Visualizzazione post con etichetta Fabrizio Miccio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fabrizio Miccio. Mostra tutti i post

28 maggio 2026

"NOTTINGHAM FOREST. SIAMO TUTTI FIGLI DI BRIAN CLOUGH" di Fabrizio Miccio

Ognuno di noi ha una diversa esperienza attraverso la quale ha scoperto, vissuto, gustato ed oserei dire caratterizzato la parte ludica della propria esistenza con questa splendida passione che e' il calcio britannico in tutte le sue molteplici sfaccettature. episodi, memorie, flashbacks, memorabilia e quant'altro si fondono in un bagaglio personale ed il voltarsi indietro aiuta a capire il nostro presente.
Per quanto riguarda la mia esperienza, e spero e credo anche quella di molti che come me ormai guardano in faccia i quaranta, il fenomeno NOTTINGHAM FOREST stagione 1977/78 e' stato basilare quale grimaldello per la scoperta di un mondo affascinante perché ai tempi semisconosciuto e difficile da compenetrare (i risultati li conoscevo al lunedì sera passando alla mitica edicola di via Veneto ...altro che tele+ ed internet!!). Ricordo che il fatto che una squadra neopromossa nella First Division potesse come poi ha fatto il Forest vincere il titolo lo consideravo splendidamente e piacevolmente destabilizzante, nel senso che poteva accadere tutto ed il contrario di tutto, nessun risultato era scontato e scritto in partenza, come invece faceva da tristissimo contraltare la Serie A di quel tempo. Io mi sento un po' figlio di Brian Clough, il manager che creò quel team straordinario insieme al suo fidatissimo ed inseparabile vice Peter Taylor, perché quella filosofia, quel compenetrarsi visceralmente con il club che si dirige ha creato un modello che rappresenta il mio calcio inglese vero, autentico, moderno ma antico, sano e, perché no? provinciale. Io sono un Gooner, badate bene, cioè agli antipodi ma non c'e' contraddizione perché la scelta per l'Arsenal è cuore, cieco, senza logica.
Il mitico Clough ha incarnato alla perfezione l'uomo-simbolo del calcio britannico che ho amato ( e che cerco tuttora tra i vari Manchester etc.) dove era possibile costruire con poche sterline, tanta saggezza , pazienza ed un briciolo di fortuna un team due volte Campione d'Europa (che gioia quei goals decisivi di Trevor Francis e John Robertson) e tre volte vincitore della Coppa di Lega. Quanti campioni devono la loro carriera a Clough!
Tra i tanti mi piace citare un mio idolo di allora: Garry (si, con due erre) Birtles. Clough ne scoprì il grezzo ma eccezionale talento realizzativo mentre Garry si dilettava a segnare valanghe di reti con la maglia del Long Eaton Utd. nella Midland League mentre a tempo perso faceva il parchettista e lo portò in riva al Trent per poche sterline. La crescita di Birtles fu enorme ed in pochi anni divenne uno degli attaccanti più prolifici della First Division. Tanti sono gli esempi in questo senso: da Tony Woodcock a Martin O'Neill (attuale tecnico del Celtic in cui netta si riconosce la mano del suo mentore),da Viv Anderson al più recente Stuart Pearce.

Al Nottingham Forest è legato un grande ricordo personale: dal mio primo viaggio in Inghilterra nel Luglio 78' riportai un poster a colori in cui vi era immortalata la squadra al completo seduta tra le prime fila del City Ground con la splendida Coppa di Lega a far bella mostra di se ed il geniale Brian Clough in tuta che sorride compiaciuto. Questo poster lo custodisco ancora gelosamente tra le tante memorabilia di calcio inglese a testimonianza di un mito per me intramontabile. Oggi leggo Brian tra le pagine di Four-Four-Two dove tiene una rubrica fissa "Over the top" e le sue osservazioni sul calcio inglese attuale sono sempre lucide e taglienti, mai banali e scontate. Si,lo confesso: mi manca molto, e credo manchi a tutto il movimento calcistico inglese. Ormai non tornerà più ad allenare, ma forse mentre leggerete queste righe il suo Forest starà dando battaglia per ritornare nella Premier League. Se soltanto lo facesse utilizzando in minima pare lo spirito indomito del suo vecchio condottiero, beh, ci sarebbe di sicuro calcio d'elite la prossima stagione a Nottingham.
E voi, anche voi sentite che la vostra passione è figlia di qualcuno o qualcosa?
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (maggio 2003)

21 maggio 2026

1980/81. CHE ASTON VILLA..

