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12 febbraio 2026

"PLAY UP POMPEY" di Massimo Zannotti

Salve, mi chiamo Massimo da Livorno, 53 anni appassionato del “calcio a punta di dito”, infatti ho una pagina facebook chiamata “Il subbuteo di Highlands 19” e sono innamorato del football inglese. Per quale squadra tifo??

Non essendo nato in terra di Albione, sceglierne una non è stato facile, la prima fu l’Aston Villa in onore della band dei Duran Duran nativi di Birmingham che ascolto dagli anni 80, con tanto di acquisto di sciarpa. La prima partita british vista dal vivo è stato il Leeds United che in un turno di coppa contro una squadra israeliana l'Hapoel Tel-Aviv giocò a Firenze, aveva giocatori del calibro di Given, Harte, Dorigo, Kewell, Viduka e Smith, non male, ma entrambe si sono rivelati  “amori estivi”Poi nel 2010 ero in ferie a Eastbourne dove vive una mia cugina, le chiesi quale città visitare e mi indicò Brighton e Portsmouth, feci il biglietto per quest'ultima con destinazione Harbour, poi quando dall'altoparlante annunciarono “the next stop Fratton Park” ebbi un sussulto, guardai fuori dal finestrino e vidi i riflettori, decisi di scendere e qui mentre mi avvicinavo avevo le gambe che mi tremavano, cosi come la voce quando chiamai un mio amico per raccontare dov'ero, riuscii a strappargli una promessa, bisogna venire a vedere una partita e cosi facemmo nell’ aprile 2010. Era l'ultima in casa, già retrocessi ma con i tifosi che chiedevano autografi ai giocatori, rammento Kanu e il portiere James, che atmosfera!! La partita fu un tifo continuo, nessuna contestazione, due settimane dopo c'era da giocarsi la finale di Fa Cup con il Chelsea (poi vinta 1-0 dai blues di Londra). Ricordo che vinse 2-1 l'Aston Villa (coincidenza?) e quando fu fischiato un penalty per i Clarent & Blue urlai: "James right,right!!!" chiaramente non mi senti ma si tuffò a destra e lo respinse. La famigliola nella fila davanti a noi, composta da babbo, due figli e nonno, si girò verso di noi porgendo la mano per un gimme five.

Da quella data ho attivato le notifiche ed anche se le stagioni seguenti sono state un calvario che ha visto i pompey retrocedere fino alla League Two, per colpa di amministrazioni pirata, prima di essere comprata dai tifosi e piano piano risalire fino alla championship l'amore per questi colori si fa sentire e negli ultimi tre anni, grazie al buon Fabio Del secco che conoscete ho sottoscritto l'abbonamento alla piattaforma "ifollow" e cosi, sono stato fino allo scorso maggio, incollato alla tv con tanto di maglia, sciarpa e tatuaggio in mostra.

Non l'ho rinnovato nella stagione in corso perché sono impegnato nei weekend con i ragazzi under 18 dell’Orlando Calcio Livorno e praticamente vedevo solo i turni infrasettimanali ma nè distanza e nè km possono affievolire questa passione, perché come mi piace pensare, sono stato scelto per tifare questi colori e ne vado fiero…Play up Pompey!!

11 settembre 2025

"E' ACCADUTO TUTTO UNA DOMENICA MATTINA" di Francesco Caremani

È accaduto tutto una domenica mattina. Di quelle domeniche un po’ stanche, nell’attesa di andare a pranzo dai nonni e pronto per tifare, nel primo pomeriggio, la squadra del paese dove allora abitavo.
All’epoca i canali televisivi erano pochi, Sky era ancora nelle stelle e il calcio era soprattutto “90° minuto” e la “Domenica Sprint”, per la “Domenica Sportiva” avrei dovuto attendere ancora qualche anno, la davano troppo tardi e il lunedì mattina c’era la scuola.
Non so quanti se lo ricordano, ma è stata Tele 37, emittente toscana, a dare le prime gare di calcio inglese, intorno alle 11.30-12 della domenica mattina. Quella domenica in particolare ero riuscito a sgattaiolare nella sala di mia madre, terreno protetto, dove c’era il televisore a colori grande. Mi sistemai e feci il classico giro con il telecomando.
Quando m’imbattei in una partita di calcio. Non ricordo chi giocava e nemmeno il risultato, ma restai colpito da alcune cose in particolare. Innanzi tutto il pallone completamente bianco, eccezionale. Poi le maglie della Umbro. Lo stadio. L’ululato dei tifosi a ogni azione d’attacco. Il gioco semplice ma continuamente aggressivo dei giocatori in campo.
Per certi versi fu un colpo di fulmine, quel pallone bianco diventò un totem, tanto che in palestra, a scuola, adoravo giocare con i palloni della pallavolo, bianchi, di cuoio, un po’ più leggeri, ma così inglesi, almeno nel mio immaginario.
Da allora il calcio inglese è rimasto un amore forte, a volte nascosto dentro di me, per quel modo di fare football e di viverlo, fors’anche con quell’atteggiamento ossequioso per chi il calcio lo ha inventato prima degli altri.
A maggior ragione, però, le sfide Italia-Inghilterra, un po’ come Italia-Germania, le sentivo particolarmente e battere una squadra inglese era per me motivo di grande vanto e orgoglio. Ricordo ancora la vittoria del Genoa di Bagnoli all’Anfield Road di Liverpool con doppietta di Aguilera, anche se quel Liverpool era decisamente più scarso di quello di oggi e di quello degli anni Ottanta.
Ma c’è stato un momento che non scorderò mai. Tifoso della Juventus, un tempo sfegatato, seguivo con grande emozione la cavalcata dei bianconeri nella Coppa dei Campioni 1982-83. C’era aria di vittoria finale, la sensazione che quella Juventus spettacolo potesse vincere una coppa, per i colori bianconeri, maledetta. Il sorteggio per i quarti di finale mise di fronte Platini & compagni ai campioni d’Europa in carica, l’Aston Villa.
Prima di allora non conoscevo Birmingham e non sapevo com’erano le maglie di quella squadra. Ricordo la sera dell’andata in Inghilterra, la partita doveva essere trasmessa da Tmc, ma nel ritardo dell’eurovisione il Tg1 dette in anteprima il vantaggio della Juve, colpo di tacco di Bettega, crosso di Cabrini, Rossi di testa gol. Erano i giocatori campioni del mondo, era l’Italia che batteva l’Inghilterra sul proprio terreno, incredibile.
Quella che ricordo è una delle più belle partite mai viste in televisione, alla fine vinsero i bianconeri per 2-1, con uno strepitoso gol di Boniek in classico contropiede, all’italiana. 
Nel ritorno il 3-1 della Juventus fu addirittura schiacciante. Ma da allora non ho mai dimenticato Gary Shaw, vincitore anche di un Bravo, il premio indetto dal “Guerin Sportivo” per il migliore Under 21 delle coppe europee. Nemmeno la maglia ho dimenticato e me la sono anche comprata, una Umbro, così come quella del Newcastle United, bellissima.
Se c’è una squadra che mi fa vibrare quando guardo il calcio inglese, da allora, è sempre l’Aston Villa e quello stadio catino di Birmingham del quale non ho mai ricordato il nome.
E i colori di quella maglia, celeste e granata, un’accoppiata che ancora mi affascina nel mio lavoro di giornalista, in particolar modo quando si tratta di magazine patinati.
Poi ci fu l’Heysel… Ma questa è un’altra storia, una storia che ho raccontato in un libro importante.
Francesco Caremani, da "UK Football please" (dicembre 2005)

28 maggio 2025

COME NASCE LA MIA PASSIONE PER LA SCOZIA

Nel 1974 avevo 7 anni, tifavo per il Milan dopo la delusione di Verona di un anno prima, ma a livello internazionale non avevo le idee molto chiare. La mia prima raccolta di figurine fu quella del campionato 1973-74 che completai proprio in quel periodo. Così, quando verso la fine della scuola tornai a casa con l’album nero di München 74, abilmente distribuito gratis con un’ottima campagna di marketing proprio davanti all’uscita con bustina allegata, mia mamma mi guardò con aria severa: «Non vorrai fare anche questa?» mi ammonì. Erano i miei primi mondiali, e così riuscii a convincerla e inizia anche quella collezione, senza portarla a termine. La pagina della Scozia aveva su di me un effetto ipnotico, ne avevo sentito parlare perché una mia compagna di classe, cosa inusuale all’epoca, era nata a Edimburgo da madre scozzese, e questo mi aveva colpito, così come i suoi capelli biondi e occhi azzurri. L’associazione con le magnifiche divise dark-blue sia delle maglie che delle tute dei giocatori, unita ai volti, tipicamente anni ’70, completò l’imprinting: l’amore era sbocciato quasi per caso e da lì in poi la Scozia sarebbe stata la squadra del mio cuore. Ricordo la prima partita vista in diretta: Brasile-Scozia 0-0 con la telecronaca di Nando Martellini, che sottolineava la potenza del tiro di Peter Lorimer.

