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16 aprile 2025

PRESTON NORTH END. Era un pò troppo Preston..

Devo assolutamente liberarmi dal peso del mio peccato.
Non posso più chiedere ospitalità a questo piccolo, preziosissimo scrigno tenendo nascosta l’impura nascita della mia passione. Perdonatemi: non ero altro che un bambino italiano affamato di calcio, senza il minimo strumento per contrastare l’inadeguatezza delle scarse informazioni che riuscivo a trovare; ho fatto del mio meglio, ho preso la strada sbagliata, ma credo di essermi avvicinato comunque al punto in cui siete voi.
Potranno mai avere un occhio di riguardo per me, i Padri della Football Association? Non sono forse io tra i più accesi sostenitori degli avvenimenti che aprirono uno squarcio di luce nel mondo, quella ben nota sera alla Taverna dei Framassoni? Ma che ne potevo sapere, io, a quei tempi? Crebbi con una fandonia spacciata per dogma: il Genoa è la squadra più antica d’Italia, fondazione 1893...wow, che dinosauri!

E via, con l’album delle figu e l’almanacco a cercare chi veniva subito dopo. Fortunatamente le pretendenti, in quei primi anni ’80, galleggiavano tra la Serie A e la B: Ascoli e Udinese, Anno Domini 1896 per entrambe. La gioia per la scoperta (mi sentivo un paleontologo del calcio), venne subito offuscata da un semplice calcolo: tre anni! Circa mille giorni passati tra la nascita del Grifone e quella dei suoi primi avversari conosciuti: ma che diavolo avranno fatto per ammazzare il tempo, sotto la Lanterna, in tutto quel periodo? Me li immaginavo, Spensley e compagnia bella, perennemente in attesa di una notizia, sempre in divisa e col pallone sotto braccio, pronti a partire verso la prima città in cui si pensava che il Sacro Fuoco avesse attecchito. Mi mancava l’anello di congiunzione, che avrei trovato solo alcuni anni dopo, ma qui la storia prende un’altra piega. Mentre, armato del mio simbolico scalpello, continuavo a scavare alla ricerca della mia personalissima “Lucy”, consumando gli occhi e le cellule cerebrali – e senza alcun ricco magnate a finanziare il tempo che stavo investendo – feci una scoperta ancor più sorprendente, che dico, rivoluzionaria! 
Le Coppe Internazionali, miracolosamente scovate in fondo ad un recente album Panini! Dunque il calcio aveva ben altri confini...o forse, eresia, non ne aveva affatto? Tutte quelle squadre...da dove venivano? Quali di loro avevano dovuto aspettare 3 anni per giocare la loro prima partita? A Malta si giocava a calcio??? A giudicare da quanto leggevo sì...malissimo, ma sì, si giocava. Scomponendo i vari pezzi di quel meraviglioso incastro cominciai a capire più cose: dovevo dunque supporre che esistessero altri campionati, altri stadi, divise concepite e disegnate secondo altri canoni, idea che subito mi fece venire a noia le nostre strisce, le nostre tinte unite, i nostri stramaledetti quarti rosso-blu (si ha una vaga idea di quanto sia inflazionato il modello, in Italia?). Ed infine il momento più estatico di tutta la mia ricerca: la scoperta del filone originale, il massiccio tronco da cui erano scaturiti tutti i rami. Una solida quercia che aveva radici in una terra e in un tempo mentalmente fertili: L’Inghilterra e il suo diciannovesimo secolo! Immediatamente lasciai perdere le tediose questioni italiche, e mi tuffai alla scoperta del calcio inglese.

