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17 aprile 2026

"STRIKERS - Viaggio in Irlanda del Nord tra George Best e Bobby Sands" di Alessandro Colombini (Urbone), 2015


Ogni singola foglia caduta da un qualsiasi albero a nord di Aughnacloy è riconducibile ai missili SAM dell'IRA o alle bombe dell'UVF. Da tutto questo ovviamente non poteva esimersi il calcio. Liam Coyle, leggendario calciatore del Derry nella stagione del treble, durante Irlanda del Nord-Cile viene accusato di essere un Provo, mentre George Best, il più grande giocatore di tutti i tempi e nativo di Belfast, viene minacciato dall'IRA.
Per parlare di calcio in Irlanda del Nord viene naturale sì parlare di Coyle e Best, ma è anche necessario spiegare chi fossero i Provos e cosa è l'IRA.

9 ottobre 2025

"BELFAST CELTIC. The Grand Old Team" di Damiano Francesconi

Tra i vari scenari di carattere sociale e geopolitico europeo non vi è luogo più ricolmo di contraddizioni e questioni ideologiche, molto spesso, contrastanti dell'Irlanda del Nord. 
Le “sei contee” a nord della Repubblica d'Irlanda sono state, da molto tempo, terreno fertile per vere e proprie battaglie sociali dove, nella maggior parte dei casi, finivano sempre con dei feriti o, peggio, dei morti da ambo le fazioni.
Queste due suddivisioni presero vita a partire dal 1922 a seguito della guerra anglo-irlandese la quale si concluse con la vittoria dell'IRA, sulla British Army, portando così l'Irlanda, come la conosciamo oggi, ad una tanto sognata indipendenza da Londra.
Nel nord dell'Irlanda, però, sei contee rimasero sotto il predominio della corona. Queste sei contee sono racchiuse nella cosiddetta regione “Ulster” e, dal 1922, sono sempre rimaste fedeli a Sua Maestà. In Irlanda del Nord i cittadini cattolici, nonché simpatizzanti per l'unità e per l'indipendenza irlandese, venivano discriminati sia dalla maggioranza protestante che dal governo della provincia dove, partito di maggioranza del parlamento autonomo nordirlandese, era l'Ulster Unionist Party.
Per i cattolici era più difficile trovare lavoro. Questi subivano discriminazioni anche quando si trattava delle assegnazioni delle case popolari. Tutto ciò avveniva anche dove i cattolici erano la maggioranza come, per esempio, a Derry. Anche da quelle parti le circoscrizioni elettorali erano disegnate in modo da non permettere ai cattolici di vincere le elezioni.
In una perenne polveriera come quella nordirlandese determinate tensioni si sono, molto spesso, mescolate con lo sport più seguito al mondo. Il calcio.
Tra i club che fecero e fanno grande il calcio nordirlandese vi sono: Linfield, Glentoran, Lisburn Distillery e Belfast Celtic.
Proprio quest'ultima è la protagonista di questo articolo. Oggi, purtroppo, il Belfast Celtic non esiste più in quanto venne investita da una triste sorte che verrà spiegata più avanti nell'articolo. Andiamo con ordine.

Il club venne fondato il 14 marzo del 1891 portando il nome, semplicemente, di “Celtic” prendendo palese ispirazione dal più noto Celtic Football Club di Glasgow. Tra gli altri riferimenti con il club di Glasgow, oltre al nome, vi erano anche i colori sociali. Venne adottata la casacca da gara a bande orizzontali bianche e verdi. Nel 1901 il club divenne un società per azioni così dovette mutare il suo nome in Belfast Celtic FC proprio per differenziarsi dagli amici di Glasgow. Lo storico simbolo del club era la nota Arpa Irlandese con un predominio di tonalità color verde. Le partite casalinghe venivano giocate al Celtic Park (stesso nome dell'impianto del più famoso Celtic scozzese) soprannominato dai propri tifosi: “The Paradise”. Questo impianto era sito in Donegal Road a West Belfast, non lontanissimo dal quartiere “lealista” colmo di tifosi del Linfield, storici tifosi rivali filo britannici.
Il Belfast Celtic vinse il suo primo titolo nel 1900 proprio ai danni dei più blasonati rivali del Linfield. La violenza politica che travolse l'Irlanda negli anni '20 si riversò sugli spalti della Lega irlandese. Nel 1920, l'Irish Football Association multò e sospese il club in seguito a violenti incidenti avvenuti durante la semifinale della Irish Cup
Quel giorno il Belfast Celtic affrontava il Glentoran: una persona portò una pistola allo stadio e iniziò a sparare sulla folla. Come detto in precedenza quelli erano anni molto difficili per l'Irlanda in cui era in pieno svolgimento la guerra d'indipendenza irlandese.
Quando il club venne reintegrato dalla Football Association questi attraversò un periodo di straordinaria grazia vincendo numerosi trofei nazionali tra coppe e campionati di massima serie. Il periodo a cavallo tra le due guerre mondiali venne rinominato “era d'oro del Belfast Celtic”.
Sul campo, il Celtic di Belfast, dava vita a straordinarie prestazioni e vittorie cercando di emulare il, “fratello maggiore”, Celtic Glasgow in Scozia. D'altro canto, però, l'Irlanda del Nord e Belfast in particolare erano sempre terreni fertili per tensioni sociali non da poco e, molto spesso, i tifosi del Belfast Celtic si trovavano coinvolti in questioni di ordine pubblico particolarmente quando l'avversario dinnanzi a loro era il tanto odiato Linfield Fc.