Seguì la delusione per un’eliminazione al primo turno causata da un solo gol di differenza reti proprio a favore del Brasile, campione del mondo in carica, con il quale giocammo alla pari.
Non sapevo che questa sarebbe stata la prima di una lunga tradizione negativa: sempre fuori al primo turno! In tutte le fasi finali, che si trattasse di un mondiale o di un europeo. Dall’altra parte la soddisfazione di vedere un paese di pochi milioni di abitanti, partecipare per sei volte su sette alla fase finale dei mondiali dell’ultimo quarto di secolo del 1900. Anche quando le squadre ammesse erano solamente sedici!

Nel 2018, dopo l’ennesima delusione per la mancata qualificazione ai mondiali di quell’anno (come l’Italia del resto) decisi di scrivere un libro dove raccontavo la mia bizzarra passione, partendo da uno striscione notato nella curva della Reggiana, la squadra della mia città. TI AMEREI ANCHE SE VINCESSI può valere per molte squadre non abituate a vincere, ma per la Scozia lo trovavo perfetto. A questo è seguita la creazione del gruppo ITALY TARTAN ARMY, più virtuale che reale, anche eravamo presenti a Monaco durante gli ultimi europei, seppur non allo stadio.

Visto il buon successo, seppur di nicchia, del primo libro, ho perseverato con LA TRAVERSA SPEZZATA che racconta in modo romanzato tra realtà e fantasia una delle più grandi imprese scozzesi: la vittoria a Wembley nel 1977 con invasione di campo e rottura della traversa, crollata sotto il peso dei tifosi appesantiti dall’alcol. Dopo alcune divagazioni su alcuni vuoti che ho voluto colmare, visto che nessuno aveva mai scritto di loro, riguardo personaggi non scozzesi ai quali sono legato come Pippo Marchioro, Villiam Vecchi e Nico Facciolo, recentemente ho voluto completare la trilogia scozzese con un romanzo più che ucronico direi folle, dove la Scozia arriva a trionfare ai mondiali di Italia ’90. CAMPIONI DEL MONDO è un viaggio durante l’estate del 1990 tra sogno, realtà, fantasia. Difficile distinguerli in questo racconto, che posso definire appassionante, anche se sono di parte. E non è finita qui, entro l’anno uscirà un qualcosa che stupirà tutti gli amanti del calcio britannico, un’opera piena di immagini, imperdibile per i collezionisti, sulla quale per il momento non posso aggiungere altro.
di Antonello Cattani

19 maggio 2025

"SUBBUTEO. LA' DOVE TUTTO E' COMINCIATO" di Fabio Del Secco

Subbuteisticamente parlando, gli ultimi due anni hanno per me significato il consolidamento di un processo di studio, di approfondimento e di ricerca che si è tradotto in quella che più volte ho definito come la Cultura del Subbuteo, ovvero una consapevolezza storico-cronologica della produzione dell’azienda di Peter Adolph, edificata di pari passo con un’attenta analisi del contesto sociale e del momento epocale in cui le idee di Adolph stesso prendono vita. E proprio a Peter Adolph e al suo mondo ho deciso di dedicare un viaggio, un viaggio con un milione di significati e di implicazioni emotive, fatto però a distanza di sei anni dal ritrovamento del vecchio amico (il Subbuteo), nel momento cioè in cui ho percepito un me diverso, più pronto perché costruito con l’età e con l’esperienza nonché sulle fondamenta di un’identità ben precisa, umanamente riconducibile alla componente anagrafica, Subbuteisticamente alla consapevolezza cui accennavo poco sopra.
Ecco cosa ha significato il viaggio a Tunbridge Wells: la chiusura di un cerchio, una ricongiunzione circolare al punto di partenza, ovvero il Natale del ’77 e il bimbo con i pantaloni a zampa di elefante più volte citato nei miei primi due libri. Questa ricongiunzione circolare ha fatto leva su un sentimento in particolare, la riconoscenza, sviluppatosi nel preciso istante in cui ho cominciato ad accorgermi di trovarmi a vivere una specie di seconda opportunità, la cui presa di coscienza ha finito per indurre quell’istinto allo studio, all’approfondimento e alla ricerca, ovvero alla costruzione di un patrimonio culturale che, in ottica Subbuteistica, mi ha permesso di allenare e di coltivare lo slancio alla gratitudine. E anche se all’apparenza può sembrare una gratitudine forse immaginaria, virtuale, volendo fine a sé stessa laddove intervenga la consapevolezza del fatto che il destinatario non potrà mai veramente apprezzare, l’impulso ha comunque dovuto far fronte all’urgenza dell’istinto emotivo.
Ed è stato a tutti gli effetti un viaggio nel tempo e nelle emozioni, la risposta ad un bisogno, fisico e mentale, di conoscere, di vedere, di vivere e sperimentare quel territorio e quel legame eterno tra la creatura di Adolph e il territorio stesso, un impeto suggestivo e passionale dettato e mosso dal senso di riconoscenza verso l’uomo che con la sua invenzione mi ha messo, non una ma ben tre volte, davanti ad una tastiera e ad un computer con l’intento di scrivere emozioni e sensazioni. Perché forse è proprio questa la chiave di lettura e d’interpretazione di quel sentimento di gratitudine, ovvero la consapevolezza di quanto la più grande invenzione ludica di tutti i tempi mi stia donando e restituendo in termini di riconciliazione con un me sopito da tempo e anestetizzato da ricordi ahimè mai finiti nell’oblio. Certo non nego che l’aver edificato una collezione costruita sull’esplorazione e la ricerca, rimodulando il concetto stesso di slancio collezionistico in una prospettiva sempre più selettiva e sempre più proiettata verso la scelta di pezzi che fossero non solo rari ma anche concettuali, pezzi cioè che sapessero trasmettere un messaggio e raccontare di un tempo lontano e di un mondo che non c’è più, abbia agevolato quel processo in cui la gratificazione collezionistica ha finito per assumere contorni sempre più indirizzati alla metamorfosi culturale, come se la crisalide della conquista appena posizionata sullo scaffale non attendesse altro che trasformarsi in vero e proprio patrimonio di conoscenza e di sperimentazione. È stata ed è indubbiamente una dimensione in cui il dialogare con determinati reperti “archeologici” è essenzialmente ascoltare, e ascoltando percepire come quegli stessi reperti abbiano così tanto da raccontare da poter esser considerati cardini di un processo di comprensione. Ma comprensione di cosa? Nel mio caso sicuramente della produzione Subbuteo dalle origini fino al 1985 (anno al quale mi fermo per i motivi ampiamente spiegati nel mio primo libro), ma soprattutto delle dinamiche imprenditoriali e commerciali che di quella produzione furono il presupposto, e dunque anche della mente che progettò e realizzò la più grande invenzione ludica di tutti i tempi, un’invenzione che ha di fatto rivoluzionato il concetto di intrattenimento casalingo e che oggi rappresenta un clamoroso schiaffo in faccia alla contemporaneità, un’invenzione frutto di una mente che sapeva guardare al presente e proiettarsi al futuro, vivendo e sperimentando il mondo e il momento storico in cui inserì quella produzione, di quel mondo stesso interpretandone la voglia di riscatto e di rinascita che si stava gradualmente trasformando in ritorno allo svago dopo il buio degli anni precedenti.
Non nego che l’intrecciarsi delle mie vicende personali con la presenza del Subbuteo nelle stesse, sia stato e sia tuttora una delle motivazioni più significative, non solo del viaggio stesso ma anche di tutto il processo di approfondimento e di studio di una produzione evolutasi parallelamente al mio stesso processo anagrafico. Nel Natale del 1977 l’invenzione di un ornitologo entrò prepotentemente nella mia vita, vi si soffermò per diverso tempo e poi sparì, per darmi infine appuntamento dopo trent’anni quando ormai “il credito residuo” si sta gradualmente esaurendo e le ferite si ostinano a non risarcirsi, ma al momento giusto per decifrare e capire quella stessa invenzione, e fare di questa decodifica lo strumento per sistemare le cose con il passato, dare un senso alle ferite stesse e accettare la mano portami dal bimbo coi pantaloni a zampa di elefante rimasto, da quel Natale del '77, ad aspettarmi per così tanto tempo.
Che senso ha adesso l'esperienza di questo viaggio in prospettiva futura? A Tunbridge Wells ho parlato con la gente del posto per capire quanto effettivamente sia rimasto dell’eredità culturale lasciata dalla Subbuteo, ho visitato l’edificio che oggi è adibito ad hotel ma che al tempo fu la sede della prima fabbrica di materiale Subbuteo dopo la fuoriuscita della produzione dalla dimensione domestica in cui era iniziata, mi sono recato vedere il Langton Green Lodge dove tutto cominciò e che tanto ha popolato la storiografia e l’iconografia dedicata al Subbuteo, ma soprattutto ho voluto visitare il Tunbridge Wells Cemetery per trovarmi lì, di fronte a lui, e dirgli “grazie”. Non sono stato il primo a farlo, né sarò l’ultimo, anzi spero che chi legge queste righe senta il mio stesso istinto alla gratitudine, ma non è questo il punto giacché, guardando al futuro, forse il vero senso di quel “grazie” è rintracciabile nel sentirmi adesso parte di una consapevolezza a più ampio raggio: tutto esiste ancora, caro Peter, la Tua creatura non solo è ancora viva ma gode anche di ottima salute, anche se qualche timore verso il futuro c’è, inutile negarlo, e se anche il merito non è del sottoscritto, la mia piccola parte credo di averla comunque fatta.