Volevo sapere tutto delle origini, ma non si trovavano testi specifici. Finchè un giorno rinvenni un sacro testo, il “Guerinetto” (10 e Lode a chi se lo ricorda). Credetemi: quel libricino pesava pochi etti, ma a prenderlo in mano aveva la consistenza di un quintale. Ero un ragazzino: entusiasta e stolto. Percepivo l’importanza del suo contenuto, anzi, ne restavo inebriato ogni volta che lo sfogliavo, ma non mi rendevo conto che i segreti che mi stava rivelando erano solo parziali. Affidandomi ciecamente a ciò che vi era riportato, avvennero simultaneamente tre cose relative al paese culla del calcio: imboccai in quel momento la strada sbagliata per comprenderne la storia e la tradizione, mi macchiai del grave peccato che mi ha reso inviso agli Dei del Football, e incontrai l’Araba Fenice! Ma forse è meglio parlare di una cosa per volta. La mia giovane mente che pure ritenevo elastica, non lo era abbastanza per formulare l’ipotesi che non in tutti i paesi il calcio potesse essersi sviluppato come in Italia. Dovevo cercare il Genoa dell’Inghilterra, la vincitrice della prima edizione del campionato più antico della storia! Ora mi rendo conto del grave errore commesso, ma il Guerinetto sembrava suffragare la mia convinzione: per ogni paese, alla voce Albi d’Oro, erano riportati solo i vincitori del campionato. Potevo forse immaginare, allora, che quel piccolo “vangelo” copertinato in verde mi nascondesse qualcosa? Potevo forse sospettare l’esistenza di qualcosa di ancora più antico e prezioso? No, non allora, ma ciò non cambia la sostanza del mio peccato. Quel manualetto e i miei stupidi preconcetti di bambino mi traviarono.
Ovviamente col passare degli anni scoprii un’infinita serie di altri tasselli, il mosaico assunse proporzioni estremamente più grandi, ma nonostante il disegno apparisse di giorno in giorno più chiaro non sono più riuscito a liberarmi dal giogo di quelle prime sbagliatissime convinzioni: a tutt’oggi fatico a considerare la Coppa d’Inghilterra più importante della Football League (leggasi Premier, per i neofiti). E poi, come dicevo, l’incontro con l’Araba Fenice: oggi non sarebbe più possibile replicare quel tipo di sorpresa, ma provate ad immaginare la febbrile eccitazione la prima volta che mi trovai a leggere l’albo d’oro: lungo così, ma scarno. Una lunghissima successione di dati a coppie: anno e squadra, anno e squadra, anno e squadra...


Come tutti noi sappiamo, le prime righe di questo elenco recitano così: 1889 Preston North End, 1890 Preston North End, poi tutte le altre, a vincere o rivincere. Magari ripetendosi a distanza di decenni dal trionfo precedente, ma il Preston North End no: non lo si ritrova più! Che ne era stato di loro? Come si poteva vincere le prime due edizioni filate della Football League per poi sparire nel nulla? Il Genoa, se non altro, era durato fino alla soglia degli anni ’30, mentre con il Preston mi sembrava di avere a che fare con un’arcana chimera che dopo aver lasciato presagire una forza dirompente era scomparsa nel nulla. Ed il peggio era che non se ne sentiva proprio parlare, come se quel pezzo di storia non fosse importante per nessuno. Beh...lo era diventato, per me. Anche nella mia delicata posizione di pagano peccatore, anche se non era dal Preston che tutto era cominciato, sin dal primo momento non ho mai abbandonato il desiderio di conoscere storia e sorti di quella squadra. Ciò che ho potuto ricostruire finora mostra un quadro quasi agghiacciante per quanto si dimostra profetico. Nati all’interno di un pre-esistente sodalizio dedito in gran parte al cricket, i Lilywhites