Nel 1946, terminato il secondo conflitto mondiale, riprese il campionato di calcio nel nord dell'Irlanda nonostante negli della guerra non venne mai realmente sospeso. Le vecchie rugini tra filo-indipendentisti irlandesi e filo-britannici persistevano, il Belfast Celtic era sempre la squadra dei cattolici pro-indipendenza ed il Linfield rimaneva la rivale lealista alla corona. Sulle gradinate, ad ogni incontro, si temeva sempre il peggio ovviamente non per il fatto che le due squadre più blasonate erano sempre in cima alla classifica a contendersi la Premiership. Anche la tensione sociale lontano dai campi gioco era terribilmente aumentata nel secondo dopoguerra. I cattolici erano ancora la minoranza in molte zone non solo di Belfast ma anche di tutta l'Irlanda del Nord. La situazione, purtroppo, precipitò durante il Boxing Day del 1948. 
Si giocava a Windsor Park, la tana del Linfield. I padroni di casa non vincevano un titolo dal 1935 in quanto sovrastati dalla forza dominante del Belfast Celtic. A questo si aggiungeva, anche, la proclamazione della Repubblica d'Irlanda con il riconoscimento britannico. La Repubblica d'Irlanda rivendicava anche le sei contee dell'Ultster e questo fece sì ad alimentare tensioni ulteriori nella capitale. La partita si giocava in un tipico clima nord europeo colmo di freddo e grigiore. I calciatori in campo, da una parte e dall'altra volevano a tutti i costi vincere e di certo nessuno tirava indietro la gamba. La tensione era ai massimi storici e, molto spesso, i calciatori in campo arrivavano alle mani. La partita era bloccata sullo 0-0 i padroni di casa del Linfield giocavano in 9 uomini a causa di due espulsioni; a 10 minuti dalla fine il Belfast Celtic passò in vantaggio grazie al rigore messo a segno da Harry Taylor ma, incredibilmente, poco prima del 90esimo minuto il Linfield pareggiò la contesa grazie alla fortunosa rete di Jackie Russel. Triplice fischio, 1-1, tutti a casa con un punto per parte. Assolutamente no! Fu in quel momento che scoppiò il finimondo con i tifosi del Linfield che invasero il rettangolo di gioco cercando di aggredire i giocatori del Belfast Celtic. Tre calciatori biancoverdi rimasero feriti tra cui Jimmy Jones, centravanti del Belfast Celtic, il quale venne preso di forza dai tifosi di casa trascinato nella tribuna e pestato con una violenza tale tanto da spezzargli un gamba. La sua colpa principale fu quella di essere un protestante che militava in una squadra di chiare radici cattoliche.

La notte stessa la dirigenza del club decise di ritirare la squadra dal campionato in quanto venne superato un certo limite che lasciò tutti sbigottiti in terra d'albione. La rabbia della dirigenza biancoverde era, perlopiù, dovuta alla totale disorganizzazione della polizia la quale rimase in disparte per molto tempo prima di intervenire seriamente a sedare gli animi dei facinorosi. La decisione ormai era stata presa. Si era giunti ad un livello di odio, intolleranza e violenza di ogni genere da parte dei lealisti senza precedenti. Le ultime apparizioni del Belfast Celtic furono in una tournée negli U.S.A. in sporadiche amichevoli nel 1949.
Il Belfast Celtic cessò definitvamente di esistere, a livello di societario, nel 1960 ma, come detto qualche rigo sopra, nel 1949 fu l'ultima partita dei biancoverdi di Belfast.
Finì così, in questa maniera così cruenta e triste, la breve ma intensa storia di uno dei club più importanti e titolati del calcio nordirlandese. Il Belfast Celtic voleva essere, oltre che un squadra di calcio, un punto di riferimento per molti tifosi, più o meno giovani, di fede cattolica e di chiare ideologie indipendentiste. Voleva rappresentare un punto di aggregazione per quella minoranza presente nella capitale dell'Irlanda del Nord. Nel 2011 il noto giornale d'oltremanica, The Guardian, chiese ad un ex tifoso del Belfast Celtic, tale Jimmy Overend, cosa rappresentasse il Belfast Celtic per lui.
L'ottantaseienne rispose così: “il club, aveva illuminato le vite dei cattolici politicamente oppressi e impoveriti come me. Lo scioglimento fu come una nuvola nera che scendeva su di noi. Sembrava come se non ci fosse più nulla per cui vivere. E' un dolore che non se ne è mai andato”
Per gli amanti della questione irlandese, a prescindere da come la si voglia guardare, e per gli amanti dello sport più seguito al mondo, la triste sorte che toccò al Belfast Celtic lascia tanto malumore e rancore. Com'è possibile che in un terra martoriata, come quella nordirlandese, da continue tensioni sociali si possa essere arrivati a questo? Com'è possibile che un club così importante debba cessare di esistere in questa maniera così violenta e priva di senso? Sicuramente chi vive da quelle parti ne saprà molto più di noi che vediamo il tutto dalla nostra “comfort zone” e forse ancora non ne cogliamo realmente la gravità di questo triste finale che colpì il Celtic di Belfast. Senza dubbio è un finale che con il calcio non ha nulla a che vedere. In conclusione è giusto ricordare che nel 2003 è stata creata la “Belfast Celtic Society” un'organizzazione che ha lo scopo di preservare e diffondere la conoscenza storica del “Grand Old Team”.
di Damiano Francesconi

1 maggio 2025

"THE BEST" di George Best (Baldini & Castoldi), 2002

 
All'apice del suo successo fu battezzato "il quinto Beatle", e fu il primo calciatore popstar della storia. Ma George Best non è mai stato capace di convivere serenamente con il denaro e la fama frutto del suo talento, e tutta la sua vita è costellata da oscure storie di donne, sesso e alcol. Molto è stato scritto su di lui, ma mai nulla era stato raccontato dallo stesso Best. In questa autobiografia il noto calciatore ha deciso di rimuovere ogni pudore e trascinare il lettore nei gorghi della sua vita "spericolata", tra il fascino della swingin' London degli anni Sessanta e la cruda realtà nordirlandese, tra i pub e i tribunali. Fino alla bancarotta, la prigione e l'inferno della cirrosi epatica.

28 marzo 2025

NONNO BILLY BINGHAM

Con un gesto perentorio, papà prende il telecomando e spegne la TV, convinto che la scatola magica non abbia da regalare a suo figlio niente di particolare per quel mercoledì sera. Il bimbo vorrebbe protestare, ma papà è inamovibile. “Siediti vicino a me, piccolo. Ti voglio raccontare una storia di tanti anni fa, una delle più di mille di quando il pallone era ancora Il bellissimo Gioco”. Il bimbo accorre, perchè ama quelle storie, pensando che forse papà ha ragione sulla TV, e si siede vicino a lui. Quando la storia inizia, gli echi dell’imminente partita di Champions League si spengono definitivamente...