Mi chiedo oggi cosa mi resta di questi quattro giorni al di là della Manica. Beh, sicuramente ho imparato che il Subbuteo è un universo bellissimo se vissuto e sperimentato con superficialità e limitandosi all’incetta collezionistica puramente cumulativa, ma che diviene dimensione ed esperienza strepitosamente completa se esplorata e indagata con spirito di conoscenza e di approfondimento, oltre che con approccio culturale. Ecco, se c’è qualcosa che ho portato veramente con me sul volo di ritorno, oltre che i ricordi e le foto di rito, è proprio la convinzione di come quell’universo bellissimo acquisisca molti più significati se osservato e studiato con gratitudine e con consapevolezza storica, un’interpretazione personale per carità, ma che nel mio caso ha trovato le proprie ragioni di essere attraverso la verifica soggettiva, ovvero il trovarmi lì dove tutto è cominciato e dove è sepolto chi ha fatto in modo che quel tutto cominciasse.
Ovunque Tu sia, ti sarò eternamente grato.
di Fabio del Secco

23 aprile 2025

NASCE UN BAGGIE IN ITALIA

Non so bene di preciso come e quando è iniziato il tutto, d’altronde se ricordassi e scrivessi tutte le date si rischierebbe di scambiarlo per un trattato di storia. Invece vuol essere la storia, la mia storia d’amore più lunga quella con una squadra di calcio una squadra che si chiama West Bromwich Albion.


















E’ nata nel 1978, avevo 10 anni, in mezzo ci sono pure passate alcune storie d’amore…amore, con ragazze per intendersi, quattro per essere precisi compresa l’ultima, quella che sto vivendo adesso e che mi porterà ad essere padre per la prima volta, io spero, anzi sento che sarà per sempre, ma anche in questo modo non riuscirà a superare in durata quella per il West Bromwich Albion perché anche questa durerà per sempre. Come dicevo correva l’anno 1978 ed un pomeriggio alla televisione parlavano di calcio Inglese facendo pure vedere le immagini, erano le prime immagini di calcio Inglese che vedevo, fino ad allora le mie conoscenze di “football” erano limitate alle grandi squadre che in quegli anni conquistavano l’Europa con una facilità spesso imbarazzante e già questo bastava perché in me crescesse forte l’ammirazione per quel calcio. 
Per il resto non sapevo un bel niente, tolti Liverpool, Manchester United, ed Arsenal (e sempre mi chiedevo come doveva essere una città che si chiamava Arsenal) il resto per me era tutto sconosciuto. Sconosciuto fino al quel giorno in cui scoprii che c’erano anche gli altri ovvero il Nottingham Forest, il Derby County, il Leeds e tanti altri ancora, ma soprattutto c’era il West Bromwich Albion. A 10 anni questo nome proprio mi affascinò, non ci feci molto caso, non ricordo neanche che highlights vidi quel giorno, so solo che ripetevo continuamente quel nome, ovvio quindi preparare velocemente il tavolo da Subbuteo e giocare una partita, ero da solo ma non mi importava molto, l’importante era far scendere in campo questa squadra per me ancora misteriosa ma così tanto affascinante. Il primo problema fu trovagli un avversario, pensai che il Liverpool poteva andare benino per due motivi: primo avevo una squadra con la maglia rossa, secondo se questo West Bromwich Albion riusciva a battere il Liverpool voleva proprio dire che era forte; il secondo problema consisteva nel trovare una squadra che poteva impersonare il West Bromwich Albion fra quelle che avevo, le immagini della mia tv in bianco e nero mi avevano mostrato la squadra con la maglia a strisce verticali bianche e molto scure quasi nere, per cui presi la Juventus e per quella partita fu il West Bromwich Albion. Inutile dire come finì la partita , quando si è bambini e si gioca vince sempre quello che vogliamo noi, così accadde e dopo la soddisfazione del momento iniziai ad essere razionale. 
Prima cosa dovevo scoprire i veri colori ed allora ricordai che 26 in casa avevo un catalogo del Subbuteo, con l’elenco delle squadre, dopo una paziente ricerca venni così a conoscenza dei colori sociali: non avevo sbagliato poi di molto il catalogo, alla voce West Bromwich Albion mostrava una pedina con la maglia bianca a strisce verticali Blue Navy (così recitava, rigorosamente in Inglese), la seconda maglia maglia era poi tutta un programma di nuovo strisce verticali ma giallo e verdi. Nei giorni seguenti a scuola o agli gli amici del calcio provai a spiegare che oltre le maglie nerazzurre del Pisa, che quell’anno faceva finalmente faville in serie C1, o dell’Inter, quello rossonere del Milan, e quelle bianconere della Juventus, c’erano anche tante altre maglie con colori a volte strani per noi Italiani e fra queste ce n’era una particolarmente bella e con un nome simpaticissimo: West Bromwich Albion. Ma nessuno comprendeva bene il perché uno di loro ogni volta che giocava insisteva tanto perché la sua squadra si chiamasse in quel modo e soprattutto nessuno accettava di chiamare la squadra così quando alla domanda “ma chi ci gioca, chi sarei io?” rispondevo: “ma non so, non conosco i nomi dei giocatori”. Decisi così che il secondo passo avrebbe dovuto essere la conoscenza di almeno qualche giocatore del West Bromwich Albion. Si dice che tutte le storie d’amore a lieto fine abbiano avuto il propellente necessario da una spinta del destino, in questo caso il destino fece si di farmi imbattere in una copia del Guerin Sportivo, non mi ricordo bene dove mi trovavo, ma sfogliando quella rivista feci una scoperta sensazionale: esisteva qualcuno che riportava i risultati del campionato Inglese corredati dalla classifica e da un commento anche dettagliato sulle partite giocate. Prima di tutto diedi uno sguardo alla classifica: cavoli! Il West Bromwich Albion era terzo ad una manciata di punti dal grande Liverpool, cavoli io abituato a tifare Genoa per la prima volta in vita mia stavo lottando per vincere il campionato. Fra le curiosità della classifica notai come il numero della partite giocate fosse diverso per ciascuna squadra, li per li non capii bene il perché, compresi solo in seguito che l’Inghilterra è uno dei paesi più piovosi d’Europa. Distolto lo sguardo dalla classifica, concentrai la mia attenzione sul commento al campionato e finalmente feci conoscenza con coloro che la mia fantasia aveva per giorni e giorni cercato di immaginare. Uno su tutti, era il centravanti il suo nome Cyril Regis, gia il nome Cyril mi restava simpatico somigliava tanto a quello di Cirillo uno dei tanti personaggi pittoreschi che si poteva trovare al Circolo Arci di quartiere; inoltre questo Regis segnava un sacco di reti tanto da essere nel giro della nazionale un altro nome figurava quel giorno nel commento ed era un certo Cunningham.