Per chi come me ha iniziato ad appassionarsi al football britannico verso la seconda metà degli anni settanta, il titolo di League Champions conquistato dall' Aston Villa FC nella stagione 1980/81 rappresentò una splendida emozione, il cui ricordo e' tuttora piacevolmente vivo a distanza di molto tempo I ragazzi in "claret & blue" riportarono il bel trofeo della First Division al Villa Park dopo ben 71 anni dall'ultimo trionfo, anni nei quali il club era sceso fino alla Third Division soltanto nove anni prima .Ma ciò che ancor di più rese per me memorabile quella vittoria, arrivata al termine di un acceso testa a testa con l'Ipswich Town, fu il fatto inedito per allora di poter seguire quasi settimanalmente in tv le vicende di quell'appassionante stagione calcistica. Ciò fu possibile grazie ad una trasmissione ormai divenuta un "cult" leggendario tra gli appassionati: "Football Please" (ma guarda che combinazione...) trasmessa da Teleroma 56 ed ideata da Michele Plastino. Egli aveva acquisito dalla ITV, con grande lungimiranza, i diritti per l'Italia della First Division e commentava gli highlights lasciando in sottofondo l'inconfondibile voce di Brian Moore. Benché già tifosissimo dell'Arsenal, presi a cuore le vicende del Villa nella lotta al titolo, ed ancora oggi ricordo bene l'undici titolare(non erano infatti tempi di rose extra large e giocatori provenienti da ogni parte del globo...)autore di quella storica impresa. I goals del possente centravanti Peter Withe arrivato dopo la dolorosa dipartita dell' idolo Andy Gray, e del giovanissimo Gary Shaw, unico local-boy della squadra, furono decisivi (38 tra i due!) insieme al fatto che il manager Ron Saunders utilizzò soltanto 14 giocatori (di cui 7 sempre presenti !) nel corso delle 42 gare di campionato. Tra i pali stazionava l'esperto 'keeper Jimmy Rimmer, protetto dai rocciosi centrali ,entrambi scozzesi Alan Evans e Ken McNaught;ai lati difensivi Kenny Swain e Gary Williams; in mezzo al campo il capitano Dennis Mortimer ed il giovane talento ,con accanto due ali diversissime tra loro.Il guizzante e veloce Tony Morley, tipica wing inglese, ed il più arretrato Des Bremner, chiave di volta tattica dello schieramento di Saunders. Ne uscì una formazione votata, come nella migliore tradizione inglese ,al football più puramente offensivo,grazie alla fantasia di Cowans, alla incredibile velocità di Morley ed alla perfetta integrazione dei due stikers, così diversi per caratteristiche fisiche (Shaw era un brevilineo dalla tecnica sopraffina e dalla grande agilità nell'area piccola) ma splendidamente integrati a misura quali implacabili finalizzatori. Probabilmente l'Ipswich di quell'anno era forse più forte dei Villains di Saunders (non a caso Mariner e compagni vinsero la Coppa Uefa, oltre a disputare una semifinale di Fa Cup in quella stagione) come in effetti i tre scontri diretti dimostrarono in modo netto. Infatti, oltre ad uscire sconfitti dalle due gare di campionato, l'Aston Villa fu eliminato al primo ostacolo in Fa Cup dagli uomini del non ancora sir Bobby Robson. Ma furono proprio i tanti impegni a fiaccare l'Ipswich nel finale(con alla fine ben 66 gare ufficiali disputate nelle quattro competizioni!) ed infatti i tractor boys persero ben sette delle loro ultime dieci gare in campionato. 