* * * *

C’era una volta Nonno Billy, che viveva in un posto chiamato Ulster, l’angolo meno attraente della verde terra d’Irlanda, e che un giorno fece una scelta inaudita e decise di portare i suoi nipotini a fare un viaggio lungo lungo. Aveva cinquantun primavere sulle spalle e ventidue nipotini: una sproporzione preoccupante! Madri e padri non nascondevano la loro apprensione ad affidargli la teppaglia tutta insieme, ma la verità era che nessuno al mondo, a parte il nonno, sapeva tirar fuori il meglio dai ragazzi, perchè tutti loro, insieme, avevano la stessa passione: il gioco del calcio, o football, così come veniva chiamato nella loro terra. Qualche mamma giunse a strapparsi i capelli. “Questa proprio ci mancava, con tutti i problemi che già abbiamo qui!” aggiunse qualcun’altro. Nonno Billy sorrideva, fiero contro tutti, raccontando che lui stesso aveva già intrapreso un viaggio simile, tanti anni prima. Gli animi si scaldarono: “Tu sei un matto malato di nostalgia, ecco qual’è il problema. Erano altri tempi: ci si poteva muovere in tranquillità. Oggigiorno c’è da aver paura!”
Si sollevarono decine di obiezioni ma il nonno non cedette di un millimetro, e fu così che qualche giorno dopo si trovò in aeroporto, all’imbarco, a passare in rassegna la truppa. Eccola lì, la sua squadra: tutti entusiasti, tutti equipaggiati, tutti in verde. Nonno Billy sapeva che tutto sarebbe andato bene, e che i suoi nipotini si sarebbero divertiti un mondo. Anche loro, per qualche strano motivo, sembravano esserne sicuri. Nonno Billy aveva affidato a Pat, il più grande e maturo dei suoi nipoti, la responsabilità di mantenere l’ordine: “Vestiti in giallo, così quando ti guarderanno capiranno chi comanda! E non farti mettere i piedi in testa da nessuno, specialmente da Gerry!”, disse indicando quello che tutti chiamavano l’Astuto, perchè non perdeva occasione di approfittare delle altrui distrazioni. Nonno Billy aveva una predilezione per Pat, così responsabile, così ometto. Gli aveva regalato un pezzo di stoffa bianco da mettersi al braccio: i gradi del Sergente! Durante il viaggio gli si avvicinò Sammy, sveglio, matematico e geometrico, intelligente, uno che gradiva il maggior numero di informazioni possibile, così da sapere sempre come muoversi: “Mi ripeti dov’è che stiamo andando, nonno?” gli chiese. “In Spagna, Sammy, alla Coppa del Mondo”. “E di cosa si tratta?”
Nonno Billy gli scompigliò i capelli: “Ti piace giocare a football, Sammy, sì? Ecco, la Coppa del Mondo è la cosa più importante per chi ama giocare a football. E’ una magia così preziosa che si può vedere solo una volta ogni quattro anni”. Sammy non ne aveva abbastanza: ”Mamma dice che tu ci sei già stato.” Il nonno annuì: “Tanto tempo fa. Ero un ragazzo come voi, anche se allora era in un posto diverso che si chiama Svezia”

Soddisfatto, Sammy tornò al suo posto, di fianco al piccolo Norman, il più giovane di tutti. Già, Norman: più il nonno lo guardava e più lui gli ricordava il piccolo e sfortunato Georgie, un ragazzo come loro, ma geniale, che tanti anni prima, e con dolore, aveva dovuto accettare il fatto di non poter fare quel viaggio e aveva tanto sperato che prima o poi qualcuno ci sarebbe riuscito al posto suo, ricordandosi di regalargli un pensiero. Nonno Billy sperava: “Che tocchi proprio al mio Norman il posto del leggendario Georgie?”.
E così, tra un pensiero e l’altro, la comitiva arrivò in Spagna, dove faceva un gran caldo. Come aveva detto il nonno si trovarono subito di fronte a tanti altri ragazzi: con qualcuno fraternizzarono, con qualche altro volarono parole grosse, fin quando il nonno prese per le orecchie i più riottosi e portò tutti quanti in albergo: “Riposatevi. Anche se qui non sono stati carini con noi, tenete in serbo la vostra rabbia per quando li incontrerete sul campo. Non è la prima regola per diventare bravi ragazzi, ma è il consiglio migliore per diventare calciatori vincenti”. Come aveva ragione, il nonno! La prima settimana fu meravigliosa: visitarono una bella città dal nome orribile, Zaragoza, e si incontrarono pacificamente con ragazzi provenienti da paesi lontani, dividendosi tutto! A dir la verità, Gerry l’Astuto aveva tentato di sgraffignare qualcosa a dei simpatici caraibici, ma Pat, che sapeva anche essere giusto e generoso, non si era opposto a rendere il maltolto, evitando a Gerry la ramanzina del nonno. Poi capitò di spostarsi in un posto chiamato Valencia, e lì vennero di nuovo alle mani con gli scorbutici indigeni. Questa volta Pat decise di lasciar perdere la ragionevolezza e non si intromise nella baruffa. Nonno Billy chiamò vicino a sè Gerry l’Astuto e gli disse: “E’ il tuo momento, ragazzo: ruba tutto quello che puoi!”. Lo sguardo di Gerry si riempì di gioia cleptomane: si buttò nella mischia e poco dopo raccolse una palla lasciata incustodita da un tizio che si era saputo chiamarsi Arconada e la nascose al sicuro dentro una rete. 
Gli spagnoli ci restarono così male che abbandonarono ogni velleità e presto se ne andarono, mortificati. Nonno Billy sapeva di non essere stato proprio ortodosso, ma almeno riconosceva di aver insegnato ai ragazzi a difendersi e rispondere per le rime. Gioia immensa per tutti, anche a casa, dove le notizie arrivavano in fretta. A seguito di questi fatti burrascosi ci fu il trasferimento nella città di Madrid, bellissima, dove tutti però li guardavano storti. I nipotini di Nonno Billy furono ben contenti di non curarsene e gioirono nel conoscere i ragazzi provenienti dall’Austria, prima che i francesi facessero loro vedere come si giocava a football alla perfezione: una severa lezione di vita, imparata comunque con dignità e orgoglio. Quella sera Nonno Billy guardò negli occhi i suoi ragazzi, prima che andassero a dormire e disse: “Bene. Siete stati degli ottimi compagni di viaggio, e così spero di essere stato io per voi, ora però dobbiamo tornare a casa”. La squadra si mosse come fosse una singola entità, e andò ad abbracciare il nonno, con un unico sussurro: “Grazie”. La mattina dopo, per il ritorno, Nonno Billy si sedette in ultima fila, da dove poteva controllare tutto. Pensava a quel viaggio e anche a quello di ventiquattro anni prima, quando lui era più o meno come ora i suoi nipoti. Pensò al piccolo Georgie, che quel viaggio non aveva mai potuto farlo, e pensò anche che una volta a casa non gli sarebbe dispiaciuta una pinta di scura. Anche i nipotini erano composti e silenziosi: pensavano all’avventura appena vissuta, cercando di imprimere nella mente più frammenti possibili, in modo da non poter mai dimenticarsene. Si appisolò. 
Più tardi si sentì chiamare. La voce di Pat: “Nonno Billy?”. Sporse la testa quel tanto che bastava per avere la visuale sul corridoio dell’aereo. Pat si avvicinava tenendo per mano il piccolo Norman. Entrambi giungevano con l’aria affranta. Pat dimostrando tutta la sua maturità, nobile e dignitoso, mentre Norman sembrava prossimo alle lacrime, dito in bocca e sguardo a terra. Nonno Billy fece cenno a Pat di parlare: “Nonno...ecco...vedi...”
Naturalmente avrebbe voluto condirla un po’, ma Norman lo strattonò costringendolo a venire al punto: “Volevamo ringraziarti, E’ stata una vacanza bellissima...solo che noi...io... ecco...Norman vorrebbe sapere se ci sarà modo di rifarla, un giorno”. Lui li abbracciò, forte: “Un giorno, forse sì”. “Quando?” azzardò Norman. “Devi aver pazienza, piccolo: non prima di quattro anni, sai...la magia!”. “Me lo prometti?”. Nonno Billy prese il volto di Norman tra le sue mani: “Ti prometto che faremo tutto quel che si può fare. Può bastare ad un giovanotto come te?”. Norman annuì tristemente e invitò Pat a riportarlo al posto. Li guardò allontanarsi e sorrise tastando quel senso di continuità: il più grande ed il più piccolo dei suoi nipoti. Si riaddormentò.