attraversarono la loro alba calcistica in maniera estremamente allampanata (nel 1881 presero 16 scoppole dal Blackburn Rovers), ma nel giro di poco tempo, grazie alla popolarità sempre crescente del foot-ball, diventarono una sorta di faro del movimento. Il merito è da ascrivere al Maggiore William Sudell, che proprio in quel periodo assume il ruolo di front man del club. Si tratta di un dirigente assai poco ortodosso, molto fuori dalle righe, per il tempo, anche se oggi oseremmo definirlo un tipo “avanti”. Ha una cosa chiara in testa: il successo. Il North-End, che pure ama, assurge in breve a mezzo ideale per ottenerlo. In un tempo in cui tutti tentano di tenere a bada un professionismo ancora largamente ufficioso, sommerso, pasticciato e selvaggio, egli si dimostra più audace di tutti quanti gli altri: contravvenendo al diffuso senso etico, lascia che siano gli altri clubs a farsi del male sfibrandosi in estenuanti trattative per accaparrarsi i talenti home-made, e decide si trasformare in modus operandi quella che per altri dirigenti non rappresenta altro che un’eccezione “folkloristica”. Si catapulta oltre i confini inglesi e fa man bassa di “stranieri”, in larga parte scozzesi, senza disdegnare i gallesi. I puristi insorgono: partono accuse pesanti verso ciò che appare come un lampante professionismo. Moralisti della prim’ora.
Nel 1884, per un match di FA Cup, il “casalingo” Deepdale ospita l’Upton Park FC, che le prende, salvo poi lamentarsi con l’Association ritenendo i Lilywhites una “spregevole accozzaglia di mercenari scozzesi”. L’accusa è un dato di fatto: solo tre gli inglesi in campo per il North End! Sulle prime il reclamo ha buon esito e la FA non può far altro che accoglierlo espellendo la squadra colpevole dalla competizione. Ma il seme che Sudell aveva ampiamente contribuito a far germogliare ormai non aveva alcuna intenzione di tornarsene sottoterra: troppi dirigenti avevano ormai intravisto il rigoglioso fiume di affari celato dietro il football. Un consorzio di 36 squadre prese di petto i vertici della federazione e pose l’out-out: recedere immediatamente dalle proprie posizioni, pena la scissione e la formazione di una nuova entità rivale. Una sorta di golpe che condusse, nel 1885, all’accettazione del professionismo da parte della FA. Tutto ciò con ampia soddisfazione del Maggiore, che nel frattempo continuava a far divertire la gente con la sua squadra, e man mano che gli introiti aumentavano, la rafforzava, avendo in testa un ulteriore progetto. A poco a poco nacquero gli “Invincibili”: Sudell, esperto di tattica e fine motivatore, assoldò talenti scozzesi come i fratelli Nick e Jimmy Ross, David Russell, Gordon Drummond e Il famoso John Goodall (a breve primo top scorer del campionato inglese) condendola con indigeni di talento come l’Ala Drewhurst ed il battitore libero Bob Holmes e nel contempo tramava con i dirigenti di altri club benestanti per la creazione di una competizione d’elite. 
La prima edizione della Football League si disputò tra il 1888 e il 1889. E’ ragionevole pensare, considerando le mire del suo presidente, che il Preston North End non solo fosse parte dei fondatori, ma addirittura il membro che più di tutti gli altri avesse caldeggiato il progetto. L’anno prima, pur non vincendola, i Lilywhites avevano disputato egregiamente la FA Cup superando ampiamente la prova generale del loro grande debutto. Siglarono tra le altre cose quel 26-0 contro l’Hyde, che tutt’ora costituisce un record per il football inglese al massimo livello, e si fermarono solo in finale.
di Dante Cavalli, da "UK Football please"