Entrambi vennero citati come autori di una doppietta a testa in una partita vinta per 7-1 contro il Coventry City, un nome quest’ultimo che non mi era completamente nuovo perché un mio amico aveva una strana squadra di Subbuteo con maglia celeste e bretelle Blu della quale era gelosissimo, giocava sempre con quella, ma io ignoravo che fosse Inglese e forse lo ignorava pure lui. Inutile adesso dire che da quel fugace incontro con il Guerin Sportivo segui una settimana di lotte familiari per convincere i miei genitori a comprarlo. 
La spuntai ma in cambio dovetti rinunciare all’album dei calciatori della Flash che usciva sempre verso metà Ottobre e che io compravo sempre in attesa di quello della Panini che sarebbe uscito 27 verso i primi di Gennaio, e che mi regalava sempre la grande gioia di sfogliarlo, mista alla delusione dovuta al fatto che le vacanze di natale stavano per terminare Erano passati solo pochi giorni da quando alla tv avevo visto per la prima volta il West Bromwich Albion, ma ormai non potevo più fare a meno di seguirla e così attendevo il mercoledì con una tremenda impazienza. Ora dovete sapere che prima di andare a scuola su commissione dei miei genitori mi venivano date 300 Lire (mi pare) e venivo mandato all’edicola a comprare i due quotidiani che si leggevano a casa mia, ovvero Il Tirreno e L’Unità, arrivo il mercoledì e mi vennero dati i soldini anche per il Guerino, corro all’edicola, mi vengono dati i due quotidiani ed io esclamo: “oggi prendo anche il Guerin Sportivo”, “non è ancora uscito, le riviste arrivano circa a metà mattinata” rispose sorridente come sempre il mio edicolante di fiducia. E li mi crollò il mondo addosso, ma come per una volta che mi alzavo dal letto volentieri anche se si trattava di andare a scuola, mi veniva in sostanza detto che per avere il Guerino dovevo aspettare l’uscita e così me ne andai come sempre a scuola con la solita speranza di sempre, ovvero che quelle cinque ore passassero più in fretta possibile; anzi il mercoledì ormai diventava un incubo perché più in fretta volevo che passasse il tempo e questo per dispetto non passava mai. Fatto sta che alle 12:50 in punto si usciva da scuola e io correndo come un pazzo e salutando gli amici a stento correvo a prendere il Guerino e finalmente potevo conoscere il risultato della partita della domenica precedente. Già ho proprio scritto della domenica precedente, mi occorse infatti un po’ di tempo per capire che oltremanica si giocava il sabato, la scoperta fu sensazionale, gli Inglesi sono dei grandi pensai, loro giocano il sabato e vanno allo stadio felicissimi perché davanti a loro hanno poi la domenica per stare a casa, qui in Italia finita la partita si inizia a pensare che la domenica volge ormai al termine e che ci aspetta una terribile settimana davanti a noi. 
Non so voi ma io da ragazzino, specie dopo un risultato deludente, appena messo piede fuori dallo stadio venivo assalito dall’angoscia del ritorno a scuola l’indomani. Comunque grazie ai miei mercoledì con il Guerin Sportivo riuscii a conoscere sempre più i protagonisti del West Bromwich Albion, accanto a Regis e Cunningham, entrarono nella mia vita un certo Tony Brown, che scoprirò ben un ventennio dopo essere il top scorer con la maglia del West Bromwich Albion, Batson, Willie Johnston, e Cantello. Alla lettura del nome Cantello quasi svenni e inizia ad urlare per tutta la casa perché convinto che un Italiano giocasse nella squadra dei miei sogni. Alcuni di loro venni a sapere che erano giocatori di colore e per me che di calciatori di colore avevo visto solo Nenè del Cagliari (grazie ancora all’album della Panini), fu un’ulteriore scoperta attraente e nello stesso tempo simpatica. In quell’anno ci fu una partita che ho scoperto poi essere passata alla storia ed è una grandiosa vittoria per 5-3 all’Old Trafford contro il Manchester United in un dicembre magico in cui vincemmo tutte e quattro le partite giocate, e subito dopo con il primo numero di gennaio del Guerino ancora una grande sorpresa: gli Inglesi giocano a calcio pure nei giorni delle feste comandate come ad esempio il 26 dicembre e il primo di gennaio, con il Guerino successivo imbattei nella competizione sportiva più bella del mondo: l’FA Cup, capirne il meccanismo non fu semplice, si parlava di partite secche ad eliminazione diretta di replay che potevano andare avanti ad oltranza, soltanto con il 28 provvidenziale aiuto di mio cugino Marco di due anni più grande di me, ma soprattutto già con la mente da Ingegnere qual è adesso, compresi che si giocavano dei turni in casa di una delle due squadre e chi vinceva passava il turno in caso di parità si rigiocava il così detto replay in caso di parità si rigiocava ancora e così via. 
Fatto sta che il mio “debutto” in coppa fu un pareggio in trasferta 2-2 a Coventry ovvero con la squadra con la quale avevo praticamente debuttato in campionato un paio di mesi prima. L’avventura in coppa si conclude al quinto round per opera del Southampton dopo un pareggio casalingo per 1-1 perdemmo il replay 2-1. In campionato le cose invece continuavano ad andare benone, almeno fino ad aprile eravamo in corsa per vincere il campionato e mentre i miei compagni di scuola impazzivano per il Gianni Rivera ed il suo Milan che stava per raggiungere il sogno della stella, io continuavo a tenere comizi sul nostro duello con il Liverpool ed il Nottingham Forest, qualcuno alla fine si arrese ed inizò a chiedermi, tutti comunque tifavano Liverpool ovvero la squadra più famosa per aver vinto un bel po’ di Coppe dei Campioni. Il mio sogno svanì nel mese di Aprile, nel quale giocammo ben otto partite (addirittura due in due giorni il 13 e 14 aprile) raccogliendo solo 9 punti, troppo pochi per tenere il passo del Liverpool , sufficienti per inseguire il secondo posto.