Quattro anni dopo...

Nonno Billy è seduto, ancora una volta nella sua vita, ai bordi di un grande prato verde attorno al quale si sono radunate più di ventimila persone. Vorrebbe vederle tutte in volto, ricordarsele, ma sa di non poter fare un’unica foto di una moltitudine. Norman è cresciuto, ma è ancora vispo che è un piacere. Gli passa davanti e lui gli assesta una vigorosa pacca da nonno sul sedere. Mentre Norman corre al suo posto, vede Pat dalla parte opposta. Ancora quella sensazione: il mio più grande ed il mio più piccolo! Anche Pat lo sta guardando: si sorridono l’un l’altro e il sorriso colma la distanza fisica facendo viaggiare su un filo i sentimenti più nobili, compresa la gratitudine. Nonno Billy vuole assaporare l’atmosfera di quel momento ed inspira forte forte, perchè lì a Guadalajara, Messico, l’aria è più rarefatta di quanto possa mai esserlo a Belfast, o a Madrid. La promessa è stata mantenuta.

* * * *

Il bimbo sorride a papà. La storia è stata carina, come si aspettava. Ora papà vorrebbe premiarlo, perchè un po’ gli brucia essere stato così drastico per la TV, e sa che al figlio il calcio piace molto, nonostante la tenera età. “Vuoi vedere come sta andando la partita?”, chiede. E la risposta, sorprendente, è: “No, papà, andiamo a nanna”.


Qui sopra è stata resa una trasposizione molto, MOLTO libera di un fatto accaduto realmente, ed a suo modo epocale: la qualificazione della rappresentativa dell’Irlanda del Nord a due Campionati del Mondo consecutivi, nel 1982 e nel 1986, sotto l’esperta guida di Billy Bingham, unico nordirlandese ad avere partecipato a 3 mondiali (nel 1958 vi prese parte come calciatore). Nel racconto Bingham è Nonno Billy, ed insieme a lui sono citati alcuni dei giocatori più rappresentativi di quell’irripetibile quadriennio: il portiere Pat Jennings è Pat, l’interno Sammy McIlroy è Sammy, lo striker Gerry Armstrong è Gerry l’Astuto (cui l’aggettivo cleptomane si addice unicamente nell’economia della storia) ed il talentuoso Norman Whiteside (che esordì a Spagna ’82 a 17 anni e 42 giorni, battendo il record di giovinezza fino allora detenuto da Pelè) è il Piccolo Norman. Credo infine sia doveroso lasciar supporre a chi legge chi fosse lo sfortunato, geniale e leggendario Georgie.
Delle due imprese la più significativa resta quella dell’82, anche in virtù del quadro delineatosi alla vigilia del Mundial spagnolo. Innanzitutto le rappresentative del Regno Unito vi si affacciavano in massa come non era più accaduto dal 1958 (unica edizione in cui furono tutte e quattro presenti); in secondo luogo, o comunque di conseguenza, c’erano i presupposti per scrivere una pagina significativa di storia calcistica britannica. Ci contava l’Inghilterra, che dopo Mexico ’70 aveva “bucato” nel ’74 e nel ’78 e tornava a misurarsi per l’Iride dopo una pausa forzata di dodici anni e a sedici di distanza dall’”Investitura” casalinga. Obiettivamente era una squadra forte. Non la più forte di sempre e nemmeno la migliore delle ventiquattro sbarcate in Spagna, ma forte: aveva solidi pilastri nei reparti arretrati e di manovra ( Shilton, Neal, Butcher, Wilkins), ed attaccanti tra il giovane e lo scafato che avevano già saputo essere letali (Robson, Woodcock, Mariner, Francis), oltre ad un campione cristallino, anche se acciaccato, come Kevin Keegan. Arma in più (teorica): la sete di rivincita. 
Pronosticare i Leoni tra i primi quattro poteva essere un azzardo, ma neanche tanto. Ci contava la Scozia, visto che in cima alla lista degli obiettivi il compianto Jock Stein aveva scritto: “Superare, una volta nella vita, quel benedetto primo turno!”. Rough, Hansen, Strachan, Souness, Dalglish, Wark, Archibald, Jordan: con una rara infornata di uomini di caratura internazionale come questa, se non allora, quando? Siccome però non si può essere scozzesi senza qualche complicazione, e a conferma che a nord del Vallo non hanno mai brillato troppo in quanto a fortuna, la Scozia venne sorteggiata nello stesso girone del Brasile. Con il primo posto già assegnato, honoris causa, contendere il secondo a Nuova Zelanda e Unione Sovietica restava impresa fattibile. L’Irlanda del Nord, di suo, contava che qualsiasi risultato diverso da una figura pessima sarebbe stato un successo.
Non andò esattamente così.
I bianchi vinsero il loro girone a punteggio pieno, ma tra luci ed ombre (3 goals alla Francia, 2 alla Cecoslovacchia, solo 1 al misero – almeno in questo contesto – Kuwait) salvo evaporare al turno successivo, confermando una tendenza alla liquefazione che non li avrebbe più abbandonati in nessun’altra manifestazione, salvo forse Italia ’90. La carriera mondiale di Keegan si ridusse a 27 miseri minuti giocati contro la Spagna in una partita dal controverso giudizio: più brutta o più inutile? Robson da frizzante sublimò in evanescente, le conclusioni del reparto avanzato divennero come freccette in mano a tiratori col Delirium Tremens. Il buon Shilton parava il possibile, ma difettava in fase realizzativa. Si tornò a casa con le pive nel sacco, al solito.
La Scozia riuscì nell’impresa più ardua: farsi eliminare di nuovo al primo turno, in barba alla legge dei grandi numeri, e nonostante un invidiabile bottino di otto reti messe a segno in tre partite. Battuti con cinque goals, ma non senza punte di ridicolo, i neozelandesi, strapazzati dal Brasile, ai blu fu fatale il 2-2 contro l’URSS.
Così, il Mundial ’82, contro ogni aspettativa, consegnò alla storia del football britannico solo il sontuoso exploit dei ragazzi di Bingham: il passaggio del primo turno. Soffrendo, certo, ma lasciando impressa negli occhi di tutti una magnifica impresa: la sconfitta inferta ai padroni di casa grazie ad una rapace zampata di Armstrong su gentile concessione del portiere spagnolo Arconada. Il mondiale degli spagnoli, di fatto, finì in quel frangente, nonostante le partite successive, mentre quello dell’Irlanda del Nord aveva raggiunto il suo picco. Nessuno lo avrebbe mai sognato. La successiva goleada inferta dalla Francia alla rappresentativa dell’Ulster rientrò nell’ordine delle cose: non si poteva chiedere di più. Per i successivi quattro anni la martoriata appendice irlandese dell’impero di Sua Maestà fu un po’ più verde del solito, in attesa di tempi migliori.
di Dante Cavalli, da "UK Football please"