A testimonianza della sorpresa che rappresentò quella squadra, che non era certo tra le favorite della vigilia, va notato che "Match of the Day" scelse di portare le sue telecamere alle gesta dell' Aston Villa soltanto ad ottobre inoltrato per la demolizione (4-0) del Sunderland al Villa Park. Nella corsa al titolo spiccano nella mia memoria anche un bellissimo 1-3 al Goodison Park siglato da Morley, Mortimer e Cowans ed un 3-0 al Middlesbrough verso fine aprile che rappresentò di fatto la vittoria che tagliò le gambe alle speranze nel Suffolk. L'ultima giornata del 2 maggio fu l'apoteosi: il Villa aveva quattro punti di vantaggio, ma l'Ipswich aveva una gara da recuperare dopo quel weekend. L'Arsenal era quanto di peggio potesse capitare al Villa per quell'ultima giornata e per giunta nella fossa di Highbury. Ma l'Ipswich non diede segnali di ripresa ed uscì sconfitto anche dal vecchio Ayresome Park di Middlesbrough:i ventimila che invasero l'intera clock end di Highbury esultarono anche se i loro beniamini cedettero 2-0 ai Gunners. L'Aston Villa era campione d'Inghilterra !!! La M1 sulla via del ritorno a Birmingham si colorò di celeste ed amaranto. La favola di quella squadra 27 tuttavia non si esaurì con quell'epilogo storico. Ve ne sarebbe stato un altro di li a dodici mesi , a Rotterdam....
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (marzo 2003)

2 febbraio 2026

"STAN BOWLES. UN DIAMANTE ALLO STATO GREZZO"

Se avete sempre pensato che George Best simboleggi più di altri il prototipo del calciatore britannico tutto genio (in campo) e sregolatezza (fuori) degli anni ’60, la figura opaca di Stanley Bowles, seppur traslata in epoca leggermente successiva, vi apparirà per molti versi sorprendente, permeata da qualche lato poco chiaro e, globalmente, molto meno appariscente dell’alone misto di sacro e profano che circonda tutt’ora l’eterno ragazzo irlandese. Le vicende meno note, ma di certo non meno clamorose e burrascose, che hanno caratterizzato la carriera e la vita di Bowles sono frutto di un’indole votata alla contrapposizione con il mondo intero, che sfociava in atteggiamenti costantemente sopra le righe e profondamente irriverenti. Indubbio fu il suo genio calcistico, che ne ha fatto uno degli idoli più famosi del calcio albionico nel cuore dei fantastici anni ’70. Un genio naturalmente a corrente alternata, come vuole la tradizione e come si conviene alle teste matte. Un inglese atipico in campo, dotato di grande tecnica sopraffina e di un talento straordinario, seppur mai completamente espresso appieno. Il suo gioco era fatto da dribbling ubriacanti e finte micidiali. Bowles amava irridere più volte i difensori malcapitati dalle sue parti di campo e questo elettrizzava il pubblico. Quando era in giornata, risultava decisivo e devastante.