28 marzo 2025

NONNO BILLY BINGHAM

Con un gesto perentorio, papà prende il telecomando e spegne la TV, convinto che la scatola magica non abbia da regalare a suo figlio niente di particolare per quel mercoledì sera. Il bimbo vorrebbe protestare, ma papà è inamovibile. “Siediti vicino a me, piccolo. Ti voglio raccontare una storia di tanti anni fa, una delle più di mille di quando il pallone era ancora Il bellissimo Gioco”. Il bimbo accorre, perchè ama quelle storie, pensando che forse papà ha ragione sulla TV, e si siede vicino a lui. Quando la storia inizia, gli echi dell’imminente partita di Champions League si spengono definitivamente...

* * * *

C’era una volta Nonno Billy, che viveva in un posto chiamato Ulster, l’angolo meno attraente della verde terra d’Irlanda, e che un giorno fece una scelta inaudita e decise di portare i suoi nipotini a fare un viaggio lungo lungo. Aveva cinquantun primavere sulle spalle e ventidue nipotini: una sproporzione preoccupante! Madri e padri non nascondevano la loro apprensione ad affidargli la teppaglia tutta insieme, ma la verità era che nessuno al mondo, a parte il nonno, sapeva tirar fuori il meglio dai ragazzi, perchè tutti loro, insieme, avevano la stessa passione: il gioco del calcio, o football, così come veniva chiamato nella loro terra. Qualche mamma giunse a strapparsi i capelli. “Questa proprio ci mancava, con tutti i problemi che già abbiamo qui!” aggiunse qualcun’altro. Nonno Billy sorrideva, fiero contro tutti, raccontando che lui stesso aveva già intrapreso un viaggio simile, tanti anni prima. Gli animi si scaldarono: “Tu sei un matto malato di nostalgia, ecco qual’è il problema. Erano altri tempi: ci si poteva muovere in tranquillità. Oggigiorno c’è da aver paura!”
Si sollevarono decine di obiezioni ma il nonno non cedette di un millimetro, e fu così che qualche giorno dopo si trovò in aeroporto, all’imbarco, a passare in rassegna la truppa. Eccola lì, la sua squadra: tutti entusiasti, tutti equipaggiati, tutti in verde. Nonno Billy sapeva che tutto sarebbe andato bene, e che i suoi nipotini si sarebbero divertiti un mondo. Anche loro, per qualche strano motivo, sembravano esserne sicuri. Nonno Billy aveva affidato a Pat, il più grande e maturo dei suoi nipoti, la responsabilità di mantenere l’ordine: “Vestiti in giallo, così quando ti guarderanno capiranno chi comanda! E non farti mettere i piedi in testa da nessuno, specialmente da Gerry!”, disse indicando quello che tutti chiamavano l’Astuto, perchè non perdeva occasione di approfittare delle altrui distrazioni. Nonno Billy aveva una predilezione per Pat, così responsabile, così ometto. Gli aveva regalato un pezzo di stoffa bianco da mettersi al braccio: i gradi del Sergente! Durante il viaggio gli si avvicinò Sammy, sveglio, matematico e geometrico, intelligente, uno che gradiva il maggior numero di informazioni possibile, così da sapere sempre come muoversi: “Mi ripeti dov’è che stiamo andando, nonno?” gli chiese. “In Spagna, Sammy, alla Coppa del Mondo”. “E di cosa si tratta?”
Nonno Billy gli scompigliò i capelli: “Ti piace giocare a football, Sammy, sì? Ecco, la Coppa del Mondo è la cosa più importante per chi ama giocare a football. E’ una magia così preziosa che si può vedere solo una volta ogni quattro anni”. Sammy non ne aveva abbastanza: ”Mamma dice che tu ci sei già stato.” Il nonno annuì: “Tanto tempo fa. Ero un ragazzo come voi, anche se allora era in un posto diverso che si chiama Svezia”