25 febbraio 2025

L'ALTRO GEORGE BEST.



Ogni appassionato di calcio inglese conosce George Best e chiunque si è avvicinato al mondo del calcio, anche marginalmente, ne ha sentito parlare almeno una volta. Fiumi di parole sono stati scritte sulla sua vita, sul suo modo di interpretare il gioco di calcio, sul suo essere star, sul suo rapporto alcool-donne, sul suo funerale. 
E’ stato fatto un film, inguardabile aggiungo io, qualcuno gli ha anche dedicato canzoni, e si vendono ancora t-shirt con il suo volto-icona. Io da amante del calcio britannico conoscevo Best anche se il massimo che avevo visto di lui in tv fino a qualche anno fa erano i suoi goal più famosi ed in particolare quello della finale della coppa dei campioni del 1968, ripetuto all’infinito, come se fosse stato il suo unico momento di gloria. Per molti, soprattutto giovanissimi, Best rappresenta la trasgressione, l’eroe dannato immerso in un mix di calcio, donne, soldi e alcool, l’esaltazione dello sballo, l’eccesso, il mito…
Per fare un paragone con la musica Best era il Jim Morrison del football. Tutto vero ma io volevo capirne di più e volevo una risposta esauriente alla mia domanda ricorrente: chi era in realtà George Best?

