Quel match era valido per il British Home Championship (conosciuto anche come Home International), il torneo che dal 1883 al 1984 ha visto fronteggiarsi in maniera sempre molto accesa le quattro nazioni britanniche, ovvero le due protagoniste dell’incontro di Ibrox più Galles e Irlanda del Nord (fino al 1950 scese in campo una selezione che rappresentava tutta l’Irlanda e non solo le sei contee dell’Ulster rimaste al Regno Unito dopo l’indipendenza dell’Eire nel 1922). Nonostante l’impianto non fosse pienissimo – la capienza era stimata nell’ordine degli 80.000 posti – la West Stand, una delle “curve”, crollò rovinosamente sotto il peso degli spettatori. Davanti agli occhi di Leitch, che era presente, centinaia di persone fecero un salto nel vuoto di diversi metri. In quella che fu la prima sciagura della storia in un impianto britannico morirono in 26, mentre altri 500 rimasero feriti. La struttura in legno con giunture in ferro non era per nulla adatta a contenere folle di quelle proporzioni, come dovette amaramente riconoscere un affranto Leitch, che in quel momento deve aver avuto la netta impressione che la sua carriera di designer di impianti sportivi fosse destinata a durare molto poco. Invece si sbagliava. 
di Luca Manes

1 luglio 2024

"HEYSEL. Le verità di una strage annunciata" di Francesco Caremani (Bradipolibri), 2015

Il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool, muoiono 39 tifosi bianconeri. Muoiono nel settore Z, schiacciati e soffocati dalla calca, sotto i colpi degli hooligans inglesi instupiditi dall’alcool, con la connivenza decisiva delle autorità e della polizia belghe, incapaci di prevedere e d’intervenire. Una tragedia annunciata che si abbatte con disperante drammaticità sul calcio come sport e sulle coscienze di tutti noi come uomini prim’ancora che come sportivi. Una ferita aperta e mai rimarginata, perché non si può e non si deve morire di calcio. Tutti hanno raccontato quello che è successo prima di Juventus-Liverpool, molti hanno raccontato il durante e il dopo, anche il proprio, ma nessuno s’è mai veramente addentrato nelle scomode verità. Gli effetti personali rubati, l’arroganza delle autorità, la lunga, faticosa e snobbata battaglia legale portata avanti dall’Associazione delle vittime, da Otello Lorentini che in Belgio ha perso il figlio Roberto. L’umanità calpestata di 39 famiglie tra meschinità d’ogni genere. Questo libro è un atto dovuto alla memoria e alla dignità di 39 persone che hanno perso la vita per assistere a una partita.

"Questo libro è prezioso e bellissimo. Lo è perché ci ammonisce a non dimenticare, e perché narra puntualmente e con notizie verificate tutto ciò che è accaduto; ma lo è anche perché è un libro d’inchiesta che ha dentro la passione del diario, della pagina biografica. Caremani dichiara che questo è il libro che non avrebbe voluto mai scrivere, eppure ciò che è avvenuto ha trasformato queste pagine nel “suo libro”.
Voglio bene a questo libro: è un grande atto d’amore verso trentanove innocenti, e un monito a non perdere la strada dell’umanità e della pietas."
Dalla prefazione di Walter Veltroni.
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