Soddisfatto, Sammy tornò al suo posto, di fianco al piccolo Norman, il più giovane di tutti. Già, Norman: più il nonno lo guardava e più lui gli ricordava il piccolo e sfortunato Georgie, un ragazzo come loro, ma geniale, che tanti anni prima, e con dolore, aveva dovuto accettare il fatto di non poter fare quel viaggio e aveva tanto sperato che prima o poi qualcuno ci sarebbe riuscito al posto suo, ricordandosi di regalargli un pensiero. Nonno Billy sperava: “Che tocchi proprio al mio Norman il posto del leggendario Georgie?”.
E così, tra un pensiero e l’altro, la comitiva arrivò in Spagna, dove faceva un gran caldo. Come aveva detto il nonno si trovarono subito di fronte a tanti altri ragazzi: con qualcuno fraternizzarono, con qualche altro volarono parole grosse, fin quando il nonno prese per le orecchie i più riottosi e portò tutti quanti in albergo: “Riposatevi. Anche se qui non sono stati carini con noi, tenete in serbo la vostra rabbia per quando li incontrerete sul campo. Non è la prima regola per diventare bravi ragazzi, ma è il consiglio migliore per diventare calciatori vincenti”. Come aveva ragione, il nonno! La prima settimana fu meravigliosa: visitarono una bella città dal nome orribile, Zaragoza, e si incontrarono pacificamente con ragazzi provenienti da paesi lontani, dividendosi tutto! A dir la verità, Gerry l’Astuto aveva tentato di sgraffignare qualcosa a dei simpatici caraibici, ma Pat, che sapeva anche essere giusto e generoso, non si era opposto a rendere il maltolto, evitando a Gerry la ramanzina del nonno. Poi capitò di spostarsi in un posto chiamato Valencia, e lì vennero di nuovo alle mani con gli scorbutici indigeni. Questa volta Pat decise di lasciar perdere la ragionevolezza e non si intromise nella baruffa. Nonno Billy chiamò vicino a sè Gerry l’Astuto e gli disse: “E’ il tuo momento, ragazzo: ruba tutto quello che puoi!”. Lo sguardo di Gerry si riempì di gioia cleptomane: si buttò nella mischia e poco dopo raccolse una palla lasciata incustodita da un tizio che si era saputo chiamarsi Arconada e la nascose al sicuro dentro una rete. 
Gli spagnoli ci restarono così male che abbandonarono ogni velleità e presto se ne andarono, mortificati. Nonno Billy sapeva di non essere stato proprio ortodosso, ma almeno riconosceva di aver insegnato ai ragazzi a difendersi e rispondere per le rime. Gioia immensa per tutti, anche a casa, dove le notizie arrivavano in fretta. A seguito di questi fatti burrascosi ci fu il trasferimento nella città di Madrid, bellissima, dove tutti però li guardavano storti. I nipotini di Nonno Billy furono ben contenti di non curarsene e gioirono nel conoscere i ragazzi provenienti dall’Austria, prima che i francesi facessero loro vedere come si giocava a football alla perfezione: una severa lezione di vita, imparata comunque con dignità e orgoglio. Quella sera Nonno Billy guardò negli occhi i suoi ragazzi, prima che andassero a dormire e disse: “Bene. Siete stati degli ottimi compagni di viaggio, e così spero di essere stato io per voi, ora però dobbiamo tornare a casa”. La squadra si mosse come fosse una singola entità, e andò ad abbracciare il nonno, con un unico sussurro: “Grazie”. La mattina dopo, per il ritorno, Nonno Billy si sedette in ultima fila, da dove poteva controllare tutto. Pensava a quel viaggio e anche a quello di ventiquattro anni prima, quando lui era più o meno come ora i suoi nipoti. Pensò al piccolo Georgie, che quel viaggio non aveva mai potuto farlo, e pensò anche che una volta a casa non gli sarebbe dispiaciuta una pinta di scura. Anche i nipotini erano composti e silenziosi: pensavano all’avventura appena vissuta, cercando di imprimere nella mente più frammenti possibili, in modo da non poter mai dimenticarsene. Si appisolò. 
Più tardi si sentì chiamare. La voce di Pat: “Nonno Billy?”. Sporse la testa quel tanto che bastava per avere la visuale sul corridoio dell’aereo. Pat si avvicinava tenendo per mano il piccolo Norman. Entrambi giungevano con l’aria affranta. Pat dimostrando tutta la sua maturità, nobile e dignitoso, mentre Norman sembrava prossimo alle lacrime, dito in bocca e sguardo a terra. Nonno Billy fece cenno a Pat di parlare: “Nonno...ecco...vedi...”
Naturalmente avrebbe voluto condirla un po’, ma Norman lo strattonò costringendolo a venire al punto: “Volevamo ringraziarti, E’ stata una vacanza bellissima...solo che noi...io... ecco...Norman vorrebbe sapere se ci sarà modo di rifarla, un giorno”. Lui li abbracciò, forte: “Un giorno, forse sì”. “Quando?” azzardò Norman. “Devi aver pazienza, piccolo: non prima di quattro anni, sai...la magia!”. “Me lo prometti?”. Nonno Billy prese il volto di Norman tra le sue mani: “Ti prometto che faremo tutto quel che si può fare. Può bastare ad un giovanotto come te?”. Norman annuì tristemente e invitò Pat a riportarlo al posto. Li guardò allontanarsi e sorrise tastando quel senso di continuità: il più grande ed il più piccolo dei suoi nipoti. Si riaddormentò.

Quattro anni dopo...

Nonno Billy è seduto, ancora una volta nella sua vita, ai bordi di un grande prato verde attorno al quale si sono radunate più di ventimila persone. Vorrebbe vederle tutte in volto, ricordarsele, ma sa di non poter fare un’unica foto di una moltitudine. Norman è cresciuto, ma è ancora vispo che è un piacere. Gli passa davanti e lui gli assesta una vigorosa pacca da nonno sul sedere. Mentre Norman corre al suo posto, vede Pat dalla parte opposta. Ancora quella sensazione: il mio più grande ed il mio più piccolo! Anche Pat lo sta guardando: si sorridono l’un l’altro e il sorriso colma la distanza fisica facendo viaggiare su un filo i sentimenti più nobili, compresa la gratitudine. Nonno Billy vuole assaporare l’atmosfera di quel momento ed inspira forte forte, perchè lì a Guadalajara, Messico, l’aria è più rarefatta di quanto possa mai esserlo a Belfast, o a Madrid. La promessa è stata mantenuta.