Nato la vigilia di Natale del 1948 a Collyhurst, sobborgo della grande Manchester, il giovane Stan cresce nei ranghi giovanili del Manchester City di Joe Mercer, nelle cui fila debutta giovanissimo nel Settembre ’67 rifilando due reti al Leicester City in Coppa di Lega. In quella stagione il City vincerà il titolo inglese, ma non ci fu posto per la pur brillante promessa , chiuso da campioni del calibro di Summerbee e Bell. La cessione fu inevitabile, ma ne’ al Bury ne’ al Crewe il giovane Bowles ritrova lo smalto mostrato in precedenza. Sarà il passaggio al Carlisle per £12.000 e l’incontro con Ian Mc Farlane, manager del club rossoblu, a rappresentare il definitivo lancio di Bowles nella Lega inglese. Mc Farlane ne forgia la tecnica e lavora a livello psicologico sul ragazzo, intuendo che va lasciato libero di esprimersi se lo si vuole mettere a proprio 29 agio. Il periodo al Carlisle lo impone come un grande campione in prospettiva, e di conseguenza molti clubs di First Division ne fanno un loro obiettivo. Jim Gregory, presidente del QPR, più di altri crede nel talento cristallino di Bowles ed arriva a sborsare ben £112,000 (una gran bella cifra per i tempi) nel settembre ‘72 per la sua firma. L’approdo a Loftus Road e’ la svolta della carriera: Stan veste la famosa casacca a cerchi blu in campo bianco, e trova la sua dimensione ideale come giocatore.Un “friendly” club, un presidente che stravede per lui, tifosi in visibilio per le sue gesta. Il QPR passera’ da modesta squadra di seconda divisione ad uno dei team piu’ forti d’Inghilterra,che pratica un calcio particolarmente spettacolare. Bowles vi sarebbe rimasto per cinque anni, collezionando 255 presenze in Lega e 70 reti. Ma Londra propone a Bowles orizzonti nuovi anche fuori dal campo:il vizio per le scommesse assume in questo periodo proporzioni preoccupanti ancorché grotteschi. Non era insolita infatti ai tifosi del QPR in fila per entrare a Loftus Road la scena di Bowles, in tenuta da gioco,che sgaiattolava di nascosto fuori dagli spogliatoi a pochi minuti dal fischio d’inizio per andare a piazzare al più vicino allibratore la puntata dell’ultimo momento! Bowles era di conseguenza assiduo frequentatore anche dell’ufficio del presidente Gregory, a cui sempre più spesso si rivolgeva per avere congrui anticipi su premi e stipendi, atti a far fronte ai debiti che aveva con mezza Londra per il suo vizio del gioco. Nell’aprile del ’74 arriva per Bowles anche la maglia dei tre leoni. Il debutto avviene a Lisbona,con Sir Ramsey ,ma il rapporto con la nazionale sarà breve, a causa del solito carattere ribelle. La sua miglior stagione coincise con il leggendario 2° posto del QPR al termine della stagione 75-76, dove gli uomini di Dave Sexton contesero al grande Liverpool di Paisley e Keegan il titolo fino all’ultima partita e forse avrebbero meritato quel riconoscimento per il gioco altamente spettacolare espresso in campo.Con DaveThomas e Gerry Francis , Bowles componeva un trio assolutamente fantastico,incastonato all’interno di una squadra perfetta, geniale e quindi poco costante. Tanti gli episodi della carriera di Bowles che ne hanno fatto un personaggio del calcio inglese. Su tutti, l’episodio di Sunderland, rimasto tra leggenda e realta’ nel folklore dei tifosi britannici.

Un Sunderland-QPR, ultima di campionato stagione 72/73.I londinesi sono già promossi in First Division da più di un mese, i padroni di casa sono freschissimi 30 vincitori della FA Cup, impresa storica per il club dei black cats, che mostrano orgogliosi il trofeo, conquistato battendo il fortissimo Leeds di quel periodo. Ben 43.265 persone stipano il vecchio Roker Park all’inverosimile: l’occasione di vedere la FA Cup a casa propria e’ irrinunciabile. Bowles, annoiato ed evidentemente seccato da tanto giubilo, colpisce(deliberatamente? chissà..) con un violento tiro proprio il sacro trofeo, facendolo cadere dal piedistallo ove era stato posto in prossimità della linea laterale. Fu il finimondo. Invasione di campo e caccia all’uomo; partita sospesa per circa 20 minuti prima che la polizia riuscisse a sedare i furiosi tifosi del Sunderland. Nel gesto dissacrante e provocatorio di Bowles c’e’ un po’ tutto lui stesso.Come anche nell’episodio che ha chiuso di fatto la sua carriera da professionista di un certo livello.
Il Forest gli aveva dato la possibilita’ di ritornare il giocatore che era stato al QPR, quando nel 1980 Stan ne combina un'altra delle sue. Alla vigilia della finale della Coppa dei Campioni, dove i reds di Clough affronteranno l’Amburgo, Bowles litiga ferocemente con il tecnico e capisce che non sarà schierato tra i titolari, ma si accomoderà in panchina. Senza avvertire nessuno Bowles non si presenterà alla partenza per Madrid ed il Nottingham ebbe solo quattro riserve invece di cinque, per la prima volta (ad oggi anche unica..) nella storia della Coppa dei Campioni. Il nostro eroe avrebbe potuto coronare il sogno di una carriera con una medaglia da campione d’Europa, magari con qualche minuto giocato nella serata del Bernabeu, ma a lui non interessavano questo tipo di riconoscimenti. Voleva giocare, far divertire i suoi fans, far ammattire i difensori…poi magari passare da Ladbrokes per una puntatina! Si e’ ritirato nel 1984 a 36 anni …non ha mai vinto nulla, ma è entrato nella storia dei “mavericks” del calcio inglese.
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (dicembre 2003)