E all’ultima giornata arrivammo con un punto di vantaggio sul Nottingham Forest che dovevamo affrontare in casa propria. Da sabato pomeriggio per quattro giorni non pensai ad altro, fui capace anche di sognare la domenica sportiva che leggeva i risultati di calcio Inglese, giocai decine di volte quella partita a subbuteo sempre con un unico risultato: vittoria. Il goal decisivo lo segnava sempre
Willie Johnstone, perché il suono di quel nome mi piaceva da matti. Il Guerino come se fosse uno spillone fece scoppiare il mio sogno: Nottingham Forest-West Bromwich Albion 1-0; classifica finale Liverpool 68, Nottingham Forest 60, West Bromwich Albion 59. Pochi giorni dopo il Nottingham Forest sarebbe diventato campione d’Europa ed io nonostante ci avessero battuto tifai con tutto me stesso per gli Inglesi, perché da allora le squadre Inglesi avrebbero sempre avuto la precedenza su tutte le altre. La vittoria Europea del Forest comunque mi servì per capire che il West Bromwich era proprio una grande squadra di cui andare fiero ed orgoglioso, come lo erano tutti i miei compagni di scuola Milanisti che avevano appena vinto lo scudetto della stella. 
Nel frattempo sempre nel corso di questa stagione era accaduta una cosa per me meravigliosa, il Pisa Sporting Club, ovvero la squadra della mia città militante in serie C, partecipò per la prima volta nella sua storia al torneo Anglo-Italiano, denominato Alitalia Cup, riservato a squadre di C Italiana e di Non-League Inglese, che racchiude tutto il mondo dei non professionisti. Scesero così sul prato dell’Arena Garibaldi il Barnet, che ritroverò con piacere venti anni dopo in Division three, scoprendolo fra l’altro vincitore di una FA Amateur Cup nel 1946, ed il Matlock Town. In entrambe le partite il Pisa si impose: per 1-0 nella prima e per 2-1 nella seconda ed io che gioivo sempre tantissimo per le vittorie del Pisa che in quell’anno erano molte, in quelle due occasioni andai a casa un po’ meno contento. Il cammino del Pisa si interruppe nella prima fase del torneo a causa delle due sconfitte rimediate oltre manica e più precisamente a Sutton 1-0 il risultato e a Nuneanton, località molto vicina a West Bromwich ma allora proprio non ne avevo idea, dove i nerazzurro crollarono per 3-0. 29 Con la conclusione della stagione persi ogni contatto con la mia squadra, infatti anche quel prezioso informatore che era il Guerin Sportivo, d’estate non riportava grandi notizie dall’Inghilterra e le poche che pubblicava riguardavano per lo più il Liverpool, il Nottingham Forest ed il Manchester United, fin quando ne lessi una davvero interessante e riguardava l’inizio del campionato. 
Con mio stupore, ma anche con grande gioia appresi che la nella terra dei sogni si iniziava a fare sul serio dalla metà di agosto. Voleva dire tornare a scuola quando la mia squadra aveva già giocato cinque, sei partite, mentre quelle dei miei amici dovevano ancora cominciare. Ad allietare poi quell’estate ci fu il sorteggio di Coppa Uefa, finalmente anche io avevo una squadra per cui trepidare in Europa e la fortuna non bussò alla nostra porta; la sorte infatti ci mise di fronte ai forti Tedeschi Orientali del Carl Zeiss Jena che in Italia diverranno noti a tutti l’anno successivo per una clamorosa qualificazione ai danni della Roma in Coppa delle Coppe. Infine la noia di quella prima estate da tifoso del West Bromwich Albion, mi portò a cercare di soddisfare l’ennesima curiosità: “Dove si troverà West Bromwich’” mi domandai un bel giorno; ed avendo una sorella di dieci anni più grande, che aveva appena finito i suoi studi, in casa mia non poteva certo mancare un bell’atlante geografico aggiornatissimo che rispose alla grande alla mia domanda. West Bromwich era un puntino piccolo piccolo, poco sopra la città di Birmingham, considerata seconda solo a Londra. Fra i nomi a me conosciuti vidi li tanto vicino da sembrare attaccato Wolverhampton, ma non feci congetture e solo in seguito appresi che quelli erano i rivali per eccellenza del mio West Bromwich Albion. Arrivati a ferragosto l’estate era finita, o meglio la mia estate era finita, stava infatti per cominciare il campionato, il primo campionato che potevo seguire dall’inizio e dopo il bel piazzamento della stagione precedente in cuor mio sognavo una possibile vittoria, ma ben presto tornai a volare ben più in basso; l’inizio del West Bromwich fu infatti disastroso nel prime cinque partite collezionammo due pareggi e tre sconfitte, due delle quali contro il Liverpool in trasferta e contro il Nottingham Forest in casa per 1-5! A fine settembre arrivò anche la doccia fredda dell’eliminazione dalla coppa Uefa il tedeschi dell’est ci batterono per 2-0 in casa loro e per 2-1 a West Bromwich. Non fu molto simpatico nei giorni seguenti andare a scuola perché nessuno dei miei compagni, me la fece passare liscia; a distanza di anni non posso certo dar loro torto visto che nei giorni precedenti, con una boria tutta undicenne, gli avevo martellati con la superiorità del calcio Inglese e del mio West Bromwich che essendo una “grande” d’Inghilterra avrebbe certamente calpestato tutti gli avversari fino alla vittoria finale. Archiviata con molta fatica la prima grande delusione che il mio West Bromwich Albion mi aveva riservato da quando lo conoscevo, tornai a sperare in una inversione di tendenza in campionato; ma le vittorie erano sporadiche e non c’era continuità nei risultati: cavolo! Eppure i giocatori erano gli stessi leggendo i commenti del Guerino i nomi di Regis, Batson Tony Brown c’erano ancora, mancava solo Willie Johnstone, passato al Birmingham, e una volta scoperto (un bel paio di mesi dopo l’inizio della stagione) fu un altro duro colpo vista la simpatia che mi ispirava. Arrivò il nuovo anno il 1980 un nuovo decennio che, calcisticamente parlando, si apriva con il campionato d’Europa che si disputava a giugno in Italia. Ma il nuovo anno significava soprattutto FA Cup ovvero 30 l’occasione di riscattare il campionato, ed ancora una volta occasione per noi del West Bromwich fa rima con illusione, uscimmo infatti al primo turno. Dopo un pareggio casalingo 1-1 con il West Ham, perdiamo per 2-1 il replay a campo invertito abbandonando così ogni ambizione di vittoria per questa stagione. Il campionato finisce senza infamia e senza lode al 10 posto lontani ben 19 punti dal Liverpool campione, molto più vicini, appena 9 punti, al Bristol City retrocesso. Per fortuna ad allietare quei mesi caldi d’estate senza calcio ci sarebbe stato il campionato d’Europa. Allora l’Italia suscitava in me sempre un a certa emozione, ma quella per l’Inghilterra cominciava a farsi sentire, tanto da indurmi a comprare una edizione speciale della squadra Inglese del Subbuteo con la scatola tutta colorata. Italia ed Inghilterra furono inseriti nello stesso girone e dopo un pareggio per entrambe le due squadre si affrontarono, vinse l’Italia per 2-1 e se me lo avessero detto due ore prima della partita ne sarei stato felicissimo. Al fischio finale invece ero affranto, durante la partita man mano che passavano i minuti la mia parte Inglese prese sempre più il sopravvento su quella Italiana e la delusione fu davvero tanta. La vittoria nell’ultima partita contro la Spagna non servi proprio a niente, così come non servi a niente il pareggio dell’Italia con il Belgio. Le mie due squadre erano così fuori dalla finale e per fortuna si concludeva una stagione iniziata con tante aspettative e sogni di trionfi e conclusa invece con un bel niente.
di Massimo Corsini, da "UK Football please" (marzo 2003)