* * * *

Il bimbo sorride a papà. La storia è stata carina, come si aspettava. Ora papà vorrebbe premiarlo, perchè un po’ gli brucia essere stato così drastico per la TV, e sa che al figlio il calcio piace molto, nonostante la tenera età. “Vuoi vedere come sta andando la partita?”, chiede. E la risposta, sorprendente, è: “No, papà, andiamo a nanna”.


Qui sopra è stata resa una trasposizione molto, MOLTO libera di un fatto accaduto realmente, ed a suo modo epocale: la qualificazione della rappresentativa dell’Irlanda del Nord a due Campionati del Mondo consecutivi, nel 1982 e nel 1986, sotto l’esperta guida di Billy Bingham, unico nordirlandese ad avere partecipato a 3 mondiali (nel 1958 vi prese parte come calciatore). Nel racconto Bingham è Nonno Billy, ed insieme a lui sono citati alcuni dei giocatori più rappresentativi di quell’irripetibile quadriennio: il portiere Pat Jennings è Pat, l’interno Sammy McIlroy è Sammy, lo striker Gerry Armstrong è Gerry l’Astuto (cui l’aggettivo cleptomane si addice unicamente nell’economia della storia) ed il talentuoso Norman Whiteside (che esordì a Spagna ’82 a 17 anni e 42 giorni, battendo il record di giovinezza fino allora detenuto da Pelè) è il Piccolo Norman. Credo infine sia doveroso lasciar supporre a chi legge chi fosse lo sfortunato, geniale e leggendario Georgie.
Delle due imprese la più significativa resta quella dell’82, anche in virtù del quadro delineatosi alla vigilia del Mundial spagnolo. Innanzitutto le rappresentative del Regno Unito vi si affacciavano in massa come non era più accaduto dal 1958 (unica edizione in cui furono tutte e quattro presenti); in secondo luogo, o comunque di conseguenza, c’erano i presupposti per scrivere una pagina significativa di storia calcistica britannica. Ci contava l’Inghilterra, che dopo Mexico ’70 aveva “bucato” nel ’74 e nel ’78 e tornava a misurarsi per l’Iride dopo una pausa forzata di dodici anni e a sedici di distanza dall’”Investitura” casalinga. Obiettivamente era una squadra forte. Non la più forte di sempre e nemmeno la migliore delle ventiquattro sbarcate in Spagna, ma forte: aveva solidi pilastri nei reparti arretrati e di manovra ( Shilton, Neal, Butcher, Wilkins), ed attaccanti tra il giovane e lo scafato che avevano già saputo essere letali (Robson, Woodcock, Mariner, Francis), oltre ad un campione cristallino, anche se acciaccato, come Kevin Keegan. Arma in più (teorica): la sete di rivincita. 
Pronosticare i Leoni tra i primi quattro poteva essere un azzardo, ma neanche tanto. Ci contava la Scozia, visto che in cima alla lista degli obiettivi il compianto Jock Stein aveva scritto: “Superare, una volta nella vita, quel benedetto primo turno!”. Rough, Hansen, Strachan, Souness, Dalglish, Wark, Archibald, Jordan: con una rara infornata di uomini di caratura internazionale come questa, se non allora, quando? Siccome però non si può essere scozzesi senza qualche complicazione, e a conferma che a nord del Vallo non hanno mai brillato troppo in quanto a fortuna, la Scozia venne sorteggiata nello stesso girone del Brasile. Con il primo posto già assegnato, honoris causa, contendere il secondo a Nuova Zelanda e Unione Sovietica restava impresa fattibile. L’Irlanda del Nord, di suo, contava che qualsiasi risultato diverso da una figura pessima sarebbe stato un successo.
Non andò esattamente così.
I bianchi vinsero il loro girone a punteggio pieno, ma tra luci ed ombre (3 goals alla Francia, 2 alla Cecoslovacchia, solo 1 al misero – almeno in questo contesto – Kuwait) salvo evaporare al turno successivo, confermando una tendenza alla liquefazione che non li avrebbe più abbandonati in nessun’altra manifestazione, salvo forse Italia ’90. La carriera mondiale di Keegan si ridusse a 27 miseri minuti giocati contro la Spagna in una partita dal controverso giudizio: più brutta o più inutile? Robson da frizzante sublimò in evanescente, le conclusioni del reparto avanzato divennero come freccette in mano a tiratori col Delirium Tremens. Il buon Shilton parava il possibile, ma difettava in fase realizzativa. Si tornò a casa con le pive nel sacco, al solito.
La Scozia riuscì nell’impresa più ardua: farsi eliminare di nuovo al primo turno, in barba alla legge dei grandi numeri, e nonostante un invidiabile bottino di otto reti messe a segno in tre partite. Battuti con cinque goals, ma non senza punte di ridicolo, i neozelandesi, strapazzati dal Brasile, ai blu fu fatale il 2-2 contro l’URSS.
Così, il Mundial ’82, contro ogni aspettativa, consegnò alla storia del football britannico solo il sontuoso exploit dei ragazzi di Bingham: il passaggio del primo turno. Soffrendo, certo, ma lasciando impressa negli occhi di tutti una magnifica impresa: la sconfitta inferta ai padroni di casa grazie ad una rapace zampata di Armstrong su gentile concessione del portiere spagnolo Arconada. Il mondiale degli spagnoli, di fatto, finì in quel frangente, nonostante le partite successive, mentre quello dell’Irlanda del Nord aveva raggiunto il suo picco. Nessuno lo avrebbe mai sognato. La successiva goleada inferta dalla Francia alla rappresentativa dell’Ulster rientrò nell’ordine delle cose: non si poteva chiedere di più. Per i successivi quattro anni la martoriata appendice irlandese dell’impero di Sua Maestà fu un po’ più verde del solito, in attesa di tempi migliori.
di Dante Cavalli, da "UK Football please"