George Best nasce a Belfast, il 22 maggio del 1946. la sua è una famiglia modesta e numerosa, di quelle che sgobbano per tirare avanti, in un paese, l’Irlanda del Nord, a dir poco difficile. Il Belfast boy cresce in un quartiere povero, e coltiva la sua passione per il calcio. La madre di George, Anne, disse più tardi che assieme a George c’era sempre una palla. Intorno ai 15 anni la svolta: disputa una partita contro una squadra formata da ragazzi due anni più grandi. Segna due goal e fa ammattire il suo marcatore. A guardare il match c’è un osservatore del Manchester United, Bob Bishop, che annota il suo nome e spedisce un telegramma al grande Matt Busby, padre padrone dello United, sottolineando di aver trovato un genio. Convocato dai Red Devils George, in compagnia di un coetaneo che poi diventerà suo compagno di squadra, prende una nave e parte per Liverpool, poi con un treno raggiunge la stazione centrale di Manchester. Sale su un taxi e alla richiesta di George di essere portato all’Old Trafford l’autista risponde quale Old Trafford? A Manchester infatti ci sono due Old Trafford, quello famoso del calcio e quello meno famoso del cricket. Alla fine arriva in quello giusto ma l’impatto per lui è devastante, George è un ragazzino timido, ha nostalgia di casa, dopo un solo giorno nel nord dell’Inghilterra scappa e torna a Belfast. Ma i dirigenti dello United hanno intuito che sono di fronte ad un potenziale fenomeno, leggenda vuole che sia proprio il grande Matt Busby ad andare a Belfast a chiedere al ragazzo di riprovare. George, spinto anche dalla famiglia, si convince, torna a Manchester, e dopo due anni di 
“apprendistato” il diciassettenne venuto dal nulla ha la sua occasione, fa l’esordio in First Division contro il West Bromwich Albion, è il 14 settembre 1963 e nasce la stella immortale di George Best.
Io non mi sono soffermato sui suoi goal, sulle sue foto da copertina, sulle sue finte e i suoi dribbling, come la maggior parte dei tifosi di calcio fanno. Tramite internet e non solo mi sono documentato, ho analizzato filmati, sono andato a cercare decine e decine di siti in lingua inglese, letto libri, raccolto circa un migliaio di foto ed interviste rare. Ho cercato di comprendere l’uomo prima del calciatore, per capire cosa rappresentò l’essere Best per la sua generazione, la generazione per eccellenza, quella del rivoluzionario 68. Un uomo, Best, con un cognome da predestinato, divenuto eroe di un’epoca in cui tutto sembrava possibile, in una nazione, l’Inghilterra, che sul finire degli anni 60 è l’ombelico del mondo, fonte ed ispirazione di nuove tendenze in moltissimi campi, tra i quali la moda, la musica, la tecnologia e il football. George, senza ovviamente pianificarlo, diventa il re di un modo di essere anticonformista, capelli lunghi, sguardo fiero. Lo è anche il suo modo di giocare, che prima dei suoi atteggiamenti fuori dal campo, lo eleggono all’idolo indiscusso delle folle, il mattatore, il geniale intrattenitore del beautiful game. George in campo mette il cuore, la gente lo percepisce e incomincia ad amarlo alla follia. Non solo funambolici, ubriacanti dribbling e sublimi goal ma anche tanta generosità, tanta corsa, tanto sudore e mai il piede indietro nei tackle duri. E’ al tempo stesso primadonna e gregario, due giocatori in uno: la perfezione, il genio. Il tutto sotto l’aspetto di un ragazzo gracile, statura 1,72 ma forse proprio per questo leggiadro ed imprendibile nei suoi intuitivi spostamenti. A volte, mentre vola verso l’aria avversaria tiene stretto nel pugno il polsino della maglietta, le sue esultanze dopo un goal emozionano quanto il goal stesso, in un’epoca in cui dopo una rete si tornava a centrocampo dopo aver ricevuto una stretta di mano dal compagno di squadra. 
Non sono il successo, il denaro a motivare le scorribande di George in campo, lui gioca mettendo tutto se stesso in un’azione, in un tiro, in un bel cross per un compagno di squadra. Crea un modo di essere e i ragazzi lo eleggono a loro idolo. Io, per capire meglio il genio di Best, sono andato fino a Manchester. Ho passato ore ad osservare le sue foto private, le sue giocate meno conosciute, cercato di capire il suo modo di essere, letto nei dettagli i suoi libri, trovato aneddoti e per ultimo visto da vicino la sua maglia, i suoi scarpini, i suoi oggetti personali esposti nel maestoso museo situato all’interno del suo stadio, l’Old Trafford. 
George aveva molti soprannomi, era detto El beatle, Georgie, geordie, bestie, Belfast boy, the genius. Ho letto spesso, anche da penne di primo livello, che George era un grande calciatore ma poteva esserlo molto di più, che ha vinto trofei ma che poteva vincerne molti di più. Io, ma è solo una mia opinione personale, ho sempre digerito male queste considerazioni. George è stato un grande calciatore, punto. Non importa se è stato il più grande o poteva esserlo. Ha vinto campionati da indiscusso protagonista, classifiche cannonieri, una coppa campioni, un pallone d’oro partendo da un posto chiamato Cregagh Estate, Irlanda del Nord, dove sei fortunato se hai un lavoro per mangiare tutti i giorni. Era un ragazzo timido George, con la passione per il calcio, come ce ne sono migliaia in tutti i quartieri poveri del mondo. Lui aveva un dono e la vita, la sua stella, l’ha eletto a Dio delle folle calcistiche. Lui voleva correre dietro ad un pallone e così fece. Voleva far divertire, perché era consapevole di averlo quel dono e voleva condividerlo con chi aveva la sua stessa passione. Lo fece e se leggete le sue interviste sorvolando le solite frasi ad effetto che comunque a lui piaceva fare, capirete che George giocava per se stesso, per i suoi compagni, ma soprattutto per la gente, quella con la sua stessa passione. Era un ragazzo di una sensibilità enorme, spesso tormentato dai sensi di colpa nei confronti della sua famiglia dovuti alla sua enorme fama. Amava la sua gente ma ne era spaventato allo stesso tempo. Non è un caso il fatto che lui stesso ricordasse spesso nelle sue interviste il rumore della folla nel giorno del suo esordio. Si è goduto la vita George e non l’ha mai rinnegato. Ho letto mille volte che è stato travolto dalla sua stessa fama degna di una rockstar, che è stato il primo giocatore di calcio a diventare un’icona. Tutto vero, ma lui era George Best, era nato per diventare quello che è diventato e non si è sottratto al suo destino, nonostante a volte non capisse la morbosità generata dal suo personaggio. 
Ha vissuto da George Best mantenendo quel suo essere semplice nonostante i suoi molti eccessi. Al suo funerale c’erano 500mila persone e milioni di tifosi nel mondo hanno pianto la sua morte. Eppure non è di certo un uomo di quelli da prendere come un esempio, tutt’altro. Se la gente l’ha capito, spesso difeso, amato alla follia e tra questi ora c’è anche il sottoscritto, è semplicemente perchè la gente, quella con la passione pura per il calcio, quella che viene da dove veniva lui, capiva il suo eroe, nei suoi giorni di gloria ma soprattutto nei suoi momenti bui. Perché il calcio generato da Best era il calcio puro, ancora lontano anni luce dall’industria mediatica che è oggi. Se andate nei pub di Manchester e chiedete ai cinquantenni intenti a sorseggiare una pinta chi fosse George Best non ne troverete uno pronto a parlar male di quel ragazzo venuto dal nulla. Chi lo conosce superficialmente ripete come una moda le sue frasi celebri a base di donne, macchine e soldi. George se l’è goduta, eccome se l’è goduta la sua vita da George Best ma se andate a scavare in fondo al mito troverete un ragazzo timido che una volta divenuto il giocatore più famoso d’Inghilterra evitava di andare a trovare la sua famiglia, nonostante volesse, per non turbare la tranquilla vita dei suoi cari. Prima di morire la sua foto di un uomo con le ore contate, ridotto cosi a causa dell’alcool, ha fatto il giro del mondo. Non morite come me recitava lo slogan, la migliore delle pubblicità per la campagna anti alcolici. Fonti vicine a George, tra cui un compagno di squadra che gli ha parlato prima che lui, il grande intrattenitore entrasse in coma, raccontano che quella foto, quello slogan è stata in pratica un’estorsione. George non avrebbe detto non morite come me ma piuttosto rifarei tutto, me la sono goduta questa vita e rifarei tutto. La stampa ha glissato, preferendo la versione politically correct. Forse non sapremo mai la verità ma in fondo poco importa. 
Una delle sue ultime interviste è l’essenza del suo pensiero. Quel ragazzo dagli occhi azzurri nato nel 1946, figlio del boom demografico del dopo guerra, diceva che gli mancavano i giorni di gloria, come succede ad ogni ex calciatore. A chi gli ricordava che lui aveva fatto la storia dello sport più famoso del mondo lui rispondeva così: ”Boh, la storia... Io ho sempre giocato per piacere, per divertire me stesso e i miei fan". Quando ho iniziato io, l'Inghilterra era fantastica. Si cominciavano a portare i capelli lunghi, la musica era favolosa, la moda era meravigliosa e anche il calcio britannico non era male. Vincevamo le coppe europee e ogni anno una squadra diversa vinceva il campionato. Oggi invece ci sono solo Manchester United, Chelsea e Arsenal. Che noia...". Non si giocava con gli orecchini, i capelli colorati, i tatuaggi sui polpacci. Io, Di Stefano, Pelè, i miei amici dello United facevamo divertire la gente. Allora il calcio era divertimento... Penso che si dovrebbe sempre scendere in campo sorridendo ed è quello che facevo io. Oggi invece è tutto troppo maledettamente serio, perché ci sono troppi soldi, perché se perdi è la fine del mondo. E ti dico che se tornassi in campo oggi, rifarei tutto allo stesso modo, giocherei per far divertire il pubblico, e basta". 
Questo era l’altro George Best, un “ragazzo” che appena metteva piede in uno stadio, scaldava i cuori della gente.
di Christian Cesarini, da "UK Football please"