3 aprile 2025

"PASSIONE D’ANNATA" di Massimo MAC Truzzi

A scuola, un pomeriggio di anni fa, tanti a dire il vero, voglia di studiare poca e tra le mani una copia del Guerin Sportivo. Tra i servizi, uno in particolare sul campionato inglese attira la mia attenzione. Pagina dopo pagina scopro maglie bellissime, coloratissime e originali; club quali Derby County, Queen’s Park, Rangers, Liverpool, etc.; giocatori come Tom Currie, Alan Hudson, Charlie George, Mike Channon; quanto basta per far sognare un adolescente. 
E’ solo l’inizio di una passione, coltivata, trasmessa, difesa per anni. Dalle prime immagini diffuse dalla Tv Svizzera (FA Cup Final) sino alle 25 maratone nei week-end grazie alla Pay TV. Tanti campioni amati quali Liam Brady, Kevin Keegan, Trevor Francis, Glenn Hoddle sino ad arrivare ai più recenti Gazza, Gary Lineker, Michael Owen e David Beckham

Di ricordi ce ne sarebbero tanti, li racconterò, magari in futuro, poco alla volta, come quando si sorseggia un buon, vecchio whiskey (anche se sarebbe più adatto parlare di birra) ma sulla partita Juventus–Arsenal, semifinale di ritorno di Coppa delle Coppe, anno 1980, mi piacerebbe spendere due parole. Partenza in treno (di notte) per Torino per andare a vedere per la prima volta una squadra inglese, non una qualsiasi, ma i mitici Gunners! Tra le loro fila campioni del calibro di Brady, Jennings, Stapleton ed altri. La partita di andata era terminata 1-1. Juve favorita, come al solito, mentre all’Arsenal sarebbe servito un miracolo per qualificarsi. 
Fuori dal Comunale incontro i primi tifosi inglesi, sciarpe, cappellini, bandiere al vento, cori a ripetizione a sostegno della squadra (forse frutto di qualche birra di troppo) e tante magliette indosso (non certo come ai giorni nostri); in una sola parola…UNICI! 
Sono cordiali, forse sorpresi di trovare simpatizzanti oltre terra d’Albione, discutiamo della partita imminente, ci scambiamo le sciarpe e poi ci lasciamo con un “good luck”. Lo stadio è già tutto esaurito ore prima, la tensione è alle stelle. 
Nel settore distinti, lato Maratona of course, un buon contingente di tifosi Arsenal, sopraffatti dai 60.000 del Comunale ma mai domi e orgogliosi come si conviene ad un vero tifoso British. Dopo infiniti duelli a centrocampo e con le speranze oramai ridotte al lumicino, l’impensabile: cross di Rix a tempo scaduto che attraversa tutta l’area, la difesa juventina ha un momento di disorientamento ed il nuovo entrato Vaessen sbuca dal nulla e segna. Apoteosi tra la tifoseria inglese. 
L’Arsenal andrà a giocarsi la finale con il Valencia: io, circondato da migliaia di juventini attoniti non sfido il destino e gioisco intimamente tra la folla. Purtroppo una parte del popolo bianconero non gradisce l’esultanza inglese e dopo il fischio dell’arbitro si avventa contro i supporter d’oltremanica dando vita a violenti scontri (ma questa ahimè è un’altra storia). 
E’ oramai notte fonda, sulla via del ritorno verso casa, su un treno scomodo e maleodorante estraggo dallo zainetto una sciarpa bianco rossa scambiata prima del match, nella mia mente si susseguono come in un film tutte le immagini di una giornata indimenticabile… l’amore per i Gunners era nato.
di Massimo Mac Truzzi, da "UK Football please"

31 marzo 2025

VILLAMANIA

Primavera del 1981: in una camera da letto, in un pomeriggio assolato, c’e un ragazzino bloccato sotto le coperte causa parotite. Quel ragazzino ancora non sa che di li a poco avrebbe visto qualcosa in tv che lo avrebbe condizionato per il resto della sua. Quel ragazzino ero io e stavo per vedere la mia prima gara di calcio inglese in tv. La partita si disputava tra 2 squadre dal nome buffo. Una squadra aveva un nome per me allora impronunciabile (avevo 9 anni) ed una maglia bianco-blu ed altro non era che l’IPSWICH TOWN, l’altra squadra aveva un nome piu’ facile da ricordare, un nome quasi italiano, si chiamava ASTON VILLA.
Fu amore a prima vista: per la sua maglia busto claret e maniche blue, per quel furetto biondo che faceva impazzire tutti gli avversari, Gary Shaw, e soprattutto fu amore a prima vista perche’ confronto all’altra squadra il Villa era piu’ debole ed ovviamente perse la partita. E’ singolare come una comune malattia possa generare una forma maniacale duratura, ben piu’ della malattia stessa. Tuttavia avevo scelto: sarei stato un Villans. Era una scelta mia, non condizionata ne da mio padre al quale il calcio inglese non interessava, ne da i miei amici i quali vedevano questa mia nuova mania con benevolo compatimento ed ironica comprensione. Sono passati oltre 40 anni da quel giorno e nelle mia vita sono cambiate tante cose; ho cambiato amicizie, ho finito la scuola e cambiato lavori , ho cambiato ragazze (non molte perche’ decisamente non ci so fare molto) ,ho incontrato persone meravigliose ed altre purtroppo le ho perse.
Sono diventato uomo e del ragazzino che ero sono rimaste poche cose: la mia incrollabile simpatia per gli sfigati (gli indiani, Sandokan che perdeva la sua Monpracem, Paperino e la bimba orfana di madre del film IL BUIO OLTRE LA SIEPE ) e la mia fede assoluta nel Villa. Come tutte le storie d’amore (e questa lo e’) all’inizio tra me ed il Villa fu subito passione e le soddisfazioni fioccavano: 1981 scudetto ,1982 coppa campioni , 1983 supercoppa europea. Periodo d’oro dove per seguire i miei eroi mi affidavo al fedele Guerin Sportivo e guardavo quel poco che passava in tv.
Il ricordo piu’ bello: 26 MAGGIO 1982, io che stringendo tra le mani un peluche guardo il Villa battere il Bayern del compagno Breitner (ma queste sottigliezze politiche le avrei capite solo piu’ tardi) per 1-0. Il Bayern nettamente favorito e molto piu’ forte dei miei eroi domina la gara, dopo pochi miniti il portiere del Villa RIMMER viene sostituito da un ragazzo appena 18enne Nigel Spink. Tra me e me penso “ e’ finita!”. Al contrario Spink para tutto ed al 69’ Morley se ne va sul fondo ,crossa, e Withe ( sgraziato come pochi ) fa carambolare la palla prima sul palo sinistro e poi in rete. E’ fatta: la coppa con le orecchie e’ dei miei eroi. 
Da allora come in tutte le love story ci sono stati alti (rari e sudati) e bassi (molto piu’ frequenti con una retrocessione nel 1986; che colpo al cuore quel titolo del Guerino VILLA DA RESTAURARE) e talvolta tacita sopportazione per quella squadra che io tanto amavo e amo e che vivacchiava all’ombra di Liverpool ed Everton prima e di Arsenal e Man Utd poi. 
Ma non fa nulla anche io in oltre 20 anni di militanza villans ho la mia galleria di eroi; non saranno i Rush, Dalglish, Lineker, Gascoigne, Cantona od Henry ma chi se ne frega basta che portino con onore ed orgoglio la casacca claret-blue e per me sono i piu’ forti. 
Cito in ordine sparso: il dream team dei primi anni 80 per intero poi Platt (orgoglio villans fine anni 80 inizio 90), Daley (imprendibile sulla fascia), McGrath, Townsend, Staunton, Houghton (VIVA L’IRLANDA!) , McInally (attaccante sgraziato e scarso rifilato al Bayern a peso d’oro) Saunders, Atkinson e Cascarino fino ai piu’ recenti Ian Taylor (10 anni di dighe a meta’ campo) Southgate, Ehiogu, Dublin, Stone etc. Ovviamente devo delle scuse nella mia vita a chi ha avuto la sfortuna di essere stato trascinato in questa mia follia, in primis a mio fratello (villans un po’ piu’ tiepido) e poi ai miei amici ed amiche che col tempo hanno imparato che se il sabato sera ho il muso lungo e se in alcuni occasioni me ne sto sopra al letto ad ascoltare i Calexico e’ perche’ la mia adorabile masnada di cialtroni ha rimediato l’ennesima figuraccia. 
di Charlie Del Buono, da "UK Football please"