14 febbraio 2025

STOKE CITY. NON DISPUTANDUM EST…

Le passioni vivono un’esistenza strana, triste ed ingrata. Spesso sono mal riposte, e quando sono corrisposte hanno la perniciosa tendenza a bruciarsi o ad esaurirsi. Esulano da questa sorte le passioni perdenti, che, per quanto difficili da distinguere rispetto alle mal riposte, tendono a durare in eterno per colpa, o merito, della loro naturale inclinazione a non avere valvole di sfogo.
Per questo non credo che vedrò mai affievolirsi la mia insana passione per lo Stoke City FC., in quanto dubito con tutto me stesso che mai i Potters potranno regalarmi la minima soddisfazione. Ho comunque dalla mia la forza della consapevolezza che qualcosa di ancestrale mi ha guidato verso di loro sin da quando, nei primi anni ’80, riviste e televisioni italiane aprivano le prime porte sul meraviglioso mondo del football internazionale
Qualcosa che, scoperto con il passar del tempo, ha fornito il quarto di nobiltà di cui avevo bisogno per giustificarmi agli occhi di chi mi guardava sogghignando, di chi aveva scelto Arsenal, Manchester United, Liverpool e blasoni simili. Figurarsi: ho subito affronti e derisioni persino da parte di fans degli Spurs (!). Ed ho sempre affrontato la grama vita con la massima fierezza, anche con un pizzico di spocchia, potendo vantare, rispetto a tanti altri, l’unicità di una scelta sì perdente, ma comunque esotica, pescata in un contesto molto ampio, oltre i clubs che sempre sono andati per la maggiore. Ho avuto anni per pensare a chi me lo faceva fare, poi, piano piano, tutto m’è apparso! Se ne rida, perché non è molto…ma basta per nobilitare una passione: per poter dire al mondo che la mia è stata una scelta prestigiosa. Sfigata, ma prestigiosa.
Tra l’inizio e i tempi attuali, comunque sia, anni, decenni (tre), di dubbi, complessi e quanto correlato. Pietre miliari da raccontare non ne ho, sofferenze e delusioni sono talmente numerose che andrebbero vagliate, le domande esistenziali si sono sprecate. Ecco una piccola hit-parade:
1)   Perché quel pomeriggio, stagione 1982-83 non sono andato all’oratorio o al cinema? Perché non ero da qualsiasi altra parte tranne che  sul divano ad assistere alla sintesi di Stoke City-Luton Town commentata dal povero Giuseppe Albertini? Perché quella partita si concluse con un insolito e spettacolare 4-4, così diverso dal canone di risultato a cui ci aveva abituato la Serie A?
2)   Postulato: tutto iniziò in quel frangente. Teorema ancora non dimostrato: essendo finita pari, avrei potuto nascere tifoso del Luton Town. Chiosa: forse avrei avuto una vita ancor peggiore.
3)     Lontano dall’era di Internet, alle nostre latitudini, l’unico modo per avere informazioni costanti erano i tabellini proposti settimanalmente dal Guerin Sportivo sui maggiori campionati europei. Nell’85 lo Stoke City lasciò la prima divisione…lasciandomi nel limbo per diverso tempo. Quando il suddetto settimanale cominciò a pubblicare anche i tabellini di Division 2…lo Stoke City finì per tre anni in Division 3! Quale dannata attitudine mi portava a impegolarmi con una squadra così sfuggente?
4)   I clubs fondatori della Football League furono 12 e lo Stoke City F.C. è tra questi. A parte l’Accrington Stanley tutti sono ancora in vita. Se solo mi fossi fatto guidare dal caso, e non da quella partita, avrei comunque avuto più del 90% di possibilità di scegliere, tra le 11, una squadra che non fosse quella con il peggiore palmares di tutto il lotto. Quale indicibile complesso può portare qualcuno a tifare per un club che annovera nella sua bacheca 1 sola Coppa di Lega (1972) affiancata da (prego di trattenere le risate): 1 Autoglass Trophy del 1992, 1 Auto Windscreens Shield del 2000, 1 Watney Cup del 1973 e i tre Fantozziani Trofei dell’Isola di Man (1988, 1992, 1993)?
5)   La storia della FA Cup è molto, molto lunga. Nel corso degli anni il trofeo è stato conteso all’atto conclusivo da un cospicuo numero di clubs diversi: possibile che in oltre un secolo questo club non ci sia mai arrivato, rimediando, che so, un umiliante 0-6? Persino il Brighton se l’è giocata e persino il Barnsley, che nella sua storia ha all’attivo un solo anno di Premier League l’ha vinta!
6)    Quale ulteriore e definitiva deviazione mentale mi costringe a sentirmi parte del mondo di un club che annovera, tra le sue milestones, la prima sconfitta in doppia cifra nel campionato più antico del mondo (cosa che fa pensare che il record sia assoluto), stagione 1889-90 a Preston contro il North End che si aggiudicò poi il titolo?