1 settembre 2025

"MILLWALL. I LEONI DELL'ISOLA DEI CANI" di Fabrizio Miccio

Le origini del Millwall FC risalgono all’estate del lontanissimo 1885, quando un gruppo di giovani operai della fabbrica Morton’s, produttrice di marmellate e confetture varie, diede vita al Millwall Rovers FC.
La fabbrica si trovava su una piccola isola, adagiata nel tortuoso tratto del Tamigi londinese,proprio dove vi erano i vecchi docks

Quell’isola era ed è denominata tutt’oggi the Isle of Dogs. Gli operai provenivano in gran parte dalla Scozia e fu quindi adottato il “navy blue” quale colore sociale ed il leone rampante quale simbolo. Erano nati i “Lions”. Il primissimo campo di gioco è Glengall Road, ma dopo pochi anni c’è già bisogno di uno spazio più ampio. Viene individuato un grande spiazzo nel retro del popolarissimo pub Lord Nelson’s e ciò renderà molto conosciuto il nuovo club a livello locale. Nel 1887 il primo trofeo: la East End Senior Cup. Nel 1890 c’è bisogno di un campo da gioco migliore e,grazie al fattivo interesse di politici ed amministratori locali, nonché a varie cospicue donazioni di qualche benefattore, si trasloca di nuovo. East Ferry Road, di fronte alla stazione di Millwall Dock, è la nuova casa dei Lions. 
Il club è ormai popolarissimo nella zona, e ben 14.000 persone assistono alla prestigiosa amichevole con il “gigante” Sunderland. Cresce costantemente anche la forte integrazione sociale del club con la zona di origine: molti giocatori 29 vengono invitati a vestire la casacca blue con la promessa di un lavoro nei docks, all’epoca molto attivi e laboriosi. Nel 1893 arriva la prima vittoria contro un club professionista il West Bromwich ,e nello stesso anno il Millwall abbraccia a sua volta la nuova dimensione del movimento calcistico inglese. Grazie all’accordo con altri club “pro” della zona di Londra, il Millwall è tra i club che fondano la Southern League e nel 1900 compie l’impresa di arrivare fino alla semifinale di FA Cup, sconfiggendo addirittura l’Aston Villa, ma sarà sconfitta dal Southampton. 
Il 1910 segnò le sorti del club. Per la prima volta i Lions abbandonano l’isola d’origine e si trasferiscono in quella che sarà la loro temutissima tana per tanti anni: Cold Blow Lane, South East 14. Fu il famoso architetto Leitch a progettare l’impianto, inaugurato il 22 ottobre di quel anno alla presenza dell’allora presidente della FA Lord Kinnair. La scelta, seppur sofferta a livello emotivo, si rese necessaria date le oggettive difficoltà di trasporto dei numerosi appassionati, che ormai in massa venivano da ogni parte di Londra sud alle partite, e non più dalla sola isola. L’afflusso di spettatori raddoppiò, il club ne trasse benefici economici e tecnici e nel 1920 il Millwall entrò nella Football League. Da subito “The Den”, questo il nome dell’impianto (letteralmente: la fossa), si rivelò la collocazione ideale per il club e i suoi focosi supporters. L’acustica ed il posizionamento conferivano alle urla di incitamento una eco particolare e le squadre avversarie ne sembravano intimorite.
Non a caso il Millwall ha detenuto per tanti anni e per tutte le varie divisioni in cui ha militato il record di gare casalinghe senza sconfitte. Purtroppo a volte l’eccessiva esuberanza dei tifosi ha costretto la FA a chiudere l’impianto. Nel 1950 The Den era già stato chiuso ben quattro volte per disordini…e la notoria fama dei supporters era già nata. 
L’apice arriverà con le incredibili scene di violenza sul terreno del Luton, nel corso di un triste e famoso quarto di finale di FA Cup nel 1985. I Lions diventano il primo club di Third Division a raggiungere la semifinale di FA Cup nel 1925 e soltanto nel recente passato (1988) riusciranno a militare per la prima volta nella loro storia nella massima divisione calcistica inglese. A livello personale ho avuto la fortuna di poter assistere dal vivo ad una gara del Millwall al vecchio The Den. Fu un terzo turno di FA Cup nel gennaio del 1989 contro il Luton Town (3-2 con reti di Cascarono, Carter e Sheringham) e l’atmosfera fu realmente elettrizzante, come mai avevo avuto modo di percepire nelle pur molteplici precedenti occasioni di partite di calcio in Inghilterra. La carica che i quei tifosi riescono a trasmettere ai loro (a volte non proprio fenomenali) footballers e’ qualcosa di unico. 
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (giugno 2004)