7 marzo 2025

1988 IL CENTENARIO DEL CELTIC GLASGOW. C'ero anch'io..



Gli eventi si susseguono a catena. Siamo ad inizio stagione 1987/88, l’anno del centenario per il Celtic. Dopo aver affinato l’amicizia con David di Glasgow, entro in contatto con Claudio di Lugano, come appassionato del Celtic e del mondo che lo circonda. Il sogno resta quello di un viaggio a Glasgow, ma la mia giovane età (non era semplice partire da solo a quei tempi ..) e la sua paura dell’aereo sembrano ostacoli insormontabili. Per cui l’unica occasione di vedere dal vivo le mitiche hoops è accettare l’invito a casa di Claudio nel weekend pasquale per assistere a un torneo che vede coinvolta la squadra riserva, allora guidata dal mitico Bobby Lennox. Ma si sa che l’appetito vien mangiando e tornato a casa gasato ed orgoglioso, ricevo un pomeriggio una telefonata incredibile. “ciao Ale, sono Claudio, andiamo a Glasgow?”. Mi tremarono le gambe quel giorno (lo ricordo ancora). 
Dopo un consulto familiare (fatto per lo più di preghiere), ho finalmente l’ok. Claudio pensa ai dettagli del viaggio, che faremo in treno (che culo, ho i biglietti gratis) e giovedì 5 maggio 1988 alle ore 13.31 salgo sul treno che da Verona mi porterà a Lugano. L’appuntamento è per le 17.15 orario di partenza del treno per Zurigo, dove poi prenderemo un altro treno per Parigi. Poi Londra e quindi Glasgow. 
Ore 17.00: dopo un breve giro a piedi per il centro storico di Lugano risalgo in stazione in attesa dell’arrivo di Claudio. Passano i minuti e lui non arriva; comincia la paura, la tensione l’angoscia, per il fatto di aver accarezzato un sogno. 17.13: arriva il treno; Claudio non si vede. 17.14, 17.15: ecco l’annuncio della partenza. Che fare? Parto da solo? Non saprei dove andare. Torno a casa? Che figura di merda con tutti (e sono tanti) quelli che mi sanno diretto a Glasgow. Il controllore è pronto sugli scalini a salire sulla carrozza. “Ale, Sali presto!!!” wow. Da un’entrata della stazione arriva Claudio di corsa, con la faccia rigata dalle lacrime. “ma dove cazzo sei stato?” chiedo io. Sul treno lui si affaccia al finestrino e io mi rendo conto di quello che è successo; sull’altro lato della stazione ci sono moglie e figlie che piangono la sua partenza. Tappa a Zurigo; vagone letto fino a Parigi; poi da Parigi a Boulogne s/m dove passiamo la manica in hovercraft e finalmente tocchiamo a Dover il suolo di Gran Bretagna. 

Non mi sembra vero. Siamo comunque sempre di corsa. Da Dover a Londra; cambio di treno; metropolitana fino a Euston; poi alle 15,30 intercity per Glasgow. La frenesia sale, si parla poco, e solo del Celtic. Ore 20,30 arrivo alla stazione di Glasgow. Pochi minuti ed arriva David che ci accoglie come 2 fratelli; tappa al ristorante e poi ospiti a casa sua. E’ venerdì 6 maggio 1988; inizia la mia avventura in biancoverde. Sabato mattina visitiamo il mercato di Barra’s dove si trova di tutto (un mercato delle pulci). E’ una full immersion con i tifosi del Celtic. Gli amici di David diventano automaticamente i nostri amici. Poi si passa al pub per l’ultimo sorso. Quindi via verso Celtic Park per l’ultima gara di campionato contro il Dunfermline Athletic. Non c’è il biglietto; paghi direttamente alla cassa l’operatore fa scattare il girapersone; si entra. Ricordo ancora l’odore di fritto e acido, la pelle d’oca nel posizionarmi nella jungle. Guardo sopra la testa; il balcone riservato alle telecamere della BBC è vuoto. “oggi 23 sciopero, no tv” mi dice il David. “porca puttana” esclamo io, ma tanto nessuno capisce.
Nessun filmato che testimoni il fatto d’esser stato qui. E dopo si canta, si impreca, ci si alza sulle punte delle scarpe (siamo in piedi e io sono piccolo). Segna Morris, si gioca su un campo spelacchiato. Il gioco non è entusiasmante, ma l’apoteosi è all’inizio, quando tutta la rosa sfila mostrando il trofeo di campione di scozia, vinto qualche settimana prima. Finisce Celtic 1 Dunfermline 0 si esce (lo stadio si svuota in meno di 5 minuti) e via al pub a festeggiare. Non riesco a pagare nemmeno un bicchier d’acqua; gli ordini sono tassativi: per noi due è tutto gratis!! Vogliono sapere tutto di noi; ma io parlo pochissimo inglese e capisco ancora meno. Mi aiuta Claudio, che sembra uno di loro, con la sua chioma rosso irlandese. Alla fine però le canzoni riesco ad impararle. E torno a casa con programma, spille, adesivi, tutti trofei storici per me. La settimana che porta alla finale di Coppa di Scozia la passiamo fra Glasgow, Edinburgo, le Trossach, Loch Lomond, una sera a teatro a vedere (manco a dirlo) the Celtic story, serate presso i vari pub sede dei club di tifosi.  Che vita ragazzi!! non si può volere di più. Sembra proprio di vivere fuori dalla realtà. Guardi, ammiri, tocchi; visitiamo il Celtic Park dove ci accolgono con calore. Il fatto di arrivare da così lontano ci rende speciali, alla stregua di marziani. “Ale, sveglia”
E’ sabato mattina, 14 maggio 1988, il gran giorno. Si va a Glasgow per una parade delle bande irlandesi attorno a quartiere di Parkhead. Mi guardo attorno e vedo tutte facce convinte. La fede qui è unica: irlandese. Si finisce al pub prima di mezzogiorno; si comincia a bere. Poi in pulman si parte per Hampden Park
Quanti saranno gli scozzesi senza biglietto? Io, giunto in treno per la prima volta, ho il mio tagliando (che conservo ancora): “Hampden Park – 1988 Scottish Cup Final tie.”

























Arriviamo. Si salgono le immense scalinate che portano alla Jock Stein Section; che brivido. Ci posizioniamo nella marea biancoverde che avevo visto prima di allora solo in televisione: ci sono anch’io, lì con la mia maglia del Celtic che data stagione 1982/83. Primo tempo senza emozioni, se non per il fatto che il Celtic non schiera Pat Bonner in porta ma la riserva McKnight. Inizio ripresa: contropiede del Dundee United; goal. Nooooo !! il fragore dei tifosi del Dundee rimbomba ancora più forte di quello che potrebbe essere in realtà. Penso: 2.000 km per arrivare a vedere una finale persa. Dopo 5 minuti Roy Aytken ferma un contropiede e viene ammonito. “shit, we’ll be out for the replay” . questo l’ho capita benissimo. “sarà squalificato per il replay di giovedì.” Ma come??! Stiamo perdendo, giochiamo male, nessun tiro in porta e sti qua pensano al replay ??? robe da matti. 
Eh sì perché matti sono, come me che sono da Verona. Comincia l’assedio; la porta è sotto la nostra curva. Ecco finalmente l’atmosfera che ho respirato solo in tv. E stavolta ci sono dentro. L’adrenalina penso sia a 1.000 (se esiste questo valore). Miller a sinistra, palla a Rogan, cross, Thompson a vuoto, testa di MacAvennie: gooooooooooooolllllll!!!!!! 
Mi ritrovo sotto un mucchio, tutti urlano, mi tirano. Per fortuna ho salvato gli occhiali. Da lì in avanti si susseguono canti e urla, è impossibile parlare. 89’: angolo di Miller, palla 24 bassa a Stark che batte al volo: deviazione, destro di MacAvennie: goooooolllll !!!! Siamo nella storia. E io, Alessandro Boretti, 21 anni compiuti il giorno dopo, mi porto a casa il regalo di compleanno più bello della mia vita biancoverde.
di Alessandro Boretti, da "UK Football please"