Al perché del punto 4 va inoltre aggiunto che tra i 12 per i primi due anni lo Stoke City ottenne due consecutivi ed inesorabili ultimi posti.
A Stoke-on-Trent, oltretutto, circola una strana e recente leggenda riguardo una presunta e singolare mobilità del Britannia Stadium, il moderno impianto che ha sostituito dal 1997 l’antico Victoria Ground. Sembrerebbe che sia stato costruito sopra i resti di una vecchia miniera, e che il Main Stand, a causa di ciò ed al ritmo di mezzo centimetro l’anno, si stia progressivamente spostando. In quale direzione? Non c’è da chiederselo: si sta allontanando!
Eppure, giunti a questo punto, comincino a squillare le trombe: entra in scena il pre-scritto quarto di nobiltà, che mi si è rivelato in gran parte solo in tempi recenti:
Punto primo: lo Stoke City, nato secondo alcuni come Rovers, è uno dei clubs professionistici più antichi del mondo, secondo soltanto al Notts County (altri che sono messi molto, molto bene…). La caratura del club è quasi sempre stata mediocre, ciò però non ha impedito che due campioni del mondo, Gordon Banks e Geoff Hurst, passassero di qui. 
Punto secondo: (ora prego spellarsi le mani per gli applausi) questo club è stata la culla calcistica di Sir Stanley Matthews, legato poi inesorabilmente agli anni d’oro del Blackpool, sul cui conto è difficile aggiungere argomenti, constatando l’incredibile longevità della carriera, gli infiniti riconoscimenti personali, e la stima di cui egli ancor oggi gode come uno dei più signorili esempi di campione-gentleman di tutti i tempi. E’ qui, tra le altre cose, che in linea con la sua indole, egli tornò a chiudere la carriera, giocando ancora ai vertici tra i 46 e i 50 anni.
Sarà pure poco, rispetto ai canoni di chi può esibire titoli a profusione, ma è falso che nella storia rimanga solo il nome di chi vince. Lo Stoke City non ha mai vinto in un secolo e mezzo, probabile che non vinca mai, ma è il caso di ricordare come anche William Wallace alla fine perì da perdente, e come pure Annibale perse l’unica partita che doveva essere vinta. 
In un modo o nell’altro ci si ricorda ugualmente di tutti loro.
di Dante Cavalli, da "UK Football please"
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