9 ottobre 2024

"NORMAN WHITESIDE. Quel ragazzo di Belfast…" di Alessandro Nobili



Quando ci eravamo in mezzo, gli anni ottanta sembravano essere un’epoca d’oro, avevano tutta l’aria di essere anni spensierati e di grande ricchezza.  Erano i tempi di Rambo, Rocky, Shining, Ghostbuster. 
Erano i Tempi dell’Italia, quell’Italia calcistica che, con la riapertura delle frontiere, si accaparrava i migliori giocatori stranieri del globo. Nomi indimenticabili come Rummenigge, Falcao, Junior, Boniek, Platini, Maradona, Zico, Careca, Tardelli, rendevano il nostro campionato il migliore del mondo. Ma c’erano anche altri idoli che accendevano le fantasie dei ragazzini che per strada prendevamo a calci un pallone colorato o qualsiasi cosa avesse una sagoma rotonda. C’ero anche io tra quei ragazzini che organizzavamo campi di calcio dovunque capitava, nel cortile del proprio palazzo, in mezzo alla strada o in un fazzoletto di verde nella piazzetta del rione. Siamo cresciuti così, nella semplicità delle azioni quotidiane sognando di fare i calciatori tra le vie del nostro quartiere.
C’era anche un manipolo di ragazzini che era rimasto folgorato dal calcio che si giocava nella terra di Albione. Vedevamo in quel football l’essenza della lealtà, del romanticismo, della sportività. Un calcio fatto di sudore e fango, agonismo esasperato, lotta e maglie bagnate. In Inghilterra, non c’erano calciatori altisonanti e strapagati, non c’era Maradona, non c’era Zico, ma esistevano giocatori onesti, grandi lottatori che non mollavano mai. 
C’erano Dalglish, Rush, Quinn, Rocastle, c’era stato Best, c’era Keegan ma soprattutto, per me, c’era Norman Whiteside. Non sono mai riuscito a capire il vero motivo del mio innamoramento per questo giocatore. Forse per il fascino che emanava il suo cognome, forse perché fu il calciatore più giovane a partecipare ad un mondiale di calcio o, forse, perché giocava in quel Manchester United che ancora non era l’armata invincibile che poi divenne un decennio dopo. 
Fatto sta che Norman Whiteside entrò nel mio mondo immaginario e quando giocavo a pallone nella mia stanza prendendo a calci una palla di spugna, sognavo di essere lui. Sognavo di segnare un gol nella finale di FA Cup.

Nella sua breve carriera, Whiteside si farà apprezzare per la tecnica e per la sua grande potenza fisica. Irlandese di Belfast, Whiteside è stato una colonna del Manchester United quando le maglie erano ancora attillate e lo sponsor era la “Sharp”. Un Manchester che veniva da anni bui e non vinceva nulla da parecchi anni e che solo alla fine degli anni ottanta cominciò a conoscere le vittorie con Sir Alex Ferguson. Whiteside era soprannominato “Shankill Skinhead” nomignolo che prendeva origine dalla prestanza fisica che amava mettere in campo contro i difensori avversari. I suoi interventi erano sempre duri, mai sporchi tanto che Ferguson in una partita contro l’Arsenal del 1986 disse che Norman aveva colpito tutti su e giù per il campo per novanta minuti senza mai essere stato ammonito!.





