24 febbraio 2025

"TONY CURRIE. Un pesce grande in una vasca piccola" di Fabrizio Miccio


























Personalmente ritengo che gli anni ’70 siano stati il periodo ove, piu’ di altri,e certamente molto piu’ di adesso, il calcio inglese abbia mostrato la quintessenza di se stesso. 
Infatti credo che gli elementi piu’ tradizionali e caratteristici, che fanno del calcio albionico un universo speciale, ebbero in quel tempo la loro massima purezza, prima della “contaminazione esterna” in atto ormai da molti anni. Probabilmente il mio giudizio e’ fortemente influenzato dal fatto che ho conosciuto e mi sono appassionato a questo mondo proprio in quegli anni. Tuttavia penso che molti altri fattori concorrano all’obiettivita’ della mia opinione.
Tra tutti questi elementi, le spiccate e consistenti personalita’ degli attori principali, leggasi “footballers”, che hanno calcato i campi della Football League, ne sono forse uno dei motivi principali. Tra le tante e variegate stelle pedatorie del periodo, ho sempre avuto una speciale predilezione per Tony Currie. Forse perche’ uno dei pochi che ha preferito tenere un basso profilo (a dispetto dei media) mostrandosi solo attraverso le sue gesta in campo, un atteggiamento nettamente in controtendenza con l’andazzo del tempo, da Best a Bowles, da Keegan a Charlie George, solo per citarne alcuni. 
Il fatto che Tony non abbia mai indossato le varie casacche di Manchester United, Arsenal o Liverpool, ma si sia messo in luce con squadre non di primissimo piano (il Leeds di fine anni 70’ non puo’ definirsi tale) contribuisce alla splendida e per certi versi affascinante figura del centrocampista dinamico ma tecnico di Edgware.
Nato infatti in quel sobborgo londinese il giorno di capodanno del 1950, il piccolo Tony vive un infanzia non semplice: il padre lascera’ la famiglia dopo pochi anni dalla nascita, e sara’ lo zio ad occuparsi di lui. Lo Shed di Stamford Bridge ospita spesso i due, entrambi ammirati dalle prodezze di Jimmy Greaves e Bobby Tambling, icone dei blues di quel periodo. Tony gioca bene al calcio, ma i club professionistici della sua area non se ne accorgono. Sara’ il Watford del suo futuro mentore Ken Furphy a proporgli un contratto nell’estate 1967, prima da apprendista e poi da professionista. Furphy, player manager degli Hornets, club di 3° divisione, ne intravede le enormi potenzialita’: lo plasma e lo educa tatticamente, trovandogli la piu’ idonea collocazione in campo per le sue caratteristiche. Currie e’ un grande faticatore in mezzo al campo, ma, collocato appena a ridosso dei due attaccanti, riesce a dare il meglio di se’, grazie ad un “ultimo passaggio” di classe cristallina ed un tiro dalla distanza mortifero. 
Nel suo primo campionato da professionista, a soli 17 anni, con la maglia gialla del Watford sigla 9 reti e colleziona 17 presenze. Arriva immediata e logica conseguenza la proposta di un club di maggiore rilievo, seppur di Second Division: lo Sheffield United. Per £27.500 il diciottenne Tony si trasferisce al Bramall Lane: e’ la conferma del suo ingresso nel grande calcio, una proposta irrinunciabile. Currie impersonifichera’ la resurrezione del club biancorosso dello Yorkshire, che nel 70-71 centra la promozione in First Division grazie soprattutto alle brillanti e continue prestazioni del biondo centrocampista londinese. 
Le stagioni a Sheffield (alla fine saranno 8) maturano il ragazzo e ne risaltano l’acume tattico. Conseguentemente i grandi clubs dell’epoca iniziano a bussare alla porta dello Sheffield United e sara’ cosi’ per tanti anni. 