17 gennaio 2025

"DIARIO DI UNA VECCHIA PASSIONE" di Fabio Del Secco

Cari lettori di First Division, mi presento: sono Fabio, ho 55 anni e scrivo un diario. 
Un diario? Vi starete chiedendo... Si, scrivo un diario, per raccontare la mia passione per il Subbuteo, le mie ore sul panno, la mia collezione ed il mio amore profondo per il Football Inglese, soprattutto quello degli anni ’50, ’60 e ’70, anche se il fatto che mi batta il cuore per un Club attualmente in Championship mi costringe a seguire anche quello contemporaneo. Una passione, quella per il Subbuteo, di vecchia data, una vecchia passione insomma, che prende vita nel Natale del 1977, allorchè una bella Continental Club Edition assume le connotazioni del mio regalo sotto l'albero, gettando così le fondamenta per un legame che dura, pensate, da più di 40 anni, intatto nonostante un intervallo riconducibile al normale iter di crescita di un ragazzo come tanti, attratto da ben altri interessi (come tutti). Un intervallo interrotto nel Gennaio del 2019 quando, grazie ad Internet, ho ritrovato questo vecchio amico, il Subbuteo appunto, un amico al quale avevo voluto tanto bene parecchi anni prima e al quale sentii subito di volere ancora molto bene. Impossibile descrivere gli stati d'animo del momento, ma c’è una parola che probabilmente li raccoglie tutti: casa. 
Si, ero a casa, ero tornato, e da quel ritorno è scaturito un turbinio di trepidazione ed eccitazione che si è trasformato, col passare dei mesi e con il riappropriarsi graduale dei materiali per il gioco e per la collezione, in una vera e propria slavina di emozioni e di sensazioni impossibile da contenere e da arginare. Ed è così che è nato Diario di una vecchia passione, dall’ impossibilità di trattenere quelle emozioni e quelle sensazioni, sfogandole dunque in qualcosa che desideravo fosse percepibile anche all’esterno, fosse fruibile e capibile anche ad altri appassionati. 

Quel qualcosa si è realizzato e concretizzato in un diario, o meglio, in un Blog Personale [https://www.facebook.com/diariosubbuteo], nato senza tante velleità e senza tante aspettative eppure oggi divenuto punto di riferimento non solo per me stesso ma anche per altre centinaia di persone. Le ore sul panno in Solo Playing hanno fatto il resto: una costante ricerca di espedienti per rendere il gioco il più realistico possibile mi ha indotto a pensare e progettare tutta una serie di regole ed accorgimenti frutto di una continua sperimentazione sul campo: quelle regole e quegli accorgimenti sono diventati poi una vera e propria raccolta di Tutorials (presenti in appendice al mio primo libro) per spiegare e sdoganare il Solo Playing, questa particolare forma di Subbuteo a molti incomprensibile tuttavia innegabilmente dotata di sue ragioni di esistere. . Non è un mistero infatti come nell'intimità del Solo Playing si realizzi quella congiunzione unica in cui il bimbo di tanti anni fa stringe amicizia con l’adulto di oggi, mentre improvvisamente i ricordi riaffiorano e il viaggio spazio/temporale ha inizio, ed anche se suona un po' strano trovarsi a parlare di esperienza sensoriale e introspezione personale tirando in ballo un gioco da tavolo (tra l’altro indubbiamente anacronistico e fuori tempo), non possiamo non tener conto di come quella bolla di quiete e di serenità che il Subbuteo ci dona, ha sì caratterizzato i pomeriggi della nostra infanzia, ma ne abbiamo infinitamente bisogno oggi più che mai, oggi che la nostra condizione di quarantenni, cinquantenni o sessantenni ci obbliga a fronteggiare le normali battaglie quotidiane, perché in realtà è proprio per restare a galla in quelle battaglie che ci affidiamo e ci appelliamo alle nostre miniature sul campo, quasi loro potessero ascoltare e capire, in una sorta di mutuo scambio che nell'intimità del Solo Playing trova la sua dimensione ideale: noi le restituiamo al campo, loro ci prendono per mano in quel viaggio spazio-temporale. Ma cos’è questo viaggio spazio-temporale ? 

Un viaggio indietro nel tempo, sul campo e dentro se stessi, provando a riprodurre il football che più ci affascina e coinvolge, quello verso cui il cuore inesorabilmente ci guida nelle nostre letture e nelle nostre ricerche, e in tal senso, riportando la riflessione su un piano più personale, la mia marcata inclinazione al passato ha inevitabilmente finito per condizionare anche il mio approccio al Solo Playing, inducendomi a ricreare col Subbuteo il Football Inglese degli anni ‘50, ‘60 e ‘70, un approccio figlio di un importante processo di documentazione storico-cronologica ma anche dello slancio a vivere appieno le dinamiche emotive e le implicazioni più intime che il giocare da soli si porta dietro. In questo percorso, in cui studio e approfondimento delle vicende calcistiche d’oltremanica si sono affiancati ad un incessante e capillare sistema di scavi archeologici in materia di Subbuteo, ho fatto dell’esperienza sensoriale l’elemento portante attorno al quale costruire il mio ecosistema tecnico-ludico e storico-cronologico, e vi faccio subito un esempio. 
Una delle sezioni più significative della mia collezione è quella dei Price Lists e dei Leaflets che la Subbuteo pubblicò ed inserì nella propria produzione dal 1947 a tutto il decennio ’50, vere e proprie testimonianze non solo di una campagna promozionale destinata a pubblicizzare quella che poi avrebbe assurto al titolo di più grande invenzione ludica di tutti i tempi, ma anche di un momento storico, economico e sociale profondamente diverso dal nostro, una fase in cui i mezzi a disposizione erano quelli che erano, le tecniche di fabbricazione anche, insomma un mondo profondamente lontano dal nostro. 





















Eppure, quel materiale cartaceo su cui talvolta i segni del tempo hanno lasciato qualche cicatrice, è di per se stesso un esercizio sensoriale laddove il profumo della carta sia profumo inebriante di un tempo lontano e di un mondo che non c'è più, ed è questo il vero segreto per farsi trovare pronti a quel viaggio spazio-temporale e a quel trasporto emotivo-sensoriale che ho citato poco sopra: ascoltare ed annusare, ad occhi chiusi, sperimentando la stessa ebrezza che prova un intenditore nel riconoscere un vino pregiato. 
E se ascoltando ed annusando verranno in mente un campo fangoso circondato da tribune in legno, un cielo grigio e carico di pioggia, un pallone di cuoio marrone e quartieri di case in mattoncini rossi tutt'attorno, allora saremo stati fortunati perché quell’esperienza sensoriale avrà racchiuso in sé la vera essenza del football, quello più schietto e genuino, fatto di maglie prive di scritte e di sponsor, di palloni di cuoio marrone in tinta unita che nulla hanno a che fare con i "palloni tazebao" che vediamo rotolare oggi sui campi di tutto il mondo, e di calciatori che erano uomini prima ancora che atleti e che uscivano dal campo spolverandosi dal fango, non autocompiacendosi per l'ennesima sceneggiata bizzosa con rotolamento a terra chilometrico. Immagini di un calcio di altri tempi, quello che sogno e ricreo sul mio Diary Park.
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