La sua potenza fisica gli permetteva di rubare quel metro in più ai difensori e spesso era capace di fare dei gol che solo i migliori calciatori sapevano realizzare. Indimenticabile, per i supporter dello United, fu quello della finale di FA Cup contro l’Everton, quando Norman nei tempi supplementari e con la squadra ridotta in dieci, tirò fuori dal cilindro un gol straordinario. Era bello a vedersi Whiteside, un ragazzetto che alternava la potenza a giocate di classe figlie di una tecnica sopraffina. L’unica pecca era la sua mancanza di ritmo come spesso veniva sottolineato sia dai suoi allenatori che dalla stampa sportiva. 
Ma chi non l’avrebbe perdonato? Non era certamente un problema per chi assiepava gli spalti dell’Old Trafford. Il vero problema di Norman Whiteside invece, furono gli infortuni che minarono terribilmente la sua carriera tanto che a soli 26 anni lasciò le scene del calcio giocato. Subì una prima operazione al ginocchio destro già nel 1981 che lo costrinse a giocare adattando la sua postura al danno che aveva subito al ginocchio. Si portò dietro questo problema per qualche anno ma riuscì a sopperire al danno con la potenza fisica e la tecnica. Nemmeno l’infortunio al ginocchio gli tolse la convocazione al mondiale di Spagna e proprio le sue prestazioni in nazionale convinsero il manager del Manchester United a portarlo in prima squadra formando così una coppia d’attacco davvero affascinante insieme all’altro irlandese Frank Stapleton. In quello stesso anno divenne il calciatore più giovane a segnare in una finale di FA Cup a 18 anni e 18 giorni. L’anno successivo anche il calcio italiano cominciò ad accorgersi del suo grande talento, tanto che il Milan cercò di acquistarlo ma, l’offerta faraonica che fu fatta fu rifiutata dallo stesso calciatore, mentre il team l’aveva accettata. Sarebbe stato bellissimo vederlo danzare nella scala del calcio a Milano e confrontarsi con i campioni che pullulavano in Italia. Rimase un sogno, ma l’ascesa di Whiteside nei Red Devil’s continuò nell’annata successiva quando fu scalato a centrocampo in compagnia di Brian Robson formando così una coppia formidabile che supportava un attacco devastante composto da Hughes e Stapleton. 
Fu questo l’anno dell’unica doppietta che mise a segno nella sua carriera e malauguratamente fu proprio contro il “mio” West Ham in una partita di quarto di finale di FA Cup il 9 marzo del 1985. Nell’anno successivo la consacrazione sembrava ormai essere alle porte per Norman Whiteside tanto che l’inizio del campionato per lo United fu devastante: 13 vittorie nelle prime 15 partite giocate! Sembrava che fosse destinato a vincere il tanto sospirato titolo di First Division. Invece nelle ultime 18 partite ci fu un declino inesorabile della squadra che la stampa aggravò avallando la tesi della cultura del bere che era di moda nei giocatori e soprattutto nella lassità di disciplina nei metodi del manager Ron Atkinson. Quindi, quello che poteva essere l’anno della possibile consacrazione, si tramutò in un lento declino che toccò il massimo apice quando all’Old Trafford arrivò Alex Ferguson. 
Di fatto Ferguson non accettava le “drinking session” di Norman e spesso lo metteva fuori squadra. Norman chiese un adeguamento del suo contratto facendo presagire anche una richiesta di cessione se non fosse stato accettato l’adeguamento. I problemi continuarono per tutto l’anno e nonostante tutto realizzò 10 gol in 37 partite giocate mentre lo United si classificò solo undicesimo. L’anno successivo forse fu la sua migliore stagione. Anno 1987/88 quando in coppia con Brian Mc Clair fece 10 gol e lo United si piazzò secondo in classifica alle spalle del Liverpool. Poi ricominciarono gli infortuni che lo perseguitavano in maniera folle. Si ruppe il tendine di Achille e fu costretto a star fuori per la metà delle partite del campionato successivo. Rientrato dall’infortunio, ricevette qualche offerta importante da alcune squadre straniere ma Ferguson non lo mollò finchè si fece sotto l’Everton nel luglio del 1989 e così Norman Whiteside fu costretto a svestire la maglia dei Red Devil’s per vestire la maglia blue dei Toffes. 
Il suo nuovo stadio dove si chiamava Goodison Park da li avrebbe ricominciato a meravigliare la gente con le sue giocate. Purtroppo fece solo due anni in quello stadio lasciando comunque il segno e la sensazione che la sfortuna ci stava portando via un campione vero che a soli 26 anni fu costretto al ritiro. Fece in tempo però a regalarsi un’ottima stagione fungendo da play-maker in coppia con Stuart McCall segnando 13 gol in 35 partite, l’Everton arrivò sesto. Furono le sue ultime gioie calcistiche perché nell’anno successivo nel settembre del 1989 durante una partita amichevole il suo ginocchio destro si ruppe di nuovo. Venne operato e dopo molte cure fisioterapiche non mollò e ritornò ad allenarsi. Il manager dell’Everton Howard Kendall volle concedergli ancora qualche partita ma fu solo questione di tempo e Norman Whiteside fu costretto ad arrendersi e lasciare il calcio definitivamente. Di lui ci rimangono le vecchie foto sbiadite che troviamo su internet, i video dedicati a lui e alle partite storiche dello United. Il consiglio per chi non ha avuto la fortuna di vederlo giocare è quello di andare a visionare i video e le foto di questo calciatore straordinario che comunque è e rimarrà una leggenda del calcio inglese. 
Gli anni ottanta ci ha regalato grandi calciatori e grandi uomini, che con la loro schiettezza ci regalavano un calcio semplice, romantico e nostalgico che ne esce e ne uscirà sempre vincente rispetto al calcio glamour e ipertelevisivo dei nostri giorni. 
Dio ci salvi nella memoria i giocatori come Whiteside dio ci salvi il vecchio calcio made in England!
di Alessandro Nobili

22 luglio 2024

"THE POPPY E THE LILY. Calcio ed etnia a Belfast" di Gianluca Cettineo (Urbone), 2018

The Poppy and the Lily, il papavero ed il giglio, sono simboli che rappresentano la memoria storica delle due comunità nordirlandesi.
La comunità nazionalista irlandese e quella unionista scoto-ulsteriana sono in costante lotta tra di loro da quando la colonizzazione dell’Ulster ha avuto inizio (all’incirca 400 anni fa). Questa polveriera etnica, ben pressata all’interno dei confini dello stato nordirlandese, è esplosa in tutta la sua violenza al termine degli anni '60, ma si trascinava già dalla fine del XIX secolo. Le divisioni culturali, presenti nell'Irlanda del Nord e propagatesi nel resto del Regno Unito, si riflettono in tutti i campi della vita sociale della comunità nazionalista irlandese ed unionista scoto-ulsteriana. Il calcio non fa eccezione ma, anzi, essendo un fortissimo catalizzatore sociale, è termometro ed amplificatore delle tensioni etniche presenti nell’Ulster.
The Poppy and the Lily racconta di come il calcio nordirlandese rifletta la situazione politico-sociale nelle tormentate sei contee del nord d’Irlanda e non solo. Un viaggio tra le strade di Belfast e tra i suoi mosaici di quartieri divisi tra l’arancio ed il verde.

2 luglio 2024

"GEORGE BEST, l’immortale" di Duncan Hamilton (66thand2nd), 2015

Lo chiamavano «il Quinto Beatle». Era affascinante, sfacciato, «bello come un attore di Hollywood», idolatrato dal pubblico femminile. Ma George Best era soprattutto sublime sul campo da calcio, con la sua grazia da ballerino e quei dribbling labirintici con cui stordiva i difensori e incantava i tifosi. Lanciandola con la punta del piede, era capace di infilarsi una monetina nel taschino della giacca. Una volta segnò due reti indossando uno scarpino solo. 
A ventidue anni, nel 1968, vinse il Pallone d’oro e realizzò un gol decisivo nella finale di Coppa dei Campioni contro il Benfica di Eusébio. Quei trionfi segnarono però l’apice e l’inizio del declino di Best, dell’atleta come dell’uomo, risucchiato troppo presto nella spirale dell’alcolismo e di una spropositata celebrità. Basandosi su materiali d’archivio mai utilizzati prima, Hamilton ripercorre la parabola tragica del campione britannico, dall’infanzia nei sobborghi di Belfast alle imprese con la maglia del Manchester United, fino alla sua prematura scomparsa, raccontandoci come un esile ragazzino irlandese sia riuscito a diventare, nel giro di poche folgoranti stagioni, il calciatore più forte del pianeta.
Il volume è impreziosito da una ricca e approfondita bibliografia, da un inserto fotografico e dal dettaglio di tutte le partite disputate da Best per il Manchester United, l’Irlanda del Nord e gli altri club per cui militò nel corso della sua carriera.
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