Ma Tony non approdera’ mai ad un grande club, anche se non sempre per propria scelta. Per sua postuma ammissione preferi’ sempre sentirsi importante nel proprio club piuttosto che uno dei tanti, cioe’ “un pesce grande in una vasca piccola”. Personalmente ho sempre ammirato questa scelta, sinonimo di personalità e attaccamento alla maglia che si indossa. Currie arriverà anche in nazionale (17 caps) indipendentemente dalla maglia di club indossata e sara’ per sempre uno degli idoli piu’ amati dei fans biancorossi di Sheffield. 
Fu ribattezzato il Gunter Netzer inglese per la netta somiglianza di gioco con il grande centrocampista teutonico e per la piu’ lieve somiglianza fisica. La sua innata timidezza fuori dai campi di gioco fu tuttavia un piccolo limite per la sua carriera. Molto introverso e taciturno, Tony, al limite del triste, (Bowles, suo compagno in nazionale ricorda che non rideva quasi mai) probabilmente non si rese mai conto pienamente del talento innato che possedeva. Ma in campo si trasformava: ed aveva atteggiamenti nettamente contrastanti con il suo carattere, quasi istrionici. Una sorta di dottor Jekyll e Mr.Hyde. Esempio classico di come il nostro eroe si trovasse molto piu’ a suo agio con la palla tra i piedi che in mezzo alla gente.  Un altro grande limite di Currie furono i tanti, troppi infortuni che ne limitarono in parte le potenzialità; ma il suo modo di giocare era troppo generoso per essere immune da incidenti. Il 6° posto del 1974/75 fu il picco piu’ alto, sia dello Sheffield Utd, che di Currie, a livello di First Division. La storica partecipazione alla Coppa UEFA svani’ all’ultima giornata con uno 0-0 a Birmingham contro il City. 
Nell’Agosto del 76 Tony approda al vicinissimo Leeds United., ormai squadra lontanissima dai fasti degli anni precedenti, con l’ enorme responsabilità di non far rimpiangere i vari Bremner o Giles. Ma in maglia bianca Currie non lascera’ segni tangibili: tre stagioni costellate da infortuni e delusioni, accentuate dal declino lento ma inesorabile del club di Elland Road. Problemi di famiglia e la conseguente necessità di tornare a Londra, lo indussero ad accettare le proposte del Queens Park Rangers di Tommy Docherty, ma anche a Loftus Road, Tony, perseguitato da un malanno ad un ginocchio e da una caviglia in disordine, non riuscirà ad offrire il meglio di sè. Tuttavia, pur con una sola gamba, porto’ i Rangers alla finale di FA Cup del 1982 contro gli Spurs, ove fu capitano e protagonista sfortunatissimo. 
Nella finale, una punizione di Hoddle lo colpi’ in barriera e devio’ imparabilmente la traiettoria della palla che fini’ in rete. Nel replay (1-1 dopo la prima gara…bei tempi..) commise il fallo da rigore che sanci’ la vittoria del Tottenham. Non sempre, come sappiamo, le carriere degli eroi pedatori, soprattutto in Gran Bretagna, sono giudicate sulla base di vittorie e sconfitte. 
Currie e’ stato un idolo dei suoi tifosi, indipendentemente dalle vittorie.
di Fabrizio Miccio, da "UK Football please"
Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità e non può quindi essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7/03/2001. L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti che siano lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi all'autore, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima. Le foto di questo blog sono pubblicate su Internet e sono state quindi ritenute di pubblico dominio. Se gli autori desiderano chiederne la rimozione, è sufficiente scrivere un'e-mail o un commento al responsabile del sito.